-Dottore.- Oh, benissimo, allora!
-Donna Matilde (fremente).- E dov'è? Dov'è?
-Di Nolli (stringendosi nelle spalle e sorridendo triste, come uno
che si presti mal volentieri a uno scherzo fuor di luogo).- Mah...
Ora vedrete...
-E indicando verso la comune:-
Ecco qua...
-Si presenta sulla soglia della comune Bertoldo che annuncia con
solennità:-
-Bertoldo.- Sua Altezza la Marchesa Matilde di Canossa!
-E subito entra Frida magnifica e bellissima; parata con l'antico
abito della madre da «Marchesa Matilde di Toscana» in modo da
figurare, viva, l'immagine effigiata nel ritratto della sala del
trono.-
-Frida (passando accanto a Bertoldo che s'inchina, gli dice con
sussiego sprezzante).- Di Toscana, di Toscana, prego. Canossa è un
mio castello.
-Belcredi (ammirandola).- Ma guarda! Ma guarda! Pare un'altra!
-Donna Matilde.- Pare me!--Dio mio, vedete?--Ferma, Frida!--Vedete? È
proprio il mio ritratto, vivo!
-Dottore.- Sì, sì... Perfetto! Perfetto! Il ritratto!
-Belcredi.- Eh sì, c'è poco da dire... È quello! Guarda, guarda! Che
tipo!
-Frida.- Non mi fate ridere, che scoppio! Dico, ma che vitino avevi,
mamma? Mi son dovuta succhiare tutta, per entrarci!
-Donna Matilde (convulsa, rassettandola).- Aspetta... Ferma... Queste
pieghe... Ti va così stretto veramente?
-Frida.- Soffoco! Bisognerà far presto, per carità...
-Dottore.- Eh, ma dobbiamo prima aspettate che si faccia sera...
-Frida.- No no, non ci resisto, non ci resisto fino a sera!
-Donna Matilde.- Ma perché te lo sei indossato così subito?
-Frida.- Appena l'ho visto! La tentazione! Irresistibile...
-Donna Matilde.- Potevi almeno chiamarmi! Fatti ajutare... È ancora
tutto spiegazzato, Dio mio...
-Frida.- Ho visto, mamma. Ma, pieghe vecchie... Sarà difficile farle
andar via.
-Dottore.- Non importa, Marchesa! L'illusione è perfetta.
-Poi, accostandosi e invitandola a venire un po' avanti alla figlia,
senza tuttavia coprirla:-
Con permesso. Si collochi così--qua--a una certa distanza--un po'
più avanti...
-Belcredi.- Per la sensazione della distanza del tempo!
-Donna Matilde (voltandosi a lui, appena).- Vent'anni dopo! Un
disastro, eh?
-Belcredi.- Non esageriamo!
-Dottore (imbarazzatissimo per rimediare).- No, no! Dicevo anche...
dico, dico per l'abito... dico per vedere...
-Belcredi (ridendo).- Ma per l'abito, dottore, altro che vent'anni!
Sono ottocento! Un abisso! Glielo vuol far saltare davvero con un
urtone?
-Indicando prima Frida e poi la Marchesa:-
Da lì a qua? Ma lo raccatterà a pezzi col corbello! Signori miei,
pensateci; dico sul serio: per noi sono vent'anni, due abiti e una
mascherata. Ma se per lui, come lei dice, dottore, s'è fissato il
tempo; se egli vive là
-indica Frida-
con lei, ottocent'anni addietro: dico sarà tale la vertigine del
salto che, piombato in mezzo a noi...
-il Dottore fa segno di no col dito-
dice di no?
-Dottore.- No. Perché la vita, caro barone, riprende! Qua--questa
nostra--diventerà subito reale anche per lui; e lo tratterrà subito,
strappandogli a un tratto l'illusione e scoprendogli che sono appena
venti gli ottocent'anni che lei dice! Sarà, guardi, come certi
trucchi, quello del salto nel vuoto, per esempio, del rito massonico,
che pare chi sa che cosa, e poi alla fine s'è sceso uno scalino.
-Belcredi.- Oh che scoperta!--Ma sì!--Guardate Frida e la Marchesa,
dottore!--Chi è più avanti?--Noi vecchi, dottore! Si credono più
avanti i giovani; non è vero: siamo più avanti noi, di quanto il
tempo è più nostro che loro.
-Dottore.- Eh, se il passato non ci allontanasse!
-Belcredi.- Ma no! Da che? Se loro
-indica Frida e Di Nolli-
debbono fare ancora quel che abbiamo già fatto noi, dottore:
invecchiare, rifacendo su per giù le stesse nostre sciocchezze...
L'illusione è questa, che si esca per una porta davanti, dalla vita!
Non è vero! Se appena si nasce si comincia a morire, chi per prima ha
cominciato è più avanti di tutti. E il più giovine è il padre Adamo!
Guardate là
-mostra Frida-
d'ottocent'anni più giovane di tutti noi, la Marchesa Matilde di
Toscana.
-E le si inchina profondamente.-
-Di Nolli.- Ti prego, ti prego, Tito: non scherziamo.
