(-Nota del Trad.-)
[21] Verso la metà del secolo XII, si sparse in Europa la vaga notizia
dell'esistenza in Asia di un sovrano, spirituale e temporale ad un
tempo, chiamato Prete Gianni. Dalle ricerche fatte dagli storici
risulterebbe in fatti che al tempo della presa d'Antiochia era re del
Cara-Catay, Coir-can, e che dopo la sua morte usurpò il trono un prete
nestoriano, capo dei Naimans, generalmente chiamato il Prete Giovanni.
[22] Specie di tessuto di peli di cammello, molto compatto e molto
solido, che un giorno si fabbricava in Oriente, ed oggi si fabbrica
anche da noi con peli di capra. Ai nostri dì il -cambellotto- è pure una
stoffa di lana pura, o mista di lana e seta, che si prepara tanto in
Francia che in Italia. (-Nota del Trad.-)
[23] Cioè, è condannato a morte dalla giustizia. (-J. V.-)
[24] Cinghis Cane, figlio maggiore dell'imperatore, essendo venuto a
morte, l'eredità del trono spettava di diritto al primogenito del
defunto. Come ognuno vede, questa legge è la stessa che regola le
successioni delle monarchie europee. (-Nota del Trad.-)
[25] -Morus papyrifera.- Parlando di queste specie di gelso, il Capitano
Mayne-Reid così si esprime: «Il -morus papyrifera- è originario della
China, del Giappone o delle isole dell'Oceano Pacifico: ma come gli
altri gelsi, venne portato in Europa ed in America, ove lo si coltiva
oggidì a titolo d'ornamento. Il suo frutto, di colore scarlatto, è
sferico, in luogo d'essere oblungo come quelli dei gelsi propriamente
detti. È per questa ragione che i botanici fanno un genere a parte, di
cui è l'unico campione: le sue foglie non servono di cibo al baco da
seta, ma costituiscono, in cambio, un eccellente foraggio pel bestiame.
Però la parte più interessante del -gelso-papiro- è senza dubbio la
corteccia, che serve a fabbricare la carta nella China e nel Giappone. È
appunto con questa sostanza che si fabbrica la magnifica carta della
China, che serve nell'incisione, ed è con questa stessa corteccia che i
naturali delle isole della Società tessono quella superba stoffa bianca,
che causò tanta sorpresa agli Europei allorchè la videro per la prima
volta.» (-Nota del Trad.-)
[26] Malgrado la pomposa dissertazione che fa il Polo intorno ai meriti
ed i vantaggi della -carta monetata-, diremo che questa istituzione, di
cui i Chinesi avevano già sperimentato tutti i beni e tutti i mali,
essendo stata introdotta in China (secondo le dotte ricerche del
Klapreth) sino dall'807 dell'èra volgare, regnando Ian-tsunh, della
dinastia dei Tang, fu causa di gravissimi scompigli nelle finanze
chinesi, sia per la spaventosa falsificazione di quelle carte, sia pei
fallimenti delle banche autorizzate all'emissione di questi cenci
rappresentativi delle ricchezze. Nel 1287 Kublai-Khan, adottando il
progetto del ministro Lusci-iung, piantò il credito sulla base fallace
della violenza: la rovina del commercio, il depauperamento de' privati,
la perdita d'ogni fiducia nel principe, furono gli effetti inevitabili
di questo pericoloso sistema. Invano la dinastia dei Ming cercò di
sostenere il credito periclitante: il governo passava da un fallimento
all'altro; e verso la metà del secolo XV^o una crisi finale fece
scomparire nella China, per sempre, la carta monetata.
Vorremmo ingannarci, ma tale è pure la sorte serbata alla circolazione
cartacea presso le nazioni europee. (-Nota del Trad.-)
CAPITOLO III.
Tso-tcheu.--Tainfu.--Pin-yang-fu.--Il fiume Giallo.--Chaciafu.
--Si-gnan-fu.--Il Sze-tchuen.--Ching-tu-fu.--Il Tibet.--Li-Kiang-fu.
--Il Caragia.--Yung-chang.--Mien.--Il Bengala.--L'Annam.--Il Tai-ping.
--Sinuglil.--Sindi-fu.--Chacafu.--Ciaglu.--Ciagli.--Codifu.
--Lin-tsin-tcheu.--Lin-tching-hien.--Il Mangi.--Yang-tcheou.
--Città del litorale.--Quinsay o Hang-tcheu.--Il Fu-chian.
Marco Polo, dopo aver soggiornato a Cambalu, venne dal Gran Kan
incaricato d'una missione che lo tenne lontano ben quattro mesi dalla
capitale. Lontano dieci miglia circa da Cambaluc, verso il sud, traversò
il magnifico fiume Pehonor, che egli chiama Pulinzanchiz; lo valicò
sopra un bel ponte di marmo di ventiquattro arcate, lungo trecento
passi, il quale non ha il simile in tutto il mondo. A trenta miglia di
là incontrò Tso-tcheu, città industriale che ha eccellenti alberghi pei
viaggiatori, ed ove si lavora specialmente in legno di sandalo, tessuti
di seta e d'oro.
A dieci giornate da Tso-tcheu, giunse nella moderna città di Tainfu, che
fu un tempo sede di un governo indipendente. Tutta quella provincia gli
parve ricca di viti e di gelsi; la principale industria della città era
allora la fabbricazione delle armature per conto dell'imperatore. Sette
giornate più oltre trovò la bella città di Pianfu, oggidì Pin-yang-fu,
tutta dedita al commercio ed al lavoro della seta. Marco Polo, dopo aver
visitata questa città, giunse sulle rive del celebre fiume Giallo,
ch'egli chiama Charamera, ossia -fiume nero-, forse a causa delle sue
acque oscurate dalle piante acquatiche. Attraversato il fiume, giunse ad
una nobile città chiamata Chaciafu, nella quale alcuni commentatori
ravvisano la moderna Pu-ceu-fu (che allora chiamavasi O-ciung-fu) sulla
riva orientale del fiume Giallo[27], e che è ai nostri dì una delle più
ragguardevoli città del Scian-si. Lasciata quella città, ove non vide
nulla che meritasse menzione, Marco Polo percorse a cavallo una bella
contrada, sparsa di castella, di città, di giardini, e ricca di
cacciagione. Dopo otto giorni di cammino, giunse alla nobile città di
Si-gnan-fu, allora chiamata Quengianfu, antica capitale della dinastia
dei Thang. Ivi regnava un figlio del Gran Kan, per nome Manghala,
principe giusto ed amato dal suo popolo; egli abitava, fuori della
città, un magnifico palazzo costrutto in mezzo ad un parco, le cui mura
merlate avevano circa cinque miglia di circonferenza. Quella città
presentava allora un mercato importantissimo di gioie, stoffe ed
armature d'ogni genere.
Da Si-gnan-fu il nostro viaggiatore si diresse verso il Tibet,
attraversando una contrada montuosa ch'egli chiama Chunchum, e che
probabilmente corrisponde alla moderna provincia di Sze-tchuen. «Egli ha
per monti e per valli città e castella assai, e sono idoli, e vivono di
loro lavorio di terra e di boscaglie; e havvi molti boschi, ove sono
molte belle bestie selvatiche, come sono lioni e orsi e cavriuoli, lupi
cervieri, daini e cierbi, e altre bestie assai, sì che troppo n'hanno
grande utilità.»
Dopo aver viaggiato ventitre giorni, toccò i confini della immensa
pianura di Ambalet-Mangi. Quel paese è fertile, ricco d'ogni sorta di
produzioni e particolarmente di zenzero, di cui fornisce tutta la
provincia del Cattai. Ed è tale la fertilità del suolo, che, secondo un
viaggiatore francese, E. Simon, lo si vende oggidì a 30,000 franchi
all'ettara, cioè tre franchi al metro. Nel secolo XIII quella pianura
era coperta di città e castella, e gli abitanti vivevano dei frutti del
terreno, dei prodotti del bestiame e della selvaggina, che forniva ai
cacciatori una preda facile ed abbondante.
Continuando il suo viaggio verso ponente, Marco Polo penetrò nella
provincia di Sze-tchuen, e giunse alla nobile città di Sindi-fu, la
moderna Chin-tu-fu, la cui popolazione attuale supera 1,500,000
abitanti. Sindi-fu misurava allora un circuito di venti miglia, era
divisa in tre parti, ognuna delle quali, circondata d'un muro
particolare, aveva il proprio re prima che Kublai-Kan se ne
impadronisse. «E sappiate, dice il Polo meravigliato, che per mezzo
questa città passa un gran fiume d'acqua dolce, ed è largo bene mezzo
miglio, ov'ha molti pesci, e va infine al mare Oceano, e havvi bene da
ottanta in cento miglia, ed è chiamato Quiia-fu.»
