-- No: brutta donna Mimma! non la vogliamo più!
Ma il guajo è che non la vogliono più, ora, neppur loro, le donne del
popolo, perchè donna Mimma con esse, roba di massa, si sbrigava senza
tante cerimonie, le trattava come se non avessero diritto di lagnarsi
anche loro delle doglie, e anche spesso, se s'andava per le lunghe,
era capace di lasciarle per correre premurosa a dir pazienza a qualche
signora, anch'essa soprapparto; mentre questa qua -- oh amore di figlia!
tutta bella, bella di faccia e di cuore! -- gentile, paziente anche
con loro, senza differenza; che se una signora manda subito subito a
chiamarla, con garbo ma senza esitare risponde che così subito no,
perchè ha per le mani una poveretta e non la può lasciare; proprio
così! tante volte! E dire poi, una ragazza che non li ha mai provati
finora questi dolori che cosa sono, saperli così bene compatire e
cercare d'alleviarli in tutte, signore e poverette, allo stesso modo! E
via il cappello e via tutte le frasche e le arie di signora con cui era
venuta, per acconciarsi come loro, da poveretta, con lo scialle e il
fazzoletto in capo, che le sta un amore!
Invece, donna Mimma.... che? col cappello? ma sì, correte, correte a
vederla! è arrivata or ora da Palermo, col cappello, con un cappellone
grosso così, Madonna santa, che pare una bertuccia, di quelle che
ballano sugli organetti alla fiera! Tutta la gente è scasata a vederla;
tutti i ragazzi di strada la hanno accompagnata a casa battendo i
cocci, come dietro alla nonna di carnevale.
-- Ma come, il cappello, davvero?
Il cappello, sì. O che non ha preso il diploma all'Università come la
Piemontesa, lei? Dopo due anni di studii.... e che studii! I capelli
bianchi ci ha fatto, ecco qua, in due anni, che prima di partire per
Palermo li aveva ancora neri.... Studii, che il signor dottore, adesso,
se si vuol provare un poco a discutere con lei, glielo farà vedere che
non è più il caso di metterla nel sacco con quelle sue parole turchine,
perchè le sa anche lei adesso, meglio di lui, le parole turchine, tutte
a memoria, bene, una per una. Il cappello.... ma che stupidaggine
di teste piccole di paese!... viene di diritto e di conseguenza il
cappello dopo due anni di studii all'Università. Tutte lì, quelle che
studiavano con lei, tutte quante lì lo portavano, e anche lei, dunque,
per forza.... Sì, perchè adesso la professione dell'-ostrè-.... no,
-te.... trètica-, la professione dell'-ostetrica-, ecco, non si fa
più come prima. C'è poca differenza con quella del medico. Gli stessi
studii, quasi. E i medici non vanno mica col berretto per via! Ma
perchè sarebbe allora andata a Palermo? perchè avrebbe studiato due
anni all'Università? perchè avrebbe preso il diploma, se non per
mettersi in tutto a paro, di studii e di stato, con la -Piemontesa-
diplomata dall'Università di Torino?
Trasecola donna Mimma, si fa di tutti i colori appena viene a sapere
che la -Piemontesa-, lei, non porta più il cappello, ora, ma lo
scialle e il fazzoletto. -- Ah sì? se l'è levato? porta lo scialle e il
fazzoletto? ah sì?
Le pare d'esser caduta in un altro mondo.
-- Ma come? e che fa? che dice? Ah, che i bambini si comperano a
Palermo? con la lettiga? Ah, traditora! ma dunque, per levare il pane a
lei? di bocca, a lei, il pane? assassina! per entrare in grazia della
gente ignorante del paese? infame! E la gente.... come! si piglia da
lei quest'impostura? da lei che prima andava dicendo ch'eran tutte
sciocchezze e falsi pudori? Ma allora, se questa spudorata doveva
ridursi a far la mammana in paese così, come per trentacinque anni
naturalmente l'aveva fatto lei, perchè costringerla a partire per
Palermo, a studiare due anni all'Università, a prendere il diploma?
Solo per aver tempo di rubarle il posto, ecco il perchè! levarle il
pane di bocca, mettendosi a far come lei, vestendosi come lei, dicendo
le stesse cose che prima diceva lei! infame! assassina! impostora e
traditora! Ah che cosa.... ah Dio, che cosa.... che cosa....
Ha tutto il sangue alla testa, donna Mimma; piange di rabbia; si storce
le mani, ancora col cappellone in capo; pesta un piede; il cappellone
le va di traverso; ed ecco, per la prima volta, le scappa di bocca
una parolaccia sconcia: no, non se lo leverà più lei, no, per sfida,
ora, questo cappello: qua, qua in capo! se quella se l'è levato, lei
se l'è messo e lo terrà! Il diploma ce l'ha; a Palermo c'è stata; s'è
ammazzata due anni a studiare: ora si metterà a far lei qua in paese,
non più la comaretta, la mammanuccia, ma l'Ostetrica diplomata dalla
Regia Università di Palermo.
Povera donna Mimma, dice -ostrètica-, lei, così su le furie, facendo
le volte per la stanzuccia della sua casa, dove tutti gli oggetti par
che la guardino crucciati e sbigottiti perchè s'aspettavano d'esser
salutati con gioja e carezzati da lei dopo due anni d'assenza. Donna
Mimma non ha occhi per loro; dice che vorrà vederla in faccia, quella
lì (e giù un'altra parolaccia sconcia), se avrà il coraggio di parlare
innanzi a lei di lettighe d'avorio e di comperare i bambini; e or ora,
senza neppur riposarsi un minuto, si vuol mettere in giro, da tutte le
signore del paese, -- così, così col cappello in capo, sissignori! -- per
vedere se anche loro avranno il coraggio, ora ch'ella è ritornata col
diploma, di cangiarle la faccia per quella fruscola lì!
Esce di casa; ma appena per via, subito di nuovo la maraviglia, le
risa della gente, i lazzi dei monellacci impertinenti e ingrati, che si
sono scordati di chi li ha accolti prima nel mondo, ajutando la mamma a
metterli alla luce.
-- Musi di cane! Cazzarellini! Ah, figli di.... Le tirano bucce,
sassolini sul cappellone, la accompagnano con rumori sguajati,
salterellandole intorno.
-- Donna Mimma? Oh, guarda.... -- dicono le signore, restando allo
spettacolo che si para loro davanti, buffo e pietoso, perchè donna
Mimma con quel suo cappellone di traverso e gli occhi ovati rossi di
pianto e di rabbia, vuole -- così conciata -- apparir loro come l'ombra
del rimorso, e in quegli occhi ovati rossi di pianto e di rabbia ha
un rimprovero per loro pieno di profondo accoramento, quasi che a
Palermo a studiare la avessero mandata loro, per forza, e loro la
avessero fatta ritornare da Palermo con quel cappellone che, essendo
il frutto naturale, quantunque spropositato, di due anni di studio
all'Università, rappresenta il tradimento che loro signore le hanno
fatto.
