Un cavallo nella luna (Novelle)
Luigi Pirandello
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1918
Quinto migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono
riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,
la Norvegia e l'Olanda.-
Tip. Fratelli Treves.
UN CAVALLO NELLA LUNA.
Di settembre, su quell'altipiano d'aride argille strapiombante franoso
sul mare africano, la campagna, già riarsa dalle rabbie dei lunghi
soli estivi, era triste, tutta irta di stoppie annerite. E tuttavia
fu stabilito che i due sposi vi passassero almeno i primi giorni della
luna di miele.
Era necessario, in considerazione dello stato di lui, dello sposo.
Il pranzo di nozze, preparato in una sala dell'antica villa solitaria
in mezzo a quelle terre assolate, con radi mandorli e qualche ceppo
centenario d'olivo saraceno, non fu davvero una festa per i convitati.
Nessuno di essi riuscì a vincere l'impaccio, ch'era piuttosto
sbigottimento, per l'aspetto e il contegno di quel giovanotto grasso,
appena ventenne, biondo, sanguigno, dal volto di pesca vellutata,
che guardava qua e là coi piccoli occhi neri, lustri, da pazzo, e non
intendeva più nulla, e non mangiava e non beveva e diventava di punto
in punto più rosso, paonazzo, violaceo, e con gli occhi sempre più
piccoli e più lustri.
Si sapeva che, preso d'un amor forsennato, aveva fatto pazzie, fino
al punto di tentare di uccidersi -- lui, ricchissimo, unico erede
dell'antico casato dei Berardi -- per colei che ora gli sedeva accanto,
sposa. Era la figlia unica del colonnello del reggimento venuto da
un anno in Sicilia. Il signor colonnello, mal prevenuto contro gli
abitanti dell'isola, non avrebbe voluto accondiscendere a quelle nozze,
per non lasciare là, come tra selvaggi, la figliuola.
Lo sbigottimento per l'aspetto e il contegno dello sposo cresceva nei
convitati, quanto più essi avvertivano il contrasto con l'aria della
giovanissima sposa. Era una vera bambina ancora, vispa, fresca, aliena;
e pareva si scrollasse sempre d'addosso ogni pensiero fastidioso con
certi scatti d'una vivacità piena di grazia, ingenua e furba nello
stesso tempo. Furba però, come d'una birichina ancora ignara di tutto.
Orfana, cresciuta fin dall'infanzia senza mamma, appariva infatti
chiaramente che andava a nozze affatto impreparata. Tutti, a un certo
punto, finito il pranzo, risero e si sentirono gelare a un'esclamazione
di lei, rivolta allo sposo:
-- Oh Dio, Nino, ma perchè fai codesti occhi piccoli piccoli?
Lasciami.... no, scotti! Perchè ti scottano così le mani? Senti, senti,
papà, come gli scottano le mani.... Che abbia la febbre?
Tra le spine, il colonnello affrettò la partenza dei convitati
dalla campagna. Ma sì! per togliere quello spettacolo che gli pareva
quasi indecente. Presero tutti posto in sei vetture. Quella dove il
colonnello sedette accanto alla madre dello sposo, anch'essa vedova,
andando a passo per il viale, rimase un po' indietro, perchè i due
sposi, lei di qua, lui di là, con una mano nella mano del padre e della
madre, vollero seguirla per un tratto a piedi, fino all'imboccatura
dello stradone che conduceva alla città lontana. Qua il colonnello si
chinò a baciar sul capo la figliuola; tossì, borbottò:
-- Addio, Nino.
-- Addio, Ida, -- rise di là la madre dello sposo; e la carrozza s'avviò
di buon trotto per raggiungere le altre coi convitati.
I due sposi rimasero per un pezzo a seguirla con gli occhi. La seguì
la sola Ida veramente, perchè Nino non vide nulla, non sentì nulla, con
gli occhi fissi alla sposa rimasta lì, sola con lui finalmente, tutta,
tutta sua.... Ma che? Piangeva?
-- Il babbo.... -- disse Ida, agitando con la mano il fazzoletto in
saluto. -- Là, vedi?... anche lui....
-- Ma tu no, Ida.... Ida mia.... -- balbettò, singhiozzò quasi, Nino,
facendo per abbracciarla, tutto tremante.
Ida lo scostò.
-- No, lasciami.... ti prego....
-- Voglio asciugarti gli occhi io....
-- Grazie, no, caro: me li asciugo da me....
Nino rimase lì, goffo, a guardarla, con un viso pietoso, la bocca
semiaperta. Ida finì d'asciugarsi gli occhi; poi:
-- Ma che hai? -- gli domandò. -- Tu tremi tutto.... Dio, no, Nino: non mi
star davanti così.... mi fai ridere.... Non la finisco più, bada, se mi
metto a ridere!... Aspetta, ti sveglio....
Gli posò lievemente le mani su le tempie e gli soffiò sugli occhi.
Al tocco di quelle dita, all'alito di quelle labbra, egli si sentì
vacillare, fu per cadere in ginocchio; ma ella lo sostenne, scoppiando
in una risata fragorosa:
-- Su lo stradone? Sei matto? Andiamo, andiamo.... Là, guarda.... a
quella collinetta là.... Si vedranno ancora le carrozze! Andiamo a
vedere!
E lo trascinò via per un braccio, impetuosamente.
Da tutta la campagna intorno, ove tante erbe e tante cose sparse da
tempo erano seccate, vaporava nella calura quasi un alido antico,
denso, che si mescolava coi tepori grassi del fimo che fermentava in
piccoli mucchi sui maggesi, e con le fragranze acute dei mentastri
ancor vivi e delle salvie. Quell'alito denso, quei grassi tepori,
queste fragranze pungenti, li avvertiva lui solo. Ella, dietro le
spesse siepi di fichidindia, tra gli irti ciuffi giallicci delle
stoppie bruciate, sentiva, invece, correndo, come strillavano gaje al
sole le calandre, e come, nell'afa dei piani, nel silenzio attonito,
sonava da lontane aje, auguroso, il canto di qualche gallo; si sentiva
investire, ogni tanto, dal fresco respiro refrigerante, che veniva dal
mare prossimo a commuover le foglie stanche, già diradate e ingiallite,
dei mandorli, e quelle fitte, aguzze e cinerulee degli olivi.
