sulle gambe, a una certa villetta, sita -- come gli era stato detto -- in
un luogo....
-- Ma sì, lo so bene: la villetta è mia....
-- No, prego, signore: sita, mi è stato detto ed io ripeto, in un luogo
troppo alto, perchè una vettura vi possa salire.
Ah, gli occhi di Rondinella come chiaramente dicevano intanto dalla
vettura, ch'ella moriva per quell'uomo composto e rispettabile, che
sapeva parlare così esatto e compito! Essi soli, quegli occhi, vivevano
ancora, e non più timidi ormai, ma lustri dalla gioja d'aver potuto
rivedere quei luoghi, e lustri anche d'una certa malizietta nuova,
insegnata loro (troppo tardi!) dalla morte ahimè troppo vicina.
-- Ridete, ridete tutti, ridete forte, a coro, accanto a me, -- diceva
quella malizietta dagli occhi a tutta la gente che guardava attorno
alla vettura, costernata e quasi smarrita nella pena, -- ridete forte
di quest'uomo composto e rispettabile, che sa parlare così esatto e
compito! Egli mi fa morire, con la sua rispettabilità, con la sua
quadrata esattezza scrupolosa! Ma non ve ne affliggete, vi prego,
poichè ho potuto ottener la grazia di morir qua; vendicatemi piuttosto
ridendo forte di lui. Io ne posso rider piano e ormai per poco e così
con gli occhi soltanto. Vedete la vostra rondinella come s'è ridotta?
Dacchè volava, deve andare in barella, ora, alla villetta lassù....
-- E il Rondone? il tuo Rondone? -- chiedevano ansiosi a quegli occhi gli
occhi della gente attorno alla vettura. -- Che ce n'è del tuo rondone,
che non è venuto? Non è venuto perchè tu sei così? O tu sei così,
perchè egli è morto?
Gli occhi di Rondinella forse intendevano queste domande ansiose; ma
le labbra non potevano rispondere. E gli occhi allora si chiudevano con
pena.
Con gli occhi chiusi, Rondinella pareva morta.
Certo qualche cosa doveva essere accaduta; ma che cosa, nessuno lo
sa. Supposizioni, se ne possono far tante, e si può anche facilmente
inventare. Certo è questo che Rondinella venne a morir sola nella
villetta lassù; e di Rondone non si è saputo più nulla.
IL GATTO, UN CARDELLINO E LE STELLE.
Una pietra... un'altra pietra.... L'uomo passa e le vede accanto. Ma
che sa questa pietra della pietra accanto? E della zana, l'acqua che
vi scorre dentro? Neppur sa di scorrere, l'acqua, che ignora anche se
stessa.... L'uomo vede l'acqua e la zana; vi sente scorrer l'acqua, che
per sè non ha orecchie da sentirsi, e arriva finanche a immaginare che
quell'acqua confidi, passando, chi sa che segreti alla zana.
Ah che notte di stelle sui tetti di questo povero paesello tra i monti!
A guardare il cielo da quei tetti si può giurare che le stelle questa
notte non vedano altro, così vivamente vi sfavillano sopra. E le stelle
ignorano anche la terra. Quei monti? Ma possibile che non sappiano
che sono di questo paesello qua, che sta in mezzo a loro da quasi
mill'anni? Tutti sanno come si chiamano! Monte Corno, Monte Moro.....
-- e non saprebbero neppure d'esser monti? E allora anche la più
vecchia casa di questo paesello ignorerebbe d'esser sorta qui, di far
cantone qui a questa via che è la più antica di tutte le vie? Ma è mai
possibile?
E allora?
*
Allora credete pure, se vi piace, che le stelle non vedano altro che i
tetti del vostro paesello tra i monti.
Io ho conosciuto due vecchi nonni che avevano un cardellino. La
domanda, come i tondi occhietti vivaci di quel cardellino vedessero le
loro facce, la gabbia, la casa con tutti i vecchi arredi, e che cosa
la testa di quel cardellino potesse pensare di tutte le cure, di tutte
le amorevolezze di cui lo facevano segno, non s'era mai certamente
affacciata ai due vecchi nonni, tanto eran sicuri che, quando il
cardellino veniva a posarsi sulla spalla dell'uno o dell'altra e si
metteva a beccar loro il collo grinzoso o il lobo dell'orecchio, esso
sapeva benissimo che quella su cui si posava era una spalla e quello
che beccava un lobo d'orecchio, e che la spalla e l'orecchio eran
quelli di lui e non quelli di lei. Ma sì, senza dubbio: li conosceva
entrambi! che lui era il nonno e lei la nonna.... Possibile che non
sapesse neppur questo? e che tutti e due lo amavano tanto perchè era
stato della nipotina morta, che lo aveva così bene ammaestrato, a venir
sulla spalla, a bezzicar così l'orecchio, a svolar per casa fuori della
gabbia?
Tutta la casa, per lui. Nella gabbia, sospesa tra le tende al palchetto
della finestra nella stessa camera dove dormivano loro, vi stava la
notte soltanto e, di giorno, nei brevi momenti che si recava a beccare
il suo miglio e a bere con molti inchini smorfiosi una gocciolina
d'acqua. Già. Quella gabbia lì era come la reggia; la casa di sei
stanze, il vasto regno per cui dalla mattina alla sera andava a
spasso, a far dove meglio gli talentasse, sul paralume della lampada
a sospensione nella sala da pranzo o sulla spalliera del seggiolone, i
suoi gorgheggi e anche.... -- si sa, un cardellino!
-- Sudicione.... -- lo sgridava la vecchia nonna, come gliela vedeva
fare. E correva con lo strofinaccio sempre pronto a ripulire, come se
per casa ci fosse un bambino da cui ancora non si potesse pretendere il
giudizio di far certe cose con regola e al loro posto. E si ricordava
intanto di lei, la vecchia nonna, della nipotina si ricordava, che quel
servizio lì, povero amore, per più d'un anno gliel'aveva fatto fare,
finchè poi, da brava....
-- Ti ricordi, eh?
E il vecchio -- ricordarsi? se la vedeva ancora lì per casa.... piccina
piccina.... così.... E tentennava a lungo il capo.
Erano rimasti soli, loro due vecchi soli con quell'orfanella cresciuta
da piccola in casa, che doveva esser la gioja, la consolazione unica
della loro vecchiaja; e invece, a quindici anni.... Ma era rimasto vivo
di lei.... vivo, sì, gorgheggiante -- trilli e ali -- il ricordo, in quel
cardellino.... E dire che dapprima non ci avevan pensato! Proprio.
Nell'abisso di disperazione in cui eran piombati, dopo la sciagura,
potevano mai pensare a un cardellino? Ma su le loro spalle curve,
sussultanti all'impeto dei singhiozzi, lui, il cardellino, -- lui, lui
-- era venuto lui, da sè, a posarsi lieve lieve, movendo la testolina
di qua e di là, poi aveva allungato il collo, e una beccatina, di
dietro, all'orecchio, come per dire che.... sì, era una cosa viva di
lei, ancora!... viva, viva, sì! e che aveva ancora bisogno delle loro
cure, dello stesso amore che avevano avuto per lei. Ah con qual tremore
lo aveva preso, il vecchio, nella sua grossa mano e mostrato alla sua
vecchia, singhiozzando! Che baci su quel capino, su quel beccuccio!
