passare nè usare senza la volontà di questa città;» e per ultimo Curmaso (Hormuz), che Marco Polo aveva già visitata, quando da Venezia si recò alla corte del re tartaro. È a quel porto del golfo Persico che terminò la traversata della flotta allestita dall'imperatore mongollo. La principessa era finalmente giunta ai confini della Persia, dopo una navigazione che aveva durato non meno di diciotto mesi. Ma nel frattempo il principe Arghum, suo fidanzato, era morto, ed il regno era straziato dalla guerra civile. La principessa fu dunque consegnata al figlio d'Arghum, il principe Ghazan, che salì al trono nel 1295, dopo che l'usurpatore, fratello d'Arghum, fu strangolato. Non si sa che avvenisse della principessa; ma prima di separarsi da Marco, Matteo e Niccolò Polo, ella lasciò loro segni dell'alto favore in cui li teneva. Fu probabilmente durante il suo soggiorno in Persia che Marco Polo raccolse documenti interessanti sulla Gran Turchia; sono documenti staccati ch'egli dà al termine della sua relazione, vera storia dei kan mongolli della Persia. Ma i suoi viaggi d'esplorazione erano terminati. Preso commiato dalla principessa tartara, i tre Veneziani, bene scortati, presero la via di terra per tornare in patria. Si recarono a Trebisonda e Costantinopoli, da Costantinopoli a Negroponte, ed ivi s'imbarcarono per Venezia. Fu nel 1295, ventiquattro anni dopo esserne partito, che Marco Polo rientrò nella sua città natale. I tre viaggiatori, abbronzati dal sole, vestiti grossolanamente di stoffe tartare, avendo conservato nei loro modi e nel linguaggio le abitudini mongolle, disavvezzi al dialetto veneto, non furono neppure riconosciuti dai loro più prossimi parenti. Inoltre, da gran tempo era corsa voce della loro morte, e non si sperava più di rivederli. Si recarono alla loro casa nel quartiere di San Giovanni Grisostomo, e la trovarono occupata da varî individui della famiglia Polo. Questi accolsero i viaggiatori con diffidenza, giustificata certo dalla loro deplorabile apparenza, e prestarono poca fede al racconto, alquanto straordinario infatti, che fece loro Marco Polo. Tuttavia, dietro le loro istanze, li ammisero in quella casa, di cui erano veramente i legittimi possessori. Alcuni giorni dopo, Niccolò, Matteo e Marco, volendo distruggere il più piccolo dubbio circa la loro identità, diedero a tutti i loro parenti uno splendido convito. E quì lasceremo la parola al Veneziano Ramusio, che dice d'averlo saputo per tradizione: «.....Invitati molti suoi parenti ad un convito, il quale volsero che fosse preparato onoratissimo con molta magnificenza, nella detta sua casa, e venuta l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino in vesti lunghe fino in terra, come solevano, standosi in casa, usare in quei tempi, e data l'acqua alle mani e fatto seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate in pezzi e divise fra li servitori. Da poi mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino, e posti di nuovo a tavola, le vesti seconde furono divise fra li servitori, ed in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto, avendosi poi rivestiti nell'abito de' panni consueti che usavano tutti gli altri. «Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti gl'invitati; ma tolti via li mantelli, e fatti andar fuori della sala tutti i servitori, Messer Marco, come il più giovane, levatosi dalla tavola, andò in una delle camere, e portò fuori le tre vesti di panno grosso consumate, con le quali erano venuti a casa, e quivi con alcuni coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie, e cavar fuori gioje preziosissime in gran quantità, cioè rubini, zafiri, carboni, diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, ed in maniera ch'alcuno non si averia potuto imaginare che ivi fussero state. Perchè al partir del Gran Kan tutte le ricchezze ch'egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi ed altre gioje, sapendo certo che s'altrimente avessero fatto per sì lungo, difficile ed estremo cammino, non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto oro. «Or questa dimostrazione di così grande ed infinito tesoro di gioje e pietre preziose che furono poste sopra la tavola riempiè di nuovo gli astanti di così fatta maraviglia, che restarono come stupidi e fuori di sè stessi, e conobbero veramente ch'erano quegli onorati e valorosi gentil'uomini da Ca' Polo di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia. «Divulgata che fu questa cosa per Venezia, subito