concedono? Uh! uh! uh! -Da.- Rasciugati un poco gli occhi. -Ni.- Io ho tanto dolore ch'io non trovo loco, né posso tenere le lacrime. Io potetti cicalare; mai fece segno di volermi, non che altro, parlare. Ora, veduto questo, io mi volsi alle minacce, e cominciai a dirgli villania, e che le farei, e che le direi. Ben sai che a un tratto ella raccolse le gambe, e tirommi una coppia di calci, che se la coperta del letto non mi teneva, io sbalzavo nel mezzo dello spazzo. -Da.- Può egli essere? -Ni.- E ben può essere. Fatto questo, ella si volse bocconi, e stiacciossi col petto sulla coltrice che tutte le manovelle dell'Opera non l'arebbero rivolta. Io, veduto che forza, prieghi e minacce non mi valevano, per disperato le volsi la schiena, e deliberai di lasciarla stare, pensando che verso il dí la fusse per mutare proposito. -Da.- Oh, come facesti bene! Tu dovevi il primo tratto pigliar cotesto partito; e chi non voleva te, non voler lui. -Ni.- Sta' saldo, la non è finita qui; or ne viene il bello. Stando cosi tutto smarrito, cominciai, fra per lo dolore e per lo affanno avuto, un poco a sonniferare. Ben sai che a un tratto io mi sento stoccheggiare un fianco, e darmi qua sotto 'l codrione cinque o sei colpi de' maledetti. Io cosi fra il sonno vi corsi subito colla mano, e trovai una cosa soda ed acuta, di modo che tutto spaventato mi gittai fuora del letto, ricordandomi di quel pugnale che Clizia aveva il di preso per darmi con esso. A questo romore Pirro, che dormiva, si risenti; al quale io dissi, cacciato più dalla paura che dalla ragione, che corresse per un lume, che costei era armata per ammazzare tutti a due. Pirro corse, e tornato col lume, in cambio di Clizia vedemmo Siro mio famiglio ritto sopra il letto tutto ignudo, che per dispregio (uh! uh! uh!) e' mi faceva bocchi (uh! uh! uh!) e manichetto drieto. -Da.- Ah! ah! ah! -Ni.- Ah! Damone, tu te ne ridi? -Da.- Ei m'incresce assai di questo caso; nondimeno egli è impossibile non ridere. -Do.- Io voglio andar a ragguagliar di quello che io ho udito la padrona, acciocché se le raddoppino le risa. -Ni.- Questo è il mal mio, che toccherà a ridersene a ciascuno, ed a me a piangere; e Pirro e Siro alla mia presenza or si dicevano villania, ora ridevano; dipoi, cosi vestiti a bardosso se ne andarono, e credo che siano iti a trovare le donne, e tutti debbono ridere. E cosi ognuno rida, e Nicomaco pianga! -Da.- Io credo che tu creda che m'incresca di te e di me, che sono per tuo amore entrato in questo lecceto. -Ni.- Che mi consigli che io faccia? Non mi abbandonare, per l'amor di Dio. -Da. A- me pare, se altro di meglio non nasce, che tu ti rimetta tutto nelle mani di Sofronia tua, e dicale che da ora innanzi e di Clizia e di te faccia ciò ch'ella vuole. La doverebbe anch'ella pensare allo onore tuo, perché, sendo suo marito, tu non puoi aver vergogna che quella non ne partecipi. Ecco che la viene fuora. Va', parlale, ed io ne andrò intanto in piazza ed in mercato ad ascoltare s'io sento cosa alcuna di questo caso, e ti verrò ricoprendo il più ch'io potrò. -Ni.- Io te ne prego. [V. 3] SOFRONIA, NICOMACO. -Sofr.- Doria mia serva mi ha detto che Nicomaco è fuora, e ch'egli è una compassione a vederlo. Io vorrei parlargli per veder quello ch'ei dice a me di questo nuovo caso. Eccolo di qua. O Nicomaco? -Ni.- Che vuoi? -Sofr.- Dove vai tu si a buon'ora? Esci tu di casa senza far motto alla sposa? Hai tu saputo come l'abbia fatto questa notte con Pirro? -Ni.- Non so. -Sofr.- Chi lo sa, se tu non lo sai, tu che hai messo sottosopra Firenze per far questo parentado? Ora ch'egli è fatto, tu te ne mostri nuovo e malcontento. -Ni.- Deh! lasciami stare: non mi straziare. -Sofr.- Tu sei quello che mi strazi, che dove tu doveresti racconsolarmi, ed io ho a racconsolare te; e quando tu gli avresti a provvedere, e' tocca a me, che vedi ch'io porto loro queste uova. -Ni.- Io crederei che fusse bene che tu non volessi il giuoco di me affatto. Bastiti averlo avuto tutto questo anno, e ieri, e stanotte più che mai. -Sofr.