Ma non voleva esser preso, lui, imprigionato lì in quella mano....
armeggiava con le zampine, con la testina.... beccava.... si scrollava
i baci, le lagrime dei due vecchi.... Ma sì, perchè voleva dimostrar
loro ch'era vivo, lui, per sè e per loro, una cosa viva ancora lì per
casa, ecco, ecco, e che avrebbe seguitato a trillare, così, come prima,
ecco.
Come prima? Ma che! Era certa, ora, certissima la vecchia nonna che
con quei gorgheggi il cardellino chiamava lei, la sua padroncina, e
che svolando di qua, di là per le stanze, la cercava, la cercava senza
requie, non sapendo darsi pace di non trovarla più, la sua padroncina;
e che eran tutti discorsi per lei, quei lunghi gorgheggi lì; domande,
ecco, proprio domande che meglio di così, con le parole, non si
sarebbero potute fare; domande ripetute tre, quattro volte di seguito,
che attendevano una risposta e dimostravan la stizza di non riceverla.
Ma come, se poi era anche certo, certissimo che il cardellino sapeva
della morte? Se sapeva, chi chiamava? da chi attendeva risposta a
quelle domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero
potute fare?
Oh Dio mio, cardellino era infine!... Ora la chiamava, ora la
piangeva.... Che in quel momento lì, per esempio, così tutto raccolto,
rinchioccito sul regoletto della gabbia, col capino rientrato e il
beccuccio in su e gli occhietti semichiusi pensasse a lei morta, si
poteva mettere in dubbio? Certi pigolìi brevi, sommessi, lasciava
andare di tratto in tratto in quei momenti lì, che eran la prova più
evidente che pensava a lei e la piangeva e si lamentava. Erano uno
strazio quei pigolìi.
Il vecchio nonno non diceva di no alla sua vecchia. N'era così certo
anche lui! Pur non di meno, saliva pian piano su la seggiola, come per
bisbigliar davvicino qualche parolina di conforto a quella povera cara
animuccia in pena, e intanto con le mani non ben ferme riapriva -- ma
quasi senza voler vedere lui stesso quello che faceva -- lo sportellino
a scatto della gabbia che s'era richiuso; perchè aveva il vizio il
birichino di sciogliere a furia di beccate il nodo della cordellina che
reggeva quello sportello a scatto quand'era aperto, tenendolo legato a
una delle grettole della gabbiola. Così, restava lì chiuso, e....
-- Ecco che scappa! ecco che scappa, il birichino! -- esclamava il
vecchio, voltandosi sulla sedia a seguirlo con gli occhi piccini,
ridenti, le due mani aperte davanti al volto come a pararlo....
E allora nonno e nonna litigavano; ma sì, litigavano perchè tante e
tante volte glielo aveva detto lei, che lo lasciasse stare quand'era
così, che non andasse a frastornarlo dalla sua pena. Ecco, lo sentiva
ora?
-- Canta, -- diceva il vecchio.
-- Ma che canta! -- rimbeccava lei, con una scrollata di spalle. -- Te ne
sta zufolando di cotte e di crude! È arrabbiatissimo!
E accorreva per calmarlo. Ma che calmare! Scattava via di qua, di là,
proprio impermalito, ecco, e con ragione, con ragione perchè gli doveva
parere di non esser considerato in quei momenti lì.
E il bello era che il nonno, non solo si pigliava tutti quei rimbrotti
senza dire alla nonna che lo sportellino a scatto della gabbiola
era chiuso e che forse il cardellino pigolava così lamentosamente
per questo, ma piangeva sentendo parlare a quel modo la sua vecchia
appresso al cardellino, piangeva e riconosceva tra sè, crollando il
capo tra le lagrime:
-- Poverino, ha ragione.... poverino, ha ragione.... non si sente
considerato!
Lo sapeva bene infatti, il nonno, che cosa volesse dire non sentirsi
considerati. Tutti e due, poveri vecchi, non eran considerati da
nessuno ed erano messi alla berlina, perchè non vivevano più d'altro
ormai che di quel cardellino lì, e perchè si condannavano a star
perpetuamente con tutte le finestre chiuse; e lui anche, il vecchio
nonno, a non metter più il naso fuori della porta, perchè era vecchio
sì e piangeva lì in casa come un bambino, ma oh! mosche sul naso non
se n'era fatte posar mai, e se qualcuno, per via, avesse avuto la
cattiva ispirazione di farsi beffe di lui, la vita (ma che prezzo ormai
aveva più la vita per lui?) come niente, come niente se la sarebbe
giocata.... Sissignori, per quel cardellino lì, se qualcuno avesse
avuta la cattiva ispirazione di dirgli qualche cosa.... Tre volte, in
gioventù, era stato proprio a un pelo.... là, o la vita o la libertà!
Ah, ci metteva poco lui a perder la vista degli occhi....
Ogni qual volta questi propositi violenti gli s'accendevano nel sangue,
s'alzava il vecchio nonno, spesso col cardellino su la spalla, e andava
a guatare con occhi truci dai vetri della finestra le finestre delle
case dirimpetto.
Che fossero case, quelle lì dirimpetto; che quelle fossero finestre,
coi vetri intelajati, le ringhierine, i vasi di fiori e tutto; che
quelli su fossero tetti con fumaiuoli, tegole, grondaje, non poteva
mica dubitare il vecchio nonno che sapeva anche a chi appartenevano,
quelle case, chi vi stava, come ci si viveva.... Il guajo era che
la domanda, la domanda, che cosa fossero invece per il cardellino
che gli stava accoccolato su la spalla, quella sua casa e quelle
altre case dirimpetto, e anche là per quel magnifico gattone bianco
soriano, che se ne stava tutto aggruppato sul davanzale di quella
finestra di contro, con gli occhi chiusi a crogiolarsi al sole, non
gli s'affacciava per nulla alla mente. Finestre? vetri? tetti? tegole?
casa mia? casa tua? Per quel gattone bianco lì che dormiva al sole,
casa mia? casa tua? Ma se poteva entrarci, tutte erano sue! Case? Che
case! posti, posti dove si poteva rubare; posti dove si poteva dormire
più o meno comodamente; o fingere anche di dormire.... Già! Perchè
quei due vecchi nonni tenevano sempre le finestre chiuse e chiusa la
porta di casa, credevano ora che un gatto, volendo, non potesse trovare
un'altra via per entrare a mangiarsi quel cardellino lì?.... E doveva
sapere quel gatto che il cardellino era tutta la vita di quei due
vecchi nonni perchè era stato della nipotina morta che lo aveva così
bene ammaestrato a svolar per casa fuori della gabbia? e doveva sapere
anche che il vecchio nonno, una volta che lo aveva sorpreso dietro una
delle finestre a spiare tutto intento attraverso i vetri chiusi il volo
spensierato di quel cardellino per la stanza, era andato furente ad
ammonir la padrona che guaj, guaj se un'altra volta lo avesse sorpreso
lì? Lì? quando? come? La padrona.... i nonni.... la finestra.... il
cardellino?...