Tradimento sì, tradimento, signore mie, tradimento perchè, se volevate
la mammana come donna Mimma era prima, una mammana col fazzoletto in
capo e lo scialle, che raccontasse ai vostri bimbi la favola della
lettiga e dei fratellini comperati a Palermo coi denari di papà, non
dovevate permettere che il fazzoletto di seta celeste e lo scialle
di donna Mimma e le vecchie favole di lei fossero usurpati da questa
sfrontata continentale che prima, venendo dall'Università col cappello
anche lei, li aveva derisi in donna Mimma; dovevate dirle: -- “No,
cara: tu hai obbligato donna Mimma a studiare due anni a Palermo, a
mettersi là il cappello anche lei per non esser derisa dalle fraschette
sfrontate come te, e tu ora qua te lo levi? e ti metti il fazzoletto
e lo scialle e ti metti a raccontare la favola della lettiga, per
prendere il posto di quella che hai mandato via a studiare? Ma questa
è per te un'impostura! per quella, invece, vestire così, parlare così
era naturale! No, cara, tu ora fai a donna Mimma un tradimento, e
come l'hai derisa tu prima col fazzoletto e lo scialle e la vecchia
favola della lettiga, la farai deridere dagli altri ora col cappellone
e la scienza ostetrica appresa all'Università!„ -- Così, signore mie,
dovevate dire a codesta -Piemontesa-. O se davvero vi piace di più,
ora, la mammana “civile„ che vi sappia spiegar tutto bene, punto per
punto, come si fanno e come si possono anche non fare i figliuoli,
tutto per bene, come potrebbe spiegarvelo un medico, obbligate allora
la -Piemontesa- a rimettersi il cappello, per non far deridere donna
Mimma che come un medico ha studiato e col cappello è venuta!
Ma voi vi stringete nelle spalle, signore mie, e fate intendere a donna
Mimma che ormai non sapete come comportarvi con l'altra che già vi ha
assistito una volta e bene, proprio bene, sì.... e che per la prossima
assistenza vi trovate già impegnate.... e, quanto all'avvenire, per non
compromettervi, dite di sperare in Dio che basta ora questa croce per
voi, d'aver altri figliuoli.
Donna Mimma piange; vorrebbe consolarsi un poco almeno coi bambini, e
per farli accostare si toglie dal capo lo sgomento di quel cappellaccio
nero; ma invano. Non la riconoscono più, i bambini.
-- Ma come? -- dice donna Mimma piangendo. -- Tu Flavietta, che mi
guardavi prima con codesti occhi d'amore; tu, Ninì mio, ma come? non vi
ricordate più di me? di donna Mimma? Sono andata io, io a comperarvi
a Palermo coi denari di papà; io, con la lettiga d'avorio, figlietti
miei, venite qua!
I bimbi non vogliono accostarsi; restano scontrosi, ostili a guatarla
da lontano, a guatarle quel cappellaccio nero su le ginocchia; e donna
Mimma, allora, dopo essersi provata a lungo ad asciugarsi il pianto
dagli occhi e dalle guance, alla fine, vedendo che non ci riesce e che
anzi fa peggio, se lo rimette in capo quel cappellaccio e se ne va.
Ma non è solo per questo cappellaccio nero, come donna Mimma pensa, che
tutto il paesello le si è voltato contro. Se non fosse per la stizza e
il dispetto, potrebbe buttarlo via donna Mimma, il cappellaccio; ma la
scienza? Ahimè, la scienza che le strappò dal capo il bel fazzoletto di
seta celeste e le impose invece codesto cappellaccio nero; la scienza
appresa tardi e male; la scienza che le ha tolto la vista e le ha dato
gli occhiali; la scienza che le ha imbrogliato tutta l'esperienza di
trentacinque anni; la scienza che le è costata due anni di martirio
alla sua età; la scienza, no, non potrà più buttarla via, donna Mimma;
e questo è il vero male, il male irreparabile! Perchè si dà il caso,
ora, che una vicina, sposa da appena un anno e già sul punto d'esser
mamma, ecco, non trova questa sera nelle quattro stanzette della sua
casa un punto, un punto solo, dove quietar la smania da cui si sente
soffocare; va sul terrazzino, guarda.... no, si sente lei guardata
stranamente da tutte le stelle che sfavillano in cielo; e se lo sente
acuto nelle carni come un formicolìo di brividi, tutto questo pungere
di stelle, e comincia a gemere e a gridare che non ne può più! Si può
aspettare; le dicono che si può aspettare, certo, fino a domani; ma lei
dice di no, dice che, se dura così, prima che venga domani, lei sarà
morta; e allora, poichè l'altra, la -Piemontesa-, è occupata altrove
e ha mandato a dire che proprio gliene duole ma questa notte non può
venire; giacche ora sono in due nel paesello a far questo mestiere,
via, si può provare a chiamare donna Mimma. Sì, sì, donna Mimma!
Eh? che? donna Mimma? e che è donna Mimma? uno straccio per turare
i buchi? Lei non vuol fare da “sostituta„ a quell'altra là! Ma alla
fine s'arrende alle preghiere, si pianta prima pian piano il cappello
in capo, e va. Ahimè, è possibile che non colga ora questa occasione
donna Mimma per dimostrare che ha studiato due anni all'Università
come quell'altra, e che sa fare ora come quell'altra, meglio di
quell'altra, con tutte quante le regole della scienza e i precetti
dell'igiene? Disgraziata! Le vuol mostrare tutte a una a una queste
regole della scienza; tutti a uno a uno li vuole applicare questi
precetti dell'igiene; tanto mostrare, tanto applicare, che a un certo
punto bisogna mandare a precipizio per l'altra, per la -Piemontesa-,
e anche per il medico ora, se si vuol salvare questa povera mamma e la
creaturina, che rischiano di morire impedite, soffocate, strozzate da
tutte quelle regole e da tutti quei precetti.
E ora per donna Mimma è finita davvero. Dopo questa prova, nessuno -- ed
è giusto -- vorrà più saperne di lei. Invelenita contro tutto il paese,
col cappellaccio in capo, ogni giorno ella scende in piazza, ora, a
fare una scenata innanzi alla farmacia, dando dell'asino al dottore e
della sgualdrinella a quella ladra -Piemontesa- che è venuta a rubarle
il pane. C'è chi dice che s'è data al vino, perchè dopo queste scenate,
ritornando a casa, donna Mimma piange, piange inconsolabilmente; e
questo, come si sa, è un certo effetto che il vino suol fare.
La Piemontesina, intanto, col fazzoletto di seta celeste in capo e il
lungo scialle d'indiana stretto intorno alla persona, corre da una casa
all'altra, con gli occhi a terra, modesti, e lancia di tanto in tanto
di traverso una guardatina maliziosa e un sorrisetto che le scopre su
le due guance le fossette. Dice con rammarico che è un vero peccato
che donna Mimma si sia ridotta così, perchè dal ritorno di lei in
paese ella sperava un sollievo; ma sì, un sollievo, visto che questi
benedetti papà siciliani troppi, troppi denari hanno, da spendere in
figliuoli, e notte e giorno senza requie la fanno viaggiare in lettiga.
