in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di
persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre,
per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da
precedente dispiacere, e così via dicendo.
=4.=--In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti
postulati: -a-) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione
degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne
aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale
alle circostanze favorevoli o sfavorevoli; -b-) I motivi -criminosi-
appartengono segnatamente allo -stadio evolutivo- degli stati
rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della
complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e
di successione.
Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore
spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si
pensi, che per -stadio evolutivo- vogliamo significare il processo
dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve
o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati
interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del
motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi
ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera
della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non
istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla
fiamma che ci scotta, ci avviciniamo al cibo quando siamo tormentati
dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o
ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per
soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui
si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo
comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della
coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia
trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto
esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza
non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio
di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il
fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento,
integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando
l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso,
anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che
ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con
i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio
più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui
effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri
la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze
della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si
annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La
notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli,
ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno
di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di
equilibrio di coscienza.
Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia
dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo
squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.
Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del
fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè
tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente
conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del
motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale,
con serie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il
contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa
predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si
indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.
=5.=--A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria
fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in
ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse
intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione,
base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più
interessanti allo studio del delinquente.
Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi,
in un libro[15] che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare,
intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata
dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione,
bensì esistono diversi processi, uno -attivo- di -eccitamento-, l’altro
-depressivo- di -inibizione-.
È teoria fondata sulla -meccanica molecolare-; sul principio
che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica
(atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al
lavoro molecolare. «Il sistema nervoso--riferisce l’Oddi--non entra
in attività se non viene -irritato- da qualche stimolo. È mestieri
dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo
stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali
si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste
combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi
sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali
essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione
di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri
termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno
non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si
compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di
equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a poco -costante-,
il lavoro esterno press’a poco -nullo-. Nel nervo, durante il processo
di eccitamento, quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due
effetti opposti si manifestano: un effetto -stimolante-, che apparisce
sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un
altro -inibitore-, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la
secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio.
Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul
principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto
debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione,
poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece
lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più
lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati
da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una
contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici
sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo
irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli
atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove
combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti;
e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con
prevalenza del primo.--In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può
dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto
della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è
l’espressione della sua integrazione»[16].
=6.=--La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se,
dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di
adattamento nella coscienza individuale o collettiva.
Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene:
-a-) o per assimilazione; -b-) o per fusione; -c-) o per addizione o
sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.
L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità
ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria
natura essenziale, la efficacia dinamica del novello coefficiente
entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento,
dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura
ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modo -spontaneo-
quando tra il novello coefficiente ed i vecchi siavi -identità-
assoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione
allorachè tra essi siavi sola -uniformità-. La proclività, o facilità,
e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono
che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera
scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad
un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche
volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di
animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.
Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e
scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e
continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta
direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione
diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e
che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più
agevole piano su cui ciascuna scorre.
=7.=--Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto
dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello di
-fusione- l’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti
tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e
l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella
fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono
tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma
organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La
convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità
ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che
il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio
relativo.
=8.=--L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo
psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodo -statico-
dell’io criminoso.
O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazione e di
esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che
esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di
controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla
mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi.
La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a
sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle
tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento
ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione
propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione
che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.
Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte,
sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare,
nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi
che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero
altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che
avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni
propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure
al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.
=9.=--Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento.
Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi
successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed
ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti
piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio
si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il
motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente
rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso
che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si
trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza
a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso
per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza
dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con
graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo
inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione
di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.
Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un
senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto
l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene,
comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima
è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si
addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui
potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti
di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il
campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio
piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di
precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con
rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo
luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di
avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso
dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico
si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia
scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione
del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e
con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.
La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni
speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al
delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della
emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere
esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma,
in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla
diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La
emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni
di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento;
mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel
campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il
ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea
di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o
intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi
del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace
impulsità passionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da
vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel
significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò
costituisce il peculiare stato psichico che io chiamo -stato emotivo
ideale criminoso-, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri
vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.
CAPO IV.
Cenestesi del criminale--Fisio-psicologia dei motivi.
1. Cenestesi o sensibilità generale del criminale.--2. Ontogenesi
e filogenesi dell’anima del criminale.--3. Insensibilità e
disvulnerabilità dei criminali.--4. La eredità.--5. L’infanzia del
delinquente.--6. La teoria psico-fisiologica dei motivi.--7. Efficacia
attuale e potenziale dei motivi; concomitanti somatici caratteristici
del piacere e del dolore.--8. La dinamica del -motivo-idea-;
specificazione della coscienza criminosa.
=1.=--Allargando ed approfondendo l’esame della vita psicofisica minore
dei criminale, c’incontriamo nel problema della sensibilità generale
o cenestesi del medesimo. «Il senso cenestetico--scrive il Bianchi--è
la sintesi di tutte le sensazioni, in cui si riassume la personalità
organica. Le informazioni di tutte le funzioni organiche, e di tutto
il lavoro compiuto dagli organi nelle diverse officine organiche della
vita, vengono trasmesse ai centri nervosi superiori. Da tutte le
parti dell’organismo, anche le meno importanti e le più lontane, è un
continuo flusso di onde nervose che stabiliscono rapporti tra tutti
gli organi ed i centri nervosi superiori. A queste si aggiungono tutte
le sensazioni specifiche, per mezzo delle quali il soggetto sperimenta
una serie infinita di mutazioni per gli immediati contatti col mondo
esterno, la cui ultima risultante è la progressiva comprensione del
proprio organismo, sempre più distinto nell’ambiente in cui vive, mercè
la riproduzione mnemonica di tutte le qualità fisiche del mezzo e delle
modificazioni che l’organismo subisce sotto l’influenza degli agenti
che operano su di esso»[17].
