Ed ei lieto tacea. Ma alfine io lessi --Interpretando l'occhio che parlava I segreti dell'alma allegra e schiava Sul fronte impressi. E diceva il suo sguardo: È senza inganni La vita, e il cielo ognor ride ai mortali! Più non invidio ai cherubini l'ali: Ho diciott'anni. Il mondo è mio, il piano e la foresta; I vezzosi giardini e i verdi colli Già mi donaron tutti i fior che volli Per farmi festa. Mai non si stanca questo piede e varca Il monte che conduce all'alta mèta; E non invidio alcun, prence o poeta, Dotto o monarca. Ed ignoro le voglie ambizïose, Non mi curo d'imperio o di potenza, Sprezzo i tesori, e d'oro so far senza Perchè ho le rose. Parlo tacendo e regno senza spada E rinnegar la gioia mia non voglio, Ma il segreto svelare dell'orgoglio A ogni contrada: Sono superbo perchè sono vinto Dalla fragile man d'una fanciulla; E mi tien quella man che si trastulla Di fiori avvinto. Ella è candida e bionda, alta e sottile Nella maestà delle nascenti forme, Divine son de' brevi piedi l'orme Sul suolo vile. Lo sguardo suo celestïale è pieno Di ricordi di cielo e di speranze, E le vïole acquistano fragranze Sovra il suo seno. E nel sentiero ombroso ed appartato, Sotto le piante antiche ed indulgenti, Passiamo uniti lungi dalle genti A lato a lato-- Ciò diceva il suo sguardo, e lo splendore Crescea della pupilla e del sorriso... Aprì la bocca alfine, e d'improvviso Mormorò: «Amore...» * * Obliai questo sogno. I giorni grigi Uniformi passavan senza eventi; E stetti a lungo ascoltando i concenti Del perenne tumulto di Parigi. Vivevo assorto tra i rumori strani Della vita febbrile affaccendata, Dimenticando l'ora, il dì, la data, Noncurante dell'oggi e del domani. Era bel tempo--ed il cangiante smalto Del ciel verdastro e grigio verso sera Facea parer tutta la folla nera Che passava serrata sull'«asfalto». Un dì, seduto in mezzo al gran frastuono Dell'ampia via su cui l'ombra scendea, Sognavo senza concretar l'idea Mentre coi lumi già cresceva il suono. Sorgevan vaghe imagini riflesse Dalla svariata scena a me davanti: Studïavo la storia dei sembianti, Le intere vite in un sol gesto espresse. E quella via era teatro e specchio. Ma a un tratto si fissò la mia attenzione Sovra d'un uom che fra tante persone Umil passava e dispregiato: un vecchio. La barba grigia avea lunga ed incolta, E come giunto a qualche passo estremo Stanchissimo pareva e quasi scemo, Qual chi non parla mai e rado ascolta. Smorte, scarne le guancie, incerto il passo, A brandelli le vesti, e tremolanti Le magre mani, ei si fermò davanti A noi, guardando indifferente e lasso. Lo spingeva la folla ed i monelli Al cencioso beon davan la baia, Si scostava la dama e l'ambubaia, L'insultavano i ricchi e i poverelli. Ei non se ne accorgeva, e tra le rozze Spinte d'ognun mangiava un po' di pane, Proprio sul passo delle cortigiane, Tra il continuo rumor delle carrozze. Mi vide, mi fissò nel viso, e fosse Ch'egli scorgesse in me pietà od ingegno, Si raddrizzò, guardò, cambiò contegno, Sorrise mestamente, e non si mosse. Oh! qual tristezza in quello sguardo spento! Quanta miseria nell'aspetto affranto! Quanta eloquenza in quelle rughe, e quanto Dolore in quella bocca senz'accento! Vi si leggevan vergognose doglie, E forse--orrende malcelate impronte D'anni passati tra rimorsi ed onte-- Ebrezze trangugiate e morte voglie. Nella moderna ed acre poesia Di quella strada pazza e fragorosa, Quale contrasto nella orribìl prosa Del misero che soffre e non desìa! Tra la lotta malsana dei piaceri, In quella gara delle immonde brame, Null'altro egli sentiva che la fame E non avea ne sensi nè pensieri. Gli diedi una moneta e domandai Più con lo sguardo assai che con un motto Come si fosse in tal stato ridotto, Per qual sequela di sventure e guai. Allor la sua pupilla ebbe un bagliore, Crollò il capo scotendo il