LA VENDETTA DEL CANE.
LA VENDETTA DEL CANE.
Senza sapere nè perchè nè come, Jaco Naca s'era trovato un bel giorno
padrone di tutta la poggiata a solatìo sotto la città, da cui si godeva
il magnifico spettacolo dell'aperta campagna svariata di poggi e di
valli e di piani, col mare in fondo, che si perdeva lontano dopo tanto
verde, azzurro nella linea dell'orizzonte.
Un signore forestiere con una gamba di legno che gli cigolava a ogni
passo gli s'era presentato, tre anni addietro, tutto in sudore, in un
podere nella vallatella di Sant'Anna infetta dalla malaria, ov'egli
stava in qualità di garzone, ingiallito dalle febbri, coi brividi per
le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino, e gli aveva annunziato che
da minuziose ricerche negli archivii era venuto a sapere che quella
poggiata lì, creduta finora senza padrone, apparteneva a lui: se
gliene voleva vendere una parte, per certi suoi disegni ancora in aria,
gliel'avrebbe pagata secondo la stima d'un perito.
Rocce erano, nient'altro; con, qua e là, qualche ciuffo d'erba, ma a
cui neppur le pecore, passando, si degnavano di dare una strappata.
Intristito dal veleno lento del male che gli aveva disfatto il fegato
e consunto le carni, Jaco Naca quasi non aveva provato nè meraviglia
nè piacere per quella sua ventura, e aveva ceduto a quello zoppo
forestiere gran parte di quelle rocce per una manciata di soldi. Ma
quando poi, in meno d'un anno, aveva veduto levarsi lassù due villini,
uno più grazioso dell'altro, con terrazze di marmo e verande coperte
di vetri colorati, come non s'erano mai viste da quelle parti: una
vera galanteria! e ciascuno con un bel giardinetto fiorito e adorno
di chioschi e di vasche dalla parte che guardava la città, e con orto
e pergolato dalla parte che guardava la campagna e il mare; sentendo
vantar da tutti, con ammirazione e con invidia, l'accorgimento di quel
segnato lì, venuto chi sa da dove, che certo in pochi anni col fitto
dei dodici quartini ammobigliati in un luogo così ameno si sarebbe
rifatto della spesa e costituito una bella rendita; s'era sentito
gabbato e frodato: l'accidia cupa, di bestia malata, con cui per
tanto tempo aveva sopportato miseria e malanni, gli s'era cangiata
d'improvviso in un'acredine rabbiosa, per cui tra smanie violente
e lagrime d'esasperazione, pestando i piedi, mordendosi le mani,
strappandosi i capelli, s'era messo a gridar giustizia e vendetta
contro quel ladro gabbamondo.
Purtroppo è vero che, a voler scansare un male, tante volte, si rischia
d'intoppare in un male peggiore. Quello zoppo forestiere, per non aver
più la molestia di quelle scomposte recriminazioni, sconsigliatamente
s'era indotto a porger sottomano a Jaco Naca qualche giunta al prezzo
della vendita: poco; ma Jaco Naca, naturalmente, aveva sospettato
che quella giunta gli fosse porta così sottomano perchè colui non si
ritenesse ben sicuro del suo diritto e volesse placarlo; gli avvocati
non ci sono per nulla; era ricorso ai tribunali. E intanto che quei
pochi quattrinucci della vendita se n'andavano in carta bollata tra
rinvii e appelli, s'era dato con rabbioso accanimento a coltivare il
residuo della sua proprietà, il fondo del valloncello sotto quelle
rocce, ove le piogge, scorrendo in grossi rigagnoli su lo scabro e
ripido declivio della poggiata, avevano depositato un po' di terra.
Lo avevano allora paragonato a un cane balordo che, dopo essersi
lasciato strappar di bocca un bel cosciotto di montone, ora
rabbiosamente si rompesse i denti su l'osso abbandonato da chi s'era
goduta la polpa.
Un po' d'ortaglia stenta, una ventina di non meno stenti frutici di
mandorlo che parevano ancora sterpi tra i sassi, erano sorti laggiù nel
valloncello angusto come una fossa, in quei due anni d'accanito lavoro;
mentre lassù, aerei innanzi allo spettacolo di tutta la campagna e del
mare, i due leggiadri villini splendevano al sole, abitati da gente
ricca, che Jaco Naca naturalmente s'immaginava anche felice. Felice,
non foss'altro, del suo danno e della sua miseria.
E per far dispetto a questa gente e vendicarsi almeno così del
forestiere, quando non aveva potuto più altro, aveva trascinato laggiù
nella fossa un grosso cane di guardia; lo aveva legato a una corta
catena confitta per terra, e lasciato lì, giorno e notte, morto di
fame, di sete e di freddo.
-- Grida per me!
*
Di giorno, quand'egli stava attorno all'orto a zappettare, divorato dal
rancore, con gli occhi truci nel terreo giallore della faccia, il cane
per paura stava zitto. Steso per terra, col muso allungato su le due
zampe davanti, al più, sollevava gli occhi e traeva qualche sospiro o
un lungo sbadiglio mugolante, fino a slogarsi le mascelle, in attesa
di qualche tozzo di pane, ch'egli ogni tanto gli tirava come un sasso,
divertendosi anche talvolta a vederlo smaniare, se il tozzo ruzzolava
più là di quanto teneva la catena. Ma la sera, appena rimasta sola
laggiù, e poi per tutta la nottata, la povera bestia si dava a guaire,
a uggiolare, a sguagnolare, così forte e con tanta intensità di doglia
e con tali implorazioni d'ajuto e di pietà, che tutti gl'inquilini
delle due ville si destavano e non potevano più riprender sonno.
Da un piano all'altro, dall'uno all'altro quartino, nel silenzio della
notte, si sentivano i borbottii, gli sbuffi, le imprecazioni, le smanie
di tutta quella gente svegliata nel meglio del sonno; i richiami e
i pianti dei bimbi impauriti, il tonfo dei passi a piedi scalzi o lo
strisciar delle ciabatte delle mamme accorrenti.
Era mai possibile seguitare così? E da ogni parte eran piovuti reclami
al proprietario, il quale, dopo aver tentato più volte e sempre invano,
con le buone e con le cattive, d'ottenere da quel tristo che finisse
d'infliggere il martirio alla povera bestia, aveva dato il consiglio di
rivolgere al municipio un'istanza firmata da tutti gl'inquilini.
