-Si.- Ecco fatto.
-Ca.- Il mio liuto.
-Li.- Via, ribaldo, tira via. S'i' ti sento favellare, io ti taglierò
il collo.
-Ni.- E' s'è fuggito, andianci a sbisacciare; e vuolsi che noi usciamo
fuora tutti a buon'ora, acciò che non si paia che noi abbiamo vegghiato
questa notte.
-Li.- Voi dite el vero.
-Ni.- Andate voi e Siro a trovare maestro Callimaco, e gli dite che la
cosa è proceduta bene.
-Li.- Che li possiamo noi dire? Noi non sappiamo nulla. Voi sapete che,
arrivati in casa, noi ce n'andamo nella volta a bere. Voi e la suocera
rimaneste alle mani seco, e non vi rivedemo mai, se non ora, quando voi
ci chiamasti per mandarlo fuora.
-Ni.- Voi dite el vero. Oh! io v'ho da dire le belle cose! Mogliema
era nel letto al buio. Sostrata m'aspettava al fuoco. I' giunsi su con
questo garzonaccio, e perché e' non andassi nulla in capperuccia, io
lo menai in una dispensa che io ho in sulla sala, dove era uno certo
lume annacquato, e gittava un poco d'albore, in modo che non mi poteva
vedere in viso.
-Li.- Saviamente.
-Ni.- Io lo feci spogliare, e' nicchiava; io me li volsi come un cane,
di modo che li parve mill'anni d'avere fuora e' panni, e rimase ignudo.
Egli è brutto di viso. Egli aveva uno nasaccio, una bocca torta; ma
tu non vedesti mai le più belìi carni! bianco, morbido, pastoso, e
dell'altre cose non ne domandate.
-Li.- E' non è bene ragionarne, che bisognava vederlo tutto.
-Ni.- Tu vuoi el giambo. Poi che aveva messo mano in pasta, io ne volsi
toccare il fondo; poi volsi vedere s'egli era sano: s'egli avessi auto
le bolle, dove mi trovavo io? Tu ci metti parole.
-Li.- Avete ragione voi.
-Ni.- Come io ebbi veduto che gli era sano, io me lo tirai drieto, ed
al buio lo menai in camera; messi al letto; e innanzi mi partissi,
volli toccare con mano come la cosa andava, che io non son uso ad
essermi dato ad intendere lucciole per lanterne.
-Li.- Con quanta prudenzia avete voi governata questa cosa!
-Ni.- Tocco e sentito che io ebbi ogni cosa, mi uscii di camera, e
serrai l'uscio, e me n'andai alla suocera, che era al fuoco, e tutta
notte abbiamo atteso a ragionare.
-Li.- Che ragionamenti sono stati e' vostri?
-Ni.- Della sciocchezza di Lucrezia, e quanto egli era meglio che
senza tanti andirivieni, ella avessi ceduto al primo. Dipoi ragionamo
del bambino, che me lo pare tuttavia avere in braccio, el naccherino!
tanto che io sentii sonare le tredici ore; e dubitando che il di non
sopraggiungessi, me n' andai in camera. Che direte voi che io non
poteva fare levare quel rubaldone?
-Li.- Credolo.
-Ni.- E' gli era piaciuto l'unto. Pure e' si levò, io vi chiamai e
l'abbiam condotto fuori.
-Li.- La cosa è ita bene.
-Ni.- Che dirai tu, che me ne incresce?
-Li.- Di che?
-Ni.- Di quel povero giovane, ch'egli abbi a morire si presto, e che
questa notte gli abbi a costare sì cara.
-Li.- Oh! voi avete e' pochi pensieri. Lasciatene la cura a lui.
-Ni.- Tu di' el vero. Ma mi pare bene milla anni di trovare maestro
Callimaco, e rallegrarmi seco.
-Li.- E' sarà fra un'ora fuora. Ma gli è chiaro el giorno; noi ci
andremo a spogliare; voi che farete?
-Ni.- Andronne anch'io in casa a mettermi e' panni buoni. Farò levare e
lavare la donna, e farolla venire alla Chiesa ad entrare in santo. Io
vorrei che voi e Callimaco fussi là , e che noi parlassimo al frate per
ringraziarlo, e ristorallo del bene che ci ha fatto.
-Li.- Voi dite bene, cosi si farà .
[V. 3]
FRATE -solo.-
Io ho udito questo ragionamento, e m'è piaciuto, considerando quanta
sciocchezza sia in questo dottore; ma la conclusione ultima mi ha sopra
modo dilettato. E poiché debbono venire a trovarmi a casa, io non
voglio star più qui, ma aspettarli alla chiesa, dove la mia mercanzia
varrà più. Ma chi esce di quella casa? E' mi pare Ligurio, e con lui
debbe esser Callimaco. Io non voglio che mi veggano, per le ragione
dette; pure, quando e' non venissino a trovarmi, sempre sarò a tempo
andare a trovare loro.