tutta la città, sì de' nobili che de' populari, corse a casa loro ad abbracciargli e fare tutte quelle maggiori carezze e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che si potessero immaginare; e Messer Maffio, ch'era il più vecchio, onorarono d'un magistrato che nella città in que' tempi era di molta autorità; e tutta la gioventù ogni giorno andava continuamente a visitare e trattare M. Marco, ch'era umanissimo e graziosissimo, e gli domandavano delle cose del Cataio e del Kan; il quale rispondeva con tanta benignità e cortesia che tutti gli restavano in un certo modo obligati. E perchè nel continuo raccontare ch'egli faceva più e più volte della grandezza del Gran Kan, dicendo l'entrate di quello essere da 10 in 15 milioni d'oro; e così di molt'altre ricchezze di quelli paesi riferiva tutte a milioni, lo cognominarono Messer Marco Milioni, che così ancora ne' libri pubblici di questa repubblica, dove si fa menzion di lui, ho veduto notato; e la corte della sua casa a San Giovan Grisostomo, da quel tempo in qua, è ancora volgarmente chiamata la Corte dei Milioni.» E per questo, anche il libro de' suoi viaggi ebbe l'appellativo di -Milione-, -Liber Milionis-, come leggesi nel Codice Ambrosiano. Un uomo celebre come Marco Polo non poteva certamente sfuggire agli onori civili; ed infatti si vide chiamato alle prime magistrature di Venezia. Fu verso quell'epoca, nel 1296, che scoppiò una guerra tra Venezia e Genova. Una flotta genovese, comandata da Lampa Doria, solcava l'Adriatico, minacciando il litorale. L'ammiraglio veneziano, Andrea Dandolo, armò tosto una flotta superiore in numero alla genovese, ed affidò il comando d'una galera a Marco Polo, che, a ragione, era in fama di valentissimo navigatore. Tuttavia, in quella battaglia navale dell'8 settembre 1296, i Veneziani furono battuti, e Marco Polo, gravemente ferito, cadde in potere dei Genovesi. I vincitori, conoscendo ed apprezzando il valore del loro prigioniero, lo trattarono con molti riguardi. Fu condotto a Genova, ove le primarie famiglie, avide di ascoltare la sua storia, gli fecero le più graziose accoglienze. Ma se gli altri non si stancavano d'ascoltarlo, Marco Polo alla perfine si stancò di raccontare, ed avendo fatto nel 1298, durante la sua cattività, la conoscenza del Pisano Rusticano, gli dettò il racconto de' suoi viaggi. Restituitosi a Venezia, dopo la pace del 1299, Marco Polo prese in moglie una Donata, e n'ebbe tre figliuole: Fantina, Bellela e Moretta. Suo padre Niccolò morì nel 1300, e fu da lui fatto seppellire nell'angiporto della chiesa di S. Lorenzo. Nell'anno 1323, a lui settantaduesimo, Marco fece il suo testamento; e sebbene resti ignoto (dice il Ramusio) l'anno della morte, può congetturarsi che non fosse di molto posteriore. Fu sepolto nella chiesa di San Lorenzo. Tale fu la vita del celebre viaggiatore, le cui relazioni ebbero molta influenza sul progresso delle scienze geografiche; e dovevano un secolo dopo schiudere a Colombo la via al Nuovo Mondo. Egli possedeva in sommo grado il genio d'osservazione; sapeva vedere, come sapeva narrare; e le scoperte, le esplorazioni posteriori, non fecero che confermare la veracità del suo racconto. Sino alla metà del secolo XVIII i documenti tratti dalla relazione di Marco Polo servirono di base agli studî geografici, come alle spedizioni commerciali fatte nella Cina, nell'India e nel centro dell'Asia. * * * * * La famiglia Polo si estinse nel 1418 in Marco Polo, castellano a Verona, essendo rimasta erede di tutta la sostanza Polo, Maria vedova di Zuanne Bon e rimaritata nel 1424 in Azzo Trevisan; dalla quale discendenza nacque Marcantonio Trevisan. Nel secolo XVII una famiglia patrizia onorò la memoria dell'illustre viaggiatore con una statua di pietra d'Istria di poco maggiore del naturale, che oggi si vede nell'atrio del palazzo Morosini a Santo Stefano. Più tardi, la modesta carità dell'abate Zenier segnò d'una lapide la casa abitata dall'immortale viaggiatore, di fianco alla chiesa di San Grisostomo. Nella corte attigua si vede ancora una porta, il cui arco, di forma decisamente orientale, è adorno di leggiadre sculture, ed una parte dell'antica cornice non meno ornata ed elegante. La corte portò, fino all'epoca del Ramusio, lo storico nome di «-Corte del Milione-.» NOTE: [34] -Cipango- o -Zipagu- è il Giappone, che il Polo fu il primo a far conoscere all'Europa; ed il nome da lui datogli è probabilmente la corruzione del chinese -Sci-pen-cuo-, regno dell'oriente, trovandosi all'est della China. Gl'indigeni del Giappone chiamano il loro paese Nipon o Nifon, che ha lo stesso significato. (-N. del Trad.