Ma anche quell'istanza non aveva approdato a nulla. Correva, dai
villini al posto ove il cane stava incatenato, la distanza voluta dai
regolamenti: se poi, per la bassura di quel valloncello e per l'altezza
dei due villini, i guaiti pareva giungessero da sotto le finestre, Jaco
Naca non ci aveva colpa: egli non poteva insegnare al cane ad abbajare
in un modo più grazioso per gli orecchi di quei signori; se il cane
abbajava, faceva il suo mestiere; non era vero ch'egli non gli desse
da mangiare; gliene dava quanto poteva; di levarlo di catena non era
neanche da parlarne perchè, sciolto, il cane se ne sarebbe tornato a
casa, e lui lì aveva da guardarsi quei suoi benefici che gli costavano
sudori di sangue. Quattro sterpi? Eh, non a tutti toccava la ventura
d'arricchirsi in un batter d'occhio alle spalle d'un povero ignorante!
-- Niente, dunque? Non c'era da far niente?
E una notte di quelle, che il cane s'era dato a mugolare alla gelida
luna di gennajo più angosciosamente che mai, all'improvviso, una
finestra s'era aperta con fracasso nel primo dei due villini, e due
fucilate n'eran partite, con tremendo rimbombo, a breve intervallo.
Tutto il silenzio della notte era come rimbalzato due volte con
la campagna e il mare, sconvolgendo ogni cosa; e in quel generale
sconvolgimento, urla, gridi disperati! Era il cane che aveva subito
cangiato il mugolìo in un latrato furibondo, e tant'altri cani delle
campagne vicine e lontane s'erano dati anch'essi a latrare a lungo, a
lungo. Tra il frastuono, un'altra finestra s'era schiusa nel secondo
villino, e una voce irata di donna e una vocetta squillante di bimba
non meno irata, avevano gridato verso quell'altra finestra da cui erano
partite le fucilate:
-- Bella prodezza! Contro la povera bestia incatenata!
-- Brutto cattivo!
-- Se ha coraggio, contro il padrone dovrebbe tirare!
-- Brutto cattivo!
-- Non le basta che stia lì quella povera bestia a soffrire il freddo,
la fame, la sete? Anche ammazzata? Che prodezza! Che cuore!
-- Brutto cattivo!
E la finestra s'era richiusa con impeto d'indignazione.
Aperta era rimasta quell'altra, ove l'inquilino, che forse s'aspettava
l'approvazione di tutti i vicini, ecco che, ancor vibrante della
violenza commessa, si aveva in cambio la sferzata di quell'irosa e
mordace protesta femminile. Ah sì? ah sì? E per più di mezz'ora, lì
seminudo, al gelo della notte, come un pazzo, colui aveva imprecato
non tanto alla maledettissima bestia che da un mese non lo lasciava
dormire, quanto alla facile pietà di certe signore che, potendo a
piacer loro dormire di giorno, possono perdere senza danno il sonno
della notte, con la soddisfazione per giunta.... eh già, con la
soddisfazione di sperimentar la tenerezza del proprio cuore, compatendo
le bestie che tolgono il riposo a chi si rompe l'anima a lavorare dalla
mattina alla sera. E l'anima diceva, per non dire altro.
I commenti, nei due villini, durarono a lungo quella notte; s'accesero
in tutte le famiglie vivacissime discussioni tra chi dava ragione
all'inquilino che aveva sparato, e chi alla signora che aveva preso le
difese del cane.
Tutti eran d'accordo -- sì -- che quel cane era insopportabile; ma
anche -- sì -- ch'esso meritava compassione per il modo crudele con cui
era trattato dal padrone. Se non che, la crudeltà di costui non era
soltanto contro la bestia, era anche contro tutti coloro a cui, per
via di essa, toglieva il riposo della notte. Crudeltà voluta; vendetta
meditata e dichiarata. Ora, ecco, la compassione per la povera bestia
faceva indubbiamente il giuoco di colui; il quale, tenendola così a
catena e morta di fame e di sete e di freddo, pareva sfidasse tutti,
dicendo:
-- Se avete coraggio, per giunta, ammazzatela!
Ebbene, sì: bisognava ammazzarla, bisognava vincere la compassione e
ammazzarla, per non darla vinta a quel manigoldo! -- Ah sì? Ammazzarla?
E non si sarebbe fatta allora scontare iniquamente alla povera bestia
la colpa del padrone? Bella giustizia! Una crudeltà sopra la crudeltà,
e doppiamente ingiusta, perchè si riconosceva che la bestia non solo
non aveva colpa ma anzi aveva ragione di lagnarsi così! La doppia
crudeltà di quel tristaccio si sarebbe rivolta tutta contro la bestia,
se anche quelli che non potevano dormire si mettevano contro di essa e
la uccidevano! D'altra parte, però, se non c'era altro mezzo d'impedire
che colui martoriasse tutti?
-- Piano, piano, signori.... -- era sopravvenuto ad ammonire il
proprietario dei due villini, la mattina dopo, con la sua gamba di
legno cigolante. -- Per amor di Dio, piano, signori!
Ammazzare il cane a un contadino siciliano? Ma si guardassero bene dal
rifar la prova! Ammazzare il cane a un contadino siciliano voleva dire
farsi ammazzare senza remissione. Che aveva da perdere colui? Bastava
guardarlo in faccia per capire che, con la rabbia che aveva in corpo,
non avrebbe esitato a commettere un delitto.
Poco dopo, infatti, Jaco Naca, con la faccia più gialla del solito e
col fucile appeso alla spalla, s'era presentato innanzi ai due villini
e, rivolgendosi a tutte le finestre dell'uno e dell'altro, poichè non
gli avevano saputo indicare da quale propriamente fossero partite le
fucilate, aveva masticato la sua minaccia, sfidando che si facesse
avanti chi aveva attentato al suo cane.
Tutte le finestre eran rimaste chiuse; soltanto quella dell'inquilina
che aveva preso le difese del cane e che era la giovine vedova
dell'intendente delle finanze, signora Crinelli, s'era aperta, e la
bambina dalla voce squillante, la piccola Rorò, unica figlia della
signora, s'era lanciata alla ringhiera col visino in fiamme e gli
occhioni sfavillanti per gridare a colui il fatto suo, scotendo i folti
ricci neri della tonda testolina ardita.
Jaco Naca, in prima, sentendo schiudere quella finestra, s'era tratto
di furia il fucile dalla spalla; ma poi, vedendo comparire una bambina,
era rimasto con un laido ghigno sulle labbra ad ascoltarne la fiera
invettiva, e alla fine con acre mutria le aveva domandato:
-- Chi ti manda, papà? Digli che venga fuori lui: tu sei piccola!
Ma la mammina s'era affrettata a tirar dentro la bimba.
*
Da quel giorno, la violenza dei sentimenti in contrasto nell'animo di
quella gente, da un canto arrabbiata per il sonno perduto, dall'altro
indotta per la misera condizione di quel povero cane a una pietà subito
respinta dall'irritazione fierissima verso quel villanzone che se ne
faceva un'arma contro di loro, non solo turbò la delizia di abitare in
quei due villini tanto ammirati, ma inasprì talmente le relazioni degli
inquilini tra loro che, di dispetto in dispetto, presto si venne a una
guerra dichiarata, specialmente tra quei due che per i primi avevano
manifestato gli opposti sentimenti: la vedova Crinelli e l'ispettore
scolastico cavalier Barsi, che aveva sparato.