E così, un giorno, se lo mangiò -- ma sì, quel cardellino che per lui
poteva anche essere un altro -- se lo mangiò entrando in casa dei due
vecchi, chi sa come, chi sa donde.... La nonna -- era quasi sera --
intese appena, di là, come un piccolo squittìo, un lamento; il nonno
accorse, intravide una cosa bianca che s'avventava scappando per la
cucina e, per terra, sparse, alcune piccole piume del petto, le più
tènere, che, mossa l'aria al suo entrare, si scossero lievi, lì sul
pavimento. Che grido! E trattenuto invano dalla sua vecchia, s'armò,
corse come un pazzo in casa della vicina. No, non la vicina, il gatto,
il gatto voleva uccidere il vecchio, là, sotto gli occhi di lei; e
sparò nella saletta da pranzo, come lo vide lì quieto a seder sulla
credenza, sparò una, due, tre volte, fracassando le stoviglie, finchè
non accorse, armato anche lui, il figlio della vicina, che sparò sul
vecchio....
Una tragedia. Fra grida e pianti il nonno fu trasportato moribondo,
ferito al petto, alla sua casa, alla sua vecchia.
Il figlio della vicina era fuggito per le campagne. La rovina in due
case; lo scompiglio in tutto il paesello per tutta una notte....
E il gatto mica se lo ricordava, un momento dopo, che s'era mangiato il
cardellino, un qualunque cardellino; e mica aveva capito che il vecchio
aveva sparato contro di lui. Aveva fatto un bel balzo, al botto; era
scappato via, e ora -- eccolo là -- se ne stava quieto, tranquillo,
così tutto bianco sul tetto nero a guardare le stelle che dalla cupa
profondità della notte interlunare -- si può essere certissimi -- non
vedevano affatto i poveri tetti di quel paesello tra i monti, ma
così vivamente vi sfavillavano sopra, che si poteva quasi giurare non
vedessero altro, quella notte.
-DONNA MIMMA.-
I.
Donna Mimma parte.
Quando donna Mimma col suo bel fazzoletto di seta celeste annodato
largo sotto il mento passa per le vie del paesello assolate, si può
credere benissimo che la sua personcina linda, ancora diritta e vivace,
sebbene modestamente raccolta nel lungo scialle nero frangiato, a
pizzo, non projetti alcun'ombra su l'acciottolato di queste viuzze qua,
nè sul lastricato della piazza grande di là.
Si può credere benissimo, perchè agli occhi di tutti i bimbi e anche
dei grandi che, vedendola passare, si sentono pur essi ridiventar bimbi
a un tratto, donna Mimma reca un'aria con sè, per cui subito sopra e
attorno a lei tutto diventa come finto: di carta il cielo; il sole, una
spera di porporina, come la stella del presepio. Tutto il paesello,
con quel bel sole d'oro e quel bel cielo azzurro nuovo su le casette
vecchie, basse, con quelle sue chiesine dai campaniletti tozzi e le
viuzze e la piazza grande con la fontana in mezzo e in fondo la chiesa
madre, appena ella vi passa, diventa subito tutt'intorno come un grosso
giocattolo di Befana, di quelli che a pezzo a pezzo si cavano dalla
scatolona ovale, che odora di colla deliziosamente, che ogni dadolino --
e ce ne son tanti -- è una casa con le sue finestre e la sua veranda, da
mettere in fila o in giro per far la strada o la piazza, e questo dado
qui più grosso è la chiesa con la croce e le campane, e quest'altro,
ecco, la fontana, da metterci attorno questi alberetti qua, che han la
corona di trucioli verdi verdi e un dischetto sotto, per reggersi in
piedi.
Miracolo di donna Mimma? No. È il mondo in cui donna Mimma vive agli
occhi dei piccoli e anche dei grandi che ridiventano subito piccoli
appena la vedono passare. Piccoli, per forza, perchè nessuno può
sentirsi grande davanti a donna Mimma. Nessuno.
Questo mondo ella rappresenta ai bimbi quando si mette a parlare
con essi e dice loro come a uno a uno ella sia andata a -comperarli-
lontano lontano.
-- Dove?
Eh, dove! Lontano, lontano....
-- A Palermo?
A Palermo, sì, con una bella lettiga bianca, d'avorio, portata da
due belli cavalli bianchi, senza sonagli, per vie e vie lunghe, di
notte....
-- Senza sonagli perchè?
-- Per non far rumore....
-- E al bujo?
Sì; ma c'è pure la luna, di notte, le stelle.... Ma anche al bujo,
sicuro! Viene la notte, quando si cammina e cammina a giornate, per
tanta via.... E poi sempre di notte s'arriva, al ritorno, con quella
lettiga là: zitti zitti, che nessuno veda, che nessuno senta....
-- E perchè?
Ma perchè, se no, guaj! Il bambinello comperato da poco non può vedere
nessuno, non può sentire nessun rumore, chè si spaventerebbe, e neppure
può vedere in principio la luce del sole. Guaj!
-- Come comperato?
-- Ma coi denari di papà.... Eh sì, tanti....
-- Flavietta?
-- Ma sì, Flavietta più di duecent'onze.... più più.... con questi
riccioletti d'oro, con questa boccuccia di fragola.... Perchè papà la
volle bionda così, ricciutella così e con questi occhi grandi d'amore
che mi guardano, gioja mia, non mi credi? poche duecent'onze, per
quest'occhi soli! vuoi che non lo sappia, se t'ho comperata io? E
pure Ninì, sì certo.... Tutti vi ho comperati io. Ninì un pochino di
più, perchè è maschietto, e i maschietti, amore mio, costano sempre un
pochino di più: lavorano, poi, i maschietti e, lavorando, guadagnano
assai, come papà. Ma sapete che pure papà l'ho comperato io? Io, io....
Quand'era piccolo piccolo, certo! quand'ancora non era niente! Sicuro:
gliel'ho portato io, di notte, con la lettiga bianca alla sua mamma,
sant'anima.... Da Palermo, sì.... Quanto, lui? Uh, migliaja d'onze,
migliaja....
