Mostra la casa, e lor dice una storia
D'amor celati e di trascorsa gloria,
Di luminosi giorni e amari pianti--
E d'una principessa innamorata,
Da ognun respinta e fiera del suo fallo...
--E la descrive--amazzone, a cavallo
Passare per la strada ombreggïata--
Amorosa sedere in sul terrazzo
All'ora del tramonto a Lui vicino,
--Poi sollevare uscendo dal giardino
Con la piccola mano il greve arazzo.
* *
I vaghi amanti erraron fino a sera
Tra le aiuole e i sentieri, e nelle vaste
Gallerie, su e giù tra le rimaste
Gaie memorie d'una gioia vera.
Il sorridente amor loro appariva
Il sovvenir d'un sentimento fido,
La lunga festa del nascosto nido,
La passion che nel desir si avviva,
I rai del sol sulle sboccianti rose
E la profonda gioia contenuta
E il ridere argentino fra la muta
Complicità festosa delle cose.
Ridean le cose. Un'allegria infinita
Usciva dai cespugli, dai viali,
E tra i profumi e un vivo batter d'ali
Nell'ebbrezza la mente era smarrita.
E desiaron di restare. L'alma
Dovea goder più dolcemente e forte
In un tal sito l'indulgente sorte
Che permetteva lor sì dolce calma.
* * *
Ma l'ombra scese della sera, a poco
A poco invase il cielo ed ogni loco,
E stese un velo sui ricordi lieti.
S'adombraron le lucide pareti,
Smorti si fero i bei colori, spenti
Gli estremi bagliori aurei correnti
In su le stoffe sontuose e oscure,
Sulle quali vivevan le figure
Dipinte una esistenza tenebrosa
Mentre morìa la vita vera. Ascosa
Malinconia sorgeva nei recessi
Amati dove dagli Dei concessi
Divini istanti eran trascorsi.
E voci
Sorger pareano arcane--e dubbi atroci
Mormoravano allora e di segreti
Dolor non anco espressi dai poeti
Svelavano a metà l'atro mistero,
Senza parole definite, il vero
Nudo mostrando e la fuggente gioia.
E lo spettro s'alzava della Noia
Regina alfine, ed i sospetti muti
S'infiltravan siccome dardi acuti
Per l'alme scosse nella giovin fede.
E si sentia che l'uomo, triste erede
Di colpe antiche e di fralezze vili,
Sol può tener con vincoli sottili
Per un istante l'alta, passaggiera
Felicità, senza misura, intera.
Piangean le cose--una tristezza immensa
S'alzava ovunque; si facea più densa
La tenebra che ai cuori s'infiltrava.--
Nello sconforto che la mente aggrava
I rosei sogni già finiano in pianto--
Rotto pei due era il soave incanto--
La villa, prima gaia e ospitaliera
Nel dì sereno, or diventava nera,
Arcigna e chiusa in ostile rifiuto.
Sacrileghi sentiansi entro quel muto
Tempio dal Dio crudele abbandonato
Su cui librava il minacciar del Fato
Uguale sempre e che si fugge invano.
Il desire parea fatto lontano.
Ed un fantasma incontro a lor venìa
Che avea sul volto il Duolo e l'Ironia,
La sazietà e la gioia bugiarda,
L'ipocrita pietà per cui s'attarda
L'amor che menzognero ancor sorride.
Il vecchio giardiniere allora vide
Fuggire i due amanti impalliditi:
--La bella villa dai cortesi inviti
Or sembrava un soggiorno di iattura,
--Scansando il malaugurio, dalle mura
Usciron presto del giardin deserto,
E ripresero il lor cammino incerto.
SONETTI
XX.
GIOIA PASSATA
A J. M. DE HEREDIA
Il palazzo è di marmo, e le fontane
Ebber zampilli lieti e gorgoglianti;
Sovra i pilastri due leon rampanti
Superbi ancora alzan le zanne vane.
Il cancello ad ornati irti e pesanti,
Semiaperto, cadente, alle lontane
Ville ricorda ancor le pompe insane
E le feste e gli amori e gli alti vanti,
Ma l'erba intanto cresce in sul viale,
La ruggine corrode i gran blasoni,
E stanno chiuse le istoriate sale,
Ahi, prive di chiarore e di canzoni!
