qualche volta. Oh, quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne
discostavo quanto io poteva; ma egli era si importuno. Uh! nostro
Signore.
-Fra.- Non dubitate, la clemenzia di Dio è grande; se non manca all'uom
la voglia, non gli manca mai el tempo a pentirsi.
-Do.- Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia?
-Fra.- Se voi non fate orazione, sì.
-Do.- Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie: io ho una gran paura
di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna che ha certa
accia di mio; io vo' ire a trovarla. Frate, col buon di.
-Fra.- Andate sana.
[III. 4]
FRATE TIMOTEO, MESSER NICIA.
-Fra.- Le più caritative persone che sieno son le donne, e le più
fastidiose. Chi le scaccia, fugge e' fastidii e l'utile; chi le
intrattiene ha l'utile e' fastidii insieme. Ed è el vero che non è
il mele sanza le mosche. Che andate voi facendo, uomini da bene? Non
riconosco io Messer Nicia?
-Li.- Dite forte, ché egli è in modo assordato che non ode più nulla.
-Fra.- Voi siate el ben venuto, messere.
-Li.- Più forte.
-Fra.- El ben venuto.
-Ni.- El ben trovato, padre!
-Fra.- Che andate voi facendo?
-Ni.- Tutto bene.
-Li.- Volgete el parlare a me, padre, perché voi, a volere che vi
intendessi, aresti a mettere a romore questa piazza.
-Fra.- Che volete voi da me?
-Li.- Qui Messere Nicia e un altro uom da bene, che voi intenderete
poi, hanno a fare distribuire in limosine parecchi centinaia di ducati.
-Ni.- Cacasangue!
-Li.- (Tacete in malora, e' non fien molti). Non vi maravigliate,
padre, di cosa che dica, ché non ode, e pargli qualche volta udire, e
non risponde a proposito.
-Fra.- Seguita pure, e lasciali dire ciò che vuole.
-Li.- De' quali danari io ne ho una parte meco, ed hanno disegnato, che
voi siate quello che le distribuiate.
-Fra.- Molto volentieri.
-Li.- Ma egli è necessario, prima che questa limosina si faccia, che
voi ci aiutate d'un caso strano intervenuto a Messere, e solo voi
potete aiutare, dove ne va al tutto l'onore di casa sua.
-Fra.- Che cosa è?
-Li.- Io non so se voi conosceste Cammillo Calfucci, nipote qui di
messere.
-Fra.- Si conosco.
-Li.- Costui n'andò per certe sua faccende uno anno fa in Francia; e
non avendo donna, che era morta, lasciò una sua figliuola da marito in
serbanza in uno munistero, del quale non accade dirvi ora el nome.
-Fra.- Che è seguito?
-Li.- Ã seguito, che o per stracurataggine delle monache o per
cervellinaggine della fanciulla, la si truova gravida di quattro mesi;
di modo che, se non si ripara con prudenza, el dottore, le monache, la
fanciulla, Cammillo, la casa de' Calfucci è vituperata; ed il dottore
stima tanto questa vergogna, che s'è botato, quando la non si palesi,
dare trecento ducati per l'amore di Dio.
-Ni.- Che chiacchiera!
-Li.-(State cheto). E daragli per le vostre mane, e voi solo e la
badessa ci potete rimediare.
-Fra.- Come?
-Li.- Persuadere alla badessa, che dia una pozione alla fanciulla per
farla sconciare.
-Fra.- Cotesta è cosa da pensarla.
-Li.- Guardate, nel fare questo, quanti beni ne resulta. Voi mantenete
l'onore al monistero, alla fanciulla, a' parenti, rendete al padre una
figliuola, satisfate qui a messere, a tanti sua parenti, fate tante
elemosine quante con questi trecento ducati potete fare; e dall'altro
canto voi non offendete altro che un pezzo di carne non nata, senza
senso, che in mille modi si può sperdere; ed io credo che quello sia
bene, che facci bene a' più, e che e' più se ne contentino.
-Fra.- Sia col nome di Dio. Faccisi ciò che volete, e per Dio e per
carità sia fatto ogni cosa. Ditemi el munistero, datemi la pozione, e
se vi pare, cotesti danari, da potere cominciare a fare qualche bene.
-Li.- Or mi parete voi quello religioso che io credevo che voi fussi.
Togliete questa parte dei danari. El munistero èâ¦... Ma aspettate, egli
è qua in chiesa una donna che m'accenna; io torno ora ora, non vi
partite da Messer Nicia, io le vo' dire dua parole.
