-Belcredi.- Quello che studiò per prepararsi! Fino ai minimi
particolari... le minuzie...
-Dottore.- Ah, è facile! Quella che era ossessione momentanea, si
fissò, con la caduta e la percossa alla nuca, che determinarono il
guasto cerebrale. Si fissò, perpetuandosi. Si può diventare scemi, si
può diventare pazzi.
-Belcredi (a Frida e al Di Nolli).- Capite che scherzi, carini miei?
-Al Di Nolli:-
Tu avevi quattro o cinque anni;
-a Frida:-
a tua madre pare che tu l'abbia sostituita là in quel ritratto, dove
ancora non pensava neppur lontanamente che ti avrebbe messa al mondo:
io sono già coi capelli grigi; e lui: eccolo là
-indica il ritratto-
--taf! una botta alla nuca--e non si è più mosso di là: Enrico IV.
-Dottore (che se ne è stato assorto a meditare, apre le mani davanti
al volto come per concentrar l'altrui attenzione, e fa per mettersi a
dare la sua spiegazione scientifica).- Ecco, ecco, dunque, signori
miei: è proprio questo...
-Ma all'improvviso s'apre il primo uscio a destra (quello più vicino
alla ribalta) e viene fuori Bertoldo tutto alterato in viso.-
-Bertoldo (irrompendo come uno che non ne possa più).- Permesso?
Scusino...
-S'arresta però di botto per lo scompiglio che la sua comparsa
suscita subito negli altri.-
-Frida (con un grido di spavento, riparandosi).- Oh Dio! Eccolo!
-Donna Matilde (ritraendosi sgomenta, con un braccio levato per non
vederlo).- È lui? È lui?
-Di Nolli (subito).- Ma no! ma no! State tranquille!
-Dottore (stupito).- E chi è?
-Belcredi.- Uno scappato dalla nostra mascherata!
-Di Nolli.- È uno dei quattro giovani che teniamo qua, per secondare
la sua follia.
-Bertoldo.- Io chiedo scusa, signor Marchese...
-Di Nolli.- Ma che scusa! Avevo dato ordine che le porte fossero
chiuse a chiave, e che nessuno entrasse qua!
-Bertoldo.- Sissignore! Ma io non ci resisto! E le chiedo licenza
d'andarmene!
-Di Nolli.- Ah, voi siete quello che doveva assumere il servizio
questa mattina!
-Bertoldo.- Sissignore, e le dico che non ci resisto...
-Donna Matilde (al Di Nolli con viva costernazione).- Ma dunque non è
cosi tranquillo, come dicevi?
-Bertoldo (subito).- No, no, signora! Non è lui! Sono i miei tre
compagni! Lei dice «secondare», signor Marchese? Ma che secondare!
Quelli non secondano: i veri pazzi sono loro! Io entro qua per la
prima volta; e, invece di ajutarmi, signor Marchese...
-Sopravvengono dallo stesso uscio a destra Landolfo e Arialdo, in
fretta, con ansia, ma arrestandosi davanti all'uscio prima di farsi
avanti.-
-Landolfo.- Permesso?
-Arialdo.- Permesso, signor Marchese?
-Di Nolli.- Avanti! Ma insomma che cos'è? Che cosa fate?
-Frida.- Oh Dio, io me ne scappo, me ne scappo: ho paura!
-fa per avviarsi verso l'uscio a sinistra.-
-Di Nolli (subito trattenendola).- Ma no, Frida!
-Landolfo.- Signor Marchese, questo sciocco...
-indica Bertoldo.-
-Bertoldo (Protestando).- Ah no, grazie tante, cari miei! Io così non
ci sto! non ci sto!
-Landolfo.- Ma come non ci stai?
-Arialdo.- ha guastato tutto, signor Marchese, scappandosene qua!
-Landolfo.- Lo ha fatto montare sulle furie! Non possiamo più
trattenerlo di là. Ha dato ordine che sia arrestato, e vuole subito
«giudicarlo» dal trono!--Come si fa?
-Di Nolli.- Ma chiudete! Chiudete! Andate a chiudere quella porta!
-Landolfo va a chiudere.-
-Arialdo.- Non sarà possibile al solo Ordulfo trattenerlo...
-Landolfo.- Ecco, signor Marchese; se si potesse subito, almeno,
annunziargli la loro visita, per distornarlo. Se lor signori hanno
già pensato sotto qual veste presentarsi...
-Di Nolli.- Sì, sì, s'è pensato a tutto.
-Al Dottore:-
Se lei, dottore, crede di poter fate subito la visita...
-Frida.- Io no, io no, Carlo! Mi ritiro. E anche tu, mamma, per
carità, vieni, vieni con me!
-Dottore.- Dico... non sarà mica ancora armato?
-Di Nolli.- Ma no! che armato, dottore!
-A Frida:-
Scusami, Frida, ma codesto tuo timore è proprio puerile! Sei voluta
venire...
-Frida.- Ah non io, ti prego: è stata la mamma!
-Donna Matilde (con risoluzione)-. E io sono pronta! Insomma, che
dobbiamo fare?
-Belcredi.- È proprio necessario, scusate, camuffarci in quel modo?