[IV. 4]
CALLIMACO, LIGURIO
-Ca.- Come io t'ho detto, Ligurio mio, io stetti di mala voglia infino
alle nove ore; e benché io avessi grande piacere, e' non mi parve
buono. Ma poi che io me le fu' dato a conoscere, e che io l'ebbi dato
ad intendere l'amore che io le portava, e quanto facilmente, per
la semplicità del marito, noi potavamo vivere felici sanza infamia
alcuna, promettendole che, qualunque volta Dio facessi altro di lui,
di prenderla per donna; ed avendo ella, oltre alle vere ragione,
gustato che differenzia è dalla iacitura mia a quella di Nicia e da
baci d'uno amante giovane a quelli d'uno marito vecchio, dopo qualche
sospiro disse: poi che l'astuzia tua, la sciocchezza del mio marito,
la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno
condotta a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio
iudicare che e' venga da una celeste disposizione che abbi voluto così,
e non sono sufficiente a ricusare quello che el cielo vuole che io
accetti. Però io ti prendo per signore, padrone, guida; tu mio padre,
tu mio difensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quello che 'l
mio marito ha voluto per unasera, voglio ch'egli abbia sempre. Faraiti
adunque suo compare, e verrai questa mattina alla Chiesa, e di quivi
ne verrai a desinare con esso noi; e l'andare e lo stare starà a te, e
potremo ad ogni ora e senza sospetto convenire insieme. Io fui, udendo
queste parole, per morirmi per la dolcezza. Non potetti respondere alla
minima parte di quello che io arei desiderato. Tanto che io mi truovo
el più felice e contento uomo che fussi mai nel mondo; e se questa
felicità non mi mancassi, o per morte o per tempo, io sarei più beato
ch'e' beati, più santo che e' santi.
-Li.- Io ho gran piacere d'ogni tuo bene, e ètti intervenuto quello che
io ti dissi appunto. Ma che facciamo noi ora?
-Ca.- Andiamo verso la chiesa, perché io le promisi d'essere là , dove
la verrà lei, la madre e il dottore.
-Li.- Io sento toccare l'uscio suo: le sono esse, ed escono fuora, ed
hanno el dottore drieto.
-Ca.- Avvianci in chiesa, e là aspetteremo.
[V. 5]
MESSERE NICIA, LUCREZIA, SOSTRATA.
-Ni.- Lucrezia, io credo che sia bene fare le cose con timore di Dio, e
non alla pazzaresca.
-Lu.- Che s'ha egli a fare ora?
-Ni.- Guarda come ella risponde! La pare un gallo.
-So.- Non ve ne maravigliate, ella è un poco alterata.
-Lu.- Che volete voi dire?
-Ni.- Dico che egli è bene che io vada innanzi a parlare al frate, e
dirli che ti si facci incontro in sullo uscio della chiesa per menarti
in santo, perché gli è proprio stamane come se tu rinascessi.
-Lu.- Che non andate?
-Ni.- Tu se' stamane molto ardita! Ella pareva iersera mezza morta.
-Lu.- Egli è la grazia vostra.
-So.- Andate a trovare el frate. Ma e' non bisogna, egli è fuora di
chiesa.
-Ni.- Voi dite el vero.
[V. 6]
FRATE, MESSERE NICIA, LUCREZIA, CALLIMACO, LIGURIO, SOSTRATA.
-Fra.- Io vengo fuora, perché Callimaco e Ligurio m'hanno detto che el
dottore e le donne vengono alla chiesa.
-Ni. Bona dies,- Padre.
-Fra.- Voi siate le benvenute, e buon pro vi faccia, madonna, che Dio
vi dia a fare un bel figliuolo maschio.
-Lu.- Dio el voglia.
-Fra.- E' lo vorrà in ogni modo.
-Ni.- Veggo in chiesa Ligurio e maestro Callimaco?
-Fra.- Messere sì.
-Ni.- Accennateli.
-Fra.- Venite.
-Ca.- Dio vi salvi.
-Ni.- Maestro, toccate la mano qui alla donna mia.
-Ca.- Volentieri.
-Ni.- Lucrezia, costui è quello che sarà cagione che noi aremo un
bastone che sostenga la nostra vecchiezza.
-Lu.- Io l'ho molto caro, e vuoisi che sia nostro compare.
-Ni.- Or benedetta sia tu! E voglio che lui e Ligurio venghino stamani
a desinare con esso noi.
-Lu.- In ogni modo.
-Ni.- E vo' dare loro la chiave della camera terrena d'in sulla loggia,
perché possino tornarsi quivi a lor comodità , che non hanno donne in
casa, e stanno come bestie.
-Ca.- Io l'accetto, per usarla quando mi accaggia.
-Fra.- Io ho avere e' danari per la limosina?
-Ni.- Ben sapete come, -domine,- oggi vi si manderanno.
-Li.- Di Siro non è uomo che si ricordi!
-Ni.- Chiegga, ciò che io ho è suo. Tu, Lucrezia, quanti grossoni hai a
dare al frate per entrare in santo?
-Lu.- Dategliene dieci.
-Ni.- Affogaggine!
-Fra.- Voi, madonna Sostrata, avete, secondo mi pare, messo un tallo in
sul vecchio.
-So.- Chi non sarebbe allegra?
-Fra.- Andianne tutti in chiesa, e quivi diremo l'orazione ordinaria;
dipoi, dopo l'ufficio, ne andrete a desinare a vostra posta. Voi,
aspettatori, non aspettate che noi usciamo più fuora, l' ufficio è
lungo, e io mi rimarrò in chiesa, e loro per l' uscio del fianco se ne
andranno a casa. -Valete.-
CLIZIA
Canzone
cantata da una ninfa e da due pastori.
Quanto sie lieto il giorno,
Che le memorie antiche
Fa ch'or per me sien mostre e celebrate,
Si vede, perché intorno
Tutte le genti amiche
Si sono in questa parte raunate.
Noi, che la nostra etate
Ne' boschi e nelle selve consumiamo,
Venuti ancor qui siamo,
Io ninfa, e noi pastori,
E giam cantando insieme e' nostri amori.