-Belcredi.- Ah, se ti pare che io scherzi...
-Di Nolli.- Ma sì, Dio mio... da che sei venuto...
-Belcredi.- Come! Mi sono perfino vestito da benedettino...
-Di Nolli.- Già! Per fare una cosa seria...
-Belcredi.- Eh, dico... se è stato serio per gli altri... ecco, per
Frida, ora, per esempio...
-Poi, voltandosi al Dottore:-
Le giuro, dottore, che non capisco ancora che cosa lei voglia fare.
-Dottore (seccato).- Ma lo vedrà! Mi lasci fare... Sfido! Se lei vede
la Marchesa ancora vestita così...
-Belcredi.- Ah, perché deve anche lei...?
-Dottore.- Sicuro! Sicuro! Con un altro abito che è di là, per quanto
a lui viene in mente di trovarsi davanti alla Marchesa Matilde di
Canossa.
-Frida.- (mentre conversa piano col Di Nolli, avvertendo che il
dottore sbaglia). Di Toscana! Di Toscana!
-Dottore (c.s.).- Ma è lo stesso!
-Belcredi.- Ah, ho capito! Se ne troverà davanti due...?
-Dottore.- Due, precisamente. E allora...
-Frida (chiamandolo in disparte).- Venga qua, dottore, senta!
-Dottore.- Eccomi!
-Si accosta ai due giovani e finge di dar loro spiegazioni.-
-Belcredi (piano, a Donna Matilde).- Eh, per Dio! Ma dunque...
-Donna Matilde (rivoltandosi con viso fermo).- Che cosa?
-Belcredi.- V'interessa tanto veramente? Tanto da prestarvi a questo?
è enorme per una donna!
-Donna Matilde.- Per una donna qualunque!
-Belcredi.- Ah no, per tutte, cara, su questo punto! È una
abnegazione...
-Donna Matilde.- Gliela devo!
-Belcredi.- Ma non mentite! Voi sapete di non avvilirvi.
-Donna Matilde.- E allora? Che abnegazione?
-Belcredi.- Quanto basta per non avvilire voi agli occhi degli altri,
ma per offendere me.
-Donna Matilde.- Ma chi pensa a voi in questo momento!
-Di Nolli (venendo avanti).- Ecco, ecco, dunque, sì, sì, faremo
così...
-Rivolgendosi a Bertoldo:-
Oh, voi: andate a chiamare uno di quei tre là!
-Bertoldo.- Subito!
-Esce per la comune.-
-Donna Matilde.- Ma dobbiamo fingere prima di licenziarci!
-Di Nolli.- Appunto! Lo faccio chiamare per predisporre il vostro
licenziamento.
-A Belcredi.-
Tu puoi farne a meno: resta qua!
-Belcredi (tentennando il capo ironicamente).- Ma sì, ne faccio a
meno... ne faccio a meno...
-Di Nolli.- Anche per non metterlo di nuovo in diffidenza, capisci?
-Belcredi.- Ma sì! -Quantitè négligeable!-
-Dottore.- Bisogna dargli assolutamente, assolutamente la certezza
che ce ne siamo andati via.
-Entra dall'uscio a destra Landolfo seguito da Bertoldo.-
-Landolfo.- Permesso?
-Di Nolli.- Avanti, avanti! Ecco... --Vi chiamate Lolo, voi?
-Landolfo.- Lolo o Landolfo, come vuole!
-Di Nolli.- Bene, guardate. Adesso il Dottore e la Marchesa si
licenzieranno...
-Landolfo.- Benissimo. Basterà dire che hanno ottenuto dal Pontefice
la grazia del ricevimento. È lì nelle sue stanze, che geme pentito di
tutto ciò che ha detto, e disperato che la grazia non l'otterrà. Se
vogliono favorire... Avranno la pazienza di indossare di nuovo gli
abiti...
-Dottore.- Sì, sì, andiamo, andiamo...
-Landolfo.- Aspettino. Mi permetto di suggerir loro una cosa:
d'aggiungere che anche la Marchesa Matilde di Toscana ha implorato
con loro dal Pontefice la grazia, che sia ricevuto.
-Donna Matilde.- Ecco! Vedete se m'ha riconosciuta?
-Landolfo.- No. Mi perdoni. È che teme tanto l'avversione di quella
Marchesa che ospitò il Papa nel suo Castello. È strano: nella storia,
che io sappia--ma lor signori sono certo in grado di saperlo meglio
di me--non è detto, è vero, che Enrico IV amasse segretamente la
Marchesa di Toscana?
-Donna Matilde (subito).- No: affatto. Non è detto! Anzi tutt'altro!
-Landolfo.- Ecco, mi pareva! Ma egli dice d'averla amata--lo dice
sempre... --E ora teme che lo sdegno di lei per questo amore segreto
debba agire a suo danno sull'animo del Pontefice.
-Belcredi.- Bisogna fargli intendere che questa avversione non c'è
più!
-Landolfo.- Ecco! Benissimo!
-Donna Matilde (a Landolfo).- Benissimo, già!