-Landolfo.- Indispensabile! indispensabile, signore! Eh, pur troppo,
ci vede...
-mostra il suo costume.-
Guai se vedesse lor signori, così, in abiti d'oggi!
-Arialdo.- Crederebbe a un travestimento diabolico.
-Di Nolli.- Come a voi appajono travestiti loro, così a lui, nei
nostri panni, appariremmo travestiti noi.
-Landolfo.- E non sarebbe nulla, forse, signor Marchese, se non
dovesse parergli che fosse per opera del suo mortale nemico.
-Belcredi.- Il Papa Gregorio VII!
-Landolfo.- Appunto! Dice che era un «pagano»!
-Belcredi.- Il papa? Non c'è male!
-Landolfo.- Sissignore. E che evocava i morti! Lo accusa di tutte le
arti diaboliche. Ne ha una paura terribile.
-Dottore.- Il delirio persecutorio!
-Arialdo.- Infurierebbe!
-Di Nolli (a Belcredi).- Ma non è necessario che tu ci sia, scusa.
Noi ce ne andremo di là. Basta che lo veda il dottore.
-Dottore.- Dice... io solo?
-Di Nolli.- Ma ci sono loro!
-indica i tre giovani.-
-Dottore.- No, no... dico se la signora Marchesa...
-Donna Matilde.- Ma sì! Voglio esserci anch'io! Voglio esserci
anch'io! Voglio rivederlo!
-Frida.- Ma perché, mamma? Ti prego... Vieni con noi!
-Donna Matilde (imperiosa).- Lasciami fare! sono venuta per questo!
-A Landolfo.-
Io sarò «Adelaide», la madre.
-Landolfo.- Ecco, benissimo. La madre dell'imperatrice Berta,
benissimo! Basterà allora che la signora si cinga la corona ducale e
indossi un manto che la nasconda tutta.
-Ad Arialdo.-
Vai, vai, Arialdo!
-Arialdo.- Aspetta: e il signore?
-accennando al Dottore.-
-Dottore.- Ah, sì... abbiamo detto, mi pare, il Vescovo... il Vescovo
Ugo di Cluny.
-Arialdo.- Il signore vuol dire l'Abate? Benissimo: Ugo di Cluny.
-Landolfo.- E già venuto qua tant'altre volte...
-Dottore (stupito).- Come, venuto?
-Landolfo.- Non abbia paura. Voglio dire che, essendo un
travestimento spiccio...
-Arialdo.- S'è usato altre volte.
-Dottore.- Ma...
-Landolfo.- Non c'è pericolo che se ne ricordi. Guarda più all'abito
che alla persona.
-Donna Matilde.- Questo è bene anche per me, allora.
-Di Nolli.- Noi andiamo, Frida! Vieni, vieni con noi, Tito!
-Belcredi.- Ah no: se resta lei
-indica la Marchesa,-
resto anch'io.
-Donna Matilde.- Ma non ho affatto bisogno di voi!
-Belcredi.- Non dico che ne abbiate bisogno. Ho piacere di rivederlo
anch'io. Non è permesso?
-Landolfo.- Sì, forse sarebbe meglio che fossero in tre.
-Arialdo.- E allora, il signore?
-Belcredi.- Mah, veda di trovare un travestimento spiccio anche per
me.
-Landolfo (ad Arialdo).- Sì, ecco: di cluniacense.
-Belcredi.- Cluniacense? Come sarebbe?
-Landolfo.- Una tonaca da benedettino dell'Abazia di Cluny. Figurerà
al seguito di Monsignore.
-Ad Arialdo:-
Vai, vai!
-A Bertoldo:-
E anche tu, via; e non ti far vedere per tutto quest'oggi!
-Ma, appena li vede avviare,-
Aspettate.
-A Bertoldo:-
Porta qua tu gl'indumenti che lui ti darà
-Ad Arialdo:-
E tu vai subito ad annunziare la visita della «Duchessa Adelaide» e
di «Monsignore Ugo di Cluny». Intesi?
-Arialdo e Bertoldo via per il primo uscio a destra.-
-Di Nolli.- Noi allora ci ritiriamo.
-Via con Frida per l'uscio a sinistra.-
-Dottore (a Landolfo).- Mi dovrebbe, credo, veder bene sotto le vesti
di Ugo di Cluny.
-Landolfo.- Benissimo. Stia tranquillo. Monsignore è stato sempre
accolto qua con gande rispetto. E anche lei stia tranquilla, signora
Marchesa. Ricorda sempre che deve all'intercessione di loro due se,
dopo due giorni di attesa, in mezzo alla neve, già quasi assiderato,
fu ammesso nel castello di Canossa alla presenza di Gregorio VII che
non voleva riceverlo.
-Belcredi.- E io, scusate?
-Landolfo.- Lei si tenga rispettosamente da parte.
-Donna Matilde (irritata, molto nervosa).- Fareste bene ad andarvene!
-Belcredi (piano, stizzoso).- Voi siete molto commossa...
-Donna Matilde (fiera).- Sono come sono! Lasciatemi in pace!
-Rientra Berloldo con gli indumenti.-
-Landolfo (vedendolo entrare).- Ah, ecco qua gli abiti! Questo manto,
per la Marchesa.