Chiari giorni e quieti,
Felice e bel paese,
Dove del nostro canto il suon s'udia;
Pertanto allegri e lieti,
A queste vostre imprese
Farem col cantar nostro compagnia.
Con si dolce armonia,
Qual mai sentita più non fu da voi;
E partiremei poi,
Io ninfa, e noi pastori,
E torneremei a' nostri antichi amori.
PROLOGO
Se nel mondo tornassero i medesimi uomini, come tornano i medesimi
casi, non passerebbero mai cento anni, che noi non ci trovassimo
un'altra volta insieme a fare le medesime cose, che ora. Questo si
dice, perché già in Atene, nobile ed antichissima città in Grecia, fu
uno gentiluomo, al quale, non avendo altri figliuoli che uno ma schio,
capitò a sorte una piccola fanciulla in casa, la quale da lui infino
all'età di diciassette anni fu onestissimamente allevata. Occorse
dipoi, che in un tratto egli e il figliuolo se ne innamorarono, nella
concorrenza del quale amore assai casi e strani accidenti nacquero, i
quali trapassati, il figliuolo la prese per donna, e con quella gran
tempo felicissimamente visse. Che direte voi, che questo medesimo
caso pochi anni sono seguì ancora in Firenze? E volendo questo nostro
autore l'uno delli dua rappresentarvi, ha eletto il Fiorentino,
giudicando che voi siate per prendere maggiore piacere di questo che
di quello. Perché Atene è rovinata, le vie, le piazze, i luoghi non
vi si riconoscono. Dipoi quelli cittadini parlavano in greco; e voi
quella lingua non intendereste. Prendete pertanto il caso seguito in
Firenze, e non aspettate di riconoscere o il casato, o gli uomini,
perché lo autore, per fuggire carico, ha convertiti i nomi veri in nomi
finti. Vuol bene che, avanti che la commedia cominci, voi veggiate
le persone, acciocché meglio nel recitarla le conosciate. Uscite
qua fuora tutti, che il popolo vi vegga. Eccoli. Vedete come e' ne
vengono soavi? Ponetevi costi in fila l'uno propinquo all'altro. Voi
vedete: quel primo è Nicomaco, un vecchio tutto pien d'amore. Quello
che gli è a lato, è Cleandro, suo figliuolo e suo rivale. L'altro si
chiama Palamede, amico a Cleandro. Quelli due che seguono, l'uno è
Pirro servo, l'altro è Eustachio fattore, dei quali ciascuno vorrebbe
essere marito della dama del suo padrone. Quella donna che vien poi,
è Sofronia, moglie di Nicomaco. Quella appresso è Doria sua servente.
Di quelli ultimi duoi che restano, l'uno è Damone, l'altra è Sostrata
sua donna. Ecci un'altra persona, la quale per avere a venire ancora da
Napoli, non vi si mostrerà . Io credo che basti, e che voi gli abbiate
veduti assai. Il popolo vi licenzia; tornate drento. Questa favola
si chiama Clizia, perché cosi ha nome la fanciulla che si combatte.
Non aspettate di vederla, perché Sofronia, che l'ha allevata, non
vuole per onestà che la venga fuora. Pertanto se ci fusse alcuno che
la vagheggiasse, avrà pazienza. E' mi resta a dirvi come lo autore
di questa commedia è uomo molto costumato, e saprebbegli male, se vi
paresse nel vederla recitare, che ci fusse qualche disonestà . Egli
non crede che la ci sia: pure quando e' paresse a voi, si escusa in
questo modo. Sono trovate le commedie per giovare, e per dilettare agli
spettatori. Giova veramente assai a qualunque uomo, e massimamente
ai giovanetti, conoscere l'avarizia d'un vecchio, il furore di uno
innamorato, gl'inganni di un servo, la gola d'uno parasito, la miseria
di un povero, l'ambizione di un ricco, le lusinghe di una meretrice, la
poca fede di tutti gli uomini; de' quali esempi le commedie sono piene,
e possonsi tutte queste cose con onestà grandissima rappresentare.
Ma volendo dilettare, è necessario muovere gli spettatori a riso, il
che non si può fare mantenendo il parlare grave e severo; perché le
parole che fanno ridere, sono, o sciocche, o ingiuriose, o amorose.
à necessario pertanto rappresentare persone sciocche, malediche, o
innamorate, e perciò quelle commedie, che sono piene di queste tre
qualità di parole, sono piene di risa; quelle che ne mancano, non
trovano chi con il ridere le accompagni. Volendo adunque questo nostro
autore dilettare, e fare in qualche parte gli spettatori ridere, non
inducendo in questa sua commedia persone sciocche, ed essendosi
rimasto di dire male, è stato necessitato ricorrere alle persone
innamorate ed agli accidenti che nell'amore nascono. Dove se fia cosa
alcuna non onesta, sarà in modo detta, che queste donne potranno
senza arrossire ascoltarla. Siate contenti adunque prestarci gli
orecchi benigni, e se voi ci satisfarete ascoltando, noi ci sforzeremo
recitando satisfare a voi.
CLEANDRO.
PALAMEDE.
NICOMACO.
PIRRO.
EUSTACHIO.
SOFRONIA.
DAMONE.
DORIA.
SOSTRATA.
RAMONDO.
-La scena è in Firenze.-
[I. 1].
PALAMEDE -e- OLEANDRO.
-Pa.- Tu esci si a buon'ora di casa.
-Cle.- Tu donde vieni si a buon'ora?