Raggiunsero presto la collinetta; ma egli non si reggeva più, quasi
cascava a pezzi, dalla corsa; volle sedere; tentò di far sedere anche
lei, lì accanto, tirandola per la vita. Ma Ida si schermì:
-- Lasciami guardare, prima....
Cominciava a essere inquieta, entro di sè. Non voleva mostrarlo.
Irritata da certe curiose, strane ostinazioni di lui, non sapeva,
non voleva star ferma; voleva fuggire ancora, allontanarsi ancora;
scuoterlo, distrarlo e distrarsi anche lei, finchè durava il giorno.
Di là dalla collina si stendeva una pianura sterminata, un mare di
stoppie, nel quale serpeggiavano qua e là le nere vestigia della
debbiatura, e qua e là anche rompeva l'irto giallore qualche cespo di
cappero o di liquirizia. Laggiù laggiù, quasi all'altra riva lontana
di quel vasto mare giallo, si scorgevano i tetti d'un casale tra alte
pioppe nere.
Ebbene, Ida propose al marito d'arrivare fin là, fino a quel casale.
Quanto ci avrebbero messo? Un'ora, poco più.... Erano appena le cinque.
Là, nella villa, i servi dovevano ancora sparecchiare. Prima di sera
sarebbero stati di ritorno.
Cercò d'opporsi Nino, ma ella lo tirò su per le mani, lo fece sorgere
in piedi, e poi via di corsa per il breve pendio di quella collinetta
e quindi per quel mare di stoppie, agile e svelta come una cerbiatta.
Egli, non facendo a tempo a seguirla, sempre più rosso e come
intronato, sudato, ansava, correndo, la chiamava, voleva una mano....
-- Almeno la mano! almeno la mano! -- andava gridando.
A un tratto ella s'arrestò, dando un grido. Le si era levato davanti
uno stormo di corvi, gracchiando. Più là, steso per terra, era un
cavallo morto. Morto? No, no, non era morto: aveva gli occhi aperti....
Dio, che occhi! che occhi! Uno scheletro era.... E quelle costole....
quei fianchi....
Nino sopravvenne, stronfiando, arrangolato:
-- Andiamo.... subito, via!... Che ci guardi? Ritorniamo, ritorniamo
indietro!
-- È vivo, guarda! -- gridò Ida, profondamente impietosita. -- Leva la
testa.... Dio, che occhi!... guarda, Nino....
-- Ma sì, -- fece lui, ancora ansimante. -- Son venuti a buttarlo qua....
Lascia; andiamocene.... Che gusto? Non senti che già l'aria qua....
-- E quei corvi? -- esclamò ella, con un brivido d'orrore. -- Quei corvi
là se lo mangiano vivo?
-- Ma, Ida, per carità.... -- pregò lui a mani giunte.
-- Nino, basta! -- gli gridò allora lei, al colmo della stizza nel
vederlo così supplice e melenso. -- Rispondi: se lo mangiano vivo?
-- Che vuoi che sappia io, come se lo mangiano? Aspetteranno....
-- Che muoja qui, di fame, di sete? -- riprese ella, col volto tutto
strizzato dalla compassione e dal ribrezzo. -- Perchè è vecchio? perchè
non serve più? Ah, povera bestia! che orrore! che infamia! Ma che cuore
hanno codesti villani? che cuore avete voi qua?
-- Scusami, -- diss'egli, alterandosi, -- tu senti tanta pietà per una
bestia....
-- Non dovrei sentirne?
-- Ma non ne senti per me!
-- E che sei bestia tu? che stai morendo forse di fame e di sete, tu,
buttato in mezzo alle stoppie? Senti.... oh guarda i corvi, Nino,
su.... guarda.... fanno la ruota.... Oh che cosa orribile, infame,
mostruosa.... Guarda.... oh, povera bestia.... prova a rizzarsi! Nino,
si muove.... forse può ancora camminare.... Nino, su, ajutiamola....
smuoviti!
-- Ma che vuoi che gli faccia io? -- proruppe egli, esasperato. -- Me lo
posso trascinare appresso? caricarmelo su le spalle? Ci mancava il
cavallo, ci mancava.... Come vuoi che cammini? Non vedi che è mezzo
morto?
-- E se gli facessimo portare da mangiare?
-- E da bere, anche!
-- Oh, come sei cattivo, Nino! -- disse Ida con le lagrime agli occhi.
E si chinò, vincendo il ribrezzo, a carezzare con la mano, appena
appena, la testa del cavallo che s'era tirato su a stento da terra,
ginocchioni su le due zampe davanti, mostrando pur nell'avvilimento di
quella sua miseria infinita un ultimo resto, nel collo e nell'aria del
capo, della sua nobile bellezza.
Nino, fosse per il sangue rimescolato, fosse per il dispetto acerrimo,
o fosse per la corsa e per il sudore, si sentì all'improvviso
abbrezzare e si mise a battere i denti, con un tremore strano di tutto
il corpo; si tirò su istintivamente il bavero della giacca e, con le
mani in tasca, cupo, raffagottato, disperato, andò a sedere discosto,
su una pietra.
Il sole era già tramontato. Si udivano da lontano i sonaglioli di
qualche carro che passava laggiù per lo stradone.
Perchè batteva i denti così? Eppure la fronte gli scottava e il sangue
gli frizzava per le vene e le orecchie gli rombavano. Gli pareva che
sonassero tante campane lontane.... Tutta quell'ansia, quello spasimo
d'attesa, la freddezza capricciosa di lei, quell'ultima corsa, e quel
cavallo ora, quel maledetto cavallo.... oh Dio, era un sogno? un incubo
nel sogno? era la febbre?... Forse un malanno peggiore.... Sì! Che
bujo, Dio.... che bujo!... O gli s'era anche intorbidata la vista? E
non poteva parlare, non poteva gridare.... La chiamava: “Ida! Ida!„, ma
la voce non gli usciva più dalla gola arsa.
Dov'era Ida? Che faceva?
Era scappata Ida al lontano casale a chiedere ajuto per quel cavallo,
senza pensare che proprio i contadini di là avevano trascinato qua la
bestia moribonda.
