Egli serbò il silenzio per un momento; come assorto nei suoi pensieri,
poi mi domandò:
--Non avete mai udito nominare Arnoldo D.?
--Mi par di sì, risposi. È uno scrittore, se non mi sbaglio.
--Era, dovreste dire.
--È morto? chiesi io.
--No; ma ha finito di scrivere. Egli era un giovane di straordinario
ingegno, e che certo non sarà dimenticato da chi ha letto la poche sue
cose. Ma per la sua vita poco regolare era antipatico a molti; povero,
non fortunato, di una natura vivace e variabile, cercava spesso di
affogare le noie nella ubbriachezza o di cercarvi una più pazza
inspirazione. Egli era nato per essere ricco e spesso la miseria,
spettro nefasto, si avvicinava a lui! Amava le cose belle, le ricche
stanze, la luce dei doppieri e delle gemme, i morbidi tappeti, il
lusso dell'oriente; avrebbe voluto tutte codeste cose, e invece non le
possedeva che nei sogni, procurati dalla fantasia o dal vino. Il suo
ingegno non era di quelli che fioriscono dovunque; abbisognava per
espandersi di essere circondato dal benessere, dall'opulenza. Perciò
quando guadagnava qualcosa, viveva per un mese da principe, poi si
chiudeva a lavorare e certo con successo; ma ritrovandosi al verde,
cadeva nell'abbattimento, l'ispirazione fuggiva e non era più capace
d'altro che di bere per stordirsi. Soleva dire che se avesse avuto
cento mila lire di rendita, sarebbe stato il più gran poeta del mondo.
Tutti questi particolari mi vennero narrati in seguito; non ne sapeva
nulla quando lo vidi per la prima volta. Parlo di varj anni fa.
Dall'Italia io aveva fatta una corsa a Parigi e me ne tornava in
Italia. Eravamo sul Cenisio; era notte, ed io dormiva tranquillamente
nel mio posto d'angolo del -coupé- della diligenza. Degli altri due
posti uno solo era occupato, quello dell'altro angolo naturalmente, da
un uomo che vi stava incantucciato e tutto chiuso in un mantello che
lasciava solo vedere gli occhi. Svegliandomi di tratto in tratto,
avevo osservato ch'egli non dormiva, ma non mi era stato possibile
vedere la sua fisonomia. Al comparire del giorno egli lasciò cadere il
mantello, e il primo albore illuminando la sua faccia pallida
riconobbi Arnoldo D., al quale non ero mai stato presentato, ma che
aveva molte volte incontrato qua e là e dei cui scritti aveva letto
qualche cosa. Gli rivolsi la parola pel primo, gli dissi che lo
conosceva, e gli declinai il mio nome, ed egli, sebbene fosse un po'
ritroso da principio, presto cominciò a conversare con molta
scioltezza e di tratto in tratto con spirito. La sua conversazione era
divertente al sommo grado; aveva una maniera di esporre affatto
originale e sentii presto per lui una simpatia fortissima, mentre al
tempo stesso m'accorgeva di non dispiacergli, poichè ad ogni momento
sempre più si animava, si espandeva con maggior famigliarità. Dopo
qualche ora eravamo quasi amici. Mi disse i suoi progetti, le sue
aspirazioni, le sue noie; mi confessò che non sapeva sopportare la
povertà, che per lui era il più grande incaglio allo sviluppo del suo
ingegno, mentre per altri era stata talvolta uno sprone a lavorare. Il
mio nome non gli era sconosciuto ed egli sapeva quale colossale
fortuna io posseggo. Mi disse che se egli ne avesse solo una ventesima
parte, scriverebbe un libro che non verrebbe tanto presto dimenticato,
e che lo arricchirebbe a sua volta.