Questo fiume non è altro che l'Yang-tse-kiang, che attraversa la China
da ovest ad est, e n'è il fiume più importante. Sulle nostre carte lo
troviamo indicato col nome di Fiume Bleu.
«E in su questo fiume, prosegue il Veneziano, ha città e castella assai,
e havvi tante navi, che appena si potrebbe credere chi nol vedesse; e
v'ha tanta moltitudine di mercatanti, che vanno giuso e suso, ch'è una
grande meraviglia. E il fiume è sì largo, che pare un mare a vedere, non
fiume. E dentro della città in su questo fiume è un ponte tutto di
pietre, ed è lungo bene un mezzo miglio, e largo otto passi: e su per
quello ponte ha colonne di marmo, che sostengono la copritura del ponte;
e sappiate ch'egli è coperto di bella copritura, e tutto dipinto di
belle istorie, e havvi suso più magioni ove si tiene molta mercatanzia e
favvisi arti: ma si vi dico che quelle case sono di legno, che la sera
si disfanno e la mattina si rifanno. E quivi è lo camarlingo del Gran
Sire, che riceve lo diritto della mercatanzia che si vende in su quel
ponte; e si vi dico che il diritto di quel ponte vale l'anno bene mille
bisanti[28].»
Uscito da quella città commerciale e industriosa, Marco Polo, dopo
cinque giorni di marcia, attraverso vaste foreste, giunse alla provincia
del Tibet, ch'egli dice «molto guasta dalla guerra fattavi da
Mogut-Kan.»
La provincia del Tibet, alla quale i Chinesi dànno nome di Si-tsang o
Tsang occidentale, è abitata da leoni, orsi ed altre belve, da cui i
viaggiatori durerebbero fatica a difendersi, se non vi crescessero in
gran copia quelle canne meravigliosamente grosse e alte, che noi
chiamiamo bambù.[29] Infatti «gli mercatanti e gli viandanti prendono
quelle canne la notte e fannole ardere nel fuoco; perchè fanno sì grande
iscoppiata, che tutti gli lioni e orsi e altre bestie fiere hanno paura
e fuggono, e non si accosterebbero al fuoco per cosa del mondo. E
questo si fanno per paura di quelle bestie chè ve n'ha assai. Le canne
iscoppiono, perchè si mettono verdi nel fuoco, e quelle si torcono e
fendono per mezzo, e per questo fendere fanno tanto romore, che s'odono
dalla lunga presso a cinque miglia di notte, e piue; ed è sì terribile
cosa a udire, che chi non fosse d'udirlo usato, ogni uomo n'avrebbe gran
paura, e gli cavagli che non ne sono usi, si spaventano sì forte che
rompono capresti, e ogni cosa e fuggono; e questo avviene spesse volte.
E a ciò prendere rimedio, a cavagli che non ne sono usi, e' gli fanno
incapestrati di tutti e quattro li piedi, e fasciare gli occhi, e turare
gli orecchi; si che non può fuggire quando ode questo iscoppio; e così
campano gli uomeni, la notte, loro e le loro bestie.»
Lo stratagemma riferitoci dal Polo viene ancora impiegato nelle contrade
che producono il bambù, e per vero lo scoppio delle canne divorate dalle
fiamme può paragonarsi ai più violenti petardi d'un fuoco d'artifizio.
Secondo la relazione del viaggiatore veneziano, il Tibet è una
vastissima provincia divisa in otto reami, con molte città e castella,
bagnata da fiumi e laghi ed attraversata da montagne dalle quali si trae
oro in quantità. I fiumi che hanno origine nel Tibet e sopratutto il
Kin-cha-kiang (Yang-tse-kiang), il cui nome significa -fiume dall'aurea
sabbia-, sono ricchi di pagliuzze d'oro. Gli abitanti sono idolatri e
malvagi, e formano una razza di terribili ladroni. Vivono dei frutti
della terra, di bestie e d'uccelli. Le donne sono impudiche, e fanno,
per doni, di sè mercato ai viaggiatori che attraversano quella
provincia. Quantunque il Tibet fosse allora sotto la dominazione del
Gran Kan, non vi si conoscevano nè le monete nè le banconote
dell'impero; all'incontro vi si spendeva il corallo, di cui gli abitanti
adornavano il collo delle loro femmine ed i loro idoli.
Marco Polo, nel lasciare Si-gnan-fu, erasi diretto verso l'ovest.
Traversò il regno di Gaindu che secondo alcuni corrisponderebbe al
territorio settentrionale dei Birmani, secondo altri invece a quella
montuosa regione circondata dai territorî del Bengala, Arracan, abitata
da schiatte indigene dette Cain, Chien o Chiaen, lungo le rive del
braccio sinistro del fiume Arracan, e visitò un bel lago, che produceva
ostriche perlifere, la cui pesca era riservata all'imperatore. Vide
anche una montagna dalla quale si cavavano quelle pietre conosciute
sotto il nome di turchese. Il garofano, lo zenzero, la cannella ed altre
spezie davano in quel paese abbondantissimi raccolti.
Gli abitanti di questa provincia non hanno denaro, ed impiegano come
moneta dei pezzi di sale di mezza libbra, una libbra, ecc. ecc. Non
conoscono vergogna alcuna, giacchè trovano naturale il far marcato delle
proprie mogli, figlie e sorelle ai forestieri che attraversano la
contrada.
Lasciato il regno di Gaindu, e traversato un gran fiume da lui chiamato
Brunis che pare fosse il Kincha-kiang, fiume a rena d'oro, Marco Polo
tornò direttamente al sud-est, e penetrò nella provincia di Garagia,
regione che si crede formi la parte nord-ovest dell'Yun-nan, chiamata
tutt'ora, dagli indigeni e dai maomettani dell'Asia Centrale, Caraian; e
ch'era allora governata da Jesau Temur, nipote di Kublai.
Secondo il Veneziano, gli abitanti di quella provincia, eccellenti
cavalcatori, mangiavano la carne cruda dei polli, dei montoni, dei
bufali e dei buoi; i ricchi soltanto la condivano d'una salsa composta
d'aglio e di buone spezie. Quel reame era altresì frequentato da grossi
serpenti orribili a vedersi.
Quei rettili, probabilmente alligatori, erano lunghi dieci passi;
avevano due gambe poste sul davanti presso il capo ed armate d'un
unghione che era smisurato; la loro gola poteva inghiottire un uomo in
un boccone.
La capitale di questa provincia è una città che il Polo chiama Jaci, e
che si crede corrisponda alla moderna Tsu-iong-fu. Gli abitanti sono
parte maomettani, parte cristiani nestoriani, ed il rimanente idolatri.
«Quivi hae mercatanti ed artefici, dice il nostro viaggiatore, e
spendono per moneta -porcellane bianche-, che si truovano nel mare.» È
questa una specie di conchiglia che noi conosciamo sotto il nome di
-Cyproea moneta-, che gli Indiani chiamano -Cooris-, usata anche ai dì
nostri come moneta alle Maldive ed in diverse parti delle Indie.
Marco Polo passa quindi a descrivere la maniera impiegata dagli
indigeni di quella contrada per impadronirsi dei terribili alligatori
che infestano i loro corsi d'acqua, e dice che il fiele di questi
anfibî, preso come beveraggio, è reputato nel paese come medicina contro
la morsicatura d'un cane rabbioso.[30]
A cinque giornate all'ovest di Caragia, Marco Polo, continuando ancora
verso mezzodì, penetrò nella provincia di Ardanda, la cui capitale,
Vaciau, sembra corrispondere alla moderna città di Yung-chang. Tutti gli
abitanti di questa città avevano denti d'oro, cioè usavano coprirli con
laminette d'oro, che levavano per mangiare. Gli uomini di quella
provincia, tutti cavalieri, «non fanno nulla salvo che uccellare, andare
a caccia od andare in oste (-in guerra-)»: i lavori faticosi sono
riservati alle donne ed agli schiavi. Gli abitanti di Ardanda non hanno
idoli, nè chiese, ma adorano il più vecchio della famiglia;
cioè il nonno, il patriarca. Siccome non conoscono scrittura di
sorta, così «quando hanno, dice il Polo, affare l'uno con l'altro, fanno
tacche di legno, e l'uno tiene l'una metà, e l'altro l'altra metà;
quando colui dee pagare la moneta, egli la paga e fassi dare l'altra
metà della tacca.» Non hanno medici, ma bensì dei maghi od incantatori,
che saltano, danzano, cantano e suonano strumenti presso il malato; e
quindi ordinano sacrifizi e banchetti, finchè l'infermo muore o risana.
