procediamo dalla constatazione del noto per arrivare a comprendere
l’ignoto. È così che il rito giudiziario completa le prescrizioni
della legge repressiva; poichè la imputabilità, avendo bisogno di
individualizzarsi per partorire la responsabilità, non può far a meno
di date prove di fatto raccolte e coordinate secondo norme logiche
prestabilite e consecrate da apposite prescrizioni rituali.
Chi opera, esteriorizza il suo essere intrinseco; ondechè l’azione
non è che la manifestazione di ciò che rimane occulto; di ciò che è
la somma della vita psichica individuale, dagli elementi sensitivi,
emotivi ed intellettivi, alla più completa formazione della coscienza,
della intelligenza, della volontà. Il delitto, dunque, considerato
obbiettivamente nella azione, non è mai un fatto -fortuito-, dipendente
del tutto da accidentalità di tempo e di luogo; è l’indice della
costituzione organica dell’agente, fisica e psichica: il suo fattore
è sempre a ricercarsi, come bene si esprime il Garofalo, nella
-specialità- dell’-individuo-, plasmato dalla natura in modo da essere
-delinquente-[86].
Gli atti esecutivi si differenziano secondo il fine cui tendono; il
fine rispecchia gl’interni propositi e completa la fisonomia morale
del carattere individuale. La composizione di questo carattere, pel
delinquente, perchè sia bene compresa, ci obbliga a rifarci alquanto
indietro ed a ricordare parecchie anomalie psichiche le quali informano
le modalità dell’azione, imprimendovi delle note interessantissime
nello apprezzamento degli elementi di prova processuale.
=2.=--Il Marro scrive, che il carattere saliente della mente dei
delinquenti è dato per lo più da una mancanza di riflessione, che,
congiunta ad egual difetto di affettività, li dispone a forme più
o meno gravi del delirio di persecuzione[87].--Questa anomalia di
esquilibrio dipendente dal prevalere di morbosa sentimentalità sul
contenuto ideale di associazione riflessa è causa di frequenti
-ossessioni- congiunte ad instabilità di propositi e di atti; il
che, a prima vista, sembra contraddittorio, ma è pur corrispondente
al vero. I delinquenti, per chi ne abbia pratica, sono i vinti, più
che della lotta per la vita, dell’invincibile potere di idee fisse
o ricorrenti di persecuzioni immaginarie, che, prendendo corpo e
rilievo per l’influsso deleterio di scompigliata fantasia, partecipano
alla psiche il fondo di grande vulnerabilità, predisponendola ad
atteggiarsi, senza difficoltà, secondo gli instabili eventi quotidiani.
Dai facili trascorsi in famiglia, nella tenera età, al continuo
cambiamento di occupazione e, in fine, al vagabondaggio, la esistenza
di codesti disgraziati è alla mercè di perenne flusso e riflusso di
forze antagoniste: la personalità si disgregherebbe più facilmente
del consueto, se non fosse tenuta salda da idee fisse, da sentimenti
giganteggianti, il cui esito è di ossessionare la mente, alterando il
carattere di volta in volta che le impulsioni rendonsi più intense.
La incoerenza psichica è causa di imprevidenza sulla possibilità
probatoria, di responsabilità, di atti che potevansi evitare o
effettuare altrimenti. Chi guarda l’azione criminosa, partendo
dall’atto compiuto, è soggetto ad ingannarsi se crede di dover seguire
i dettami della comune logica, cioè se crede di scorgere il necessario
legame causale tra i precedenti ed i concomitanti del delitto. Questo
legame esiste, ma è l’effetto di processo mentale anomalo, perchè
predisposto ed originato da fattori rappresentativi ed ideali di cui
difficilmente ci è concesso, -a posteriori-, di riprodurre in noi la
trama mentale.
L’eccessiva vanità dei delinquenti spiega come essi, con
un’imprevidenza inconcepibile, escano a parlare dei proprî delitti
prima e dopo d’averli compiuti, fornendo, così, l’arma più potente che
abbia la giustizia per coglierli e condannarli (Lombroso). Il che,
aggiungerei, è da manco di riflessione, perchè non si ha il potere di
controllare quel che si dice o si opera: il campo visivo della mente
è alterato da correnti di sentimentalità invadenti; l’io, staccandosi
dalla normale vita di relazione con l’ambiente, si isola e troneggia in
una sfera di fantasioso egoismo.
=3.=--Per procedere con più esattezza in quest’ultima parte del
processo psicologico del delitto, esamineremo separatamente:
-a-) la psicologia dell’azione criminosa dei delinquenti nati, o con
fondo di pazzia morale o di epilessia;
-b-) quella dei delinquenti passionali;
-c-) quella dei delinquenti di occasione.
Facendo principio dal delinquente nato, osserviamo che in esso lo
stato di esquilibrio psichico presenta completa organizzazione a base
di fattori degenerativi ereditarî e di fusione integrativa degli
elementi similari dell’ambiente. La energia criminosa ereditaria, a
contatto con le forze ambienti, si è corroborata, intensificata, ed
eliminando, dalla organizzazione dell’io individuale, gli elementi
estranei alla sua natura, si è unificata con analoga specificazione.
La forma psichica, che ne risulta, apparisce senza veruna impronta di
rappresentazione dell’ordine dinamico esteriore con l’ordine immanente
di stati di coscienza: il sentimento altruista, di famiglia, di
sociabilità, di simpatia non esiste, e dal suo luogo domina assoluto
il senso di egotismo, che dispone il delinquente a sentirsi estraneo
tra’ simili, anzi in lotta con essi perchè diversamente da lui
conformati. Se lo sviluppo mentale si è tenuto basso, il delinquente
nato neppur bada ai controstimoli del delitto; per lui la legge penale,
la morale, i costumi, la pubblica opinione son come non esistessero;
appena, ma di rado, son percepiti o ricordati siccome incentivi ad
eseguire il maleficio con maggiore astuzia ed accortezza. Se, poi,
lo sviluppo mentale si è arricchito di alquanta coltura e la vita di
relazione si è resa vieppiù complessa, il ricordo dei controstimoli
serve ad accrescere la morbosità fantastica dell’azione criminosa,
poichè è causa per cui dal fondo pervertito del criminale venga su
la irresistibile tendenza ad agire in controsenso ed a dispetto del
comune modo di sentire e di giudicare. La lotta di prevalenza sociale,
che per l’uomo normale si svolge con lo sforzo di arricchirsi di
qualità morali preminenti o di maggiori sostanze economiche, frutto
di progredita attività, nella mente del criminale si prospetta con le
parvenze di antagonismo brutale, con l’urto dispettoso di presunti
nemici o persecutori, con l’assenza di ogni traccia di probità o di
pietà. Basta il minimo motivo per coonestare i più atroci misfatti:
leggasi in Despine[88], in Lombroso[89] i moltissimi esempî di
delinquenti, che si scusarono da immani delitti adducendo dei motivi
i quali sembravano ridicoli pretesti. La polizia giudiziaria, messa
sulla traccia di trovare il responsabile di alcun grave delitto,
molte volte erra nel seguire ipotesi, che a lei vengono suggerite
dai presupposti di ordinaria esperienza dei fatti umani; perchè
credesi che il reo abbia dovuto aver rilevante motivo all’azione, e
che questa abbia dovuto consumarsi con tutto l’apparato di mezzi
scelti e creduti meglio adatti all’intento criminoso. Niente di tutto
questo: il delitto è l’effetto di circostanza, di motivo futilissimo;
talfiata è il mezzo di soddisfazione degli istinti perversi che trovano
nell’azione il completamento ad una attività irrefrenabile. Il vero
motivo presupposto di processo logico degenerativo è a ricercarlo nel
fondo anomalo dell’anima del criminale; fondo che ben può indovinarsi
apprezzando senza preoccupazioni le modalità esteriori dell’azione, le
quali, tuttochè testimoni muti, sono abbastanza eloquenti per indurci a
scovrire il vero agente del delitto.