-Poi, a Belcredi-
Perché è precisamente detto nella storia, se voi non lo sapete, che
il Papa si arrese proprio alle preghiere della Marchesa Matilde e
dell'Abate di Cluny. E io vi so dire, caro Belcredi, che
allora--quando si fece la cavalcata--intendevo appunto avvalermi di
questo per dimostrargli che il mio animo non gli era più tanto
nemico, quanto egli si immaginava.
-Belcredi.- Ma allora, a meraviglia, cara Marchesa! Seguite, seguite
la storia...
-Landolfo.- Ecco. Senz'altro, allora, la signora potrebbe
risparmiarsi un doppio travestimento e presentarsi con Monsignore,
-indica il Dottore-
sotto le vesti di Marchesa di Toscana.
-Dottore (subito, con forza).- No no! Questo no, per carità!
Rovinerebbe tutto! L'impressione del confronto dev'esser subitanea,
di colpo. No, no. Marchesa, andiamo, andiamo: lei si presenterà di
nuovo come la duchessa Adelaide, madre dell'Imperatrice. E ci
licenzieremo. Questo è soprattutto necessario: che egli sappia che
ce ne siamo andati. Su, su: non perdiamo altro tempo, ché ci resta
ancora tanto da preparare.
-Via il Dottore, Donna Matilde e Landolfo per l'uscio di destra.-
-Frida.- Ma io comincio ad aver di nuovo una gran paura...
-Di Nolli.- Daccapo, Frida?
-Frida.- Era meglio, se lo vedevo prima...
-Di Nolli.- Ma credi che non ce n'è proprio di che!
-Frida.- Non è furioso?
-Di Nolli.- Ma no! È tranquillo.
-Belcredi (con ironica affettazione sentimentale).- Malinconico! Non
hai sentito che ti ama!
-Frida.- Grazie tante! Giusto per questo!
-Belcredi.- Non ti vorrà far male...
-Di Nolli.- Ma sarà poi l'affare d'un momento...
-Frida.- Già, ma là al bujo! con lui...
-Di Nolli.- Per un solo momento, e io ti sarò accanto e gli altri
saranno tutti dietro le porte, in agguato, pronti ad accorrere.
Appena si vedrà davanti tua madre, capisci? per te, la tua parte sarà
finita...
-Belcredi.- Il mio timore, piuttosto, è un altro: che si farà un buco
nell'acqua.
-Di Nolli.- Non cominciare! A me il rimedio pare efficacissimo!
-Frida.- Anche a me, anche a me! Già lo avverto in me... Sono tutta
un fremito!
-Belcredi.- Ma i pazzi, cari miei--(non lo sanno, purtroppo!)--ma
hanno questa felicità di cui non teniamo conto...
-Di Nolli (interrompendo, seccato).- Ma che felicità, adesso! Fà il
piacere!
-Belcredi (con forza).- Non ragionano!
-Di Nolli.- Ma che c'entra qua il ragionamento, scusa?
-Belcredi.- Come! Non ti pare tutto un ragionamento che--secondo
noi--egli dovrebbe fare, vedendo lei,
-indica Frida-
e vedendo sua madre? Ma lo abbiamo architettato noi tutto quanto!
-Di Nolli.- No, niente affatto; che ragionamento? Gli presentiamo una
doppia immagine della sua stessa finzione, come ha detto il dottore!
-Belcredi (con uno scatto improvviso).- Senti: io non ho mai capito
perché si laureino in medicina!
-Di Nolli (stordito).- Chi?
-Belcredi.- Gli alienisti.
-Di Nolli.- Oh bella, e in che vuoi che si laureino?
-Frida.- Se fanno gli alienisti!
-Belcredi.- Appunto! In legge, cara! Tutte chiacchiere! E chi più sa
chiacchierare, più è bravo! «Elasticità analogica», «la sensazione
della distanza del tempo!» E intanto la prima cosa che dicono è che
non fanno miracoli--quando ci vorrebbe proprio un miracolo! Ma sanno
che più ti dicono che non sono taumaturghi, e più gli altri credono
alla loro serietà--non fanno miracoli--e cascano sempre in piedi, che
è una bellezza!
-Bertoldo (che se ne è andato a spiare dietro l'uscio a destra,
guardando attraverso il buco della serratura).- Eccoli! Eccoli!
Accennano a venire qua...
-Di Nolli.- Ah si?
-Bertoldo.- Pare che egli li voglia accompagnare... Sì, sì, eccolo,
eccolo!
-Di Nolli.- Ritiriamoci allora! Ritiriamoci subito!
-Voltandosi a Bertoldo prima di uscire.-
Voi restate qua!
-Bertoldo.- Debbo restare?
-Senza dargli risposta, Di Nolli, Frida e Belcredi scappano per la
comune, lasciando Bertoldo sospeso e smarrito. S'apre l'uscio a
destra e Landolfo entra per primo, subito inchinandosi, entrano poi
Donna Matilde col manto e la corona ducale, come nel primo atto e il
Dottore con la tonaca di Abate di Cluny; Enrico IV è fra loro, in
abito regale; entrano infine Ordulfo e Arialdo.-
-Enrico IV (seguitando il discorso che si suppone cominciato nella
sala del trono).- E io vi domando, come potrei essere astuto, se poi
mi credono caparbio...