--La noia regna in fra le due grand'ale
E con l'edera sale pei balconi.
XXI.
RISPOSTA
A H. CAZALIS
Credete che la forma passaggiera
Dalla materia eterna ch'è sua culla,
Come caduta in mar goccia leggiera
Disparirà nell'ocean del nulla.
Sperate che il destin che si trastulla
Con l'alma nostra rifulgente e nera,
Allor che lascerem la terra brulla
Ne affogherà dentro una notte vera.
Ma v'ingannate: eterna è la condanna.
Desire ignoto gli scomparsi affanna;
Nasce chi muore, ad altro sol gettato.
Ma forse il dì della stanchezza estrema
Comprenderemo alfin tutto il poema,
Ed in quel dì perdoneremo al fato.
XXII.
RITRATTO
La testa, il busto suo da imperatrice
Sembran scolpiti in marmo imperituro;
Nel circo avrìa sorriso al morituro
Gladiator, suprema vincitrice.
Il morso dei desir, che a noi non lice
Impuniti pensar, nei dì che furo
Avrìa sentito e nel triclinio impuro
Regnato bionda incoronata attrice.
Or passa altera ma non più serena
Nella moderna vita dolorosa,
E il suo pallor dice la stanca lena,
Lo sguardo fisso la mestizia ascosa,
Lo sforzo d'una fede che raffrena
L'irrequieto spirto che non posa.
XXIII.
RITRATTO
Ella ha i capelli biondi e gli occhi neri,
Lo sguardo dolce ed il sorriso astuto,
Parla talora il ciglio e il labbro è muto,
Volan le chiome e gli occhi son severi.
Ha buono il core e lo spirito arguto
E i detti or folleggianti ed ora alteri,
Variano i suoi pensier sempre sinceri,
Ama la canzonetta ed il liuto,
Ama il chiarore della luna mesta
E il falso luccicare della scena,
Si sente triste in mezzo ad una festa,
Senza ragion l'alma ha di gioia piena.
Vuole la calma e brama la tempesta,
Bionda con l'occhio ner, cupa e serena.
XXIV.
RITRATTO
Col nero e lungo sguardo e con l'arcana
Vaghezza del sorriso che indovina,
Con la raccolta sua chioma corvina
E col caldo pallor che il viso emana,
Ella sembra venuta da lontana
Festa opulenta dove fu regina.
Gemma salvata dalla gran rovina
Della passata gloria veneziana.
Ma per lei si vorrebbe altra cornice:
L'antico Canalazzo pien di festa
Al tempo di Venezia imperatrice.
Dagli ornati scalini ecco s'appresta..
E sullo smalto di quel ciel felice
Spicca il profilo della bruna testa.
XXV.
È un castello feudale in miniatura,
Dall'abbandono sorto in nuovo aspetto;
Sei secoli passaron sul suo tetto
E or ridon bianche le vetuste mura.
Solitario ed in mezzo alla frescura
D'alte piante, tra verdi prati eretto,
Da una profonda fossa è ancor protetto
E d'acqua ha ancora una larga cintura.
Ma il ponte levatoio è fisso ormai,
E aperta sta la sala allegra e vasta
Dove non giunge il mugghiar del vento.
E ne sembra il castello, allor che i rai
Vibran del sol che la torre sovrasta,
Gioiel di pietra legato in argento.
XXVI.
RASSOMIGLIANZA
Vidi l'umido labbro e pur procace
Lo sguardo per lussuria semispento,
E il ciglio pien di volontà tenace
E la fermezza del marmoreo mento;
Mirai la linea del profilo altera,
La maestà della sua guancia smorta,
E dissi: È larva od è figura vera?
È viva o dal passato alfin risorta?
Chi è mai? Chi fu?--Ma nuova visïone
S'alzò dinnanzi alla mia mente scossa:
Era una sala aurata, e più persone
In una luce profumata e rossa,
E Lei rividi bella e tenebrosa
Versar l'ebbrezza in cesellata coppa
E accendere il desir che più non posa
Ma vola ognor della Chimera in groppa!
Era l'antica cena di Ferrara,
L'amor letale ed il velen dell'orgia...
E riconobbi, uscita dalla bara
Alla moderna età, Lucrezia Borgia.
XXVII.