La fredda ferocia e la sensibilità apatica[90] di molti omicidî sono
l’indice dello stato psichico dei rei. La sensibilità, fisica e morale,
è nell’uomo integro il frutto di coefficienti organici biologici: se
questi coefficienti mancano, i nostri atti debbono essere in palese
opposizione con la comune condotta.
=4.=--Trattando degli stadi coscienti di formazione e di sviluppo del
delitto, mostrammo il processo integrativo o disintegrativo dell’anima
del criminale. Dovendo, ora, veder tali elementi rispecchiati
esteriormente nell’azione, converrà aggiungere altre osservazioni che
in precedenza furono appena adombrate.
La organizzazione anomala del delinquente nato percorre le fasi di
arresti dello sviluppo psichico: di qui la relazione biologica ed
antropologica tra il pazzo morale, l’epilettico ed il criminale.
Dallo stato di idiozia al deficiente equilibrio psichico ed
all’equilibrio pieno si hanno gradi considerevoli, a cui il
psicologo è obbligato a rivolgere la sua attenzione. «Per quanto
svariati--scrive Krafft-Ebing--possano essere i gradi della idiozia
(idiozia propriamente detta e imbecillità) pure vi ha sempre una
frontiera che la separa dalla debolezza mentale, e ciò consiste nel
fatto che le rappresentazioni psichiche, per quanto frammentarie ed
elementari, non possono compiersi spontaneamente ed indipendentemente
dagli elementi sensoriali, nè possono servire ad elaborare delle idee
astratte (concetti, giudizî). Ma anche la riproduzione delle idee,
pur ammesso che avvenga, si fa in modo incompleto, come quella che per
la massima parte tien dietro soltanto ad una eccitazione esterna o ad
un bisogno organico che si faccia sentire. È perciò che tutto quanto
l’andamento del processo ideativo decorre in modo puramente meccanico,
come se l’idea si fosse formata primitivamente. L’idiota completo
non è suscettibile di emozioni. Sono a lui sconosciuti e simpatia e
sentimenti sociali, ed esso non prova nemmeno il bisogno della vita
in società: egli ne gode i vantaggi senza comprenderne affatto il
significato etico. Egli è capace di reagire in un solo senso, e cioè
quando il suo -io-, così limitato, è contrariato. Allora reagisce con
la esplosione dell’ira la più veemente, ma che è addirittura esagerata,
e che si manifesta con una brutalità assolutamente sproporzionata allo
scopo»[91].
Lo stato più normale del delinquente nato è di debolezza o di
insufficienza nei processi mentali. Difettosa l’attività sensoriale,
difettosa la rappresentazione del mondo esterno; privo dell’idea
dell’intima essenza delle cose e dei loro minuti rapporti; privo della
ricchezza necessaria di linguaggio onde ricordare od esprimere le idee
che sorpassino le comunicazioni della vita, esso è insensibile al
bene ed al male altrui; credulo, inesperto, difeso più dall’astuzia
del felino che dalla previdenza di bruti alquanto evoluti. «A causa
della facile suggestionabilità, gli individui deboli di mente si
possono facilmente incitare a commettere dei gravi delitti con minacce,
intimidazioni e prestigio di autorità, e spesso diventano dei docili
strumenti nella mano di delinquenti nati più perversi»[92]. In omicidî
per mandato, in complicità per assistenza ed aiuto è molto facile
incontrarsi in uomini di tale natura: essi subiscono il fascino
dell’altrui azione suggestionatrice; obbedendo agli istinti malefici,
provano soddisfazione e piacere a sentirsi capaci, ciechi strumenti
nell’altrui mano, a commettere qualche impresa criminosa: per costoro
l’azione del delitto reca sforzi minori che il vincere l’ordinaria
apatia di carattere, poichè nel delitto essi trovano l’incentivo
più forte a rendersi attivi, a vivere della vita esteriore. Dopo il
delitto, la fantasia si accende e si esalta alla idea delle conseguenze
penali; la pubblica riprovazione del fatto risuona con eco di sorpresa
sulla indifferenza di animo di malfattori così fatti; ond’essi,
trasportati dalla corrente della pubblica curiosità ed incitati
dal solletico della vanità, non sanno a lungo nascondere il loro
malfatto; ma, o simulando o dissimulando, accentuano talmente i loro
atti, il linguaggio, le precauzioni, che finiscono con lo scoprirsi
ed esser puniti. Durante la esecuzione del maleficio, son mossi ed
accompagnati da contegno di tanto scetticismo da destare ribrezzo:
solo in qualche momento, il supremo dell’azione, la loro anima è
tempestosa; la mimica è felina, precipitosa fino alla incoscienza.
L’intento dell’utile, della vendetta, dello sfogo di odio, per cotesti
disgraziati, è piuttosto in apparenza il motivo del misfatto: essi
sono attratti dall’ignoto, che circonda sempre il maleficio: se questo
debba consumarsi a tradimento, con agguato, di notte, con mezzi
pericolosi, il delinquente nato, dalla mente debole, è più proclive ad
accettare; egli vede, nelle difficili circostanze, onde l’opera dovrà
accompagnarsi, tanti motivi che svegliano in lui un’attività nuova,
che lusingano la sua debolezza creandogli la illusione di compiere
imprese pari a quelle di uomini superiori per fortezza ed astuzia. La
idea di provarsi nei pericoli dell’azione ha attrattiva irresistibile:
insemina l’apatia, l’atonia di animo, la coscienza di debolezza, di
inferiorità è pel criminale la fonte d’un senso di avvilimento, di
disgusto da cui egli cerca tutte le vie per liberarsi; la prima che
gli si offra, sia anche pericolosa, è da lui accettata con entusiasmo.
Che se, poi, il delitto debba commettersi in più persone, da individui
di tempra superiore e da degenerati inferiori, questi ultimi si
trascinano con moto automatico: son pronti ed esatti nell’apprestare
i mezzi al delitto, fanno mostra di porsi in prima linea, e, compiuto
il fatto, acquistano la coscienza fittizia di sì grande superiorità da
schernire i complici ed arrogare a sè tutto il merito della riuscita.
Guai--però--se durante la esecuzione si è sorpresi da reazione per
parte della vittima, o la pubblica forza trovasi pronta ad arrestare i
rei: il delinquente, di che scriviamo, è preso da vero panico; manca in
lui la forza sufficiente a resistere, manca il coraggio di uomini che
abbiano la tempra morale elevata, tuttochè con impronta malefica.
=5.=--Tra le forme più accentuate della delinquenza con fondo
degenerativo ricorrono i casi di follie morali ed epilettiche.