[III. 5]
FRATE, NICIA.
-Fra.- Questa fanciulla che tempo ha?
-Ni.- Io strabilio.
-Fra.- Dico, quanto tempo ha questa fanciulla?
-Ni.- Mal che Dio li dia.
-Fra.- Perché?
-Ni.- Perché e' se lo abbia.
-Fra.- E' mi par essere nel gagno. Io ho a fare con un pazzo e con
un sordo. L'un si fugge, l'altro non ode. Ma se questi non sono
quarteruoli, io ne farò meglio di loro. Ecco Ligurio, che torna in qua.
[III. 6]
LIGURIO, FRATE, NICIA.
-Li.- State cheto, Messere; oh, io ho la gran nuova, padre!
-Fra.- Quale?
-Li.- Quella donna con chi io ho parlato, mi ha detto che quella
fanciulla si è sconcia per sé stessa.
-Fra.- Bene, questa limosina andrà alla Grascia.
-Li.- Che dite voi?
-Fra.- Dico che voi tanto più doverrete fare questa limosina.
-Li.- La limosina si farà , quando voi vogliate; ma e' bisogna, che voi
facciate un'altra cosa in benefizio qui del dottore.
-Fra.- Che cosa è?
-Li.- Cosa di minor carico, di minore scandolo, più accetta a noi, più
utile a voi.
-Fra.- Che è? Io son in termine con voi, e parmi avere contratta tale
dimestichezza, che non è cosa che io non facessi.
-Li.- Io ve lo vo' dire in chiesa da me e voi, e el dottore fia
contento di aspettare qui. Noi torniamo ora.
-Ni.- Come disse la botta all'erpice.
-Fra.- Andiamo.
[III. 7]
NICIA -solo.-
à egli di dì, o di notte? son io desto, o sogno? Son io imbriaco, e
non ho beuto ancora oggi, per ire drieto a queste chiacchiere? Noi
rimanghiam di dire al frate una cosa, e' ne dice un'altra; poi volle
che io facessi el sordo, e bisognava che io m'impeciassi gli orecchi
come el Danese, a volere che io non avessi udito le pazzie che egli
ha dette, e Dio el sa a che proposito! lo mi truovo meno venticinque
ducati, e del fatto mio non s'è ancora ragionato, ed ora m'hanno qui
posto, come un zugo, a piuolo. Ma eccogli che tornano, in malora per
loro, se non hanno ragionato del fatto mio.
[III. 8]
FRATE, LIGURIO, NICIA.
-Fra.- Fate che le donne venghino. Io so quello che io ho a fare; e se
l'autorità mia varrà , noi concluderemo questo parentado questa sera.
-Lig.- Messer Nicia, fra Timoteo è per fare ogni cosa. Bisogna vedere
che le donne vengano.
-Ni.- Tu mi ricrei tutto quanto. Fia egli maschio?
-Li.- Maschio.
-Ni.- Io lacrimo per la tenerezza.
-Fra.- Andatevene in Chiesa, io aspetterò qui le donne. State in lato
che le non vi vegghino; e partite che le fieno, vi dirò quello che
l'hanno detto.
[III. 9]
FRATE TIMOTEO -solo.-
Io non so chi s'abbi giuntato l'un l'altro. Questo tristo Ligurio ne
venne a me con quella prima novella per tentarmi, acciò, se io non
gliene consentiva, non mi arebbe detta questa, per non palesare e'
disegni loro senza utile, e di quella che era falsa non si curavono.
Egli è vero che io ci sono stato giuntato; nondimeno questo giunto
è con mio utile. Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno
per diversi rispetti sono per trarre assai; la cosa conviene che stia
segreta, perché l'importa cosi a loro a dirla, come a me. Sia come
si voglia, io non me ne pento. Ã ben vero che io dubito non ci avere
difficultà , perché madonna Lucrezia è savia e buona; ma io la giugnerò
in sulla bontà . E tutte le donne hanno poco cervello; e come n'è una
che sappia dire dua parole, e' se ne predica, perché in terra di ciechi
chi v'ha un occhio è signore. Ed eccola con la madre, la quale è bene
una bestia, e sarammi un grande aiuto a condurla alle mie voglie.
[III. 10]
SOSTRATA, LUCREZIA.
-So.- Io credo che tu creda, figliuola mia, che io stimi l'onore tuo
quanto persona del mondo, e che io non ti consigliassi di cosa che non
stessi bene. Io t'ho detto e ridicoti, che se fra Timoteo ti dice che
non ci sia carico di coscienza che tu lo faccia senza pensarvi.