-Donna Matilde.- Aspettate, mi levo il cappello!
-Eseguisce, e lo porge a Bertoldo.-
-Landolfo.- Lo porterai di là.
-Poi alla Marchesa, accennando di cingerle in capo la corana ducale.-
Permette?
-Donna Matilde.- Ma, Dio mio, non c'è uno specchio qua?
-Landolfo.- Ci sono di là.
-indica l'uscio a sinistra.-
Se la signora Marchesa vuol fare da sè...
-Donna Matilde.- Sì, sì, sarà meglio, date qua; faccio subito.
-Riprende il cappello ed esce con Berloldo che reca il manto e la
corona. Nel mentre il Dottore e Belcredi indosseranno da sè, alla
meglio, le tonache da benedettini.-
-Belcredi.- Questa di far da benedettino, dico la verità, non me la
sarei mai aspettata. Oh, dico: è una pazzia che costa fior di
quattrini!
-Dottore.- Mah! Anche tant'altre pazzie veramente...
-Belcredi.- Quando, per secondarle, si ha a disposizione un
patrimonio...
-Landolfo.- Sissignore. Abbiamo di là un intero guardaroba, tutto di
costumi del tempo, eseguiti a perfezione, su modelli antichi. È mia
cura particolare: mi rivolgo a sartorie teatrali competenti. Si
spende molto.
-Donna Matilde rientra parata col manto e la corona.-
-Belcredi (subito, ammirandola).- Ah, magnifica! Veramente regale!
-Donna Matilde (vedendo Belcredi e scoppiando a ridere).- Oh Dio! ma
no; levatevi! Voi siete impossibile! Sembrate uno struzzo vestito da
monaco!
-Belcredi.- E guardate il dottore!
-Dottore.- Eh, pazienza... pazienza.
-Donna Matilde.- Ma no, meno male, il dottore... Voi fate proprio
ridere!
-Dottore (a Landolfo).- Ma si fanno dunque molti ricevimenti qua?
-Landolfo.- Secondo. Tante volte ordina che gli si presenti questo o
quel personaggio. E allora bisogna cercar qualcuno che si presti.
Anche donne...
-Donna Matilde (ferita, e volendo nasconderlo).- Ah! Anche donne?
-Landolfo.- Eh, prima, sì... Molte.
-Belcredi (ridendo).- Oh bella! In costume?
-indicando la Marchesa.-
Così?
-Landolfo.- Mah, sa: donne, di quelle che...
-Belcredi.- Che si prestano, ho capito!
-Perfido, alla Marchesa:-
Badate, che diventa per voi pericoloso!
-Si apre il secondo uscio a destra e appare Arialdo, che fa prima, di
nascosto, un cenno per arrestare ogni discorso nella sala, e poi
annunzia solennemente:-
-Arialdo.- Sua Maestà l'Imperatore!
-Entrano prima i due Valletti che vanno a postarsi ai Piedi
del trono. Poi entra tra Ordulfo e Arialdo, che si tengono
rispettosamente un po' indietro, Enrico IV. È presso alla
cinquantina, pallidissimo, e già grigio sul dietro del capo; invece
sulle tempie e sulla fronte, appare biondo, per via di una tintura
quasi puerile, evidentissima; e sui pomelli, in mezzo al tragico
pallore, ha un trucco rosso da bambola, anch'esso evidentissimo.
Veste sopra l'abito regale un sajo da penitente, come a Canossa.
Ha negli occhi una fissità spasimosa, che fa spavento; in contrasto
con l'atteggiamento della persona che vuol essere d'umiltà
pentita, tanto più ostentata quanto più sente che immeritato è
quell'avvilimento.--Ordulfo regge a due mani la corona imperiale.
Arialdo lo scettro con l'Aquila e il globo con la Croce.-
-Enrico IV (inchinandosi prima a Donna Matilde, poi al dottore).-
Madonna... Monsignore...
-Poi guarda il Belcredi e fa per inchinarsi anche a lui, ma si volge
a Landolfo che gli si è fatto presso, e domanda sottovoce con
diffidenza.-
È Pietro Damiani?
-Landolfo.- No, Maestà, è un monaco di Cluny che accompagna l'Abate.
-Enrico IV (torna a spiare il Belcredi con crescente diffidenza e,
notando che egli si volge sospeso e imbarazzato a Donna Matilde e al
Dottore, come per consigliarsi con gli occhi, si rizza sulla persona
e grida).- È Pietro Damiani!--Inutile, Padre, guardare la Duchessa!
-Subito volgendosi Donna Matilde come a scongiurare un pericolo:-
Vi giuro, vi giuro, Madonna, che il mio animo è cangiato verso
vostra figlia! Confesso che se lui
-indica il Belcredi-
non fosse venuto a impedirmelo in nome del Papa Alessandro, l'avrei
ripudiata! Sì: c'era chi si prestava a favorire il ripudio: il
vescovo di Magonza, per centoventi poderi.
-Sogguarda un po' smarrito Landolfo, e dice subito:-
Ma non debbo in questo momento dir male dei vescovi.