Parlammo d'arte lungamente. La stima del suo ingegno che io avevo
acquistata leggendo le opere sue, si aumentò ancora e mi persuasi
ch'era un giovane che avrebbe potuto arrivare alla gloria, purchè non
si abbrutisse nei vizi. Ma questa era pur troppo la strada sulla quale
egli s'inoltrava cinicamente. Il suo viso ne portava già le impronte,
sebbene i lineamenti fossero assai belli e l'occhio pieno di luce e di
pensiero;--e perfino i suoi discorsi se ne risentivano un poco, poichè
di tanto in tanto divagava in ogni sorta di puerilità o usciva
inutilmente in bestemmie ed imprecazioni. Malgrado ciò, quella
giornata fu per me piacevolissima, e quelle ore in diligenza,
d'ordinario tanto noiose, passarono invece veloci.
Ho sempre ammirato il genio, sotto qualunque forma si mostri, e le
opere della fantasia altrui hanno sempre potentemente eccitata la
mia.--Egli era felice, si vedeva, di aver trovato qualcuno che lo
capisse davvero, e parlò delle sue più intime cose con un abbandono
che forse stupiva lui medesimo. La confidenza ch'era nata così
spontaneamente fra due che per natura erano tutt'altro che espansivi,
doveva certo essere cagionata da una segreta e quasi magnetica
simpatia. Egli si riscaldava sempre più parlando, ed io lo ascoltava
con un interesse sempre crescente, finchè uscendo anch'io dalla mia
riserva abituale, gli confessai quanta ammirazione il suo ingegno
destasse in me, e quanta speranza io avessi ch'egli si acquisterebbe
un posto imperituro nella storia dell'arte. I suoi occhi brillavano
d'entusiasmo mentre io gli diceva queste parole d'incoraggiamento.
Egli si accese sempre più, mi disse dei versi, ch'erano pieni,
armoniosi, possenti. Poi mi narrò i suoi progetti; mi espose la tela
d'un romanzo che aveva intenzione di scrivere; mi parve ricca di nuovi
effetti e lo esortai ad incominciarlo prontamente. Parlando di
argomenti mi raccontò come egli avesse anche un gusto speciale per i
soggetti poco comuni, stravaganti, hoffmanneschi. Fra gli altri me ne
raccontò uno che non aveva ancora tentato di scrivere, e che forse non
tenterebbe mai, essendo difficilissimo, ma che da moltissimo tempo gli
frullava nel capo. Era infatti molto strano e di una difficoltà poco
comune, poichè tutta la bellezza doveva consistere nel modo con cui
era fatto e perchè bisognava per riuscirvi, quasi incarnarsi nella
persona del protagonista. Era però bellissimo, e non dubitavo che se
Arnoldo fosse riuscito a scriverlo, sarebbe stato un piccolo
capolavoro. Mi piacque tanto l'argomento, e per la sua fantastica
originalità talmente m'interessò, che restai silenzioso, pensandovi a
mia volta. La stranezza era quasi raddoppiata dalla estrema difficoltà
del porlo in opera.
Per molto tempo tacemmo ambedue, immersi nello stesso pensiero; il
primo a rompere il silenzio fu Arnoldo:
--Questo è uno di quegli argomenti, egli disse, che non si possono
sviluppare che in un momento d'inspirazione. È affatto inutile
progettare d'incominciarlo alla tal ora o di finirlo alla tal altra;
bisogna che in un dato giorno, che certo non possiamo scegliere, ci
troviamo d'un tratto immedesimati nel nostro protagonista in modo da
parlare ed agire come avrebbe parlato ed agito in quella data
circostanza. È necessario che per un momento diventiamo lui, e allora,
adoperando le sue espressioni, mantenendo i suoi gesti, la sua figura,
il suo carattere, parliamo e facciamo talmente come lui, da dare al
racconto, per quanto ideale, una impronta innegabile di verità. Il
poeta in tal caso è veramente schiavo del quarto d'ora, fa se è giunto
il momento di fare; bisogna che tralasci se la mente gli è ancora
ribelle. E per quanto mi piaccia è inutile ch'io tenti nemmeno di
comporlo a poco a poco, poichè deve uscire di getto, e bisogna
pazientare ed attendere un giorno, forse lontano, nel quale prenderò
la penna e lo scriverò, senza fermarmi e senza correzioni...