-Dottore.- Ma no, che caparbio, per carità!
-Enrico IV (sorridendo, compiaciuto).- Sarei per voi allora veramente
astuto?
-Dottore.- No, no, né caparbio, né astuto!
-Enrico IV (si ferma ed esclama col tono di chi vuol far notare
benevolmente, ma anche ironicamente, che così non può stare).-
Monsignore! Se la caparbietà non è vizio che possa accompagnarsi con
l'astuzia, speravo che, negandomela, almeno un po' d'astuzia me la
voleste concedere. V'assicuro che mi è molto necessaria! Ma se voi ve
la volete tenete tutta per voi...
-Dottore.- Ah, come, io? Vi sembro astuto?
-Enrico IV.- No, Monsignore! Che dite! Non sembrate affatto!
-Troncando per rivolgersi a Donna Matilde.-
Con permesso: qua sulla soglia, una parola in confidenza a Madonna
la Duchessa.
-La conduce un po' in disparte e le domanda con ansia in gran
segreto:-
Vostra figlia vi è cara veramente?
-Donna Matilde (smarrita).- Ma sì, certo...
-Enrico IV.- E volete che la ricompensi con tutto il mio amore, con
tutta la mia devozione dei gravi torti che ho verso di lei, benché
non dobbiate credere alle dissolutezze di cui m'accusano i miei
nemici?
-Donna Matilde.- No no: io non ci credo: non ci ho mai creduto...
-Enrico IV.- Ebbene, allora, volete?
-Donna Matilde (c.s.).- Che cosa?
-Enrico IV.- Che io ritorni all'amore di vostra figlia?
-La guarda, e aggiunge subito in tono misterioso, o d'ammonimento e
di sgomento insieme:-
Non siate amica, non siate amica della Marchesa di Toscana!
-Donna Matilde.- Eppure vi ripeto che ella non ha pregato, non ha
scongiurato meno di noi per ottenere la vostra grazia...
-Enrico IV (subito, piano, fremente).- Non me lo dite! Non me lo
dite! Ma perdio, Madonna, non vedete che effetto mi fa?
-Donna Matilde (lo guarda, poi pianissimo, come confidandosi).- Voi
l'amate ancora?
-Enrico IV (sbigottito).- Ancora? Come dite ancora? Voi forse,
sapete? Nessuno lo sa! Nessuno deve saperlo!
-Donna Matilde.- Ma forse lei sì, lo sa, se ha tanto implorato per
voi!
-Enrico IV (la guarda un po' e poi dice):- E amate la vostra
figliuola?
-Breve pausa. Si volge al Dottore con un tono di riso:-
Ah, Monsignore, come è vero che questa mia moglie io ho saputo
d'averla soltanto dopo--tardi, tardi... E anche adesso: sì, devo
averla; non c'è dubbio che l'ho--ma vi potrei giurare che non ci
penso quasi mai. Sarà peccato, ma non la sento; proprio non me la
sento nel cuore. È meraviglioso però, che non se la senta nel cuore
neanche sua madre! Confessate, Madonna, che ben poco v'importa di
lei!
-Volgendosi al Dottore, con esasperazione:-
Mi parla dell'altra!
-Ed eccitandosi sempre più:-
Con un'insistenza, con un'insistenza che non riesco proprio a
spiegarmi.
-Landolfo (umile).- Forse per levarvi, Maestà, un'opinione contraria
che abbiate potuto concepire della Marchesa di Toscana.
-E sgomento di essersi permesso questa osservazione, aggiunge
subito:-
Dico, beninteso, in questo momento...
-Enrico IV.- Perché anche tu sostieni che mi sia stata amica?
-Landolfo.- Sì, in questo momento, sì, Maestà!
-Donna Matilde.- Ecco, sì, proprio per questo...
-Enrico IV.- Ho capito. Vuol dire allora che non credete che io la
ami. Ho capito. Ho capito. Non l'ha mai creduto nessuno; nessuno mai
sospettato. Tanto meglio così! Basta. Basta.
-Tronca, rivolgendosi al Dottore con animo e viso del tutto diversi-
Monsignore, avete veduto? Le condizioni da cui il Papa ha fatto
dipendere la revoca della scomunica non han nulla ma proprio nulla da
vedere con la ragione per cui mi aveva scomunicato! Dite a Papa
Gregorio che ci rivedremo a Bressanone. E voi, Madonna, se avrete la
fortuna d'incontrare la vostra figliuola giù nel cortile del castello
della vostra amica Marchesa, che volete che vi dica? fatela salire;
vedremo se mi riuscirà di tenermela stretta accanto, moglie e
Imperatrice. Molte fin qui si son presentate, assicurandomi,
assicurandomi d'esser lei--quella che io, sapendo di averla... sì, ho
pur cercato qualche volta--(non è vergogna: mia moglie!)--Ma tutte,
dicendomi d'essere Berta, dicendomi d'esser di Susa--non so
perché--si sono messe a ridere!