-Ritorna umile davanti a Belcredi:-
Vi sono grato, credetemi che vi sono grato, ora, Pietro Damiani, di
quell'impedimento!--Tutta d'umiliazioni è fatta la mia vita:--mia
madre, Adalberto, Tribur, Goslar--e ora questo sajo che mi vedete
addosso.
-Cangia tono improvvisamente e dice come uno che, in una parentesi di
astuzia, si ripassi la parte:-
Non importa! Chiarezza d'idee, perspicacia, fermezza di contegno e
pazienza nell'avversa fortuna!
-Quindi si volge a tutti e dice con gravità compunta:-
So correggere gli errori commessi; e anche davanti a voi, Pietro
Damiani, mi umilio!
-Si inchina profondamente, e resta lì curvo davanti a lui, come
piegato da un obliquo sospetto che ora gli nasce e che gli fa
aggiungere, quasi suo malgrado, in tono minaccioso:-
Se non è partita da voi l'oscena voce che la mia santa madre,
Agnese, abbia illeciti rapporti col vescovo Enrico d'Augusta!
-Belcredi (poiché Enrico IV resta ancora curvo, col dito appuntato
minacciosamente contro di lui, si pone le mani sul petto, e poi
negando).- No... da me, no...
-Enrico IV (alzandosi).- No, è vero? Infamia!
-Lo squadra un po' e poi dice:-
Non ve ne credo capace.
-Si avvicina di Dottore e gli tira un po' la manica ammiccando
furbescamente.-
Sono «loro»! Sempre quelli, Monsignore!
-Arialdo (piano, con un sospiro, come per suggerire al Dottore).- Eh,
sì, i vescovi rapitori.
-Dottore (per sostenere la parte, volto ad Arialdo).- Quelli, eh
già... quelli...
-Enrico IV.- Nulla è bastato a costoro!--Un povero ragazzo,
Monsignore... Si passa il tempo, giocando--anche quando, senza
saperlo, si è re. Sei anni avevo e mi rapirono a mia madre, e contro
lei si servirono di me, ignaro, e contro i poteri stessi della
Dinastia, profanando tutto, rubando, rubando; uno più ingordo
dell'altro: Anno più di Stefano, Stefano più di Anno!
-Landolfo (sottovoce, persuasivo, per richiamarlo).- Maestà...
-Enrico IV (subito voltandosi).- Ah, già! Non debbo in questo momento
dir male dei vescovi.--Ma questa infamia su mia madre, Monsignore,
passa la parte!
-Guarda la Marchesa e s'intenerisce.-
E non posso neanche piangerla, Madonna.--Mi rivolgo a voi, che
dovreste aver viscere materne. Venne qua a trovarmi, dal suo
convento, or'è circa un mese. Mi hanno detto che è morta.
-Pausa tenuta, densa di commozione. Poi sorridendo mestissimamente-
Non posso piangerla, perché se voi ora siete qua, e io così
-mostra il sajo che ha indosso,-
vuol dire che ho ventisei anni.
-Arialdo (quasi sottovoce dolcemente per confortarlo).- E che dunque
ella è viva, Maestà.
-Ordulfo (c.s.).- Ancora nel suo convento.
-Enrico IV (si volta a guardarli).- Già; e posso dunque rimandare ad
altro tempo il dolore.
-Mostra alla Marchesa, quasi con civetteria, la tintura che si è data
ai capelli.-
Guardate: ancora biondo...
-Poi piano; come in confidenza:-
Per voi!--Io non ne avrei bisogno. Ma giova qualche segno esteriore.
Termini di tempo, mi spiego, Monsignore?
-Si riaccosta alla Marchesa, e osservandole i capelli:-
Eh, ma vedo che... anche voi, Duchessa...
-Strizza un occhio e fa un segno espressivo con la mano:-
Eh, italiana...
-come a dire: finta; ma senz'ombra di sdegno, anzi con maliziosa
ammirazione:-
Dio mi guardi dal mostrarne disgusto o
meraviglia!--Velleità!--Nessuno vorrebbe riconoscere quel certo
potere oscuro e fatale che assegna limiti alla volontà. Ma, dico, se
si nasce e si muore!--Nascere, Monsignore: voi l'avete voluto? Io
no.--E tra l'un caso e l'altro, indipendenti entrambi dalla nostra
volontà, tante cose avvengono che tutti quanti vorremmo non
avvenissero, e a cui a malincuore ci rassegniamo!
-Dottore (tanto per dire qualche cosa, mentre lo studia
attentanente).- Eh sì, purtroppo!
-Enrico IV.- Ecco: quando non ci rassegniamo, vengono fuori le
velleità. Una donna che vuol essere uomo... un vecchio che vuol esser
giovine... --Nessuno di noi mente o finge!--C'è poco da dire: ci
siamo fissati tutti in buona fede in un bel concetto di noi stessi.
Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e
due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche, vi
scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui
non v'accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese, quando ve la
vedete d'improvviso consistere davanti così sfuggita da voi; dispetti
e ire contro voi stesso; o rimorsi; anche rimorsi. Ah, se sapeste, io
me ne son trovati tanti davanti! Con una faccia che era la mia
stessa, ma così orribile, che non ho potuto fissarla... --
-Si riaccosta alla Marchesa.-
A voi non è mai avvenuto, Madonna? Vi ricordate proprio di essere
stata sempre la stessa, voi? Oh Dio, ma un giorno... --com'è? com'è
che poteste commettere quella tale azione...