-) [35] Questa provincia, conosciuta anche sotto il nome di Saïgon, appartiene oggidì alla Francia. APPENDICE -Togliamo dall'edizione Le-Monnier del Codice Magliabeccano alcuni documenti interessanti risguardanti la storia della Gran Turchia, che, come già abbiamo detto a pag. 110, vennero raccolti da Marco Polo durante il suo soggiorno in Persia.- I. Della Gran Turchia. Turchia si ha un re c'ha nome Chaidu, lo quale è nipote del Gran Cane, che fu figliolo d'uno suo fratello cugino. Questi sono tarteri, valentri uomeni d'arme, perchè sempre istanno in guerra e in brighe. Questa Gran Turchia è verso maestro. Quando l'uomo si parte da Curmaso, e passa per lo fiume di Geon, e dura di verso tramontana insino alle terre del Gran Cane, sappiate ch'e' truova Chaidu. E tra questo Chaidu e lo Gran Cane sì ha grandissima guerra, perchè Chaidu vorebbe conquistare parte delle terre del Chattai e de' Magi; ma il Gran Cane vuole che lo seguiti, sì come fanno gli altri che tengono terra da lui: questi nol vuol fare, perchè non si fida, e perciò sono istate tra loro molte battaglie. E si fa questo re Chaidu bene C mila cavalieri; e più volte hae isconfitto i baroni e i cavalieri del Gran Cane, perciò che questo re Chaidu è molto prode dell'arme, egli, e sua gente. Or sappiate, che questo re Chaidu avea una sua figliuola, la quale era chiamata in tartaresco Aigiarne, cioè viene a dire in latino, lucente luna. Questa donzella era sì forte, che non si trovava persona che vincere la potesse di veruna prova; lo re suo padre si la volle maritare: quella disse, che mai non si mariterebbe s'ella non trovasse un gentile uomo che la vincesse di forza o d'altra pruova. Lo re si le avea largito ch'ella si potesse maritare a sua volontà. Quando la donzella ebbe questo dal re, si ne fu molto allegra; e allora mandò per tutte le contrade, che, se alcuno gentile uomo fosse, che si volesse provare colla figliuola del re Caidu, si andasse a sua corte, sappiendo, che qual fosse quegli che la vincesse, ella il torrebbe per suo marito. Quando la novella fu saputa per ogni parte eccoti venire molti gentili uomeni alla corte del re; or fu ordinata la pruova in questo modo. Nella mastra sala del palagio si era lo re e la reina con molti cavalieri e con molte donne e donzelle: ed ecco venire la donzella tutta sola, vestita d'una cotta di zendado molta acconcia. La donzella era molto bella e ben fatta di tutte bellezze. Or conveniva che si levasse il donzello, che si voleva provare con lei, a questi patti com'io vi dirò: che se 'l donzello vincesse la donzella, ella lo dovea prendere per suo marito, ed egli dovea avere lei per sua moglie; e se cosa fosse che la donzella vincesse l'uomo, si conveniva che l'uomo desse a lei C cavalli; e in questo modo avea la donzella guadagnati bene X mila cavagli. E sappiate che questo non era maraviglia, che questa donzella era sì ben fatta e sì informata, ch'ella pareva pure una gigantessa. Eravi venuto un donzello, lo quale era figliuolo del re di Pumar per provarsi con questa donzella; e menò seco molta bella e nobile compagnia, e si menò M cavagli per mettere alla pruova: ma 'l cuore li stava molto franco di vincere, di ciò gli pareva essere troppo bene sicuro: e questo fu nel MCCLXXX anni. Quando il re Caidu vidde venire questo donzello, sì ne fu molto allegro, e molto disiderava nel suo cuore che questo donzello la vincesse, perciò ch'egli era bel giovane e figliuolo di un gran re: e allora si fece pregare la figliuola che si lasciasse vincere a costui; ed ella sì rispuose: sappiate, padre, che per veruna cosa del mondo non farei altro che diritto e ragione. Or eccoti la donzella entrata nella sala alla pruova, tutta la gente che stava a vedere, pregavano che desse a perdere alla donzella, acciò che così bella coppia fossero accompagnati insieme. E sappiate che questo donzello era forte e prode, e non trovava uomo che 'l vincesse, nè che si potesse con lui in ogni pruova. Or vennono insieme il donzello e la donzella alle prese, e furonsi presi insieme alle braccia, e feciono una molto bella incominciata, ma poco durò, che convenne pure che il donzello perdesse la prova. Allora si levò in sulla sala il maggior duolo del mondo, perchè il donzello avea così perduto, ch'era uno de' piue belli uomeni che vi fosse ancora venuto, o che mai fosse veduto; e allotta ebbe la donzella