- io non lo volli mai il giuoco di te; ma tu sei quello che l'hai voluto di tutti noialtri, ed alla fine di te medesimo. Come non ti vergogni tu di avere allevata in casa tua una fanciulla con tanta onestà, ed in quel modo che s'allevano le fanciulle da bene, di volerla maritare poi a un famiglio cattivo e disutile, perchè fusse contento che tu ti giacessi con lei? Credevi tu però aver a fare con ciechi o con gente che non sapesse interrompere le disonestà di questi tuoi disegni? Io confesso aver condotti tutti quelli inganni che ti sono stati fatti, perché, a volerti far ravvedere, non ci era altro modo se non giugnerti in sul furto con tanti testimoni che tu te ne vergognassi, e dipoi la vergogna ti facesse fare quello che non ti avrebbe potuto fare far niuna altra cosa. Ora la cosa è qui. Se tu vorrai ritornar al segno, ed esser quello Nicomaco che tu eri da uno anno indietro, tutti noi vi torneremo, e la cosa non si risaprà; e quando ella si risapesse, egli è usanza errare ed emendarsi. -Ni.- Sofronia mia, fa' ciò che tu vuoi; io sono parato a non uscire de' tuoi ordini, purché la cosa non si risappia. -Sofr.- Se tu vuoi far cotesto, ogni cosa è acconcia. -Ni.- Clizia dov'è? -Sofr.- Mandaila, subito che si fu cenato iersera, vestita co' panni di Siro in un monasterio. -Ni.- Oleandro che dice? -Sofr.- È allegro che queste nozze siano guaste; ma egli è bene doloroso che non vede come e' si possa aver Clizia. -Ni.- Io lascio aver ora a te il pensiero delle cose di Cleandro. Nondimeno se non si sa chi costei è, non mi parrebbe di dargliene. -Sofr.- E' non pare anche a me, e' conviene differire il maritarla tanto che si sappia di costei qualche cosa, o che gli sia uscita questa fantasia, ed intanto si farà annullare il parentado di Pirro. -Ni.- Governala come tu vuoi. Io voglio andare in casa a riposarmi, che per la mala notte che io ho avuta, io non mi reggo ritto, ed anche perch'io veggo Cleandro ed Eustachio uscir fuora, con i quali io non mi voglio abboccare. Parla con loro tu; di' la conclusione fatta da noi, e che basti loro aver vinto, e di questo caso più non me ne ragionino. [V. 4] CLEANDRO, SOFRONIA, EUSTACHIO. -Cle.- Tu hai udito, come il vecchio n'è ito chiuso in casa; ei debbe averne tocco una rimesta da Sofronia; e' pare tutto umile. Accostiamoci a lei per intendere la cosa. Dio vi salvi, mia madre; che dice Nicomaco? -Sofr.- È tutto scorbacchiato il pover'uomo: pargli essere vituperato; hammi dato il foglio bianco, e vuole ch'io governi per l'avvenire a mio senno ogni cosa. -Eust.- Ella andrà bene, io doverò aver Clizia. -Cle.- Adagio un poco; e' non è boccone da te. -Eust.- Oh! questa è bella; ora ch'io credetti avere vinto, ed io avrò perduto come Pirro! -Sofr.- Né tu né Pirro l'avete avere; né tu, Cleandro, perchè io voglio che la stia così. -Cle.- Fate almeno che la torni a casa, acciò ch'io non sia privo di vederla. -Sofr.- La vi tornerà, e non vi tornerà, come mi parrà. Andiamne noi a rassettar la casa; e tu, Cleandro, guarda se tu vedi Damone, perché egli è bene parlargli, per rimaner come si abbia a ricoprire il caso seguito. -Cle.- Io son malcontento. -Sofr.- Tu ti contenterai un'altra volta. [V. 5] CLEANDRO -solo.- Quando io credo esser navigato, e la fortuna mi ripigne nel mezzo al mare, e tra più torbide e tempestose onde. Io combattevo prima coll'amore di mio padre; ora combatto coll'ambizione di mia madre. A quello io ebbi per aiuto lei, a questo sono solo; tanto ch'io veggo men lume in questa ch'io non vedevo in quello. Duolmi della mia mala sorte, poich'io nacqui per non aver mai bene; e posso dire, da che questa fanciulla ci venne in casa, non aver conosciuti altri diletti che di pensar a lei, dove si radi sono stati i piaceri che i giorni di quelli si annovererebbero facilmente. Ma chi veggo io venir verso di me? È egli Damone? Egli è desso, ed è tutto allegro. Che ci è, Damone? Che novelle portate? Donde viene tanta allegrezza? [V. 6] DAMONE, CLEANDRO. -Da.- Né migliori novelle, né più felici, né ch'io portassi più volentieri, potevo sentire. -Cle.- Che cosa è? -Da.- Il padre di Clizia vostra è venuto in questa terra, e chiamasi Ramondo, ed è gentiluomo napolitano, ed è ricchissimo, ed è solamente venuto per ritrovare questa sua figliuola. -Cle.- Che ne sai tu? -Da.- Sollo, ch'io gli ho parlato ed ho inteso il tutto e non ci è dubbio alcuno. -Cle.- Come sta la cosa? Io impazzo per l'allegrezza. -Da.- Io voglio che voi l'intendiate da lui. Chiama fuora Nicomaco e Sofronia tua madre. -Cle.- Sofronia, o Nicomaco? Venite da basso a Damone. [V. 7] NICOMACO, DAMONE, SOFRONIA, RAMONDO. -Ni.