Il delinquente folle è vittima di alterazioni psichiche, le quali o
spingono all’azione per stato depressivo di coscienza, ovvero per stato
impulsivo. Esempio della prima specie osservasi nella pazzia a forma
melanconica, i cui fenomeni consistono in una dolorosa disposizione
dell’animo, della quale mancano affatto o non vi sono sufficienti
ragioni nel mondo esterno, in un decadimento del sentimento di sè
stesso ed in una difficoltà generale nello svolgersi di tutti quanti
i processi psichici, la quale può giungere sino al loro temporaneo
arresto (Krafft-Ebing). L’individuo è oppresso da un’ansia angosciosa,
che lo circonda di tristizia e di sospetto; l’avvenire è buio, il
presente è opprimente, privo di speranza e di lusinghe. Quindi è che
il melanconico è spesso l’esecutore di azioni violente ed incomposte
ed è in preda ad una impulsività sfrenata con furore. «Questa attività
del melanconico--scrive Krafft-Ebing--non è che un fatto di reazione
provocata dalla tormentosa agitazione della coscienza, che può
giungere a tale da spingere il malato alla disperazione; ed allora
la potente eccitazione così prodotta può, almeno temporaneamente,
spezzare ogni freno interiore. A queste esplosioni affettive e a
queste reazioni del malato possono dar occasione delle impulsioni
penose o delle memorie dolorose, con i conseguenti moti passionali
della sorpresa e dell’attesa, nonchè delle sensazioni pervertite
sia fisiche (nevralgie, ecc.), sia psichiche (senso di sconsolata
anestesia psichica, inceppamento del pensiero, idee fisse, indecisioni,
il sentirsi come soggiogato dalla malattia). A ciò si aggiungono,
quali motivi importanti determinanti all’azione, e come complicanze
del quadro morboso sinora abbozzato della malinconia senza delirio,
certe sensazioni di angoscia (ansia precordiale) tali da provocare un
violento scoppio affettivo, nonchè delle allucinazioni sensoriali e
delle idee deliranti»[93].
=6.=--La manìa impulsiva merita più seria considerazione. «Un modo
di estrinsecarsi degli stati di degenerazione psichica estremamente
importante dal punto di vista medico legale è rappresentato dal
verificarsi di certi atti, i quali non hanno il loro movente in idee
chiaramente definite nella coscienza,--il cui meccanismo non si
svolge secondo lo schema dalla riflessione sulle svariate possibilità
del volere, con una savia valutazione dei motivi e con la decisione
in favore di ciò che appare il giusto,--ma nei quali l’idea, che
muove all’azione, prima ancora di essersi affacciata ben netta e
chiara alla soglia della coscienza, si trasforma in azione; o, per
parlar in termini anche più generali, mai arriva a tale da esser ben
apprezzata e valutata dalla coscienza. Ond’è che l’atto apparisce,
tanto a chi lo compie come a chi lo osserva, addirittura senza motivo
e perciò inconcepibile,--il modo nel quale esso vien compiuto ha in sè
l’impronta dell’azione coatta, impulsiva, istintiva e sorprende anche
l’individuo stesso che la compie. Essa apparisce come una necessità
organica, la quale sorga su dal fondo incosciente dalla vii» psichica,
paragonabile ad una convulsione nel campo psicomotorio»[94].
Accetto la teoria del Bianchi, che la -ossessioni- siano elementi
psichici non eliminati: nelle menti male organizzate (ereditarietà
morbosa o altre influenze degenerative) può accadere che il processo di
ricambio psichico sia turbato, e che un componente psichico, destinato
a passare transitoriamente per il campo della coscienza ed a cadere
nell’incosciente, invece vi resti, e non possa venir eliminato: così
come talvolta alcuni veleni fabbricati nell’organismo e sostanze
introdotte dal di fuori non possono venire espulsi, rimangono e si
accumulano nell’organismo[95].--Questa invasione eterogenea di prodotti
psichici, con forma statica o di -ossessione- propriamente detta, e
con forma dinamica o -impulsiva- (Féré) è accompagnata da emotività
morbosa (Morel, Ballet, Seglas, Dallemagne, Pitras, Régis); nè dipende
da fiacchezza di volontà (Magnan); nè va confusa con malattia della
attenzione (Ribot).
Il fenomeno è essenzialmente di insorgenza e di predominio dinamico.
La mancata eliminazione di prodotti psichici avviene perchè le
correnti ideative ed emotive sono ostacolate da qualche intoppo che
loro impedisce il libero corso; e, come nella confluenza di correnti
di acqua, se ad un punto esse incontransi senza sfogo e declivio, si
verifica il gorgoglio, così nel flusso delle idee e dei sentimenti
qualunque specie di arresto produce disturbo di funzionamento generale
psichico. Da principio la invasione è limitata ad un punto solo del
campo della coscienza, la quale, accorgendosene, mette in atto tutti
gli sforzi, di cui dispone, per liberarsene: subito dopo, se resta
impotente ad ottenere lo scopo, la visione mentale è ottenebrata e
poscia circonfusa di colori abbaglianti; la volontà resiste tuttavia,
ricorrendo al sussidio dei controstimoli ideativi ed emotivi; forse
vi riuscirebbe, ma, per l’avvenuto disturbo funzionale, sopravvengono
delle illusioni ed allucinazioni, le quali travolgono e trasformano
completamente la natura dell’io cosciente.
=7.=--Una classica intuizione artistica della manìa omicida,
accompagnata da allucinazione impulsiva, la troviamo nell’-Ercole
furente- di Euripide. Ercole, dopo lunga assenza, ritorna in Tebe,
ove era suo padre Anfitrione, sua moglie Megara ed i suoi figli.
Tostochè giunge presso la sua casa, sa da Megara che Lico, il re di
Tebe, avea deciso di sacrificare l’intera famiglia di lui, e già i
figli intorno al capo aveano avvolte funeree corone ed attendevano il
momento fatale. Egli entra in casa per venerare i domestici dei, deciso
a far aspra vendetta su Lico. Costui giunge accompagnato dai suoi
sergenti, e, nulla sapendo dell’inatteso ritorno di Ercole, penetra in
casa per trarre a morte Megara ed i figli. Ma, abbattutosi in Ercole,
è tosto ucciso. Però, per volere degli dei ed accompagnata da Iride,
sopravviene l’Insania (-ἡ Λύττα-), detta vergine figlia della fosca
notte, nata del nobile sangue di Urano, ed inviata per castigare il
misero Ercole. Un nunzio, sbigottito, racconta che Ercole, dopo la
uccisione di Lico, apprestava un sacrificio innanzi all’ara di Giove:
erano accolti i suoi figli con l’avo e con la madre, e già portato era
in giro all’altare il canestro ed elevavansi sacre preci:
Ma ecco, allor che con la destra il tizzo
Tôrre, e nella lustrale acqua tuffarlo
Dovea d’Alcmena il figlio, immoto stette,
E tacito. In quell’atto lungamente
Si rimase e teneano i figli in lui
Fisso il guardo. Più desso egli non era.
La idea o l’ossessione omicida invade repentinamente l’animo con la
scintilla di una sensazione o di un pensiero improvviso; indi--in
un terreno predisposto per degenerazione personale o ereditaria--va
poi divampando e preoccupando l’attività mentale dell’ammalato
e può assumere e presentare tutti i diversi gradi di intensità
dell’ossessione morbosa, vincibile od invincibile (Ferri).--Dapprima
è un arresto improvviso dei movimenti intercerebrali; un rapido
restringersi, con senso di angoscia, del campo della coscienza;
l’oscillamento della percezione della realtà; lo sforzo di rendersi
conto di ciò che si ha consapevolezza che avvenga: poscia, perdutosi
l’equilibrio o il centro dei moti ideativi ed affettivi, gli occhi, la
fisonomia, la mimica presentano i segni evidenti del delirio invadente.
Gli occhi stravolti roteggiava intorno,
Le sanguigne radici in fuor spingendone;
E una schiuma stillava dalla bocca
Giù sul mento barbuto.
Completatosi l’accesso, comincia l’allucinazione: l’ammalato dimentica
il luogo ov’è, le persone ond’è circondato. Tra le idee ricorrenti,
con turbinìo di sangue e di vendetta, una gli si fissa nella mente,
con insistenza, l’idea di dar morte ad Euristeo, altro suo nemico. E
l’uomo che, pochi istanti prima, avea con calma e freddo discernimento
disegnato il come ed il perchè di sue future imprese; inebbriato, pel
sopravvenuto delirio, dall’insania di odio irresistibile, è spinto,
anzi trascinato a quell’azione che gli si riproduce in modo fantastico,
con fondo tenebroso, con contorni foschi, ed alla quale egli già crede
di prender parte con la veemenza di chi è di fronte all’aborrito
nemico.