questi M cavalli, e 'l donzello si partío, ed andossene in sua contrada molto vergognoso. E voglio che voi sappiate che lo re Caidu menò questa sua figliola in più battaglie, e quando ella era alla battaglia, ella si gittava tra' nemici sì fieramente, che non era cavaliere sie ardito nè si forte ch'ella nol prendesse per forza, e menavalo via; e faceva molte prodezze d'arme. Or lasciamo di questa materia, e udirete d'una battaglia che fu tra lo re Caidu ed Argo figliuolo dello re Abagha signore del Levante. II. D'una battaglia. Sappiate che lo re Abagha, signore del Levante, si tiene molte terre e molte provincie, e confina le terre sue con quelle del re Caidu, cioè, dalla parte dell'Albero Solo, lo quale noi chiamiamo l'Albero Secco. Lo re Abaga, per cagione che lo re Caidu non facesse danno alle terre sue, si mandò il suo figliuolo Argo con grande gente a cavallo e a piede nelle contrade dell'Albero Solo infino al fiume di Geon, perchè guardasse quelle terre che sono alli confini. Ora avenne che lo re Caidu si mandò un suo fratello, molto valentre cavaliere, lo quale avea nome Barac, con molta gente, per fare danno alle terre, ove questo Argo era. Quando Argo seppe che costoro venivano, fece asembiare sua gente, e venne incontro a nemici. Quando furono asembiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a sonare dall'una parte e dall'altra, allora fu cominciata la più crudele battaglia, che mai fosse veduta al mondo; ma pure alla fine Barac e sua gente non poterono durare; sì che Argo gli sconfisse, e cacciogli di là dal fiume. Da che n'abbiamo cominciato a dire d'Argo, dirovvi com'egli fu preso, e com'egli signoreggiò poscia, dopo la morte del suo padre. Quando Argo ebbe vinta questa battaglia, vennegli novelle come lo padre era passato di questa vita. Quand'egli intese questa novella, funne molto cruccioso, e mossesi per venire a pigliare la signoria; ma egli era di lungi bene XL giornate. Ora avenne che il fratello che fu d'Abagha, lo quale si era soldano ed era fatto saracino, si vi giunse prima che giugnesse Argo, e incontanente entrò in sulla signoria, e riformò la terra per sè, e si vi trovò sì grandissimo tesoro, che a pena si potrebbe credere: e si ne donò sì largamente a' baroni e a' cavalieri della terra, che costoro dissoro che mai non volevano altro signore. Questo soldano faceva a tutta gente appiacere e onore. Ora quando il soldano seppe che Argo veniva con molta gente, sì si apparecchiò con tutta sua gente e fece tutto suo isforzo in una settimana. E questa gente per amore del soldano andavano molto volentieri contro ad Argo, per pigliarlo e per ucciderlo a tutto loro podere. Quando il soldano ebbe fatto tutto suo isforzo, sì si missono e andarono incontro ad Argo, e quando fu presso a lui sì si attendò in un molto bel piano, e disse alla sua gente: signori, e' ci conviene essere prodi uomeni, però che noi difendiamo la ragione, chè questo regno fu del mio padre, il mio fratello Abagha si lo ha tenuto, quanto a tutta sua vita, ed io si doveva avere lo mezzo, ma per cortesia, si gliele lasciai. Ora da ch'egli è morto, si è ragione ch'io l'abbia tutto; ma io si vi dico, ch'io non voglio altro che l'onore della signoria, e vostro sia tutto il frutto. Questo soldano avea bene XL mila cavalieri e grande quantità di pedoni. La gente rispuosono e dissero tutti, che andrebbono con lui insino alla morte. Argo, quando seppe che 'l soldano era attendato apresso di lui, ebbe sua gente, e disse così: signori e fratelli ed amici miei, voi sapete bene che 'l mio padre insino ch'egli vivette egli vi tenne tutti per fratelli e per figliuoli, e sapete bene come voi e vostri padri siete istati con lui in molte battaglie, e a conquistare molte terre; e sì sapete bene come io sono suo figliuolo, e com'egli vi amò assai, ed io ancora si v'amo di tutto il mio cuore; dunque è bene ragione che voi m'atiate riconquistare quello che fu del mio padre e vostro, ch'è contro colui che viene contro a ragione, e vuolci deretare delle nostre terre, e cacciar via tutte le nostre famiglie. E anche sapete bene, ch'egli non è di nostra legge, ma è saracino e adora Malcometto; ancora vedete come sarebbe degna cosa che gli saracini avessono signoria sopra gli cristiani: dacchè voi vedete bene ch'egli è così, ben dovete essere prodi e valentri. Sì come buoni fratelli m'aitate in difendere lo nostro, ed io hoe isperanza in Dio, che noi il metteremo a morte, sì come egli è degno; perciò si vi prego catuno che facciate più