Questo apparato o composto organico, il cui equivalente psicologico
corrisponde alla neuropsiche, quarto grado principale della
psicogenesi filetica, è il sostrato della vita psichica di tutti gli
animali superiori, non che di quella dell’uomo, la quale, secondo
l’Haeckel, «è legata ad un -apparato psichico- più o meno complicato, e
questo si compone sempre di tre parti principali: gli -organi di senso-
portano le varie sensazioni; i -muscoli-, per contro, determinano
i movimenti; i nervi compiono la comunicazione tra i primi e gli
ultimi, attraversando un organo centrale particolare, il -cervello-
o -ganglio-. La disposizione e il funzionamento di questo apparato
psichico si paragona comunemente con un sistema di telegrafo elettrico;
i nervi sono i fili conduttori, il cervello è la stazione centrale, i
muscoli e gli organi di senso sono le stazioni locali subordinate. Le
fibre nervose motrici conducono centrifugamente ai muscoli gli stimoli
volontari o impulsi, e determinano il movimento con la contrazione
muscolare; le fibre nervose sensitive, per contro, conducono
centripetamente le varie sensazioni degli organi di senso periferici
al cervello, e riferiscono le impressioni ricevute dal mondo esterno.
Le cellule gangliari o -psichiche-, che compongono l’organo nervoso
centrale, sono le più perfette di tutte le parti organiche elementari;
poichè esse non compiono solo la comunicazione tra i muscoli e gli
organi di senso, ma anche le più alte tra tutte le funzioni della
psiche animale, la formazione di rappresentazioni e di pensieri ed
all’apice di tutto la coscienza»[18].
=2.=--La cenestesi del criminale, analogamente a quella dell’uomo
normale, va considerata sotto il duplice aspetto, ontogenetico e
filogenetico. Le conseguenze, che ne trarremo, agevoleranno il
còmpito di seguire la formazione dell’anima del criminale nelle fasi
d’integrazione fino all’ultimo grado evolutivo di coscienti azioni
esterne. Sono nozioni appartenenti alla biologia ed alla psicologia. La
biologia ci apprende come tutti i fenomeni di coscienza si connettano
alla vita di relazione col mondo esterno; che dal protoplasma alla
più elevata funzione cerebrale qualunque cambiamento organico abbia
per esponente uguale modificazione integrativa o disintegrativa della
vita psichica; che il nesso causale tra lo sviluppo -biontico-
(individuale) e quello -filetico- (storico), legge suprema d’ogni
ricerca biogenetica, ha lo stesso valore per la psicologia, come per
la morfologia (Haeckel). Ci apprende eziandio che la -sensibilità-
non sia che carattere di vita degli esseri, e che dal -psicoplasma-
(o sostanza psichica nel senso monistico), dal -riflesso- o -funzione
riflessa- o, meglio, -atto riflesso-, alla rappresentazione cosciente
ed all’intelletto non evvi che trasformazioni continue di sanzioni
soggette alla legge di eredità e di adattamento. La mente, sintesi
delle leggi psicologiche, non è in fin dei conti che l’altra faccia
della vita e costituisce come un organismo che ha la sua storia
evolutiva ed è retta nelle sue esplicazioni da leggi fondamentali
comuni alla vita in genere (Bianchi). La concezione unitaria, adunque,
o monistica degli esseri ci obbliga a concludere, che la genesi
cenestetica del delitto, fenomeno affatto naturale, si connetta alla
legge di continuità, o che vogliasi semplicemente riferire alla
psicogenia individuale o biontica, o che si estenda alla storia
genealogica della specie.
=3.=--Il Lombroso, riflettendo sulla preferenza singolare dei
delinquenti per un’operazione così dolorosa e spesso lunghissima e
pericolosa, com’è quella del tatuaggio, e la grande frequenza in loro
dei traumi, s’indusse a sospettare in essi una sensibilità ai dolori
più ottusa del comune degli uomini, come per l’appunto accade in
alcuni alienati, dementi in ispecie[19]. Dall’insieme dei fatti da lui
osservati dedusse, in effetti, la verità della tesi, concludendo che la
insensibilità al dolore ricorda assai bene quella dei popoli selvaggi
che possono sopportare, per le iniziazioni della pubertà, torture non
tollerabili da un uomo bianco[20]. Al che si aggiunge una gran forza
vitale che ripara prontamente i tessuti in caso di ferite o di lesioni
gravi, ciò che Benedick designa col nome di -disvulnerabilità-[21].
Uguali caratteri si riscontrano nella sfera della sensibilità morale,
causa dell’assenza di pietà o della ferocia onde si consumano molti
delitti.
Fisiologicamente la spiegazione è nella genesi del dolore, il quale,
dipendendo da differenziazione progressiva ontogenetica e filogenetica,
pel perfezionamento e sviluppo maggiore degli organi dei sensi, non
che per raffinata squisitezza di sentimenti altruistici, nel criminale
ha dovuto arrestarsi in un grado molto basso, indice o di forma
degenerativa o di reversione atavica ad organismi meno perfetti.
=4.=--Ontogeneticamente la sensibilità del criminale dipende in primo
luogo dalla -eredità-. È fin dal momento della generazione e della
vita intrauterina che le qualità malefiche pigliano consistenza e
cominciano a palesarsi. Le leggi della eredità fisiologica e patologica
si applicano specialmente alla biogenesi del delitto. Le varietà di
risultati, che spesso mettono in dubbio la verità delle leggi generali,
dipendono dalla infinita serie di circostanze imprevedibili. Ma la
indagine accurata sui germi embriologici del delitto, non trascurando
alcuno degli elementi ereditarî ed atavici, i quali potettero influire
direttamente o indirettamente sulle qualità acquisite dalla nascita,
deve fornirci molti lumi, intorno alla conoscenza delle qualità
medesime, senza i quali resteremmo di fronte ad imperscrutabili misteri.
Fin dal momento che la vita individua comincia con la cellula-uovo
fecondata o cellula stipite (-cytula-), i caratteri organici dei
genitori si trasmettono nella prole. Il dubbio che ne potrebbe sorgere,
secondo che abbiamo detto, è dal non conoscersi ancora esattamente le
trasformazioni tutte inerenti alla legge di -variazione- nei novelli
organismi sôrti dalla unione dei germi dei genitori: però eziandio in
ciò vige il principio universale dell’unità della vita nello spazio e
nel tempo, non che l’altro della varietà con la identità sostanziale
degli esseri.
=5.=--Dalla biogenesi cenestetica del criminale passiamo ai primi
stadî di sviluppo, alla infanzia. Qui troveremo analoghi caratteri
tra ciò che si osserva nei fanciulli e la delinquenza nei selvaggi.
