ch'era stato posto in terra. Fin dai suoi primi giorni aveva qualcosa
d'insolito. Quando la madre si era visto davanti quel bianco
visino--tutto circondato di trine, con quei due braccini d'alabastro
che uscivano dalle fasce--insieme a quel primo scoppio di gioia
dell'amore materno alla vista della propria creatura, si era unito un
senso d'ammirazione per la perfettissima regolarità, per quanto fosse
possibile, di quei piccoli lineamenti, per la miriade di cose che già
quegli occhietti dicevano.--Crescendo in età crebbe costantemente in
grazia naturale ed irresistibile. Non si può immaginare una bambina
più incantevole di quello ch'ella era a cinque o sei anni. In
quell'età in cui il desiderio di piacere non è ancor sorto, ella
portava già istintivamente ciò che indossava con una fanciullesca
eleganza da cui le altre bambine erano ben lontane. Ella correva e
saltava quanto le altre; ma ogni suo movimento, ogni suo gesto era
armonico.--Fin d'allora avea qualcosa di concentrato. Non era nè
pensosa nè taciturna, come lo sono spesso i fanciulli quando
l'intelligenza si sviluppa innanzi tempo; ma aveva un non so che di
diverso dagli altri, difficile a definirsi. È strana la influenza che
avevano su di lei gli specchi. Ogni volta che si trovava davanti a uno
specchio, vi si fermava e vi stava lungamente, immobile e come
estatica della propria bellezza.
Naturalmente tutto ciò aumentò, e la bellezza e il suo modo bizzarro.
Passò per tutti gli stadi dell'infanzia, facendosi di giorno in giorno
più indifferente a ciò che forma la vita a quell'età; e giunse ai
sedici anni senza che i suoi parenti avessero potuto scorgere in lei
una tendenza, una predilezione per uno studio o per un divertimento
qualunque. I suoi occhi erano pieni di espressione e certo non poteva
mancare di attitudine per tutto; ma nulla la interessava, tranne le
cose aventi relazione con la forma, con la bellezza materiale ed
esterna, con l'estetica delle linee e dei colori. Nella storia non si
riusciva ad appassionare che per le epoche pagane, o per le favole
mitologiche in cui s'esalta il culto del bello. In tutto ella cercava
il lato sensibile; preferiva una bella statua a un bel quadro, un
quadro alla musica la più incantevole. Non aveva alcun desiderio
d'irreligione, ma capiva poco la divina poesia del cristianesimo, e
certo preferiva il Cristo giovane, bello di bellezza dolcissima e
celeste, col fronte coronato dell'aureola e circondato da un nimbo di
luce, al Cristo smunto, livido, scarno, inchiodato sulla croce della
redenzione, bello solamente della sua fede e del suo sacrificio.
Capiva l'arte per istinto; sarebbe rimasta delle ore assorta, in muta
contemplazione, dinanzi a una Venere, sogno realizzato nel marmo.
Quando leggeva il racconto di quei tempi impareggiabili in cui
fiorivano Fidia e Pigmalione, si sentiva delle irresistibili
aspirazioni verso i portici d'Atene, con la loro serena architettura
irradiata dal sole purissimo della Grecia; avrebbe voluto correre sui
gradini dei tempii frammezzo alle bianche colonne, o errare nei boschi
penetrati, malgrado la foltezza delle piante verdeggianti, da quella
luce splendida e illuminati dal riflesso di quel cielo azzurro.
La prima volta che fu condotta in società, la sua apparizione ad un
ballo impressionò così vivamente che per un mese non si parlò più che
di lei. Ella era vestita di bianco, senza ornamenti, senza nulla,
nulla, tranne il fulgore de' suoi occhi il cui sguardo era una magìa,
la pura bellezza de' suoi lineamenti, il poema delle sue forme. Era
modesta, ma non timida; non mancava di spirito e sapeva parlare, ma
com'era possibile sostenere con lei una conversazione? L'ammirazione
irreprimibile che in voi destava ogni suo gesto, ogni più fuggevole
espressione del suo viso, ogni moto del suo corpo, vi distraeva al
punto di non saper quasi nè ascoltare nè rispondere. Se parlando
alzava una mano per rimettere al posto un nastro disubbidiente, la
vista di quelle bianche dita, dalla forma allungata e perfetta, vi
faceva perdere il filo di ciò che stavate dicendo.
Ella intanto non manifestava alcuna predilezione ma la precocità
fisica e intellettuale della sua infanzia non si era smentita, e a
quell'età ella era già una donna. I suoi sedici anni le splendevano in
fronte ed ogni volta che parlava, la sua voce arcanamente armoniosa
sembrava cantasse l'inno della gioventù. Ella era dunque, la
straordinaria fanciulla, giunta come le altre all'istante quando il
primo palpito commove il cuore, e, senza far sparire il sorriso del
mattino della vita, la prima lagrima spunta nel ciglio. Ell'era giunta
all'istante quando il vento che passa tra i rami, l'aura che increspa
la cima delle acque, il susurro della sera, il canto degli uccelli,
tutto il leggero e potente soffio della natura diventa una sola voce e
dice una sola parola; quando l'azzurro del cielo, il lucido contorno
delle nubi, il verde delle foglie, le mille tinte calde ed armoniose
della terra, sembrano confondersi in un sol colore e si traducono in
un sol sentimento.--Eppure nulla si moveva, nulla palpitava in lei.
Non si vide mai una più perfetta espressione della vergine; la sua
bellezza incontestabile e quasi insolente era però ancor tutta vaga,
le sue forme avvenenti ancora indistinte, sebbene complete; quasi il
pensiero divino non si fosse tutto estrinsecato e una parte di lei
fosse ancora altrove. Pure sembrava impossibile ch'ella potesse
diventar più bella.--Pensava quasi continuamente alla propria bellezza
e quasi di null'altro si occupava, ma lo faceva in modo che è assai
difficile far comprendere. Non era mossa da civetteria femminile nè
dall'ambizione; lo faceva con una serietà concentrata e distratta,
quasi fosse necessario per lei il farlo; sembrava ubbidire ad una
missione. L'ammirazione di sè stessa ed il sentimento della propria
bellezza erano in lei come un divino istinto: pareva, occupandosene,
compiere un ministero.
Passava sempre lunghe ore dinanzi allo specchio e non aveva mai finito
di mirarsi e di acconciarsi; ma non se ne nascondeva come le altre, lo
faceva publicamente, quasi quel culto della propria persona fosse
solamente artistico, e, per così dire, impersonale.
L'amore di sè sembrava escludesse in lei la possibilità di un altro
amore. I parenti osservavano, se in quella età pericolosa in cui si
trovava, qualcuno avesse fatto palpitare per la prima volta il suo
cuore o colpito la sua immaginazione; ma non sorpresero nulla, e
davvero non c'era nulla da sorprendere. Vedeva i giovani i più
seducenti, sia per un motivo, sia per l'altro, ma di nessuno si
curava. Se ne accorgevano quasi con piacere, giacchè non essendovi
simpatie preconcette da vincere, credevano che sarebbe stato facile lo
scegliere per lei. Essi erano ricchissimi, ricchi tanto da poter
aspirare molto in alto. Una tale occasione non tardò molto a
presentarsi; un giovane, ultimo discendente di una illustre famiglia,
che lui morto si sarebbe estinta, s'invaghì più di tutti della
straordinaria bellezza della fanciulla e ne chiese la mano. Egli era
ricco, simpatico a tutti; di un carattere buono e leale e certo non
brutto, benchè d'una figura assai comune. Ella rifiutò.