-La fissa così acutamente negli occhi, da farla quasi smorire.-
--sì, «quella», appunto!--ci siamo capiti. (Oh, state tranquilla che
non la svelerò a nessuno!). E che voi, Pietro Damiani, poteste essere
amico di quel tale...
-Landolfo (c.s.).- Maestà...
-Enrico IV (subito).- No no, non glielo nomino! So che gli fa tanto
dispetto!
-Voltandosi a Belcredi, come di sfuggita.-
Che opinione eh? che opinione ne avevate... --Ma tutti, pur non di
meno, seguitiamo a tenerci stretti al nostro concetto, così come chi
invecchia si ritinge i capelli. Che importa che questa mia tintura
non possa essere, per voi, il color vero dei miei capelli?--Voi,
Madonna, certo non ve li tingete per ingannare gli altri, ne voi; ma
solo un poco--poco poco--la vostra immagine davanti allo specchio. Io
lo faccio per ridere. Voi lo fate sul serio. Ma vi assicuro che per
quanto sul serio, siete mascherata anche voi, Madonna; e non dico per
la venerabile corona che vi cinge la fronte, e a cui m'inchino, o per
il vostro manto ducale; dico soltanto per codesto ricordo che volete
fissare in voi artificialmente del vostro color biondo, in cui un
giorno vi siete piaciuta; o del vostro color bruno se eravate bruna:
l'immagine che vien meno della vostra gioventù. A voi, Pietro
Damiani, invece, il ricordo di ciò che siete stato, di ciò che avete
fatto, appare ora riconoscimento di realtà passate, che vi restano
dentro--è vero?--come un sogno. E anche a me--come un sogno--e tante,
a ripensarci, inesplicabili... --Mah!--Nessuna meraviglia, Pietro
Damiani; sarà così domani della nostra vita d'oggi!
-Tutt'a un tratto infuriandosi e afferrandosi il sajo addosso.-
Questo sajo qua!
-Con gioia quasi feroce facendo atto di strapparselo, mentre Arialdo,
Ordulfo subito accorrono spaventati, come per trattenerlo.-
Ah per Dio!
-Si tira indietro e, levandosi il sajo, grida loro:-
Domani, a Bressanone, ventisette vescovi tedeschi e lombardi
firmeranno con me la destituzione di Papa Gregorio VII: non
Pontefice, ma monaco falso!
-Ordulfo (con gli altri due, scongiurandolo di tacere).- Maestà,
Maestà, in nome di Dio!
-Arialdo (invitandolo coi gesti a rimettersi il sajo).- Badate a
quello che dite!
-Landolfo.- Monsignore è qua, insieme con la Duchessa, per
intercedere in vostro favore!
-E di nascosto fa pressanti segni al Dottore di dire subito qualche
cosa.-
-Dottore (smarrito).- Ah, ecco... sì... Siamo qua per intercedere...
-Enrico IV (subito pentito, quasi spaventato, lasciandosi dai tre
rimettere sulle spalle il sajo e stringendoselo addosso con le mani
convulse).- Perdono... sì, sì... perdono, perdono, Monsignore;
perdono, Madonna... Sento, vi giuro, sento tutto il peso
dell'anatema!
-Si curva, prendendosi la testa fra le mani, come in attesa di
qualche cosa che debba schiacciarlo; e sta un po' così, ma poi con
altra voce, pur senza scomporsi, dice piano, in confidenza a
Landolfo, ad Arialdo e a Ordulfo:-
Ma io non so perché, oggi non riesco a essere umile davanti a quello
lì!
-E indica, come di nascosto, il Belcredi.-
-Landolfo (sottovoce).- Ma perché voi, Maestà, vi ostinate a credere
che sia Pietro Damiani, mentre non è!
-Enrico IV (sogguardandolo con timore).- Non è Pietro Damiani?
-Arialdo.- Ma no, è un povero monaco, Maestà!
-Enrico IV (dolente, con sospirosa esasperazione).- Eh, nessuno di
noi può valutare ciò che fa, quando fa per istinto...Forse voi,
Madonna, potete intendermi meglio degli altri, perché siete donna.
[Questo è un momento solenne e decisivo. Potrei, guardate, ora
stesso, mentre parlo con voi, accettar l'ajuto dei vescovi lombardi e
impossessarmi del Pontefice, assediandolo qui nel Castello; correre a
Roma a eleggervi un antipapa; porgere la mano all'alleanza con
Roberto Guiscardo.--Gregotio VII sarebbe perduto!--Resisto alla
tentazione, e credetemi che sono saggio. Sento l'aura dei tempi e la
maestà di chi sa essere quale deve essere: un Papa!--Vorreste ora
ridere di me, vedendomi così? Sareste tanti stupidi, perché non
capireste che sapienza politica mi consiglia ora quest'abito di
penitenza. Vi dico che le parti, domani, potrebbeto essere invertite!