-La.- Io ho sempre mai dubitato, che la voglia che Messere Nicia ha
d'avere figliuoli non ci faccia fare qualche errore: e per questo,
sempre che lui mi ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia
e sospesa, massime poi che m'intervenne quello voi sapete per andare a'
Servi. Ma di tutte le cose che si son tentate, questa mi pare la più
strana, di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad
essere cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei,
se io fussi sola rimasa nel mondo, e da me avessi a risurgere l'umana
natura, che mi fussi simile partito concesso.
-So.- Io non ti so dire tante cose, figliuola mia. Tu parlerai al
frate, vedrai quello che ti dirà , e farai quello che tu dipoi sarai
consigliata da lui, da noi e da chi ti vuole bene.
-Lu.- Io sudo per la passione.
[III. 11]
FRATE, LUCREZIA, SOSTRATA.
-Fra.- Voi siate le ben venute. Io so quello che voi volete intendere
da me, perché Messere Nicia m'ha parlato. Veramente io son stato in su'
libri più di due ore a studiare questo caso; e dopo molte esamine, io
truovo di molte cose, che e in particulare e in generale fanno per noi.
-La.- Parlate voi davvero, o motteggiate?
-Fra.- Ah! madonna Lucrezia, son queste cose da motteggiare? Avetemi
voi a conoscere ora?
-La.- Padre no; ma questa mi pare la più strana cosa che mai si udisse.
-Fra.- Madonna, io ve lo credo, ma io non voglio che voi diciate
più cosi. E' sono molte cose, che discosto paiano terribile,
insopportabile, strane; e quando tu ti appressi loro, le riescono
umane, sopportabile, dimestiche; e però si dice che sono maggiori li
spaventi ch'e' mali; e questa è una di quelle.
-La.- Dio el voglia.
-Fra.- Io voglio tornare a quello che io diceva prima. Voi avete,
quanto alla coscienzia, a pigliare questa generalità , che dove è un ben
certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura
di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete
una anima a Messer Domenedio; el male incerto è, che colui che iacerÃ
dopo la pozione con voi, si muoia. Ma e' si truova anche di quelli che
non muoiono; ma perché la cosa è dubbia, però è bene che Messer Nicia
non incorra in quel periculo. Quanto all' atto che sia peccato, questo
è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e
la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete;
pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine
se ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si è riempiere una
sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibbia, che le
figliole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usarono con
el padre; e perché la loro intenzione fu buona, non peccarono.
-Lu.- Che cosa mi persuadete voi?
-So.- Lasciati persuadere, figliuola mia. Non vedi tu che una donna che
non ha figliuoli, non ha casa? Muorsi el marito, resta come una bestia
abbandonata da ognuno.
-Fra.- Io vi giuro, madonna, per questo petto sacrato, che tanta
coscienzia vi è ottemperare in questo caso al marito vostro, quanto
vi è mangiare carne el mercoledì, che è un peccato, che se ne va con
l'acqua benedetta.
-Lu.- A che mi conducete voi, padre?
-Fra.- Conducovi a cose, che voi sempre arete cagione di pregare Dio
per me; e più vi satisfarà questo altro anno che ora.
-So.- Ella farà ciò che voi vorrete. Io la voglio mettere stasera al
letto io. Di che hai tu paura, moccicona? E' c'è cinquanta donne in
questa terra che ne alzerebbero le mani al cielo.
-La.- Io son contenta; ma non credo mai essere viva domattina.
-Fra.- Non dubitare, figliuola mia, io pregherò Dio per te, io dirò
l'orazione dell'agnol Raffaello, che t'accompagni. Andate in buona ora,
e preparatevi a questo misterio, che si fa sera.
-So.- Rimanete in pace, padre.
-Lu.- Dio m'aiuti e la nostra Donna, che io non capiti male.
[III. 12]
FRATE, LIGURIO, MESSER NICIA.
-Fra.- O Ligurio, uscite qua.
-Li.- Come va?
-Fra.- Bene. Le sono ite a casa disposte a fare ogni cosa, e non ci fia
difficultà , perché la madre si andrà a stare seco, e vuolla mettere a
letto lei.
-Ni.- Dite voi el vero?
-Fra.- Bembé, voi siete guarito del sordo.
-Li.- San Chimenti gli ha fatto grazia.
-Fra.- E' si vuol porvi una immagine per rizzarvi un poco di
baccanella, acciò che io abbia fatto questo guadagno con voi.
-Ni.- Noi entriamo in cetere. Farà la donna difficultà di fare quel che
io voglio?