Disse molte cose ancora in questo senso, aggiunse come la elevatezza
dell'arte stesse talora appunto in questo, che non siamo solamente noi
che compiamo il lavoro, ma inoltre una particella di fuoco sovrumano
che scende in noi e ne rende possenti ad eternare nel fatto le idee
labili e sbiadite che si disegnano vagamente tra le nebbie della
nostra immaginazione. Mi spiegò tutte coteste cose con vera eloquenza
e con profonda sicurezza di convinzione.
Ma rideva facilmente di tutto; dopo che il suo labbro aveva preso una
piega severa, subito si atteggiava ad un sorriso cinico e beffardo, e
con molto spirito, in compenso della facondia, provava con giustezza
il contrario di quello che aveva detto.
Fece lo stesso nel caso di cui parliamo. Le sue parole calorose che mi
avevano riscaldata la mente e costretto a pensare, echeggiavano ancora
per così dire, ch'egli cominciò a dire il contrario. Rivoltò tutti i
propri argomenti, mise in ridicolo le proprie idee e seppe quasi
provarmi che tutta l'arte non è che un meccanismo, che ogni cosa si
può fare con certi elementi e che, purchè si faccia uno sforzo di
volontà, qualunque momento è buono. Trovava ora delle intonazioni così
cinicamente giuste, come prima ne aveva trovate di entusiastiche, che
durai fatica a combattere la sua ironia, malgrado fossi munito delle
sue stesse armi. Lo tentava però e mi animava a mia volta nella
discussione, quando d'un tratto ei disse, come per conchiudere:
--Del resto, lasciando da parte le teorie, potrei spiegarvi con un
esempio la verità che sostengo ora contro al mio falso entusiasmo di
poc'anzi--e sono certo che non sapreste più cosa rispondere.
--Ebbene, ditelo, io risposi, assai curioso di udire cosa diavolo mi
avrebbe tirato fuori.
--È un esempio facilissimo a capirsi, egli soggiunse. Mi accorderete,
spero, che il soggetto eccezionale di racconto che vi esposi or ora è
abbastanza difficile, perchè se io giungessi a provarvi che lo si può
fare in qualunque momento, date però alcune circostanze, voi vi
dichiarereste persuaso che l'ispirazione non è un elemento
indispensabile. Bisognerà però che vi accontentiate di credere alla
mia parola e che vi fidiate della mia convinzione, perchè certo non
vorrete tentare la prova. Ascoltate: è molto tempo, come vi dissi, che
questo soggetto mi occupa e mai lo seppi porre in fatto; sono quasi
certo che il momento d'ispirazione non verrà mai, perchè non potrò mai
entrare davvero nel carattere strano del mio eroe. Ebbene, or sono
stanco dal viaggio, abbattuto, ho sonno.....
--E lo scrivereste ora? io interruppi stupito.
--Non credo, egli rispose, che lo potrei fare con la nessuna voglia
che ne sento e in un momento così poco adattato, solamente per uno
sforzo di volontà. Avrei bisogno di un eccitamento, ma capirete che se
io lo potessi fare con un eccitamento non artistico sarebbe provato
che il fuoco sacro non è necessario. Ebbene, se qualcuno mi dicesse:
domattina sarai ricco, se questa notte scriverai il racconto, per dio!
scommetterei di farlo.
Io era ammaliato dalla originalità del mio nuovo amico. Un'idea pazza
mi traversò rapidamente la testa: me ne venivano così molte in quel
tempo. Gli dissi: che somma vorreste?
--Una somma come certo non troverò alcun negromante che me la voglia
dare. Cinquecento mila franchi, per esempio.
--Li avrete domattina se la novella è fatta.
Arnaldo non voleva credere. Mi disse che io scherzava. Io presi una
cartella da viaggio contenente tutto ciò che occorre per scrivere e
formolai chiaramente la mia promessa, poi sottoscrissi con tutti i
miei nomi e gli consegnai il documento. Gli dissi:
--State certo che non mi pentirò di quello che faccio ora. Se voi
perdete, sarà una prova fortissima contro tutti quelli che non credono
all'inspirazione; se guadagnate, avrò il piacere di aver contribuito
al vostro avvenire, poichè il vostro ingegno, come lo diceste voi
stesso, prenderà uno slancio novello e non abbisognerete più di
cercare il coraggio nel.....
--Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate
in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi
benedicano!
Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni
sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava
pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser
sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo
così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo
confessi) all'idea dì aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i
giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del
momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che
in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di
tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado
la sua sicurezza.
Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli
ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la
mano ed egli mi disse:
--Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.
Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi
risvegliai verso le nove.
Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata.
Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del
signore che era arrivato con me.
--È partito un'ora fa, circa.
--Come! è partito?
--Sì signore. Anzi.... non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli
debba essere accaduto qualcosa a quel signore.
--E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.
--Come ella sa, il suo amico si fece portare da cena in camera ieri
sera quando arrivarono, il cameriere gli accese due candele, domandò
se avesse bisogno di qualcosa, al che fu risposto: nulla! e partì. Or
bene, il cameriere stette alzato quasi tutta la notte ed il lume
brillava ancora alla finestra del suo amico. L'altro cameriere che si
alzò alle cinque, quando quello andò a letto, vide il lume brillar
sempre. Finalmente, verso le otto, il signore suonò il campanello, ed
il cameriere che entrò nella sua stanza lo trovò seduto al tavolino,
con delle carte dinanzi; le due candele pressochè finite, e (da questo
fu molto impressionato) pallido come un morto.
--E cosa gli disse?
--Era di un pallore che faceva spavento e la sua voce corrispondeva al
viso, poichè era tremante e un po' rauca. Egli chiese a che ora
partisse il primo treno, disse che si portasse giù la sua valigia, e
avvoltosi nel mantello venne qui e si sedette su questa sedia ad
aspettare che i cavalli fossero attaccati all'omnibus. Io stava a quel
tavolo, scrivendo, e fingevo di non guardarlo, ma l'osservavo di
soppiatto, e lo vidi battersi due o tre volte la fronte e pronunziare
a bassa voce delle parole strane. Non osai chiedergli nulla, perchè mi
sembrava talmente di cattivo umore, che certo non avrebbe troppo bene
accolto la mia domanda.
--E partì?
--Sì signore. Montò nell'omnibus, diede--come distratto--una ricca
mancia al cameriere, fu condotto alla stazione dove prese il treno di
Genova, il primo che partisse.
Tutti questi particolari mi restarono impressi nella memoria. Chiesi
se non avesse lasciato nulla per me e mi fu detto di no.
Un orribile sospetto mi afferrò subitamente e capii quanto la mia
promessa fosse stata imprudente. Certo egli non aveva potuto scrivere
il racconto, e con la sua facilità a cadere nei sentimenti estremi e
ad abbandonarsi all'impressione del momento, era piombato nella
disperazione. Con quella fantasia abitualmente strana, ed eccitata da
un sì forte disinganno, tutto diveniva possibile; un brivido
d'inesprimibile paura mi passò per le ossa. Chiesi a che ora partisse
ancora un treno per Genova. Ero deciso di ritrovarlo.
Tutte le mie ricerche furono infruttuose. Nè a Genova nè altrove potei
aver notizia di Arnoldo D. Frugai dappertutto, alberghi, case, caffè,
teatri, osterie. Annoiai per lo meno cento persone con le mie domande,
nessuno mi seppe dir qualcosa di preciso. Certo non si era fermato a
Genova. Ritornai a Torino, passai da Milano, cercai ancora e sempre
inutilmente. Sapeva ch'egli aveva dei parenti a Venezia; vi andai.
Quindici giorni intanto erano trascorsi.