E che fareste voi allora? Ridereste per caso del Papa in veste di
prigioniero?--No.--Saremmo pari.--Un mascherato io, oggi, da
penitente; lui, domani, da prigioniero. Ma guai a chi non sa portare
la sua maschera, sia da Re, sia da Papa.--Forse egli è ora un po'
troppo crudele: questo sì.] Pensate, Madonna, che Berta, vostra
figlia, per cui, vi ripeto, il mio animo è cangiato
-si volta improvvisamente a Belcredi e gli grida in faccia, come se
avesse detto di no
--cangiato, cangiato, per l'affetto e la devozione di cui ha saputo
darmi prova in questo terribile momento!
-S'arresta, convulso, dallo scatto iroso, e fa sforzi per contenersi,
con un gemito d'esasperazione nella gola; poi si volge di nuovo con
dolce e dolente umiltà alla Marchesa.-
È venuta con me, Madonna, è giù nel cortile; ha voluto seguirmi come
una mendica, ed è gelata, gelata da due notti all'aperto, sotto la
neve! Voi siete sua madre! Dovrebbero muoversi le viscere della
vostra misericordia e implorare con lui,
-indica il Dottore-
dal Pontefice, il perdono: che ci riceva!
-Donna Matilde (tremante, con un filo di voce).- Ma sì, sì, subito...
-Dottore.- Lo faremo, lo faremo!
-Enrico IV.- E un'altra cosa! Un'altra cosa!
-Se li chiama intorno e dice piano, in gran segreto:-
Non basta che mi riceva. Voi sapete che egli può «tutto»--vi dico
«tutto»--Evoca perfino i morti!
-Si picchia il petto.-
Eccomi qua! Mi vedete!--E non c'è arte di magia che gli sia ignota.
Ebbene, Monsignore, Madonna: la mia vera condanna è questa--o
quella--guardate
-indica il suo ritratto alla parete, quasi con paura,-
di non potermi più distaccare da quest'opera di magia!--Sono ora
penitente, e così resto; vi giuro che ci resto finché Egli non
m'abbia ricevuto. Ma poi voi due, dopo la revoca della scomunica,
dovreste implorarmi questo dal Papa che lo può: di staccarmi di là
-indica di nuovo il ritratto,-
e farmela vivere tutta, questa mia povera vita, da cui sono
escluso... Non si può aver sempre ventisei anni, Madonna! E io ve lo
chiedo anche per vostra figlia: che io la possa amare come ella si
merita, così ben disposto come sono adesso, intenerito come sono
adesso dalla sua pietà. Ecco. Questo. Sono nelle vostre mani...
-Si inchina.-
Madonna! Monsignore!
-E fa per ritirarsi, così inchinandosi, per l'uscio donde è entrato;
se non che, scorto il Belcredi che s'era un po' accostato per
sentire, nel vedergli voltar la faccia verso il fondo e supponendo
che voglia rubargli la corona imperiale posata sul trono, tra lo
stupore e lo sgomento di tutti, corre a prenderla e a nascondersela
sotto il sajo, e con un sorriso furbissimo negli occhi e sulle labbra
torna a inchinarsi ripetutamente e scompare. La Marchesa è così
profondamente commossa, che casca di schianto a sedere, quasi
svenuta.-
Atto Secondo
(Altra sala della villa, contigua a quella del trono, addobbata di
mobili antichi e austeri. A destra, a circa due palmi dal suolo, è
come un coretto, cinto da una ringhiera di legno a pilastrini,
intetrotta lateralmente e sul davanti, ove sono i due gradini
d'accesso. Su questo coretto sarà una tavola e cinque seggioloni di
stile, uno a capo e due per lato. La comune in fondo. A sinistra due
finestre che danno sul giardino. A destra un uscio che dà nella sala
del trono. Nel pomeriggio avanzato dello stesso giorno.)
-Sono in scena Donna Matilde, il Dottore e Tito Belcredi. Seguitano
una conversazione; ma Donna Matilde si tiene appartata, fosca,
evidentemente infastidita da ciò che dicono gli altri due, a cui
tuttavia non può fare a meno di prestare orecchio, perché nello stato
d'irrequietezza in cui si trova, ogni cosa la interessa suo malgrado,
impedendole di concentrarsi a maturare un proposito più forte di lei,
che le balena e la tenta. Le parole che ode degli altri due
attraggono la sua attenzione, perché istintivamente sente come il
bisogno d'esser trattenuta in quel momento.-
-Belcredi.- Sarà, sarà come lei dice, caro dottore, ma questa è la
mia impressione.
-Dottore.- Non dico di no; ma creda che è soltanto... così,
un'impressione.
-Belcredi.- Scusi: però l'ha perfino detto, e chiaramente!
-Voltandosi alla Marchesa:-
Non è vero, Marchesa?
-Donna Matilde (frastornata, voltandosi).- Che ha detto?
-Poi, non consentendo.-
Ah sì... Ma non per la ragione che voi credete.
-Dottore.- Intendeva dei nostri abiti soprammessi: il suo manto
-indica la Marchesa-
le nostre tonache da benedettini. E tutto questo è puerile.