-Come in confidenza-
Capite?--a letto--io senza quest'abito--lei anche... sì, Dio mio,
senz'abiti... un uomo e una donna... è naturale... Non si pensa più a
ciò che siamo. L'abito, appeso, resta come un fantasma!
-E con un altro tono, in confidenza al Dottore:-
E io penso, Monsignore, che i fantasmi, in generale, non siano altro
in fondo che piccole scombinazioni dello spirito: immagini che non si
riesce a contenere nei regni del sonno: si scoprono anche nella
veglia, di giorno; e fanno paura. Io ho sempre tanta paura, quando di
notte me le vedo davanti--tante immagini scompigliate, che ridono,
smontate da cavallo.--Ho paura talvolta anche del mio sangue che
pulsa nelle arterie come, nel silenzio della notte, un tonfo cupo di
passi in stanze lontane... Basta vi ho trattenuto anche troppo qui in
piedi. Vi ossequio, Madonna; e vi riverisco, Monsignore.
-Davanti alla soglia della comune, fin dove li ha accompagnati, li
licenzia, ricevendone l'inchino. Donna Matilde e il Dottore, via.
Egli richiude la porta e si volta subito, cangiato.-
Buffoni! Buffoni! Buffoni!--Un pianoforte di colori! Appena la
toccavo: bianca, rossa, gialla, verde... E quell'altro là: Pietro
Damiani.--Ah! Ah! Perfetto! Azzeccato!--S'è spaventato di
ricomparirmi davanti!
-Dirà questo con gaja prorompente frenesia, movendo di qua, di là i
passi, gli occhi, finché all'improvviso non vede Bertoldo, più che
sbalordito, impaurito del repentino cambiamento. Gli si arresta
davanti e additandolo ai tre compagni anch'essi come smarriti nello
sbalordimento:-
Ma guardatemi quest'imbecille qua, ora, che sta a mirarmi a bocca
aperta...
-Lo scrolla per le spalle.-
Non capisci? Non vedi come li paro, come li concio, come me li
faccio comparire davanti, buffoni spaventati! E si spaventano solo di
questo, oh: che stracci loro addosso la maschera buffa e li scopra
travestiti; come se non li avessi costretti io stesso a mascherarsi,
per questo mio gusto qua, di fare il pazzo!
-Landolfo Arialdo Ordulfo (sconvolti, trasecolati, guardandosi tra
loro).- Come! Che dice? Ma dunque?
-Enrico IV (si volta subito alle loro esclamazioni e grida,
imperioso).- Basta! Finiamola! Mi sono seccato!
-Poi subito, come se, a ripensarci, non se ne possa dar pace, e non
sappia crederci:-
Perdio, l'impudenza di presentarsi qua, a me, ora col suo ganzo
accanto... --E avevano l'aria di prestarsi per compassione, per non
fare infuriare un poverino già fuori del mondo, fuori del tempo,
fuori della vita!--Eh, altrimenti quello là, ma figuratevi se
l'avrebbe subita una simile sopraffazione!--Loro sì, tutti i giorni,
ogni momento, pretendono che gli altri siano come li vogliono loro;
ma non è mica una sopraffazione, questa!--Che! Che!--È il loro modo
di pensare, il loro modo di vedere, di sentire: ciascuno ha il suo!
Avete anche voi il vostro, eh? Certo! Ma che può essere il vostro?
Quello della mandra! Misero, labile, incerto... E quelli ne
approfittano, vi fanno subire e accettare il loro, per modo che voi
sentiate e vediate come loro! O almeno, si illudono! Perché poi, che
riescono a imporre? Parole! parole che ciascuno intende e ripete a
suo modo. Eh, ma si formano pure così le così dette opinioni
correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi bollato da una di
queste parole che tutti ripetono! Per esempio: «pazzo!»--Per esempio,
che so?--«imbecille»--Ma dite un po', si può star quieti a pensare
che c'è uno che si affanna a persuadere agli altri che voi siete come
vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il giudizio
che ha fatto di voi?--«Pazzo» «pazzo»!--Non dico ora che lo faccio
per ischerzo! Prima, prima che battessi la testa cadendo da
cavallo...
-S'arresta d'un tratto, notando i quattro che si agitano, più che mai
sgomenti e sbalorditi.-
Vi guardate negli occhi?
-Rifà smorfiosamente i segni del loro stupore.-
Ah! Eh! Che rivelazione?--Sono o non sono?--Eh, via, sì, sono pazzo!
-Si fa terribile-
Ma allora, perdio, inginocchiatevi! inginocchiatevi!
-Li forza a inginocchiarsi tutti a uno a uno:-
Vi ordino di inginocchiarvi tutti davanti a me--così! E toccate tre
volte la terra con la fronte! Giù! Tutti, davanti ai pazzi, si deve
stare così!