Suo padre non la volle forzare, ma fu dolentissimo di tale rifiuto
ch'egli diceva mosso da un imperdonabile capriccio.
Fu lo stesso di venti altri.
Passarono così alcuni anni ed ella faceva veramente soffrire le
persone che le volevano bene con tanta ostinazione. Ma l'idea del
matrimonio le ripugnava. Dovette subire una forte lotta interna prima
di giungere a comprendere che non è possibile a questo mondo voler
esser tanto stravagante e che non poteva andar così direttamente
contro alla volontà di tutti. Ma finalmente capì che bisognava far
delle concessioni e disse a suo padre, rendendolo lietissimo, che
accetterebbe la mano del primo giovane che si sarebbe presentato,
purchè accontentasse quelli che da tanto tempo le consigliavano di
cedere e non le dispiacesse troppo.
Il primo che osò chiedere la sua mano fu il conte R.., abbastanza
ricco e assai ricercato da tutti e che da molto tempo era stato
colpito dalla superba bellezza di lei.
Ella fu fedele alla sua promessa ed accettò. Aveva allora vent'anni.
La sua bellezza, che diventava ogni giorno più intensa, era tale che
chi non ebbe la fortuna di vederla non se ne può nemmeno fare un'idea.
Aveva acquistata una fama universale; si parlava di lei dal palazzo di
corte alla soffitta del miserabile. I poeti d'ogni calibro la
cantavano su tutti i metri, e i pittori, vedendola, gittavano pennelli
e tavolozza.
Il conte era un bel tipo meridionale, alto e ben fatto; aveva occhi e
capelli nerissimi, i lineamenti fini. Quanto al morale, era quieto,
con intelligenza sufficiente ai suoi bisogni, piuttosto insipido e
assai indolente.
Il matrimonio ebbe luogo e fu come tutti i matrimoni, e seguito da un
breve viaggio come tutti i viaggi di nozze e da una luna di miele
delle più abituali.
Al ritorno la nostra eroina, che ora potremo chiamare contessa, era
molto cambiata. Sembrava impossibile, ma erasi ancora abbellita. La
sua bellezza non aveva mutato carattere, ma si era fatta più
splendida. Il poeta l'avrebbe forse preferita prima, non lo scultore.
Sebbene nessuno, qualunque fosse il suo gusto, potesse rimanere
insensibile dinanzi a lei, essendo ella, come già fu detto, il
risultamento di tutti i sogni, pure molti--tutti coloro che ricercano
le profonde delicatezze dell'anima--avrebbero trovato in lei una
mancanza indefinibile, ma vera. Noi amiamo le cose umane; la nostra
fragilità, i nostri errori, le nostre debolezze, perfino qualcuna
delle nostre miserie, ci attirano e le vogliamo, le amiamo quasi
fossero qualità e non difetti; siamo fatti d'una parte sopranaturale e
d'una parte terrena, di qualcosa di superbo e di qualcosa di basso, ma
la nostra argilla l'amiamo qual è. In lei mancava l'imperfezione,
mancava la fragilità. Cosa dolorosa e disperante, in lei non v'era
possibilità d'amore--la fralezza sublime. Ella era troppo perfetta e
talvolta quella perfezione opprimeva e quella suprema serenità ne
faceva male. Non si vedeva dove un sentimento veramente nostro avrebbe
potuto prender posto tra quella calma desolante, e la sua bellezza
appariva intangibile, inaccessibile.
Maritata, fu costretta a prendere una parte più attiva nella vita
comune, e parve quasi che si distraesse alquanto dalla sua
preoccupazione abituale. Viveva presso a poco la vita di tutti, andava
in società, riceveva; ma lo studio, l'amore di sè erano sempre il suo
pensiero principale. Le donne non erano tanto gelose di lei quanto si
sarebbe supposto. Prima di tutto era inutile il voler criticare la sua
bellezza, in secondo luogo non avevano molto a temere da lei, perchè
non scendeva in campo a combattere e le sue armi non si curava di
adoperarle.
Ferivano però e di ferite gravissime. Rinunciamo a raccontare tutte le
passioni che suscitò, tutto il male ch'ella fece, davvero con la
massima innocenza, poichè si empirebbero volumi. Quante amanti la
maledirono, quante madri, vedendola, si sentivano gli occhi gonfiarsi
di lagrime, quanti le chiesero pietà! Come si tentò in ogni modo di
far vibrare la corda segreta del suo cuore, di turbare la limpidità
serena del suo sguardo!--Ma ella possedeva la calma imperturbabile del
marmo.
A coloro che le rimproveravano la sua insensibilità, e parlando di chi
la riputava una donna spietata, ella diceva:
--Guardatemi. Come volete che io sia cattiva? Che colpa ne ho io se
non posso vivere come le altre, se ho la fortuna di non soffrire?...
E tutti rimanevano colpiti dalla pace raggiante del suo viso,
mentr'ella pronunciava tali parole piene di una tranquillità
sovrumana--abbagliati da quell'avvenenza invincibile.
Accadevano spesso delle scene abbastanza strane. La contessa riceveva
venti lettere al giorno, lettere d'amore, di preghiera, di gelosia,
d'ira, di disperazione..... ch'ella gettava sul fuoco senza finirle.
Gli artisti, i poeti, gli osservatori si occupavano di lei come d'un
enigma vivente. La maggior parte la vollero conoscere, e siccome aveva
intelligenza e spirito, le sue sale furono aperte all'aristocrazia
dell'ingegno, come lo erano naturalmente alle altre aristocrazie.
Il suo gusto era squisito nelle cose d'arte. L'appartamento n'era una
prova visibile. Tutto, dalle vôlte, dalle cornici, dai mobili fino al
più piccolo oggetto, aveva un valore artistico. Vi erano quadri scelti
con sottile discernimento tra i capolavori delle migliori scuole,
statue che rammentavano le greche, vasi della China e del Giappone,
lavori di smalto e d'intaglio, velluti e damaschi cadenti in pieghe
maestose, tappeti di Gobelins dai colori vivacissimi e armonizzantisi,
e sopratutto specchi d'ogni sorta, dagli enormi dovuti alle fabbriche
moderne che coprivano intere pareti fino ai piccoli, elegantissimi
specchi di Venezia, con le cornici un po' annerite dal tempo, coperte
d'ornati baroccamente contorti e ingemmate di specchini microscopici.
Tutte codeste cose erano disposte con quell'ordine di sobria eleganza
che indica il gusto di artista spinto fino alle ultime conseguenze;
l'armonia dei colori e delle forme, l'unione tanto difficile degli
stili, era ottenuta con la sicurezza infallibile che dà la mano
maestra. Ed era essa infatti che aveva presieduto a tutto, poichè dopo
di aver pensato a sè, che cosa le rimaneva da fare se non pensare a
ciò che la circondava? Ella amava le cose belle per istinto, per cui
era giunta ad una conoscenza esattissima in arte alla quale non si
arriva d'ordinario che dopo lungo studio e minute osservazioni; aveva
la potenza divinatrice del bello negli oggetti antichi, come si fosse
occupata sempre di archeologia, e in una bottega d'antiquario scorgeva
a prima vista ciò che valeva d'essere comperato.
Pittori e scultori le chiedevano il suo parere; questi le portava due
o tre abbozzi perchè decidesse quale fosse meglio imprendere, quello
la pregava d'andare al suo studio per dargli un consiglio sul modo di
atteggiare una statua. E sempre rispondeva con sorprendente giustezza
e spesso il suo occhio vedeva più in là dell'occhio dell'artista.
Molte volte diceva: «Fate così» e l'artista non era persuaso, ma
ubbidiva ciecamente, e terminato il lavoro comprendeva ciò che non
aveva compreso prima e si felicitava di aver ubbidito.