Si malignava sotto sotto, che la nimicizia tra i due non era soltanto
a causa del cane, e che il cavalier Barsi ispettore scolastico sarebbe
stato felicissimo di perdere il sonno della notte, se la giovane
vedova dell'intendente delle finanze avesse avuto per lui un pochino
pochino della compassione che aveva per il cane. Si ricordava che il
cavalier Barsi, non ostante la ripugnanza che la giovane vedova aveva
sempre dimostrato per quella sua figura tozza e sguajata, per quei
suoi modi appiccicaticci come l'unto delle sue pomate, s'era ostinato a
corteggiarla, pur senza speranza, quasi per farle dispetto, quasi per
il gusto di farsi mortificare e punzecchiare a sangue non solo dalla
giovane vedova, ma anche dalla figlietta di lei, da quella piccola
Rorò che guardava tutti con gli occhioni scontrosi, come se credesse di
trovarsi in un mondo ordinato apposta per l'infelicità della sua bella
mammina, la quale soffriva sempre di tutto e piangeva spesso, pareva
di nulla, silenziosamente. Quanta invidia, quanta gelosia e quanto
dispetto entravano nell'odio del cavalier Barsi ispettore scolastico
per quel cane?
Ora, ogni notte, sentendo i mugolii della povera bestia, mamma e
figliuola, abbracciate strette strette nel letto come a resistere
insieme allo strazio di quei lunghi lagni, stavano nell'aspettativa
piena di terrore, che la finestra del villino accanto si schiudesse e
che, con la complicità delle tenebre, altre fucilate ne partissero.
-- Mamma, oh mamma, -- gemeva la bimba tutta tremante, -- ora gli spara!
Senti come grida? Ora lo ammazza!
-- Ma no, sta' tranquilla, -- cercava di confortarla la mammina, -- sta'
tranquilla, cara, che non lo ammazzerà! Ha tanta paura del villano....
Non hai visto che non ha osato d'affacciarsi alla finestra? Se egli
ammazza il cane, il villano ammazzerà lui. Sta' tranquilla!
Ma Rorò non riusciva a tranquillarsi. Già da un pezzo, della sofferenza
di quella bestia pareva si fosse fatta una fissazione. Stava tutto il
giorno a guardarla dalla finestra giù nel valloncello, e si struggeva
di pietà per essa. Avrebbe voluto scendere laggiù a confortarla, a
carezzarla, a recarle da mangiare e da bere; e più volte, nei giorni
che il villano non c'era, lo aveva chiesto in grazia alla mamma. Ma
questa, per paura che quel tristo sopravvenisse, o per timore che la
piccina scivolasse giù per il declivio roccioso, non gliel'aveva mai
concesso.
Glielo concesse alla fine, per far dispetto al Barsi, dopo l'attentato
di quella notte. Sul tramonto, quando vide andar via con la zappa
in collo Jaco Naca, pose in mano a Rorò per le quattro cocche un
tovagliolo pieno di tozzi di pane e con gli avanzi del desinare, e
le raccomandò di star bene attenta a non mettere in fallo i piedini,
scendendo per la poggiata. Ella si sarebbe affacciata alla finestra a
sorvegliarla.
S'affacciarono con lei tanti e tant'altri inquilini ad ammirare la
bimba coraggiosa che scendeva in quel triste fossato a soccorrere la
bestia. S'affacciò anche il Barsi alla sua, e seguì con gli occhi la
bimba, crollando il capo e stropicciandosi le gote raschiose con una
mano sulla bocca. Non era un'aperta sfida a lui tutta quella carità
così ostentata? Ebbene: egli la avrebbe raccolta, quella sfida. Aveva
comperato la mattina una certa pasta avvelenata da buttare al cane, una
di quelle notti, per liberarsene zitto zitto. Gliel'avrebbe buttata
quella notte stessa. Intanto rimase lì a godersi fino all'ultimo lo
spettacolo di quella carità e tutte le amorose esortazioni di quella
mammina che gridava dalla finestra alla sua piccola di non accostarsi
troppo alla bestia, che poteva morderla, non conoscendola.
-- Oh Dio.... già.... già....
Il cane abbajava, difatti, vedendo appressarsi la bimba e, trattenuto
dalla catena, balzava in qua e in là, minacciosamente. Ma Rorò, col
tovagliolo stretto per le quattro cocche nel pugno, andava innanzi
sicura e fiduciosa che quello, or ora, certamente, avrebbe compreso la
sua carità. Ecco, già al primo richiamo scodinzolava, pur seguitando
a abbajare; ed ecco, ora, al primo tozzo di pane, non abbajava più.
Oh poverino, poverino, con quale voracità ingojava i tozzi uno dopo
l'altro! Ma ora, ora veniva il meglio.... E Rorò, senza la minima
apprensione, stese con le due manine la carta coi resti del desinare
sotto il muso del cane che, dopo aver mangiato e leccato a lungo la
carta, guardò la bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa
riconoscenza. Quante carezze non gli fece allora Rorò, a mano a mano
sempre più rinfrancata e felice della sua confidenza corrisposta;
quante parole di pietà non gli disse; arrivò finanche a baciarlo
sul capo, provandosi ad abbracciarlo, mentre di lassù la mamma,
sorridendo e con le lagrime agli occhi, le gridava che tornasse su.
Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bimba: s'acquattava, poi
springava smorfiosamente, senza badare agli strattoni della catena, e
si storcignava tutto, guaendo, ma di gioja. Non doveva pensare Rorò,
quella notte, che il cane se ne stesse tranquillo perchè lei gli aveva
recato da mangiare e lo aveva confortato con le sue carezze? Una sola
volta, per poco, a una cert'ora, s'intesero i suoi latrati; poi, più
nulla. Certo il cane, sazio e contento, dormiva. Dormiva, e lasciava
dormire.
-- Mamma, -- disse Rorò, felice del rimedio finalmente trovato. --
Domattina, di nuovo, mamma, è vero?
-- Sì.... sì.... -- le rispose la mamma, non comprendendo bene, nel sonno.
E la mattina appresso, il primo pensiero di Rorò fu d'affacciarsi a
vedere il cane che non s'era inteso tutta la notte.
Eccolo là: steso di fianco per terra, con le quattro zampe diritte,
stirate, come dormiva bene! E nel valloncello non c'era nessuno: pareva
ci fosse soltanto il gran silenzio che, per la prima volta, quella
notte, non era stato turbato.
Insieme con Rorò e con la mammina, gli altri inquilini guardavano
anch'essi stupiti quel silenzio di laggiù e quel cane che dormiva
ancora, lì disteso, a quel modo. Era dunque vero che il pane, le
carezze della bimba avevano fatto il miracolo di lasciar dormire tutti
e anche la povera bestia?
Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
E, poichè il villano ancora non si vedeva laggiù, e forse per quel
giorno, come spesso avveniva, non si sarebbe veduto, parecchi degli
inquilini persuasero la signora Crinelli ad arrendersi al desiderio di
Rorò di recare al cane -- com'ella diceva -- la colazione.