-Alla vista dei quattro inginocchiati si sente subito svaporare la
feroce gajezza, e se ne sdegna.-
Su, via, pecore, alzatevi!--M'avete obbedito? Potevate mettermi la
camicia di forza... --Schiacciare uno col peso d'una parola? Ma è
niente! Che è? Una mosca!--Tutta la vita è schiacciata così dal peso
delle parole! Il peso dei morti--Eccomi qua: potete credere sul serio
che Enrico IV sia ancora vivo? Eppure, ecco, parlo e comando a voi
vivi. Vi voglio così!--Vi sembra una burla anche questa, che
seguitano a farla i morti la vita?--Sì, qua è una burla: ma uscite di
qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi.
Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti--voi dite--lo faremo
noi!--Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i
costumi! Mettetevi a parlare! Ripetete tutte le parole che si sono
sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!
-Si para davanti a Bertoldo, ormai istupidito.-
Non capisci proprio nulla, tu, eh?--Come ti chiami?
-Bertoldo.- Io?... Eh... Bertoldo...
-Enrico IV.- Ma che Bertoldo, sciocco! Qua a quattr'occhi: come ti
chiami?
-Bertoldo.- Ve... veramente mi... mi chiamo Fino...
-Enrico IV (a un atto di richiamo e di ammonimento degli altri tre,
appena accennato, voltandosi subito per farli tacere).- Fino?
-Bertoldo.- Fino Pagliuca, sissignore.
-Enrico IV (volgendosi di nuovo agli altri).- Ma se vi ho sentito
chiamare tra voi, tante volte!
-A Landolfo-
Tu ti chiami Lolo?
-Landolfo.- Sissignore...
-Poi con uno scatto di gioja:-
Oh Dio... Ma allora?
-Enrico IV (subito, brusco).- Che cosa?
-Landolfo (d'un tratto smorendo).- No... dico...
-Enrico IV.- Non sono più pazzo? Ma no. Non mi vedete?--Scherziamo
alle spalle di chi ci crede.
-Ad Arialdo-
So che tu ti chiami Franco...
-A Ordulfo-
E tu, aspetta...
-Ordulfo.- Momo!
-Enrico IV.- Ecco, Momo! Che bella cosa, eh?
-Landolfo (c.s.).- Ma dunque... oh Dio...
-Enrico IV (c.s.).- Che? Niente! Facciamoci tra noi una bella, lunga,
grande risata...
-E ride.-
Ah, ah, ah, ah, ah, ah!
-Landolfo Arialdo Ordulfo (guardandosi tra loro, incerti, smarriti,
tra la gioja e lo sgomento).- È guarito? Ma sarà vero? Com'è?
-Enrico IV.- Zitti! Zitti!
-A Bertoldo:-
Tu non ridi? Sei ancora offeso? Ma no! Non dicevo mica a te,
sai?--Conviene a tutti, capisci? conviene a tutti far credere pazzi
certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non
si resiste a sentirli parlare. Che dico io di quelli là che se ne
sono andati? Che una è una baldracca, l'altro un sudicio libertino,
l'altro un impostore... Non è vero! Nessuno può crederlo!--Ma tutti
stanno ad ascoltarmi, spaventati. Ecco, vorrei sapere perché, se non
è vero.--Non si può mica credere a quel che dicono i pazzi!--Eppure,
si stanno ad ascoltare così, con gli occhi sbarrati dallo
spavento.--Perché?--Dimmi, dimmi tu, perché? Sono calmo, vedi?
-Bertoldo.- Ma perché... forse, credono che...
-Enrico IV.- No, caro... no, caro... Guardami bene negli occhi...
--Non dico che sia vero, stai tranquillo!--Niente è vero!--Ma
guardami negli occhi!
-Bertoldo.- Sì, ecco, ebbene?
-Enrico IV.- Ma lo vedi? lo vedi? Tu stesso! Lo hai anche tu, ora, lo
spavento negli occhi!--Perché ti sto sembrando pazzo!--Ecco la prova!
Ecco la prova!
-E ride.-
-Landolfo (a nome degli altri, facendosi coraggio, esasperato).- Ma
che prova?
-Enrico IV.- Codesto vostro sgomento, perché ora, di nuovo, vi sto
sembrando pazzo!--Eppure, perdio, lo sapete! Mi credete; lo avete
creduto fino ad ora che sono pazzo!--È vero o no?
-Li guarda un po', li vede atterriti.-
Ma lo vedete? Lo sentite che può diventare anche terrore, codesto
sgomento, come per qualche cosa che vi faccia mancare il terreno
sotto i piedi e vi tolga l'aria da respirare? Per forza, signori
miei! Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa?
trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto
avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte
le vostre costruzioni!--Eh! che volete? Costruiscono senza logica,
beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma!
Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come!--Voi vi tenete
forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili!--Voi dite:
«questo non può essere!»--e per loro può essere tutto.--Ma voi dite
che non è vero. E perché?--Perché non par vero a te, a te, a te,
-indica tre di loro,-
e centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa
invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi, e
che spettacolo danno dei loro accordi, fiori di logica! Io so che a
me, bambino, appariva vera la luna nel pozzo. E quante cose mi
parevano vere! E credevo a tutte quelle che mi dicevano gli altri, ed
ero beato! Perché guai, guai se non vi tenete più forte a ciò che vi
par vero oggi, a ciò che vi parrà vero domani, anche se sia l'opposto
di ciò che vi pareva vero jeri! Guai se vi affondaste come me a
considerare questa cosa orribile, che fa veramente impazzire: che se
siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi--come io guardavo
un giorno certi occhi--potete figurarvi come un mendico davanti a una
porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi,
col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a
voi, come quell'altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi
tocca...