Vorremmo poter raccontare le mille impressioni differenti che faceva
su tutti la bellezza della contessa, a seconda dei diversi modi in cui
si manifestava. In casa, capricciosamente vestita, al passeggio,
indolentemente posata nella sua carrozza o cavalcando con un'eleganza
inimitabile; al teatro, con la mano divina posata sul velluto del
parapetto, attenta piuttosto agli sguardi d'ammirazione che da ogni
parte convergevano verso il suo palco, che alla musica di Verdi o di
Meyerbeer.... Vorremmo, colla facilità concessa ai novellieri di
penetrare dovunque muniti dell'anello dell'Ariosto, condurre il
lettore nelle più intime stanze, farlo assistere alla toletta della
contessa, che era un quadro improntato d'epicureismo antico, e svelare
i tesori segreti di quella bellezza sovrumana, tanto avida
d'ammirazione.
La camera da letto ed i gabinetti erano divisi dal resto
dell'appartamento. Là appariva ancor più che altrove il gusto squisito
della bellissima, l'impronta sovrana ch'ella non poteva a meno di
porre su tutto ciò che le stava vicino. Quelle stanze erano un
santuario. Tutto ciò che si può immaginare riunendo la molle comodità
delle nostre abitudini moderne con la maestà delle decorazioni antiche
ritrovavasi colà. La camera, nello stile pompeiano, era piena di
finissime estravaganti pitture, di fregi largamente e bizzarramente
segnati che correvano intorno alla vôlta, coperta ella stessa d'ornati
delicatissimi e di figure chimeriche; i mobili, le tende, le
drapperie, tutto era perfettamente d'accordo con lo stile delle
pareti. La stanza era divisa in due parti da un grande arco, ricco
d'intagli, di decorazioni e di vaghissimi bassorilievi, dal quale
pendevano tre lampade d'argento, antiche, del più puro e leggiadro
disegno. Un'alcova chiusa da tende di seta molle e ondata conteneva il
letto coperto d'uno strato di vera porpora a frange d'oro.
Adiacente a quella stanza aprivasi una vasta sala, pure divisa in due
parti, la prima delle quali serviva da gabinetto, la seconda da bagno.
In questa era scavato un vasto bacino di marmo verde da cui usciva
incessantemente lo zampillo d'una fontana che spingeva allegramente il
suo getto fino alla vôlta; ai lati vi erano due vasche di porfido e
due grandi tavole preziosamente scolpite, sostenenti i mille oggetti
necessari ad una signora.
Da un'altra porta della stanza da letto si entrava in due piccoli
gabinetti affatto differenti e più piccoli. Il primo era
elegantissimo. Da un rosone in mezzo alla volta scendevano delle tende
di velluto, di quel rosa delicato e pallido che tinge l'interno
d'alcune conchiglie, e coprivano tutta la stanza, vôlta e pareti,
cadenti lunghissime su di un tappeto folto come l'erba d'un prato,
pure rosa a fiori bianchi. I sofà e gli sgabelli erano pure dello
stesso velluto. Il secondo gabinetto era più curioso ancora, poichè da
qualunque parte vi volgeste non era possibile scorgere altro che
specchi. Quattro candelabri erano posti negli angoli.
Era davvero una scena che sembrava attendere il pennello d'un artista
pagano quella che frequentemente aveva luogo in quelle stanze. Talora
la contessa, circondata dalle sue donne, si vestiva ed acconciava
lungamente, con una serietà che rammentava le dame romane, talchè un
indiscreto nascosto dietro qualche tenda avrebbe potuto credersi
trasportato d'improvviso ai tempi di Giovenale--tal altra invece,
sola, si compiaceva voluttuosamente nello spettacolo incantevole della
propria bellezza. Gettava intorno a sè le stoffe ed i veli che la
coprivano ed appariva, abbagliando i suoi proprii occhi con tanta
perfezione, bella come la Venere sorgente dai flutti.---Sembrava quasi
allora che un tremito misterioso agitasse le tende, che le figure
dipinte sorridessero, che gli specchi sentissero l'immagine che
riflettevano, quasi quelle forme scultorie dessero involontariamente
la vita alle cose inanimate.
Fossimo nati ai tempi d'Aspasia o di Frine! Chè allora ne sarebbe
concesso descrivere minutamente quel corpo creato di getto in un
momento supremo di celeste ispirazione--mentre invece la nostra
qualità di scrittore moderno ci ingiunge di rinunziare a dire quelle
eleganti curve, quelle linee perfette, quelle forme armoniose come una
musica scesa dal cielo; e quasi nemmeno ne sarebbe concesso di cantare
ad una ad una le strofe del poema del suo corpo. Non possiamo dunque
parlare nè della superba linea del torso, nè delle braccia che si
sarebbero date alla Venere di Milo, nè del piede simile a quello d'una
dea che ha solo toccato la cima delle nubi, nè della gamba d'una rara
purezza di contorno... e ci è forza lasciare che il lettore supplisca
a tutto ciò con la sua immaginazione, e al posto della nostra eroina
ponga il suo proprio ideale.
A poco a poco le sue antiche abitudini presero di nuovo il di sopra, e
la idea fissa dei primi anni l'afferrò ancora e forse con maggior
forza di prima. Maritandosi, ella era stata costretta (come si è
visto) a vivere un poco la vita di tutti, e ciò l'aveva un po'
distratta. Ora vi ritornava; nè vi è certo da stupirsi di questo,
poichè non era possibile che le occupazioni della società le fossero
sufficienti, e di cosa poteva occuparsi se non di sè, ella che non
conosceva l'amore?--Suo marito che sulle prime aveva fortemente subìto
il fascino ch'ella esercitava su tutti, si era presso a poco guarito
della sua passione davanti alla passiva freddezza di lei.
Tutto l'annoiava, e dopo il primo anno di matrimonio restò a lungo
prima di ricomparire in società. Ben inteso che da ogni parte
sorgevano lamenti per tale scomparsa, e che tutti se ne stupivano. Ma
in lei la idea fissa si era quasi fatta malore. Avvicinandosi ai
venticinque anni, la sua bellezza si avvicinava al punto culminante e
prendeva un carattere di completa maturezza. Ella era ora la più
perfetta espressione della donna in tutto ciò ch'ella ha di più
maestoso. La numerosa schiera di quelli che l'ammiravano, o
l'adoravano in segreto--avendo ben compreso ch'era inutile
parlare--soffrivano di esser privati perfino della gioia di vederla. I
pochissimi ammessi in una relativa intimità cercavano in ogni modo di
persuaderla a distrarsi. Gli artisti, che la studiavano, capivano che
ora la sua passione per sè stessa aumentava prodigiosamente.
Suo marito, che non riusciva ad indovinarla, ma che vedeva con uno
stupore pauroso la luce stranissima che sfavillava negli occhi suoi
ogni giorno più vivamente, univa le sue preghiere alle loro, ma tutto
fu vano per qualche tempo.
Finalmente un giorno, con una decisione che sembrava un misto di
volontà sua e di cessione alle ripetute preghiere, consentì ad aprire
le sue sale ad una gran festa da ballo. La sera fu fissata e le carte
d'invito cadendo in mezzo ai mille discorsi che si tenevano a
proposito del suo desiderio di solitudine, tutti aggradevolmente
stupirono.
La sera tanto attesa giunse. Le carrozze arrivarono in lunga fila e
versavano il loro contingente di signore e fanciulle, che ascendevano
lentamente lo scalone coperto di fiori, avvolte nei candidi mantelli
nascondenti tante bellezze che tra un momento dovevano essere
accarezzate dalla luce splendente delle sale. Il magnifico
appartamento, chiarissimo, tutto adorno di fiori, si riempiva a poco a
poco. Il conte, in piedi nella prima sala, riceveva tutti con un
sorriso stereotipato.