Egli rimase lì, solo, a sedere su la pietra, tutto in preda a quel
tremore crescente; e, curvo, tenendosi tutto ristretto in sè, come
un grosso gufo appollajato, intravide a un tratto una cosa che gli
parve.... ma sì, giusta, ora, per quanto atroce.... per quanto come una
visione d'altro mondo.... ma che pure non poteva essere che così, e che
così forse si sarebbe sempre fissata per lui, davanti ai suoi occhi: la
luna, ma come un'altra luna d'un altro mondo, una gran luna che sorgeva
lenta da quel mare giallo di stoppie; e, nera, in quell'enorme disco
di rame vaporoso, la testa inteschiata di quel cavallo che attendeva
ancora col collo proteso; che avrebbe atteso sempre, forse, così nero
stagliato su quel disco di rame, mentre i corvi, facendo la ruota,
gracchiavano alti nel cielo.
Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la pianura, gridando:
“Nino! Nino!„ ritornò, la luna s'era già alzata; il cavallo s'era
riabbattuto, come morto; e Nino.... -- dov'era Nino? Oh, eccolo là, per
terra anche lui.... Si era addormentato là? -- Corse a lui, e lo trovò
che rantolava, con la faccia anche lui a terra, quasi nera, gli occhi
gonfi, serrati, congestionato.
-- Oh Dio!
E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove teneva alcune
fave secche portate da quel casale per darle a mangiare al cavallo....
guardò la luna, poi il cavallo, poi qua per terra quest'uomo come morto
anche lui.... si sentì mancare, assalita improvvisamente dal dubbio
che tutto quello che vedeva non fosse vero, e fuggì atterrita verso la
villa, chiamando a gran voce il padre, il padre che se la portasse via,
oh Dio! via da quell'uomo che rantolava.... chi sa perchè! via da quel
cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto quei corvi che
gracchiavano nel cielo.... via, via, via....
IL CAPRETTO NERO.
Senza dubbio il signor Charles Trockley ha ragione. Sono anzi disposto
ad ammettere che il signor Charles Trockley non può aver torto mai,
perchè veramente la ragione e il signor Trockley sono una cosa sola.
Ogni mossa, ogni sguardo, ogni parola del signor Charles Trockley
sono così rigidi e precisi, così ponderati e sicuri, che chiunque,
senz'altro, deve riconoscere che non è possibile il signor Charles
Trockley, in qual si voglia caso, stia dalla parte del torto. Non è
possibile, prima di tutto, per la posizione ch'egli prende subito, e da
cui sarebbe vano tentare di rimuoverlo, di fronte a ogni questione che
gli sia proposta, o avventura che gli occorra.
Io e lui, per recare un esempio, siamo nati lo stesso anno, lo stesso
mese e quasi lo stesso giorno; lui, in Inghilterra; io, in Sicilia.
Oggi, quindici di giugno, egli compie quarantotto anni; quarantotto
ne compirò io il giorno ventotto. Bene: quant'anni avremo, lui il
quindici, e io il ventotto giugno dell'anno venturo? Il signor Trockley
non si perde; non èsita un minuto; con sicura fermezza sostiene che il
quindici e il ventotto giugno dell'anno venturo lui e io avremo un anno
di più, vale a dire quarantanove.
È possibile dar torto al signor Charles Trockley?
Il tempo non passa ugualmente per tutti. Io potrei avere da un sol
giorno, da un'ora sola più danno, che non lui da dieci anni passati
nella rigorosa disciplina del suo benessere; potrei vivere, per il
deplorevole disordine del mio spirito, durante quest'anno, più d'una
intera vita. Il mio corpo, più debole e assai men curato del suo, si
è poi, in questi quarantotto anni, logorato quanto certamente non si
logorerà in settanta quello del signor Trockley. Tanto vero ch'egli,
pur coi capelli tutti bianchi d'argento, non ha ancora nel volto
di gambero cotto la minima ruga, e può ancora tirar di scherma ogni
mattina con giovanile agilità.
Ebbene, che importa? Tutte queste considerazioni, ideali e di fatto,
sono per il signor Charles Trockley oziose e lontanissime dalla
ragione. La ragione dice al signor Charles Trockley che io e lui, a
conti fatti, il quindici e il ventotto di giugno dell'anno venturo
avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
Premesso questo, udite che cosa è accaduto di recente al signor Charles
Trockley e provatevi, se vi riesce, a dargli torto.
*
Lo scorso aprile, seguendo il solito itinerario tracciato dal
Baedeker per un viaggio in Italia, Miss Ethel Holloway, giovanissima
e vivacissima figlia di Sir W. H. Holloway, ricchissimo e
autorevolissimo Pari d'Inghilterra, capitò in Sicilia, a Girgenti, per
visitarvi i meravigliosi avanzi dell'antica città dorica. Allettata
dall'incantevole piaggia tutta in quel mese fiorita del bianco fiore
dei mandorli al caldo soffio del mare africano, pensò di fermarsi più
d'un giorno nel grande Hôtel des Temples che sorge fuori dell'erta e
misera cittaduzza d'oggi, nell'aperta campagna, in luogo amenissimo.
Da ventidue anni il signor Charles Trockley è vice-console
d'Inghilterra a Girgenti, e da ventidue anni, ogni giorno, sul
tramonto, si reca a piedi, col suo passo elastico e misurato, dalla
città alta sul colle alle rovine dei Tempii akragantini, aerei e
maestosi su l'aspro ciglione che arresta il declivio della collina
accanto, la collina akrea, su cui sorse un tempo, fastosa di marmi,
l'antica città da Pindaro esaltata come bellissima tra le città
mortali.
Dicevano gli antichi che gli Akragantini mangiavano ogni giorno come se
dovessero morire il giorno appresso, e le lor case costruivano come se
non dovessero morir mai. Poco ora mangiano, perchè grande è la miseria
nella città e nelle campagne, e delle case della città antica, dopo
tante guerre e sette incendii e i saccheggi, non resta più traccia.
Sorge al posto di esse un bosco di mandorli e d'olivi saraceni, detto
perciò il Bosco della Civita. E i chiomati olivi s'avanzano in teoria
fin sotto alle colonne dei Tempii maestosi e par che preghino pace per
quei clivi abbandonati. Sotto il ciglione scorre, quando può, il fiume
Akragas che Pindaro glorificò come ricco di greggi. Qualche greggiola
di capre attraversa tuttavia il letto sassoso del fiume: s'inerpica
sul ciglione roccioso e viene a stendersi e a rugumare il magro pascolo
all'ombra solenne dell'antico tempio della Concordia, integro ancora.