L’imprevidenza, la crudeltà, la insensibilità, l’impetuosità, sono
distintivi dell’infanzia del criminale e trovano perfetto riscontro
in uomini barbari a livello sottostante alla civiltà. La natura di
questo scritto mi dispensa dall’addurre esempî comprovanti l’asserto,
i quali, d’altronde, furono così bene raccolti dal Lombroso nel
primo volume del suo -Uomo delinquente-. Concludendo, diciamo, che la
genealogia del delitto, sopratutto nelle forme inferiori della vita
psicofisica, non deve mai scompagnarsi dagli opportuni riscontri con lo
sviluppo delle qualità criminose dell’individuo; i due campi di studî
s’integrano e si completano a vicenda.
Vogliamo soltanto aggiungere, che le anomalie di sensibilità, fisica
o morale, del fanciullo, più che da costituzione organica, dipendono
dalla deficienza o mancanza di discernimento di molte operazioni
causanti effetti dolorosi per sè o per gli altri. Molti psicologi
dell’infanzia furono sorpresi di atti in apparenza crudeli in fanciulli
che, cresciuti in età adulta, diedero prova di squisita sensibilità
e tendenze altruistiche. Essi attribuirono il mutamento, in bene,
all’opera della istruzione e della educazione. Si ingannarono. La
insensibilità era l’effetto dello stato d’incoscienza o di imprevidenza
del fanciullo; la qualità opposta nacque dal momento che si acquistò
consapevolezza di ciò che equivalga produrre uno stato doloroso.
L’attenzione, facoltà molto tarda a svilupparsi; la riflessione,
prodotta dalla padronanza negli interni processi di arresto, giuocano
influenza massima sui fenomeni di percezioni sensitive: mancando di
regola, od essendo molto deboli nei fanciulli, non vi è a meravigliarsi
se questi si mostrino così poco sensibili e sì poco inchinevoli alla
pietà per i dolori altrui.
=6.=--Conosciuta la cenestesi del criminale, riprendiamo la trattazione
dei motivi, sotto il riguardo della teoria fisio-psicologica. Abbiamo
visto che l’azione dei motivi, sulla nostra sensibilità, interna od
esterna, obbedisce a leggi affatto dinamiche. Essi, in altri termini,
non sono che altrettanti coefficienti di energie.
La loro principale legge è la -legge della dinamogenesi-, per cui
ogni stato di coscienza tende a continuarsi in un movimento. I motivi
furono da noi distinti in esterni ed interni. Essi, però, in quanto
sono efficienti o coefficienti dei delitti, non sono che equivalenti di
-sentimenti- o di -idee-. Vedremo, a suo tempo, la natura differenziale
delle emozioni criminose, e quanta efficacia abbiano nel predisporre al
delitto.
Per ora diciamo, che l’azione dei motivi, con la energia di sentimenti,
svolgesi nella regione dei fenomeni affettivi. Senza pretendere, che
non ne sarebbe il luogo, di fare distinzioni dei fenomeni medesimi,
basterà dire, pel nostro intento, che essi tutti o sono causa di
-dolore-, ovvero di -piacere-. Ridotta la energia dei motivi alle due
forme primigenie della nostra vita emotiva od affettiva, non resta che
ricorrere alle leggi generali, onde quelle sono rette, per concludere a
nozioni soddisfacenti.
Il piacere ed il dolore sono i due limiti estremi in cui si polarizza
la nostra vita. Corrispondono al primo tutti gli stati psicofisici che
rialzano la tonalità delle funzioni al grado di maggiore successo, per
esuberanza di energia attuale che non superi la media del bisogno e
che agevoli l’opera dell’attenzione ad effettuarsi senza incontrare
ostacoli.
Corrispondono al secondo gli stati depressivi delle energie
psicofisiche; ne sono cause le difficoltà al funzionamento, l’arresto
o l’impedimento alla soddisfazione di bisogni, lo squilibrio parziale
o totale dell’organismo. Che vi sieno stati interni indifferenti io
non ne dubito; ma indifferenti verso chi?--Certo verso il soggetto
che non li avverte, non in sè stessi considerati o nelle loro cause.
Il passaggio da un estremo ad un altro, in ogni specie di fenomeno,
è segnato da punti intermedî. Il campo visivo della coscienza ha dei
limiti abbastanza mutabili, che acquistano o perdono estensione a
seconda della luce mentale riflessa: ma chi può dire che nei più oscuri
confini essa manchi di contenuto; o che, al disotto o nei pressi della
sua soglia, non funzionino delle energie di cui non abbiamo neppure il
sospetto?
=7.=--I motivi o agiscono per efficacia -attuale- o per efficacia
-potenziale-. Diciamo che la efficacia sia attuale allorchè dipende da
motivo presente; diciamo che sia potenziale allorchè dipende da motivo
trascorso e del quale si serbi ricordo.
L’attualità del motivo ha importanza grande nei delitti passionali o
d’impeto, non così nei delitti di calcolo per i quali il materiale
dinamico della determinazione consiste nella risonanza piacevole o
dolorosa di svegliati ricordi.
Di qualunque genere si consideri il motivo, purchè sia causa di stato
piacevole o doloroso, esso si accompagna a concomitanti somatici
caratteristici. «Concomitanti somatici--scrive il Bianchi--del piacere
sono: aumento della circolazione del capo senza corrispondente
aumento della pressione arteriosa (secondo Meynert, il quale ammette
dilatazione vasale con pressione arteriosa diminuita); dilatazione
volumetrica degli organi periferici (Lehmann); elevazione del polso;
acceleramento del cuore; viso raggiante (si dice gonfio dalla gioia);
aumento delle sensazioni; rapidità ed energia dei movimenti; aumento
della profondità dell’ispirazione, ritmo respiratorio accelerato;
aumento della potenza muscolare. Il piacere è dinamogeno.--Concomitanti
somatici del dolore sono: diminuzione del calibro dei vasi per
contrazione delle pareti vasali; pallore della cute per ischemia;
diminuzione di alcune secrezioni (la bocca secca, la scomparsa del
latte) e l’aumento di alcune altre (lagrime); costrizione dei vasi
polmonari donde quel senso d’oppressione che avvertono tutti quelli che
sono sotto la tirannia del dolore; senso di freddo; atonia dei muscoli
volontari, donde il capo curvo (curvato dalla tristezza, dice Lange),
la faccia allungata; la voce fioca; gli occhi più grandi (maggiore
apertura delle rime palpebrali); il dolore è paralizzante»[22].