Si era già ballato, quando apparve la contessa che in nulla seguiva
l'uso comune. L'effetto ch'ella produsse fu indescrivibile. Nelle sale
vi fu un silenzio come al giungere d'una regina.
Il suo vestito--semplicissimo di fattura--era di velluto rosso e
cadeva, fasciando i fianchi e allungandosi di dietro in un
interminabile strascico. Sul suo petto posava una ricchissima collana
di smeraldi. I suoi capelli, d'una tinta variante tra il biondo ed il
castagno, avevano dei riflessi luminosi e fulvi che chiedevano il
pennello del Tiziano e si frangevano in masse ondate e ricciute, si
contorcevano in piccole spirali fantastiche, parevano talvolta
accendersi di fiammelle dorate. La tinta bianchissima della sua pelle
era però d'un pallore vivace e rosato. I suoi occhi, d'un taglio
purissimo e d'uno splendore calmo, erano micidiali senza volerlo. Nel
suo incedere vi era qualcosa di divino; il ritmo della sua voce si
confondeva col ritmo dei suoi movimenti.
Non aveva mai prodotto tanta impressione. La sua bellezza aveva
aquistato qualche cosa di luminoso e di fatale. Irradiava e turbava ad
un tempo. Tutti si estasiavano dinanzi a lei; alcuni sentirono una
fitta al cuore.
Un vecchio scienziato tedesco disse, parlando ad un amico che aveva
vicino, mentre la contessa passava:
--È strano il pensare che fra poco tutta questa bellezza sparirà e che
le forme superbe e l'occhio fulgente non faranno più vittime!...»
Benchè pronunciate sottovoce, queste parole giunsero all'orecchio
della contessa.---Si volse e rispose con un sorriso e una espressione
inesplicabili:
--No, dottore, vi sbagliate. Finchè sarò, sarò come mi vedete adesso.
In quella notte ella sembrava molto distratta. Vi era talvolta qualche
incoerenza nelle sue parole, e di tanto in tanto le passavano sulla
bocca dei sorrisi pieni d'una poesia misteriosa.
Il ballo era magnifico. Fu una di quelle feste che fanno epoca e che
rimangono come pietra di paragone di tutte le altre e spesso per molto
tempo come l'apice inaccessibile della ricchezza e della eleganza.
Dal principio della sera la contessa non si era ancora guardata.
Pareva temesse. Godeva dell'ammirazione altrui e voleva aspettare ad
assicurarsi della propria. Assaporava intanto il trionfo, e l'orgoglio
che la riempiva era tanto dolce che le pareva quasi difficile da
sopportare.--Verso le due, al momento della cena e quando le sale si
erano un poco sfollate, prese una improvvisa decisione e si diresse
verso una specie di serra ch'era a lato della sala da ballo, in fondo
alla quale stava un enorme specchio. Lo avvicinò lentamente, ad occhi
bassi. Sembrava non osasse; finalmente alzò gli occhi.
Parve che una luce si spargesse sul suo volto e che tutta la sua
figura s'irradiasse. Stette immobile per qualche minuto, assorta,
incantata, con un sorriso d'estatica compiacenza.
Poi, d'improvviso, si voltò e attraversando con passo deciso i gruppi
di persone che guardavano un poco attoniti, si diresse verso le sue
stanze.
Giunse al gabinetto degli specchi.
Là, con un movimento rapido, sprigionò la massa dei capelli che si
sciolsero in onde luminose sulle spalle bianchissime, strappò gli
uncini della veste che cadde a terra, scosse ogni velo e si guardò
intorno. Riunì le braccia sopra la testa, stando dritta, coi piedi
vicini e il fianco un po' sporgente, rammentando la postura della
Frine dinanzi all'areopago, e sorrise, contemplandosi.
D'improvviso un fremito l'agitò--impallidì tanto da sembrare il marmo
di Pigmalione che appena fatto donna ridivenisse statua, poi
lentamente accosciandosi come chi si sente mancare le forze a poco a
poco, cadde sulle ginocchia, frammezzo alle sue vesti, poi piegò
adagio all'indietro, incrocicchiando le braccia sul seno e tirandosi
addosso tutto quello che potè con un gesto d'estremo pudore.
Quel ballo, da cui la contessa si ritirò prima della fine, fu per
molto tempo il principale argomento di discorso nella società
elegante. Fu inoltre l'ultima volta ch'ella si mostrò in publico.--Non
molto dopo ella si spense.--Nessuno ha certo dimenticato la sua morte,
come nessuno ha dimenticato la sua bellezza. Morì dopo una breve e
violenta malattia che i medici confessarono di non aver troppo capito.
Il suo corpo venne imbalsamato. La sua fine fu misteriosa quanto la
sua vita.
Ella rimase un enigma per tutti. Certo la figura di una donna così
bella, così seducente e insensibile, ma tutta invasa da una passione
arcana, passata come un apparizione--oggetto di stupore e di
desiderio--e poi subitamente sparita, resterà lungamente impressa
nella memoria di chi la conobbe.
Un giorno, in un crocchio d'amici, si parlava di lei. Chi si estasiava
sulla sua bellezza, che rimarrà come un tipo inimitabile, chi tentava
spiegare il problema della sua vita. Poi si venne a discutere sulla
sua morte quasi più inesplicabile ancora.
--Io ne so la causa, disse un poeta. È morta di bellezza.
LA VILLA D'OSTELLIO
I.
Le abitazioni d'ogni specie, palazzi, case, castelli, tutte hanno le
loro vicende, la loro storia, come gl'individui ed i popoli.
Attraversano fasi di prosperità, di splendore, di decadenza e di
rovina. Talora sembrano felici, talora invece portano impresso
dovunque il segno della desolazione. La fortuna delle dimore segue la
fortuna degli abitanti. E, dall'inevitabile azione del tempo,
dall'abbandono derivano le più disparate conseguenze. Talvolta il
decadimento conduce alla miseria la più squallida, tal altra
mirabilmente abbellisce, e agli stupendi edifici rôsi dagli anni
aggiunge una novella e diversa poesia; mentre ad alcune costruzioni,
scevre d'intendimento artistico, dona un incanto che non ebbero mai.
Se in qualche via deserta, mal selciata d'una città di provincia,
vedete ad un tratto sorgere al vostro fianco uno di que' magnifici
palazzi di stile barocco, che conservano ancora un pallido riflesso
della sontuosità passata, con i suoi pesanti ornamenti spezzati qua e
là, con le ricche inferriate arrugginite, con le malerbe ch'escono
d'in tra le pietre e l'umido muschio che oblitera lo stemma del
portone, avete di certo pensato, che nei lieti giorni della dovizia e
della maestà non aveva quella bellezza vetusta che ora più d'ogni
altra vi attrae e vi fa sostare. Ma se invece vi si presenta allo
sguardo la elegante ed odiosa «casa di campagna» del negoziante di
candele arricchito, tutta nuova e luccicante, dipinta a ghirigori
giallognoli e rosa, con le persiane turchine, preceduta dal giardino
«ben tenuto,» con la piccola barca ch'entra nella piccola grotta a
lato del piccolo lago artificiale, non vi passerà mai per la mente che
fra un secolo un poeta potrà forse fermarsi dinanzi a quel cancello e
restare assorto davanti allo stupendo disordine che la natura,
ritornata padrona di quell'angolo, vi avrà fatto, sostituendo alla
cattiva prosa architettonica del droghiere defunto, la sua
instancabile e feconda improvvisazione.