- Eccoci, che buone novelle? -Da.- Dico che il padre di Clizia, chiamato Ramondo, gentiluomo napolitano, è in Firenze per ritrovare quella; ed hogli parlato, e già l'ho disposto di darla per moglie a Cleandro, quando tu voglia. -Ni.- Quando e' sia cotesto, io sono contentissimo. Ma dov'è egli? -Da.- Alla Corona e gli ho detto che venga in qua. Eccolo che viene; egli è quello che ha dietro quelli servidori! Facciamcegli incontro. -Ni.- Eccoci. Dio vi salvi, uomo da bene. -Da.- Ramondo, questo è Nicomaco, e questa è la sua donna, che hanno con tanto onore allevata la figliuola tua; e questo è il loro figliuolo, e sarà tuo genero, quando ti piaccia. -Ra.- Voi siate tutti i ben trovati, e ringrazio Iddio, che mi ha fatta tanta grazia, che avanti ch'io muoia, rivegga la mia figliuola, e possa ristorar questi gentiluomini, che l'hanno onorata. Quanto al parentado, a me non può essere più grato, acciocché questa amicizia fra noi per i meriti vostri cominciata, per il parentado si mantenga. -Da.- Andiamo dentro, dove da Ramondo tutto il caso intenderete a punto, e queste felici nozze ordinerete. -Sofr.- Andiamo; e voi, spettatori, ve ne potete andare a casa, perché senza uscir più fuora si ordineranno le nuove nozze, le quali fieno femine, e non maschie, come quelle di Nicomaco. Canzone. Voi, che si intente e quiete, Anime belle, esempio onesto e umile, Mastro saggio e gentile, Di nostra umana vita udito avete; E per lui conoscete, Qual cosa schifar deesi, e qual seguire, Per salir dritti al cielo; E sotto rado velo, Più oltre assai, ch'or fora lungo a dire; Di qui preghiam tal frutto appo voi sia, Qual merta tanta vostra cortesia. BELFAGOR ARCIDIAVOLO BELFAGOR ARCIDIAVOLO -è mandato da Plutone in questo mondo, con obbligo di dover prender moglie. Ci viene, la prende; e non potendo sofferire la superbia di lei, ama meglio ritornarsi in Inferno che ricongiungersi seco.- Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose, come già s'intese per relazione d'alcuno santissimo uomo, la cui vita appresso qualunque in quelli tempi viveva era celebrata, che standosi astratto nelle sue orazioni vide, mediante quelle, come andando infinite anime di quelli miseri mortali che nella disgrazia di Dio morivano all'Inferno, tutte o la maggior parte si dolevano, non per altro che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamanto insieme con gli altri infernali giudici n'avevano meraviglia grandissima; e non potendo credere queste calunnie che costoro al sesso femineo davano, esser vere, e crescendo ogni giorno le querele, ed avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato d'avere sopra questo caso con tutti gli infernali principi maturo esamine, e pigliarne di poi quel partito che fusse giudicato migliore per iscoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità. Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza: «Ancora che io, dilettissimi miei, per celeste disposizione e per fatale sorte al tutto irrevocabile possegga questo regno, e che per questo io non possa essere obbligato nd alcuno indizio, o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggior prudenza di quelli che possono più sottomettersi alle leggi e più stimare l'altrui iudizio, ho deliberato essere consigliato da voi come in un caso, il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare; perché dicendo tutte l'anime degli uomini che vengono nel nostro regno esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che, dando giudizio sopra questa relazione, ne possiamo essere calunniati come troppo crudeli, e non ne dando, come manco severi e poco amatori della giustizia. E perché l'uno peccato è da uomini leggieri, e l'altro da ingiusti, e volendo fuggire quelli carichi che dall'uno e dall'altro potrebbono dependere, e non trovandone il modo, vi abbiamo chiamati, acciocché consigliandone ci aiutiate e siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto senza infamia, così per l'avvenire viva.» Parve a ciascheduno di quelli principi il caso importantissimo e di molta considerazione, e concludendo tutti come egli era necessario scoprirne la verità, erano discrepanti del modo. Perché a chi pareva che si mandasse uno, a chi più, nel mondo, che sotto forma d'uomo conoscesse personalmente questo vero. A molti altri occorreva potersi fare senza tanto