Nel lasciare la provincia ove gli abitanti avevano i denti d'oro, Marco
Polo seguì la grande strada che serve al traffico tra l'India e
l'Indo-Cina, e passò per Bamo ove, tre volte la settimana, si teneva un
gran mercato, che attirava i negozianti dei paesi più lontani. Dopo aver
cavalcato quindici giorni in mezzo a foreste popolate da elefanti,
liocorni ed altre fiere, giunse a Mye, o a Mien, cioè in quella parte
dell'alto Birman la cui capitale, di recente costruzione, si chiama
Arampura. Questa città di Mien, che fu probabilmente l'antica Ava,
chiamata dagli indigeni Miamma, ora in ruina; oppure la vecchia Paghau,
situata sull'Irraonady, possedeva una vera meraviglia architettonica;
erane due torri, l'una costrutta di belle pietre ed interamente coperta
da una lamina d'oro dello spessore d'un dito, l'altra ricoperta da una
lamina d'argento, ambe fatte costruire da un re di Mien, prima che quel
reame cadesse in potere del Kan.
Dopo di aver visitata quella provincia, Marco Polo discese fino a
Baugala, l'attuale Bengala, oggidì una delle tre grandi divisioni
dell'India Inglese, e che a quei tempi, nel 1290, non apparteneva ancora
a Kublai-Kan. Le armate dell'imperatore si adoperavano allora a
conquistare quel paese fertile, ricco di cotone, di zenzero, di canne da
zucchero, e i cui magnifici buoi eguagliavano in grossezza gli elefanti.
Poscia, di là, il viaggiatore si avventurò fino alla città di Cangigu,
nella provincia dello stesso nome. Alcuni credono che sotto questo nome
abbia ad intendersi il regno di Tonkino, altri invece il territorio di
Cangcur. Gli abitanti di quel regno praticavano il tatuaggio, e mediante
aghi si disegnavano sul volto, sul collo, sul ventre, sulle mani, sulle
gambe, immagini di leoni, di draghi, d'uccelli, «e chi più n'ha di
queste dipinture più si tiene gentile e bello.»
Cangigu è il punto più meridionale raggiunto da Marco Polo in questo
viaggio. A partire da questa città risalì verso il nord-est, e pel paese
d'Amu, che credesi sia il territorio di Bamu, in mezzo all'Impero
Birmano ed alla provincia del Yun-nan, giunse nella provincia di Toloma,
oggidì conosciuta sotto il nome di Tai-ping. Ivi trovò begli uomini,
bruni di pelle, valenti guerrieri, i cui monti sono muniti di castelli
fortificati e che si nutrono abitualmente di carne, riso e spezie.
«Quando muoiono fanno ardere i loro corpi, e l'osse che non possono
ardere sì le mettono in piccole cassette, e portanle alle montagne, e
fannole istare appicate caverne, si che niuno uomo nè altra bestia non
puote toccare. L'oro abbonda nel paese; usano però come piccola moneta
la -porcellana-, ossia quella conchiglia (-Cyproea moneta-) di cui
abbiamo già parlato più addietro. Vivono di carne, di latte, di riso e
di spezie.
Qui il signor Charton fa giustamente osservare che il viaggiatore si
allontana dal paese conosciuto sotto il nome d'India al di là del
Gange, e ritorna verso la China. Infatti, lasciata Toloma, Marco Polo
seguì per dodici giorni, verso levante, un fiume sulle cui rive
sorgevano molte città e castella; e giunse alla città di Sinuglil, che
si crede sia la moderna Sou-tcheou, capitale della provincia di Guinguì,
che dev'essere, scrive il Lazari, il territorio bagnato dalle acque del
Chin-scia-chiang. Ciò che lo colpì dippiù in questa contrada,--e si ha
ragione di credere che l'ardito esploratore fosse anche un valente
cacciatore,--fu il gran numero di leoni che infestavano le pianure e le
montagne. Tutti i commentatori sono però d'accordo nel ritenere che i
leoni di Marco Polo non fossero altro che tigri, non essendovi leoni
nella China. Ecco quanto ne dice il Veneziano: «V'ha tanti leoni, che se
neuno dormisse la notte fuori di casa, sarebbe incontanente mangiato. E
chi di notte va per questo fiume, se la barca non istà ben di lungi
dalla terra, quando si riposa la barca, andrebbe alcuno leone, e
piglierebbe uno di questi uomeni, e mangerebbolo; ma gli uomeni se ne
sanno bene guardare. Gli leoni vi sono grandissimi e pericolosi. E sì vi
dico una grande maraviglia, che due cani vanno a un gran leone, e sono
questi cani di questa contrada, e sì lo uccidono, tanto sono arditi. E
dirovvi come. Quando un uomo è a cavallo con due di questi buon cani,
come i cani veggono il leone, tosto corrono a lui, l'uno dinanzi e
l'altro di dietro, ma sono sie (-sì-) ammaestrati e leggieri che 'l
lione non gli tocca, perciò che 'l lione riguarda molto l'uomo; poi il
lione si mette a partire per trovare albore (-albero-), ove ponga le
reni per mostrare il viso agli cani, e gli cani tuttavia lo mordono alle
coscie, e fannolo rivolgere or qua or là, e l'uomo ch'è a cavallo, sì lo
seguita percotendolo con sue saette molte volte, tanto che 'l lione cade
morto, sì che non si puote difendere da uno uomo a cavallo con due buoni
cani.»
Parlando degli abitanti di questa provincia, dice che «hanno sete assai,
che sono idolatri, sottoposti al Gran Cane, e spendono monete di carta.»
Da quella provincia, Marco Polo risalì direttamente il fiume, ed in capo
a dodici giorni fu di ritorno a Sindi-fu, capitale della provincia di
Szet-chuen, dalla quale era partito per compiere la sua escursione nel
Tibet. Di là, riprendendo la via già percorsa, fece ritorno presso
Kublai-Kan, dopo aver felicemente compiuta la sua missione
nell'Indo-China.
Sembra che allora Marco Polo venisse incaricato dall'imperatore
d'un'altra missione nella parte sud-est della China «la parte più ricca
e più commerciale di quel vasto impero, dice il Pauthier nel suo bel
lavoro sul viaggiatore veneziano, e quella altresì su cui, dopo il
secolo XVI, si ebbero in Europa maggiori notizie.»
Se stiamo all'itinerario tracciato sulla carta del Pauthier, Marco
Polo, lasciando Cambalu, si diresse al mezzodì verso Chacafu, ch'è la
moderna Ho-hien-fu, una delle più ragguardevoli città del Peche-li; di
là a Ciaglu, oggidì Tsan-tcheou, ove si fabbricava il sale, che veniva
esportato nelle circostanti contrade, indi a Ciagli, città industriosa
che i commentatori ritengono sia la moderna Tetcheu, sulle rive
dell'Eu-ho, all'entrare della provincia di Shan-tung; finalmente a
Codifu o Codiufu, l'attuale Tsi-nan-fu, capitale della provincia di
Shan-tung, patria del grande filosofo e legislatore Confucio[31]. Codifu
era a quel tempo una grande città, la più nobile di tutte quelle
contrade, frequentatissima dai negozianti di seta, ed i cui meravigliosi
giardini producevano gran quantità di frutti deliziosi. A tre giornate
di cammino da Codiufu, Marco Polo trovò la città di Siugni, che credesi
corrisponda alla moderna Lin-tsin-sceu, posta all'imboccatura del gran
canale di Yun-no, punto di convegno delle innumerevoli navi che «recano
nelle provincie del Mangi e del Cattai grandi mercatanzie, tanto, ch'è
maraviglia a credere.»
[Illustrazione: Quel paese gli parve caldissimo ed insalubre, ma ricco di
datteri e d'altri alberi fruttiferi.... Cap. II, -pag.- 22]
Otto giorni dopo traversava Lingni, che sembra corrispondere all'odierna
città di Lin-tching-hien; quindi passava per Pigni, oggidì Pi-tcheou;
Cigni, che si crede sia la moderna Sut-zi-hien, e giungeva al Caramera o
Fiume Giallo, che aveva già traversato nel suo corso superiore, mentre
dirigevasi verso l'Indo-China.