La villa di cui raccontiamo la storia, ch'è quasi una leggenda, era
situata in un punto che non vogliamo troppo determinare, non lontano
da Tivoli; e mentre era stata altre volte sontuosissima e
splendidamente abitata, lasciata ora quasi nell'abbandono e dimora
soltanto d'un vecchio domestico, aveva precisamente subìto una di
codeste trasformazioni. Anticamente i principi d'Ostellio che n'erano
padroni, vi conducevano la splendida vita delle villeggiature romane e
vi tenevano, come suol dirsi, casa aperta; ma ora da due generazioni
avevano smesso d'andarvi. Il penultimo proprietario aveva sempre
vissuto fuori d'Italia, scorrendo l'Europa per missioni diplomatiche
ed era morto lontano e dimentico affatto della sua villa, che già
aveva molto perduto dell'antico splendore. L'ultimo poi e presente
padrone, era un giovane elegante che preferiva assai le vie delle
capitali e si curava della villa ancora meno del padre.
Pietro, il vecchio servitore lasciatovi alla custodia, vi abitava
solo, e col lungo starvi aveva finito a far quasi parte della villa
egli stesso. In quella solitudine era divenuto taciturno, scambiando
solo qualche parola con i guardaboschi ed i contadini. Adorava i suoi
padroni e tutti quelli che avevano con essi relazione, e forse più
ancora adorava quella casa, cui gli doleva di vedere così abbandonata,
quella casa dove aveva passata quasi tutta la sua lunga e monotona
esistenza e dove avrebbe certo finito i suoi giorni. Ogni mattina,
appena alzato spolverava le vaste sale, come se da un momento
all'altro aspettasse l'arrivo di qualcuno, poi girava pel giardino e
per il parco,--cercando in tutti i modi di riparare alla incuria dei
signori, e circondando quel palazzo tutto suo di cure quasi paterne.
Vedendolo aggirarsi per i vastissimi appartamenti, a passo un po'
incerto ma svelto ancora, con la testa china, incuteva il rispetto
dovuto al vecchio ed al solitario; sulla fronte, nello sguardo,
nell'atteggiamento, in tutta la sua persona, si scorgeva l'impronta
lasciata sull'uomo da una sola idea, e la purezza di coscienza che
deriva dalla tranquillità e dalla rassegnazione; e insieme si vedeva
che fuori di quella villa e dei suoi padroni nulla esisteva per lui;
la sua dimora e le sue affezioni erano parimente ristrette e vaste.
Non tutti immaginano i curiosi effetti che talvolta derivano da una
vita come quella del vecchio Pietro. La solitudine, le poche e
semplici idee, che possono diventare idee fisse, hanno senza dubbio
una influenza sul cervello. A forza di star solo, con i soliti
pensieri in testa e gli antichi affetti rinchiusi in cuore, quel
vecchio s'era fatto strano. Era diventato sordo, ed aveva preso
l'abitudine di -soliloquizzare- ad alta voce. Quando discorreva con
alcuno, parlava brevemente ed a sentenze. Ripeteva spesso le medesime
cose, mostrando una grande tenacità di pensiero. Parlava abitualmente
del giovane padrone che doveva arrivare, dello splendore che doveva
nuovamente rifulgere sulla villa; scordandosi degli anni trascorsi
senza che cotesta sua speranza si fosse avverata. Il principe era
venuto soltanto qualche rara volta, con lieta e numerosa brigata; e
benchè Pietro fosse allora stato scandalizzato da ciò che aveva visto
e udito, pure era stato ben contento di quella breve visita; ne aveva
lungamente parlato e aveva in cuor suo sperato che si ripetesse. Altra
volta erano venuti gli amici senza di lui, il che, sebbene non gli
avesse dato un gran piacere, tuttavia era stato per lui un
avvenimento. Ma, da molto tempo, non s'erano più ripetute nemmeno
queste brevi apparizioni; e quantunque sapesse il principe lontano
lontano, pure non cessava mai dallo sperare. Ogni mattina, seriamente,
tranquillamente, parlando con sè, scuotendo il capo, metteva ogni cosa
in bell'ordine. Stava talvolta assorto in pensieri, guardando la sua
imagine riflessa nei grandi specchi. Era nello stato d'animo di chi
aspetta sempre. Se il principe fosse entrato d'improvviso, egli ne
sarebbe stato lietissimo, ma non certo stupito. Desinava in un'ampia
stanza, attigua alla cucina, a lato d'un alto camino in marmo bigio,
dove d'inverno ardevano dei tronchi d'albero quasi interi, in
compagnia d'una vecchia donna di casa, più sorda di lui, e d'un grosso
cane nero, fedele e intelligente, che da lunghi anni divideva con loro
il pasto e prendeva quasi una parte eguale nella conversazione.
Nell'inverno, la villa era triste e oscura, il giardino desolato; e
nel vasto parco non si scorgevano che gli scheletri degli alberi sul
suolo indurito. Passeggiando per quei viali affatto spogli, con a lato
i cespugli regolarmente tagliati in forme ornamentali, scorgendo qua e
là tra i rami secchi le statue condannate alla nudità, quali
bizzarramente mutilate, quali mal sostenute dai piedestalli
infraciditi, vi sentivate un freddo penetrare nell'anima, derivante
sopratutto dall'effetto del malinconico spettacolo. Il palazzo,
superbo edificio nello stile del Rinascimento, con due grandi ali
sporgenti, tutto a ornati e ricche lesene pittoricamente guaste, con
davanti un vasto terrazzo che dava adito alle sale, a cui si saliva
per cinque gradini larghissimi, vi rattristava esso pure; e più ancora
se penetravate nelle vaste sale deserte, in cui nulla s'udiva tranne
l'eco de' vostri passi e non si vedeva alcuno se non i personaggi
silenziosi degli affreschi impalliditi e dei logori arazzi.
Ma di primavera, allo spuntare del primo fiorellino, tutto cambiava.
Più che altrove era incantevole in quella villa abbandonata il
risvegliarsi delle cose. Uno dopo l'altro tutti gli uccelli del bosco
cominciavano il loro canto, e tutto un concento di trilli riempiva i
lunghi viali. V'era qualcosa di tumultuoso nella rapidità con cui le
piante verdeggiavano e i prati si smaltavano di fiori. Nessun
giardiniere era pronto a correggere la intemperanza della natura. I
folti cespugli erano pieni di rose, e le nuove frondi uscivano in
disordine attraverso alle forme architettoniche a dispetto d'ogni
simmetria. I ramoscelli sboccianti s'attortigliavano pazzamente
intorno alle statue, e le dee di marmo sembravano sorridere nel
vedersi abbracciate da quelle piante parassite; delle frondi novelle
uscivano quasi d'improvviso dai tempii di verdura e in uno slancio
inconsapevole prendevano d'assalto le Veneri di granito. Dovunque
spiccavano le viole.
Dalla prima giornata di primavera quel parco si sarebbe potuto
paragonare ad una sinfonia, che cominciando lieta e leggera andasse a
poco a poco allargandosi in un magnifico crescendo--per giungere
finalmente alla pace profonda, fresca, indescrivibile dell'estate.