-Fra.- Non, vi dico.
-Ni.- Io sono el più contento uomo del mondo.
-Fra.- Credolo. Voi vi beccherete un fanciullo maschio; e chi non ha
non abbia.
-Li.- Andate, frate, alle vostre orazioni, e se bisognerà altro, vi
verreno a trovare. Voi, Messere, andate a lei per tenerla ferma in
questa opinione, e io andrò a trovare maestro Callimaco, che vi mandi
la pozione; e all'una ora fate che io vi rivegga, per ordinare quello
che si de' fare alle quattro.
-Ni.- Tu di' bene; addio.
-Fra.- Andate sani.
Canzone.
Sì suave è l'inganno
Al fin condotto desiato e caro;
Ch'altrui spoglia d'affanno,
E dolce face ogni gustato amaro.
O rimedio alto e raro,
Tu mostri il dritto calle all'alme erranti;
Tu, col tuo gran valore,
Nel far beato altrui fai ricco Amore,
Tu vinci sol co' tuoi consigli santi
Pietre, veneni e incanti.
[IV. 1]
CALLIMACO -solo.-
Io vorrei pure intendere quello che costoro hanno fatto. Può egli
essere che io non rivegga Ligurio? E non che le ventitré, le sono
ventiquattro ore. In quanta angustia d'animo sono io stato e sto! Ed
è vero che la fortuna e la natura tiene el conto per bilancio: la non
ti fa mai un bene, che all'incontro non surga un male. Quanto più mi
è cresciuta la speranza, tanto mi è cresciuto el timore. Misero a me!
Sarà egli mai possibile che io viva in tanti affanni e perturbato
da questi timori e queste speranze? Io sono una nave vessata da due
diversi venti, che tanto più teme quanto ella è più presso al porto.
La semplicità di Messere Nicia mi fa sperare, la providenzia e durezza
di Lucrezia mi fa temere. Oimé, che io non truovo requie in alcuno
loco! Talvolta io cerco di vincere me stesso, riprendomi di questo mio
furore, e dico meco: che fai tu? se' tu impazzato? quando tu l'ottenga,
che fia? Conoscerai el tuo errore, pentira'ti delle fatiche e de'
pensieri che hai avuti. Non sai tu quanto poco bene si truova nelle
cose che l'uomo desidera, rispetto a quelle che l'uomo ha presupposte
trovarvi? Da l'altro canto el peggio che te ne va è morire, e andarne
in inferno; e' son morti tanti degli altri: e sono in inferno tanti
uomini da bene. Ha'ti tu a vergognare d'andarvi tu? Volgi il viso
alla sorti; fuggi el male, o non lo potendo fuggire, sopportalo come
uomo; non ti prosternere, non ti invilire come una donna. E cosi mi fo
di buon cuore, ma io ci sto poco su, perché da ogni parte mi assalta
tanto desio d'essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante
de' pie al capo tutto alterare: le gambe triemono, le viscere si
commuovono, il core mi si sbarba del petto, le braccia s'abbandonano,
la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliono, el cervello mi gira.
Pure, se io trovassi Ligurio, io arei con chi sfogarmi. Ma ecco che
viene verso me ratto. El rapporto di costui mi farà o vivere ancor
qualche poco, o morire affatto.
[IV. 2]
LIGURIO, CALLIMACO.
-Li.- Io non desiderai mai più tanto di trovare Callimaco, e non penai
mai più tanto a trovarlo. Se io li portassi triste nuove, io l'arei
riscontro al primo. Io sono stato a casa, in piazza, in mercato, al
pancone delli Spini, alla Loggia de' Tornaquinci, e non l'ho trovato.
Questi innamorati hanno l'ariento vivo sotto piedi, e' non si possono
fermare.
-Ca.- Veggo Ligurio andar di qua guardando, debbe forse cercar di me.
Che sto io che io non lo chiamo? E' mi pare pure allegro: o Ligurio!
Ligurio!
-Li.- O Callimaco, dove sei tu stato?
-Ca.- Che novelle?
-Li.- Buone.
-Ca.- Buone in verità ?
-Li.- Ottime.
-Ca.- Ã Lucrezia contenta?
-Li.- Si.
-Ca.- Il frate fece el bisogno?
-Li.- Fece.
-Ca.- O benedetto frate! Io pregherò sempre Dio per lui.
-Li.- Oh buono! Come se Dio facessi le grazie del male, come del bene.
Il frate vorrà altro che preghi.
-Ca.- Che vorrà ?