Parlando dell'importanza di questo fiume nella navigazione e nel
commercio dell'impero, ecco le parole testuali del Polo: «Sappiate che
il gran fiume di Caramera, che viene dalla terra del Prete Gianni, è
largo un miglio; ed è molto profondo, sì che bene vi puote andare gran
nave; egli ha questo fiume bene quindicimila navi, che tutti sono del
Gran Cane, per portare sue cose, quando fa oste (-guerra-), all'isole
del mare, che 'l mare è presso a una giornata. E ciascuna di queste navi
vuole bene quindici marinari, e portano in ognuna quindici cavagli
cogli uomeni, co' loro arnesi e vivande.»
Il nostro viaggiatore attraversò quel fiume, e si trovò nella provincia
di Mangi, un tempo distinta col nome d'Impero dei Song, e sottomesso da
Kublai solo dal 1278.
Questo impero, prima di appartenere a Kublai-Kan, era governato da un re
pacifico, che abborriva la guerra, ed era pietoso verso gl'infelici. Il
testo francese dei viaggi di Marco Polo parla di lui alquanto
diffusamente nei termini, seguenti, che traduciamo: «Quell'ultimo
imperatore della dinastia dei Song poteva spendere tanto, che era un
prodigio; vi racconterò di lui due tratti nobilissimi. Ogni anno egli
faceva allattare ben ventimila bambini; dacchè è costume in quei paesi,
che le povere donne gettino via i figli appena nati, quando non possono
nutrirli. Il re li faceva raccoglier tutti, faceva inscrivere sotto qual
segno e sotto qual pianeta erano nati, poi li dava a nutrire in diversi
luoghi, perchè manteneva nutrici in quantità[32]. Quando un ricco
non aveva figli, andava dal re e si faceva dare quanti bambini
voleva, e quelli che voleva; poi il re, quando i giovani e le fanciulle
erano in età da unirsi in matrimonio, li sposava fra loro, e dava loro
da vivere; in tal modo ogni anno ne allevava ben ventimila tra maschi e
femmine. Se passando in qualche strada vedeva una casa piccola fra due
grandi, domandava perchè quella casetta non era grande come le altre, e
se gli dicevano ciò essere perchè apparteneva ad un povero, tosto la
faceva ridurre bella ed alta come le altre. Quel re si faceva sempre
servire da mille paggi e da mille damigelle. Manteneva nel suo regno una
giustizia così severa, che non vi si commetteva nessun delitto; durante
la notte le case del mercanti rimanevano aperte, nè alcuno vi prendeva
nulla; si poteva viaggiare di notte come di giorno.»
Entrando nella città di Mangi, Marco Polo trovò Chygiagni, oggidì
Hoai-gnan-fou, nella provincia di Kiang-nan, città posta sulle rive del
fiume Giallo, la cui principale industria è la fabbricazione del sale,
che si cava da alcune paludi salmastre. Ad una giornata da quella città,
seguendo una strada lastricata di belle pietre, il viaggiatore giunse
alla città di Pauchi, oggidì Pao-yng, rinomata pe' drappi d'oro, Chayu o
Kac-yeou, i cui abitanti sono cacciatori e pescatori valenti, poi a
Tai-tcheou, ove approdano navigli in gran numero; ed arrivò finalmente a
Yangui.
Questa città di Yangui è l'odierna Yang-tsceu, di cui Marco Polo fu
governatore durante tre anni. È città popolatissima e molto
commerciante, ed ha non meno di due leghe di circuito. Marco Polo partì
da Yangui per diverse esplorazioni, che gli permisero di studiare
minutamente le città del litorale e dell'interno.
Dapprima il viaggiatore si diresse verso ponente e giunse a Nangi (da
non confondersi colla moderna Nan-king), città posta in una provincia
fertilissima, i cui abitanti, dice il Polo, «vivono di mercatanzie e
d'arti, e hanno seta assai e uccellazioni e cacciagioni, e ogni cosa da
vivere, e hanno lioni assai.» Proseguendo il suo viaggio, visitò
Saianfu, oggidì Siang-yang-fou, nella provincia Hon-quang. Fu questa
l'ultima città del Mangi che resistette alla dominazione di Kublai-Kan.
L'imperatore vi tenne l'assedio per tre anni, e se ne impadronì da
ultimo mercè i tre Polo, i quali costrussero potenti baliste che
schiacciarono gli assediati sotto una grandine di sassi, alcuni dei
quali pesavano fin trecento libbre.
Da Saianfu Marco Polo tornò sui suoi passi per esplorare le città del
litorale. Egli rientrò senza dubbio a Yang-tcheou; visitò Sigui, città
posta sul fiume Yang-tse-kiang, che nel suo corso superiore è chiamato
Kin-scia-kiang. Questa città di Sigui (da non confondersi con quella di
cui il Polo ha parlato indietro) di cui non sanno che congetturare i
commentatori, sorge in un punto ove il fiume è largo più d'una lega, e
riceve più di mille navigli in una volta. Da Sigui si portò a Chiagui
(la moderna Chua-tcheou), posta nel luogo ove il canale imperiale entra
nel Yang-tse-kiang. È questa la città che fornisce di biade la massima
parte della corte imperiale. Visitò Cinghiafu (Tching-kian-fou) di
faccia a Chua-tcheou, ov'erano due chiese di cristiani nestoriani;
Cinghingiu (Tchang-tcheou-fou), presso il Canale, città commerciale ed
industriale, e Su-tcheu o Sut-sen, grande città di sei leghe di
circuito, che, secondo la relazione esageratissima del viaggiatore
veneziano, possedeva allora non meno di seimila ponti. Soggiornò qualche
tempo a Ingiu, città posta ad una giornata da Su-tcheu, e che credesi
corrisponda alla moderna Ho-tcheu; indi a Cianghi (Kia-hing); per ultimo
entrò nella nobile città di Quinsay, l'antica e famosa Hang-tcheu,
capitale della provincia di Tche-kiang, che divenne sede degli
imperatori quando i Song, incalzati da Nu-tché, vi si rifugiarono, nel
1132, e allora essa fu chiamata King-se, onde la Quinsay del Polo, la
King-sai di Rascideddin, e la Cansa d'Ihn-Batuta; che a torto alcuni
arguirono significasse la -città del cielo-.
Quinsay, che corrisponde alla moderna Hang-tcheou-fou, ha cento miglia
di circuito, ed è traversata dal fiume Tsientang-kiang, che, diramandosi
all'infinito, fa di Quinsay un'altra Venezia. Quell'antica capitale dei
Song è popolosa quasi quanto Pekino; le vie sono selciate di pietre e
mattoni: si contano, secondo Marco Polo, «dodicimila ponti di pietra, e
sotto la maggior parte di questi ponti vi potrebbe passare, sotto
l'arco, una gran nave, e per gli altri bene mezza nave.» In quella città
vivono i più ricchi negozianti del mondo, le cui mogli «stanno così
delicatamente come se fossero cose angeliche.» Quivi è la residenza d'un
vicerè che governa per l'imperatore più di centoquaranta città. Vi si
vedeva ancora il palagio dell'antico sovrano del Mangi, circondato da
bei giardini, con laghi, fontane, e contenente più di mille camere. Il
Gran Kan ricava da quella città e dalla provincia rendite immense, fra
cui va contato il prodotto del sale, dello zuccaro, delle spezie e della
seta, che costituiscono la principale produzione del paese.
«A quindici miglia da Quinsay, tra greco e levante, dice il Polo, è il
mare Oceano, e quine (-quivi-) è una città che ha nome Giafu, ove ha
molto buon porto, e havvi molte navi che vengono d'India e d'altri
paesi. E da questa città al mare hae un gran fiume, onde le navi possono
venire infino alla terra.» Questa Giafu credesi dai commentatori sia la
moderna città di Kuang-teheu o Canton, una delle più grandi e più
ricche città commerciali della China.
«Quando l'uomo si parte di Quinsay, dice il Veneziano, e' vae una
giornata verso iscirocco, tuttavia trovando palagi e giardini molti
belli, ove si truova tutte cose da vivere; di capo di questa giornata si
truova questa città, c'ha nome Tapigni, molto bella e grande, ed è
disotto a Quinsay.» Qualche commentatore ha ravvisato nella Tapigni del
Polo la moderna Fu-yang; altri invece Chao-hing-fou.