che suo podere non porta, sì che noi vinciamo la battaglia. Li baroni e li cavalieri, quando ebbono inteso il parlamento, che avea fatto Argo, tutti rispuosono e dissono, ch'egli avea detto bene e saviamente: e fermarono tutti comunemente, che volevano innanzi morire con lui, che vivere senza lui, o che niuno gli venisse meno. Allora si levò un barone, e disse ad Argo: messere, ciò che avete detto èe tutta verità, ma si voglio dir questo, che a me si parebbe, che si mandassono ambasciadori al soldano per sapere la cagione di quello che fa, e per sapere quello che vuole: e cosie fue fermato di fare. E quando egliono ebbono questo fermato, feciono due ambasciadori, che andassono al soldano ed isponessongli queste cose, come in tra loro non dovea essere battaglia, perciò ch'erano una cosa; e che 'l soldano dovesse lasciare la terra e renderla ad Argo. Lo soldano rispuose agli ambasciadori, e disse: andate ad Argo, e ditegli ch'io il voglio tenere per nipote e per figliolo, sì com'io debbo; e che gli voleva dare signoria, ch'egli si venisse e che istesse sotto lui; ma non voleva che egli fosse signore; e se così non vuol fare, si gli dite che si apparecchi della battaglia. Argo, quando ebbe intesa questa novella, ebbe grande ira, e disse: non ci è da udire nulla. Allora si mosse con sua gente, e fu giunto al campo, ove dovea essere la battaglia; e quando furono apparecchiati l'una parte e l'altra, e gli istormenti cominciarono a suonare da ciascuna parte, allora si cominciò la battaglia molto forte e molto crudele da ciascuna delle parti. Argo fece il dì grandissima prodezza, egli e sua gente, ma non gli valse. Tanto fu la disaventura, che Argo si fu preso, e perdè allora nella battaglia del soldano. Si era uno uomo molto lussurioso, sì che si pensò di tornare alla terra, e di pigliare molte belle donne che v'erano; allora si partío, e lasciò un suo vicaro nell'oste che avea nome Melichi, che dovesse guardare bene Argo; e così se ne andò alla terra, e Melichi rimase. Ora avenne che uno barone tartero, lo quale era aguale sotto il soldano, vidde il suo signore Argo, lo quale dovea essere di ragione: vennegli un gran pensiero al quore, e l'animo gli cominciò a gonfiare; e diceva infra sè stesso, che male gli pareva che 'l suo signore fosse preso, e pensò di fare suo podere, sì che gli fosse lasciato; e allora cominciò a parlare con altri baroni dell'oste. E a ciascuno parve in buon volere e in buono animo di volersi pentere di ciò e ch'avevano fatto. E quando furono bene accordati, un barone ch'avea nome Baga si fue cominciatore, e levaronsi suso tutti a romore, e andarono alla prigione dove Argo era preso, e dissongli, com'egli s'erano riconosciuti, e che aveano fatto male, e che volevano ritornare alla misericordia e fare e dire bene, e lui tenere per signore; e così s'acordarono; e Argo perdonò loro tutto ciò ch'aveano fatto contra di lui. E incontanente si mossono tutti questi baroni, e andarono al padiglione dov'era Melichi lo vicaro del soldano, ed ebbonlo morto; ed allora tutti quelli dell'oste si confermarono Argo per loro diritto signore. Di presente giunse la novella al soldano, come il fatto era istato, e come Milichi suo vicaro era morto. Quando ebbe inteso questo, si ebbe gran paura, e pensossi di fuggire in Bambellonia, e missesi a partire con quella gente che avea. Un barone lo quale era grande amico d'Argo, si stava ad un passo, e quando lo soldano passava, sì l'ebbe conosciuto, e incontanente gli fu dinanzi in sul passo, ed ebbolo preso per forza, e menollo preso dinanzi ad Argo alla città, che v'era già giunto di tre dì. E Argo, quando il vidde, sì ne fu molto allegro, e incontanente comandò che gli fosse dato la morte, si come a traditore. Quando fu così fatto, ed Argo mandò un suo figliuolo a guardare le terre dell'Albero Solo, e mandò con lui trenta mila cavalieri. A questo tempo che Argo entrò nella signoria corre anni MCCLXXXV, e regnò signore VI anni, e fu avelenato, e cosie morìo. E morto che egli fu Argo, un suo zio entrò nella signoria (perchè il figliuolo d'Argo era molto di lungi), e tenne la signoria due anni, e in capo di due anni fue anche morto di beveraggio. Or vi lascio qui, che non ci hae altro da dire, e dirovvi un poco delle parti di verso tramontana. III. Delle parti di verso tramontana. In tramontana si ha uno re ch'è chiamato lo re Chonci, e sono tarteri, e sono genti molto bestiali. Costoro si hanno un loro domenedio fatto di feltro, e chiamanlo Fattighai, e fannogli