bianco crine, E con la rauca voce disse alfine Una parola sola: «Amore, amore...» IX. GLI AMORI * O felice la Grecia! Sensüale E puro insieme per la forma pura Vi librava l'amor le rapid'ale. Ignorando i tormenti e la paura. O sereno l'amor che ingenuo assale, Che Orazio canta in seno alla natura, Scandendo il verso dolce ed immortale E bevendo il falerno fuori mura! Il cielo sorrideva e il lieto sole Irradïava la beltà pagana, E musica sembravan le parole. Là nel bosco s'udia passar Dïana... E Afrodite che regna dove vuole Era indulgente per la stirpe umana. * * E nella ferrea età medioevale Dalle barbare pugne e dai portenti, Tra i fati avversi ed i furor cruenti, Crescea pallido il fior dell'ideale. Sostenea ne' perigli e negli stenti Il giovin paggio una cura immortale; Ei tenea chiusa nel cuore leale La bella fede de' suoi dì ridenti. Un sorriso bastava. Egli moriva Per la divisa sovra il brando scritta, --O se tornava alla natìa sua riva Per più non ritrovar la derelitta, Il vecchio cavaliero ancor sen giva Con la corazza da uno stral trafitta. * * * Poi divenne l'amor falso, elegante, Al dolore ribelle e insiem crudele; E se restava un core ancor fedele Pareva in uggia al secolo incostante. Il convento s'apriva a qualche amante Sconsolata, e chiudevasi.--E le vele Verso Citera vôlte al suono de le Vïole seguitava il trionfante Tragitto il bel navilio pien di suoni, Dai cordami di seta rispondenti Come corde di cetra alle canzoni. Le donne artificiose e sorridenti Scordavano le labili passioni Col core pronto ai capricciosi eventi. * * * * Nella vita moderna comprendiamo La storia tutta degli amor passati. --Dal dì che ingenuamente il motto: t'amo Diciam, la prima volta innamorati, Non sentiam solo in noi l'antico Adamo, Ma insieme al suo l'amor di tutti i vati, Il desir forte ed il languire gramo Del mesto cor, dei sensi inacerbati. Nell'estasi più pura che levarne Può fino al cielo, pur sentiamo invisa La colpevol memoria della carne: Nel loto ove sguazziamo in bassa guisa Un pensiero risorge a tormentarne, E sogniam d'Abelardo e d'Eloisa. X. UNA VOCE * Era deserto il vasto cimitero, Nella pace suprema silenzioso; Qua e là pel verde prato, maestoso S'alzava un monumento alto e severo. E tra una fila di cipressi tristi Stavan gli umili avelli al par sacrati; Molti che qui passarono obliati Alfin dormivan là cheti e non visti. Pendean dal tempo scolorite e storte Le antiche croci in legno nero--rotte E infracidile ognor dalle dirotte Pioggie inondanti il campo della morte. Qualcuna si vedea su cui d'affetto Ultimo pegno stava ancor posata Una ghirlanda misera e sfiorata Che la mestizia ne risveglia in petto. Coperte di mal erbe e insiem d'oblio Altre vedeansi ove taceano i lai: Stavano là da niun compiante mai, Con le due nere braccia aperte a Dio. E nel vento spirante intesi voce Lugùbre e fioca da una tomba uscita: Era suon che venìa dall'altra vita: Mi piegai per udir sovra la croce. --«O voi felici cui riscalda il sole!... Dimmi, mortal, che fate ancor tra i vivi? O voi che avete il cielo, il mare, i rivi, La terra, i fior, le piante, e le parole, «Sospirate? Piangete ancor? Sperate? Che fate là? V'amate ognor? Gioite? Ancor chiedete al tempo le infinite Gioie fuggenti già in dolor mutate? «Ai raggi incantatori della luna Sentite ancor le bramosìe nascose? Sonvi le selve ancor? Sonvi le rose Ch'esalano l'amore ad una ad una? «Ti parlo qui, mortal, dall'altra riva, Dalla riva ove il vero è senza velo. Mi appar chiara la terra e aperto il cielo, Benchè giaccia quaggiù di luce priva. «Son qui da sola, in questo avel, gelata Ultima stanza ove s'attende Iddio, --Verrà l'anime a scioglier dall'oblìo Dell'angelo divino la chiamata? «Ma fino allora, oh! quanto è questa cella Gelido albergo per il corpo stanco! --Rigida sta nel suo lenzuolo bianco Colei