A Venezia finalmente fui informato della triste verità. Benchè la
respingessi sempre, l'idea d'un suicidio si era presentata più volte
alla mia immaginazione. La verità era forse peggiore: egli era
diventato pazzo!--
Il conte s'arrestò e camminò per qualche passo in silenzio, assorto
nei suoi pensieri. Io non osai disturbarlo ed attesi finchè proseguì,
questa volta a voce bassa e triste:
--Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e
dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana,
prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata
nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso
dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era
già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita
tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale
l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a
far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza--il
sogno della sua vita--che tutte le allucinazioni della sua mente, le
sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la
sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo
il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È
ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue
parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io
dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare
in quel cervello ammalato.
Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna
riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella
lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle
visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto,
lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno
preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa
della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa
sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario,
la intenderà.
Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto
scabroso argomento, nè io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere
dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il
complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.
--Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli
due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò
una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi,
quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste
verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo
più.
Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger
parole; ma davvero mi aveva interessato.
«=Al conte Sigismondo Sotowski=.
Genova.....
«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo
queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è
il vostro progetto.--Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri,
li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce
eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a
quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto
esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio
se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi
fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate
per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci
ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del
primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e
tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi
godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei
bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi
sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più
chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo
preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a
lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio
sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi,
l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte
volte. Quando esclamavo:--se fossi milionario sarei un gran poeta!
aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa
restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di
fare!--Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai
quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che
prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel
momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del
racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece
passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato
padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto
dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe
sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna
e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che
finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che
le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano
miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente,
le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone
ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio
esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale
come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con
dei caratteri d'oro!--Sognavo la soddisfazione, il successo, il
gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi
preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa
terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso
orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di
tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei
Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che
si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di
rime!
«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva
che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono
alla pendola.
«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi
sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore
il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna
nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre
riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo
spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo
violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in
tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse
quella deviazione.
«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era
sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura
di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la
mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a
passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei
pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.
«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le
quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso
da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente
bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo
qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma
sentivo già una specie di sollievo.... Restai un istante immobile, non
pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare.... e
pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.
«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei
colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di
tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e
passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in
gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo--ma
oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i
pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme,
confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad
ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un
tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava
lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.
«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in
minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che
il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo.
La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi
tremava....
«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba
penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso
sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito.
Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si
sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso
tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il
senso.
«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza.
La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere
la penna» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva
completamente la ragione.
Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua
storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.
ALLUCINAZIONE
I.
N'è sfuggito di memoria il nome della città dove visse il giovane di
cui vogliamo narrare la storia, ma ci sembra che fosse in Germania.
Era povero, buono, quieto, un po' fantastico; abitava una stanzuccia
molto vicina al tetto, e durante il giorno non ne usciva che per
portare a chi gliel'aveva affidata la musica che copiava per campare
la vita. Allo stesso tempo era, se si vuole, indolente; non di quella
solita indolenza dei giovani che preferiscono il divertirsi allo
studiare, ma d'una indolenza pensierosa; invece di occuparsi stava
spesso lunghe ore immobile, lasciando vagare la sua fantasia nel regno
vaporoso dei sogni. Egli era senza dubbio dotato di molto ingegno; ma
di un ingegno lento, capriccioso, a sbalzi, che, se non possentemente
aiutato, non gli avrebbe dato di che mangiare tutti i giorni. Ecco
perchè la sua vita dividevasi in due parti: quella del lavoro
materiale, consistente, come dicemmo, principalmente nel copiare, e
quella dell'intelligenza, alla quale non poteva dedicare molte ore, ma
che da sè sola costituiva la sua vita morale, e gli dava invece il
pane dello spirito. Quando poteva finalmente gettare da parte
l'ingrato lavoro al quale era obbligato e sedersi al cembalo a
comporre, il suo cuore si allargava talmente, di tratto in tratto lo
agitava sì fattamente il fuoco della ispirazione che diventava quasi
bello, sebbene naturalmente non lo fosse. Era la sua una figura
incolora, circondata da lunghi capelli biondi; i lineamenti non
regolari, gli occhi dolci e lo sguardo un po' stralunato e qualche
volta ardente.