PAESAGGIO
Senza rumore, immacolata e lieve,
Sovra il ghiaccio del lago smerigliato
In linee lunghe scende ognor la neve
E bianco sembra l'aere rigato.
E fino agli orizzonti indefiniti
Tutto è candore. In sulle opposte rive
Pendono gigantesche stalattiti
Coperte di diamanti e luci vive.
Si disegnano i rami delle piante
In bianco sovra il cielo grigio e smorto.
I fiori son spariti e tutte quante
Le frondi e l'erbe. Ed ecco tutto è morto
Per un tempo e sepolto nell'inverno.
Cosi tace talora ogni desìo
E sembra spento pure ciò ch'è eterno
Sotto il manto di neve dell'oblìo.
XXVIII.
SOTTO UN RITRATTO
Diritta e bianca sorge in sul cammino
Arido e triste della vita umana,
Fragile come un fior di gelsomino,
Eppur dotata di potenza arcana;
Soave qual chi ancor ride al destino
Ma altera come l'errante Dïana.
Dalle svelte sue forme arrotondate,
Dallo sguardo, un olir voluttüoso--
D'acri gioie imminenti ed aspettate
Spira, desìr sotto le nevi ascoso.
Il sen, le braccia di bellezza armate
Formidabili sono nel riposo.
XXIX.
MARINA
Par quasi nero il mare sconfinato
Sotto il cielo pesante e cupo. Il vento
Tace e tutto ne sembra addormentato;
Nella natura ogni volere è spento.
Dovunque regna una oppressiva pace,
S'odono mormorii sottomarini.
Si dirìa ferma alfin l'ora fugace
E che immobili pendano i destini.
Ma è minacciosa la profonda e mesta
Calma che rassomiglia ad una morte...
Ed ecco, lungi, un soffio di tempesta
Ed un fragor di ferree infrante porte!
Sordo rumor e lampi ardenti e tuoni,
Tenebra fitta e luce che ne abbaglia...
E in mezzo alle fulgenti visioni
La letale magia della battaglia!
XXX.
MARINA
Di gente affaccendata è pieno il porto.
Tutto è clamore, grida e voci sorde;
Parlano i marinai con gesto accorto,
Stridono lungo gli alberi le corde.
Al brulicar del suolo fa contrasto
L'austera calma maestà del mare
Che si stende color di piombo e vasto
Fin dove sguardo umano può arrivare.
E sotto il sole ardente d'improvviso
Tutto si tace e sta ciascuno e guata.
Brillano gli occhi in ogni attento viso,
La folla in varie pose sta atteggiata
Verso un sol punto. Ed ecco, abbandonando
Lenta la riva, al pelago infedele
Rivolta, ubbidïente ad un comando
Esce la nave lieta a gonfie vele.
XXXI.
PAESAGGIO
Circondata da rupi alte e scoscese
La valle è angusta, strana e tenebrosa
Per l'altezza degli alberi. Il paese
È degno d'ispirar Salvator Rosa.
Sotto quell'ombre, in tra le roccie rotte,
Si sognano guerrieri in armature
Che pugnan dal mattin sino alla notte
Con la lancia affilata e con la scure,
Ed il cozzar de' destrier bardati
E il fluttuar dell'ondeggianti piume
E gli scudi sonare e gli ululati
Dei feriti che piombano nel fiume.
I prodigiosi assalti e l'ire pazze,
E il delirio di vincere e le scosse
Supreme, allor che gli elmi e le corazze
Si spezzano e le spade sono rosse,
Gli sguardi irati uscir dalle visiere
E i lampi irradïar l'orrenda scena!
--Ma passa un fanciullin con un paniere
Vociando una canzone a gola piena.
XXXII.
PAESAGGIO
Tutto riposa al raggio della luna,
Ma il viale è nell'ombra a noi davanti.
S'ergono all'aura in lunga fila bruna
I profili degli alberi giganti.
Biancheggia in fondo tacita la villa
Tutta chiusa, deserta o addormentata.
Non si scorge laggiù lume o scintilla,
Ma la vôlta del ciel tutta è stellata.
Un poema infinito ed amoroso
Le foglie vi susurrano giulive...
Il parco nella notte appar festoso
E le statue intraviste quasi vive.
Dormono i nidi ed i fragili fiori
Posan col capo languido che pende,
Si confondon le forme ed i colori...