disagio, costringendo varie anime con vari tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte consigliando che si mandasse, s'indirizzorno a questa opinione. E non si trovando alcuno che volontariamente prendesse questa impresa, deliberorno che la sorte fosse quella che la dichiarasse. La quale cadde sopra Belfagor Arcidiavolo, ma per l'addietro, avanti che cadesse di cielo, Arcangelo; il quale, ancora che male volentieri pigliasse questo carico, nondimeno, costretto dallo imperio di Plutone, si dispose a seguire quanto nel concilio s'era determinato, e si obbligò a quelle condizioni che infra loro solennemente erano state deliberate; le quali erano, che subito a colui che fosse a questa commissione deputato fossino consegnati centomila ducati, co'quali doveva venire nel mondo, e sotto forma d'uomo prender moglie, e con quella vivere dieci anni; e dipoi, fingendo di morire, tornarsene, e per isperienzia far fede a' suoi superiori quali sianoci i carichi e le incomodità del matrimonio. Dichiarossi ancora che durante detto tempo ei fusse sottoposto a tutti quegli disagi e mali che sono sottoposti gli uomini e che si tira dietro la povertà, le carcere, la malattia ed ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono, eccetto se con inganno o astuzia se ne liberasse. Presa adunque Belfagor la condizione e i danari, ne venne nel mondo, ed ordinato di sua masnade cavalli e compagni, entrò onoratissimamente in Firenze; la qual città innanzi a tutte le altre elesse per suo domicilio, come quella che gli pareva più atta a sopportare chi con arte usuraria esercitasse i suoi danari, e quando ci fussi bisogno di compre, li gioverebbe per averne d'altrui; e fattosi chiamare Roderigo di Castiglia, prese una casa a fitto nel borgo d'Ogni Santi. E perché non si potessino rinvenire le sue condizioni, disse essersi da picciolo partito di Spagna, e itone in Soria, ed avere in Aleppe guadagnato tutte le sue facultà; donde s'era poi partito per venire in Italia a prender donna in luoghi più umani, e alla vita civile e all'animo suo più conformi. Era Roderigo bellissimo uomo, e mostrava una età di trent'anni; e avendo in pochi giorni dimostro di quante ricchezze abbondasse, e dando esempli di sé d'essere umano e liberale, molti nobili cittadini che avevano assai figliuole e pochi danari, se gli offerivano; intra le quali tutte Roderigo scelse una bellissima fanciulla, chiamata Onesta, figliuola d'Amerigo Donati, il quale n'aveva tre altre insieme con tre figliuoli maschi, tutti uomini, e quelle erano quasi che da marito. E benché fusse d'una nobilissima famiglia, e di lui fosse in Firenze tenuto buon conto, nondimanco era, rispetto alla brigata ch'aveva, e alla nobiltà, poverissimo. Fece Roderigo magnifiche e splendidissime nozze, né lasciò indietro alcuna di quelle cose che in simili feste si desiderano, essendo per la legge che gli era stata data nell'uscire di Inferno, sottoposto a tutte le passioni umane. Subito cominciò a pigliare piacere degli onori e delle pompe del mondo, e avere caro d'esser laudato tra gli uomini; il che gli recava spesa non picciola. Oltre di questo non fu dimorato molto con la sua monna Onesta che se ne innamorò fuori di misura, né poteva vivere qualunque volta la vedeva stare trista ed aver alcuno dispiacere. Aveva Monna Onesta portato in casa di Roderigo insieme, con la nobilità seco e con la bellezza tanta superbia che non n'ebbe mai tanta Lucifero; e Roderìgo, che aveva provata l'una e l'altra, giudicava quella della moglie superiore. Ma diventò di lunga maggiore come prima quella si accorse dell'amore che il marito le portava; e parendole poterlo da ogni parte signoreggiare, senza alcuna pietà o rispetto lo comandava, né dubitava, quando da lui alcuna cosa gli era negata, con parole villane ed iniuriose morderlo; il che era a Roderigo cagione d'inestimabil noia. Pur nondimeno il suocero, i fratelli, il parentado, l'obligo del matrimonio, e sopra tutto il grande amore le portava, gli faceva aver pazienza, io voglio lasciare ire le grandi spese che per contentarla faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua natural consuetudine varia, che fu necessitato, volendo star in pace con lei, aiutare al suocero maritare l'altre sue figliuole, dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella, gli convenne