I bimbi la guardano allocchiti. Le guardano quel fazzoletto bello, di
seta celeste, sempre nuovo, su i capelli ancora neri, lucidi, spartiti
in due bande che, su le tempie, formano due treccioline che passano
su gli orecchi, dai cui lobi, stirati dal peso, pendono due massicci
orecchini a lagrimoni. Le guardano gli occhi un po' ovati, dalle
pàlpebre esili, guarnite di lunghissime ciglia; la pallottolina del
naso un po' venata, tra i fori larghi violacei delle nari; il mento
un po' aguzzo, su cui s'arricciano metallici alcuni peluzzi.... Ma la
vedono come avvolta in un'aria di mistero, questa vecchietta pulita,
che tutte le donne chiamano, e anche la loro mamma, -la Comare-, che
quando viene a visita càpita sempre che la mamma non sta bene, e pochi
giorni dopo, ecco, spunta un altro fratellino o un'altra sorellina, che
è stata lei ad andarli a comperare, lontano lontano, a Palermo: lei,
questa qua, con la lettiga.... E che è la lettiga?... La guardano, le
toccano pian piano, coi ditini curiosi, un po' esitanti, lo scialle, la
veste.... ed è, sì, una vecchietta pulita, che non pare diversa dalle
altre; ma come può andare poi così lontano lontano, con quella lettiga,
e come l'ha lei, quest'ufficio nel mondo, di comperare i bambini e di
portarli, i bambini, come la Befana i giocattoli?
Ma essi, dunque.... -- che cosa? No, non sanno che pensare; ma sentono
in sè, vago, un po' del mistero che è in quella vecchietta, la quale
è qua con loro adesso, qua che la toccano, ma che se ne va poi così
lontano a prenderli, i bambini, e dunque anche loro.... già.... a
Palermo, dove? dove lei sa ed essi, piccoli, non sanno; benchè certo,
là, piccoli piccoli, ci sono stati anche loro, se ella è andata a
comperarli là....
Istintivamente con gli occhi le cercano le mani. Dove sono le mani?
Lì, sotto lo scialle.... Perchè non le mostra mai donna Mimma, le mani?
Già! con le mani non li tocca mai: li bacia, parla con loro, gestisce
tanto con gli occhi, con la bocca, con le guance; ma dallo scialle le
mani non le cava mai per far loro una carezza.... È strano. Qualcuno,
più ardito, glielo domanda:
-- Perchè? Non le hai, le mani?
-- Gesù! -- esclama allora donna Mimma, volgendo uno sguardo
d'intelligenza alla mamma, come per dire: -- “È che è? diavolo, questo
bambino?„.
-- Eccole qua! -- soggiunge poi subito, mostrando le due manine coi mezzi
guanti di filo. -- Come non le ho, diavoletto? Gesù, che domande....
E ride, ride, ricacciandosi le mani sotto e tirandosi con esse lo
scialle su su, fin sopra il naso, per nascondere quelle risatine che,
Dio liberi.... Oh Signore! le viene di farsi la croce.... Ma guarda che
cose possono venire in mente a un bambino!
Pajono fatte, quelle mani, per calcare nello stampo la cera di cui sono
formati i Bambini Gesù che in ogni chiesa si portano su l'altare in
un canestrino imbottito di raso la notte di Natale. Sente donna Mimma
la santità del suo ufficio, la religione della nascita, e agli occhi
dei bimbi la copre con tutti i veli del pudore; e anche parlandone coi
grandi non adopera mai una parola, che muova o diradi quei veli; e ne
parla con gli occhi bassi e il meno che può. Sa che non sempre è lieto,
che spesso anzi è così triste il suo ufficio d'accogliere nella vita
tanti esserini che piangono appena vi traggono il primo respiro. Può
essere una festa il bimbo ch'ella porta in una casa di signori; anche
per il bimbo, sì; benchè non sempre neanche lì! Ma portarli -- e tanti,
tanti -- nelle case dei poveri.... Gliene piange il cuore. Ma è lei sola
a esercitare, da circa trentacinque anni, quest'ufficio nel paesello. O
per dir meglio, era lei sola, fino a jeri.
Ora è venuta dal Continente una smorfiosetta di vent'anni,
-piemontesa-; gonna corta, gialla, giacchetto verde; come un
maschiotto, le mani in tasca: sorella ancora nubile d'un impiegato
di dogana. -Diplomata dalla R. Università di Torino-. Roba da farsi
la croce a due mani, Signore Iddio, una ragazza ancora senza mondo,
mettersi a una simile professione! E bisogna vedere con quale
sfacciataggine: per miracolo non se la porta scritta in fronte! Una
ragazza.... una ragazza, che di queste cose.... Dio, che vergogna! E
dove siamo?
Donna Mimma non se ne sa dar pace. Volta la faccia, si ripara gli
occhi con la mano appena la vede passare sculettando per la piazza, a
testa alta, la gonna corta, le mani in tasca, la piuma bianca ritta al
vento sul cappellino di velluto. E che strepito fanno quei tacchetti
insolenti sul lastricato della piazza: -- Passo io! passo io!
Ma quella non è donna: una diavola è! Non può essere creatura di Dio,
quella! Come? che tabella? Ah sì? ha fatto appendere la tabella col
nome e la professione sul portoncino di casa? E si chiama? Elvira....
come? Signorina Elvira Mosti? Ci sta scritto signorina? E che vuol
dire diplomata? Ah, la patente. La vergogna patentata. Dio, Dio, si
può credere una cosa simile? E chi la chiamerà quella sfacciata? Ma che
esperienza poi, che esperienza può aver lei, se ancora.... in nome del
Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.... S'hanno da vedere di
queste cose ai giorni nostri? in un paesello come il nostro? Vih....
vih... vih....
E donna Mimma scuote in aria le manine coi mezzi guanti di filo come se
si vedesse lingueggiar davanti le fiamme dell'inferno.
-- Nossignora, grazie, che caffè, signora mia! acqua, un sorso d'acqua,
mi faccia portare; sono tutta sconcertata! -- dice nelle case delle
clienti, da cui di tanto in tanto si reca a visita, o a fare, com'ella
dice, “un'affacciata„, per sapere.... no? niente? Lasciamo fare a Dio,
signora mia, ringraziato sia sempre in cielo e in terra!
Se n'è fatta quasi una fissazione; non perchè tema per sè, che le
signore le abbiano a fare un torto per quella lì; figurarsi se può
temere una tal cosa conoscendo che signore sono, col timore di Dio,
con l'educazione del paese e il rispetto delle cose sante! Neanche per
sogno....
-- Ma dico, dico, oh Vergine Maria, per la cosa in sè.... questo
scandalo.... una ragazzaccia.... mi pare il mondo tutto sottosopra....
Per i bambini, dico, per le creaturine innocenti; ma ci pensa, signora
mia? Dicono che parla come un carabiniere.... che tutte le parolacce
le dice belle, così.... chiare, come se fosse una cosa naturale.... una
ragazza! Io non so.... io non so, c'impazzisco, signora mia!
È tanto compresa della mostruosità di quello scandalo, che non
s'accorge dell'impaccio afflitto con cui la guardano le signore. Pare
che abbiano da dirle qualche cosa e non ne trovino il coraggio. Tutte
le dànno ragione, sì: oh, uno scandalo davvero.... e loro, se Dio le
ajuta, mai per casa una ragazzaccia così; ma.... ma.... che rimedio,
cara donna Mimma? non c'è niente da fare; non solo, ma.... ma.... -- E
non trovano il coraggio di dirle altro.