Il caprajo, bestiale e sonnolento come un arabo, si sdraja anche lui
sui gradini del pronao dirupati e trae qualche suono lamentoso dal suo
zufolo di canna.
Al signor Charles Trockley questa intrusione delle capre nel tempio
è sembrata sempre un'orribile profanazione; e innumerevoli volte ne
ha fatto formale denunzia ai custodi dei monumenti, senza ottener mai
altra risposta che un sorriso di filosofica indulgenza e un'alzata di
spalle. Con veri fremiti d'indignazione il signor Charles Trockley
di questi sorrisi e di queste alzate di spalle s'è lagnato con me
che qualche volta lo accompagno in quella sua quotidiana passeggiata.
Avviene spesso che, o nel tempio della Concordia, o in quello più su
di Hera Lacinia, pèttine sdentato, o nell'altro detto volgarmente
dei Giganti, di cui una sola colonna smozzicata resta in piedi
come una sentinella ferita a guardia dei compagni caduti, avviene
spesso, dicevo, che il signor Trockley s'imbatta in comitive di suoi
compatriotti, venute dall'Hôtel des Temples a visitare le rovine. A
tutti egli fa notare, con quell'indignazione che il tempo e l'abitudine
non hanno ancora per nulla placato o affievolito, la profanazione di
quelle capre sdrajate e rugumanti all'ombra delle colonne. Ma non tutti
gl'inglesi visitatori, per dir la verità, condividono l'indignazione
del signor Trockley. A molti anzi sembra non privo d'una certa poesia
il riposo di quelle capre nei Tempii, rimasti come sono ormai solitarii
in mezzo al grande e smemorato abbandono della campagna. Più d'uno, con
molto scandalo del signor Trockley, di quella vista si mostra anche
lietissimo e ammirato. E più di tutti lieta e ammirata se ne mostrò,
lo scorso aprile, la giovanissima e vivacissima Miss Ethel Holloway,
la quale arrivò finanche a commettere l'indelicatezza di voltar le
spalle improvvisamente all'indignato vice-console che l'accompagnava
e che proprio in quel punto stava a darle alcune preziose notizie
archeologiche, di cui nè il Baedeker nè altra guida hanno ancor fatto
tesoro, per correre, Dio mio, dietro a un grazioso capretto nero, nato
da pochi giorni, il quale springava qua e là tra le capre sdrajate,
come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce, e
poi di quei suoi salti arditi e scomposti pareva restasse lui stesso
sbigottito, chè ancora ogni lieve rumore, ogni alito d'aria, ogni
piccola ombra, nello spettacolo per lui tuttora incerto della vita, lo
facevano rabbrividire e fremer tutto di timidezza.
Quel giorno, io ero col signor Trockley, e se molto mi compiacqui della
gioja di quella piccola Miss, così di subito innamorata del capretto
nero, da volerlo a ogni costo comperare; molto anche mi dolsi di quanto
toccò a soffrire al povero signor Charles Trockley.
-- Comperare il capretto?
-- Sì, sì! comperare subito! subito!
E fremeva tutta anche lei, la piccola Miss, come quella cara bestiolina
nera, forse non supponendo neppur lontanamente che non avrebbe potuto
fare un dispetto maggiore al signor Trockley, che quelle bestie odia da
tanto tempo cordialmente.
Invano il signor Trockley si provò a sconsigliarla, a farle considerare
tutti gl'impicci che le sarebbero venuti da quella compera: dovette
cedere alla fine e, per rispetto al padre di lei, accostarsi al
selvaggio caprajo per trattar l'acquisto del capretto nero.
Miss Ethel Holloway, sborsato il denaro della compera, disse al signor
Trockley che avrebbe affidato il suo capretto al direttore dell'Hôtel
des Temples; che poi, appena ritornata a Londra, avrebbe telegrafato
perchè la cara bestiolina, pagate tutte le spese, le fosse al più
presto recapitata; e se ne tornò in carrozza all'albergo, col capretto
belante e guizzante tra le braccia.
Vidi, incontro al sole che tramontava fra un mirabile frastaglio di
nuvole fantastiche, tutte accese sul mare che ne splendeva sotto come
uno smisurato specchio d'oro, vidi nella carrozza nera quella bionda
giovinetta gracile e fervida allontanarsi infusa nel nembo di luce
sfolgorante, e quasi mi parve un sogno. Poi compresi che, avendo
potuto, pur tanto lontana dalla sua patria, dagli aspetti e dagli
affetti consueti della sua vita, concepir subito un affetto così vivo,
un così vivo desiderio per un piccolo capretto nero e senz'altro porlo
in atto, senza misurare nè la distanza nè le difficoltà, ella non
doveva avere neppure un briciolo di quella solida ragione, che con
tanta gravità governa gli atti, i pensieri, i passi e le parole del
signor Charles Trockley.
E che cosa aveva allora al posto della ragione la piccola Miss Ethel
Holloway?
Nient'altro che la stupidaggine, sostiene il signor Charles Trockley
con un furore a stento contenuto, che quasi quasi fa pena, in un uomo
come lui, sempre così compassato.
La ragione del furore è nei fatti che son seguiti alla compera del
capretto nero.
*
Miss Ethel Holloway partì il giorno dopo da Girgenti. Dalla Sicilia
doveva passare in Grecia; dalla Grecia in Egitto; dall'Egitto nelle
Indie.
È miracolo che, arrivata sana e salva a Londra su la fine di novembre,
si sia ricordata ancora, dopo circa otto mesi e dopo tante avventure
che certamente le saranno occorse in un così lungo viaggio, del
capretto nero comperato un giorno lontano tra le rovine dei Tempii
akragantini in Sicilia.
Appena arrivata, secondo il convenuto, scrisse per riaverlo al signor
Charles Trockley.
L'Hôtel des Temples si chiude ogni anno alla metà di giugno per
riaprirsi ai primi di novembre. Il direttore, a cui Miss Ethel
Holloway aveva affidato il capretto, alla metà di giugno, partendo,
lo aveva a sua volta affidato al custode dell'albergo, ma senz'alcuna
raccomandazione, mostrandosi anzi seccato più d'un po' del fastidio che
gli aveva dato e seguitava a dargli quella bestiola. Il custode aspettò
di giorno in giorno che il vice-console signor Trockley, per come il
direttore gli aveva detto, venisse a prendersi il capretto per spedirlo
in Inghilterra; poi, non vedendo comparir nessuno, pensò bene, per
liberarsene, di darlo in consegna a quello stesso caprajo che lo aveva
venduto alla Miss, promettendoglielo in dono se questa, come pareva,
non si fosse più curata di riaverlo, o un compenso per la custodia e la
pastura, nel caso che il vice-console fosse venuto a richiederlo.