anche la moglie, e dicono che sono l'iddii terreni, che guardano tutti i loro beni terreni, e così li dànno mangiare, e fanno a questo cotale iddio, secondo che fanno gli altri tarteri, de' quali v'abbiamo contato adrietro. Questo re Chonci è della ischiatta di Cinghy Cane, ed è parente del Gran Cane. Questa gente non hanno città nè castella, anzi si stanno sempre o in piani o in montagne, e sono grande gente delle persone; vivono di latte di bestie e di carne; biada non hanno, e non son gente che mai facciano guerra ad altrui, anzi istanno tutti in grande pace, e hanno molte bestie, ed hanno orsi che sono tutti bianchi, e sono lunghi XX palmi, ed hanno volpi che sono tutte nere, e asini salvatichi assai, e hanno giambelline, cioè, quelle di che si fanno le care pelle, che una pelle, da uomo, val bene M bisanti; e vaj hanno assai. Questo re si e di quella contrada, dove i cavagli non possono andare, perciò che v'ha grandi laghi e molte fontane, e sonvi i ghiacci sì grandi, che non vi si può menare cavallo; e dura questa mala contrada XIII giornate; ed in capo di ciascuna giornata si ha una posta, ove albergano i messi, che passano e che vengono. E a catuna di queste poste istanno XL cani, gli quali istanno per portare gli messaggi dall'una posta all'altra, sì com'io vi dirò. Sappiate che queste XIII giornate si sono due montagne, e tra queste due montagne si ha una valle, e in questa valle è si grande il fango e il ghiaccio, che cavallo non vi potrebbe andare; e fanno ordinare tregge senza ruote, che le ruote non vi potrebbono andare, però ch'elle si ficcherebbono tutte nel fango, e per lo ghiaccio correrebbono troppo. In su questa treggia pongono un cuoio d'orso, e vannovi suso questi cotali messaggi, e questa treggia mena sei di questi cani, e questi cani sanno bene la via, e vanno infine all'altra posta, e così vanno di posta in posta tutte queste XIII giornate di quella mala via, e quegli che guarda la posta si monta in su 'n una altra treggia, e menangli per la migliore via. E si vi dico, che gli uomeni che stanno su per queste montagne sono buoni cacciatori, e pigliano di molte buone bestiole, e fannone molto grande guadagno, sì come sono giambellini e vaj ed ermellini e coccolini e volpi nere e altre bestie assai, onde si fanno le care pelli; e piglianle in questo modo, ch'e' fanno loro reti, che non ve ne può campare veruna. Qui si ha grandissima freddura. Andiamo più innanzi, e udirete quello che noi troviamo, ciò fu la Valle Iscura. IV. Della Valle Iscura. Andiamo più innanzi per tramontana, e trovamo una contrada chiamata Iscurità, e certo ella hae bene nome a ragione, ch'ella è sempre mai iscura; quivi sì non appare mai sole nè luna nè stelle, sempre mai v'è notte; la gente che v'è vivono come bestie, e non hanno signore. Ma talvolta vi mandono gli tarteri com'io vi dirò: che gli uomeni che vi vanno si tolgono giumente ch'abbiano pulledri dietro, e lasciano gli puledri di fuori dalla scurità, e poi vanno rubando ciò che possono trovare, e poi le giumente si ritornano a' loro pulledri di fuori dalla iscurità: e in questo modo riede la gente che vi si mette ad andare. Queste genti hanno molto di queste pelli così care ed altre cose assai, perciò che sono maravigliosi cacciatori, e ammassono molto di queste care pelli che avemo contato di sopra. La gente che vi sta, son gente palida e di mal colore. Partiamoci di qui, e andiamone alla città di Rossia. V. Della provincia di Rossia. Rossia èe una grandissima provincia verso tramontana, e sono cristiani, e tengono maniera di greci, ed havvi molti re, e hanno loro linguaggio, e non rendono trebuto se non ad uno re di tartari, e quello è poco. La contrada si ha fortissimi passi ad entrarvi. Costoro non sono mercatanti, ma si hanno assai delle pelle, che abbiamo detto di sopra. La gente è molto bella, maschi e femmine, sono bianchi e biondi, e sono semprici genti. In questa contrada si ha molte argentiere, e cavanne molto argento. In questo paese non ha altro da dire: dirovvi della provincia la quale ha nome Lacca, perchè confina colla provincia di Rossia. VI. Della provincia di Lacca. Quando noi ci partiamo di Rossia sie entriamo nella provincia di Lacca; qui vi troviamo gente che sono di cristiani e di saracini. Non ci ha quasi altra novità che abbiamo da quelle di sopra; ma vovvi dire d'una cosa, che m'era dimenticata della provincia di Rossia. In quella provincia si ha sì grandissimo freddo, che a pena vi si può campare, e dura infino al mare