Oggi, il medico condotto s'è voltato di là, vedendola passare. Non l'ha
vista? Ma sì, che l'ha vista! L'ha vista e s'è voltato.... Perchè?
Viene a sapere, poco dopo, che quella svergognata lì è andata a
trovarlo in casa, col fratello. Certo per raccomandarsi. Chi sa che
moine gli avrà fatte, come le sanno fare codeste forestieracce sbandite
che nelle grandi città del Continente hanno perduto il santo rossore
della faccia; ed ecco che questo rimbambito di medico.... Il diploma?
E che c'entra il diploma? Ah sì, difatti, per il diploma.... Ma via,
che non si sanno queste cose? Due smorfiette, due carezzine, e come la
paglia pigliano fuoco, gli ominacci.... anche i vecchi adesso, senza
timor di Dio! Che fa il diploma? che c'entra? Esperienza ci vuole,
esperienza....
-- Eh, ma anche il diploma, donna Mimma, -- le risponde sospirando
il farmacista, col quale, passando, s'è lagnata del voltafaccia del
medico.
-- E io che ho diploma forse? -- esclama allora donna Mimma, sorridendo
e giungendo per le punte delle dita le due manine coi mezzi guanti di
filo. -- E trentacinque anni sono, trentacinque, che tutti quanti siete
qua, e pure voi, don Sarino, vi ho portati io, con la grazia di Dio,
figliuoli miei; che n'ho fatti di viaggi a Palermo!... Ecco, ecco,
guardate qua....
E donna Mimma si china a prendere tra quelle due manine, che quasi non
pajono, ma che pure han tanta forza, un bel bimbone della strada, che
s'è fermato innanzi alla farmacia, e lo leva alto, nel sole.
-- Anche questo! E quanti ne vedete, tutti io! Sono andata a comperarvi
tutti io, a Palermo, senza diploma! Che serve il diploma?
Il giovane farmacista sorride.
-- Va bene, donna Mimma, sì.... voi.... l'esperienza, certo.... ma....
E la guarda afflitto e impacciato e neanche lui ha il coraggio di farle
intravvedere la minaccia che le pende sul capo.
Finchè dalla Prefettura del capoluogo le arriva una carta con tanto di
stemma e tanto di bollo, mezza stampata e mezza scritta a mano, nella
quale ella non sa legger bene, ma indovina che si parla del diploma che
non ha, e che ai sensi degli articoli tali e tali.... È ancora dietro
a decifrarla, quella carta, che una guardia la viene a invitare a nome
del sindaco....
-- La moglie? Così presto? -- domanda donna Mimma, contrariata.
-- No, al municipio, -- risponde la guardia -- per una comunicazione.
Donna Mimma s'acciglia:
-- A me? per questa carta?
La guardia si stringe nelle spalle:
-- Io non so; venite e saprete.
Donna Mimma va; e, al municipio, trova il sindaco là, dispiaciutissimo.
Anche lui è stato comperato a Palermo da donna Mimma; e anche due
figliuoli donna Mimma è andata a comperare per lui a Palermo e presto
per un terzo dovrebbe mettersi in viaggio con la lettiga; ma....
-- Ecco qua, donna Mimma! Vedete? Un'altra carta anche a noi, dalla
Prefettura. Per voi, sì. E non c'è che fare, non c'è che fare.... Voi
avete interdetto l'esercizio della professione!
-- Io?
-- Voi, perchè non avete il diploma, cara donna Mimma! E ora, la
legge....
-- Ma che legge? -- esclama donna Mimma, che non ha più una goccia di
sangue nelle vene. -- Legge nuova?
-- Non nuova, no! Ma noi qua, c'eravate voi sola, da tant'anni....
vi conoscevamo, vi volevamo bene, avevamo tutta la fiducia in voi,
e abbiamo perciò lasciato correre; ma siamo in contravvenzione anche
noi, donna Mimma! Queste maledette formalità, capite? Finchè c'eravate
voi sola.... Ma ora è venuta quella là; ha saputo che voi non avete
il diploma; e visto che qua non la chiama nessuno, capite? ha fatto
reclamo alla Prefettura, e voi non potete più esercitare, o dovete
andare a Palermo, davvero questa volta! All'Università, sì, per
prendere il diploma, anche voi, come quella....
-- Io? a Palermo? alla mia età? a cinquantasei anni? dopo trentacinque
anni di professione? mi fanno questo affronto? io, il diploma?
Un'intera popolazione.... Ma come? c'è bisogno di diploma? di saper
leggere e scrivere, per queste cose qua? Io so leggere appena! E a
Palermo, io che non mi sono mai mossa di qua? Io mi ci perdo! Alla
mia età? Per quella smorfiosa lì, che la voglio vedere, con tutto il
suo diploma.... Vuole competere con me? E che hanno da insegnare a
me, che li fascio e li sfascio tutti quanti, i meglio professori, dopo
trentacinque anni di professione? Debbo andare a Palermo davvero? Come?
per due anni?
Non la finisce più donna Mimma: un torrente di lagrime irose,
disperate, tra un precipizio di domande saltanti, balzanti. Il sindaco,
dolente, vorrebbe arrestar quell'impeto; un po' lo lascia sfogare; di
nuovo si prova ad arrestarlo; -- due anni passano presto; sì, è duro,
certo; ma che insegnare! no! pro forma, per avere quel pezzo di carta!
per non darla vinta a questa ragazzaccia.... -- Poi, accompagnandola
fino alla soglia dell'uscio, battendole una mano dietro le spalle,
come un buon figliuolo, per esortarla a far buon animo, cerca di farla
sorridere: via.... via.... come si smarrirebbe a Palermo, lei, che non
passa giorno, ci va tre e quattro volte?
S'è tirato lo scialle nero sul fazzoletto celeste, donna Mimma; e le
sue manine stringono, di sotto, quello scialle nero sul volto, per
nascondere le lagrime. Bimbi, quel fazzoletto di seta celeste! -- La
santa poesia della vostra nascita, ecco, ha preso il lutto: se ne
va a Palermo, senza lettiga bianca, a studiar meèutica, e la sepsi
e l'antisepsi, l'estremo cefalico, l'estremo pelvi-podalico.... Così
vuole la legge. Donna Mimma piange; non se ne può consolare: sa leggere
appena; si smarrirà tra l'irta scienza di quei dotti professoroni,
là, a Palermo, dove ella tante volte è andata con la poesia della sua
lettiga bianca....
-- Signora mia, signora mia....
Un pianto, un pianto che spezza il cuore, presso ciascuna delle sue
clienti, da cui va a licenziarsi, prima di partire. E in ogni casa, si
china con le piccole mani tremanti, oh sì, ora le cava fuori senza più
ritegno, a carezzar la testina bionda o bruna dei bimbi, e lascia tra
quei riccioli, insieme coi baci, cader le lagrime, inconsolabilmente.
-- Vado a Palermo.... vado a Palermo.