Quando, dopo circa otto mesi, arrivò da Londra la lettera di Miss
Ethel Holloway, tanto il direttore dell'Hôtel des Temples, quanto il
custode, quanto il caprajo si trovarono in un mare di confusione: il
primo per aver affidato il capretto al custode; il custode per averlo
affidato al caprajo, e questi per averlo a sua volta dato in consegna
a un altro caprajo con le stesse promesse fatte a lui dal custode. Di
questo secondo caprajo non s'avevano più notizie. Le ricerche durarono
più d'un mese. Alla fine, un bel giorno, il signor Charles Trockley si
vide presentare nella sede del vice-consolato in Girgenti un orribile
bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno strappato e tutto
incrostato di sterco e di mota, il quale, con rochi, profondi e tremuli
belati, a testa bassa, minacciosamente, pareva domandasse che cosa si
volesse da lui, ridotto per necessità di cose in quello stato, in un
luogo così strano dalle sue consuetudini.
Ebbene, il signor Charles Trockley, secondo il solito suo, non si
sgomentò minimamente a una tal vista; non tentennò un momento: fece il
conto del tempo trascorso, dai primi d'aprile agli ultimi di dicembre,
e concluse che, ragionevolmente, il grazioso capretto nero d'allora
poteva esser benissimo quest'immondo bestione d'adesso. E senza neppure
un'ombra d'esitazione rispose alla Miss, che subito gliel'avrebbe
mandato da Porto Empedocle col primo vapore mercantile inglese di
ritorno in Inghilterra. Appese al collo di quell'orribile bestia un
cartellino con l'indirizzo di Miss Ethel Holloway e ordinò che fosse
trasportata alla marina. Qui, lui stesso, mettendo a grave repentaglio
la sua dignità, si tirò dietro con una fune la bestia restìa per la
banchina del molo, seguito da una frotta di monellacci; la imbarcò
sul vapore in partenza, e se ne ritornò a Girgenti, sicurissimo d'aver
adempiuto scrupolosamente all'impegno, che non tanto per la deplorevole
leggerezza di Miss Ethel Holloway, quanto per il rispetto dovuto al
padre di lei, si era assunto.
*
Ieri, il signor Charles Trockley è venuto a trovarmi in casa in tali
condizioni d'animo e di corpo, che subito, costernatissimo, io mi son
lanciato a sorreggerlo, a farlo sedere, a fargli recare un bicchier
d'acqua.
-- Per amor di Dio, signor Trockley, che vi è accaduto?
Non potendo ancora parlare, il signor Trockley ha tratto di tasca una
lettera e me l'ha porta.
Era di Sir H. W. Holloway, Pari d'Inghilterra, e conteneva una filza di
gagliarde insolenze al signor Trockley per l'affronto che questi aveva
osato fare alla figliuola Miss Ethel, mandandole quella spaventosa
bestia inguardabile.
Questo, in ringraziamento di tutti i disturbi, che il povero signor
Trockley s'è presi.
Ma che si aspettava dunque quella stupidissima Miss Ethel Holloway? Si
aspettava forse che, a circa undici mesi dalla compera, le arrivasse
a Londra quello stesso capretto nero che springava piccolo e lucido,
tutto fremente di timidezza, tra le colonne dell'antico Tempio greco in
Sicilia? Possibile? Il signor Charles Trockley non se ne può dar pace.
Nel vedermelo davanti in quello stato, io ho preso a confortarlo
del mio meglio, riconoscendo con lui che veramente quella Miss Ethel
Holloway dev'essere una creatura, non solo capricciosissima, ma del
tutto irragionevole.
-- Stupida! stupida! stupida!
-- Diciamo meglio irragionevole, caro signor Trockley, amico mio. Ma
vedete, -- (mi son permesso d'aggiungere timidamente) -- ella, andata
via lo scorso aprile con negli occhi e nell'anima l'immagine graziosa
di quel capretto nero, non poteva, siamo giusti, far buon viso (così
irragionevole com'è evidentemente) alla ragione che voi, signor
Trockley, le avete posta innanzi all'improvviso con quel caprone
mostruoso che le avete mandato.
-- Ma dunque? -- mi ha domandato, rizzandosi e guardandomi con occhio
nemico, il signor Trockley. -- Che avrei dovuto fare, dunque, secondo
voi?
-- Non vorrei, signor Trockley, -- mi sono affrettato a rispondergli
imbarazzato, -- non vorrei sembrarvi anch'io irragionevole come la
piccola Miss del vostro paese lontano. Ma al posto vostro, signor
Trockley, sapete che avrei fatto io? O avrei risposto a Miss Ethel
Holloway che il grazioso capretto nero era morto per il desiderio de'
suoi baci e delle sue carezze; o avrei comperato un altro capretto
nero, piccolo piccolo e lucido, simile in tutto a quello da lei
comperato lo scorso aprile e gliel'avrei mandato, sicurissimo che Miss
Ethel Holloway non avrebbe affatto pensato che il suo capretto non
poteva per undici mesi essersi conservato così tal quale. Séguito con
ciò, come vedete, a riconoscere che Miss Ethel Holloway è del tutto
irragionevole e che la ragione sta intera e tutta dalla parte vostra,
come sempre, caro signor Trockley, amico mio.
I PENSIONATI DELLA MEMORIA.
Ah che bella fortuna, che bella fortuna, la vostra: accompagnare i
morti al camposanto e ritornarvene a casa, signori miei, magari con
una gran tristezza nell'anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto
vi era caro; e se no, con la soddisfazione d'aver compiuto un dovere
increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando nelle cure e nel
tramenìo della vita, la costernazione e l'ambascia che il pensiero
e lo spettacolo della morte incutono sempre. Tutti, a ogni modo,
con un senso di sollievo, perchè, anche per i parenti più intimi, il
morto -- diciamo la verità -- con quella greve gelida immobile durezza
impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il
pianto che gli facciamo attorno, è un orribile ingombro, di cui lo
stesso cordoglio -- per quanto accenni e tenti di volersene ancora
disperatamente gravare -- anela in fondo in fondo di liberarsi.