oceano. Ancora vi dico che v'ha isole dove nascono molti girfalchi e molti falconi pellegrini, i quali si portano per più parti del mondo; e sappiate che da Rossia ad Orbeche non v'ha grande via, ma per lo grande freddo che v'è, si non vi si puote bene andare. Or vi lascio a dire di questa provincia, che non ci ha altro da dire, e vogliovi dire un poco di tarteri di ponente e di loro signore, e quanti signori hanno avuti. Comincio del primo signore. VII. De' signori de' tarteri del ponente. Lo primo signore ch'ebbono gli tarteri del ponente si fu uno ch'ebbe nome Frai. Questo Frai fu uomo molto possente, e conquistò molte provincie e molte terre, ch'egli conquistò Rossia e Chomania e Alanai e Lacca e Megia e Ziziri e Scozia e Gazarie. Queste furono tutte prese per cagione che non si tenevano insieme, che se elle fossero istate tutte bene insieme, non sarebbono istate prese. Ora dopo la morte di Frai fu signore Patu, dopo Patu si fu Bergho, dopo Bergo Mogleten, poscia fu Catomachu, dopo costui fu il re ch'è oggi, lo quale ha nome lo re Tocchai. Ora avete inteso di signori che sono istati delli tarteri del ponente; vogliovi dire d'una battaglia, che fu molta grande tra lo re Alau signore del levante, e dello re Barga signore del ponente. VIII. D'una gran battaglia. Al tempo degli anni Domini MCCLXI sì si cominciò una grande discordia tra gli tarteri del ponente e quegli del levante, e questo si fu per una provincia, che l'uno signore e l'altro la voleva, sì che ciascuno fece suo isforzo e suo apparecchiamento in sei mesi. Quando venne in capo degli sei mesi, e ciascuno sie uscie fuori a campo, e ciascuno avea bene in sul campo bene ccc mila cavalieri, bene apparecchiati d'ogni cosa da battaglia, secondo loro usanza. Sappiate che lo re Barga avea bene CCCL mila di cavalieri. Or si puose a campo a X miglia presso l'uno all'altro; e voglio che voi sappiate, che questi campi erano i più ricchi campi che mai fossono veduti, di padiglioni e di trabacche, tutti forniti di sciamiti e d'oro e d'ariento; e costì istettoro tre dì. Quando venne la sera, che la battaglia dovea essere la mattina vegnente, ciascuno confortò bene sua gente, ed amonìo, sì come si conveniva. Quando venne la mattina, e ciascuno signore fu in sul campo, e feciono loro ischiere bene e ordinatamente. Lo re Barga fece XXXV ischiere, lo re Alau ne fece pure XXX, perchè avea meno di gente, e ogni ischiera era da X mila uomeni a cavallo. Lo campo era molto bello e grande, e bene faceva bisogno, che giammai non si ricorda che tanta gente s'asembiasse in su 'n un campo; e sappiate che ciascuna gente erano prodi ed arditi. Questi due signori furono amendue discesi della ischiatta di Cinghy Cane, ma poi sono divisi, che l'uno è signore del levante, e l'altro del ponente. Quando furono acconci l'una parte e l'altra, e gli naccheri incominciarono a sonare da ciascuna parte, allora fu cominciata la battaglia colle saette; le saette cominciarono ad andare per l'aria tante, che tutta l'aria era piena di saette, e tante ne saettarono che più non n'avevano. Tutto il campo era pieno d'uomeni morti e di feriti; poi missoro mano alle ispade; quella era tale tagliata di teste e di braccia e di mani di cavalieri, che giammai tale non fu veduta nè udita, e tanti cavalieri a terra, ch'era una maraviglia a vedere da ciascuna parte; nè giammai non morì tanta gente in un campo, che niuno non poteva andare per terra, se no su per gli uomeni morti e feriti. Tutto il mondo pareva sangue, che gli cavagli andavano nel sangue insino a mezza gamba. Lo romore e il pianto era sì grande di feriti ch'erano in terra, ch'era una maraviglia a udire lo dolore che facevano. E lo re Alau fece sì grande maraviglie di sua persona che non pareva uomo, anzi pareva una tempesta; sì che il re Barga non potè durare, anzi gli convenne alla per fine lasciare il campo, e missesi a fuggire: e lo re Alau gli seguì dietro con sua gente, tuttavia uccidendo quantunque ne giugnevano. Quando lo re Barga fu isconfitto con tutta sua gente, e il re Alau si ritornò in sul campo, e' comandò che tutti gli morti fossono arsi, così gli nemici come gli amici, però ch'era loro usanza d'ardere i morti; e fatto ch'ebbono questo, sì si partirono, e ritornarono in loro terre. Avete inteso tutti i fatti di tarteri e di saracini, quanto se ne può dire, e di loro costumi, e degli altri paesi che sono per lo mondo, quanto se ne puote cercare e sapere; salvo che del Mar Maggiore non vi abbiamo parlato nè detto nulla, nè delle