-Li.- Danari.
-Ca.- Darengliene. Quanti ne gli hai promessi?
-Li.- Trecento ducati.
-Ca.- Hai fatto bene.
-Li.- El dottore n'ha sborsati venticinque.
-Ca.- Come?
-Li.- Bastiti che gli ha sborsati.
-Ca.- La madre di Lucrezia che ha fatto?
-Li.- Quasi el tutto. Come la intese, che la sua figliuola aveva
avere questa buona notte senza peccato, la non restò mai di pregare,
comandare, confortare la Lucrezia, tanto che la la condusse al frate, e
quivi operò in modo, che l'acconsentì.
-Ca.- O Dio! Per quali mia meriti debbo io avere tanti beni? Io ho a
morire per la allegrezza.
-Li.- Che gente è questa? Or per l'allegrezza, or pel dolore, costui
vuol morire in ogni modo. Hai tu ad ordine la pozione?
-Ca.- Sì ho.
-Li.- Che li manderai?
-Ca.- Un bicchiere di ipocras che è a proposito a racconciare lo
stomaco, rallegra el cervello. Ahimè, ohimè, io sono spacciato!
-Li.- Che è? Che sarà ?
-Ca.- E' non ci è remedio.
-Li.- Che diavol fia.
-Ca.- E' non si è fatto nulla, io mi sono murato in uno forno.
-Li.- Perché? Che non lo di'? Levati le man dal viso.
-Ca.- O non sai tu che io ho detto a Messere Nicia che tu, lui, Siro ed
io piglieremo uno per metterlo allato alla moglie?
-Li.- Che importa?
-Ca.- Come, che importa? Se io son con voi, non potrò essere quello che
sia preso; se io non sono, e' si avvedrà dello inganno.
-Li.- Tu di' el vero; ma non ci è egli remedio?
-Ca.- Non credo io.
-Li.- Sì, sarà bene.
-Ca.- Quale?
-Li.- Io voglio un poco pensarlo.
-Ca.- Tu mi hai chiarito; io sto fresco, se tu l'hai a pensare ora.
-Li.- Io l'ho trovato.
-Ca.- Che cosa?
-Li.- Farò che 'l frate che ci ha aiutato infino a qui, farà questo
resto.
-Ca.- In che modo?
-Li.- Noi abbiamo tutti a travestirci. Io farò travestire el frate:
contraffarà la voce, el viso, l'abito; e dirò al dottore che tu sia
quello; e' sel crederà .
-Ca.- Piacemi, ma io che farò?
-Li.- Fo conto che tu ti metta un pitocchino indosso, e con un liuto in
mano te ne venga costì dal canto della sua casa, cantando un canzoncino.
-Ca.- A viso scoperto?
-Li.- Sì, che se tu portassi una maschera, gli entrerebbe 'n sospetto.
-Ca.- E' mi conoscerà .
-Li.- Non farà , perché io voglio che tu ti storca el viso, che tu apra,
aguzzi o digrigni la bocca, chiugga un occhio. Pruova un poco.
-Ca.- Fo io così?
-Li.- No.
-Ca.- Così?
-Li.- Non basta.
-Ca.- A questo modo?
-Li.- Sì sì, tieni a mente cotesto; io ho un naso in casa; io vo' che
tu te l'appicchi.
-Ca.- Orbé, che sarà poi?
-Li.- Come tu sarai comparso in sul canto, noi sarem quivi, torrenti
el liuto, piglierenti, aggireremo, condurrenti in casa, metterenti al
letto. El resto doverrai tu far da te.
-Ca.- Fatto sta condursi.
-Li.- Qui ti condurrai tu, ma a fare che tu vi possa ritornare, sta a
te, e non a noi.
-Ca.- Come?
-Li.- Che tu te la guadagni in questa notte, e che innanzi che tu ti
parta, te le dia a conoscere, scuoprale lo inganno, mostrile l'amore le
porti, dicale el bene le vuoi; e come senza sua infamia la può essere
tua amica, e con sua grande infamia tua nimica. Ã impossibile che la
non convenga teco e che la voglia che questa notte sia sola.
-Ca.- Credi tu cotesto?
-Li.- Io ne sono certo. Ma non perdiam più tempo, e' son già dua ore.
Chiama Siro, manda la pozione a Messer Nicia, e me aspetta in casa. Io
andrò per el frate; farollo travestire, e condurremo qui, e troverremo
el dottore, e faremo quel manca.
-Ca.- Tu di' ben. Va via.
[IV. 3]
CALLIMACO, SIRO.