Indi proruppe
Con risa forsennate in questo dire:
«Padre, a che accendo or io, pria di dar morte
Ad Euristeo, l’espiatrice fiamma,
E fo doppia opra, ove pur tutto io posso
Compier con una? D’Euristeo qui porto
La tronca testa, e di più morti a un tratto
Poi mi purgo le mani. Olà, versate
L’acqua a terra: i canestri al suoi gittate:
Chi mi dà l’arco? chi mi dà la clava?
Corro a Micene. Oprar picconi e leve
A spezzarne fia d’uopo, a rovesciarne
Quelle sue mura, che i Ciclopi un giorno
Costruir con le subbie alla rubrica».
Dettò ciò, quivi presto immaginando
Il cocchio aver, fa di salirvi, e spinge
(Come avesse la aferza) i corridori,
Dimenando la destra. Eran quegli atti
E di riso a’ sergenti e di paura:
E l’un l’altro guatandosi, dicea
Questi a quello: di noi gioco si prende
Il signor nostro, o ch’ei delira?
Intanto, scorrendo su e giù la casa, dice di esser giunto a Megara;
si adagia sul suolo e si apparecchia la cena; indi, levatosi, si dà
a lottare, ignudo, senza avversario di fronte; poi, ordinato a tutti
di ascoltare, si proclama vincitore del giuoco. Credendosi in Micene,
scaglia, fremendo, fiere minacce contro Euristeo.
Il padre, allora, gli afferra la mano e gli dice: figlio, che cosa fai?
che strana cosa è questa? Forse ti tolse il senno il sangue che qui hai
sparso poc’anzi?
Ei d’Euristeo credendo
Lui genitor, che supplice la mano
Per timor gli toccasse, lo respinge,
E dardi trae della feretra, e l’arco
Tende contro i suoi figli, uccider quelli
D’Euristeo divisando. Esterrefatti
Chi qua, chi là si sgominar quei miseri;
E l’un corse alle vesti della madre;
L’un si acquattò d’una colonna all’ombra:
L’altro come augellin tremante stette
Dell’ara a piè. Grida la madre: oh sposo,
Che fai? che fai? tuoi proprî figli uccidi?
Grida il vecchio e i famigli: ei non abbada;
E l’un dei figli alla colonna intorno
Insegue pria, poi con terribil volto
Voltasi indietro, gli si pianta incontro,
E nel cor lo saetta. Supin cade
Il pargoletto, e la marmorea base
Bagna di sangue, l’anima spirando.
Ercole crede di aver ucciso un figlio di Euristeo; così continua
ad infuriar contro altro figlio: invano è richiamato alla realtà,
l’allucinazione dura prepotente; finchè, essendosi egli slanciato alla
strage del padre, dopo aver ucciso figli e consorte, Pallade, comparsa,
gli gitta sul petto un sasso (detto, secondo Pausania, sofronistèro,
cioè risanator della mente) e, rattenendo il di lui furore, lo fa
cadere in profondo sonno.
Siamo allo stadio di esaurimento dell’accesso maniaco. La energia
impulsiva, scaricatasi nell’incomposta e turbinosa azione omicida,
conduce l’individuo in istato di abbattimento e di prostrazione. Quando
Ercole rinviene, si meraviglia di trovarsi legato e di ciò che gli si
dice aver commesso; con la calma ritorna la coscienza, ma, ahi!, il
misero non può che rimpiangere la sventura toccatagli!
Un tal Fortuna, da me difeso, guardia di finanza, un giorno era in
sentinella in un posto di guardia. Vede un amico, lo chiama a sè e,
nello stato di semicoscienza, gli porge un orologio con l’incarico di
consegnarlo in ricordo alla madre.--Poscia si avvia alla volta del
paese, tira una fucilata contro il primo compagno che incontra; si
avanza fino al corpo di guardia, e tira, all’impazzata, contro amici e
superiori, dieci o dodici fucilate: ferisce qualcuno gravemente. Tra le
grida della gente accorsa, si dibatte, si difende, minacciando morte
a tutti: è preso, finalmente, ed egli, fissando gli occhi sbalorditi
sui presenti, cade in profondo sonno, che dura più di un’ora. I suoi
precedenti erano ottimi; niuna causale lo aveva spinto al delitto.
Sostenni il vizio parziale di mente, che, senza difficoltà, mi fu
accordato dalla giuria. Il giorno seguente alla condanna, mi recai
in carcere per chiedergli se desiderasse voler produrre ricorso in
Cassazione. Lo trovai depresso, avvilito. Parlandogli, gli ricordai
le modalità del processo. Egli mi fissò lo sguardo, muto, impassibile.
Ad un certo punto del discorso mi accorsi che il misero cominciava a
tremare, sbarrava gli occhi, avea le pupille dilatate. Mi accorsi che
cominciava ad essere in preda ad allucinazione: dopo poco perdette la
coscienza del luogo ove trovavasi, di quanto gli era accaduto.
Mi chiese--si crederebbe?--la restituzione dell’orologio consegnato
all’amico, scambiando me per costui; finì col minacciare le guardie
carcerarie presenti, le quali furono costrette, con forza, a
trascinarlo altrove. Mi fu detto che, dopo un’ora e più, riacquistò la
coscienza, serbando appena un barlume di ricordo di quanto avea detto
ed operato.
Alcuna volta la follia del delitto prende la forma di -emozioni
ossessive- con impulsioni di fobia: l’equivalente psichico è nello
scoppio repentino di illusioni sensorie o di allucinazioni. La volontà
è trasportata a credere alla realtà di semplici apprensioni, il cui
fondo può avere la lontana origine di odio o di altra passione: la
coscienza è sconvolta grandemente, nè è più atta a percepire la realtà
vera delle cose. Il paziente, se l’accesso è repentino, è preso da
angosciosa costrizione di idee e di atti; egli credesi in imminente
pericolo, ed è necessitato a veemente reazione.
R. R. da me difeso, un giorno sa che suo fratello, reduce da Napoli,
ove dimorava, desiderava vederlo ed abbracciarlo. Egli fu ben lieto
dell’incontro, nè frappose tempo a recarsi nella propria abitazione,
ove il fratello lo attendeva. Le accoglienze reciproche furono
affettuose. Se non che, discorrendo, il fratello lo rimproverò di
alcuni dissensi tra lui ed il padre. R. lo fissa, non risponde. Poscia,
con azione rapida, corre alla caserma dei carabinieri e, spaventato,
chiede aiuto contro un forestiere il quale era in sua casa e tentava di
assassinare lui e la moglie! Accorrono un brigadiere ed un carabiniere.
Ma quale fu la loro sorpresa nel vedere che il forestiere fosse il
fratello di R.? Costui, presente alla scena, insiste a richiamarsi di
imminenti pericoli, e, poichè il fratello rispondeva scherzosamente,
egli guarda un tiretto, lo apre, tira fuori la rivoltella e la esplode,
in mezzo ai carabinieri, ferendo mortalmente il germano.
Arrestato, è tradotto in carcere, senza che nulla osservasse; però,
dimandato, lungo il tragitto, da un amico che cosa avesse commesso,
ed inteso dai carabinieri di aver ferito il fratello, riacquistò la
coscienza del mal fatto, diede in ismanie, ruppe in dirotto pianto,
dichiarandosi innocente di ciò che si diceva aver commesso.--In
famiglia vi erano casi di isteria, di epilessia. Al dibattimento
si svolse la più commovente scena: tutti i testimoni parlarono
dell’affetto cordiale tra i due fratelli: gli stessi carabinieri,
presenti al fatto, dissero essersi persuasi trattarsi di accesso
maniaco. I giurati concessero il vizio parziale di mente.