I vicini, benchè lo conoscessero poco, gli volevano bene; poichè,
senza essere molto loquace, era cortese con tutti. Sembrava però a
tutti che vi fosse nelle sue abitudini un che di misterioso. Passava
spesso intere giornate senza uscire di casa e non lo si udiva nemmeno
dalle stanze adiacenti, mentre talvolta invece il cembalo gemeva e
s'infuriava sotto alle sue dita inspirate e tutta la casa era riempita
dalla musica sonora, triste possente, ora bellissima, ora solamente
strana, delle sue composizioni.
Egli viveva solo e ben di rado accadeva che qualcuno battesse al suo
uscio. Bisogna però confessare che in ciò vi era una gran parte di
colpa sua. Non gli erano mancati, sul principio, amici e protettori;
ma egli li aveva scoraggiati con le sue stranezze e con l'ostinazione
delle sue idee, nella quale nessuno lo superava, quando si trattava di
cose d'arte. Non ascoltava affatto i consigli, non per superbia ma per
convinzione profonda di essere sulla via giusta, e piuttosto che
deviare solo un tantino dalle sue idee fisse, preferiva continuare
solo la strada. La sua stanza era di una semplicità poverissima, ma
pulita; un letto, due sedie e un gran cembalo a coda, posto nel mezzo,
ne erano la mobilia. Egli aveva saputo ridurre i suoi bisogni al più
stretto necessario per poter dedicare il più gran numero possibile di
ore alle sue composizioni ed il minore al suo lavoro di copista. La
sua vita era regolarissima; l'amore non entrava allora per nulla nella
sua esistenza.
Aveva un amico, ch'era però l'opposto quasi di lui, perchè passava il
tempo il più gaiamente possibile, senza curarsi dell'indomani, senza
disperarsi troppo quando gli rimanevano vuote le tasche, spendendola,
appena vi trovasse una moneta; ma che, malgrado questo, simpatizzava
con lui, coltivando egli pure la musica, nutrendo gli stessi pensieri,
seguitando le medesime teorie, ed essendogli davvero affezionato. Lo
vedeva però oramai assai di rado anche lui.
Da qualche anno Guglielmo conduceva questa vita di quiete, di povertà,
di raccoglimento, di lavoro volgare alternato dall'estasi artistica, e
di quasi perfetta solitudine, poichè, oltre l'amico, vedeva solo di
rado una famiglia, pure povera, che abitava nelle stanze precisamente
al disotto delle sue; del resto, nessuno. Questa famiglia era composta
di due fratelli, già vecchi ambedue, e d'una fanciulla d'un terzo
fratello, morto da molti anni, e che essi, ancor piccina, avevano
ricoverata ed allevata come figliuola. Ora s'avvicinava ai vent'anni,
ma certo la Dea della bellezza non le aveva sorriso. Senza essere
precisamente deforme, aveva le spalle curve e qualcosa di storto in
tutta la persona. Sembrava gracile, benchè non fosse mai ammalata; il
suo viso aveva un'espressione triste e sofferente, sebbene la bocca
sorridesse quasi sempre. L'occhio era grande, ma molto incavato, e lo
sguardo dolce e come stupito. Aveva quella tinta di pelle speciale a
chi è mancata l'aria e il nutrimento, era bruna, ma non dal sole; e i
suoi capelli castagni erano attortigliati in disordine sulla testa. Vi
era in lei qualcosa di pigro, d'inerte, di stanco che si rivelava
nella noncuranza completa di sè, che ne impedisce di scrivere quella
frase, favorita dei vecchi romanzieri: poveramente ma pulitamente
vestita. Non avendo speranza di piacere, non badava ad assettare i
suoi cenci; e malgrado ciò vi era tanta bontà nella sua fisonomia, nel
suo sguardo una sì soave rassegnazione della sua bruttezza e della sua
povertà, ch'era davvero interessante. Chi l'avesse incontrata, mentre
saliva o scendeva le scale, a piedi peggio che nudi, con un qualche
filo nei capelli, cantando con una voce esile e monotona una canzone
di cui ella stessa non capiva il senso, certo si sarebbe voltato a
guardarla. E molto probabilmente ella avrebbe guardato lui e gli
avrebbe sorriso in faccia, poichè la sua bruttezza le aveva tolto la
timidità. Il suo carattere era piuttosto allegro, e i suoi due zii
l'adoravano ed erano lieti di aversela vicina. Era talora chiassosa
tal altra tranquillissima, un po' capricciosa, ignorante, selvatica, e
un tantino sfacciata nello stesso tempo.