=8.=--Allorchè il motivo si trasformi in equivalente ideale, dal campo
affettivo passa nel campo percettivo o rappresentativo. All’azione
diretta dell’efficacia determinante si sostituisce l’azione riflessa.
Il fenomeno è molto complesso e formerà obbietto degli ulteriori studî
sul processo formativo della coscienza criminosa. Limitandoci ora alla
parte affatto -determinante- del -motivo-idea-, non ci allontaneremo
dal rapporto puramente -causale-, che intercede tra la dinamica ideale
del motivo criminoso e l’effetto di squilibrio di coscienza.
L’idea, chi lo ignora? è di per sè un composto psichico. I coefficienti
sensitivi o fisiologici ne sono la base soggettiva; le presentazioni
o percezioni del mondo esterno ne apprestano il materiale. La forza,
dunque, integrante o disintegrante dell’idea equivale alla risultante
di componenti fusi insieme in fenomeno di tensione sulla medesima linea
direttiva.
Scomposta negli elementi, l’idea si risolverà in fattori fisici e
psichici assimilati od unificati per -coesione- immediata o successiva.
Ma perchè il motivo-idea pel criminale è causa di squilibrio, a
differenza di quanto avviene nell’uomo normale? Perchè l’offesa è
respinta sempre con pari o maggiore offesa dall’impulsivo ed è motivo
di generoso perdono per l’uomo virtuoso? La risposta è contenuta
nelle nozioni svolte intorno allo stato di equilibrio e di squilibrio
psichico, non che nelle leggi della dinamica dei motivi criminosi,
secondo le quali, nel criminale, la nota culminante dello stato
psicofisico è l’-anomalia-. Manca, non per tanto, un altro dato ai
precedenti e qui crediamo utile ricordarlo.
La legge di coesione nelle formazioni psichiche ci dà il grado e la
fisonomia di ciascun nuovo composto. Essa, però, è completata dalla
legge di -continuità nella coesione psichica-. Più coesione, più
specificazione; meno coesione, meno specificazione (Ardigò). Quindi,
date le attitudini del criminale a maggiormente assimilare le energie
squilibranti dei motivi, ed a renderne più coerenti gli effetti, lo
stato proprio che ne seguirà, di squilibrio, sarà più differenziato o
specificato. Nel ritmo psichico le energie seguono la linea di minore
resistenza. Il fondo degenerativo del criminale, meno ostacolando
il predominio di tendenze malefiche, più ne rende agevole la
specificazione; il che vale tanto per la singola formazione psichica,
quanto per la continuità della intera vita psichica.
CAPO V.
Il processo cosciente del delitto. Stadio di formazione.
1. Formazione naturale della psiche.--2. I germi malefici del delitto
nei primordi della vita. 3. La genesi di forze antagoniste nella
vita di relazione.--4. Il periodo primordiale di tendenze criminose
nel fanciullo.-- 5. Il secondo periodo formativo della personalità
individua del delinquente.--6. La legge di imitazione nell’infanzia
del delinquente.--7. La selezione organica degli elementi integrativi
del delitto.--8. Il fenomeno della -simpatia- e le sue leggi--9.
Influenza dell’ambiente di famiglia e del fattore economico sul
delitto; la educazione ed i pervertimenti ereditarî. --10. Influenza
delle necessità sociali.--11. Effetto degenerativo dell’azione
suggestiva criminosa.--12. Influenza dei motivi sentimentali che
agiscono sulla immaginazione.
=1.=--La nostra vita psichica non è che un alternarsi di stati di
coscienza. Dalla sensazione alla ideazione, dalla volizione all’azione
il processo integrativo dell’io si risolve in atti successivi che o
si collegano o si elidono o si fondono insieme. La consapevolezza
della vita psichica comincia dal momento che lo stimolo, coefficiente
dinamico, agendo sulle nostre tendenze ereditarie od acquisite, entra
nel campo visivo della coscienza e ne muta la superficie.
Da siffatto momento ha principio la vita psichica con equivalenti
paralleli alle funzioni organiche. Da siffatto momento comincia il
processo di formazione della coscienza e nel singolo individuo si
rendono percepibili le prime distinzioni di qualità destinate ad
ulteriori progressi nel tempo.
Chi desideri formarsi esatti giudizî sul perchè di tendenze spiccate
ad azioni virtuose o meno, deve, fin da questo primo periodo, dirò
embrionale, della psiche, non tralasciare di notare tutti i modi onde
l’organismo psicofisico si va formando, e le leggi che ne regolano lo
sviluppo.
Avanti ci occupammo della delinquenza nella età dell’infanzia e ne
rassegnammo le somiglianze con la natura dell’uomo selvaggio. Simile
analogia ontogenetica e filogenetica, in gran parte, ha la origine
in germi ereditarî non per anco differenziati per l’adattamento
dell’ambiente sociale; ciò che, con l’opera del tempo, molto facilmente
potrà avvenire.
Volendo, frattanto, conoscere come, fin dall’indicato periodo, l’anima
del delinquente a poco a poco si venga plasmando, egli è d’uopo
rifarci alquanto indietro e, ripigliando la trattazione dei motivi o
dei determinanti al delitto, vedere quale efficacia essi giuochino in
concorso a tutti gli altri coefficienti, esterni ed interni, nel dare
il primo contenuto organico alla coscienza.
=2.=--La forma indistinta delle tendenze ereditarie ci apprende, che
nei primordi della vita i germi malefici del delitto siano involuti in
centri di energie di natura siffatta da non sottostare necessariamente
alla immanenza di speciale differenziazione. La ereditarietà,
tuttochè sia la principale scaturigine del bene o del male operato
dall’individuo, non è a concepirsi sotto l’aspetto di -causa fatale-;
chè, così dicendo, si trascurerebbero tutti gli elementi di ambiente e
di adattamento, i quali concorrono, simultaneamente o successivamente,
alla formazione dell’organismo psicofisico. Invece egli sembra più
esatto il pensare, che i germi ereditarî o, meglio, le energie
costituenti l’organismo dell’individuo, nella loro forma involuta
primigenia, diano luogo all’apparire di caratteri che facilmente
si confondono insieme ed agevolmente sono convertibili negli atti
esteriori.