-Pa.- Da fare una mia faccenda.
-Cle.- E io vo a farne un'altra, o, a dir meglio, a cercare di farla;
perché se io la farò non ho certezza alcuna.
-Pa.- Ã ella cosa che si possa dire?
-Cle.- Non so; ma io so bene ch'ella è cosa che con difficultà si può
fare.
-Pa.- Orsù, io me ne voglio ire, ch'io veggo come lo stare accompagnato
t'infastidisce; e per questo io ho sempre fuggito la pratica tua,
perché sempre ti ho trovato mal disposto e fantastico.
-Cle.- Fantastico no, ma innamorato sì.
-Pa.- Togli, tu mi racconci la cappellina in capo.
-Cle.- Palamede mio, tu non sai mezze le messe. Io sono sempre vivuto
disperato, ed ora vivo più che mai.
-Pa.- Come così?
-Cle.- Quello che io t'ho celato per lo addietro, ti voglio manifestare
ora, poi ch'io mi sono ridotto al termine che mi bisogna soccorso da
ciascuno.
-Pa.- Se io stavo mal volentieri teco in prima, io starò peggio ora,
perch'io ho sempre inteso che tre sorte di uomini si debbono fuggire,
cantori, vecchi ed innamorati. Perché se usi con un cantore, e narrigli
un tuo fatto, quando tu credi che t'oda, ei ti spicca uno -ut, re, mi,
fa, sol, la,- e gorgogliasi una canzonetta in gola. Se tu sei con uno
vecchio, e' ficca il capo in quante chiese e' truova, e va a tutti gli
altari a borbottare un paternostro. Ma di questi duoi io innamorato
è peggio; perché non basta che, se tu gli parli, ei pone una vigna,
che ei t'empie gli orecchi di rammarichìi e di tanti suoi affanni che
tu sei forzato a moverti a compassione. Perché s'egli usa con una
cantoniera, o ella lo assassina troppo, o ella l'ha cacciato di casa:
sempre vi è qualcosa che dire. S'egli ama una donna da bene, mille
invidie, mille gelosie, mille dispetti lo perturbano; mai non vi manca
cagione di dolersi. Pertanto, Cleandro mio, io userò tanto teco quanto
tu avrai bisogno di me; altrimenti io fuggirò questi tuoi dolori.
-Cle.- Io ho tenuto occulte queste mie passioni infino a ora per
coteste cagioni: per non essere fuggito come fastidioso o uccellato
come ridicolo; perché io so che molti sotto spezie di carità ti fanno
parlare e poi ti ghignano. Ma poiché ora la fortuna mi ha condotto in
lato che mi pare avere pochi rimedii, io te lo voglio conferire per
sfogarmi in parte, ed anche perché, se mi bisognasse il tuo aiuto, che
tu me lo presti.
-Pa.- Io sono parato, poiché tu vuoi, ad ascoltare tutto, e cosi a non
fuggire né disagi né pericoli per aiutarti.
-Cle.- Io lo so. Io credo che tu abbia notizia di quella fanciulla che
noi ci abbiamo allevata.
-Pa.- Io l'ho veduta. Donde venne?
-Cle.- Dirottelo. Quando dodici anni sono, nel 1494, passò il re Carlo
per Firenze, che andava con uno grande esercito all'impresa del Regno,
alloggiò in casa nostra un gentiluomo della compagnia di Monsignor di
Fois, chiamato Beltramo di Guascogna. Fu costui da mio padre onorato,
ed egli (perché uomo da bene era) riguardò e onorò la casa nostra; e
dove molti fecero una inimicizia con quegli Francesi avevano in casa,
mio padre e costui contrassero una amicizia grandissima.
-Pa.- Voi aveste una gran ventura più che gli altri, perché quelli che
furono messi in casa nostra, ci fecero infiniti mali.
-Cle.- Credolo, ma a noi non intervenne cosi. Questo Beltramo ne andò
con il suo re a Napoli; e come tu sai, vinto che ebbe Carlo quel regno,
fu costretto a partirsi, perché il Papa, l'Imperatore, i Veneziani e
il duca di Milano se gli erano collegati contro. Lasciate pertanto
parte delle sue genti a Napoli, con il resto se ne venne verso Toscana;
e giunto a Siena, perché egli intese la Lega aver uno grossissimo
esercito sopra il Taro per combattere allo scendere de' monti, gli
parve di non perdere tempo in Toscana, e perciò non per Firenze, ma per
la via di Pisa e di Pontremoli passò in Lombardia. Beltramo, sentito
il romore dei nimici e dubitando, come intervenne, non avere a far
la giornata con quelli, avendo intra la preda fatta a Napoli questa
fanciulla, che allora doveva avere cinque anni, d'una bella aria e
tutta gentile, deliberò di torla dinanzi ai pericoli, e per uno suo
servidore la mandò a mio padre, pregandolo che per suo amore dovesse
tanto tenerla che a più comodo tempo mandasse per lei; né mandò a dire
se l'era nobile, o ignobile; solo ci significò che la si chiamava
Clizia. Mio padre e mia madre, perché non avevano altri figliuoli che
me, subito se ne innamororno.
-Pa.- Innamorato te ne sarai tu?
-Cle.- Lasciami dire. E come loro cara figliuola la trattarono. Io,
che allora avevo dieci anni, mi cominciai, come fanno i fanciulli, a
trastullare seco e le posi uno amore estraordinario, il quale sempre
coll'età crebbe; di modo che, quando ella arrivò alla età di dodici
anni, mio padre e mia madre cominciarono ad avermi gli occhi alle mani,
in modo che, se io solo le parlava, andava sottosopra la casa. Questa
strettezza (perché sempre si desidera più ciò che si può avere meno)
raddoppiò l'amore; e hammi fatto e fa tanta guerra, che io vivo con più
affanni che se io fussi in inferno.