mandare uno dei fratelli in Levante con panni, e un altro in Ponente con drappi, all'altro aprire uno battiloro in Firenze; nelle quali cose dispensò la maggior parte delle sue fortune. Oltre a questo, ne' tempi de' carnasciali e di San Giovanni, quando tutta la città per antica consuetudine festeggia, e che molti cittadini nobili e ricchi con splendidissimi conviti si onorano, per non essere Monna Onesta all'altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superasse. Le quali cose tutte erano da lui per le sopraddette cagioni sopportate, né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute gravi a farle, se da questo ne fosse nata la quiete della casa sua, e se egli avesse potuto pacificamente aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl'interveniva l'opposito, perché con l'insopportabili spese, l'insolente natura di lei infinite incomodità gli recava, e non erano in casa sua né servi né serventi, che, non che molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare. Donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi, per non poter tenere servo fidato che avesse amore alle cose sue, e, non che altri, quelli diavoli i quali in persona di famigli aveva condotti seco, piuttosto elessero di tornarsene in Inferno a stare nel fuoco che viver nel mondo sotto lo imperio di quella. Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de' ritratti che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buon credito, per non mancar di suo grado, prese a cambio, e girandogli già molti marchi addosso, fu presto notato da quelli che in simile esercizio in Mercato si travagliano. Ed essendo di già il caso suo tenero, vennero in un subito di Levante e di Ponente nuove, come Ialino de' fratelli di Monna Onesta s'avea giuocato tutto il mobile di Roderigo, e che l'altro, tornando sopra una nave carica di sua mercatanzia, senza essersi altrimenti assicurato, era insìeme con quella annegato. Né fu prima pubblicata questa cosa, che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme, e giudicando che fosse spacciato, né possendo ancora scuoprirsi, per non esser venuto il tempo de' pagamenti loro, conclusono che fosse bene osservarlo cosi destramente, acciocché dal detto al fatto di nascoso non se ne fuggisse. Roderigo dall'altra parte, non veggendo al caso suo rimedio e sapendo a quanto la legge infernale lo costringeva, pensò di fuggirsi in ogni modo; e montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla porta al Prato, per quella se ne usci; né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò fra i creditori, i quali, ricorsi ai magistrati, non solamente co' cursori, ma popularmente si missono a seguirlo. Non era Roderigo, quando se gli levò dietro il rumore, dilungato dalla città uno miglio, in modo che, vedendosi a mal partito, deliberò, per fuggire più secreto, uscire di strada, e attraverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo a far questo impedito dalle assai fosse che attraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si mise a fuggire a pie, e lasciata la cavalcatura in su la strada, attraversando di campo in campo coperto dalle vigne e da' canneti di che quel paese abbonda, arrivò sopra Peretola a casa di Gian Matteo del Bricca, lavoratore di Giovanni del Bene, e a sorte trovò Gian Matteo che recava a casa da rodere a' buoi, e se gli raccomandò, promettendogli che, se lo salvava dalle mani de' suoi nemici, i quali per farlo morire in prigione lo seguitavano, che lo farebbe ricco, e gliene darebbe innanzi alla sua partita 1aIe~saggio che gli crederebbe; e quando questo non facesse, era contento che esso proprio lo ponesse in mano ai suoi avversari. Era Gian Matteo, ancora che contadino, uomo animoso, e giudicando non poter perdere a pigliar partito di salvarlo, gliene promise; e cacciatolo in un monte di letame, quale aveva davanti alla sua casa, lo ricoperse di cannucce e altre mondiglie, che per ardere avea radunate. Non era Roderigo appena fornito di nascondersi, che i suoi perseguitatori sopraggiunsono, e per ispaventi che facessino a Gian Matteo, non trassero mai da lui che l'avesse visto. Talché, passati più innanzi, avendolo invano quel di e quell'altro cerco, stracchi se ne tornorno a Firenze. Gian Matteo adunque, cessato il romore e trattolo dal luogo