La inclinazione al mal fare, all’altruismo, alla carità, alla
beneficenza sono qualità che in pratica possono effettuarsi in maniere
svariate. Mal fa l’egoista, l’ambizioso, il delinquente; eppure non si
dirà che l’uno equivalga gli altri. In breve, è verità incontrastabile
che la ricerca del male, o etico o giuridico, debba eseguirsi non
già in sè o nella essenza organica germinativa, bensì nei primi atti
esteriori con note differenziali.
Proponiamoci, dunque, il dovere di vedere perchè ordinariamente nel
fanciullo si riscontrino le qualità dell’uomo selvaggio; vale a dire
perchè nei primordi della nostra esistenza il delitto rimugghi dal
fondo dell’anima e desti l’allarme in chi n’è spettatore.
=3.=--Il sentimento primo fondamentale della nostra vita è il
sentimento di esistenza. Esistere non significa soltanto essere o
vivere, ma avere il senso immanente della potenzialità ad agire ed a
mettersi a contatto col mondo esterno. Insieme a questo sentimento un
altro ne sorge: il sentimento della difficoltà nell’esplicarsi, ossia
il senso di ostacoli frapposti al proprio funzionamento organico. È
dal contrasto dei due sentimenti suddetti che sorge la prima forma di
forze antagoniste nella vita di relazione; è dalle successive vittorie,
effettuate dalla potenzialità sugli ostacoli funzionali, che il
progresso personale si concreta con gradi vieppiù ascendenti.
Dagli atti riflessi dei primi mesi di vita, del fanciullo, alle azioni
reattive contro qualunque ostacolo si frapponga alla soddisfazione
dei più vivi suoi desideri, vi sono esempî d’una coscienza automatica
ed istintiva ad affermare vieppiù la prevalenza di energia del tutto
personale, base della vita incipiente della psiche e della identità
dell’io in mezzo alla varietà incessante dei fenomeni. Fra le relazioni
interne, o delle funzioni interne, e le relazioni esterne si stabilisce
un rapporto sempreppiù costante: più l’ambiente addiviene complesso e
più l’individuo, differenziandosi, si organizza, fino a che egli, in
mezzo a’ simili, assume fisonomia personale stabile.
=4.=--Or, considerate il fanciullo nel descritto periodo primordiale
di vita di relazione, e vi accorgerete, di leggieri, che, se germi
malefici egli ha ereditati, questi faranno la loro prima comparsa
nell’accentuare la energia reattiva personale verso intenti per nulla
altruisti, con la scelta di mezzi meno adatti all’ambiente civile.
In somma, a dir breve, la genesi psicofisica del delitto, mentre
biologicamente non si allontana dalle leggi dell’ontogenesi e della
filogenesi, leggi comuni a tutte le specie degli organismi viventi, si
ricongiunge al principio generale di perenne lotta per l’esistenza,
con la prevalenza degli organismi più adatti all’ambiente. Il senso
di delitto, a certe azioni eticamente condannabili e legalmente
reprimibili, trova la spiegazione giuridica nella necessità
dell’ordine sociale: la sua origine naturale deve attingersi
direttamente alle leggi della vita ed alle condizioni ond’essa si
accompagna pel progresso dell’organismo umano. Data la lotta tra
l’energia individuale e le energie antagoniste, si ha contrasto tra
stimoli e controstimoli, e l’aumento di potenzialità è a detrimento
della possibilità ad essere indirizzati dalla forza degli agenti
esterni che, o naturalmente o artificialmente, hanno effetto su noi.
La prima ed elementare differenza avvertita dal fanciullo,
nell’apprezzare l’entità d’un’azione, è improntata dall’attrattiva
di sentimento piacevole o doloroso. L’ostacolo, un impedimento alle
nostre funzioni, reca dispiacere; l’azione istintiva è di allontanarlo.
Il contrario avviene con obbietti piacevoli, i quali ci attraggono a
contendercene il possesso.
Il sacrificio di astenersi da ciò che piaccia è ben raro che si
esperimenti nel bambino. La ragione è perchè esso si connette ad un
processo di arresto, che nei primi anni della vita manca in noi.
Nel bambino la sensazione del piacere è seguìta immediatamente da
impulsione esterna: mancando l’ideazione dell’atto, il fenomeno è
semplicemente riflesso ed istintivo.
=5.=--Formatosi il primo abbozzo della personalità individua, i
dati della coscienza si vanno gradatamente aumentando e spunta la
prima volta la distinzione in principio semplicemente intuita poi
imposta dalla necessità di adattamento tra le azioni lecite e le non
lecite o, meglio, tra ciò che è conseguibile e ciò che dev’essere
rispettato. Le impulsioni verso oggetti o atti piacevoli sono frenate
dal contrasto dei controstimoli, di cui si comincia a percepire la
esistenza; il mondo esterno, durante la lotta, è rappresentato con più
precise modalità e confini; fino a che, nel ritmo di azioni e reazioni
crescenti, non cominci ad apparire la prima forma di equilibrio o di
squilibrio.
Il fanciullo, proiettando al di fuori la sua personalità, assorbe
dalle personalità altrui le energie similari alle ereditarie o,
accidentalmente, acquisite per sopravvenute modificazioni organiche.
Di qui i due potenti coefficienti della evoluzione o dissoluzione
personale, la -imitazione- e la -simpatia-.
=6.=--Nessuno scrittore, che io mi sappia, ha dato al adeguata
importanza alla imitazione quale coefficiente genetico del delitto,
anzi quale mezzo principale di organizzazione spontanea della coscienza
del delinquente.
La origine della imitazione si connette ad un fenomeno di vera
-suggestione-, che distingueremo col nome di -motrice-. Ogni atto,
anzi ogni pensiero, ogni sentimento implicano movimento o muscolare o
cerebrale: movimento che deve trasmettersi esternamente.