Allora, alla garrula contentezza del principio, allo scoppio di
allegria, succedeva una gioia intensa, rattenuta. Gli augelletti si
nascondevano nei folti inaccessibili e cantavano sommessi. I verdi si
facevano più oscuri, ed erano tanto fronzuti gli alberi, che
internandosi per i sentieri tranquilli, in alcuni punti sembravano
neri. Le cascate trasparenti e bianche scendevano con monotona armonia
le scalinate di pietra annerita e verdeggiante. Una frescura di cui è
impossibile farsi un'idea, regnava in quei siti. I raggi del sole non
potevano farsi strada. V'era un'ombra impenetrabile deliziosa, non
scevra di mistero. In alcuni punti non si sapeva più dove s'era, tanto
apparivano profondamente freschi, umidi, solitari, lontanissimi dal
resto del mondo. Uno di questi punti era a fianco dell'ala sinistra
del palazzo. V'era un circolo irregolare di alte piante le cui cime
frondose intercettavano i raggi, e non lasciavano scorgere che ad
angustissimi spicchi l'azzurro del cielo. Alcuni rami si spingevano
sul palazzo, coprivano gli stipiti a ghirlande, e pareva volessero
entrare per l'ampie finestre del primo piano. Più sotto, foltissimi
boschetti col loro cupo verde formavano un asilo quasi inaccessibile.
In mezzo v'era un piccolo lago naturale, di forma elittica,
irregolare; l'acqua n'era nettissima, ma non limpida. Specchiandosi
pareva di guardarsi in un vetro opaco. Alcune piante acquatiche dalle
larghissime foglie pallide galleggiavano qua e là. Proprio sull'orlo
v'erano delle macchie di fiori candidissimi a pistilli colorati d'una
specie assai curiosa. Gli alberi si riunivano al disopra formando una
vôlta d'un verde tanto oscuro che in alcuni punti l'acqua era bruna.
Qua e là i contorni delle foglie vi si riflettevano distintamente. Il
suolo era quasi tutto coperto d'un'erbetta d'un verde smorto,
morbidissima. Ivi regnava l'ombra e il silenzio. L'aria era profumata.
Ma quel sito non era allegro; sembrava invece pieno d'un gaudio
misterioso. Pareva che dovesse uscire da quei cespugli qualche
apparizione mitologica; poteva credersi un recesso creato per celare
agli occhi mortali gli amori delle dee. V'era una pace ineffabile,
completa, amorosa.
II.
Correva il mese di giugno. La villa e il giardino erano nel più bel
momento. La indicibile calma del meriggio pesava sulla campagna. Il
sole batteva a piombo--ma in quelle ombre tranquille, al fresco
zampillare delle fontane, sull'erba umida regnava un'atmosfera
paradisiaca. Le cascate sembravano aspettare che le ninfe del bosco
nella loro olimpica nudità andassero a bagnarsi. Le statue parevano
lamentarsi della loro solitudine. Il parco era uno splendore. Tutte le
tinte di verde, dal più tenero al più severo, vi si univano. Persino
il vecchio Pietro si sentiva ringiovanito da tutta quella festa
estiva. Sorrideva da sè guardando dalle finestre aperte quel trionfo
della natura. Ciò lo rendeva quasi allegro; più che mai scuoteva la
polvere dalle tende di velluto, e toglieva le ragnatele dalle dorature
degli spigoli.
Un giorno--bellissimo tra que' bei giorni--in quell'ora incantevole,
in cui il calore comincia a scemare e una lievissima brezza spirando
commove l'erba ed i fiori, il vecchio domestico se ne stava
tranquillamente seduto sulla terrazza dell'ala destra, quando a un
tratto si scosse, spalancò gli occhi e guardò fissamente verso un
punto del viale, che con una vasta curva conduceva fino alla porta
d'ingresso.
Era una vista insolita. Su quel viale, a una ventina di passi di
distanza, s'avanzava lentamente una fulgida coppia, un giovanetto e
una fanciulla, stretti l'uno all'altro--come evocati dalla
immaginazione d'un poeta. Egli era alto snello, simile a un paggio;
ella era bionda, sontuosamente vestita da sposa, tutta in bianco,
idealmente bella.
Sembravano un'apparizione.
Pietro, benchè non dovesse essere facilmente stupito da nessun arrivo,
pure non osava credere ai propri occhi e temeva d'esser in preda a
un'allucinazione: pure s'alzò e mosse incontro ai due che venivano; e
più s'avvicinava, più s'accorgeva della realtà della loro presenza.
Ma, allo stesso tempo, osservò su quei due visi giovanili
l'espressione d'un mal celato turbamento che lottava con la balda
contentezza dei loro sguardi amorosi. Procedevano lenti ed incerti, e
quando videro il vecchio che veniva loro incontro, si soffermarono; ma
poi, fattosi animo, ripresero il loro cammino.
Egli era tanto elegante della persona, che perfino il brutto costume
allora di moda (era sul principio del secolo) non gli stava male. Sul
suo corpo di sculturale bellezza qualunque vestito sarebbe sembrato un
anacronismo. Era alto, e la svelta ma virile prestanza della sua
figura contrastava col viso delicato e troppo bello, da cui non era
ancor sparita la rosea freschezza dell'infanzia. Aveva l'occhio
grande, pieno di vita e di languore insieme, i capelli bruni e
ricciuti che gli lambivano il collo bianchissimo, il suo costume era
scuro, stretto al corpo; portava stivali e un piccolo mantello che gli
s'attortigliava intorno e gli cadeva sul braccio sinistro. Al destro
s'appoggiava con un indicibile abbandono la bellissima compagna; i cui
capelli che parevano oro in fusione, e gli occhi color di cielo,
contrastavano con quelli di lui, mentre s'accordava l'espressione,
identica su quei due visi diversi.
Ella pure era in quella età quando appena sboccia dalla fanciulla la
donna. V'era nel suo incedere e nella ricchezza del suo abito da
fidanzata qualche cosa di principesco. Eppure nulla potevasi
immaginare di più blando del suo sorriso, nè di più dolce del suo
sguardo; ma quando quella pupilla volgevasi a lui, facevasi ardente.
Pietro potè solo accorgersi della suprema ed adolescente bellezza di
quei due, nel primo momento; dopo, rimasto abbagliato e confuso,
abbassò gli occhi e stette rispettoso come aspettasse i loro comandi.
Ma essi del pari, come già s'è detto, sembravano imbarazzati.--In
quell'istante s'udì un rumore di ruote, e poi si vide una carrozza
passare tra gli alberi, allontanarsi; era certo quella che li aveva
condotti. Allora il vecchio domestico, timidamente offrì loro i suoi
servigi. Parve che a tali detti riprendessero coraggio; si
consultarono prima con lo sguardo, poi si dissero qualche parola
all'orecchio, e finalmente la fanciulla rivolse a Pietro il suo
indescrivibile sorriso; ambedue accennarono di sì col capo e lo
seguirono in casa.
III.
Qualche tempo dopo, l'aspetto della villa era affatto mutato, quasi
scomparsa la tristezza delle vaste sale.--Pietro s'affaccendava sempre
più, tutto ringalluzzito; un misterioso sorriso di contentezza
illuminavagli il volto, divenuto gioviale. L'atmosfera stessa pareva
diversa. Le finestre dell'ala sinistra che guardavano su quel piccolo,
freschissimo lago, di cui già s'è parlato, stavano aperte.
Quello era l'appartamento abitato dai due ospiti sconosciuti; situato
nella parte più antica della casa, si componeva di una vasta sala,
riccamente addobbata, ma con le tappezzerie sdruscite assai; di due
altre stanze, una amplissima, l'altra meno, tanto alte che sembrava
d'essere in una torre; e di un gabinetto dipinto a fresco, dove il
tempo aveva corretto la fantasia molto procace del pittore. Per
giungere a questo appartamento bisognava attraversare la fila di
salotti che riempivano il corpo di mezzo del palazzo.