-Donna Matilde (di scatto, voltandosi di nuovo sdegnata).- Puerile?
Che dice, Dottore?
-Dottore.- Da un canto sì! Prego; mi lasci dire, Marchesa. Ma
dall'altro, molto più complicato di quanto possiate immaginare.
-Donna Matilde.- Per me è chiarissimo, invece.
-Dottore (col sorriso di compatimento d'un competente verso gli
incompetenti).- Eh sì! Bisogna intendere questa speciale psicologia
dei pazzi, per cui--guardi--si può essere anche sicuri che un pazzo
nota, può notare benissimo un travestimento davanti a lui; e
assumerlo come tale; e sissignori, tuttavia, crederci; proprio come
fanno i bambini, per cui è insieme giuoco e realtà. Ho detto perciò
puerile. Ma è poi complicatissimo in questo senso, ecco: che egli ha,
deve avere perfettamente coscienza di essere per sè, davanti a se
stesso, una Immagine: quella sua immagine là!
-Allude al ritratto nella sala del trono, indicando perciò alla sua
sinistra.-
-Belcredi.- L'ha detto!
-Dottore.- Ecco, benissimo!--Un'immagine, a cui si sono fatte innanzi
altre immagini: le nostre, mi spiego? Ora egli, nel suo
delirio--acuto e lucidissimo ha potuto avvertire subito una
differenza tra la sua e le nostre: cioè, che c'era in noi, nelle
nostre immagini, una finzione. E ne ha diffidato. Tutti i pazzi sono
sempre armati d'una continua vigile diffidenza. Ma questo è tutto! A
lui naturalmente non è potuto sembrare pietoso questo nostro giuoco,
fatto attorno al suo. E il suo a noi s'è mostrato tanto più tragico,
quanto più egli, quasi a sfida--mi spiego?--indotto dalla diffidenza,
ce l'ha voluto scoprire appunto come un giuoco; anche il suo,
sissignori, venendoci avanti con un po' di tintura sulle tempie e
sulle guance, e dicendoci che se l'era data apposta, per ridere!
-Donna Matilde (scattando di nuovo).- No. Non è questo, dottore! Non
è questo! non è questo!
-Dottore.- Ma come non è questo?
-Donna Matilde (recisa, vibrante).- Io sono sicurissima ch'egli m'ha
riconosciuta!
-Dottore.- Non è possibile... non è possibile...
-Belcredi (contemporaneamente).- Ma che!
-Donna Matilde (ancora più recisa, quasi convulsa).- M'ha
riconosciuta, vi dico. Quand'è venuto a parlarmi da vicino,
guardandomi negli occhi, proprio dentro gli occhi--m'ha riconosciuta!
-Belcredi.- Ma se parlava di vostra figlia...
-Donna Matilde.- Non è vero!--Di me! Parlava di me!
-Belcredi.- Sì, forse, quando disse...
-Donna Matilde (subito, senza riguardo).- Dei miei capelli tinti! Ma
non avete notato che aggiunse subito: «oppure il ricordo del vostro
color bruno se eravate bruna» ?--S'è ricordato perfettamente che io,
«allora», ero bruna.
-Belcredi.- Ma che! Ma che!
-Donna Matilde (senza dargli retta, rivolgendosi al Dottore).- I miei
capelli, dottore, sono difatti bruni--come quelli di mia figlia. E
perciò s'è messo a parlare di lei!
-Belcredi.- Ma se non la conosce, vostra figlia! Se non l'ha mai
veduta!
-Donna Matilde.- Appunto! Non capite nulla! Per mia figlia intendeva
me; me com'ero allora!
-Belcredi.- Ah, questo è contagio! Questo è contagio!
-Donna Matilde (piano, con sprezzo).- Ma che contagio! Sciocco!
-Belcredi.- Scusate, siete stata mai sua moglie, voi? Vostra figlia,
nel suo delirio, è sua moglie: Berta di Susa.
-Donna Matilde.- Ma perfettamente! Perché io, non più bruna--com'egli
mi ricordava--ma «così», bionda, mi sono presentata a lui come
«Adelaide» la madre.--Mia figlia per lui non esiste--non l'ha mai
veduta--l'avete detto voi stesso. Che ne sa perciò, se sia bionda o
bruna?
-Belcredi.- Ma ha detto bruna, così, in generale, Dio mio! di chi
vuol fissare, comunque, sia bionda sia bruna, il ricordo della
gioventù nel colore dei capelli! E voi al solito vi mettete a
fantasticare!--Dottore, dice che non sarei dovuto venire io--ma non
sarebbe dovuta venire lei!
-Donna Matilde (abbattuta per un momento dall'osservazione del
Belcredi, e rimasta assorta, ora si riprende, ma smaniosa perché
dubitante).- No... no... parlava di me... Ha parlato sempre a me e
con me e di me...
-Belcredi.- Alla grazia! Non m'ha lasciato un momento di respiro, e
dite che ha parlato sempre di voi? Tranne che non vi sia parso che
alludesse anche a voi, quando parlava con Pietro Damiani!
-Donna Matilde (con aria di sfida, quasi rompendo ogni freno di
convenienza).- E chi lo sa?--Mi sapete dire perché subito, fin dal
primo momento, ha sentito avversione per voi, soltanto per voi?