-Ca.- O Siro!
-Si.- Messere!
-Ca.- Fatti costì.
-Si.- Eccomi.
-Ca.- Piglia quello bicchiere d'argento, che è drento allo armario di
camera, e coperto con un poco di drappo, portamelo, e guarda a non lo
versare per la via.
-Si.- Sarà fatto.
-Ca.- Costui è stato dieci anni meco, e sempre mi ha servito
fedelmente. Io credo trovare anche in questo caso fede in lui; e benché
io non gli abbi comunicato questo inganno, e' se lo indovina, che gli è
cattivo bene, e veggo che si va accomodando.
-Si.- Eccolo.
-Ca.- Sta bene. Tira, va' a casa Messere Nicia, e digli che questa è la
medicina che ha a pigliare la donna dopo cena subito; e quanto prima
cena, tanto sarà meglio; e come noi saremo in sul canto ad ordine al
tempo, e' facci d'esservi. Va' ratto.
-Si.- I' vo.
-Ca.- Odi qua. Se vuole che tu l'aspetti, aspettalo, e vientene quivi
con lui; se non vuole, torna qui da me, dato che tu glien'hai e fatto
che tu gli avrai l'ambasciata.
-Si.- Messere sì.
[IV. 4]
CALLIMACO -solo.-
Io aspetto che Ligurio torni col frate; e chi dice che egli è dura cosa
l'aspettare, dice el vero. Io scemo ad ognora dieci libbre pensando
dove io sono ora, e dove io potrei essere di qui a due ore, temendo che
non nasca qualche cosa che interrompa el mio disegno. Che se fusse,
e' fia l'ultima notte della vita mia, perché o io mi gitterò in Arno,
o io mi appiccherò, o io mi gitterò da quelle finestre, o io mi darò
d'un coltello in sullo uscio suo. Qualche cosa farò io perché io non
viva più. Ma io veggo Ligurio? Egli è desso, egli ha seco uno, che pare
sgrignuto, zoppo; e' fia certo el frate travestito. O frati! Conoscine
uno, e conoscigli tutti. Chi è quell'altro che si è accostato a loro?
E' mi pare Siro, che ara di già fatto l'ambasciata al dottore; egli è
desso. Io gli voglio aspettare qui per convenire con loro.
[IV. 5]
SIRO, LIGURIO, FRATE -travestito-, CALLIMACO.
-Si.- Chi è teco, Ligurio?
-Li.- Uno uom da bene.
-Si.- E' egli zoppo, o fa le vista?
-Li.- Bada ad altro.
-Si.- Oh! gli ha el viso del gran ribaldo!
-Li.- Deh, sta cheto; ché ci hai fracido! Ov'è Callimaco?
-Ca.- Io son qui. Voi siete e' benvenuti.
-Li.- O Callimaco, avvertisci questo pazzerello di Siro; egli ha detto
già mille pazzie.
-Ca.- Siro, odi qua: tu hai questa sera a fare tutto quello che ti dirÃ
Ligurio, e fa conto, quando e' ti comanda, che sia io; e ciò che tu
vedi, senti o odi, hai a tenere secretissimo, per quanto tu stimi la
roba, l'onore, la vita mia e il ben tuo.
-Si.- Cosi si farà .
-Ca.- Desti tu el bicchiere al dottore?
-Si.- Messere sì.
-Ca.- Che disse?
-Si.- Che sarà ora ad ordine di tutto.
-Fra.- Ã questo Callimaco?
-Ca.- Sono a' comandi vostri. Le proferte tra noi sien fatte; voi
avete a disporre di me e di tutte le fortune mia, come di voi.
-Fra.- Io l'ho inteso, e credolo, e sommi messo a fare quello per te,
che io non arei fatto per uomo del mondo.
-Ca.- Voi non perderete la fatica.
-Fra.- E' basta che tu mi voglia bene.
-Li.- Lasciamo stare le cerimonie. Noi andremo a travestirci, Siro ed
io. Tu, Callimaco, vien con noi, per potere ire a fare e' fatti tua.
El frate ci aspetterà qui; noi torneremo subito, e anderemo a trovare
Messere Nicia.
-Ca.- Tu di' bene, andiamo.
-Fra.- Vi aspetto.