In seguito il nostro viaggiatore visitò: Nugui (Hon-tcheou), Chegui
(Tchu-ki, o, secondo altri, Yen-tcheou-fou), Ciafia (Kin-tcheou), e
finalmente Chagu (Kiang-chan-fu), l'ultima città del reame del Quinsay.
Marco Polo entrò quindi nel regno di Fugui. Secondo la sua relazione,
gli abitanti di questa contrada sarebbero gente crudele, antropofaghi,
«che tutto dì vanno uccidendo gli uomeni e bevendo il sangue, e poscia
gli mangiano tutti, e altro non procacciano.» Visitò Quellafu
(Kien-ning-fou) sulle rive del Min, bellissima città che ha ponti di
pietra lunghi un miglio; e dove «avvi galline che non hanno penni ma
peli come gatte, e tutte nere, e fanno uove come le nostre, e sono molto
buone da mangiare;» Ungue, città che i commentatori non hanno saputo
trovare, ma che si suppone sia la moderna Mingtsing, sebbene non siavi
veruna somiglianza di nome.
Poco dopo il Veneziano entrò nella città di Fugui, capitale del regno di
Cancha; nella quale i commentatori hanno ravvisato Fu-ceu, capitale del
Fu-chian, che giace a breve distanza dal mare, sopra un braccio del
Niao-tung-chiang (Min). Ivi gli abitanti sono idolatri e dediti al
commercio delle pietre preziose, dello zucchero e d'altre mercanzie che
vengono per mare dall'India.
Da Fugui, dopo aver viaggiato per cinque giornate verso sud-ovest,
attraversando valli e pianure seminate di città e castelli, raggiunse
Zarton, nella quale i commentatori hanno riconosciuto l'odierna
Tsiuan-ceu, celebre porto della China meridionale, nella provincia di
Fu-chian, detto eziandio volgarmente Tseu-tung, che anche sotto la
dominazione dei Ming era assai frequentato dagli Arabi, dai Persiani e
dagli Indiani.
Dopo di aver parlato dei tesori che trae il Gran Kan da questa città,
pel commercio importante ch'ivi si esercita in spezie e prodotti d'ogni
genere dell'India, Marco Polo dice che in questa provincia havvi una
città per nome Tenugnise (Ting-tcheou, nella parte occidentale del
Fo-kien) ove si fabbricano le migliori scodelle di porcellana del mondo,
ad un prezzo veramente tenuissimo.
Il Polo rimase qualche tempo nella città di Zarton, che i commentatori
ritengono l'estremo punto da lui visitato in questo viaggio nella China
sud-orientale.[33]
NOTE:
[27] I Chinesi dànno a questo fiume il nome di: Hoang-ho.
(-Nota del Trad.-)
[28] Pari a L. 20,220.--Il -Bisante- è un antica moneta d'oro,
coll'impronta di due santi, così appellata da Bisanzio, ora
Costantinopoli, ove questa moneta coniavasi primamente. Equivaleva a
lire 20 e cent. 22 di nostra moneta. (-N. del Trad.-)
[29] Il -Bambu- comune (-Arundo Bambos-) ha sovente l'altezza di 20
metri. (-N. del Trad.-)
[30] Qualche commentatore crede che questi terribili mostri di cui parla
il Polo, sieno boa (-boa constrictor-), frequentissimi nella China
Meridionale, massime nell'Yun-nan, e che sono spesso lunghi da 25 a 30
piedi. Essi inghiottono gli animali, come i caprioli ed altri. La carne
di questi boa è squisita a mangiarsi; il fiele estrattone vendesi caro
per medicina; della pelle si fanno tamburi e vagine di pugnali e spade.
[31] Confucio (-Khung-fu-tseu- o -Khung-tseu-), nato verso il 551 av.
Cristo nella città di Tsi-nan-fu, di cui suo padre era governatore,
discendeva, dicesi, da -Hoang-ti-, legislatore della Cina. Fino dalla
prima gioventù sostenne uffici governativi; a 24 anni, dopo la morte
della madre, si consacrò alla meditazione e formò il disegno di
riformare i costumi della sua patria. Percorse parecchie provincie e si
vide in breve circondato da un gran numero di discepoli. Il re di
Tsi-nan-fu lo nominò suo primo ministro. Corresse i costumi, riformò la
giustizia e fece prosperare l'agricoltura ed il commercio, ma ben presto
fu costretto a ritirarsi. Dopo aver di nuovo percorso le provincie per
predicare la morale, scrisse i libri che lo resero immortale, e morì
verso il 479 av. Cristo, circondato dai suoi discepoli, che gli resero
una specie di culto. I suoi discendenti esistono ancora nella Cina e vi
godono di parecchi privilegi.--Confucio rivide i -Kings-, libri sacri
dei Cinesi, riorganizzò il culto e divenne così il capo o restauratore
della religione, o piuttosto della setta filosofica religiosa che vige
tuttodì nella Cina. Scrisse l'-Yih-King- (libro delle Trasformazioni),
lo -Sciu-King- (Libro per eccellenza), che contiene un sunto storico
sulla storia della Cina fino al 770 av. C.; il -Sci-King- (Libro dei
versi), raccolta di canti popolari, nazionali e religiosi: il -Li-Ki-
(Rituale), sul quale poggia tutto il sistema religioso; lo -Sciun-Sieu-
(primavera ed autunno), storia del reame di Lu; il -Hiao-King- (dialogo
sulla pietà filiale), che contiene gli apoftegmi di Confucio; e ciò che
precede il -Ta-hio- (la grande scienza), uno dei quattro libri scritti
dai suoi discepoli. (-Nota del Trad.-)
[32] Oggidì la carità dei missionari cristiani si è sostituita a quella
del buon principe, là ove madri snaturate abbandonano per le vie i
proprî nati, che, non di rado, divengono pasto ai porci od ai cani.
(-Nota del Trad.-)
[33] Qui finisce la seconda parte dei Viaggi, nella quale descrivesi la
China.
CAPITOLO IV.
L'India.--Cipango o Zipagu (il Giappone).--Partenza dei tre Polo colla
figlia dell'imperatore e gli ambasciatori
persiani.--Saigon.--Giava.--Condor.--Bintang.--Sumatra.--I
Nicobari.--Ceylan.--La costa di Coromandel.--La costa di Malabar.--Il
mar d'Oman.--L'isola di Gocotora.--Madagascar.--Zanzibar e la costa
africana.--L'Abissinia.--Aden.--Schehr.--Dafur.--Kalhat.--Hormuz.--Il
Golfo Persico.--Ritorno a Venezia.--Una festa in casa Polo.--Marco Polo
prigioniero dei Genovesi.--Morte di Marco Polo verso l'anno 1323.--Suoi
discendenti.--Ricordi della famiglia Polo.
Marco Polo, terminata felicemente quell'esplorazione, ritornò senza
dubbio alla corte di Kublai-Kan. Egli fu ancora incaricato di varie
missioni, che gli furono agevolate e dalla sua conoscenza della lingua
mongolla, della turca, della cinese e della mantchou. Pare ch'egli
facesse parte d'una spedizione intrapresa nelle isole dell'India, ed al
suo ritorno stese un rapporto particolareggiato sulla navigazione di
quei mari ancora poco conosciuti.
«Sappiate, dice egli, che nell'India sono molte navi, ch'elle sono d'un
legno chiamato abete e di sapino; elle hanno una coverta e in su questa
coverta hae bene 40 camere, ove in ciascuna puote istare un mercatante
agiatamente; e hanno un timone e quattro alberi, e molte vi giungono due
alberi che si levano e pongono. Queste navi vogliono bene duecento
marinai; ma elle sono tali che portano bene cinquemila isporte di pepe,
e di datteli seimila. E' vogano co' remi, che a ciascuno remo vogliono
essere quattro marinai, e hanno queste navi tali barche, che porta l'una
bene mille isporte di pepe. E sì vi dico che questa barca mena bene
quaranta marinai, e vanno a remi, e molte volte aiutano tirare la gran
nave; ancora mena la nave dieci battelli per prendere pesci.» La
relazione del Polo fornisce notizie assai dettagliate ed interessanti
sull'isola di Cipango, nome applicato al gruppo d'isole che compongono
il Giappone, ch'era allora un paese rinomato per le sue ricchezze.[34]
«Zipagu, dice il nostro esploratore, è un'isola in levante, ch'è
nell'alto mare millecinquecento miglia. L'isola è molto grande, le genti
sono bianche, di bella maniera e belle, e sono idolatri, e non
obbediscono ad alcuno. Qui si trova l'oro, però n'hanno assai; niuno
uomo non vi va, e niuno mercante non leva di questo oro; perciò n'hanno
eglino cotanto. Il palagio del signore dell'isola è molto grande, ed è
coperto d'oro, come si cuoprono di qua le chiese di piombo; e tutto lo
spazzo delle camere è coperto d'oro, ed èvvi alto bene due dita, e tutte
le finestre e mura e ogni cosa e anche le sale sono coperte d'oro; e non
si potrebbe dire la sua valuta. E gli hanno perle assai, e sono rosse e
tonde e grosse, e sono più care che le bianche; ancora v'ha molte pietre
preziose, e non si potrebbe contare la ricchezza di questa isola.»