E i bimbi, sbigottiti, la guardano e non comprendono perchè pianga
tanto, questa volta, per andare a Palermo. Pensano che forse è una
sciagura anche per loro, per tutti i bimbi che sono ancora là, da
comperare.
Dicono le mamme:
-- Ma noi v'aspetteremo....
Donna Mimma le guarda con gli occhi lagrimosi, tentenna il capo. Come
può farsi quest'inganno pietoso, lei che sa bene com'è la vita?
-- Signora mia, due anni?
E se ne parte col cuore spezzato, tirandosi lo scialle nero sul
fazzoletto celeste.
II.
Donna Mimma studia.
Palermo. Vi arriva di sera donna Mimma: piccola, nell'immensa piazza
della Stazione.... -- Oh Gesù! lune? che sono? venti.... trenta,
attorno.... che piazza! che grandezza! Ma per dove?
-- Di qua.... di qua....
Tra tutti quei palazzi, incubi d'ombre gigantesche straforate da
lumi, accecata da tanto rimescolìo sotto, di sbarbagli, e sopra da
tanti strisci luminosi, file, collane di lampade per le vie lunghe
diritte senza fine, tra il tramestìo di gente che le balza di qua, di
là, improvvisa, nemica, e il fracasso che da ogni parte la investe,
assordante, di vetture che scappano precipitose, non avverte, in quello
stupore rotto da continui sgomenti, se non la violenza da cui dentro
è tenuta e a cui via via si strappa per cacciarsi a forza in quello
scompiglio d'inferno, dopo l'intronamento e la vertigine del viaggio in
ferrovia, il primo in vita sua. (Gesù, la ferrovia! montagne, pianure
che si movevano, giravano e scappavano, via con gli alberi, via con le
case sparse e i paesi lontani, e di tratto in tratto l'urto violento
d'un palo telegrafico, fischi, scossoni, lo spavento dei ponti e delle
gallerie, una dopo l'altra, abbagli e accecamenti, vento e soffocazione
in quella tempesta di strepiti, nel bujo.... Gesù! Gesù!)
-- Come dici? che dici?
Non sente nulla, non sa più buttare i piedi, si tiene stretta accosto
al nipote che l'accompagna -- giovanotto, stendardo della casa -- ah!
padrone del mondo, lui, che può ridere e andar sicuro, pratico, chè c'è
stato, lui, due anni militare qua a Palermo.
-- Come dici?
Sì, certo, la carrozza.... Che carrozza? Ah già, sì, la carrozza....
certo! come entrare in città, come camminare per via con quel grosso
fagotto di panni sotto il braccio fino alla locanda?
Guarda il fagotto: c'è lei lì dentro; e tutta vorrebbe esserci, in
quella roba sua lì affagottata sotto il braccio del nipote, lei fatta
di pezza e solo odore di panni, per non vedere e non sentire più nulla.
-- Dàllo a me! Dàllo a me!
Vorrebbe tenercisi stretta a quei panni, per sentircisi meglio dentro;
ma l'anima è fuori, qua allo sbaraglio di tante impressioni che la
assaltano da tutte le parti. Risponde di sì, di sì, ma non capisce
bene i cenni che il nipote le fa. O Gesù mio, ma perchè domandare a
lei? Come una creaturina nelle mani di lui, farà tutto quello che lui
vorrà: sì, la carrozza; sì, la locanda, quella che lui vorrà! Per ora
è come in un mare in tempesta, e prendere una carrozza è per lei come
agguantare una barca; giungere alla locanda, come toccare la riva.
Pensa con terrore, quando, di qui a tre giorni, il nipote ritornerà al
paese dopo averle trovato alloggio e pensione, come resterà lei qua in
mezzo a questa babilonia, sola, sperduta....
*
Passando in carrozza diretti alla locanda, il nipote le propone
d'andare a veder la fiera in Piazza Marina.
-- La fiera? Che fiera?
-- La fiera dei Morti.
Si fa la croce donna Mimma. Domani, i Morti, già.... Arriva la sera
del primo novembre, a Palermo, vigilia dei Morti, lei che a Palermo
c'è sempre venuta per comperare la vita! I Morti, già.... Ma i Morti
sono la Befana per i bambini dell'isola: i giocattoli, a loro, non li
porta la Vecchia Befana il sei di gennajo; li portano i Morti il due di
novembre, che i grandi piangono e i piccoli fanno festa.
-- Gente assai?
Tanta, tanta, senza fine, che le carrozze non possono passare: tutti
i babbi, tutte le mamme, nonne, zie, vanno alla fiera dei Morti
in Piazza Marina a comperare i giocattoli per i loro piccini. Le
bambole? sì, le sorelline piccole. I pupi di zucchero? sì, i piccoli
fratellini; quelli, quelli che lei donna Mimma, alla fiera della Vita,
nell'illusione dei bimbi del suo paese lontano, tant'anni è venuta a
comperare qua a Palermo e a recar loro laggiù, con la lettiga d'avorio:
giocattoli, ma veri, con occhi veri, vivi, manine vere, gracili,
fredde, paonazze, serrate, e la boccuccia sbavata che piange....
Sì; ma ora gli occhi di donna Mimma, davanti allo spettacolo tumultuoso
di quella fiera sono anche più meravigliati di quelli d'una bimba; e
non può pensare donna Mimma che il sogno de' suoi viaggi misteriosi,
quale essa lo rappresentava ai bimbi del suo paese, ora qua, davanti
alla fiera, ecco, diventa quasi una realtà. Non può pensarlo, non solo
perchè tra le grida squarciate dei venditori innanzi alle baracche
illuminate da lampioncini multicolori, tra i sibili dei fischietti,
gli scampanellii, i mille rumori della fiera e il pigia pigia della
folla che seguita di continuo ad affluire nella piazza, lo stordimento
le cresce e insieme la paura della grande città, ma anche perchè è
lei qui ora la bimba a cui l'incanto è fatto. E poi quell'aria da cui
si sentiva avvolta nel suo paesello, aria di favola che la seguiva
per le vie e nelle case in cui entrava, che induceva tutti, grandi
e piccoli, a rispettarla, perchè dal mistero della nascita era lei
quella che recava in ogni casa i bimbi nuovi, la vita nuova al vecchio
decrepito paesello; qui ora quell'aria non l'ha più attorno. Spogliata
crudelmente della sua parte -- eccola -- che cosa è adesso qui, in mezzo
alla calca della fiera? una povera vecchietta è, meschina, stordita.
L'han cacciata via dal sogno a infrangersi, a sparire qui in mezzo
a questa realtà violenta; e non comprende più nulla, non sa più nè
muoversi, nè parlare, nè guardare.
-- Andiamo via.... andiamo via....
Dove? Fuori di qui, sì, fuori di questa calca, sì, facile andar via,
con un po' di pazienza, piano, piano.... Ma poi? Dentro, da ritrovarsi
come prima in sè, sicura, tranquilla, questo sarà difficile: ora alla
locanda, domani alla scuola....