E ve ne liberate, voi, -- almeno di quest'orribile ingombro materiale
-- andando a lasciare i vostri morti al camposanto. Sarà una pena, sarà
un fastidio; ma poi vedete sciogliersi il mortorio; calare il feretro
nella fossa; là, e addio. Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.
Indietro, indietro. Fanno finta d'esser morti, dentro la cassa. O forse
veramente sono morti per sè. Ma non per me, vi prego di credere! Quando
tutto per voi è finito, per me non è finito niente. Se ne rivengono
meco, tutti, a casa mia. Ho la casa piena. Voi credete di morti? Ma che
morti! Sono tutti vivi. Vivi, come me, come voi, più di prima.
Soltanto -- questo sì -- sono disillusi.
Perchè -- riflettete bene: che cosa può esser morto di loro? Quella
realtà ch'essi diedero, e non sempre uguale, a sè medesimi, alla vita.
Oh, una realtà molto relativa, vi prego di credere. Non era la vostra;
non era la mia. Io e voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo,
ciascuno a modo nostro noi stessi e la vita. Il che vuol dire, che
a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realtà: la
projettiamo fuori e crediamo che, così com'è nostra, debba essere anche
di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo sicuri, il
bastone in mano, il sigaro in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta un soffio, signori
miei, a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che
vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a
sentire, a pensare un tantino diversamente di poc'anzi; sicchè ciò
che poc'anzi era per voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece
un'illusione. Ma pure, ahimè, c'è forse altra realtà fuori di questa
illusione? E che cos'altro è dunque la morte se non la disillusione
totale?
Ma ecco: se sono tanti poveri disillusi i morti, per l'illusione che
si fecero di sè medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io
ancora, possono aver la consolazione di viver sempre, finchè vivo io. E
se n'approfittano! V'assicuro che se n'approfittano.
Guardate. Ho conosciuto, più di vent'anni fa, in terra (Dio ne scampi!)
di tedeschi -- a Bonn sul Reno -- un certo signor Herbst. -Herbst- vuol
dire autunno; ma il signor Herbst era anche d'inverno, di primavera
e d'estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della Piazza del
Mercato, presso la Beethoven-Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne
respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori
grassi; e vedo i lumi accesi anche innanzi la vetrina del signor
Herbst, il quale se ne sta su la soglia della bottega con le gambe
aperte e le mani in tasca. Mi vede passare, inchina la testa e mi
augura, con la special cantilena del dialetto renano:
-- -Gute Nacht, Herr Docktor!-
Sono trascorsi più di vent'anni. Ne aveva, a dir poco, cinquantotto
il signor Herbst, allora. Ebbene, forse a quest'ora sarà morto. Ma
sarà morto per sè, non per me, vi prego di credere. Ed è inutile,
proprio inutile che mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul
Reno e che nell'angolo della Marktplatz accanto alla Beethoven-Halle
non avete trovato traccia nè del signor Herbst nè della sua bottega
di cappellajo. Che ci avete trovato invece? Un'altra realtà, è vero?
E credete che sia più vera di quella che ci lasciai io vent'anni fa?
Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent'anni, e vedrete che ne
sarà di questa che ci avete lasciato voi adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent'anni fa, col signor
Herbst su la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in
tasca, sia quella stessa che si faceva di sè e della sua bottega e
della Piazza del Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor
Herbst come vedeva sè stesso e la sua bottega e quella piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che
non può cangiare nè perire, finchè io vivrò, e che potrà anche vivere
eterna, se io avrò la forza d'eternarla in qualche pagina, o almeno,
via, per altri cento milioni d'anni, secondo i calcoli fatti or ora in
America circa la durata della Terra.
Ora, com'è per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest'ora è
morto; così è dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto
e che se ne vanno anch'essi per conto loro assai più lontano e chi sa
dove. La realtà loro è svanita: ma quale? quella ch'essi davano a sè
medesimi. E che potevo saperne io, di quella loro realtà? Che ne sapete
voi? Io so quella che davo ad essi per conto mio. Illusione la mia e la
loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro,
l'illusione mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli
accompagnati al camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali
e quali, pian piano, fuori della cassa, accanto a me.
-- Ma perchè, -- voi dite, -- non se ne ritornano alle loro case, invece
di venirsene a casa vostra?
Oh bella! ma perchè non hanno mica una realtà per sè, da potersene
andare dove lor piace. La realtà non è mai per sè. Ed essi l'hanno,
ora, per me, e con me dunque per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, oh, la disillusione loro m'accora
indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l'ultima rappresentazione (dico dopo
l'accompagnamento funebre) quando rivengon fuori dal feretro per
ritornarsene con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda
vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con poco onore, è
vero, a costo di perder tutto, un gran peso d'addosso e, pur rimasto
come peggio non si potrebbe, voglia tuttavia rifiatare. Eh sì! almeno,
via, un bel respiro di sollievo. Tante ore, lì, rigidi, immobili,
impalati su un letto, a fare i morti.... Vogliono sgranchirsi: girano
e rigirano il collo; alzano or questa or quella spalla; stirano,
storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente
e anche mi lasciano di qualche passo indietro. Ma non possono mica
allontanarsi troppo. Sanno bene d'esser legati a me, d'aver ormai in me
soltanto la loro realtà, o illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri -- parenti -- qualche amico -- li piangono, li rimpiangono,
ricordano questo o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma
questo pianto, questo rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono
per una realtà che fu, ch'essi credono svanita col morto, perchè non
hanno mai riflettuto sul valore di questa realtà.
Tutto è per loro l'esserci o il non esserci d'un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c'è più, non
perchè sia già sotterra, ma perchè è partito, in viaggio, e ritornerà
chi sa quando.
Su, lasciate tutto com'è: la camera pronta per il suo ritorno; il
letto rifatto, con la coperta un po' rimboccata e la camicia da notte
distesa; la candela e la scatola dei fiammiferi sul comodino; le
pantofole innanzi alla poltrona, a piè del letto.
-- È partito. Ritornerà.
Basterebbe questo. Sareste consolati. Perchè? Perchè voi date una
realtà per sè a quel corpo, che invece, per sè, non ne ha nessuna.
Tanto vero che -- morto -- si disgrega, svanisce.