-Pa.- Beltramo mandò mai per lei?
-Cle.- Di cotestui non s'intese mai nulla; crediamo che morisse nella
giornata del Taro.
-Pa.- Cosi dovette essere. Ma dimmi: che vuoi tu fare? A che
termine sei? Vuola tu torre per moglie, o vorrestila per amica? Che
t'impedisce, avendola in casa? Può essere che tu non ci abbia rimedio?
-Cle.- Io t'ho a dire delle altre cose, che saranno con mia vergogna;
perciò io voglio che tu sappia ogni cosa.
-Pa.- Di' pure.
-Cle.- E' mi vien voglia, disse colei, di ridere, e ho male: mio padre
se n'è innamorato anch'egli.
-Pa.- Nicomaco?
-Cle.- Nicomaco, sì.
-Pa.- Puollo fare Iddio?
-Cle.- E' lo può fare Iddio e' Santi.
-Pa.- Oh! questo è il più bel fatto ch'io sentissi mai. E' non se ne
guasta se non una casa. Come vivete insieme? Che fate? a che pensate?
Tua madre sa queste cose?
-Cle.- E' lo sa mia madre, le fante e' famigli; egli è una tresca il
fatto nostro.
-Pa.- Dimmi infine, dove è ridotta la cosa?
-Cle.- Dirottelo. Mio padre per moglie, quando bene ei non ne fusse
innamorato, non me la concederebbe mai, perché è avaro ed ella è senza
dota. Dubita anche che la non sia ignobile, lo me la torrei per moglie,
per amica e in tutti quei modi che io la potessi avere. Ma di questo
non accade ragionare ora; solo ti dirò dove noi ci troviamo.
-Pa.- Io l'avrei caro.
-Cle.- Tosto che mio padre s'innamorò di costei, che debbe essere circa
un anno, e desiderando di cavarsi questa voglia, che lo fa proprio
spasimare, pensò che non ci era altro rimedio che maritarla a uno che
poi gliene accumunasse; perché tentare d'averla prima che maritata, gli
debbe parere cosa impia e brutta. E non sapendo dove si gittare, ha
eletto per il più fidato a questa cosa Pirro nostro servo; e menò tanto
segreta questa sua fantasia che a un pelo la fu per condursi, prima
che altri se ne accorgesse. Ma Sofronia mia madre, che prima un pezzo
dello innamoramento s'era avveduta, scoperse questo agguato, e con ogni
industria, mossa da gelosia e invidia, attende a guastarlo. Il che non
ha potuto far meglio che mettere in campo un altro marito, e biasimare
quello, e dice volerla dare a Eustachio nostro fattore. E benché
Nicomaco sia di più autorità , nondimeno l'astuzia di mia madre, gli
aiuti di noi altri, che senza molto scuoprirci le facciamo, ha tenuta
la cosa in punta più settimane. Tuttavia Nicomaco ci serra forte, ed ha
deliberato, a dispetto di mare e di vento, far oggi questo parentado,
e vuole che la meni questa sera, e ha tolto a pigione quella casetta,
dove abita Damone vicino a noi, e dice che glene vuole comperare,
fornirla di masserizie, aprirgli una bottega e farlo ricco.
-Pa.- A te che importa, che l'abbia più Pirro che Eustachio?
-Cle.- Come che m'importa? Questo Pirro è il maggiore ribaldello che
sia in Firenze; perché, oltre ad averla pattuita con mio padre, è
uomo che mi ebbe sempre in odio; di modo che io vorrei che l'avesse
piuttosto il diavolo dello Inferno. Io scrissi ieri al fattore che
venisse a Firenze; maravigliomi ch'e' non ci venne iersera. Io voglio
stare qui a vedere se io lo vedessi comparire; tu che farai?
-Pa.- Andrò a fare una mia faccenda.
-Cle.- Va' in buon'ora.
-Pa.- Addio; temporeggiati il meglio puoi; e se vuoi cosa alcuna, parla.
[I. 2]
CLEANDRO -solo.-
Veramente chi ha detto che l'innamorato e il soldato si somigliano, ha
detto il vero. Il capitano vuole che i suoi soldati sieno giovani; le
donne vogliono che i loro amanti non sieno vecchi. Brutta cosa è vedere
un vecchio soldato: bruttissimo vederlo innamorato. I soldati temono
lo sdegno del capitano; gli amanti non meno quello delle loro donne. I
soldati dormono in terra allo scoperto; gli amanti su pe' muriccioli.
I soldati perseguono insino a morte i loro nimici; gli amanti i loro
rivali. I soldati per la oscura notte nel più gelato verno vanno per il
fango, esposti alle acque e a' venti per vincere una impresa che faccia
loro acquistar la vittoria; gli amanti per simili vie, e con simili e
maggiori disagi, di acquistare la loro amata cercano. Ugualmente, nella
milizia e nello amore è necessario il segreto, la fede e l'animo: sono
i pericoli uguali, e il fine il più delle volte è simile. Il soldato
muore in una fossa, lo amante muore disperato. Cosi dubito io che non
intervenga a me. Io ho la donna in casa, veggola quanto io voglio,
mangio sempre seco, il credo mi sia maggior dolore; perché quanto è più
propinquo l'uomo ad un suo desiderio, più lo desidera, e non lo avendo,
maggiore dolore sente. A me bisogna pensare per ora a disturbare
queste nozze; dipoi nuovi accidenti m'arrecheranno nuovi consigli e
nuove fortune. Ã egli possibile che Eustachio non venga di villa? E
scrissigli che ci fusse infino iersera? Ma io lo veggo spuntare là da
quel canto. Eustachio, o Eustachio?