che un giorno fu chiamata bella.» * * Gorgheggiavano intanto gli augelletti Smentendo tutte le tristezze umane. Splendeva il sol sulle iscrizioni vane, Sui nomi già scordati--o benedetti. Mormoravan le piante all'aura estiva, E volsi il guardo al calmo firmamento, Limpido come il ver, pien di contento, Eterno sulla vita fuggitiva. E dissi allor: Sognai. La tomba tace. La tomba è vuota. In tutto il cimitero Compie natura il suo vital mistero; Sorgono fiori dal terren ferace. È lieto il cimiter, natura è lieta, Il dolore è nell'uomo e nella vita. Il resto è pien della gioia infinita, Della gioia immortale a noi segreta, O voce ch'io credeva udir dal suolo Sorger vêr me con un mesto susurro, Piomba dall'alto invece e per l'azzurro Fino quaggiù discendi ratta a volo! Volsi lo sguardo al ciel--l'orecchio invano Tesi aspettando l'implorata voce. Scordavo il duol della vicina croce, Ma il verbo non venìa dal ciel lontano. XI. . . . . . * Fuggiva il giorno ed io pensai: l'estate Segue la primavera e passa, e viene Il queto autunno, e poi le sconfortate Brume; ma pur dopo le amare pene Giungon le gioie e l'esultanze liete, Dopo le lotte son l'ore serene. L'uomo dopo la vita avrà quiete Nella luce letal crepuscolare, E dei desir più non saprà la sete. Sì, una vita ventura che spaziare Lascierà l'alma nostra alfine pura Come libero augello sovra il mare Verrà, ma forse nella nostra oscura Mente sogniam la speme d'una vita Fulgida troppo in la sorte futura. Dei mondi nella serie indefinita Entro un mondo sarem di veli avvolto, E la luce sarà vaga e sbiadita. Ne parrà forse rivedere il volto D'alcun che amammo sulla terra vieta, Ma mestamente fia l'occhio rivolto. Avrem raggiunto il porto, ma la mèta Ne apparirà diversa e men lucente Di quanto disse ogni miglior profeta. Un grigio azzurro regnerà; fian spente Allor le tinte più sonore e vive; Tutto parrà languire eternamente. Color di perla, interminate rive Si seguiran, cristalli inargentati, E piante ignote d'ogni raggio schive, E smorti fiori come addormentati Nell'eterno sopor dolce e fatale, E profumi sottili ed ignorati Senza gli aromi turgidi del male, Senza i poemi intensi del dolore E dei peccati senza l'aureo strale, Senza le lotte del terreno amore, Sarà quale ombra d'una vita arcana, E regnerà dove non suonan l'ore Una nuova mestizia sovrumana. * * Pure al domani sotto il sol raggiante Che illuminava i piani e l'alte cime E mutava ogni goccia in un diamante E pareva attestare il ver sublime. Sentii scendere ancor nell'alma lassa Il peso della vita che ne opprime. Mi parve ancor che qui ove tutto passa, Ove il dolore sol di nostro è certo, E ogni voglia ne attira odiosa e bassa, Ove tutti si va per cammin erto E faticoso ad una ignota mèta, Non sapendo il perchè d'aver sofferto, Ove lo spirto mai non si disseta E ribellar sentiamo prigioniera L'alma rinchiusa nella fragil creta, Temibile non è per l'uom la sera, Che alfin dirà ciò che a ciascuno è ignoto, E affermerà se la speranza è vera O se il destino d'ogni senso è vuoto. * * * Ma sul mio capo s'avvolgean le spire Dei rami d'una quercia secolare Dal tronco immane che non vuol morire. Ed ecco, a un tratto, io la sentii parlare! Una rauca e sottil voce da un ramo Su di me scese e dovetti ascoltare. --«Ah! tu almeno t'arresti quando chiamo, E fai silenzio a queste mie parole. Odon le piante. Mentre leggevamo Nel tuo pensier che ignora ciò che vuole E che per false strade si disperde, Ridemmo, chè sei cieco innanzi al sole. Bello risplende delle frondi il verde Sull'azzurro del cielo, e altero è il fiore, --E in vani sogni il tuo pensier si perde, Sorride il sol nell'allegro splendore, E le messi che zeffiro accarezza Piegano liete innanzi al mietitore; È gaio il mare per la dolce brezza E avrà la gioia pur della tempesta... E trilla l'augellin che il guscio