-- Ah, ecco, -- esclamate voi ora. -- Morto! Tu dici che, morto, si
disgrega; ma quando era vivo? Aveva una realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch'egli si dava e che
voi gli davate. E non abbiamo provato ch'era un'illusione? La realtà
ch'egli si dava, voi non la sapete, non potete saperla perchè era fuori
di voi; voi sapete quella che gli davate voi. E non potete forse ancor
dargliela senza vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi
consolereste, se poteste crederlo partito, in viaggio. Dite di no?
E non seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo realmente
partito, in viaggio? E non è forse quella stessa che io dò da lontano
al signor Herbst, che non so se per sè sia vivo o morto?
Via, via! sapete perchè voi piangete, invece? Per un'altra ragione
piangete, cari miei, che non supponete neppur lontanamente. Voi
piangete perchè -il morto, lui, non può più dare a voi una realtà-. Vi
fanno paura i suoi occhi chiusi, che non vi possono più vedere; quelle
sue mani dure gelide, che non vi possono più toccare. Non vi potete
dar pace per quella sua assoluta insensibilità. Dunque, proprio, perchè
egli, il morto non -vi sente più-. Il che vuol dire che vi è caduto con
lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la -reciprocità
dell'illusione.
-Quand'egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:
-- Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava. Ora ch'egli è morto, voi non
dite più:
-- -Io non sono più viva per lui!-
Dite invece:
-- -Egli non è più vivo per me!-
Ma sì ch'egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo,
cioè per quel tanto di realtà che voi gli avete dato. La verità è che
voi gli deste sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta
per voi, per l'illusione della vostra vita, e niente o ben poco per
quella di lui.
Ed ecco perchè i morti se ne vengono da me, ora. E con me -- poveri
pensionati della memoria -- amaramente ragionano su le vane illusioni
della vita, di cui essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso
ancora disilludermi al tutto anch'io, benchè come loro le riconosca
vane.
RONDONE E RONDINELLA.
Chi fosse -Rondone- e chi -Rondinella- nè lo so io veramente, nè in
quel paesello di montagna, dove ogni estate venivano a fare il nido per
tre mesi, lo sa nessuno.
La signorina dell'ufficio postale giura di non essere riuscita in tanti
anni a cavare un suono umano, mettendo insieme i -k-, le -h-, i -w- e
tutti gli -f- del cognome di lui e del cognome di lei, nelle rarissime
lettere che ricevevano. Ma quand'anche la signorina dell'ufficio
postale fosse riuscita a compitare quei due cognomi, che se ne saprebbe
di più?
Meglio così, penso io. Meglio chiamarli -Rondone- e -Rondinella-,
come tutti li chiamavano in quel paesello di montagna: -Rondone- e
-Rondinella-, non solo perchè ritornavano ogn'anno, d'estate, non si sa
donde, al vecchio nido; non solo perchè andavano, o meglio, svolavano
irrequieti dalla mattina alla sera per tutto il tempo che durava il
loro soggiorno colà; ma anche per un'altra ragione un po' meno poetica.
Forse nessuno in quel paesello avrebbe mai pensato di chiamarli così,
se quel signore straniero, il primo anno, non fosse venuto con un lungo
farsetto nero di saja, dalle code svolazzanti, e in calzoni bianchi;
e anche se, cercando una casetta appartata per la villeggiatura, non
avesse scelto la villetta del medico e sindaco del paese, piccola
piccola, come un nido di rondine, su in cima al greppo detto della
Bastìa, tra i castagni.
Piccola piccola, quella villetta, e tanto grosso lui, quel signore
straniero! Oh, un pezzo d'omaccione sanguigno, con gli occhiali d'oro e
la barba nera, che gl'invadeva arruffata e prepotente le guance, quasi
fin sotto gli occhi, pur senza dargli alcuna aria fosca o truce, perchè
gli spirava anzi da tutto il corpo vigoroso una cordialità franca,
esuberante, possente.
Con la testa alta sul torace erculeo pareva fosse sempre sul punto
di lanciarsi, con impeto d'anima infantile, a qualche richiamo
misterioso, lontano, che lui solo intendeva: o su in vetta al monte,
o giù nella valle sterminata, ora da una parte ora dall'altra. Ne
ritornava, sudato, infocato, anelante, o con una conchiglietta fossile
in un pugno, o con un fiorellino in bocca, come se proprio quella
conchiglietta o quel fiorellino lo avessero chiamato all'improvviso da
miglia e miglia lontano, su dal monte o giù dalla valle.
E vedendolo andar così, con quel farsetto nero e quei calzoni bianchi,
come non chiamarlo Rondone?
*
La Rondinella era arrivata, il primo anno, circa quindici giorni dopo
di lui, quand'egli aveva già trovato e apparecchiato il nido lassù, tra
i castagni.
Era arrivata improvvisamente, senza che egli ne sapesse nulla, e aveva
molto stentato a far capire che cercava di quel signore straniero, e
che voleva esser guidata alla casa di lui.
Ogni anno la Rondinella arrivava due o tre giorni dopo, e sempre così
all'improvviso. Un anno solo, arrivò un giorno prima di lui. Il che
dimostra chiaramente che tra loro non c'era intesa, e che qualche grave
ostacolo dovesse impedir loro d'aver notizia l'uno dell'altra. Certo,
come dai bolli postali su le lettere si ricavava, abitavano nel loro
paese in due città diverse.
Sorse sin da principio il sospetto, ch'ella fosse maritata, e che
ogn'anno, lasciata libera per tre mesi, venisse là a trovar l'amante,
a cui non poteva neanche dar l'annunzio del giorno preciso dell'arrivo.
Ma come conciliare questi impedimenti e tanto rigor di sorveglianza su
lei con la libertà intera, di cui ella poi godeva nei tre mesi estivi
in Italia?
Forse i medici avevano detto al marito che la rondinella aveva bisogno
di sole; e il marito accordava ogn'anno quei tre mesi di vacanza,
ignaro che la rondinella, oltre che di sole, anzi più che di sole,
andava in Italia a far cura d'amore.
Era piccola e diafana, come fatta d'aria; con limpidi occhi azzurri,
ombreggiati da lunghissime ciglia: occhi timidi e quasi sbigottiti,
nel gracile visino. Pareva che un soffio la dovesse portar via, o che,
a toccarla appena appena, si dovesse spezzare. A immaginarla tra le
braccia di quel pezzo d'omone impetuoso, si provava quasi sgomento.