I fenomeni telepatici, e ciò che la quotidiana esperienza ci apprende,
sono lì per dimostrarci che nei nostri centri cerebrali, ideativi,
emotivi o volitivi, si ripercuotono ininterrottamente movimenti che
ci vengono dal di fuori e che rispondono alla equivalenza di energie
in via di trasformazione. Reciprocandosi, in tal modo, la relazione
dinamica tra noi ed i nostri simili, finiamo col prendere le abitudini
mentali, le inclinazioni morali trasmesseci a contatto od a distanza.
La imitazione è il fatto più complesso del riferito principio. Essa si
connette dall’un lato alla energia potenziale delle qualità ereditarie,
dall’altro alle influenze attrattive degli atti o delle azioni
costituenti l’ambiente morale e civile in mezzo al quale ci esplichiamo.
È sì grande la influenza imitativa che, qualche volta, arriva alla
forza di contagio. Tra la infezione delle malattie fisiche e la
infezione delle malattie morali evvi sì stretta analogia che quasi noi
possiamo, per spiegarcene l’essenza, supporre dei microbi del vizio e
del delitto.
Alcuni scrittori, sforzandosi con pazienti osservazioni di costruire
una psicologia scientifica dell’infanzia, incorsero nel difetto di
origine di porsi sempre da un sol punto di vista; facendo le loro
osservazioni e gli esperimenti in ambienti privilegiati, tra fanciulli
nati e cresciuti in famiglie civili, con qualità ereditarie normali.
Ben altrimenti dovrebbe praticare chi desiderasse formarsi opinioni
illuminate sulla psicologia della delinquenza, il cui massimo esponente
si ritrova nei bassi fondi sociali, negli ambienti preparati alla
fecondazione spontanea dei germi del male.
Non giova farsi illusioni: la vita sociale, come ovunque si svolge, è
formata a strati sì differenti tra loro da non permettere neppure la
rassomiglianza di analogia. Pensieri, costumi, azioni son tanto diversi
dall’uno all’altro strato sociale che erroneo sistema sarebbe quello
di confonderne le osservazioni e le illazioni; peggiore il credere di
aver conseguito l’intento scientifico col raccogliere dei principî o
dei cànoni d’indole interamente relativa, di valore unilaterale.
=7.=--La imitazione ad assorbire, ad assimilare gli elementi
psicofisici del delitto succede, in ambienti adatti, per legge
spontanea di selezione organica. Il delinquente, piccolo o adulto, non
si accorge neppure delle infezioni malefiche delle quali è la vittima;
proprio allo stesso modo onde le più letali malattie ci trasmettono il
loro germe senza che ne avessimo consapevolezza. Durante il periodo di
incubazione, embriologico del delitto, la imitazione, agevolandoci i
mezzi di contatto e di riproduzione dei germi del male, è la via meglio
adatta per la trasmissione di energie criminose destinate a causare,
nel soggetto passivo, cambiamenti ed impulsioni a futuri delitti.
Per comprendere il meccanismo o la statica e la dinamica della
imitazione criminosa, noi dobbiamo ricordare un altro fenomeno
abbastanza trascurato in psicologia, il fenomeno della -simpatia-,
sulla quale non a torto Adamo Smith fondava la morale.
=8.=--La simpatia fisiologicamente si rapporta alla teoria delle
azioni riflesse; psicologicamente è l’attitudine a riprodurre in noi
i piaceri ed i dolori dei simili; sociologicamente è la base della
legge di solidarietà umana; naturalmente non è che uno dei tanti modi
della legge universale di attrazione. Le distinzioni, che delle forme
svariate della simpatia, massime sotto il riguardo fisio-patologico,
fecero gli scrittori, sono argomenti della importanza ad essa
generalmente attribuita e dell’obbligo che si ha di tenerne quel conto
che effettivamente merita.
Barthez distingue le -sinergie- dalle -simpatie-; Tissot le simpatie
-attive- e le -passive-; Hunter le simpatie per continuità e le
simpatie per contiguità. Noi, riferendoci al sistema meccanico
unitario, diciamo che anche la simpatia debba spiegarsi con la
legge di attrazione di centri di energie e con la più agevole
trasformazione di movimenti per le vie di -minore resistenza-. Quindi
è che la simpatia, nelle relazioni con i simili, è la ragione davvero
efficiente della imitazione; poichè questa non si verificherebbe se
tra esseri consimili intercedesse tale avversione da allontanarci
irremissibilmente l’uno dall’altro. In conclusione, e tenuto presente
tutto quanto è sopra detto, possiamo tirare l’infrascritta prima legge:
L’-attitudine ereditaria inclina verso l’azione attrattiva di energia
similare per la prevalenza di potere di simpatia-. L’osservazione
quotidiana è che i simili si attraggono con i simili; tra essi, qualche
volta, si desta una corrente di affinità irresistibile. Sono le
molecole fisiche sociali, che si attraggono, si unificano per formare
l’essere virtuoso o il delinquente: è l’immanente potere della vita
nelle variazioni delle forme omogenee ed eterogenee, è la perpetuazione
degli individui e delle specie nella selezione continua organica e
sociale.
La seconda legge, di evidente applicazione all’ambiente del delitto,
è che -la simpatia agisce con l’attenuare la forza di arresto delle
tendenze antagoniste, col rafforzare la efficacia degli stimoli
analoghi tra energie a contatto, con l’abituare l’attenzione a
trascurare ciò che meno ci alletta, con l’unificare i motivi sinergici-.
Chi abbia l’agio di osservare l’amicizia di individui dediti al
delitto, vedrà che tra gli stessi ogni divergenza di opinioni o di
abitudini tace allorchè trattasi di stringersi nella vicendevole
fiducia di sentirsi adatti a commettere date azioni, e nel
suggestionarsi, con sforzi reciproci, a non temere la minaccia della
legge o le difficoltà che ostacolano la perpetrazione del reo disegno.
La forza di simpatia duplica in ciascuno la spinta al delitto, come
smorza o attenua l’opera della controspinta; oltre che fa sorgere
un senso di compiacimento per l’opera propria, purchè questa riesca
gradevole altrui.
Una terza legge, che nelle osservazioni pratiche potrà tanto giovare,
è la seguente: -La simpatia, in quanto influisce ad organizzare
la coscienza criminosa, distinguesi in individuale o collettiva,
diretta od indiretta; la prima attiene alle persone con cui si abbia
uniformità; la seconda dipende dalla inclinazione a voler commuovere
favorevolmente la pubblica opinione-.--L’influsso della pubblica
opinione sull’animo del delinquente è di estrema considerazione.