[IV. 6]
FRATE -solo travestito.-
E' dicono el vero quelli che dicono che le cattive compagnie conducono
gli uomini alle forche; e molte volte uno capita male, così per essere
troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa che
io non pensava ad iniuriare persona, stavomi nella mia cella, dicevo
el mio ufizio, intrattenevo e' mia devoti; capitommi innanzi questo
diavolo di Ligurio, che mi fece intignere el dito in uno errore, donde
io vi ho messo el braccio, e tutta la persona, e non so ancora dove
io m'abbia a capitare. Pure mi conforto, che quando una cosa importa
a molti, molti ne hanno avere cura. Ma ecco Ligurio e quel servo che
tornano.
[ IV. 7]
FRATE, LIGURIO, SIRO.
-Fra.- Voi siate e' ben tornati.
-Li.- Stiam noi bene?
-Fra.- Benissimo.
-Li.- E' ci manca el dottore. Andiam verso casa sua; e' son più di tre
ore, andiam via?
-Si.- Chi apre l'uscio suo? Ã egli el famiglio?
-Li.- No: gli è lui. Ah, ah, ah, eh!
-Si.- Tu ridi?
-Li.- Chi non riderebbe? Egli ha un guarnacchino indosso, che non gli
cuopre el culo. Che diavolo ha egli in capo? E' mi pare un di questi
gufi de' canonici, e uno spadaccino sotto, ah, ah! e' borbotta non so
che; tiriamci da parte, e udiremo qualche sciagura della moglie.
[IV. 8]
MESSER NICIA -travestito.-
Quanti lezii ha fatto questa mia pazza! Ell'ha mandato le fante a casa
la madre, e il famiglio in villa. Di questo io la laudo; ma io non la
lodo già , che innanzi che la ne sia voluta ire al letto, ell'abbi fatto
tante schifiltà . Io non voglio... Come farò io... Che mi fate voi
fare?... O me! mamma mia... E se non che la madre le disse il padre
del porro, la non entrava in quel letto. Che le venga la contina! Io
vorrei ben vedere le donne schizzinose, ma non tanto; ché ci ha tolta
la testa, cervello di gatta! Poi chi dicessi: impiccata sia la più
savia donna di Firenze, la direbbe: che t'ho io fatto? Io so che la
Pasquina entrerà in Arezzo, e innanzi che io mi parta da giuoco, io
potrò dire come Monna Ghinga: di veduta con queste mane. Io sto pur
bene! Chi mi conoscerebbe? Io paio maggiore, più giovane, più scarzo; e
non sarebbe donna che mi togliessi danari di letto. Ma dove troverò io
costoro?
[IV. 9]
LIGURIO, MESSERE MICIA, FRATE -travestito,- SIRO.
-Li.- Buona sera, messere.
-Ni.- Oh, eh, eh!
-Li.- Non abbiate paura, no' sian noi.
-Ni.- Oh! voi siete tutti qui. Se io non vi conoscevo presto, io vi
davo con questo stocco el più diritto che io sapevo. Tu se' Ligurio? E
tu Siro? E quello altro, el Maestro? ah!
-Li.- Messere, sì.
-Ni.- Togli. Oh! s'è contraffatto bene, e non lo conoscerebbe. Va qua
tu.
-Li.- Io gli ho fatto mettere dua noce in bocca, perché non sia
conosciuto alla voce.
-Ni.- Tu se' ignorante.
-Li.- Perché?
-Ni.- Che non me'l dicevi tu prima? Ed are'mene messo anch'io dua, e
sai se l'importa non essere conosciuto alla favella.
-Li.- Togliete, mettetevi in bocca questo.
-Ni.- Che è ella?
-Li.- Una palla di cera.
-Ni.- Dalla qua, ca, pu, ca, co, co, cu, cu, spu. Che ti venga la
seccaggine, pezzo di manigoldo!
-Li.- Perdonatemi, che io ve ne ho data una in scambio, che io non me
ne sono avveduto.
-Li.- Ca, ca, pu, pu. Di che, che, che, era?
-Li.- D'aloe.
-Ni.- Sia in malora! spu, spu. Maestro, voi non dite nulla?
-Fra.- Ligurio mi ha fatto adirare.
-Ni.- Oh! voi contraffate ben la voce.
-Li.- Non perdiam più tempo qui. Io voglio essere el capitano, e
ordinare l'esercito per la giornata. Al destro corno sia preposto
Callimaco, al sinistro io, intra le due corna starà qui el dottore.
Siro fia retroguardo, per dare sussidio a quella banda che inclinassi.
El nome sia San Cucù.
-Ni.- Chi è San Cucù?
-Li.- à el più onorato santo che sia in Francia. Andian via, mettian l'
agguato a questo canto. State a udire: io sento un liuto.
-Ni.- Egli è esso. Che vogliam fare?