=8.=--Ed ora diremo dell’azione criminosa dell’epilettico. Rimandando
il lettore ai libri tecnici sulla materia, ci restringeremo a
considerare i sintomi che più appartengono alla parte psicologica
del delinquente e che, nella pratica, con maggiori difficoltà sono
conosciuti ed adeguatamente estimati. È da pochi anni che nelle aule
giudiziarie la psicosi epilettica ha cominciato ad avere la debita
considerazione sotto il lato scientifico ed il lato giuridico.
In generale credevasi che l’epilettico, quando non commettesse i
delitti in istato di accesso, dovesse rispondere nel medesimo modo
che qualunque individuo normale, perchè, aggiungevasi, la malattia
o la frenosi dura i pochi momenti dell’attacco, passato il quale,
la coscienza ritorna nel suo decorso normale. Oggi si ammette, in
generale, che la epilessia di per sè sia una psicosi e che apporti,
in chi n’è affetto, disturbi mentali e morali: durasi, tuttavia, nel
credere che questi disturbi debbano limitarsi a certi casi molto gravi,
e a quelli in cui l’azione, per prove evidenti, non sia l’effetto
di motivi sufficienti e non abbia il decorso di atti in apparenza
coscienti. Donde le molte difficoltà e le continue distinzioni di una
casistica indegna di tempi sì progrediti nelle scienze positive e
sperimentali, inutili, anzi pregiudizievoli e contrarie a giustizia,
quando la psichiatria ha detto ormai la sua ultima parola sulla natura
della epilessia, assicurando che le sue manifestazioni sono così
multiformi e singolari, da costringerci a ritenere che il giudizio di
apprezzamento sulla loro imputabilità debba essere molto circospetto,
ma tale da non escludere, in qualunque ipotesi, la diminuente di
responsabilità pel vizio parziale di mente. La continuità e l’unità
nella organizzazione dei fatti psichici debbono convincerci non esser
possibile che chi sia affetto da epilessia, quantunque mostrisi ad
intervalli sano di mente, goda la pienezza di equilibrio psichico:
certi difetti organici, insiti alla vita intima della coscienza,
sfuggono alla prova esteriore, ma sono il presupposto scientifico
imprescindibile per arrivare a conclusioni giuste che, altrimenti, non
sarebbero suffragate dal criterio dottrinale e dalla pratica della
esperienza.
=9.=--Il problema rendesi molto più difficile e complesso nel caso
di epilessia larvata o di -equivalente epilettico-. Essa --al dir di
Bianchi--è un disturbo mentale a breve e rapida evoluzione, d’ordinario
accompagnato da profondo turbamento della coscienza e amnesia più o
meno completa del periodo di durata dell’attacco. Assume le forme
più differenti: talora è una qualunque delle psicosi descritte come
-prae--epilettiche o -post--epilettiche; la differenza sta solo nel
fatto che manca la convulsione epilettica, la quale è sostituita dal
disordine psichico. Molte forme maniache o psicosi allucinatorie
ricorrenti, di breve durata, di cui i rispettivi infermi non serbano
ricordo, sono di natura epilettica, veri equivalenti psichici della
epilessia[96].
Questa forma di epilessia -psichica- ha la genesi fisiologica nella
estrema irritabilità di carattere del paziente, la genesi patologica
in disturbi, per lo più ereditarî, dei centri psichici corticali, con
esaurimento dei poteri direttivi, ed atrofia parziale od assoluta delle
energie associative e coordinatrici degli atti interni e delle azioni
esterne, che ne sono la conseguenza. La coscienza è o intermittente
o a fondo di continuato turbamento; la memoria è lacunare; la
fantasia accesa, veemente; la sentimentalità con decorso tumultuoso
ed impulsività furiosa. Ma--nè è raro il caso--talvolta il disturbo
epilettico si sistematizza in periodi abbastanza lunghi; la coscienza
funziona, ma è dominata da ossessione o da esquilibrio costituzionale:
il paziente ha l’agio ed il tempo di preordinare gli atti alla
esecuzione del delitto, di scegliere i mezzi; di cogliere la vittima
nel luogo, nel momento più adatto. L’apparenza del fatto induce il
magistrato ad elevare rubrica di piena responsabilità con l’aggravante
della premeditazione, o, mancando una causale, con la qualifica della
brutale malvagità. Il psicologo, intanto, osserva; -a-) che tra i
precedenti, i concomitanti ed i susseguenti del fatto incriminato
non è possibile, quando l’imputato sia affetto da epilessia, che
esistano e si provino quei nessi logici, di cause e di effetti, i quali
sono la prova più evidente della normalità psichica d’un individuo;
-b-) che l’azione dell’epilettico è sempre disordinata, repentina,
furiosa, sebbene rapportisi a precedenti motivi sufficienti ed a
preordinazione di mezzi. La morbosità dell’atto è messa in mostra dalla
mimica incoordinata, dalla fisonomia stravolta, dall’occhio torbido,
da parole incomposte, dalla assenza di previdenza nell’affrontare
i pericoli di reazione della vittima o di sorpresa della pubblica
forza; dall’immediato abbassamento, dopo il delitto, dell’energia
attiva, o dal totale esaurimento della stessa, con stupore morale
consecutivo, tendenza al suicidio, ovvero apatica indifferenza come di
chi non senta il peso della responsabilità incorsa e non si scuota al
ricordo rappresentativo degli atti constituenti il delitto. Infine, il
psicologo conclude, che la misura della imputabilità di simili atti
dev’essere apprezzata con processo logico sintetico, poichè, se gli
atti, normali o morbosi che siano, ma più in quest’ultima ipotesi, si
staccano l’uno dall’altro e si valutano isolatamente, non è strano
s’incorra in flagrante errore: l’unità del prodotto psichico del reato,
corrispondendo, nel caso in esame, ad equivalente epilettico, deve,
nella totalità del funzionamento interno ed esterno, portare la nota
del disordine e d’un esquilibrio spiegabile non più con germi organici
criminosi, ma come l’effetto di affezione morbosa.
Il lettore, che ci ha seguìti fino a questo punto, avrà avuta la prova
irrefutabile della verità del nostro indirizzo positivo, di scorgere,
in qualsivoglia manifestazione tipica del delitto, il germe della
degenerazione, dell’esquilibrio, della anomalia. O che l’anima del
criminale versi nello stato di dissoluzione, o che, più propriamente,
sia il subbietto di follia morale o di psicosi epilettica, il fondo
disintegrativo è identico: i fenomeni interni ed esterni sono i
medesimi, con relazione e decorso alternantisi diversamente, e
con concorso or di tutti or specificatamente di taluni. Il patrio
legislatore, ad imitazione dei migliori codici vigenti, ha per
avventura ben fatto a raccogliere in una formola generica tutte le
molteplici specie di psicosi, le quali possono diminuire od escludere,
secondo il grado, la responsabilità di fatti incriminabili. È
affidato al giudizio pratico del giudice, la cui mente sia stata di
già illuminata dalla luce della scienza, di schematizzare i singoli
fatti sotto il punto di vista generale e di concludere con l’ammettere
od escludere la responsabilità penale dell’agente. Le distinzioni
scientifiche debbono valere perchè si abbiano norme sicure nella
disamina dei fatti; ma la conseguenza è unica: nè il convincimento
del giudice, in definitiva, deve preoccuparsi di dettagli teoretici i
quali, qualche volta, meglio che illuminare, confondono la rettitudine
della sua mente.
=1O.=--I delinquenti per passione formano una categoria speciale:
essi, come osserva il Lombroso, dovrebbero dirsi per impeto, perchè
tutti i delitti hanno per substrato la violenza di alcune passioni;
ma, mentre nel delinquente abituale, in quello per riflessione
l’impulso della passione non è subitaneo, nè isolato, ma cova da lungo
tempo e si ripete e rinnova sempre, e si associa, quasi sempre, alla
riflessione,--qui accade tutto il contrario.