dov'era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: «Fratello mio, io ho con teco un grande obbligo, e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda ch'io possa farlo, ti dirò chi io sono: e quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute all'uscire d'Inferno, e della moglie tolta; e di più gli disse il modo col quale lo voleva arricchire, che in somma sarebbe questo; che come ei sentiva che alcuna donna fusse spiritata, credesse lui essere quello che gli fosse addosso; né mai se n'uscirebbe, s'egli non venisse a trarnelo, donde arebbe occasione di farsi a suo modo pagare da' parenti di quella: e rimasi in questa conclusione, spari via.» Né passorno molti giorni che si sparse per tutta Firenze, come una figliuola di messer Ambrogio Ainidei, la quale aveva maritata a Buonaiuto Tebalducci, era indemoniata. Né mancorno i parenti di farvi tutti quelli rimedi che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di S. Zanobi e il mantello di S. Gio. Gualberto; le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate. E per chiarir ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito, e non altra fantastica immaginazione, parlava in latino, e disputava delle cose di filosofia, e scopriva i peccati di molti; intra i quali scoperse quelli d'un frate che s'aveva tenuta una femina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella; le quali cose facevano maravigliare ciascuno. Viveva pertanto messer Ambrogio malcontento, e avendo invano provati tutti i rimedi, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gian Matteo venne a trovarlo, e gli promise la salute della sua figliuola quando gli voglia donare cinquecento fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambrogio il partito; donde Gian Matteo, fatte dire prima certe messe e fatte sue ceremonie per abbellire la cosa, si accostò agli orecchi della fanciulla e disse: «Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu m'osservi la promessa». Al quale Roderigo rispose: «Io sono contento; ma questo non basta a farti ricco; e però, partito ch'io sarò di qui, entrerò nella figliuola di Carlo re di Napoli, né mai n'uscirò senza te. Farati allora fare una mancia a tuo modo, né poi mi darai più briga». Detto questo, s'uscì d'addosso a colei con piacere ed ammirazione di tutta Firenze. Non passò dipoi molto tempo che per tutta Italia si sparse l'accidente venuto alla figliuola del re Carlo, né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gian Matteo, mandò a Firenze per lui, il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia, la guarì. Ma Roderigo, prima che partisse, disse: «Tu vedi, Gian Matteo, io t'ho osservato le promesse d'averti arricchito, e però sendo disobligo, io non ti sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi; perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per l'avvenire male». Tornato adunque a Firenze Gian Matteo ricchissimo, perché aveva avuto dal re meglio che cinquantamila ducati, pensava di godersi quelle ricchezze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensasse d'offenderlo. Ma questo suo pensiero fu subito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico VII, re di Francia, era spiritata; la qual nuova alterò tutta la mente di Gian Matteo, pensando all'autorità di quel re e alle parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque il re alla sua figliuola rimedio, e intendendo la virtù di Gian Matteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per un suo cursore; ma allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria, la quale forzò Gian Matteo ad ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima al re come egli era certa cosa che per lo addietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo che egli sapesse o potesse guarire tutti; perché se ne trovavano di si perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione; ma con tutto questo era per fare suo debito, e non gli riuscendo, ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che, se non la guariva, che lo appenderebbe. Senti per questo Gian Matteo dolor grande; pure fatto buon cuore, fece venire l'indemoniata, e accostatosi all'orecchio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il beneficio fattogli, e di quanta ingratitudiue sarebbe esempio, se l'abbandonasse