-- Ma bada.... piano, -- la ammonì la mamma. -- E poi su, presto, senza
indugiarti, eh?
Seguitò a dirglielo dalla finestra, mentre la bimba scendeva con
passetti lesti, ma cauti, tenendo la testina bassa e sorridendo tra sè
per la festa che s'aspettava dal suo grosso amico che dormiva ancora.
Giù, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva in agguato,
era intanto Jaco Naca, col fucile. La bimba, svoltando, se lo trovò di
faccia, all'improvviso, vicinissimo: ebbe appena il tempo di guardarlo
con gli occhi spaventati: rintronò la fucilata, e la bimba cadde
riversa, tra gli urli della madre e degli altri inquilini, che videro
con raccapriccio rotolare il corpicciuolo giù per il pendìo fin presso
al cane rimasto là, inerte, con le quattro zampe stirate.
IL SALTAMARTINO.
Prima che Fabio Feroni, non più assistito dal senno antico, si fosse
indotto a prender moglie, per lunghi anni, mentre gli altri cercavano
un po' di svago dalle consuete fatiche o in qualche passeggiata o nei
caffè, da uomo solitario com'era allora, aveva trovato il suo spasso
nel terrazzino della vecchia casa di scapolo, ove, tra tanti vasi di
fiori, eran pur mosche assai e ragni e formiche e altri insetti, della
cui vita s'interessava con curiosità e con amore.
Si spassava sopratutto assistendo agli sforzi sconnessi d'una vecchia
tartaruga, la quale da parecchi anni s'ostinava, testarda e dura, a
salire il primo dei tre gradini per cui da quel terrazzo si andava alla
saletta da pranzo.
-- Chi sa, -- aveva pensato più volte il Feroni, -- chi sa quali delizie
s'immagina di trovare in quella saletta, se da tant'anni dura questa
sua ostinazione!
Ecco, riuscita con sommo stento a superar l'alzata dello scalino,
quando già poneva su l'orlo della pedata le zampette sbieche e raspava,
raspava disperatamente per tirarsi su, tutt'a un tratto perdeva
l'equilibrio, ricadeva giù riversa su la scaglia rocciosa.
Più d'una volta il Feroni, pur sicuro che essa, se alla fine avesse
superato il primo, poi il secondo, poi il terzo scalino, fatto un giro
nella saletta da pranzo, avrebbe voluto ritornar giù al battuto del
terrazzo, la aveva presa e delicatamente posata sul primo scalino,
premiando così la vana ostinazione di tanti anni.
Ma aveva con meraviglia esperimentato che la tartaruga, o per paura o
per diffidenza, non aveva voluto mai avvalersi di quel suo ajuto e,
ritratte la testa e le zampe entro la scaglia, se n'era per un gran
pezzo rimasta lì come pietra, e poi, pian piano voltandosi, s'era
rifatta all'orlo dello scalino, dando segni non dubbii di volerne
discendere.
E allora egli la aveva rimessa giù; ed ecco poco dopo la tartaruga
riprender l'eterna fatica di salir da sè quel primo scalino.
-- Che bestia! -- aveva esclamato il Feroni, la prima volta. Ma poi,
riflettendoci meglio, s'era accorto d'aver detto bestia a una bestia,
come si dice bestia a un uomo.
Infatti, le aveva detto bestia, non già perchè in tanti e tanti
anni di prova essa ancora non aveva saputo farsi capace che, essendo
troppo alta l'alzata di quello scalino, per forza, nell'aderirvi tutta
verticalmente, avrebbe dovuto a un punto perder l'equilibrio e cader
riversa; ma perchè, ajutata da lui, aveva ricusato l'ajuto.
Che seguiva però da questa riflessione? Che, dicendo in questo senso
bestia a un uomo, si viene a fare alle bestie una gravissima ingiuria,
perchè si viene a scambiare per stupidità quella che invece è probità
in loro o prudenza istintiva. Bestia si dice a un uomo che ricusa
l'ajuto, perchè non par lecito pregiare in un uomo quella che nelle
bestie è probità.
Tutto questo in generale.
Il Feroni poi aveva ragioni sue particolari di recarsi a dispetto
quella probità o prudenza che fosse della vecchia tartaruga, e per un
po' si compiaceva delle ridicole e disperate spinte ch'essa tirava nel
vuoto così riversa, e alla fine, stanco di vederla soffrire, le soleva
allungare un solennissimo calcio.
*
Mai, mai nessuno che avesse voluto dare a lui una mano in tutti i suoi
sforzi per salire!
E tuttavia, neppure di questo si sarebbe in fondo doluto molto Fabio
Feroni, conoscendo le aspre difficoltà dell'esistenza e l'egoismo che
ne deriva agli uomini, se nella vita non gli fosse toccato di fare
un'altra ben più triste esperienza, per la quale gli pareva d'aver
quasi acquistato un diritto, se non proprio all'ajuto, almeno alla
commiserazione altrui.
E l'esperienza era questa: che, ad onta di tutte le sue diligenze,
sempre, com'egli era proprio lì lì per raggiunger lo scopo a cui per
tanto tempo aveva teso con tutte le forze dell'anima, accorto, paziente
e tenace, sempre il caso con lo scatto improvviso d'un saltamartino,
s'era divertito a buttarlo riverso a pancia all'aria -- proprio come
quella tartaruga lì.
Giuoco feroce. Una ventata, un buffetto, una scrollatina, sul più
bello, e giù tutto.
Nè era da dire che le sue cadute improvvise meritavano scarsa
commiserazione per la modestia delle sue aspirazioni. Prima di tutto,
non sempre, come in questi ultimi tempi, erano state modeste le sue
aspirazioni. Ma poi.... -- sì, certo, quanto più dall'alto, tanto più
dolorose, le cadute -- ma quella d'una formica da uno sterpo alto due
palmi, non vale agli effetti quella d'un uomo da un campanile? Oltre
che la modestia delle aspirazioni, se mai, avrebbe dovuto far giudicare
più crudele quel giochetto del caso. Bel gusto, difatti, prendersela
con una formica, cioè con un poveretto che da anni e anni stenta
e s'industria in tutti i modi a tirar su e ad avviare tra ripieghi
e ripari un piccolo espediente per migliorar d'un poco la propria
condizione; là, sorprenderlo a un tratto e frustrare in un attimo
tutti i sottili accorgimenti, la lunga pena d'una speranza pian pianino
condotta quasi per un filo sempre più tenue a ridursi a effetto!
Non sperare più, non più illudersi, non desiderare più nulla; andare
innanzi così, in una totale remissione, abbandonato del tutto alla
discrezione della sorte -- ecco, l'unica sarebbe stata questa: lo capiva
bene, Fabio Feroni. Ma, ahimè, speranze e desideri e illusioni gli
rinascevano, quasi a dispetto, irresistibilmente: erano i germi che la
vita stessa gettava e che cadevano anche nel suo terreno, il quale, per
quanto indurito dal gelo dell'esperienza, non poteva non accoglierli,
impedire che mettessero una pur debole radice e sorgessero pallidi, con
timidità sconsolata nell'aria cupa e diaccia della sua sconfidenza.