La passione ha il fondamento negli affetti ed è accompagnata da
emozione o di piacere o di dolore. Però, al dir del Tommaseo, la
passione è distruggitrice, inaridisce l’anima e la tormenta; l’affetto
la solleva e la scalda: la passione è cieca, imprudente, provocatrice;
l’affetto è costante, umano, magnanimo: la passione è torrente che
assorda, trascina e, per vincere, devasta: l’affetto scorre quieto, ma
inesauribile, e per vari rivi discende a portare nei luoghi più riposti
le gioie della vita.
Il delinquente passionale non ha le stigmate della degenerazione; in
lui la sensibilità, la emotività sono sviluppate in grado elevato,
qualche volta eccessivo: la vita psichica superiore, della intelligenza
e della riflessione, è alquanto meno accentuata; la fantasia, non
che la immaginazione, è predominante, impetuosa, a forti colori, a
tinte abbaglianti. La passione, e qualsiasi energia sentimentale,
si organizza, si sistematizza, cristallizzandosi, stratificandosi
nella coscienza. Dapprincipio l’idea, che ne forma il contenuto; il
sentimento, ond’è resa piacevole, scorrono sul campo della coscienza
come un giuoco della immaginazione: l’attrattiva, ad essi inerente,
sfugge alla riflessione e si rende accetta per le lusinghe, ond’è
circondata, per la speranza di futuri intenti desiderati, pel bagliore
d’una luce diafana suffusa nell’intera serie delle rappresentazioni,
dei ricordi che formano il materiale attuale delle nostre cognizioni.
Poco a poco ciò che dapprima era inavvertito prende consistenza, e noi
sentiamo il potere di una seduzione lenta, inconscia, ma costante,
e tanto più forte quanto più vi si adatta all’ambiente morale e
trascina a sè, paralizzandole, le altre inclinazioni della nostra vita
affettiva. Il Bergier riteneva, che i moti delle passioni non siano
volontari, e che l’uomo è puramente passivo quando vi acconsente o
li reprime: no; la passività comincia gradatamente solo dal momento
che noi abbiamo accolto nell’animo il germe della passione; ma, se
l’attenzione fosse stata più vigile vedetta sulla rocca del cuore, i
poteri inibitori potevano allontanare e respingere l’insidioso assalto
della passione e questa sarebbe rimasta abortita prima che fosse stata
riconosciuta vitale.
=11.=--Nei delinquenti lo stato passionale si germina dal contrasto di
opposte idee e sentimenti; l’idea, il sentimento di qualche bene, di
cui manchiamo, o di cui siamo privati, e l’idea ed il sentimento di
odio contro chi o vi si oppone o ne contrastò il possesso. È perciò che
Plutarco scriveva esser l’odio una disposizione e volontà osservatrice
dell’occasione di far male[97]; ed il Machiavelli, che l’odio produce
timore e che dal timore si passa all’offesa.--Tra l’idea del bene
sperato o perduto e la persuasione, che di ciò sia qualcuno colpevole,
si va scavando un abisso in cui precipitano tutti i buoni propositi,
i sentimenti altruisti, le idee di simpatia e di benevolenza verso
i simili. Questo è ordinariamente verificabile trattandosi di odio
muto concentrato. L’intensificarsi del sentimento di ripugnanza della
persona dell’avversario; la risonanza dolorosa d’un affetto tradito,
d’un’offesa ricevuta; gli scatti ripetuti di interna energia emotiva;
il vuoto, che si va formando attorno per la cagione ricorrente ed
iniziale dell’ansia, dell’angoscia, dell’incertezza, assorbono tutta
la personalità ed ottenebrano la mente. La mimica, che esternamente
esprime gli interni moti, è caratteristica. All’inizio della passione,
qualora non sia originata da forte impulsione dolorosa, l’animo è
compreso da tal quale ilarità o eccitazione piacevole, nascente dalla
coscienza della propria superiorità di fronte al nemico. Addensatosi il
sentimento di ripugnanza e disegnatasi la idea reattiva, l’individuo è
preoccupato, tetro: talora il suo volto è chiuso in tenebrosi pensieri;
tal’altra, allo scoppio improvviso di lusinghiera speranza di vendetta,
un sorriso sardonico, con ostentata jattanza, sfiora le labbra;
l’occhio brilla di luce sinistra ed il cuore anticipa il piacere del
castigo destinato al nemico. Ad intervalli sempre meno lunghi, la calma
è indotta dalle quotidiane occupazioni della vita, dagli interessi che
ne distraggono; ma, nel momento in cui il motivo dell’odio risorge,
l’animo è sinistramente scosso e col dolore, resosi più acuto, noi
sentiamo accrescersi la repugnanza, l’avversione, finchè si aggiunge
un sentimento di particolare dispetto che ci costringe e ci trascina
all’azione.
Nella donna l’odio è più profondo, meno soggetto ad esser represso:
massime allorchè esso scaturisce dalla passione di amore tradito, o
dalla gelosia, arriva financo alla forma di delirio.
=12.=--Il psicologo criminale deve tenere gran conto di quest’ultima
potente cagione di odio, che finisce d’ordinario con l’esplodere in
aspra vendetta. Il Mantegazza tentò dare la definizione della gelosia,
dicendo: gelosia vuol dire propriamente un dolore del sentimento
dell’amore, e quello precisamente che è prodotto dall’offesa recata
a noi dall’infedeltà dell’oggetto amato. Questo dolore è naturale
in tutti gli uomini, in tutti i tempi e in quasi tutte le razze. È
l’offesa della nostra proprietà applicata all’amore[98]. Meglio, però,
il Metastasio:
O di soave pianta amaro frutto,
Furia ingiusta e crudele,
Che di velen ti pasci,
E dal fuoco d’amor gelida nasci.
Il Descuret, in un libro che ha tuttavia valore psicologico, scrive:
«A vicenda tiranno e schiavo, il geloso si lascia trasportar dall’ira
senza misura, o vilmente prega: agitano il suo cervello malato le
supposizioni più bizzarre: quindi non riposa mai; chè i sospetti,
i timori lo perseguitano in fin nei sogni. Nei gesti, negli atti e
massimamente nello sguardo ha qualche cosa di sinistro che fa paura e
spegne qualunque simpatia uno provasse per le pene ch’ei soffre. Non è
possibile giustificarsi con un geloso: se un moto di pietà gli lascia
accordare qualche testimonianza di affetto da colei che egli accusa,
questa testimonianza non è agli occhi suoi che dissimulazione abilmente
calcolata. Allora i sospetti raddoppiano; ingiuria e minaccia o, anche
cedendo ad un moto di convinzione e di pentimento, ammette le prove che
gli dànno; ma ricade ben presto ne’ suoi terrori immaginarî, e ritorna
non meno ingiusto, nè meno furibondo di prima.
«In generale, il geloso si sforza di nascondere ad ogni sguardo i
tormenti che l’agitano, se ne vergogna come di una vil debolezza: non
è raro udirlo parlar con disprezzo di chi si abbandona alla gelosia.
Ma se prescrive a sè stesso tal riserva innanzi agli estranei, se
ne compensa a usura contro la sua vittima, massimamente ove abbia
acquistato sopra di lei diritto da far valere. Accade d’ordinario nelle
sorde e ascose violenze della domestica tirannia che più terribili sono
gli effetti di questa passione; imperciocchè allora la lotta accade fra
la forza e la debolezza, e questa non ha che lacrime in sua difesa»[99].