[I. 3]
EUSTACHIO, CLEANDRO.
-Eust.- Chi mi chiama? O Cleandro!
-Cle.- Tu hai penato tanto a comparire?
-Eust.- Io venni infino iersera, ma io non mi sono appalesato; perché
poco innanzi ch'io avessi la tua lettera, ne avevo avuta una da
Nicomaco, che m'imponeva un monte di faccende; e perciò io non volevo
capitargli innanzi, se prima io non ti vedevo.
-Cle.- Hai ben fatto. Io ho mandato per te, perché Nicomaco sollecita
queste nozze di Pirro, le quali tu sai non piacciono a mia madre;
perché, poi che di questa fanciulla si ha a fare bene ad un uomo
nostro, vorrebbe che la si desse a chi la merita più; ed invero le tue
condizioni sono altrimenti fatte che quelle di Pirro, che, a dirlo qui
fra noi, egli è uno sciagurato.
-Eust.- Io ti ringrazio: e veramente io non avevo il capo a tor donna;
ma poi che tu e madonna volete, io voglio ancora io. Vero è che io non
vorrei anche arrecarmi nimico Nicomaco, perché poi alla fine il padrone
è egli.
-Cle.- Non dubitare, perché mia madre ed io non siamo per mancarti,
e ti trarremo d'ogni pericolo. Io vorrei bene che tu ti rassettassi
un poco. Tu hai cotesto gabbano, che ti cade di dosso; hai il tocco
polveroso, una barbaccia. Va' al barbiere, lavati il viso, setolati
cotesti panni, acciò che Clizia non ti abbia a rifiutare per porco.
-Eust.- Io non son atto a rimbiondirmi.
-Cle.- Va', fa' quel ch'io ti dico, e poi te ne vai in quella chiesa
vicina, e quivi mi aspetta; io me ne andrò in casa, per vedere a quel
che pensa il vecchio.
Canzone
Chi non fa prova, etc. (cfr. -Mandr.,- I).
[II. 1]
NICOMACO -solo.-
Che domine ho io stamani intorno agli occhi? E' mi pare avere i
bagliori che non mi lasciano vedere lume; e iersera io avrei veduto il
pelo nell'uovo. Avrei io beuto troppo? Forse che si. Oh Dio, questa
vecchiaia ne viene con ogni mal mendo! Ma io non sono ancora si vecchio
che io non rompessi una lancia con Clizia. à egli però possibile che
io mi sia innamorato a questo modo? E, quello che è peggio, mogliema
se n'è accorta; ed indovinasi perché io voglia dare questa fanciulla
a Pirro. Infine e' non mi va solco diritto. Pure io ho a cercare di
vincere la mia. Pirro, o Pirro; vien giù; esci fuora.
[II. 2]
PIRRO, NICOMACO.
-Pir.- Eccomi.
-Ni.- Pirro, io voglio che tu meni questa sera moglie in ogni modo.
-Pir.- Io la merrò ora.
-Ni.- Adagio un poco. A cosa a cosa, disse il Mirra. E' bisogna anche
fare le cose in modo che la casa non vada sottosopra. Tu vedi, mogliema
non se ne contenta; Eustachio la vuole anch'egli; parmi che Oleandro lo
favorisca; e' ci s'è volto contro Iddio ed il diavolo. Ma sta' tu pur
forte nella fede di volerla; non dubitare; che io varrò per tutti loro;
perché, al peggio fare, io te la darò a loro dispetto; e chi vuole
ingrognare, ingrogni.
-Pir.- Al nome di Dio, ditemi quel che voi volete che io faccia.
-Ni.- Che tu non ti parta di quinci oltre; acciocché, se io ti voglio,
che tu sia presto.
-Pir.- Cosi farò; ma mi era scordato di dirvi una cosa.
-Ni.- Quale?
-Pir.- Eustachio è in Firenze.
-Ni.- Come in Firenze? Chi te l'ha detto?
-Pir.- Ser Ambrogio nostro vicino in villa; e mi dice che entrò drento
alla porta iersera con lui.
-Ni.- Come! iersera? Dov'è egli stato stanotte?
-Pir.- Chi lo sa?
-Ni.- Sia in buon'ora. Va' via, fa' quello che io t'ho detto. Sofronia
avrà mandato per Eustachio; e questo ribaldo ha stimato più le lettere
sue che le mie, che gli scrissi che facesse mille cose, che mi rovinano
se le non si fanno. Al nome di Dio, io ne lo pagherò. Almeno sapessi
io dove egli é, e quel che fa. Ma ecco Sofronia, ch'esce di casa.
[II. 3]
SOFRONIA, NICOMACO.
-Sofr.- Io ho rinchiusa Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna
guardare questa fanciulla dal figliuolo, dal marito, da' famigli;
ognuno le ha posto il campo intorno.
-Ni.- Sofronia, ove si va?
-Sofr.- Alla messa.
-Ni.- Ed è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.
-Sofr.- Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo, e tanto è più
accetto farlo in quelli tempi che gli altri fanno male. Ma e' mi pare
che a far bene noi ci facciamo da cattivo lato.