spezza. Sulla terra e nel ciel dovunque è festa, Pur chiuso è ancor dell'universo il fato E l'avvenir che agli esseri s'appresta. «Tutto è mister, ma nel tronco ingrossato Scorrer sentiamo il vital succo, come Il mondo sente vita in ogni lato. L'aura folleggia tra le sparse chiome... Vengon gli amanti uniti--e poi retrivi Cercan sui tronchi nostri inciso un nome. E le foglie agitiamo e siam giulivi Ignorando il destino, e pur sentiamo Che ovunque è vita. E tu solo non vivi? Tu pensi e scruti e dici: il vero io bramo. E intanto passano i momenti vani E le fronde non vedi sul mio ramo, Breve è la vita e lungo il suo domani, Qualunque sia. Sorridi dunque e sorgi! Qui non dormire i sonni tuoi malsani! Il mondo è immensa gioia che non scorgi». XII. LA CASCATA Irradiata di sole, spumeggiante, Dalla roccia scoscesa la cascata Vedea cader laggiù--romoreggiante, Inalterata. E anch'io nel cor sentivami un torrente Non bianco nè fulgente--doloroso-- Ma in quel posto si fè subitamente Meno penoso. Ed una voce udii tra quel fragore Che mi disse: Tu pure hai la sorgente Come la mia. Dessa si chiama Amore Eternamente. Lascia che scorra dal tuo core aperto, In essa affogherai ogni tristezza; Ti scorderai perfin d'aver sofferto Nell'allegrezza. Compresi il ver, provai la commozione Che ne riempie l'alma tutta intera, E mi sentii nel petto una tenzone Dolce ed altera. E a me stupito là su quella sponda, Della vita tra il duolo e l'egra noia, Parve il cader dell'acqua vagabonda Pianto di gioia! XIII. ATARAH AD ARRIGO BOITO * Atarah regna sopra un vasto impero; Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo, E passa eretta fra le vinte genti. Le sue pupille sono più fulgenti D'ogni fuoco che brilla al diadema Pel quale ognuno innanzi ad essa trema. La strana gemma che il coturno allaccia Dall'alto carro par che guardi in faccia --Mentre il corteggio maestoso incede-- Il popol schiavo che le giunge al piede, (Al piè divin che sa sulla cervice Dell'uom posare e renderlo felice). Ella è possente, e se bella non fosse Col terror frenerebbe le sommosse; E come un uomo ella saprìa regnare E ricever l'incenso dell'altare. Ed anco è bella, e se non fosse forte Padrona pur sarebbe della sorte, E senza scettro ella potrìa guidare La moltitudin cui dal monte al mare Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce Occhio languente dall'arcana luce. Ella non teme alcun rivale e sfida Che il più grande l'offenda o la derida, E non paventa alcun Iddio e china Non si prostra ad alcun, poichè è divina. Sapïente, l'immenso impero regge E per sè non conosce alcuna legge E frena il mondo e non subisce freno. --E quando passa, alta e scoperto il seno Marmoreo e bruno e coronata in fronte, Porta la gloria alteramente e l'onte. Prostràti al suolo cristïani e mori Miran tacendo i mostruosi amori Cui potenza e talento ognor la spinge-- E i suoi desir stupiscono la sfinge Che sogna sempre nella sabbia avvinta Dall'immenso silenzio intorno cinta. Ella tutto provò. Nei più segreti Abissi del piacer con gl'inquieti Sensi seguì la mente che galoppa, La fantasia malsana; e nella coppa Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo Del possibile scorse (come lampo Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto, Ma limitato. Nulla m'è rimasto? Disse sognando, e con la sua possanza, Con l'ingegno che annulla la distanza, Con la muta scïenza della carne, I toccati confin vuole allargarne. Si risovvenne ed inventò. La storia Le fu maestra, ma ad infame gloria Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse Più stretti i nodi alla chimera e vinse Semiramide stessa invidïosa Nel superbo sepolcro. A mente che osa Aiutata dall'oro e dal potere Natura cede. E nelle calde sere Perfino il puro ciel complice anch'esso Parea s'inebbriasse, a lei sommesso Con le infinite stelle. Ed ella in alto Guardava meditando un qualche assalto Per convertire coi desiri occulti Il firmamento ad infernali culti. Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo. --Talor sdraiata in sull'alto terrazzo, Talor seguente in mare le sue flotte-- Ora voluttüosa in lunga notte Lontan dal sole nel gioir si affoga, Ora il nemico di sua man soggioga. Brevi battaglie lampeggianti adora Ed orgie senza termine in cui l'ora Passa obliata--Poi con regal calma Ozïosa sogna all'ombra d'una palma. * * Ella tornava un dì da una vittoria Suprema, cinta d'abbagliante gloria. E bella al par d'una immortai guerriera... Il suo serto splendeva nella sera Siccome un sol notturno sulla terra, E il popol suo e quello vinto in guerra Tremavano davanti al suo passaggio. Ed il cielo taceva sovra il maggio Fiorito e caldo, e la città giuliva Fiammeggiante brillava sulla riva, Accesa tutta da un delirio immane, Vivente mare fatto d'onde umane, Sul re captivo ella teneva fise Le sue pupille. Ella l'amò e l'uccise. Dei prigionieri poi fissò la sorte; Prescrisse strane leggi; ogni coorte Vide sfilare in una polve d'oro. I serti vinti chiuse nel tesoro E prodigò le gemme. Poi le sale E i cortili s'aprirò a colossale Festa. Nel colmo del gioir furente, Ella scomparve. Andò per la silente Aperta scala al sommo del palazzo D'onde scorgeva l'assordante e pazzo Spettacolo dell'orgia impicciolito. E allor pensò, pensò con infinito Ardire. Ed un desìo sentì dolente E acuto; e assorta sulla sala ardente, Che avea per vôlta il cielo imperturbato, Ora volgeva l'occhio ancor velato Da torve ebbrezze, ora mirava invece Le calme stelle scintillanti. Fece Un gesto stanco, indi la mano stese E lentamente una gran coppa prese, E la vuotò con un gesto demente. S'accese la pupilla stranamente, Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa, Curvossi indietro la sua bella testa Smorta e bramosa sotto il diadema, E cadde morta in una ebbrezza estrema. XIV. LA BARCA Vidi una rotta barca sopra l'umida Spiaggia caduta, e giunta ai giorni estremi; Dall'albero pendea una vela lacera, Eran perduti i remi. Smarrito è ormai il vessillo che fluttua, Franto il timon, le sarte--e la sirena Scolpita sulla prua, ridente al pèlago, Ahi! giace nella rena. E gli arabeschi, e le dorate, ingenue Pitture son raschiate, e nulla resta Della prima parvenza e del bell'impeto Delle sere di festa. Triste rovina avvolta nella polvere, Pur bella ancora per le svelte forme! --Simile all'uom che all'avvenire torbido Stanco rinunzia e dorme. Tra le nubi del ciel, beffardo irrompere Scorgeasi un raggio sulla terra serena. Guardai. Sconnesse erano ormai le fradicie Coste della carena. Era quella la barca che l'oceano Dovea meco solcar cercando i lidi Dove viviam felici nell'orgoglio Dei sentimenti fidi. Era quello il navilio delle fervide Speranze nelle imprese ardimentose Per cui s'attese invan vento propizio Mentre appassian le rose. Non indugiate mai, voi che la gondola Tenete in riva pronta per salpare. Furioso irride con lo scherno orribile Agli aspettanti il mare. Varate pur tra la bufera rapida In tra i lampi ed i tuoni e le saette, Fidate pur le vostre gioie al turbine, A un fragil alber strette! Per chi parte tra i fulmini e le tenebre, Sfidando il mar con una fede ardita, Spesso si snebbia il cielo e azzurro illumina Una novella vita. XV. . . . . . Alta e superba nella sculturale Perfezïon delle sue forme pure, Pare una statua greca--eppur sa il male Delle tristezze oscure. Divine son le linee del suo volto, Le curve altere della sua persona. --Nel bianco petto è un cor che soffrì molto E al soffrir s'abbandona. Invano nel mirare il suo profilo Scorre il pensiero ai lieti dì d'Atene E ricordiam la Venere di Milo. --Le ore non son serene. A poco a poco sul marmoreo viso Nuovo pallor pose la vita. Antica È la bellezza