Ma tra le braccia di quell'omone, che nella villetta lassù la attendeva
impaziente, con un fremito di belva intenerita, ella, così piccola
e gracile, correva ogni anno a gettarsi felice, senza nessuna paura,
non che di spezzarsi, ma neppur di farsi male un pochino. Sapeva tutta
la dolcezza di quella forza, tutta la leggerezza sicura e tenace di
quell'impeto, e s'abbandonava a lui perdutamente.
*
Ogni anno, per il paese, l'arrivo di Rondinella era una festa.
Così almeno credeva Rondinella.
La festa, certo, era dentro di lei, e naturalmente la vedeva per tutto,
fuori. Ma sì, come no? Tutte le vecchie casette, che il tempo aveva
vestite d'una sua particolar pàtina rossigna, aprivano le finestre
al suo arrivo, rideva l'acqua delle fontanelle, gli uccelli parevano
impazziti dalla gioja.
Rondinella, certo, intendeva meglio i discorsi degli uccelli, che
quelli de la gente del paese. Anzi questi non li intendeva affatto.
Quelli degli uccelli pareva proprio di sì, perchè sorrideva tutta
contenta e si voltava di qua e di là al cinguettìo dei passeri
saltellanti tra i rami delle alte querce di scorta all'erto stradone,
che saliva da Orte al borgo montano.
La vettura, carica di valige e di sacchetti, andava adagio, e il
vetturino non poteva fare a meno di voltarsi indietro di tratto in
tratto a sorridere alla piccola Rondinella, che ritornava al nido come
ogn'anno, e a farle cenno con le mani, che -lui- già c'era, il suo
Rondone: sì, lassù, da tre giorni; c'era, c'era....
Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni,
ove non batteva il sole, s'invaporavan d'azzurro, e forzava gli occhi a
scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.
Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che
domina il borgo; ed ecco più giù l'ospizio dei vecchi mendichi, che
hanno accanto il cimitero, e stanno lì come a fare anticamera, in
attesa che la signora morte li riceva.
Appiè del borgo, incombente su lo stradone serpeggiante, il boschetto
delle nere elci maestose dava a Rondinella, ogni volta che vi passava
sotto, un senso di freddo e quasi di sgomento. Ma durava poco. Subito
dopo, passato quel boschetto, si scopriva su la Bastìa la villetta.
Come vivessero entrambi lassù, nessuno sapeva veramente; ma era facile
immaginarlo. Una vecchia serva andava a far la pulizia, ogni mattina,
quand'essi scappavan via dal nido e si davano a svolare, come portati
da una gioja ebbra, di qua e di là, istancabili, o su al monte, o giù
nella valle, per le campagne, pe' paeselli vicini.... C'è chi dice
d'aver veduto qualche volta Rondone regger su le braccia, come una
bambina, la sua Rondinella.
Tutti nel paese sorridevano lieti nel vederli passare in quella gioja
viva d'amore, quando, stanchi delle lunghe corse, venivan per i pasti
alla trattoria. S'eran già tutti abituati a vederli, e sentivano che
un'attrattiva, un godimento sarebbero mancati al paese, se quel rondone
e quella rondinella non fossero ritornati qualche estate al loro nido
lassù. Il medico non pensava ad affittare ad altri la villetta, sicuro
ormai, dopo tanti anni, che quei due non sarebbero mancati.
Sul finire del settembre, prima partiva lei; due o tre giorni dopo,
partiva lui. Ma gli ultimi giorni avanti la partenza, non uscivano più
dal nido neppure per un momento. Si capiva che dovevan prepararsi a
un distacco assoluto per tutt'un anno, tenersi stretti così, a lungo,
prima di separarsi per tutt'un anno. Si sarebbero riveduti? Avrebbe
potuto lei, così piccola e gracile, resistere al gelo di tanti mesi
senza il fuoco di quell'amore, senza più il sostegno della grande forza
di lui? Forse sarebbe morta, durante l'inverno; forse egli, l'estate
ventura, ritornando al vecchio nido, la avrebbe attesa invano.
L'estate veniva, il Rondone arrivava e aspettava con trepidazione
uno, due, tre giorni; al terzo giorno ecco la Rondinella, ma d'anno in
anno sempre più gracile e diafana, con gli occhi sempre più timidi e
sbigottiti.
Finchè, la settima estate....
*
No, non mancò lei. Lei venne, tardi. Mancò lui; e fu dapprima per tutto
il paese una gran delusione.
-- Ma come, non viene? Non è ancora venuto? verrà più tardi?
Il medico, assediato da queste domande, si stringeva nelle spalle. Che
poteva saperne? Era dolente anche lui, che mancasse al paese il lieto
spettacolo del rondone e della rondinella innamorati, ma era anche
seccato più d'un po', che la villetta gli fosse rimasta sfitta.
-- A fidarsi....
-- Ma certo qualcosa gli sarà accaduta....
-- Che sia morto?
-- O che sia morta lei, piuttosto!
-- O che il marito abbia scoperto....
E tutti guardavano con pena la rosea villetta, il nido deserto, su in
cima alla Bastìa, tra i castagni.
Passò il giugno, passò il luglio, stava per passare anche l'agosto,
quando all'improvviso corse per tutto il paese la notizia:
-- Arrivano!... arrivano!...
-- Insieme, tutti e due, Rondone e Rondinella?
-- Insieme, tutti e due!
Corse il medico, corsero tutti quelli che stavan seduti nella farmacia,
e i villeggianti dal caffè su la piazza; ma fu una nuova delusione e
più grande della prima.
Nella vettura, venuta su da Orte a passo a passo, c'era sì la
Rondinella (c'era, per modo di dire!), ma accanto a lei non c'era mica
il Rondone. Un altro c'era, un omacciotto biondo, dalla faccia quadra,
placido e duro.
Forse il marito. Ma no, che forse! Non poteva essere che il marito,
colui! La legalità, pareva, fatta persona. E, -legalità-, pareva
dicesse ogni sguardo degli occhi ovati dietro gli occhiali; -legalità-,
ogni atto, ogni gesto; -legalità, legalità-, ogni passo, appena egli
smontò dalla vettura e si fece innanzi al medico, che era anche il
sindaco, per pregarlo, in francese, se poteva di grazia fargli avere
una barella per trasportare una povera inferma, incapace di reggersi
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