La camera, le cui finestre si aprivano sopra quell'oasi deliziosa, di
cui s'è detto, non era stata abitata da tempo immemorabile. La vôlta,
arrotondata quasi come la cupola d'un tempio, dipinta a colori
delicatissimi e coperta di dorature, a fogliami e rabeschi, sarebbe
stata abbagliante, se gli anni non avessero tolto il luccichìo degli
ornamenti e sbiadite le tinte. Un magnifico drappo di seta celeste ed
argento a fiorami, di tinta cangievole ed a riflessi più chiari,
copriva le pareti. I mobili bizzarramente scolpiti. Il letto,
altissimo, a colonne intagliate, tra le quali cadevano le cortine in
pieghe sontuose, occupava quasi tutta una parete. In faccia le due
finestre, per le quali la luce penetrava smorzata dalle frondose cime
degli alberi. In questa stanza il silenzio pareva maggiore che nelle
altre.
Dal momento dell'arrivo dei due fanciulli, tutto era cambiato. Pietro,
rimasto sbalordito, sedotto sulle prime, s'era poi come innamorato dei
due innamorati. Li serviva come avessero appartenuto alla famiglia dei
suoi padroni. Le sue giornate ora erano riempite; la sua vita aveva
uno scopo. S'occupava di loro più che poteva; nelle ore di solitudine,
o a mensa con la vecchia donna, stava forse più pensieroso che per lo
passato, ma si sentiva meno triste. Quali fossero i vari pensieri che
passavano in quella sua testa curva, non è certo facile l'indovinare.
Senza dubbio, egli doveva, malgrado la contentezza che provava per
quel poema vivente venuto ad illuminare la sua monotona esistenza,
essere molto imbarazzato se tentava di spiegarsi l'arrivo
straordinario di quei due. Ma, lo ripetiamo, non sapremmo proprio dire
a che cosa riflettesse, quando se ne stava con la fronte in mano
seduto vicino al focolare spento della vasta cucina. Supponeva forse
che fossero amici del principe? Una o due volte aveva rispettosamente
rivolto al giovine qualche domanda in proposito; ma ottenendo solo
risposte assai incerte. Ma non poteva dubitare che quei due sposi (li
credeva tali) fossero altissimi personaggi, e che il suo padrone
sarebbe stato onorato di ospitare nella sua villa; benchè nel modo
ch'erano giunti, nella loro taciturnità e in varie altre cose, vi
fosse certo un non so che di strano e molto dell'inesplicabile.
Ma sopratutto egli capiva che li amava. Subito aveva sentito per loro
una irresistibile simpatia; il suo vecchio cuore da tanto tempo muto
s'era come risvegliato dinanzi a loro, e provava per essi un affetto
che di giorno in giorno cresceva.
Agli altri abitanti della villa aveva detto che li conosceva, che
dovessero servirli come fossero i padroni. Sulle prime s'era
lambiccato il cervello per indovinare chi fossero e donde venissero;
ma più voleva loro bene, meno s'occupava di ciò; con l'aumentare
dell'affetto scemava in lui la curiosità. Dopo pochi giorni gli sembrò
naturalissimo di vederli; e in fine comprese che non avrebbe più
potuto vivere senza di loro; non gli passava per la mente che forse un
giorno sarebbe giunto in cui avrebbero dovuto partire; li amava
intensamente. E allo stesso tempo diminuiva a poco a poco in lui il
suo consueto desiderio di rivedere il principe; poichè la fulgente
presenza di quei due felici lo distraeva dal suo antico pensiero.
Essi rappresentavano inconsci l'amore nella sua espressione più pura,
più divina. Vivevano, ma sembravano al di fuori della vita; si vedeva
che ne ignoravano tutto, le lotte, i dolori, le colpe. Più ancora che
un sogno fatto reale, erano la incarnazione d'un poema. Dei cento
colori ond'è dipinta l'esistenza, essi non ne conoscevano che
uno--l'azzurro; dei sentimenti, ignoravano tutto fuorchè l'amore, e di
questo non sentivano nè il fuoco che incendia, ne il veleno che rode,
ma soltanto l'ambrosia celeste e la immensa luce che rischiara. Essi
erano un purissimo romanzo in azione, una poesia; nessun dramma era
stato tra di loro. Nel tumultuoso viavai d'una gran città, in quel
vortice affaccendato d'interessi, di passioni, di cupidigie, dove il
tragico passa rasente al comico, dove s'intralciano il male ed il
bene, dove si vive in modo affrettato e febbrile, essi sarebbero stati
uno straordinario contrasto, una nota isolata e dolcissima in
fragoroso concerto. Nella solitudine invece della villa abbandonata e
sontuosa, essi armonizzavano mirabilmente con la natura che li
circondava. Quel parco verdeggiante e misterioso era lo scenario
richiesto per quel roseo poema.
Si vedevano la mattina, in quell'ora freschissima quando la notturna
rugiada tremola ancora sull'erbe e sulle foglie, comparire sul
terrazzo; e ogni volta sembravano al Pietro un'apparizione nuova,
poichè non sapeva abituarsi a non ammirarli. Di là, passando pei
larghi viali dalle curve eleganti, dove, allontanandosi, formavano una
stupenda macchietta, s'internavano nel folto del parco, e andavano a
perdersi negli ombrosi recessi, dove vedevano l'azzurro del cielo
attraverso agli interstizi dei rami, senza altri testimoni che gli
abitatori dei nidi, nascosti tra le frondi. E nelle calde ore del
meriggio obliavano nella frescura di quei siti segreti, i raggi
cocenti del sole che percotevano la casa ed i prati. E quelle ore
passavano ineffabili; tutte d'una sola tinta, ma non monotone:
rapidissime e lente.
Appena che il vecchio domestico li scorgeva in distanza, il suo
sguardo si fissava su di loro, nè più lo distaccava. Più li guardava,
più rimaneva estatico; più cresceva in quel suo cuore, da tanto tempo
vuoto, l'affetto che subito aveva loro portato, e che diventava ora
quasi paterno. Con quanta gioia imbandiva loro la mensa frugale, ma
ricca d'apparato, nell'ampio salotto a stucco ed a freschi, dove una
volta i suoi padroni tanto allegramente banchettavano! Com'era lieto,
quanta serena contentezza gli riempieva l'anima, quando nella luce
dorata del crepuscolo, da una finestra, li vedeva in mezzo al prato,
illuminati dai raggi purpurei del sole calante! Per la prima volta
egli comprendeva tutta la indicibile bellezza di quei tramonti.
Rimanevano là lungamente. Il verde degli alberi passava per tutte le
tinte, poi l'ultimo raggio si spegneva, spariva e non rimaneva che la
chiara e smorta luce del crepuscolo ad illuminare la scena. In quel
fuggevole istante tutto prendeva in quel luogo un aspetto fantastico.
Si sarebbe potuto dimenticare d'essere in questo mondo, e quei due,
d'una bellezza soprannaturale, aiutavano a far obliare. Ma erano brevi
assai quei crepuscoli; ben tosto la luna, già vagamente disegnata nel
cielo, spandeva sul parco la sua bianca luce; e la tenebra calava
d'improvviso. La forma dei cespugli e i profili delle statue si
perdevano nella notte, i contorni si smarrivano, tutto facevasi
indistinto, e a gruppi lucenti le stelle s'accendevano nel firmamento.
Allora regnava una pace indescrivibile. V'era qualcosa in quella scena
di solenne e di sacro. La vôlta celeste, oscura e sublime, si stendeva
immensa, tutta tempestata di stelle, eterna traduzione dell'infinito
per le menti umane. Nel parco e dovunque, silenzio profondo. Tutto
riposava; solo dei soffi misteriosi correvano qua e là. La natura
stessa dormiva; il vasto palazzo quasi non sembrava abitato.