Consistendo, d’ordinario, il delitto in prevalenza di -forza- o di
-astuzia-, porta seco la lusinghiera persuasione del compiacimento
di coloro da cui amiamo essere ammirati e dell’ammirazione della
generalità degli uomini.
=9.=--La prima fonte di morale degenerazione è la mal costituita
famiglia; il primo rimarchevole fattore è l’economico.
Anche a non accettare le estreme conclusioni del materialismo storico,
che coordina tutti i fenomeni sociali al sottosuolo dei rapporti
economici e pretende che dall’espandersi delle energie produttive sieno
determinati gli incessanti contrasti, cause di cambiamenti nella vita
pubblica o privata, egli è ragionevole ritenere che la mancanza o la
deficienza dei mezzi necessarî alla esistenza ed alla disciplina delle
personali facoltà debba molto concorrere all’arresto d’incremento
progressivo dell’organismo fisico e morale. Il problema, tuttochè
complesso negli elementi, è di facilissima soluzione a chi attenda
a quanto avviene tuttodì sotto gli stessi suoi occhi. La miseria
è baratro scavato ai più nobili sentimenti morali, alle migliori
iniziative dell’esistenza: è tenebra in cui il lume della intelligenza
poco a poco si spegne; è causa di sconforto e di esaurimento per
le volontà più robuste e meglio agguerrite. A contatto forzato con
genitori scioperati, bevoni, dediti al vizio, al delitto; in mezzo a
gente non guidata che da motivi di egoismo; privi di controstimoli o
di esempî di virtù; col microbo latente e costituzionale del delitto,
chi vorrà pretendere atti onesti da uomini sì sventurati? Aggiungasi
l’opera incessante, potente dei pregiudizî, il falso convincimento
d’una morale fittizia esclusivista, e si avrà il dato giusto del come
e perchè la famiglia sia, nei bassi fondi sociali, la vera scuola
della demoralizzazione e degli istinti perversi.--Dimandato F. B., un
giovanetto di 17 anni, da me difeso pel reato di omicidio, dopo altre
due condanne per ferimenti, perchè mai, senza sufficiente motivo, in
tenera età si fosse reso colpevole di delitto sì grave, rispondendomi,
mi raccontò una lunga istoria di reati in famiglia, dei quali uno di
assassinio commesso dal padre morto in carcere, e concluse: «Che cosa
potevo far io se non uccidere il primo che mi avesse offeso?». Difesi,
in tempi diversi, sei individui della famiglia D. F., tutti per delitti
di sangue: l’ultimo rivoltosi al mio patrocinio, perchè responsabile
di ferimento, essendo stato richiamato sui precedenti dei congiunti, mi
rispose: «Non è a meravigliarsi; è malattia di famiglia!...».
La educazione può molto modificare i pervertimenti ereditarî, ed
aiutare lo sviluppo dei buoni semi: ma per educazione, osserva
Lombroso, intendiamo non le semplici istruzioni teoriche che di raro
giovano, anche agli adulti, per cui vediamo sì poco approdare la
letteratura, i discorsi, le arti dette moralizzatrici, e meno ancora
le violenze con cui al più si ingenerano degl’ipocriti, si trasforma
non il vizio in virtù, ma il vizio in un altro vizio; bensì una serie
di impulsioni, moti riflessi sostituiti lentamente a quegli altri che
furono cause dirette o almeno favorevoli al mantenimento delle prave
tendenze, e ciò col mezzo dell’imitazione, delle abitudini gradualmente
introdotte colla convivenza in mezzo a persone oneste e con precauzioni
sapienti per evitare che sorga in terreno adatto a proliferarsi l’idea
fissa che vedemmo divenire sì fatale nell’infanzia»[23].
=10.=--La seconda fonte più abbondante e più probabile di morale
degenerazione e di preparazione al delitto è l’ambiente di necessità
sociali analogo alla classe a cui ciascun di noi appartiene.
I fattori dell’umano progresso, generalmente intesi sotto il nome
comune di civiltà, in quanto sono elementi differenziati di maggiori
attitudini nella lotta per la vita portano la conseguenza di accrescere
la incapacità di adattarsi alle risorse di cui si contentavano i nostri
avi. Indi è che, come bene osserva Féré, la consumazione di alimenti,
di eccitanti, di materie d’ogni specie da soddisfarsi si accresce di
giorno in giorno.
«Per soddisfare i suoi bisogni incessantemente moltiplicati, l’uomo
si esaurisce nella lotta contro gli elementi; ed è per compensare gli
effetti di questo esaurimento ch’egli si sforza di chiamare in aiuto
delle deboli sue braccia le risorse del suo spirito, le quali dovranno
compensare con molteplici invenzioni la insufficienza delle lor proprie
forze. Ma ciascun nuovo sforzo di adattazione, ciascun progresso di ciò
che noi chiamiamo civilizzazione, è una nuova causa di esaurimento
il quale si manifesta ognora con più intensità sugli individui
maggiormente indeboliti. Questi individui divengono ben tosto incapaci
di continuare la lotta, e soccombono sia a disordini generali della
nutrizione, sia a degenerazioni più o meno localizzate, trasformandosi
in affezioni organiche diverse o in disordini funzionali con predominio
verso l’organo il più debole»[24].
Nelle attuali condizioni di lotta per l’esistenza, in particolare nelle
città, è sopratutto il sistema nervoso centrale che sopporta le spese
del lavoro d’adattazione; l’esaurimento può risultare tanto per sforzi
fisici che psichici. «Uno dei principali effetti dell’esaurimento
nervoso è l’incapacità dello sforzo continuato. È vero che per i
soggetti congenitamente sani e ben conservati il lavoro eccessivo non
determina che una fatica in generale facilmente riparabile; ma, se a
questo lavoro eccessivo si aggiungono delle privazioni di ogni sorta,
ne segue un esaurimento più profondo e più duraturo, il quale non pure
favorisce la discesa individuale, ma ancora prepara le attitudini
morbose della generazione seguente. È meno in ragione della fatica
personale che in ragione dell’esaurimento ereditario, dello spossamento
capitalizzato, che la razza subisce l’imposta progressiva della
degenerazione e diviene meno capace di sforzi produttivi»[25].