L’arte greca ha rappresentato in Fedra e Medea il delitto passionale
della donna portato fino al delirio. Sono due tipi concepiti da
Euripide in modo sorprendente. Fedra, presa da cieco amore pel
figliastro Ippolito, versa in fenomeni di isterismo, e si abbatte e si
dispera e giunge infine all’esaurimento morboso, fisico e morale. Ella
si accorge di essere schiava di Ciprigna, e lotta con i ciechi impulsi
ond’è dominata, ora col tacere, col chiudersi e raccogliersi tra le
domestiche mura, le cure familiari; ora col confessare, disperandosi,
ogni cosa alla nutrice.
Ben si avvede che in lei si riproduce, ereditariamente, la passione
brutale della madre Pasifae, la quale si innamorò d’un bianco toro
visto nelle valli dell’Ida in Creta ed, -imbestiandosi nelle imbastiate
schegge- di una giovenca di legno costruita da Dedalo, fece copia
di sè, e ne nacque il minotauro. La nutrice procura di apprestarle
soccorso, e ne fa accenno ad Ippolito, il quale, inorridito, minaccia
di rivelar tutto al padre. Fedra, travagliata dalla insoddisfatta
passione e turbata dal timore della vergogna, decide di suicidarsi;
ma in pari tempo concepisce il reo disegno di vendicarsi del virtuoso
giovane lanciando contro di lui la più infame accusa. Alla nutrice ella
confessa:
Oggi, uscendo di vita, io, sì, contenta
Farò Ciprigna che a perir mi porta.
D’acerbo amor vinta morrò; ma infesta
Pur farò la mia morte anco ad un altro,
Sì che male esser vegga di mie pene
Altero andar. Sua parte anch’ei provando
Di questi guai, fia che umiltade impari[100].
Ella s’impicca, ma in una scritta lascia detto di aver ciò fatto perchè
a viva forza violata da Ippolito!
Medea è la furia personificata della gelosia. Ella, posposta da Giasone
ad altra donna, dissimula la profonda angoscia, simula contegno calmo
remissivo e, per infliggere il castigo al suo offensore, gli uccide la
sposa, uccide i proprî figli e si confessa felice di aver tutto ciò
commesso![101].
=13.=--Il delinquente passionale, vittima di spinta veemente,
aberrante, di rado si attiene al piano preordinato di esecuzione del
delitto. Egli è imprudente; si serve della prima arma che gli capiti;
gode di far mostra della vendetta compiuta. Affronta il pericolo con
incosciente coraggio, appunto perchè in lui è fermo il convincimento
che senza lo sfogo della passione, ond’è agitato, la esistenza rendesi
insopportabile: qualunque danno ne consegua sarà minore della tempesta,
che lo mette in iscompiglio. Dopo commesso il fatto, il delinquente per
passione non sfugge il giudizio della pubblica opinione, che egli sa a
sè favorevole; ma rendesi alla pubblica forza e confessa il suo operato
senza nulla tacere.
Ritornata la calma, egli è assalito dal rimorso e, sotto il peso
della sventura toccatagli, si rammarica, piange, e mostrasi dimesso
ed avvilito. Ben osserva il Lombroso, che simili delinquenti, assai
più che ai rei comuni, si avvicinano ai pazzi impulsivi e meglio agli
epilettici, per l’impetuosità, istantaneità, ferocia degli atti, di
alcuni dei quali, notisi l’importante analogia, non ricordansi spesso
che incompletamente.
La rassomiglianza è tanto più vera perchè costoro sono vittime
dell’-ira-, il cui scoppio fu da Orazio e dal Petrarca paragonato
a -breve furore-. Gli antichi, allo stesso modo che gli odierni
scrittori, ne ebbero cognizione completa, e Seneca scrisse sull’-ira-
tre libri che desidererei fossero consultati da chi voglia sulla
materia aver preziose nozioni. «Alcuni savî--egli scrive--dissero
che l’ira sia breve pazzia, perciocchè parimenti con quella è priva
di poter signoreggiare a sè stessa; non si ricorda dell’onore, non
tien memoria delle amicizie: ostinata ed intenta in quello che una
volta ha principiato, serra la via alla ragione ed ai consigli, ed,
agitata da vane cause, è inabile a distinguere il giusto ed il vero,
somigliante molto alle rovine, le quali si fiaccano e si rompono sopra
quello che hanno oppressato. Ma perchè tu conosca esser pazzi quelli
che dall’ira dominati sono, pon mente all’abito loro: perciocchè, come
dei pazzi sono indizî certi il volto audace e minaccioso, la fronte
malinconica, la faccia torva ed aspra, l’andar frettoloso, le mani
inquiete, il colore mutato, i sospiri spessi e veementi, così degli
irati sono i medesimi segni. Gli occhi sono vermigli e focosi, in
tutto l’aspetto è un rossore acceso; bollendo il sangue nei più bassi
precordi, le labbra si muovono e si stringono i denti; s’arricciano
e si rizzano i capelli; lo spirito è in loro ristretto e stride, le
membra, torcendosi, risuonano; essi sospirano, mugghiano e parlano
interrotto con voci non bene spiegate, e le mani spesso si percuotono;
batton la terra coi piedi, e tutto il corpo si commuove, facendo molte
minacce di collera, ed han la faccia brutta e spaventevole a vedere;
perciocchè si contraffanno e gonfiano. Tu non sapresti dire se gli è
vizio più detestabile o brutto. L’altre cose si possono ascondere e
tener coperte; l’ira scoppia ed esce in faccia, e quanto è maggiore,
tanto più manifestamente trabocca. Non vedi come in tutti gli animali,
subito che insorgono a nuocere, precorrono indizî, e che in tutto il
corpo escono del solito e queto abito, ed esasperano la loro fierezza?
Ai cignali esce la spuma di bocca; arrotano ed aguzzano i denti
stropicciandoli insieme; i tori muovon le corna al vento e spargono
l’arena coi piedi; i leoni fremono; i serpenti istizziti alzano il
collo; le cagne, arrabbiate, sono spaventevoli a vedere. Non è alcun
animale tanto orrendo e tanto per natura pernicioso, che non appaja in
esso, sendo dalla collera assalito, aggiunta di nuova fierezza, Ben so
che gli altri affetti ancora mai si occultano, e che la libidine, la
paura e l’audacia dànno segni di sè e si possono antivedere. Perciocchè
non si sveglia cogitazione alcuna veemente nell’animo nostro, che non
muova qualcosa nel volto. Che differenza c’è, dunque? Che gli altri
affetti appariscono, questo più di tutti si scopre e si palesa»[102].
E Seneca pone la distinzione tra gli atti, che rapportar si possono
alla passione dell’ira, e gli atti che sono l’effetto di -ferità-;
siccome avviene per coloro che d’ordinario incrudeliscono e s’allegrano
del sangue umano senza che si avessero ricevuta ingiuria: non cercando
essi di battere e lacerare gli uomini per vendetta, ma per piacere.
Cita l’esempio del crudele Annibale, che, vedendo una fossa piena di
sangue umano, disse: «Oh! bello spettacolo!»; e l’esempio di Voleso, il
quale, sendo proconsole dell’Asia sotto il divo Augusto, ed avendo in
un giorno decapitati trecento, e andando con superbo volto tra i corpi
morti, come se avesse fatta una cosa magnifica e degna di ammirazione,
gridò in lingua greca: «oh cosa regia!».--Il filosofo conclude: che
avrebbe fatto costui se fosse stato re? Non fu ira questa, no, ma un
male maggiore ed insanabile![103].