-Ni.- Come? Che vorresti tu che si facesse?
-Sofr.- Che non si pensasse a chiacchiere, e poi che noi abbiamo in
casa una fanciulla bella, buona, e d'assai, ed abbiamo durato fatica ad
allevarla, che si pensasse di non la gittare or via; e dove prima ogni
uomo ci lodava, ogni uomo ora ci biasimerà , veggendo che noi la diamo
a un ghiotto senza cervello, che non sa far altro che uno poco radere,
che non ne viverebbe una mosca.
-Ni.- Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buono aspetto; e se
non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre gran
parti in uno marito: gioventù, bellezza ed amore. A me non pare che si
possa ir più là , né che di questi partiti se ne trovi a ogni uscio.
Se non ha roba, tu lo sai che la roba viene e va; e costui è uno di
quelli, che è atto a farne venire, ed io non lo abbandonerò, perché io
fo pensiero, a dirti il vero, di comperargli quella casa che ora ho
tolta a pigione da Damone nostro vicino, ed empierolla di masserizie, e
di più, quando mi costasse quattrocento fiorini, per mettergliene...
-Sofr.- Ah, ah, ah!
-Ni.- Tu ridi?
-Sofr.- Chi non riderebbe?
-Ni.- Si, che vuoi tu dire? Per mettergliene in su una bottega, non
sono per guardarvi.
-Sofr.- à egli possibile però che tu voglia con questo partito strano
torre al tuo figliuolo più che non si conviene e dare a costui più che
non merita? Io non so che mi dire; io dubito che non ci sia altro sotto.
-Ni.- Che vuoi tu che ci sia?
-Sofr.- Se ci fosse chi non lo sapesse, io gliene direi: ma perché tu
lo sai, io non te lo dirò.
-Ni.- Che so io?
-Sofr.- Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe
con questa dote, o minore, maritarla meglio?
-Ni.- Si, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una ed
all'altro, che avendoceli allevati tutti e due, mi pare di beneficarli
tutti a due.
-Sofr.- Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio
tuo fattore?
-Ni.- Si, ho; ma che vuoi tu, che la faccia di cotestui, che non ha
gentilezza veruna, ed è uso a star in villa tra' buoi e tra le pecore?
Oh! se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.
-Sofr.- E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze
degli uomini consistono in aver qualche virtù, saper fare qualche cosa
come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su' mercati, a far
masserizia, ad aver cura delle cose d'altri e delle sue, ed è un uomo
che viverebbe in su l'acqua; tanto più che tu sai ch'egli ha un buon
capitale. Pirro dall'altra parte non è mai se non in su le taverne, su
per i giuochi, un cacapensieri, che morrebbe di fame nell'altopascio.
-Ni.- Non ti ho io detto quello ch'io gli voglio dare?
-Sofr.- Non ti ho io risposto che tu lo getti via? Io ti concludo
questo, Nicomaco, che tu hai speso in nutrire costei, ed io ho durato
fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora
io intendere come queste cose hanno andare; o io dirò tanto male, e
commetterò tanti scandoli, che ti parrà essere in mal termine, che non
so come tu ti alzi il viso. Va', ragiona di queste cose colla maschera.
-Ni.- Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venire voglia di
dargliene in ogni modo; e per cotesto amore voglio io che la meni
stasera, e merralla, se ti schizzassi gli occhi.
-Sofr.- O la merrà , o e' non la merrà .
-Ni.- Tu mi minacci di chiacchiere; fa' che io non dica. Tu credi
forse ch'io sia cieco, e che io non conosca i giuochi di queste tue
bagattelle. Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma
non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà .
-Sofr.- Che di' tu? Che cosa è disonestà ?
-Ni.- Deh! non mi far dire. Tu intendi, ed io intendo. Ognuno di noi sa
a quanti di è San Biagio. Facciamo per tua fé le cose d'accordo; che se
noi entriamo in cetere, noi saremo la favola del popolo.
-Sofr.- Entra in che cetere tu vuoi. Questa fanciulla non si ha a
gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.
-Ni.- Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome, non sognava, se tu
sei una soffiona, e se' piena di vento.
-Sofr.- Al nome di Dio. lo voglio ire alla messa; noi ci rivedremo;
-Ni.- Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi
non ci facessimo tenere pazzi?
-Sofr.- Pazzi no, ma tristi si.
-Ni.- E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo
tanti parenti, e' ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi
non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via o tu o io ci
sganneremo.
-Sofr.- Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?
-Ni.- Se noi non vogliamo torre o amici, o parenti, togliamo un
religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa in
confessione.
-Sofr.- A chi andremo?
-Ni.- E' non si può andare ad altri che a frate Timoteo, che è nostro
confessore di casa, ed è un santarello, e ha già fatto qualche miracolo.
-Sofr.- Quale?
-Ni.- Come, quale? Non sai tu che per le sue orazioni monna Lucrezia di
messer Nicia Calfucci che era sterile, ingravidò?
-Sofr.- Gran miracolo, uno frate far ingravidare una donna! Miracolo
sarebbe, se una donna la facesse ingravidare ella.
-Ni.- Ã egli possibile che tu non mi attraversi sempre la via con
queste novelle?
-Sofr.- Io voglio ire alla messa, e non voglio rimetter le cose mie in
persona.
-Ni.- Orsù, va', io t'aspetterò in casa. Io credo che e' sia bene non
si discostare molto, perché non trafugassero Clizia in qualche lato.