-Li.- Vuolsi mandare innanzi uno esploratore a scoprire chi egli è, e
secondo ei referirà , secondo faremo.
-Ni.- Chi v' andrà ?
-Li.- Va via, Siro. Tu sai quello hai a fare. Considera, esamina, torna
presto, referisci.
-Si.- Io vo.
-Ni.- Io non vorrei che noi pigliassimo un granchio, che fussi qualche
vecchio debole o infermiccio; e che questo giuoco si avesse a rifare
domandassera.
-Li.- Non dubitate, Siro è valente uomo. Eccolo, e' torna. Che truovi,
Siro?
-Si.- Egli è el più bel garzonaccio che voi vedessi mai. Non ha
venticinque anni, e viensene solo in pitocchino, sonando il liuto.
-Ni.- Egli è el caso, se tu di' el vero; ma guarda, che questa broda
sarebbe tutta gittata addosso a te.
-Si.- Egli è quel che io v' ho detto.
-Li.- Aspettiamo ch'egli spunti questo canto, e subito gli saremo
addosso.
-Ni.- Tiratevi in qua, maestro; voi mi parete un uom di legno. Eccolo.
-Ca.- «Venir ti possa el diavolo allo letto. Da poi che io non ci posso
venire io».
-Li.- Sta forte. Da' qua questo liuto.
-Ca.- Ohimè! che ho io fatto?
-Ni.- Tu el vedrai. Cuoprigli el capo, imbavaglialo.
-Li.- Aggiralo.
-Ni.- Dagli un'altra volta, dagliene un'altra, mettetelo in casa.
-Fra.- Messere Nicia, io m'andrò a riposare, che mi duole la testa, che
io muoio. E se non bisogna, io non tornerò domattina.
-Ni.- Sì, maestro, non tornate; noi potrem fare da noi.
[IV. 10]
FRATE -solo.-
E' sono intanati in casa, e io me ne andrò al convento; e voi,
spettatori, non ci appuntate, perché in questa notte non ci dormirÃ
persona, sì che gli atti non sono interrotti dal tempo. Io dirò
l'uffizio. Ligurio e Siro ceneranno, che non hanno mangiato oggi, el
dottore andrà di camera in sala, perché la cucina vada netta. Callimaco
e madonna Lucrezia non dormiranno, perché io so se io fussi lui, e se
voi fussi lei, che noi non dormiremmo.
Canzone.
O dolce notte, oh sante
Ore notturne e quete,
Ch'i disiosi amanti accompagnate;
In voi s'adunan tante
Letizie, onde voi siete
Sole cagion di far l'alme beate.
Voi giusti premii date
All'amorose schiere
Delle lunghe fatiche,
Voi fate, o felici ore,
Ogni gelato petto arder d'amore.
[V. 1]
FRATE -solo.-
Io non ho potuto questa notte chiudere occhio, tanto è il desiderio che
io ho d'intendere come Callimaco e gli altri l'abbiano fatto. Ed ho
atteso a consumare el tempo in varie cose: io dissi mattutino, lessi
una vita dei Santi Padri, andai in chiesa ed accesi una lampana che era
spenta, mutai uno velo ad una Madonna che fa miracoli. Quante volte
ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano
poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento imagine,
e non ve ne sono oggi venti; questo nasce da noi, che non le abbiamo
saputa mantenere la reputazione. Noi vi solavamo ogni sera dopo la
compieta andare a processione, e farvi cantare ogni sabato le laude.
Botavanci noi sempre quivi, perché vi si vedessi delle imagine fresche;
confortavamo nelle confessioni gli uomini e le donne a botarvisi. Ora
non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo se le cose vanno
fredde! Oh, quanto poco cervello è in questi mia frati! Ma io sento uno
grande romore da casa
Messere Nicia. Eccogli per mia fé; e' cavono fuori el prigione. Io
sarò giunto a tempo. Ben si sono indugiati alla sgocciolatura; e' si
fa appunto l' alba. Io voglio stare a udire quello che dicono, senza
scuoprirmi.
[V. 2]
MESSERE NICIA, LIGURIO, SIRO.
-Ni.- Piglialo di costà , ed io di qua; e tu, Siro, lo tieni per il
pitocco di drieto.
-Ca.- Non mi fate male.
-Li.- Non aver paura, va pur via.
-Ni.- Non andiam più là .
-Li.- Voi dite bene, lascialo ire qui. Diamgli due volte, che non sappi
donde el si sia venuto. Giralo, Siro.
-Si.- Ecco.
-Ni.- Giralo un'altra volta.
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