-Pausa lungamente tenuta. L'ombra, nella sala, comincia ad
addensarsi, accrescendo quel senso di smarrimento e di più profonda
costernazione da cui quei quattro mascherati sono compresi e sempre
più allontanati dal grande Mascherato, rimasto assorto a contemplare
una spaventosa miseria che non è di lui solo, ma di tutti. Poi egli
si riscuote, fa come per cercare i quattro che non sente più attorno
a sè e dice:-
S'è fatto bujo, qua.
-Ordulfo (subito, facendosi avanti).- Vuole che vada a prendere la
lampa?
-Enrico IV (con ironia).- La lampa, si... Credete che non sappia che,
appena volto le spalle con la mia lampa ad olio per andare a dormire,
accendete la luce elettrica per voi--qua e anche là nella sala del
trono?--Fingo di non vederla...
-Ordulfo.- Ah!--Vuole allora...?
-Enrico IV.- No: m'accecherebbe.--Voglio la mia lampa.
-Ordulfo.- Ecco, sarà già pronta, qua dietro la porta.
-Si reca alla comune; la apre; ne esce appena e subito ritorna con
una lampa antica, di quelle che si reggono con un anello in cima.-
-Enrico IV (prendendo la lampa e poi indicando la tavola sul
coretto).- Ecco, un pòdi luce. Sedete, lì attorno alla tavola. Ma non
così! In belli e sciolti atteggiamenti...
-Ad Arialdo-
Ecco, tu così...
-lo atteggia, poi a Bertoldo:-
E tu così...
-lo atteggia:-
Così ecco...
-Va a sedere anche lui.-
E io, qua...
-Volgendo il capo verso una delle finestre.-
Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo...
Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci
perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a
guardarla, che lo sappia che ottocent'anni siano passati e che io,
seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico IV che guarda la
luna, come un pover'uomo qualunque? Ma guardate, guardate che
magnifico quadro notturno: l'Imperatore tra i suoi fidi
consiglieri... Non ci provate gusto?
-Landolfo (piano ad Arialdo, come per non rompere l'incanto).- Eh,
capisci? A sapere che non era vero...
-Enrico IV.- Vero, che cosa?
-Landolfo (titubante, come per scusarsi).- No... ecco... perché a lui
-indica Bertoldo-
entrato nuovo in servizio... io, appunto questa mattina, dicevo:
Peccato, che così vestiti... e poi con tanti bei costumi, là in
guardaroba... e con una sala come quella...
-accenna alla sala del trono.-
-Enrico IV.- Ebbene? Peccato, dici?
-Landolfo.- Già... che non sapevamo...
-Enrico IV.- Di rappresentarla per burla, qua, questa commedia?
-Landolfo.- Perché credevamo che...
-Arialdo (per venirgli in aiuto).- Ecco... sì, che fosse sul serio!
-Enrico IV.- E com'è? Vi pare che non sia sul serio?
-Landolfo.- Eh, se dice che...
-Enrico IV.- Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi
stessi, l'inganno; non per rappresentarlo davanti a me, davanti a chi
viene qua in visita di tanto in tanto; ma così, per come siete
naturalmente, tutti i giorni, davanti a nessuno
-a Bertoldo, prendendolo per le braccia,-
per te, capisci, che in questa tua finzione ci potevi mangiare,
dormire, e grattarti anche una spalla, se ti sentivi un prurito;
-rivolgendosi anche agli altri:-
sentendovi vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua
alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! E pensare, da qui, da
questo nostro tempo remoto, così colorito e sepolcrale, pensare che a
una distanza di otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e
novecento si abbaruffano intanto, s'arrabattano in un'ansia senza
requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come
si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia e in tanta
agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me! Per quanto
tristi i miei casi, e orrendi i fatti, aspre le lotte, dolorose le
vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare,
capite? Fissati per sempre: che vi ci potete adagiare, ammirando come
ogni effetto segua obbediente alla sua causa, con perfetta logica, e
ogni avvenimento si svolga preciso e coerente in ogni suo
particolare. Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così
grande!
-Landolfo.- Ah, bello! bello!
-Enrico IV.- Bello, ma basta! Ora che lo sapete, non potrei farlo più
io!
-Prende la lampa per andare a dormire.-
Nè del resto voi stessi, se non ne avete inteso finora la ragione.
Ne ho la nausea adesso!
-Quasi tra sè, con violenta rabbia contenuta:-
Perdio! debbo farla pentire d'esser venuta qua! Da suocera oh, mi
s'è mascherata... E lui da padre abate... --E mi portano con loro un
medico per farmi studiare... E chi sa che non sperino di farmi
guarire... Buffoni!--Voglio avere il gusto di schiaffeggiargliene
almeno uno: quello!--È un famoso spadaccino? M'infilzerà... Ma
vedremo, vedremo...