in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: «To', villano traditore, sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d'esser arricchito per le mia mani? Io voglio mostrare a te ed a ciascuno come io so dare e torre ogni cosa a mia posta; e innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo Donde che Gian Matteo, non veggendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un'altra via, e fatto andare via la spiritata, disse al re: «Sire, come vi ho detto, ci sono di molti spiriti, che sono si maligni che con loro non s'ha alcun buono partito, e questo è uno di quegli; pertanto io voglio fare un'ultima sperienza, la quale se gioverà, la V. M. ed io aremo l'intenzione nostra; quando non giovi, io sarò nelle tua forze, e arai di me quella compassione che merita l'innocenzia mia. Farai pertanto fare in su la piazza di Nostra Dama un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il clero di questa città; farai parar il palco di drappi di seta e d'oro; fabricherai nel mezzo di quello un altare; e voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi principi e baroni, con la real pompa, con splendidi ricchi abbigliamenti convegnate sopra quello, dove, celebrata prima una solenne messa, farai venire l'indemoniata. Voglio oltre di questo che dall'un canto della piazza sieno insieme venti persone almeno, che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle, cemboli e d'ogni altra qualità romori, i quali, quando io alzerò uno cappello, dieno in quelli strumenti e sonando ne venghino verso il palco. Le quali cose, insieme con certi altri secreti rimedi, credo che faranno partire questo spirito». Fu subito dal re ordinato tutto, e venuta la domenica mattina, e ripieno il palco di personaggi e la piazza di popolo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido e fra sé disse: «Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Cred'egli sbigottirmi con questa pompa? Non sa egli ch'io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello Inferno? Io lo gastigherò in ogni modo». E accostando-segli Gian Matteo e pregandolo che dovesse uscire, egli disse: «Oh! tu hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? Credi tu fuggir per questo la potenza mia e l'ira del re? Villano, ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo». E cosi ripregandolo quello, e quell'altro dicendogli villania, non parve a Gian Matteo di perder più tempo, e fatto il cenno con il cappello, tutti quelli ch'erano a romoreggiar deputati, dettono in quelli suoni, e con rumori che andavano al cielo ne vennero verso il palco. Al qual romore alzò Roderigo gli orecchi, e non sapendo che cosa fusse, e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gian Matteo che cosa quella fusse. Al quale Gian Matteo tutto turbato disse: «Ohimè, Roderigo mio, quella è la mogliera che ti viene a ritrovare. Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recasse a Roderigo sentir ricordare il nome della moglie; la quale fu tanta che, non pensando s'egli era possibile o ragionevole se la fusse dessa, senza replicare altro, tutto spaventato se ne fuggi, lasciando la fanciulla libera, e volse pili tosto tornarsene in inferno a render ragione delle sua azioni che di nuovo con tanti fastidi, dispetti e pericoli sottoporsi al giogo matrimoniale. E cosi Belfagor, tornato in Inferno, fece fede de' mali che conduceva in una casa la moglie; e Gian Matteo, che ne seppe più che 'l diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa. INDICE Introduzione Mandragola [Comedia di Callimaco e di Lucrezia] Clizia Belfagor Arcidiavolo ? ! ! ! 1 2 - . - . 3 4 - . - ' , 5 . ; , 6 , . , , , 7 , , . 8 , , 9 , 10 . 11 12 - . - ? 13 14 - . - . , , 15 ' 16 ' . , , 17 , , 18 , . 19 20 - . - , ! 21 ; , . 22 23 - . - ' , ; . 24 , , 25 , . 26 , ' 27 ' . , 28 , 29 , 30 . , , 31 ; , , 32 , 33 . , , 34 , ( ! 35 ! ! ) ' ( ! ! ! ) . 36 37 - . - ! ! ! 38 39 - . - ! , ? 40 41 - . - ' ; 42 . 43 44 - . - 45 , . 46 47 - . - , , 48 ; , 49 ; , , 50 , . 51 , ! 52 53 - . - ' , 54 . 55 56 - . - ? , ' 57 . 58 59 - . - , , 60 , 61 ' . ' 62 , , , 63 . . ' , , 64 ' 65 , ' . 66 67 - . - . 68 69 70 71 [ . ] 72 73 , . 74 75 76 - . - , ' 77 . ' 78 . . ? 79 80 - . - ? 81 82 - . - ' ? 83 ? ' ? 84 85 - . - . 86 87 - . - , , 88 ? 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