[II. 4]
SOFRONIA -sola.-
Chi conobbe Nicomaco uno anno fa, e lo pratica ora, ne debbe restare
maravigliato, considerando la gran mutazione ch'egli ha fatta. Perché
soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo. Dispensava il tempo
suo onorevolmente. E' si levava la mattina di buon'ora, udiva la sua
messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi s'egli aveva faccenda in
piazza, in mercato, a' magistrati, e' la faceva; quando che no, o e'
si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e' si
ririrava in casa nello scrittoio, dove egli ragguagliava sue scritture,
riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente con la sua brigata desinava,
e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere
gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl'insegnava
vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende,
o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l'Avemaria lo
trovava in casa. Stavasi un poco con esso noi al fuoco, s'egli era di
verno, dipoi se n'entrava nello scrittoio a rivedere le faccende sue;
alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era
uno esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non
lo imitare; e cosi andavano le cose ordinate e liete. Ma da poi che
gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si stracurano, i
poderi si guastano, i traffichi rovinano: grida sempre, e non sa di
che; entra ed esce di casa ogni di mille volte, senza sapere quello
si vada facendo; non torna mai a ora che si possa cenare o desinare
a tempo; se tu gli parli, e' non ti risponde, o e' ti risponde non
a proposito. I servi, vedendo questo, si fanno beffe di lui, e il
figliuolo ha posto giù la riverenzia; ognuno fa a suo modo, e infine
niuno dubita di fare quello che vede fare a lui. In modo che io dubito,
se Iddio non ci rimedia, che questa povera casa non rovini. Io voglio
pure andare alla messa, e raccomandarmi a Dio quanto io posso. Io veggo
Eustachio e Pirro, che si bisticciano: be' mariti che si apparecchiano
a Clizia!
[II. 5]
PIRRO, EUSTACHIO.
-Pir.- Che fa' tu in Firenze, trista cosa?
-Eust.- Io non l'ho a dire a te.
-Pir.- Tu se' così razzimato; tu mi pari un cesso ripulito.
-Elist.- Tu hai si poco cervello che io mi maraviglio che i fanciulli
non ti gettino drieto i sassi.
-Pir.- Presto ci avvedremo chi avrà più cervello, o tu, o io.
-Eust.- Prega Iddio che il padrone viva, che tu andrai un di accattando.
-Pir.- Hai tu veduto Nicomaco?
-Eust.- Che ne vuoi tu sapere, se io l'ho veduto o no?
-Pir.- E' toccherà bene a te a saperlo, che se e' non si rimuta, se tu
non torni in villa da te, e' vi ti farà portare a' birri.
-Eust.- E' ti dà una gran briga questo mio essere in Firenze.
-Pir.- E' darà più briga ad altri che a me.
-Eust.- E però ne lascia il pensiero ed altri.
-Pir.- Pure le carni tirano.
-Eust.- Tu guardi e ghigni.
-Pir.- Guardo che tu saresti il bel marito.
-Eust.- Orbè, sai quello ch'io ti voglio dire? Ed anche il Duca murava;
ma se la prende te, la sarà salita su muricciuoli. Quanto sarebbe
meglio che Nicomaco l'affogasse in quel suo pozzo! Almeno la poverina
morrebbe a un tratto.
-Pir.- Doh, villan poltrone, profumato nel litame! Part'egli aver carni
da dormire a lato a sà delicata figlia?
-Eust.- Ella arà ben carni teco, che se la sua trista sorte te la dà ,
o ella in un anno diventerà puttana, o ella si morrà di dolore. Ma del
primo ne sarai tu d'accordo seco, che per uno becco pappataci, tu sarai
desso.
-Pir.- Lasciamo andare, ognuno aguzzi i suoi ferruzzi, vedremo a chi e'
dirà meglio. Io me ne voglio ire in casa, che io t'arei a rompere la
testa.
-Eust.- Ed io me ne tornerò in chiesa.
-Pir.- Tu fai bene a non uscir di franchigia.
Canzone.
Quanto in cor giovanile è bello amore
Tanto si disconviene
In chi demi anni suoi cassato ha 'l fiore.
Amor ha sua virtute agli anni uguale,
E nelle fresche etati assai s'onora,
E nelle antiche poco o nulla vale.
Sì che, o vecchi amorosi, il meglio fora
Lasciar l'impresa a' giovinetti ardenti,
Ch'a più forte opra intenti,
Far ponno al suo signor più largo onore.
[III. 1]
NICOMACO, OLEANDRO.
-Ai.- Oleandro, o Oleandro?
-Cle.- Messere.
-Ni.- Esci giù, esci giù, dich'io. Che fai tu in tutto il di in casa?
Non te ne vergogni tu, che tu dai carico a cotesta fanciulla? Sogliono
in simili di di carnasciale i giovani tuoi pari andarsi a spasso
veggendo le maschere, o ire a fare al calcio. Tu sei uno di quelli
uomini, che non sai far nulla, e non mi pari né morto né vivo.
-Cle.- Io non mi diletto di coteste cose, e non me ne dilettai mai, e
piacemi più lo stare solo che con coteste compagnie; e tanto più stavo
ora volentieri in casa veggendovi stare voi, per potere, se voi volevi
cosa alcuna, farla.
-Ni.- Deh, guarda dove e' l'aveva? Tu se' il buon figliuolo! Io non
ho bisogno d'averti tutti i di dietro. Io tengo duoi famigli ed uno
fattore, per non aver a comandar te.
-Cle.- Al nome di Dio. E' non è però che quello che io fo, non lo
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