La fama delle ricchezze del Giappone era giunta sino in China, ed aveva
risvegliata la cupidigia di Kublai-Kan, che, verso il 1264, pochi anni
prima della venuta di Marco Polo alla corte tartara, aveva tentato
d'impadronirsi di quell'isola. La sua flotta, comandata da due baroni,
approdò felicemente a Cipango, s'impadronì d'una cittadella, i cui
difensori furono passati a fil di spada; ma una tempesta disperse le
navi tartare, e la spedizione non ebbe risultato. I due baroni che
avevano condotta quella sciagurata impresa vennero, d'ordine
dell'imperatore, decapitati. Marco Polo racconta circostanziatamente
questo tentativo, e cita varî particolari intorno ai costumi dei
Giapponesi.
«Sappiate, dice il Veneziano, che quando alcuno di questa isola prende
alcuno uomo, che non si possa ricomperare, convita suoi parenti e i suoi
compagni, e fallo cuocere, e dàllo mangiare a costoro, e dicono ch'è la
migliore carne che si mangi.»
Secondo il Polo, all'epoca in cui egli visitò la China, i Giapponesi
sarebbero stati antropofaghi, come lo sono ancora oggidì gl'indigeni di
molte isole dell'oceano Pacifico.
Intanto Marco Polo, suo zio Matteo e suo padre Niccolò, trovavansi da
ben diciassette anni al servizio dell'imperatore, senza contare gli anni
spesi nel viaggio dall'Europa alla Cina. Avevano vivo desiderio di
rivedere la patria; ma Kublai-Kan, che era loro affezionatissimo, e ne
apprezzava i meriti, non sapeva risolversi a lasciarli partire. Tutto
tentò egli per vincere la loro risoluzione, ed offerse loro immense
ricchezze se acconsentivano a non più abbandonarlo. I tre Veneziani
persistettero nel disegno di tornare in Europa, ma l'imperatore rifiutò
loro assolutamente la licenza di partire. Marco Polo non sapeva come
deludere la vigilanza dell'imperatore, quando un avvenimento mutò la
determinazione di Kublai-Kan.
Un principe mongollo, Arghum, che regnava in Persia, avea mandato
un'ambasciata all'imperatore per chiedergli in matrimonio una
principessa del sangue reale. Kublai-Kan accordò al principe Arghum la
mano di sua figlia Cogatra, e la fece partire accompagnata d'un seguito
numeroso.
Ma le contrade che la scorta volle traversare per recarsi in Persia non
erano sicure; turbolenze, ribellioni, l'arrestarono ben presto, e la
carovana dovè ritornare, dopo alcuni mesi, alla residenza di Kublai-Kan.
Allora gli ambasciatori persiani, avendo sentito parlare di Marco Polo
come d'un valente navigatore che aveva conoscenza del mare Indiano,
supplicarono l'imperatore di confidare a lui la principessa Cogatra,
affinchè la conducesse al suo fidanzato, traversando quei mari meno
pericolosi del continente.
Kublai-Kan cedè, non senza difficoltà, a quella domanda. Egli fece
allestire una flotta di quattordici navi a quattro alberi, ed
approvigionolla per un viaggio di due anni. Qualcuna di quelle navi
contava persino duecentocinquanta uomini di equipaggio. Come si vede,
era una spedizione importante, e degna dell'opulento sovrano dell'impero
chinese.
Matteo, Niccolò e Marco Polo s'imbarcarono colla principessa Cogatra e
cogli ambasciatori persiani. Fu in quel tragitto, che durò non meno di
diciotto mesi, che Marco Polo visitò le isole della Sonda e dell'India,
di cui fa una descrizione tanto completa? Noi possiam fino ad un certo
punto ammetterlo, sopratutto per quanto riguarda Ceylan ed il litorale
della penisola indiana. Lo seguiremo quindi durante la sua navigazione,
e riferiremo le descrizioni ch'egli dà di quei paesi, fino allora
imperfettamente conosciuti.
Fu verso il 1291 o 1292 che la flotta comandata da Marco Polo lasciò il
porto di Zaiton, ove il viaggiatore era giunto nel suo viaggio traverso
le provincie meridionali della Cina. Da questo punto, egli si diresse
direttamente verso la vasta contrada di Ciamba, nella quale tutti i
commentatori s'accordano nel ravvisare Tsiampa o Bintuan, provincia
della Cocincina meridionale.[35] Il viaggiatore veneziano aveva già
visitato quella provincia, probabilmente verso l'anno 1280, durante una
missione di cui l'imperatore l'aveva incaricato.
«Sappiate, dice il Polo, che quando l'uomo si parte del porto di Zaiton
e navica verso ponente, e alcuna verso gorbi (-garbino-, ossia
-libeccio-) milleduecento miglia, sì si trova una contrada c'ha nome
Ciamba, ch'è molto ricca terra e grande, e hanno re per loro; e sono
idoli (-idolatri-); e fanno trebuto al Gran Cane ciascuno anno 20
leofanti, e non gli dànno altro, li più belli, che vi si possono
trovare, che n'hanno assai. E questo fece conquistare il Gran Cane negli
anni Domini 1278.»
Allorchè Marco Polo percorse quel paese prima della conquista, il re che
lo governava aveva non meno di trecentoventisei figliuoli, di cui
centocinquanta atti a portare le armi. In quel regno non si usava
maritare niuna bella pulzella senza il consenso del re, il quale poteva
disporne a suo talento.
Lasciando la penisola cambodgiana, la flotta si diresse verso l'isoletta
di Condor; ma prima di descriverla, Marco Polo cita la grande isola di
Giava, di cui Kublai-Kan non aveva mai potuto impadronirsi, «per lo
pericolo del navicare e della via, sì è lunga.» Quest'isola possiede
grandi ricchezze e produce in abbondanza pepe, noci moscate, garofano ed
altre droghe preziose. Qualche commentatore ha creduto che sotto il nome
di -Java- intendesse il Polo di parlare di Borneo, a cui gl'indigeni
dànno infatti il nome di -Jana Java- (paese di Giava) e -Nusa Java-
(isola di Giava). E quì giova rammentare ai nostri lettori che il Polo
non visitò questi luoghi, ma ne parla «per quello che seppe dalla bocca
di uomini degni di fede» secondo le stesse sue parole. Dopo aver fatto
sosta alle isole di Sodur e Codur, che sono, a quanto sembra, le isole
di Pulo Condor nel mare della China, ove vide oro in abbondanza, Marco
Polo giunse all'isola di Petam, che si crede sia l'isola di Buitang,
posta vicino all'entrata orientale dello stretto di Malacca, e presso
l'isola di Sumatra, ch'egli chiama la Piccola-Giava.
«Quest'isola, egli dice, è tanto verso mezzodì che la tramontana
(-l'Orsa-) non si vede nè poco nè assai. Sappiate che in su quest'isola
hae otto re coronati, e sono tutti idolatri, e ciascuno di questi reami
ha lingua per sè. Quì ha grande abbondanza di tesoro e di tutte care
ispezierie.» Sumatra è infatti una delle più fertili isole del gruppo,
ove l'aloè vi cresce meravigliosamente: vi si trovano elefanti selvatici
e rinoceronti, che Marco Polo chiama -unicorni-, e scimmie che vanno a
frotte numerose. La flotta fu trattenuta cinque mesi presso quella
costa, in causa del cattivo tempo, ed il viaggiatore ne approfittò per
visitare le principali provincie dell'isola, come Ferbet (Tandjong
Perlak), i cui abitanti delle montagne sono feroci ed antropofaghi;
Basma, che secondo alcuni sarebbe Pasem o Pasé dei moderni: secondo
altri, Pasaumak, nell'interno del Palembang; Samarcha, che secondo
l'opinione del Murray corrisponderebbe all'odierno porto di Samangca, i
cui abitanti, dice il Veneziano, «hanno alberi, che tagliano gli rami e
quelli gocciola, e quella acqua che ne cade è vino; ed empiesene tra dì
e notte un gran coppo che sta appiccato al troncone, ed è molto buono.»