-Si sente picchiare alla comune.-
Chi è?
-Voce di Giovanni.- Deo gratias!
-Arialdo (contentissimo, come per uno scherzo che si potrebbe ancora
fare).- Ah, è Giovanni, è Giovanni, che viene come ogni sera a fare
il monacello!
-Ordulfo (c.s., stropicciandosi le mani).- Sì, sì, facciamoglielo
fare! facciamoglielo fare!
-Enrico IV (subito, severo).- Sciocco! Lo vedi? Perché? Per fare uno
scherzo alle spalle di un povero vecchio, che lo fa per amor mio?
-Landolfo (a Ordulfo).- Dev'essere come vero! Non capisci?
-Enrico IV.- Appunto! Come vero! Perché solo così non è più una burla
la verità!
-Si reca ad aprire la porta e fa entrare Giovanni parato da umile
fraticello, con un rotolo di cartapecora sotto il braccio.-
Avanti, avanti, padre!
-Poi assumendo un tono di tragica gravità e di cupo risentimento:-
Tutti i documenti della mia vita e del mio regno a me favorevoli
furono distrutti, deliberatamente, dai miei nemici: c'è solo,
sfuggita alla distruzione, questa mia vita scritta da un umile
monacello a me devoto, e voi vorreste riderne?
-Si rivolge amorosamente a Giovanni e lo invita a sedere davanti alla
tavola:-
Sedete, padre, sedete qua. E la lampa accanto.
-Gli posa accanto la lampa che ha ancora in mano.-
Scrivete, scrivete.
-Giovanni (svolge il rotolo di cartapecora, e si dispone a scriveve
sotto dettatura).- Eccomi pronto, Maestà!
-Enrico IV (dettando).- Il decreto di pace emanato a Magonza giovò ai
meschini ed ai buoni, quanto nocque ai cattivi e ai potenti.
-Comincia a calare la tela.-
Apportò dovizie ai primi, fame e miseria ai secondi...
Atto Terzo.
(La sala del trono, buja. Nel bujo, la parete di fondo si discerne
appena. Le tele dei due ritratti sono state asportate e al loro
posto, entro le cornici rimaste a ricingere il cavo delle nicchie, si
sono impostati nel preciso atteggiamento di quei ritratti, Frida
parata da «Marchesa di Toscana», come s'è vista nel secondo atto, e
Carlo Di Nolli parato da «Enrico IV».)
-Al levarsi del sipario, per un attimo la scena appare vuota. Si apre
l'uscio a sinistra ed entra, reggendo la lampa per l'anello in cima,
Enrico IV, volto a parlare verso l'interno ai quattro giovani che si
suppongono nella sala attigua, con Giovanni, come alla fine del
secondo atto.-
-Enrico IV.- No: restate, restate: farò da me. Buona notte.
-Richiude l'uscio e si muove, tristissimo e stanco, per attraversare
la sala, diretto al secondo uscio a destra, che dà nei suoi
appartamenti.-
-Frida (appena vede che egli ha di poco oltrepassato l'altezza del
trono, bisbiglia dalla nicchia, come una che si senta venir meno
dalla paura).- Enrico...
-Enrico IV (arrestandosi alla voce, come colpito a tradimento da una
rasojata alla schiena, volta la faccia atterrita verso la parete di
fondo, accennando d'alzare istintivamente, quasi a riparo, le
braccia).- Chi mi chiama? -(Non è una domanda, è un'esclamazione che
guizza in un brivido di terrore e non aspetta risposta dal bujo e dal
silenzio terribile della sala che d'un tratto si sono riempiti per
lui del sospetto d'esser pazzo davvero.)-
-Frida (a quell'atto di terrore, non meno atterrita di ciò che si è
prestata a fare, ripete un po' più forte):- Enrico... -(Ma sporgendo
un po' il capo dalla nicchia verso l'altra nicchia, pur volendo
sostenere la parte che le hanno assegnata.)-
-Enrico IV (ha un urlo: si lascia cader la lampa dalle mani, per
cingersi con le braccia la testa, e fa come per fuggire).-
-Frida (saltando dalla nicchia sullo zoccolo e gridando come
impazzita).- Enrico... Enrico... Ho paura... ho paura...
-E mentre il Di Nolli balza a sua volta dallo zoccolo e di qui a
terra, e accorre a Frida che seguita a gridare convulsa, sul punto di
svenire, irrompono--dall'uscio a sinistra--tutti: il Dottore, Donna
Matilde parata anche lei da «Marchesa di Toscana», Tito Belcredi,
Landolfo, Arialdo, Ordulfo, Bertoldo, Giovanni. Uno di questi dà
subito luce alla sala: luce strana, di lampadine nascoste nel
soffitto, per modo che sia sulla scena soltanto viva nell'alto. Gli
altri, senza curarsi d'Enrico IV che rimane a guardare, stupito da
quella irruzione inattesa, dopo il momento di terrore per cui ancora
vibra in tutta la persona, accorrono premurosi a sorreggere e a
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