--E l'ombroso vial qualcuno attende.--
XXXIII.
A EMILIO PRAGA
Il gracile tuo corpo lotta fiera
Brevemente pugnò:--Ma vinse alfine
L'alma alata e fuggì. Misera fine,
Vittoria altera!
L'alma fuggì pari ai fulgenti versi
Che uscìan da te quasi inconsciente e ignaro
--E se ne andavan per le vie dispersi
Del mondo avaro--
E mentre qui tarda giustizia ormai
Al tuo nome si rende sull'avello
Che incoronato di pòstumi rai
Risorge bello,
E mentre qui trovano alfine il porto,
Il rimpianto e la lode i tuoi poemi,
E rivivono i primi con li estremi,
--Or che sei morto--
Tu forse già mutato in altra forma
Gioisci d'una gloria assai più pura,
Di qualche nuova vita nella norma
A noi oscura.
Ma nella tomba o in nuovi dì raggianti
Hai scordato, non vedi e non ascolti,
Ed ignori i pigmei a te rivolti,
Ora inneggianti!
XXXIV.
THÈOPHILE GAUTIER*
* Dal libro -Le Tombeau de Théophile Gautier-
(Paris, Lemerre, 1873).
Sereno, e stanco di vicende umane,
Questa terra inquieta egli ha lasciato.
Egli, il Maestro, delle forme arcane
Innamorato.
Era forte nell'arte--era il leone.
Ne possedea la maestà severa,
Lo sguardo assorto in calma visïone,
E la criniera.
Risuscitò l'ignota poesia,
Evocando col suo desir possente
Il fulgore infocato e la magìa
Dell'Orïente,
I monumenti sotto il cielo aperto
Nella tòrrida luce polverosa,
E la sublime noia del deserto
Senza una rosa.
Disse Bisanzio dove l'onda bagna
L'alte moschee dalle dorate fronti,
I calli angusti nella dolce Spagna
In mezzo ai monti.
Fu dell'Italia appassionato amante
E ne applaudì la gloria e la fortuna,
--I palazzi il ricordano vagante
Per la laguna.
Cantò la Gioia e il Bello e la pagana
Voluttà della Forma, e gl'imi amori
Delle cose e i desir--l'ebbrezza umana
E i suoi colori.
Eppur sapeva le segrete pene
E le immense mestizie del poeta;
Sentì tristezza nella morta Atene,
Pensò alla mèta,
Al destino, alla brama d'Infinito;
Pianse il passato ed indagò il futuro,
Interrogò le sfingi, e tese il dito
Verso l'oscuro.
L'occhio profondo all'orizzonte volto
Assaliva i confini del pensiero...
E il suo sogno vagava ognor più sciolto
Oltre il mistero.
Or lo ha seguito. Ei che raggiunta avea
Perfezione impeccabil di parola,
Sentiva in sè come sepolta dea
L'alma che vola.
E forse già lassù dove s'ammanta
La gran luce terribile e superna,
Bello di nuova vita, ardente canta
La Beltà eterna.
XXXV.
SARAH BERNHARDT
Her eyes were as a dove's that sickeneth.
SWINBURNE
Bianca apparizïon dagli occhi immensi,
Dal magro viso smorto, dove un fiore
Sanguigno par la bocca che nei sensi
Versa ignoto languore,
Ella s'avanza, arcana creatura,
Dell'ideai col vero unione estrema,
Anima che traspar dalla figura
E il corpo strema.
Ed in mezzo al silenzio uno strumento
Nuovo risuona per la vasta sala...
È la sua voce musical, portento
Ch'alta dolcezza esala.
Le rime echeggian nuove ed ecco i vieti
Ritmi ne sembra udir la prima volta;
Quelli accenti di fàscini segreti
Empion la vôlta.
Ella commove fin le turbe sorde
E l'ascosa rivela umana fibra.
Lira vivente dalle cento corde
Che ad ogni tocco vibra.
Or la vediamo pura statua, eterna
Classica imago dalle caste pose;
Ma all'indomani si rifà moderna,
E con le ondose
Movenze ed il febbril gesto e il sorriso
Parigina si mostra--avventuriera--
Gran dama--amante dallo stanco viso,
Smorta, morbosa, vera.