È questo il tanto rinomato liquore della palma, che fornisce un vino che
in poche ore fermenta e diviene inebbriante. Anche le noci di cocco sono
quivi abbondantissime. Marco Polo visitò inoltre i reami di Dragouayu
(probabilmente l'Ayer Aje dei moderni) i cui abitanti sono antropofaghi;
di Lambri (Nalabu, sulla costa occidentale dell'isola) ove sono
moltissimi uomini colla coda (scimmie senza dubbio), e Fransur, cioè
l'isola di Pauchor, ove cresce il -cicade-, da cui si trae una farina
buona per pane, che noi chiamiamo -sagù-. Finalmente i venti permisero
alle navi di lasciare la Piccola Giava; dopo aver toccato l'isola di
Necaran, che dev'essere una delle Nicobari, ed il gruppo delle Andaman,
i cui abitanti sono ancora antropofaghi, come ai tempi di Marco Polo, la
flotta, presa la direzione del sud-ovest, andò a prender terra alle
coste di Ceylan. «Quest'isola, dice la relazione, anticamente fu via
maggiore, che girava 4600 miglia; ma il vento alla tramontana vien sì
forte, che una gran parte ne ha fatta andare sott'acqua.» Questa
tradizione sussiste ancora fra gli abitanti di Ceylan. «E sappiate,
continua il Polo, che in questa isola nascono i buoni e nobili rubini, e
non nascono in niuno luogo del mondo piue, e quì nascono zaffiri e
topazi e amatisti, e alcune altre pietre preziose. E si vi dico che il
re di quest'isola, che si chiama Sedemay, hae il piue bello rubino del
mondo, e che mai fosse veduto; e dirovvi com'è fatto. È lungo presso che
un palmo, ed è grosso bene altrettanto, come sia un braccio di uomo,
egli è piue ispredente (-splendente-) cosa del mondo, egli non ha niuna
tacca, egli è vermiglio come fuoco, ed è di sì gran valuta che non si
potrebbe comperare. E il Gran Cane mandò per questo rubino, e gliene
voleva dare la valuta d'una buona città, ed egli disse che nol darebbe
per cosa del mondo, però ch'egli fue degli suoi antichi.»
A sessanta miglia all'ovest di Ceylan, i naviganti trovarono la gran
provincia di Maabar, che non bisogna confondere col Malabar, posto sulla
costa occidentale della penisola indiana, come erroneamente è scritto
nel codice Ramusiano. Questo Maabar forma il sud della costa di
Coromandel, molto stimata per le sue peschiere di perle. Ivi sono certi
incantatori che rendono i mostri marini innocui ai pescatori, specie
d'astrologhi la cui razza si perpetuò fino ai tempi moderni. Qui Marco
Polo dà interessanti particolari sui costumi degli indigeni; sulla morte
dei re del paese, in onore dei quali i signori si gettano nel fuoco; sui
suicidî religiosi, che sono frequenti; sul sacrificio delle vedove, che
il rogo reclama dopo la morte dei mariti; sulle abluzioni biquotidiane,
di cui la religione fa un dovere; sull'attitudine di quegli indigeni a
diventare buoni fisonomisti; sulla loro fiducia nelle arti degli
astrologhi ed indovini.
Dopo di aver soggiornato qualche tempo sulla costa del Coromandel, Marco
Polo si diresse al nord sino al reame di Muftili, che corrisponde al
territorio su cui giace la moderna città di Masulipatam, che formò parte
una volta del regno di Telingana, di cui era capitale Golconda, famosa
per le sue miniere di diamante.
«Questo regno, dice il Polo, è ad una reina molto savia, che rimase
vedova bene quarant'anni, e voleva sì gran bene al suo signore, che
giammai non volle prendere altro marito; e costei hae tenuto questo
regno in grande istato, ed era più amata che mai fosse o re o reina. Ora
in questo reame si truova diamanti; e dirovvi come. Questo reame hae
grandi montagne, e quando piove, l'acqua viene rovinando giuso per
queste montagne; e gli uomeni vanno cercando per la via ove l'acqua è
ita, e trovane assai di diamanti; e la state che non vi piove si se ne
trova su per quelle montagne; ma e' v'ha sì grande caldo che a pena vi
si puote sofferire. E su per le montagne ha tanti serpenti e sì grandi,
che gli uomeni vivono a grande dottanza (-timore-), e sono molto
velenosi, e non sono arditi d'andare presso alle loro caverne di quelli
serpenti. Ancora gli uomeni hanno gli diamanti per un altro modo,
ch'egli hanno sì grandi fossati e sì profondi, che veruno vi puote
andare; ed egli vi gettano entro pezzi di carne, e gittanla in questi
fossati di che la carne cade in su questi diamanti, e ficcansi nella
carne. E in su queste montagne istanno aguglie (-aquile-) bianche che
stanno tra questi serpenti: quando l'aguglie sentono questa carne in
questi fossati, elle si vanno colà giuso, e reconla in sulla riva di
questi fossati, e questi vanno incontro all'aguglie, e l'aguglie
fuggono, e gli uomeni truovano in questa carne questi diamanti; ed
ancora ne truovano, che queste aguglie sì ne beccano di questi diamanti
colla carne insieme, e gli uomeni vanno la mattina al nidio
dell'aguglia, e trovano coll'uscita (-escrementi-) loro di questi
diamanti. So che così si truovano i diamanti per questi modi, nè in
luogo del mondo non se ne truova di questi diamanti se non in questo
reame. E non crediate che gli buoni diamanti si rechino di qua tra gli
cristiani; anzi si portano al Gran Cane, ed agli altri re e baroni di
quelle contrade che hanno lo gran tesoro.»
Dopo aver visitato la piccola città di San Tomaso, situata ad alcune
miglia al sud di Madras, e ch'è l'odierna Mailapur (città dei pavoni)
degli Indiani, San Tomé degli Europei, Beita-Tuma o tempio di S. Tomaso
degli antichi viaggiatori arabi, nella quale riposa il corpo di S.
Tomaso apostolo, Marco Polo esplorò il regno di Masbar, e più
particolarmente la provincia di Lar, da cui sono originari tutti i
«Bregomani» del mondo (probabilmente i Bramani). Quegli uomini, secondo
la relazione, vivono vecchissimi grazie alla loro sobrietà ed astinenza;
alcuni dei loro monaci giungono ai cencinquanta o dugento anni, non
mangiando che riso e latte, e bevendo un miscuglio di zolfo ed argento
vivo. I Bregomani sono destri mercanti, superstiziosi però, ma
lealissimi; non rubano, non uccidono essere vivente, ed adorano il bue,
che tengono in conto d'animale sacro. «Si conoscono, dice il Polo, per
un filo di bambagia ch'egli portano sotto la spalla diritta, sì che gli
viene il filo a traverso il petto e le ispalle.»
Da quel punto della costa la flotta ritornò a Ceylan, ove nel 1284
Kublai-Kan aveva spedito un'ambasceria, che gli riportò le credute
reliquie d'Adamo, e fra le altre cose i suoi due denti mascellari;
giacchè, stando alle tradizioni dei Saracini, la tomba del nostro primo
padre sarebbe posta sulla vetta della montagna dirupata che forma il
punto più culminante dell'isola, e che chiamasi appunto per ciò il Picco
di Adamo. Dopo aver perduto di vista Ceylan, Marco Polo andò a Cail,
porto che pare sia scomparso dalle carte moderne, dove approdavano
allora tutte le navi che venivano da Hormuz Kis, Aden e dalle coste
dell'Arabia. Di là, girando il capo Comorino, all'estremità della
penisola, giunsero i navigatori in vista di Culam, che al secolo XIII
era una città molto commerciale, ed ove, dice il Polo, «gli abitanti
sono tutti neri, maschi e femmine, e vanno tutti ignudi.» Ivi si
raccoglie particolarmente il legno di sandalo, ed i mercanti del Levante
e del Ponente vi accorrono a negoziare in gran numero. Il paese del
Malabar è feracissimo di riso; ha leopardi, che Marco Polo chiama «leoni
tutti neri», pappagalli di varie specie, e pavoni assai più belli e più
grossi dei loro congeneri d'Europa.