Ma, in un angolo dell'ala sinistra, alle finestre di quella camera che
abbiamo descritta, e che guardavano su quel lago (di notte tanto opaco
e quasi pauroso), dietro le pesanti cortine pareva che si sarebbe
potuto scorgere una luce diffusa, indistinta. Quella luce appariva
misteriosa e dolce. Pareva che su quel punto l'azzurro del firmamento
fosse più profondo e le stelle fulgenti d'una luce più arcana, e che
da quelle boscaglie e da quel lago sorgessero spiriti invisibili ed
emanassero ignoti profumi. E quella parte di casa sembrava circondata
da un nimbo, quasi fosse un tempio.
IV.
Se una creatura sovrumana, librata nello spazio, avesse allora gettato
uno sguardo su questa nostra terra oscura, certo quel punto le sarebbe
apparso luminoso. Una immensa poesia era raccolta in quell'angolo
obliato. È difficile immaginare qualcosa di più dolce di quel romanzo,
di cui lo scenario è il palazzo ed il parco abbandonati, ed i
personaggi quel vecchio solitario e quei due felici.
Che v'era al di fuori, in quella società turbolenta, infelice,
insaziabile? Essi non lo sapevano, non se ne curavano: qualunque
catastrofe, qualunque trionfo avrebbe potuto accadere a pochi passi;
era possibile che gl'imperi crollassero, che nuovi regni sorgessero,
che tutto venisse sconvolto: essi non se ne sarebbero accorti. Che
premeva loro? Al di là del ricinto il mondo finiva per essi.
Come avevano potuto quei due sottrarsi alla legge comune? Com'era
stato permesso che la villa, inutile da tanto tempo, avesse ora il
cómpito di nascondere quei due evasi della prigione sociale? La
sicurezza in cui si trovavano sarebbe durata a lungo? Era possibile
che l'invidia non venisse tra poco a turbare quella calma beata e
suprema? La loro parte di male non sarebbe venuta a incoglierli? Il
destino li avrebbe per molto tempo ancora dimenticati?
Essi conservavano una indicibile serenità, quella serenità che nega il
male e non vi crede. Parevano una creazione del Tiziano fatta vivente,
di quelle figure eternamente giovanili, bionde e felici, che il grande
artista poneva in mezzo a una di quelle ricche scene veneziane,
fulgenti d'oro e di porpora, con in fondo l'immutabile turchino del
cielo. Essi non erano affetti da alcuna delle malattie moderne, e
certo nessuna malinconia li poteva sorprendere, nessun presentimento
funestare. Il tempo non esisteva quasi per essi, come non esisteva il
mondo circostante. Nello stesso modo che non s'accorgevano della
società, nel loro paradisiaco isolamento, così essi non sapevano
ch'esistesse il passato e l'avvenire, tanto erano assorti nell'ora
presente. Passato non ne avevano; poichè appena usciti dall'infanzia
s'erano trovati immersi d'improvviso, non nella realtà; ma nella
poesia dell'esistenza; avvenire non ne vedevano, non temendo nulla, nè
potevano sperare di più, poichè tutto intorno e dentro loro si fermava
nella suprema beatitudine dell'amore... Com'erano i loro volti rosei e
fulgenti, senza possibilità di rughe, gli occhi tranquilli, illuminati
ed incapaci di pianto, così i loro cuori scevri di timori e di mali,
le loro menti prive di tenebra e di mestizia, Quelle due anime, come
quei due corpi, erano belle, divine, fatte l'una per l'altra.
Essi rappresentavano quella cosa tanto sublime e tanto rara quaggiù:
l'unione di due esseri che realmente devono essere riuniti; l'amore
nella sua perfezione. Poichè è impossibile non appaia chiaro a
chiunque abbia molto pensato, che l'amore su questa terra è una
eccezione. Negare l'amore è la più assurda bestemmia; pretendere che
tutti lo sentano è diminuirlo e non comprenderlo. Moltissime vite son
prive d'amore (naturalmente si prende qui la parola nel suo
significato alto e completo), altre non ne conoscono che dei momenti
fuggevoli, dei tocchi per così dire. Pochissimi lo sentono davvero in
tutta la sua sublime pienezza; quelli amano per sempre.
Tra questi fortunati, i nostri due erano fortunatissimi. Appartenevano
alla classe privilegiata, e s'erano trovati. Quanti sarebbero capaci
d'amare se s'incontrassero! Inoltre, il loro sogno s'era fatto reale
in tutta la sua pienezza. Com'era ciò accaduto? Saremmo tanto
imbarazzati a rispondere, quanto il vecchio Pietro. O non v'erano mai
stati ostacoli fra di essi, o li avevano infranti; ora nulla li poteva
dividere. Come uscivano essi da una società tanto malvagia e ammalata,
irrequieta e falsa? Certo essi ne sorgevano, come talvolta tra le
pietre d'un edificio solenne e senza poesia sboccia un fiore
involontario, profumato. Ma scorre molto tempo prima che una ruvida
mano lo venga a strappare?
Sembrava non travedessero nemmeno la possibilità d'alcun pericolo. Le
ore, i giorni passavano tranquilli e sublimi; senza che la loro
serenità venisse mai meno. Parevano gli abitatori naturali di quel
luogo, sorti d'in tra l'ombre del bosco, creazione spontanea, vivente
emanazione di quella solitudine. Non si rammentavano certo d'esservi
giunti poco prima, non ideavano di dover partire; quel loro soggiorno
non aveva quasi avuto principio, non poteva certo aver fine. L'amore
aveva come consacrato quel sito; quella profonda quiete aveva reso
inaccessibile agli altri la loro felicità. Essi rappresentavano
qualcosa di sovrumano; erano sotto una protezione suprema, e nulla di
terreno poteva riuscir loro pauroso.
E il vecchio Pietro, dopo la sua lunga vita monotona, si scaldava al
sole di quell'amore. Istintivamente, d'improvviso, egli aveva compreso
tutta la poesia che quei due emanavano; e stava assorto dinanzi a loro
in continua contemplazione. Sul principio aveva talvolta sentito per
essi delle strane, inesplicabili malinconie; ma ora erano sparite, non
temeva più, tanto la serenità che spandevano d'intorno era contagiosa.
V.
Una mattina il cielo si annuvolò. Pietro si sentiva mesto e se ne
stava sul terrazzo, contemplando al solito i due giovanetti che
venivano dal fondo del parco. Non gli erano mai sembrati così belli;
s'avanzavano lentamente, con molti fiori di vivacissimi colori tra le
mani. Un raggio di sole che squarciava due nuvoloni quasi neri, cadeva
su di loro ad illuminarli. La fanciulla parlava ed il giovane
ascoltava, guardandola. Quando furono giunti al palazzo dalla parte
opposta a quella dov'era Pietro, si soffermarono un istante, poi
salirono i gradini, ed entrarono.
La malinconia del vecchio s'aumentò non vedendoli più ricomparire.
Passò più d'un'ora senza che egli si togliesse dalla sua immobilità.
Poi fu scosso da un rumore indistinto che gli colpì debolmente
l'orecchio, ed un istante dopo vide due uomini in fondo al prato, due
sconosciuti, che sembravano riccamente vestiti, e gesticolavano con
molta vivacità. Questo spettacolo insolito lo turbò. Vide i due dopo
un istante internarsi nel folto del parco. S'alzò e più presto che
potè, si pose in cammino per raggiungerli, pigliando una scorciatoia.
Girò un bel pezzo senza poterli incontrare; poi, quando meno se
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