Tutt'al più, poteva fingere di non accorgersene, ecco; o anche dire a
sè stesso che non era mica vero ch'egli sperava questo e desiderava
quest'altro; o che si faceva la più piccola illusione che quella
speranza o quel desiderio potessero mai ridursi a effetto. Tirava
via, proprio come se non sperasse nè desiderasse più nulla, proprio
come se non s'illudesse più per niente; ma pur guardando, quasi con la
coda dell'occhio, la speranza, il desiderio, l'illusione soppiatta e
seguendoli serio serio, quasi di nascosto da sè stesso.
Quando poi il caso, all'improvviso, immancabilmente, dava a essi il
solito sgambetto, egli n'aveva sì un soprassalto, ma fingeva che fosse
una scrollatina di spalle; e rideva agro e annegava il dolore nella
soddisfazione sapor d'acqua di mare di non aver punto sperato, punto
desiderato, di non essersi illuso per nientissimo affatto; e che perciò
quel demoniaccio del caso questa volta, eh no, questa volta no, non
gliel'aveva fatta davvero!
-- Ma si capisce!... Ma si capisce!... -- diceva in questi momenti agli
amici, ai conoscenti, suoi compagni d'ufficio, là nella biblioteca
ov'era impiegato.
Gli amici lo guardavano senza comprender bene che cosa si dovesse
capire.
-- Ma non vedete? È caduto il Ministero! -- soggiungeva il Feroni. -- E si
capisce!
Pareva che lui solo capisse le cose più assurde e inverosimili, da
che non sperando più, per così dire, direttamente, ma coltivando per
passatempo speranze immaginarie, speranze che avrebbe potuto avere e
non aveva, illusioni che avrebbe potuto farsi e non si faceva, s'era
messo a scoprire le più strambe relazioni di cause e d'effetti per ogni
minimo che; e oggi era la caduta del Ministero, e domani la venuta
dello Scià di Persia a Roma, e doman l'altro l'interruzione della
corrente elettrica che aveva lasciato al bujo per mezz'ora la città.
Insomma, Fabio Feroni s'era ormai fissato in ciò che egli chiamava
lo scatto del saltamartino; e, così fissato, era caduto in preda
naturalmente alle più stravaganti superstizioni, che, distornandolo
sempre più dalle sue antiche, riposate meditazioni filosofiche, gli
avevan fatto commettere più d'una vera e propria stranezza e leggerezze
senza fine.
*
Prese moglie, un bel giorno, lì per lì, come si beve un uovo, per non
dar tempo al caso di mandargli tutto a gambe all'aria.
Veramente, egli guardava da un pezzo (al solito, con la coda
dell'occhio) quella signorina Molesi, che stava presso la biblioteca:
Dreetta Molesi, che più gli pareva bella e piena di grazia e più diceva
a tutti ch'era brutta e smorfiosa.
Alla sposina che, avendo una gran fretta anche lei, si lamentava
della troppa fretta di lui, disse che aveva già tutto pronto da tempo:
la casa, così e così, che ella però non doveva chiedere di visitare
avanti, perchè gliela riserbava come una bella sorpresa per il giorno
delle nozze; e non volle dire neppure in qual via fosse, temendo
che di nascosto o con la madre o col fratello andasse a visitarla,
tentata dalle minuziose descrizioni ch'egli le aveva fatto di tutti
i comodi ch'essa offriva e della vista che si godeva dalle finestre,
e dei mobili che aveva acquistati e disposti amorosamente nelle varie
camerette.
Discusse a lungo con lei sul viaggio di nozze: a Firenze? a Venezia?
Ma quando fu sul punto, partì per Napoli, certo d'aver così gabbato
il caso, d'averlo cioè spedito a Firenze e a Venezia da un albergo
all'altro per guastargli le gioje della luna di miele, mentr'egli se le
sarebbe godute, quieto e riparato, a Napoli.
Tanto Dreetta quanto i parenti rimasero storditi di questa improvvisa
risoluzione di partire per Napoli, quantunque già un poco avvezzi a
simili repentini cambiamenti in lui sia d'umore sia di propositi. Non
s'immaginavano che una ben più grande sorpresa li aspettava al ritorno
dal viaggio di nozze.
Dov'era la casetta, il nido già apparecchiato da tempo e descritto con
tanta minuzia? Dov'era? Nel sogno, che Fabio Feroni destinava, come
tutti gli altri, al caso, perchè si spassasse a distruggerglielo a sua
posta con qualcuna delle sue improvvise prodezze. Là, in due camerette
ammobigliate, scelte lì per lì in treno, ritornando da Napoli, tra
le tante disponibili negli annunzi d'affitti di un giornale, si vide
condotta Dreetta appena giunta a Roma.
L'ira, l'indignazione questa volta ruppero tutti i freni finora
imposti dalla buona creanza e dalla poca confidenza. Dreetta e i
parenti gridarono all'inganno, anzi peggio, all'impostura. Impostura,
sì, sì, impostura! Ma come! Perchè mentire così? far vedere una casa
apparecchiata di tutto punto, piena di tutti i comodi, perchè?
Fabio Feroni, che s'aspettava quello scoppio, attese paziente che le
prime furie svaporassero, sorridendo contento di quel suo martirio, e
cercandosi con le dita nelle narici qualche peluzzo da tirare.
Dreetta piangeva? i parenti lo ingiuriavano? Era bene, era bene che
fosse così, per tutta la gioja ch'egli aveva or ora goduta a Napoli,
per tutto l'amore che gli riempiva l'anima. Era bene che fosse così.
Perchè piangeva Dreetta? Per una casa che non c'era? Eh via, poco male!
ci sarebbe stata!
E spiegò ai parenti perchè non avesse apparecchiato avanti la casetta e
perchè avesse mentito; spiegò che la sua menzogna, del resto, appariva
tale un po' anche per colpa loro, cioè delle troppe domande che gli
avevano rivolte quand'egli sul principio aveva dichiarato d'aver tutto
pronto da tempo e di voler fare alla sposina una bella sorpresa. Aveva
pronto il denaro, ed eccolo lì: sette mila lire, risparmiate e raccolte
in tanti anni e con tanti stenti; e la sorpresa che preparava a Dreetta
era questa: di darle in mano quel denaro, perchè pensasse lei, lei
soltanto, a metter su il nido di suo gusto, come una necessità e non
come un sogno. Ma, per carità! non seguisse ella in nulla e per nulla
la descrizione immaginaria che lui gliene aveva fatta un tempo: tutto
diverso doveva essere; scegliesse lei con l'ajuto della mamma e del
fratello; egli non voleva saperne nulla, perchè se minimamente avesse
approvato questa o quella scelta e se ne fosse compiaciuto, addio ogni
cosa! E volle infine prevenirli che se speravano ch'egli delle loro
compere e dell'assetto della casa e di tutto quanto si dichiarasse
contento, se lo levassero pure dal capo, perchè egli fin d'ora, a ogni
modo, se ne dichiarava scontento, scontentissimo.