*
Alla scuola, quarantadue diavole, tutte con l'aria sfrontata di
giovanotti in gonnella, su per giù come quella ragazzaccia piombata
dal Continente nel suo paesello, le si fanno addosso, il primo giorno
ch'ella comparisce tra loro col fazzoletto di seta celeste in capo e il
lungo scialle nero, frangiato e a pizzo, stretto modestamente attorno
alla persona. Uh, ecco la nonna! ecco la vecchia mammana delle favole,
piovuta dalla luna, che non osa mostrar le manine e tiene gli occhi
bassi per pudore e parla ancora di -comperare- i bambini! La guardano,
la toccano, come se non fosse vera, lì, innanzi a loro.
-- Donna Mimma? Donna Mimma come? Jèvola? Donna Mimma Jèvola?
Quant'anni? Cinquantasei? Eh, picciottella per cominciare! Già mammana
da trentacinque anni? E come? Fuori della legge? Come gliel'hanno
potuto permettere? Ah, sì, la pratica? Che pratica e pratica! Ci vuol
altro! Che? Adesso vedrà!
E come entra nell'aula il professor Torresi, incaricato
dell'insegnamento delle nozioni generali d'Ostetricia teorica, gliela
presentano tirandola avanti tra risa e schiamazzi:
-- La nonna mammana, professore, la nonna mammana!
Il professor Torresi, calvo, un po' panciuto, ma un bell'omone
dall'aria di corazziere or ora smontato da cavallo, coi baffetti grigi
ricciuti e un grosso neo peloso su una guancia (che amore! se lo tira
sempre, facendo lezione, quel neo, per non guastarsi i baffi volti
studiosamente all'in su), il professor Torresi si è sempre vantato di
saper tenere la disciplina e tratta effettivamente quelle quarantadue
diavole come puledre da domar col frustino e a colpi di sprone; ma
tuttavia, di quando in quando, non può far a meno di sorridere a
qualche loro scappata, o piuttosto, di concedere qualche risatina in
premio all'adorazione di cui si sente circondato. Vorrebbe fare il viso
dell'armi a quella presentazione rumorosa; ma poi, vedendosi davanti
quella vecchia recluta buffa, vuol pigliarsela anche lui a godere un
po'.
Le domanda come farà, venuta così tardi, a raccapezzarsi nelle sue
lezioni. Egli ha già -- (-su, attente, attente! al posto!-) -- egli
ha già parlato a lungo -- (-silenzio, perdio! al posto!-) -- ha già
parlato a lungo del fenomeno della gestazione, dall'inizio al parto;
ha già parlato a lungo della legge della correlazione organica; ora
parla dei diametri fetali; nella lezione scorsa ha trattato di quella
fronte-occipitale e del biscromiale; tratterà oggi del diametro
bisiliaco. Che ne capirà lei? Va bene, la pratica. Ma che cos'è la
pratica? Ecco, attente! attente! (e il professor Torresi si tira
il neo peloso su la guancia, che amore!): conoscenza implicita, la
pratica. E può bastare? No, che non può bastare. La conoscenza, perchè
basti, bisogna che da implicita divenga esplicita, cioè, venga fuori,
venga fuori, così che si possa a parte a parte veder chiara e in
ogni parte distinguere, definire, quasi toccar con mano, ma con mano
veggente, ecco! O altrimenti, ogni conoscenza non sarà mai sapere.
Questione di nomi? di terminologia? No. Il nome è la cosa. Il nome è
il concetto in noi d'ogni cosa posta fuori di noi. Senza il nome non
si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non definita, non
distinta.
Dopo questa spiegazione, che lascia allocchita tutta la scolaresca, il
professor Torresi si rivolge a donna Mimma e comincia a interrogarla.
Donna Mimma lo guarda sbigottita. Crede che parli turco. Costretta
a rispondere, provoca in quelle quarantadue diavole così fragorose
risate, che il professor Torresi vede in pericolo il suo prestigio di
domatore. Grida, pesta sulla cattedra per richiamarle al silenzio, alla
disciplina.
Donna Mimma piange.
Quando nell'aula si rifà il silenzio, il professore, indignato, fa una
strapazzata, come se non avesse riso anche lui; poi si volta a donna
Mimma e le grida che è una vergogna presentarsi a scuola in tale stato
d'ignoranza, e una vergogna, ora, far lì la ragazzina alla sua età, con
quel pianto.... Su, su, inutile piangere!
Donna Mimma ne conviene, dice di sì col capo, si asciuga gli occhi; se
ne vorrebbe andare. Il professore la obbliga a rimanere.
-- Sedete lì! E state a sentire!
Ma che sentire.... Non capisce nulla; credeva di saper tutto, dopo
trentacinque anni di professione, e invece, ecco, non sa nulla, proprio
nulla.... non capisce nulla!
-- A poco a poco, non disperate! -- la conforta il professore alla fine
della lezione.
-- Non disperate, a poco a poco.... -- le ripetono le compagne
impietosite, ora, dal pianto.
*
Ma a mano a mano che quella famosa conoscenza implicita, di cui il
professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma -- veder
più chiaro? altro che veder più chiaro! -- non riesce più a veder nulla.
Scomposta, sminuzzata l'idea della cosa, come prima la aveva in sè,
intera, compatta, generale; si trova ora perduta in tanti minimi
particolari, ciascuno dei quali ha un nome curioso, difficile, che ella
non sa nemmeno proferire. Come ritenerli a memoria tutti quei nomi? Ci
si industria con pazienza infinita, la sera, nella sua misera cameretta
d'affitto, sillabando sul manuale, curva innanzi al tavolinetto su cui
arde un lumino a petrolio.
-- Bi -- bis -- cro -- bis -- crom -- i -- a -- biscromia -- biscromiale....
E riconosce, sì, a poco a poco, a scuola, riconosce con viva sorpresa
a uno a uno, dopo molti stenti, tutti quei particolari, e scatta in
comiche esclamazioni:
-- Ma questo.... Gesù, si chiama così?
Ma la ragione di distinguerlo, di definirlo così, con quel nome, non la
vede. Il professore gliela fa vedere; la costringe a vederla; ma allora
quel particolare le si stacca ancora più dall'insieme; le s'impone come
una cosa che stia a sè; e siccome son tanti e tanti quei particolari,
donna Mimma ci si confonde, ci si perde, non si raccapezza più.
È una pietà vederla alle lezioni d'Ostetricia pratica, nella casa di
maternità, quando il professore la chiama a una lezione di prova. Tutte
le compagne la aspettano lì a quella prova, perchè lì ella è adesso nel
campo della sua lunga esperienza. Ma sì! Il professore non vuole che
ella faccia lì quello che sa fare, ma che dica quello che non sa dire;
e se si tratta di fare e non di dire, non la lascia mica fare a suo
modo, come tant'anni ha fatto, che sempre le è andata bene; ma secondo
i precetti e le regole dell'igiene e della scienza, come punto per
punto egli li ha insegnati; e allora donna Mimma, se si butta a fare,
è sgridata perchè non osserva appuntino quei precetti e quelle regole;
e se invece si trattiene e si sforza di badare a ogni precetto e a ogni
regola, ecco, è sgridata perchè si smarrisce e si confonde e non riesce
più a far nulla a dovere, con linda sveltezza, con precisione sicura.