sua, ma il suo sorriso Conosce la fatica. XVI. RESURRECTA Che la vostra miseria non mi tange, Nè fiamma d'esto incendio non m'assale. DANTE * Ella già visse nell'antico Egitto, Tra le città che sembran visïoni, Allor che gloriosi nel delitto Trionfavan superbi i Faraoni; E guardò calma col gran d'occhio nero Le feste immense e l'orride tenzoni. Pallida e bruna, col sorriso altero, Della immobile Sfinge colossale Sfidò lo sguardo bianco ed il mistero Con la serenità d'una rivale. --E degli amori sempre più implacati Conobbe il peso e il fàscino letale; E gli ascosi desir negli abbagliati Occhi d'intera folla plaudente E le brame che lottano coi fati. --Poscia sparì d'in mezzo a quella gente, La splendida sua vita ebbe una fine; Crebbe il pallor, fûr le pupille spente, S'irrigidir le sue forme divine Qual prodigio che subito s'arresta, E nel sonno calò senza confine. In bende avvolta fu dai pie' alla testa, E sotto la piramide, in l'eletto Sepolcro preparato come a festa, Dormì mill'anni con lo stesso aspetto. * * Ora è fra noi. Per mistica e segreta Legge rinata sotto nuovo clima, Come una evocazione di poeta, Bellezza tal che realtà sublima! I dolori dell'oggi ed i desiri Guardando senza sprezzo e senza stima. Ahi! non cura le gioie ed i martiri Di quest'epoca folle ed ammalata, Ed ignora la causa dei sospiri. E resta calma e pensierosa, e guata Tra le piccole feste e il triste amore, Nel trionfo paranco trasognata. Della sua vita e morte anterïore Un vestigio sul viso l'è rimasto; Vi si scorge il ricordo che non muore Dei sogni ardenti e del suo sonno casto. XVII. FRA I MONTI * Giovani e già dalle uniformi grevi Vicende affranti e dal tornar dei giorni Inesorabili, Dagli anni lunghi e dai dì troppo brevi Ora tumultüosi or disadorni, Risospinti dal caso, ancor riuniti, Ma più divisi assai che dagli eventi Dal sentir intimo, Un istante obliavano, smarriti In te, Natura, che il cuore addormenti. * * Andavan soli come ai dì passati In una valle chiusa in mezzo ai monti. Era il meriggio, Ma sui verdi sentier dal sol dorati Nell'alme loro v'eran due tramonti. Ei camminava mesto, lentamente. Guardando le pupille dolorose D'azzurro limpido E la purezza del profilo, e spente Quasi sul volto a lei le belle rose. Gli antichi dì parean tornati ancora; Ei credeva sognare un sogno vero. Le foglie tremule Mormoravan su lor come in allora Che Amor li precedeva sul sentiero. L'alte montagne nere e i verdeggianti Colli e le roccie e i pini e le cascate D'argento vivido Suscitavano in lui gli antichi canti, Ricordavano a lei l'ore passate. Mirava il triste sguardo ed il sorriso Ancor più triste--e gli diceva i fati Lungo il silenzio E la terribil calma del suo viso E i suoi capelli d'oro scolorati. Egli sentiva nuovo atro dolore E non osava prenderle la mano. Il labbro roseo, La bocca semiaperta come un fiore Davan tormento di desir lontano. Andavan sempre, appena una parola Vana scambiando ed un sorriso mesto, Ma come un rantolo L'inutil detto ritornava in gola Ed il sorriso scompariva presto. Giunsero alfine al pie' d'una cascata Che dall'alto piombava eternamente; E stanchi, subito Sedetter sulla pietra logorata Sotto la piova dell'acqua cadente. Tutto era verde intorno, alberi ed erbe Ed il muschio dei sassi ognor spruzzati Dall'acqua candida, Verdi le foglie e verdi le superbe Cime dei monti eccelsi e imperturbati. A un tratto innanzi a loro una parvenza Vaga si leva. Uno spettro gentile, Ahi! bello e pallido, Oltremodo e silente. Eppure senza Stupore lo guardaro in atto umile. Poichè l'avevan ben riconosciuto Al pallore, agli spenti occhi divini, Ai raggio livido Che uscìa da lui, ed al suo labbro muto, --E rimaser tremanti, ad occhi chini. Era il povero antico amor, perduto Da tanto tempo, d'ogni speme privo, Disciolto in l'aere!... E fûr trafitti da un rimorso