La flotta, lasciato Coilum, seguì verso il nord la costa del Malabar, e
giunse sulle sponde del reame di Ely, che sembra corrispondere a
Mangalore, nell'antico regno di Samorin. «Qui, dice il Veneziano, nasce
pepe, giengiavo (-ginepro-) e molte altre ispezierie.»
Al nord di quel regno stendevasi quella contrada che il viaggiatore
veneziano chiama Melibar, e che è situata al nord del Malabar
propriamente detto. Le navi dei negozianti del Mangi venivano spesso a
trafficare cogli indigeni di questa parte dell'India, che loro fornivano
carichi di droghe eccellenti, bugrani preziosi ed altre mercanzie di
gran valore; ma i loro vascelli erano troppo sovente saccheggiati dai
pirati della costa, che avevano fama di terribili uomini di mare. Quei
pirati abitavano più particolarmente la penisola di Gohurat, oggi
Gudgiarate, verso la quale la flottiglia si diresse dopo aver veduto
Tanat, contrada ove si raccoglie l'incenso bruno, Kambaget, città che fa
gran traffico di cuoio. Visitato che ebbero Sumenat, città della
penisola, i cui abitanti sono idolatri, crudeli e feroci, e poi
Kesmacoram, probabilmente l'attuale Kedge, ultima città delle Indie tra
occidente e settentrione, Marco Polo, in luogo di risalire verso la
Persia, ove l'attendeva il fidanzato della principessa tartara,
s'inoltrò verso occidente, traverso il vasto mare d'Oman.
La sua insaziabile passione d'esploratore lo trascinò così per
cinquecento miglia sino alle rive dell'Arabia, ove gettò l'áncora alle
isole Maschio e Femmina, così chiamate perchè una è unicamente abitata
da uomini, l'altra da donne, che vengono visitate da quelli durante i
mesi di marzo, aprile e maggio. «Questi uomini, dice il nostro
esploratore, sono cristiani battezzati e non hanno signore, salvo che
hanno un vescovo ch'è sotto l'arcivescovo di Scara.» Lasciate quelle
isolette, la flotta fece vela a mezzodì verso l'isola di Scara, ch'è
veramente Socotora, l'antica -Dioscorides Insula- dei Greci, ch'è posta
all'ingresso del golfo d'Aden, e di cui Marco Polo riconobbe diverse
parti. Egli parla degli abitanti di Socotora come di abili incantatori,
che con le loro arti ottengono quanto vogliono e comandano agli uragani
ed alle tempeste. Poi, discendendo ancora di miglio in miglio verso il
sud, spinse la sua flotta sino alle coste del Madagascar.
Agli occhi del nostro viaggiatore, Madagascar è una delle più grandi e
più nobili isole del mondo, d'un circuito di ben quattromila miglia. Gli
abitanti sono per la maggior parte maomettani, e vivono sotto la
signoria di dodici governatori. Sono molto dediti al commercio, e
particolarmente al traffico dei denti di elefanti e dell'ambra. Si
nutrono specialmente di carne di cammello, che è migliore e più sana di
qualsiasi altra. I negozianti che vengono dalle coste dell'India non
impiegano più di venti giorni a traversare il mar d'Oman; ma nel ritorno
ci spendono non meno di tre mesi, in causa delle correnti contrarie che
tendono sempre a respingerli verso il sud. Nondimeno, frequentano
quell'isola perchè fornisce loro il legno di sandalo, di cui sonvi
intere foreste, e l'ambra, ch'essi scambiano con drappi d'oro e di seta,
con grande guadagno e profitto. Secondo Marco Polo, non mancano in quel
reame le fiere e la cacciagione: leopardi, leoni, orsi, cervi,
cinghiali, giraffe, asini selvaggi, caprioli, daini, bestie da pascolo
vi si incontrano a mandre numerose; ma ciò che gli parve meraviglioso fu
l'uccello grifone, ossia il -roc-, di cui si parla tanto nelle -Mille ed
una notte-. «Questi uccelli, dic'egli, non sono fatti com'e' si dice di
qua, cioè mezzo uccello e mezzo lione, ma sono fatti come aguglie
(-aquile-) e sono capaci di sollevare un elefante negli artigli.»
Quest'uccello meraviglioso è probabilmente l'-epyornis maximus-, di cui
si trovano ancora delle uova al Madagascar.
Da quell'isola Marco Polo, risalendo verso il nord-ovest, venne a
riconoscere Zanzibar e la costa africana, ch'egli prese per un'isola.
Gli abitanti gli sembrarono smisuratamente robusti e capaci di portare
il carico di quattro uomini, «e questo non è maraviglia, chè mangia
l'uno bene per cinque persone.» Quegli indigeni erano negri e
camminavano nudi; avevano la bocca grande, il naso «rabbuffato in suso,»
le labbra e gli occhi grossi; descrizione esattissima, che s'adatta
ancora ai naturali di quella parte dell'Africa. Quegli Africani vivono
di riso, latte, carne e datteri, e fabbricano il vino con riso, zuccaro
e droghe. Sono valenti guerrieri, nè temono la morte; combattono sopra
cammelli o elefanti, armati di scudi di cuojo, di spade e di lancie, ed
eccitano le loro cavalcature inebbriandole di bevande spiritose. «Qui,
soggiunge il nostro viaggiatore, si hanno le più sozze femmine del
mondo, ch'elle hanno la bocca grande, e il naso grosso e corto, e le
mani grosse quattro cotanti che l'altre.»
Ai tempi di Marco Polo, secondo l'osservazione del Charton, i paesi
compresi sotto la denominazione d'India si dividevano in tre parti:
l'India Maggiore, cioè l'Indostan e tutto il paese posto fra il Gange e
l'Indo; l'India Minore, cioè la contrada al di là del Gange, dalla costa
occidentale della penisola fino alla costa della Cocincina; finalmente
l'India Media, cioè l'Abissinia e le rive arabe fino al golfo Persico.
Lasciando Zanzibar, Marco Polo si diresse verso quest'India Media,
ch'egli chiama Nabasce (-Abissinia-), risalendo verso il nord ed
esplorando il litorale di quel paese fertilissimo. «Nabasce, dice il
nostro viaggiatore, è una grandissima provincia; e sappiate che 'l
maggiore re di questa provincia si è cristiano, e tutti gli altri re
della provincia sono sottoposti a lui, i quali sono sei re, tre
cristiani e tre saracini. Il re maggiore dimora nel mezzo della
provincia, e i saracini dimorano verso Edenti (-Aden-), nella quale
contrada messer San Tomaso convertì molta gente, poscia se ne partío, e
andonne a Nabar, colà dove fu morto.» Parlando della vita degli abitanti
e della fauna del paese, dice che «la vita loro si è riso e carne, e
hanno leonfanti, e non ch'egli vi naschino, ma vengono d'altri paesi.
Nasconvi molte giraffe e molte altre bestie, e hanno molte bellissime
galline, e sì hanno istruzzoli (-struzzi-) grandi come asini, o poco
meno; e sì hanno molte altre cose, ch'a volerle tutte contare sarebbe
troppo lunga mena. Cacciagioni e uccellagioni si hanno assai, e si hanno
pappagalli bellissimi e di più fatte, e si hanno gatti mamoni e iscimmie
assai.»
Lasciato il litorale dell'Abissinia, la flotta toccò Edenti, la moderna
Aden, vicino all'imboccatura del Mar Rosso. Aden era a quel tempo una
città importantissima pel traffico dell'Oriente, e nel suo porto
convenivano tutti i navigli che commerciavano coll'India e colla China.
La flotta visitò quindi Icier (la moderna Schehr nell'Hadzamauth, sulla
costa meridionale dell'Arabia), «grande città, dice il Veneziano, la
quale è sotto il soldano d'Edenti ed ha un porto eccellente, al quale
càpitano molte navi, le quali vengono dall'India con molta mercatanzia;»
Dufar (Dafur, sulla costa arabica meridionale), che produce un incenso
di prima qualità; Chalatu (Kalhat, sulla costa arabica orientale),
«città posta sulla bocca del golfo di Chalatu, sì che veruna nave vi può
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