La lunga stola dalle pieghe belle
Tragicamente cade sul suo piede;
Ella prega ed impreca--irosa--imbelle
Comanda, chiede,
Schiava, regina dal gemmato crine--
Innamorata, ascetica, pagana...
--Poi sovra il raso sa sgualcir le trine
Occhïeggiando vana.
E a dieci lustri d'intervallo il dramma
Rifulge ancor nella novella attrice,
Arde in quell'esil corpo una gran fiamma
Divoratrice.
E, presente, il Poeta imperituro*
Rammenta il dì della battaglia vinta!
Ed al supremo suo trionfo puro
Ora la vuole avvinta.
E dico a Lei: avventurosa, insieme
Al plauso della folla il plauso ottieni
Di Lui che ancor dall'alto tuona e geme,
Spezzati i freni.
Vivo Egli assiste alla sua gloria intera;
E applaude a te, artista, e a te sorride.
--Il tuo meriggio unito alla sua sera
Non scorderà chi vide.
* Victor Hugo assisteva nella primavera del 1879 alla prova
generale di -Ruy Blas---in cui Sarah Bernhardt aveva
assunto la parte della Regina.
XXXVI.
A ERNESTO ROSSI
Shakespear ne appar quale caverna mistica
Da lontano riflesso stenebrata;
Incerto è il suol, ma di rubini e zàffiri
La vôlta costellata.
Chi vi s'interna sente l'ali viscide
Delle strigi passar sulla sua fronte
E trova ignoti fior foschi e purpurei
Nelle sanguigne impronte.
Incespica tra i scettri e le corone,
Urta i fantasmi mesti degli uccisi;
Poi lo incanta la bianca visïone
Di sovrumani visi.
Inorridito per le larve pallide,
Mentre fugge accecato dalle spade,
Ode dal fiume la canzon d'Ofelia
E il sovvenir lo invade.
E l'immensa caverna ognora stendesi
Da ogni lato nel mondo interïore,
O tenebrosa nel delitto o rosea
Nel mistero d'amore.
E l'uomo vi si perde senza guida,
Oppresso, ammaliato, smorto, anelo...
Ma pur fra il tenebrore e fra le strida
Scorge un lembo di cielo.
Nè bello il vide mai qual nella plumbea
Notte di quelle stanze sontüose
Illuminar da una fessura tenue
Le più sordide cose.
Passan guerrieri spaventosi e taciti,
Passan regine pel rimorso scarne,
Tornan sibille con l'antico dubbio
Lo spirto a affaticarne.
Contorce il riso il labbro del buffone,
E intanto al suoi cade una testa mozza...
Vicino al canticchiare del beone
La passïon singhiozza,
La più gentil pietà vive in Cordelia
Eternamente--e ognora Otello latra;
Vince ogni senno con le forme olimpiche
L'imperïal Cleopatra.
Or tu, sublime attore, alta una fiaccola
Scotendo in mano, discendesti al fondo
Della buia caverna in cui nascondesi
Entro la terra un mondo.
Animoso scendesti del Poeta
Nel vasto impero ove il volgo si tedia,
E forzasti a parlar, possente atleta,
La velata tragedia.
E il popol vide corruscar di rùtili
Gemme la vôlta, e le pareti in fiamma
Pareangli allora che la vita scorrere
Sentivasi nel dramma.
Ai corpi, creator, donasti il palpito
Strappando ad ogni petto il suo segreto;
Nè si potè celar nel nero strascico
Il sognatore Amleto.
Qui ne appare un profilo e là d'un torso
I muscoli, e laggiù brilla uno sguardo...
Or ne atterra il delitto, ora il rimorso
Di Macbeth o Riccardo.
Con la toga romana, o sotto il lucido
Corsaletto, od il manto d'ermellino,
Del cuor dell'uom sentiamo eterno il battito
Pauroso del destino.
E ognor t'inoltri con l'accesa torcia,
Infaticabil cercatore ardito,
E rischiarato dal fulgente genio
Mostri un regno infinito.
XXXVII.
VENERE NERA
Era una notte chiara e tropicale.
Nell'aria torrida
Passava un soffio di languor letale,
Afrodisiaco.