acuto, L'antico amor non era ahimè! più vivo. Ahi! senza vita egli era a lor davanti Coi capelli di fiori incoronati, Ma eran languide Appassite ghirlande e i vecchi pianti S'eran negli occhi suoi cristallizzati. Lo spettro cadde a terra. Allor pietosa Anco una volta la bella compagna Posò un ginocchio; Lui pure si chinò; la prezïosa Salma portaro in mezzo alla campagna, La portarono insieme a un vasto prato Solitario più ancora e là, scavata La terra, un tumulo Apprestarono, ed or giace isolato L'amore che finì la sua giornata. La fossa è larga e guarda il firmamento Perchè ei possa risorger s'è immortale, Ed in silenzio Restaro a lungo là senza lamento E sentivan passar soffio letale. Ed ella, fredda, lui guardava intanto Senza fede oramai ne' giorni bui. Guardava gelida; Ed ei sentì che l'occhio senza pianto Dicea che aveva amato più di lui. XVIII. . . . . . La terra è un punto in mezzo al firmamento, Tra una polve di soli astro ignorato: Atomo è l'uomo ignaro del suo fato, Che appena nato è spento. --Cosi pensiam nelle ore solitàrie Quando è di noi signor solo il pensiero, Quando cerchiam senza fralezza il vero E scrutiam l'invisibile-- Ma allor che avvinti da due bianche braccia Nella festa dei sensi appare il vero E ne sembra si fonda ogni mistero Nel mistero d'un bacio, Sentiam che vasto più del vasto cielo E più forte del fato Amore impera, Che l'uomo è il re per cui vediam, la sera, Steso il sidereo velo. XIX. LA VILLA * Risplende il sole; il vasto cielo puro Distende la sua pace sovra il mondo; Dormono le colline, e lungi, in fondo Mette una riga nera il bosco oscuro; Ed il largo viale sontüoso Conduce nella villa abbandonata, Aperta, dove l'alta sala ornata È piena di frescura e di riposo. Errando nel tepor del mezzogiorno, Due vaghi amanti innanzi a quella villa S'arrestan contemplando la tranquilla Vista pensosi e il muto parco intorno, Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti 1 . 2 - - ' 3 ' 4 . 5 6 : 7 , ! 8 ' : 9 ' . 10 11 , ; 12 13 14 . 15 16 17 ' ; 18 , , 19 . 20 21 , 22 ' , 23 , ' 24 . 25 26 27 , 28 ' 29 : 30 31 32 ' ; 33 34 . 35 36 , 37 , 38 ' ' 39 . 40 41 42 , 43 44 . 45 46 , 47 , 48 49 - - 50 51 , 52 . . . 53 , ' 54 : « . . . » 55 56 * * 57 58 . 59 ; 60 61 . 62 63 64 , 65 ' , , , 66 ' . 67 68 - - 69 70 71 ' « » . 72 73 , 74 ' ' , 75 ' 76 . 77 78 79 : 80 , 81 . 82 83 . 84 85 ' 86 : . 87 88 , 89 90 , 91 . 92 93 , , , 94 , 95 , 96 , . 97 98 99 , 100 ' , 101 ' . 102 103 , 104 ' ' , 105 , 106 . 107 108 , , 109 ' , 110 , , , 111 , . 112 113 ! ! 114 ' ! 115 , 116 ' ! 117 118 , 119 - - 120 ' - - 121 . 122 123 124 , 125 126 ! 127 128 , 129 , 130 ' 131 . 132 133 134 135 , 136 . 137 138 , 139 , 140 141 : « , . . . » 142 143 144 145 146 . 147 148 149 150 * 151 152 ! 153 154 ' ' . 155 . 156 157 ' , 158 , 159 160 ! 161 162 163 , 164 . 165 166 ' . . . 167 168 . 169 170 * * 171 172 173 , 174 , 175 ' . 176 177 ' 178 ; 179 180 ' . 181 182 . 183 , 184 - - 185 186 , 187 188 . 189 190 * * * 191 192 ' , , 193 ; 194 195 . 196 197 ' 198 , . - - 199 200 201 202 , 203 204 . 205 206 207 208 . 209 210 * * * * 211 212 213 . 214 - - : ' 215 , , 216 217 ' , 218 ' , 219 220 , . 221 222 ' 223 , 224 : 225 226 227 , 228 ' ' . 229 230 231 232 233 . 234 235 236 237 238 * 239 240 , 241 ; 242 , 243 ' . 244 245 246 ; 247 248 . 249 250 251 - - 252 253 . 254 255 ' 256 257 258 . 259 260 ' 261 : 262 , 263 . 264 265 266 : 267 ' : 268 . 269 270 - - « ! . . . 271 , , ? 272 , , , 273 , , , , 274 275 « ? ? ? 276 ? ' ? ? 277 278 ? 279 280 « 281 ? 282 ? 283 ' ' ? 284 285 « , , ' , 286 . 287 , 288 . 289 290 « , , 291 ' , 292 - - ' ' 293 ' ? 294 295 « , ! 296 ! 297 - - 298 . » 299 300 * * 301 302 303 . 304 , 305 - - . 306 307 ' , 308 , 309 , , 310 . 311 312 : . . 313 . 314 ; 315 . 316 317 , , 318 ' . 319 , 320 , 321 322 ' 323 , 324 ' ' 325 ! 326 327 - - ' 328 ' . 329 , 330 . 