Fosse per questo, fosse per la cordialità dei padroni di casa, buoni
vecchi all'antica, marito e moglie con una figliuola nubile, Dreetta
non s'affrettò più di comporsi il nido. Rimasero d'accordo coi padroni
di casa, che avrebbero sloggiato alla nascita del primo figliuolo.
Intanto i primi mesi di matrimonio furono un fiume di pianto nascosto
per Dreetta, la quale, volendo vivere a modo del marito, ancora
non s'era accorta ch'egli diceva tutto il contrario di quello che
desiderava.
Fabio Feroni in fondo desiderava tutto ciò che avrebbe potuto far
contenta la sposina; ma, sapendo che, se avesse manifestato e seguìto
quei desideri, il caso li avrebbe subito rovesciati, per prevenirlo,
manifestava e seguiva i desideri contrarî; e la sposina viveva
infelice. Quand'ella infine se n'accorse e cominciò a fare a suo
modo, cioè tutt'al contrario di quel che diceva lui, la gratitudine,
l'affetto, l'ammirazione di Fabio Feroni per lei raggiunsero il colmo.
Ma il pover'uomo si guardò bene dall'esprimerli; si sentì felice
anche lui, e cominciò a tremarne. Così pieno di gioja, come fare
a nasconderla? a dichiararsi scontento? E guardando la sua piccola
Dreetta già incinta, gli occhi gli s'invetravano di lagrime; lagrime di
tenerezza e di riconoscenza.
Negli ultimi mesi la moglie, col fratello e la mamma, si diede
attorno, per metter su la casetta. La trepidazione di Fabio Feroni
divenne in quei giorni più che mai angosciosa. Sudava freddo a tutte
le espressioni di giubilo della sposina, soddisfatta della compera di
questo o di quel mobile.
-- Vieni a vedere.... vieni a vedere.... -- gli diceva Dreetta.
Con tutte e due le mani egli avrebbe voluto turarle la bocca. La
gioja era troppa; quella era anzi la felicità, la vera felicità
raggiunta. Non era possibile che non accadesse da un momento all'altro
una disgrazia. E Fabio Feroni si mise a guardare attorno e innanzi e
indietro con rapidi sguardi obliqui per scoprire e prevenir l'insidia
del caso, l'insidia che poteva annidarsi anche in un granellino di
polvere; e si buttava con le mani a terra, gattone, per impedire il
passo alla moglie se scorgeva sul pavimento qualche buccia su cui il
piedino di lei avrebbe potuto smucciare. Ecco, forse l'insidia era
là, in quella buccia! O forse.... ma sì, in quella gabbia lì, del
canarino.... Già una volta Dreetta era montata su un sediolino, col
rischio di cadere, per rimetter la canapuccia nel vasetto. Via quel
canarino! E alle proteste, al pianto di Dreetta, egli, tutt'arruffato,
ispido, come un gatto fustigato:
-- Per carità, -- s'era messo a gridare, -- ti prego, lasciami fare!
lasciami fare!
E gli occhi sbarrati gli andavano di continuo in qua e in là, con una
mobilità e una lucentezza inquietanti.
Finchè una notte ella non lo sorprese in camicia con una candela
in mano, che andava cercando l'insidia del caso entro le tazzine da
caffè capovolte e allineate sul palchetto della credenza nella sala da
pranzo.
-- Fabio, che fai?
E, lui, ponendosi un dito su la bocca:
-- Ssss..... zitta! Lo scovo! Ti giuro che questa volta lo scovo.... Non
me la fa!
Tutt'a un tratto, o fosse un topo, o un soffio d'aria, o uno
scarafaggio sui piedi nudi, il fatto è che Fabio Feroni diede un urlo,
un balzo, un salto da montone, e s'afferrò con le due mani il ventre
gridando che lo aveva lì, lì, il saltamartino, lì dentro, lì dentro lo
stomaco! E dàlli a springare, a springare in camicia per tutta la casa,
poi giù per le scale e poi fuori, per la via deserta, nella notte,
urlando, ridendo, mentre Dreetta scarmigliata gridava ajuto dalla
finestra.
QUANDO SI COMPRENDE.
I passeggieri arrivati a Roma col treno notturno alla stazione di
Fabriano dovettero aspettar l'alba per proseguire in un lento trenino
sgangherato il loro viaggio su per le Marche.
All'alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano
già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una
signora così abbandonata nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.
Lo squallor crudo della prima luce, nell'angustia opprimente di quella
sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai
cinque viaggiatori, che avevano passato insonne la notte, tutto quel
viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla
banchina e poi su dal montatojo.
Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da
dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e
sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi
nel pallore.
L'afflizione di veder la moglie in quello stato non gl'impediva
tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo
sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po' stizzito, forse
per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori
di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante
fardello di quella moglie là.
Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni
di viaggio che si erano scostati per far subito sedere la signora
sofferente, potè mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le
rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito
sul naso.
-- Stai bene, cara?
La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo
la mantiglia -- più su, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora
sorrise afflitto; poi sospirò:
-- Eh.... mondo di guai!...
E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire
perchè si trovava in quello stato per l'improvvisa e imminente partenza
dell'unico figliuolo per la guerra. Disse che da vent'anni non vivevano
più che per quell'unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l'anno
avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s'erano
trasferiti da Sulmona a Roma. Scoppiata la guerra, il figliuolo,
chiamato sotto le armi, s'era iscritto al corso accelerato degli
allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e
assegnato al 12º reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere
il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà
almeno un mese e mezzo per l'istruzione delle reclute: ma ecco che,
invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto
a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a
tradimento. E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.
La moglie sotto la mantiglia s'agitò, si restrinse, si contorse, rugliò
anche più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione
del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale
poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti,
avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori,
che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur
avendo anch'essi probabilmente uno o più figliuoli alla guerra. Ma
forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico
e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perchè gli
altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch'egli
andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le
armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla
dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.
Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:
-- Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo
figliuolo! Il mio è già su dal primo giorno della guerra. Ed è stato
ferito, sa? già due volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta
alla gamba, leggermente. Un mese di licenza, e via! Di nuovo al fronte.
Un altro disse:
-- Ce n'ho due, io. E tre nipoti.
-- Eh, ma un figlio unico.... -- si provò a far considerare il marito.
-- Non è vero, non lo dica! -- lo interruppe quello sgarbatamente. --
S'avvizia un figlio unico, ma non s'ama mica di più! Un pezzo di pane,
quando s'hanno più figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l'amore
paterno: a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace.
E s'io peno adesso, non peno metà per l'uno, metà per l'altro; peno per
due.
-- È vero, sì, quest'è vero, -- ammise con un sorriso timido, pietoso e
impacciato il marito. -- Ma guardi.... (siamo a discorso, adesso.... e
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