=11.=--I moltiplici esempî di vizî e di azioni delittuose agiscono,
sulla organizzazione della coscienza criminosa, con la forza di
stimoli suggestivi. Nè alcuno più dubita sull’effetto degenerativo
della suggestione in ambiente propizio alla germinazione di esempî
viziosi. Essa altera profondamente la psiche, producendo perversioni
nella sensibilità e nelle più alte funzioni cerebrali; giunge perfino
a mutare interamente i caratteri della personalità ed a far sorgere
inclinazioni e bisogni per lo innanzi sconosciuti. L’effetto equivale
ad una stratificazione graduale di sentimenti e di idee, all’abitudine
d’adattazioni coscienti o incoscienti a percepire in diverso modo la
realtà, a creazione di poteri psichici difformi dai precedenti, a
risultati psicofisici con relazioni ed indirizzi nuovi. Dopo alcun
tempo, più o meno lungo, il candidato al delitto si trova preformato e
preparato all’esperimento; non mancano che le occasioni, le quali, di
certo, non si faranno guari attendere.
Lo avete voi mai osservato quel fanciullo che, poco amante di
un’ordinata e costante occupazione, ama spesso sfuggire all’autorità
paterna e si abbandona al vagabondaggio; buona parte della giornata, di
niente altro preoccupato che di provar gusto nel giuoco, nei piccoli
vizî, negli atti di sopraffazione, nell’uso di audace astuzia pel
conseguimento di qualche intento, con imprevidenza dell’avvenire,
con trascuratezza di ogni atto meritevole di lode? Seguitelo nei
susseguenti anni della vita. Egli un bel giorno si ribellerà
all’autorità dei genitori; ne schernirà i consigli, acquisterà di sè
la coscienza autonoma d’una energia disordinata, in lotta con i freni
sociali, con chiunque gli apparisca di ostacolo alla soddisfazione
di bisogni resi urgenti dalla eccezionalità di vita. Lo sforzo di
vincere le difficoltà, nella lotta impegnata, si traduce in un aumento
di pericoli di soccombere, da un istante all’altro, sia sotto la
sanzione repressiva della legge, sia sotto la reazione altrui; finisce,
però, sempre o con l’esaurire la energia, causando qualche forma di
degenerazione, ovvero col trasformare fisicamente e psichicamente il
soggetto e spingerlo irremissibilmente nel baratro del delitto. È la
storia uniforme di quasi tutti i frequentatori della prigione: dalla
vita di disordine si passa al vizio; dal vizio al delitto.
=12.=--Non poca influenza deve attribuirsi a tutti i motivi
sentimentali che agiscono direttamente sulla immaginazione. È
incredibile dire quanta forza suggestiva sulla pubblica opinione e
sui singoli animi possano esercitar delle credenze artificiosamente o
morbosamente ridestate; dei sentimenti di malintesa pietà, di falso
entusiasmo, di un’attesa ansiosa, di un volere imposto fin con la
costrizione di morale supremazia. Dapprima quello che è impossibile fin
anche a pensarsi, appare possibile, ma sotto condizioni eccezionali;
poi si rende plausibile con le date circostanze di fatti; indi si
ritiene per sicuro, anzi certo, e finisce con l’impossessarsi degli
animi e col trascinarli fatalmente là dove la ragione non avrebbe
giammai permesso che si arrivasse.
La immaginazione, massimamente se ravvivata dal sentimento, è la
facoltà magica che tutto trasforma e colorisce, alcuna volta in bene,
quasi sempre in male. Chi potrà mai calcolare l’effetto dinamico,
sulla immaginazione di poveri degenerati o deboli di mente, prodotto
per la teatralità di drammi giudiziarî dai colori i più foschi, dalle
scene le più atroci? Chi è abituato, avvocato o magistrato, nelle
aule dei Tribunali e della Corte di assise, ha dovuto, oh! quante
volte, accorgersi che di fronte alla figura audace, feroce d’un
imputato od accusato, il pubblico minuto di persone indifferenti,
di donne, di ragazzi, restava estasiato, ammirato. In quelle ore di
pubblico spettacolo, in quel periodo di ansie, di godimento morboso,
la coscienza degli spettatori è così suggestionata, è così scossa che,
quando si arriva all’epilogo o della condanna o dell’assoluzione,
molti buoni sentimenti si saranno affievoliti, correnti passionali han
preso possesso della coscienza, germi deleterî di pervertimenti futuri
han messo radice: e dire che tutto questo succede perchè la giustizia
funzioni!
CAPO VI.
Le norme fondamentali della psicologia criminale.
1. Si riassumono le principali verità in precedenza svolte.--2. Norma
che guidar deve la conoscenza dei rapporti interni con i fenomeni
esterni; legge principale di anomalia del delitto.--3. L’ordine
morale ed il processo di arresto inibitorio.--4. L’-autosuggestione
motrice-; legge della risultante impulsiva al delitto.--5.
Rapporti dinamici e logici tra i motivi.--6. Processo organico ed
accidentale dei motivi criminosi.--7. Conservazione e sviluppo dei
fattori psicofisici del delitto.--8. Legge di -atipicità-; tipo
antropologico del criminale.--9. Disintegrazione dell’anima del
criminale; dissoluzione della funzionalità psicofisica organica.--10.
In che, psicologicamente, consiste tale dissoluzione.--11. La
teoria degenerativa del delitto.--12. La fenomenologia clinica
di dissoluzione della personalità.--13. Norma per constatare la
ipotesi del processo evolutivo della energia criminosa e la ipotesi
d’intervento di qualche affezione patologica; differenza tra anomalia
ed infermità; importanza psicologica del criterio della pena.--14.
Inefficacia scientifica e pratica delle perizie psichiatriche.--15.
Disposizioni dell’articolo 46 e 47 del Codice penale; quali sieno
le norme dei periti perchè riescano a constatare le condizioni
di integrità psichica necessaria alla imputabilità penale.--16.
Necessità, pel perito, di una seria coltura psicologica.--17. In che
consistano il metodo di -esperimento- e quello di -osservazione-;
l’indirizzo sperimentale nei fenomeni psicologici; come debbano
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