331 332 333 334 335 . 336 337 . . . . . 338 339 340 * 341 342 : ' 343 , 344 , 345 346 ; 347 ' , 348 ' . 349 350 ' 351 , 352 . 353 354 , 355 ' 356 357 358 , 359 ' 360 . 361 362 363 , 364 . 365 366 367 ' , 368 ' . 369 370 , 371 372 . 373 374 ; 375 ; 376 . 377 378 , 379 , , 380 ' , 381 382 383 ' , 384 385 386 , 387 388 ' , 389 390 , 391 ' , 392 ' 393 394 . 395 396 * * 397 398 399 ' 400 401 402 . 403 ' 404 . 405 406 , 407 , 408 , 409 410 411 , 412 ' , 413 414 415 416 ' , 417 418 419 ' , 420 , 421 422 423 ' . 424 425 * * * 426 427 ' 428 ' 429 . 430 431 , , ! 432 433 . 434 435 - - « ! ' , 436 . 437 . 438 439 440 , 441 , . 442 443 444 ' , , 445 - - , 446 447 ' , 448 449 ; 450 451 452 . . . 453 ' . 454 455 , 456 ' 457 ' ' . 458 459 « , 460 , 461 . 462 463 ' . . . 464 - - 465 . 466 467 468 , 469 . ? 470 471 : . 472 473 , 474 475 , 476 . ! 477 ! 478 479 » . 480 481 482 483 484 . 485 486 487 488 489 , , 490 491 - - , 492 . 493 494 ' 495 - - - - 496 497 . 498 499 500 : 501 . 502 . 503 504 , 505 ; 506 ' 507 ' . 508 509 , 510 ' , 511 512 . 513 514 , 515 ' , 516 ' 517 ! 518 519 520 521 522 . 523 524 525 526 527 528 529 * 530 531 ; 532 ' , 533 . 534 535 ' 536 . 537 538 ' 539 - - - - 540 , 541 ( 542 ' ) . 543 , 544 ; 545 546 ' ' . 547 , 548 , 549 550 551 552 ' . 553 554 555 ' , 556 557 , . 558 , ' 559 560 . 561 - - , 562 , 563 ' . 564 565 566 567 - - 568 569 570 ' . 571 572 . 573 ' 574 , 575 ; 576 ' . 577 ( 578 ) , 579 . ' ? 580 , , 581 ' , 582 , 583 . 584 585 . 586 , 587 ' ' ; 588 589 590 . 591 592 ' 593 . 594 595 ' 596 ' , 597 . 598 599 600 . 601 602 , . 603 - - ' , 604 - - 605 606 , 607 . 608 609 ' 610 - - 611 ' ' . 612 613 * * 614 615 616 , ' . 617 ' . . . 618 619 , 620 621 . 622 623 , 624 , 625 , 626 ' , 627 628 629 . 630 ' ' . 631 632 ; 633 ; 634 ' . 635 636 . 637 ' 638 . 639 , 640 . 641 642 ' ' 643 ' . 644 , 645 . 646 ; , 647 , 648 ' 649 , 650 . 651 652 , 653 , 654 . 655 ' , 656 , 657 658 , 659 . 660 661 662 663 664 . 665 666 667 668 669 ' 670 , ; 671 ' , 672 . 673 674 , 675 , - - 676 , , 677 ! . 678 679 , , 680 , 681 ' 682 . 683 684 , 685 ! 686 - - ' ' 687 . 688 689 , 690 . 691 . 692 . 693 694 ' 695 696 ' 697 . 698 699 700 701 ' 702 . 703 704 , 705 . 706 707 . 708 709 710 , 711 , 712 ! 713 714 , 715 , 716 717 . 718 719 720 721 722 . 723 724 . . . . . 725 726 727 728 , 729 - - 730 . 731 732 , 733 . 734 - - 735 ' . 736 737 738 ' 739 . 740 - - . 741 742 743 . 744 , 745 . 746 747 748 749 750 . 751 752 753 754 , 755 ' ' . 756 757 758 759 * 760 761 ' , 762 , 763 764 765 ; 766 ' 767 ' . 768 769 770 , , 771 772 773 774 ' . 775 - - 776 ; 777 778 779 ' 780 . 781 782 - - ' , 783 ; 784 , , 785 786 ' 787 ' , 788 . 789 790 ' , 791 , ' 792 , 793 794 ' . 795 796 * * 797 798 . 799 , 800 , 801 802 ! 803 ' 804 . 805 806 ! 807 ' , 808 . 809 810 , 811 , 812 . 813 814 815 ' ; 816 817 818 . 819 820 821 822 823 . 824 825 826 827 828 * 829 830 831 832 , 833 834 , 835 836 , , 837 838 , 839 , 840 , , . 841 842 * * 843 844 845 . 846 , 847 848 ' ' . 849 850 , . 851 852 ' 853 , 854 . 855 856 ; 857 . 858 859 860 . 861 862 ' 863 864 ' 865 , 866 ' . 867 868 869 - - 870 871 872 ' . 873 874 875 . 876 , 877 878 . 879 880 , 881 , 882 883 ' 884 . 885 886 ' ' 887 ' ; 888 , 889 890 ' . 891 892 , 893 894 ' , 895 896 . 897 898 899 . , 900 ! , 901 . 902 . 903 904 ' 905 , , 906 907 , , 908 - - , . 909 910 , 911 , ' , 912 ' ! . . . 913 , 914 ' ! . 915 916 ! 917 , 918 919 920 ' . 921 922 . 923 924 ; 925 ; 926 , 927 928 929 , 930 , 931 , 932 ' . 933 934 935 ' , 936 937 938 . 939 940 , , 941 ' . 942 ; 943 ' 944 . 945 946 947 948 949 . 950 951 . . . . . 952 953 954 , 955 : 956 ' , 957 . 958 959 - - 960 , 961 962 ' - - 963 964 965 966 967 ' , 968 969 970 , 971 ' , , 972 . 973 974 975 976 977 . 978 979 980 981 982 * 983 984 ; 985 ; 986 , , 987 ; 988 989 990 , 991 , ' 992 . 993 994 , 995 996 ' 997 , 998 999 1000