Ma non soltanto tutti quei particolari e tutti quei precetti e tutte
quelle regole la impacciano così. Un'altra, e più grave, nell'animo
di lei, è la cagione di tutto quell'impaccio. Ella soffre come
d'una violenza orrenda, che le sia fatta là dove più gelosamente è
custodito per lei il senso della vita; soffre, soffre da non poterne
più, allo spettacolo crudo, aperto di quella funzione che ella per
tanti anni ha ritenuto sacra -- perchè in ogni madre la vergogna e
i dolori riscattano innanzi a Dio il peccato originale -- soffre e
vorrebbe anche lì coprirlo quanto più può, coi veli del pudore, quello
spettacolo; e invece no, ecco, via tutti quei veli: il professore
glieli butta all'aria e li strappa via brutalmente, quei veli che
chiama d'ipocrisia e d'ignoranza; e la maltratta e la beffeggia con
sconce parolacce, apposta; e quelle quarantadue diavole attorno, ecco,
ridono sguajatamente alle beffe, alle parolacce del professore, senza
nessun ritegno, senza nessun rispetto per la povera paziente, per
quella povera madre meschina, esposta lì intanto, oggetto di studio e
d'esperimento.
Avvilita, piena d'onta e d'angoscia, si riduce nella sua cameretta,
alla fine delle lezioni, e piange e pensa se non le convenga di
lasciare la scuola e di ritornarsene al suo paesello. Nel lungo
esercizio della professione ha messo da parte un buon gruzzoletto,
che le potrà bastare per la vecchiaja; se ne starà tranquilla, in
riposo, a guardare soddisfatta attorno a sè tutti i bimbi del paese
e i più grandicelli, ragazzette e ragazzetti, e i più grandicelli
ancora, giovanette e giovanotti, e i loro papà e le loro mamme, tutti,
tutti quelli che lei in tanti anni pur seppe portare alla luce, senza
precetti e senza regole, da vecchia mammana delle favole, con la
lettiga d'avorio. Ma allora, dovrà darla vinta a quella ragazzaccia
là, che a quest'ora avrà preso certo il suo posto nel paesello, presso
ogni famiglia, di prepotenza; restare a guardarla, lì, con le mani in
mano? -- Ah, no, no! -- Qua: vincere l'avvilimento, soffocare l'onta e
l'angoscia, per ritornare al paese col suo bravo diploma e gridarlo in
faccia lì a quella sfrontata che le sa anche lei adesso le cose che
dicono i professori, che un conto sono i misteri di Dio, e un altro
conto, l'opera della natura....
Se non che, le sue manine esperte.... Ecco: donna Mimma se le rimira
pietosamente, attraverso le lagrime. Saprebbero più muoversi ora,
queste manine, come prima? Sono come legate da tutte quelle nuove
nozioni scientifiche.... Tremano, le sue manine, e non -vedono- più.
Il professore le ha dato gli occhiali della scienza, ma le ha fatto
perdere, irrimediabilmente, la vista naturale. E che se ne farà domani
donna Mimma degli occhiali, se non ci vede più?
III.
Donna Mimma ritorna.
-- Flavietta? Ma sì, madamina, anche lei.... Che s'immagini! A Palermo,
come no? con la lettiga d'avorio e i denari di babbo. Quanti? Eh, più
di mille lire....
-- No, onze!
-- Già, dicevo lire! onze, madamina: più di mille.... Cara, che mi
corregge! Tò, un bacio le voglio fare, cara! e un altro.. cara!
Chi parla così? Ma guarda! la -Piemontesa-.... quella che due anni fa
pareva un maschiotto in gonnella: giacchetta verde, mani in tasca... Ha
buttato via giacchetta e cappello, si pettina alla paesana e porta in
capo, oh, il fazzoletto di seta celeste, annodato largo sotto il mento,
e un bellissimo scialle lungo, porta, d'indiana, a pizzo e frangiato.
La -Piemontesa!- E parla di -comperare- i bambini ora, anche lei, a
Palermo, sicuro, con la lettiga d'avorio e i denari di come? babbo?
già, dice babbo lei, perchè parla in lingua lei, -che s'immagini!- e
non li dà mica i baci, li -fa-, e fa furore con codesta sua parlata
italiana, vestita così da paesanella: una simpatia!
-- Più stretto alla vita lo scialle....
-- Sì, così, ecco, così....
-- E il fazzoletto.... no, più tirato avanti, il fazzoletto.
-- E su da capo, così!
-- Largo.... un po' più largo, sotto; più aperto.... così, brava!
Ora a terra, modesti, gli occhi per via; e poco male se una guardatina
di tanto in tanto scappa di traverso maliziosa, o un sorrisetto scopre
su le due guance codeste care fossette. Che zucchero!
Le signore mamme si sentono chiamar madame ( -- -Riverisco, madama! --
A servirla, madama!- -- ) e sono tutte -- poverine, con tanto di pancia
-- contente. Contente che ormai, a trattare con lei, è proprio come
se sapessero parlare in lingua anche loro e le avessero familiari
tutte le finezze e le “civiltà„ del Continente. Ma sì, perchè si sa,
via, che in Continente usa così, usa cosà.... E poi, che è niente? la
soddisfazione di vedersi spiegare tutto, punto per punto, come da un
medico, coi termini precisi della scienza che non possono offendere,
perchè la natura, Dio mio, sarà brutta, ma è così; Dio l'ha fatta
così; e sono cose che si debbono sapere, per regolarsi, guardarsi da un
bisogno, e poi anche, alle strette, ma almeno conoscere di che e perchè
si soffre. Volere di Dio, sì certo; lo dice la Sacra Scrittura: -- -tu
donna partorirai con gran dolore- -- ma che forse si manca di rispetto a
Dio studiando la sapienza delle sue disposizioni? L'ignoranza di donna
Mimma, poveretta, si contentava del volere di Dio e basta. Questa qua,
ora, rispetta Dio lo stesso e poi per giunta spiega tutto, come Dio la
ha voluta e disposta, la croce della maternità.
Dal canto loro i bambini, a sentirsi raccontare con ben altra voce e
ben altre maniere la favola meravigliosa dei notturni viaggi a Palermo
con la lettiga d'avorio e i cavalli bianchi sotto la luna, restano a
bocca aperta, gli occhi sgranati, perchè -- raccontata così -- è proprio
come se fosse loro letta o che la leggessero loro da sè in un bel libro
di fiabe, di cui la fata eccola qua, balzata viva innanzi a loro, che
la possono toccare: questa fata bella che in lettiga sotto la luna
ci va davvero, se davvero porta loro da Palermo le sorelline nuove, i
nuovi fratellini. La mirano; quasi la adorano; dicono:
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