-Dal tono della domanda deve risultare infatti, quasi esplicita, la
risposta: «Perché ha capito che voi siete il mio amante!»--Il
Belcredi lo avverte così bene, che lì per lì resta come smarrito in
un vano sorriso.-
-Dottore.- La ragione, scusino, può essere anche nel fatto che gli fu
annunziata soltanto la visita della duchessa Adelaide e dell'Abate di
Cluny. Trovandosi davanti un terzo, che non gli era stato annunziato,
subito la diffidenza...
-Belcredi.- Ecco, benissimo, la diffidenza gli fece vedere in me un
nemico: Pietro Damiani!--Ma se è intestata, che l'abbia
riconosciuta...
-Donna Matilde.- Su questo non c'è dubbio!--Me l'hanno detto i suoi
occhi, Dottore: sapete quando si guarda in un modo che... che nessun
dubbio è più possibile! Forse fu un attimo, che volete che vi dica?
-Dottore.- Non è da escludere: un lucido momento...
-Donna Matilde.- Ecco forse! E allora il suo discorso m'è parso
pieno, tutto, del rimpianto della mia e della sua gioventù--per
questa cosa orribile che gli è avvenuta, e che l'ha fermato lì, in
quella maschera da cui non s'è potuto più distaccare, e da cui si
vuole, si vuole distaccare!
-Belcredi.- Già! Per potersi mettere ad amar vostra figlia. O
voi,--come credete--intenerito dalla vostra pietà.
-Donna Matilde.- Che è tanta, vi prego di credere!
-Belcredi.- Si vede, Marchesa! Tanta che un taumaturgo vedrebbe più
che probabile il miracolo.
-Dottore.- Permettete che parli io adesso? Io non faccio miracoli,
perché sono un medico e non un taumaturgo, io. Sono stato molto
attento a tutto ciò che ha detto, e ripeto che quella certa
elasticità analogica, propria di ogni delirio sistematizzato, è
evidente che in lui è già molto... come vorrei dire? rilassata. Gli
elementi, insomma, del suo delirio non si tengono più saldi a
vicenda. Mi pare che si riequilibri a stento, ormai, nella sua
personalità soprammessa, per bruschi richiami che lo strappano--(e
questo è molto confortante)--non da uno stato di incipiente apatia,
ma piuttosto da un morbido adagiamento in uno stato di malinconia
riflessiva, che dimostra una... sì, veramente considerevole attività
cerebrale. Molto confortante, ripeto. Ora, ecco, se con questo trucco
violento che abbiamo concertato...
-Donna Matilde (voltandosi verso la finestra, col tono di una malata
che si lamenti).- Ma com'è che ancora non ritorna quest'automobile?
In tre ore e mezzo...
-Dottore.- (stordito). Come dice?
-Donna Matilde.- Quest'automobile, dottore! Sono più di tre ore e
mezzo!
-Dottore (cavando e guardando l'orologio).- Eh, più di quattro per
questo!
-Donna Matilde.- Potrebbe esser qua da mezz'ora, almeno. Ma, al
solito...
-Belcredi.- Forse non trovano l'abito.
-Donna Matilde.- Ma s'e ho indicato con precisione dov'è riposto!
-(È impazientissima.)-
Frida, piuttosto... Dov'è Frida?
-Belcredi (sporgendosi un po' dalla finestra).- Sarà forse in
giardino con Carlo.
-Dottore.- La persuaderà a vincere la paura...
-Belcredi.- Ma non è paura, dottore; non ci creda! È che si secca.
-Donna Matilde.- Fatemi il piacere di non pregarla affatto! Io so
com'è!
-Dottore.- Aspettiamo, con pazienza. Tanto, si farà tutto in un
momento e dev'esser di sera. Se riusciamo a scrollarlo dicevo, a
spezzare d'un colpo con questo strappo violento i fili già allentati
che lo legano ancora alla sua finzione, ridandogli quello che egli
stesso chiede (l'ha detto: «Non si può aver sempre ventisei anni,
Madonna!») la liberazione da questa condanna che pare a lui stesso
una condanna: ecco, insomma, se otteniamo che riacquisti d'un tratto
la sensazione della distanza del tempo...
-Belcredi (subito).- Sarà guarito!
-Poi sillabando con intenzione ironica:-
Lo distaccheremo!
-Dottore.- Potremo sperare di riaverlo, come un orologio che si sia
arrestato a una cert'ora. Ecco, sì, quasi coi nostri orologi alla
mano, aspettare che si rifaccia quell'ora--là, uno scrollo!---e
speriamo che esso si rimetta a segnare il suo tempo, dopo un così
lungo arresto.
-Entra a questo punto dalla comune il marchese Carlo Di Nolli.-
-Donna Matilde.- Ah, Carlo... E Frida? Dove se n'è andata?
-Di Nolli.- Eccola, viene a momenti.
-Dottore.- L'automobile è arrivata?
-Di Nolli.- Sì.
-Donna Matilde.- Ah sì? E ha portato l'abito?
-Di Nolli.- È già qui da un pezzo.
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