Sul mar brillava un luccichìo di fosforo,
Misterïoso;
Parca forier di cósmiche battaglie
L'alto riposo,
Morivan lenti in su la calda riva
I flutti languidi,
L'onda lambendo la rena moriva
Con lungo murmurare.
Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano;
Taceano i venti,
Eppur movea lassù un arcano palpito
Le stelle ardenti.
Stendeasi in là, vastissima pianura,
Il suol dell'India;
Il sacro suoi della gran fede oscura
Pieno di tènebre.
Pareva il mar d'alto portento gravido.
Irrequieto,
Ma la natura già potea conoscere
Il suo segreto.
Ecco, d'un tratto, l'onda si divide,
E sorge argentea
In mezzo al mar che intorno ad essa ride
Una conchiglia,
Vasta conchiglia illuminata, rosea,
Che par dischiuda
Cosa di ciel, poichè vi sorge Venere
Divina e nuda,
Ma paurosa ancor più della greca
Bellezza candida,
Chè bianca no, ma è d'un color che acceca,
Di bronzo splendido.
S'allieta il ciel, la luna vibra un raggio...
Ed ecco altera
Incanta allora in sua beltà terribile
Venere Nera.
XXXVIII.
INTERNO
A F. COPPÉE
Lontana dai rumor, chiara e quieta,
Addorme il core ed il pensier risveglia
La stanza del poeta,
Qui c'è l'impronta della lunga veglia,
Là stanno i libri che lo spirto adora,
Ovunque è sparsa una malìa segreta.
La penna giace non asciutta ancora;
Tutto spira la vita e insiem la pace.
Ed il sole colora
Ogni appeso ritratto: là, procace,
Mostra un'attrice le sue grazie infide
E turba lievemente la dimora.
Qui s'impegnò la lotta che non vide
Il lettore distratto; e qui l'idea
Passò come la donna che sorride,
Poi torna Dea.
--Su un piedestallo, bianca e imperitura,
La Venere di Milo ne conquide
Con la sua posa eternamente pura.
XXXIX
*
In fondo ai chiari abissi prezïosi
Che il mar contende irato agli occhi nostri,
Gl'ignorati tesori stanno ascosi.
Difesi là da spaventosi mostri
Ed ammassati in cristalline valli
In tra lucenti grotte e rosei chiostri;
In tra le piante strane ed i coralli,
Nei profondi splendor che, ignoti, per le
Iridi hanno riflessi verdi e gialli,
Vergini d'ogni sguardo stan le perle.
* *
Così, lontani e avvolti nel mistero
Dove sorgon spettrali visioni,
Nel dominio fatato del pensiero,
Tra la magìa degli imminenti suoni,
Tra i vïolenti olezzi e blandi e acuti,
Prede rapite e ben celati doni,
Tra gli azzurri vapor come perduti,
In confuso fulgor misti e sommersi,
Attendendo i poeti ed i lïuti,
Non anco detti stanno i nuovi versi.
INDICE
I. -Invitte stanno le superne cime- 3
II. Separazione15
III. Storia di mare 33
IV. Alla sera 47
V. -Rose appassite cui non rise il sole- 51
VI. Presentimento 57
VII. Nel parco 63
VIII. Semper et ubique 67
IX. Gli amori 79
X. Una voce 89
XI. -Fuggiva il giorno ed io pensai-97
XII. La cascata 107
XIII. Atarah 111
XIV. La barca 121
XV. -Alta e superba nella sculturale- 127
XVI. Resurrecta 131
XVII. Fra i monti137
XVIII. La terra è un punto in mezzo al firmamento 145
XIX. La villa 149
XX. Gioia passata159
XXI. Risposta 161
XXII. Ritratto163
XXIII. Ritratto 165
XXIV. Ritratto167
XXV. -È un castello feudale in miniatura-169
XXVI. Rassomiglianza173
XXVII. Paesaggio 175
XXVIII. Sotto un ritratto 177
XXIX. Marina 179
XXX. Marina181
XXXI. Paesaggio 183
XXXII. Paesaggio 185
XXXIII. A Emilio Praga 189
XXXIV. Théophile Gautier 193
XXXV. Sarah Bernhardt 199
XXXVI. A Ernesto Rossi 205
XXXVII. Venere Nera 213
XXXVIII. Interno 217
XXXIX. -In fondo ai chiari abissi prezïosi- 219
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