provincie che gli sono d'intorno, avegnachè noi il ciercamo ben tutto, perciò il lascio a dire, che mi pare che sia fatica a dire quello, che non sia bisogno nè utile, nè quello ch'altri fa tutto dì; che tanti sono coloro che il cercano e 'l navicano ogni dì che bene si sa, sì come sono viniziani e genovesi e pisani, e molta altra gente che fanno quel viaggio ispesso, che catuno sa ciò che v'è; e perciò mi taccio e non ve ne parlo nulla di ciò. Della nostra partita, come noi ci partimmo dal Gran Cane, avete inteso nel cominciamento del libro in uno capitolo, ove parla della briga e fatica ch'ebbe messer Matteo e messer Niccolò e messer Marco in domandare commiato dal Gran Cane; e in quello capitolo conta la ventura ch'avemo nella nostra partita. E sappiate, se quella aventura non fosse istata, a gran fatica e con molta pena saremo mai partiti, sì che appena saremo mai tornati in nostro paese. Ma credo che fosse piacere di Dio nostra tornata, acciò che si potessero sapere le cose che sono per lo mondo, che secondo ch'avemo contato in capo del libro nel titolo primaio, e' non fu mai uomo nè cristiano nè saracino nè tartero nè pagano, che mai cercasse tanto del mondo, quanto fece messer Marco figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia. Deo gratias. Amen. Amen. FINE. INDICE CAPITOLO I. Interesse dei mercanti genovesi e veneziani nel promuovere delle esplorazioni nel centro dell'Asia.--Condizione della famiglia Polo a Venezia.--I due fratelli Niccolò e Matteo Polo.--Vanno da Costantinopoli alla corte dell'Imperatore della China.--Loro ricevimento alla corte di Kublai-Kan.--L'Imperatore li nomina suoi ambasciatori presso il papa.--Loro ritorno a Venezia.--Marco Polo.--Parte col padre Niccolò e lo zio Matteo per la residenza del re tartaro.--Il nuovo papa Gregorio X.--La relazione di Marco Polo scritta in francese, sotto suo dettato, da Rusticano da Pisa, (dal 1253 al 1324)Pag. 5 CAPITOLO II. L'Armenia Minore.--La Turcomania.--L'Armenia Maggiore.--Il monte Ararat.--La Georgia.--Mussul, Bagdad, Bassora, Tauris.--La Persia.--La Provincia di Kirman.--Comadi.--Ormuz.--Il Vecchio della Montagna.--Cheburgan.--Balk.--Il Balacian.--Cascemir.--Cascegar.--Samarcanda.--Cotan.--Il deserto.--Tangut.--Caracorum.--Signan-fu.--Tenduc.--La grande Muraglia della China.--Ciandu, la città attuale di Sciang-tu.--La residenza di Kublai-Kan.--Cambaluc, attualmente Pekino.--Le feste dell'Imperatore.--Sue caccie.--Descrizione di Pekino.--La zecca ed i biglietti di banca chinesi.--Le poste dell'Impero »15 CAPITOLO III. Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu. --Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu. --Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping. --Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu. --Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou. --Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian. Fuchian »55 CAPITOLO IV. L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla figlia dell'imperatore e gli ambasciatori persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi discendenti.--Ricordi della famiglia Polo»85 APPENDICE. I. Della Gran Turchia Pag. 117 II. D'una battaglia»121 III. Delle parti di verso tramontana »129 IV. Della Valle Iscura»132 V. Della provincia di Rossia »133 VI. Della provincia di Lacca»134 VII. De' signori de' tarteri del ponente »135 VIII. D'una gran battaglia »136 PRESSO GLI STESSI EDITORI GRANT e SPEKE LE SORGENTI DEL NILO Volumi 2 illustrati L. 1-- K. B. JOHNSON IL PAESE DELL'ORO AVVENTURE DI UN EMIGRATO NELLA COLOMBIA INGLESE Volumi 2 illust. L. 1-- MAYNE-REID LE FORESTE VERGINI Volumi 2 illustrati L. 1-- MAYNE-REID IL PAESE DEGLI ELEFANTI Volumi 2 illustrati L. 1-- Nota del Trascrittore. Corretti gli ovvii errori tipografici. Uniformate le varie grafie diverse utilizzate dall'autore per indicare la stessa località. ; » 1 ( ) , , 2 . 3 4 5 ' . 6 , 7 . , , 8 , . 9 ' , , 10 , ' , ' , 11 . ; 12 , , 13 ' . 14 15 16 ; 17 ' , 18 . ' . 19 , , 20 , . 21 , , 22 ' . 23 24 , , 25 . , , 26 , 27 , 28 , . 29 , , 30 . 31 , 32 . , 33 , 34 , , 35 . , , , 36 . , , 37 , 38 , . 39 , ' 40 : 41 42 « . . . . . , 43 , 44 , ' , 45 , 46 , , , ' 47 , , 48 , 49 . , 50 , 51 , , 52 , 53 ' ' . 54 55 « , 56 ' ; , 57 , , , 58 , , 59 , , 60 61 , , , 62 , , , 63 , ' 64 . 65 ' 66 , , ' 67 , , 68 . 69 70 « 71 72 , 73 , ' 74 ' ' , 75 . 76 77 « , , ' 78 ' , 79 ' 80 ; , ' , 81 ' ' 82 ; 83 . , ' , 84 ; 85 86 . 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