=14.=--Negli scrittori di antropologia criminale troverete raccolti
esempî molti, i quali illustrano le sintetiche osservazioni
psicologiche qui esposte; eppoi, non basterebbe la quotidiana
esperienza delle aule giudiziarie? Meglio, mi avviso, sia rammentare
al lettore la più perfetta rappresentazione tragica, tramandataci
dall’antichità, del tipo di delinquente per passione: intendo parlare
di Oreste. Eschilo, Sofocle, Euripide se ne occuparono: il primo
trattando del delitto passionale con la profondità che gli veniva dalla
intuizione dei più ascosi misteri dell’umana natura; il secondo con la
sentimentalità e fantasia d’un’arte che attinge ispirazione e colorito
dal bello armonico di facoltà e di contrasti; il terzo coll’uniformarsi
alla realtà immanente e spontanea dei comuni fenomeni della vita. Fu
osservato, che Oreste abbia molto di Amleto; rassomiglianza nelle
vicende storiche di vendetta imposta dalla necessità degli eventi,
nell’angoscioso contrasto tra l’apparenza dell’azione ed il fondo
dell’anima, nella fine egualmente disavventurata. Se non che Oreste,
coonestando l’operato col volere inoppugnabile degli dei e la spinta
necessitante del fato, ha meno di contenuto personale, e ritrae in sè
l’indeterminatezza psicologica di quella vita greca, che da un sommo
poeta fu appellata ombra d’un sogno. Amleto è l’uomo moderno, tutto
riflessione, scetticismo, forte sentire temperato dal dubbio della
scelta, dalla titubanza dell’azione.
Oreste, bandito anzi trafugato dalle mura domestiche, cresce, alla
mercè d’un amico, alimentando nel cuore la speranza, la passione di
vendetta contro la madre Clitennestra, non che contro il drudo Egisto,
rei di aver ucciso il padre Agamennone. All’opera vendicatrice si
unisce Elettra, sorella di Oreste, anima or cupa or simulatrice, ma
tenace nell’odio, ispiratrice dei mezzi bene adatti all’intento: ella,
con la sentimentalità suggestiva, allontana il dubbio dalla mente
del fratello, ne sollecita l’operare. In Eschilo[104] la scena, in
cui, dopo la uccisione di Egisto, Oreste mette a morte la madre, è
qualificata da tutto l’impeto cieco, tempestoso dell’uomo reso schiavo
da prepotente passione: invano la donna ricorda al figlio rispetto a
quel seno da cui egli con tenere labbra succhiò il vitale latte, e
su cui tante volte si addormentò. Oreste ha un momento, meglio che
di pietà, di dubbio e ne chiede consiglio a Pilade: al ricordo che
costui gli fa degli oracoli di Apollo e dei sacri suoi giuramenti, lo
snaturato figlio dice:
Vince, lo sento
Il tuo giusto parer--Seguimi; io voglio
Svenarti là, presso colui. Lui vivo
Più in pregio assai del padre mio tenesti:
Morta or posa con lui; poi che pur ami
Uom tale, e l’uom che amar dovevi aborri.
Ma, non appena commessa la strage, il delinquente passionale è colto da
una specie di accesso di epilessia psichica, con turbamento funzionale
ed allucinazione. Agli elogi del Coro, egli, che poco prima erasi
addimostrato soddisfatto del duplice delitto, esclama:
Ahi ahi! che veggo?
Come Gòrgoni, avvolte in negri panni,
Eccole, o donne, e d’affollate serpi
Attorte i crini... Io più non resto.
Il Coro lo richiama e dimanda quali fantasie lo perturbino; Oreste
risponde:
Non fantasie, non fantasie: le furie
Della madre son queste.
Il Coro:
Un fresco sangue
Su le mani ti sta: quindi spavento
Su l’animo ti piomba.
Oreste:
Oh sire Apollo!
Cresce la turba; affollansi; e dagli occhi
Stillano sangue che mette ribrezzo.
Fa’ cor; d’Apollo ti avvicina all’ara:
Ei ti sciorrà da questi mali.
Oreste:
Voi
Non le vedete: io si le veggo; e sento,
Sento incalzarmi, e più restar non posso!
Sofocle[105] rappresenta Oreste alquanto più calmo: in lui l’odio,
essendosi sistemato, ha minori parvenze di impeto: Elettra è più
feroce. Mentre Oreste pugnala la madre, e questa chiede da lui
pietà, la figlia la schernisce; e quando la misera grida: ahi! son
ferita!--ella incita l’uccisore dicendo: ancor, se puoi, ferisci!
Per Euripide[106] la strage si consuma con preordinazione di tempo e
di luogo e con scelta di mezzi. Clitennestra è tratta, con inganno, in
casa di Elettra data in isposa ad un contadino; Egisto accoglie Oreste
e Pilade con l’affabilità dovuta a due ospiti, li invita a prender
parte ad un sacrificio. È ucciso prima lui e poscia sua moglie. Anche
qui Oreste tituba all’idea di mettere a morte la madre; ma Elettra
ve lo incita. Commesso il delitto, essi son presi da turbamento e da
rimorsi: veggono il precipizio sotto i loro piedi, e si sforzano di
destare pietà: Oreste, però, osserva:
Or la tua mente, or l’animo
Tuo si rivolge, come l’aura spira.
Pia di sensi or tu sei, pia di pensieri:
E tal dianzi non eri,
Quando, o sorella, a dira
Opra il fratel, che non volea, spingesti.
Visto hai come le vesti
Via strappando la misera,
Nudo mostrommi agonizzando il seno...
Ahi ahi, me lasso!... e le ginocchia al suolo
Mettea, misera! ed io mi venia meno
Di pietade e di duolo!
Con più naturalezza di concezione, Euripide in altra tragedia,
l’-Oreste-, rappresenta gli effetti del delitto. Oreste, agitato da
insano furore, cade in istato di estremo esaurimento, ha il volto
squallido, irto il crine, e giace di continuo disteso in letto. Egli
è di tratto in tratto assalito da accessi di allucinazioni: Elettra,
che, pel rimorso, vede la -parte migliore di sua vita trascorrere in
gemiti e lamenti, consumata in insonni e lacrimose notti-, lo assiste,
lo conforta; ma ben si avvede trattarsi di -impeti insani-; ed il Coro
parla di -manìa furente-, e Menelao vuol sapere il momento in cui
questa la prima volta ebbe a prorompere.
Tostochè sopraggiunge il pericolo di essere sopraffatto dagli
Argivi, ei riacquista le forze, riprende l’usato furore ed affronta
imperterrito l’ira dei nemici, -addossando morte a morte-, come Menelao
si esprime; nè, com’egli medesimo dice, mostrandosi giammai stanco di
uccidere ree donne. Aumentandosi il pericolo, la passione infierisce e
si converte in impulso di distruzione: egli è pronto ad incendiare la
reggia ed a svenare tra le fiamme altra vittima (Ermione) alla presenza
del padre: costui, Menelao, implora pietà, ma l’altro è fermo e impone
ad Elettra di accender le fiamme in basso, e a Pilade di metter fuoco
agli alti palchi. Il reo proposito sarebbe stato messo in atto se
opportunamente non fosse comparso Apollo a calmare l’animo tempestoso
di Oreste ed a porre fine alla triste istoria di violenze e di delitti.
Ed è così che la Grecia, coll’armonico accordo di facoltà e di atti, di
arte e di vita pratica, di entusiasmo pel bello e di sacrificio eroico
pel trionfo del bene (il che Socrate, a riguardo della didattica,
esprimeva con la parola -musica-), personificò il tipo del delinquente
per passione contornato da soggetti a lui affini e materiato in forma
d’arte a cui la scienza invidia tuttavia la perfetta interpetrazione
della verità e dei particolari.
=15.=--Completeremo l’assunto di trattare la psicologia dell’azione
criminosa, scrivendo del delinquente di occasione.
Il Lombroso, ammettendo l’esistenza del reo d’occasione, ritiene che
esso non offre un tipo omogeneo come potrebbe offrirlo il reo-nato od
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