Nei giorni in cui si udiva il cembalo di Guglielmo, ella che amava
istintivamente la musica, si appoggiava contro l'uscio della sua
camera e vi restava immobile, a bocca aperta, finchè i suoni
cessavano. Per lei egli era come dotato di una sopranaturale potenza,
sembrandole sovrumani i concenti che faceva uscire dal suo pianoforte.
Ella inoltre aveva fin da fanciulletta una forte simpatia per lui e la
sua più grande gioia era quella (non frequentemente concessa) di
penetrare nella stanzuccia dell'artista. Quando vi era, ella frugava
dappertutto, guardava ogni cosa, apriva i fascicoli di musica e li
percorreva lungamente con lo sguardo, come se avesse saputo decifrare
le note, toccava quasi paurosamente i tasti del cembalo, faceva mille
domande cui Guglielmo rispondeva talvolta ridendo, talvolta cupo; e
sopratutto lo guardava lungamente come se nel suo viso avesse trovato
la spiegazione di tutto ciò che le riesciva incomprensibile.
Ogniqualvolta uscisse, egli la trovava sulla scala ed ella, a seconda
della tristezza o della serenità della sua fisonomia, gl'indirizzava
la parola, o gli faceva solo un lieve saluto col capo.
Questa simpatia della povera fanciulla pel compositore copista, si
modificò dopo qualche tempo in un sentimento più forte e da cui ella
era turbata, benchè non si potesse ben render conto della sua natura.
Quando lo vedeva, le riusciva difficile il distaccare gli occhi da lui
e lo contemplava tra l'attonito e il trasognato. Quasi senza
rendersene conto, cercava le occasioni d'incontrarlo e s'arrischiava
di rivolgergli la parola più sovente che per lo passato. La voce di
lui sembrava ammaliarla e se ne avesse ottenuto un sorriso o una
parola gaia o dolce, sentivasi felice per tutta la giornata.
Abitualmente però egli era concentrato e spesso non rispondeva che a
monosillabi, benchè fosse sempre affabile e gentile.
Si capirà facilmente che dovevano essere strani gli effetti dell'amore
in quella fanciulla strana, brutta, allegra. Il corpo e lo spirito se
ne risentirono; il riso diminuì sulle sue labbra e lo sguardo divenne
più fisso, il viso si allungò un poco; inoltre si fece più seria. Come
le altre sotto l'influsso dell'amore diventano più belle, così ella
diventò quasi più brutta.
II.
Non vi era motivo perchè alcuna cosa cambiasse in quella casa; se non
che, dopo qualche tempo, tutti quelli che vi dimoravano, e
specialmente Maria (chiameremo così la povera ragazza di cui abbiamo
scordato il nome), si fecero inquieti sul conto del nostro
protagonista; e di una inquietudine che andava tutti i giorni
aumentando.
La sua vita continuava in fatti, per così dire, a stringersi e
diminuire da una parte e ad aumentare ed allargarsi dall'altra. La
parte del lavoro materiale si riduceva ai minimi termini, quella
dell'arte prendeva vaste proporzioni. Come viveva intanto? Bisognava
pensare che egli fosse riuscito a far passare a poco a poco tutto il
necessario nella categoria del superfluo. Non usciva quasi più di
casa, quelli che gli avevano data della musica da copiare
l'aspettavano inutilmente, mentre invece il cembalo si udiva più
spesso e pareva fosse toccato sotto l'impulso di una inspirazione
novella. Egli non era stato in alcun modo fortunato e l'unico suo
tentativo grandioso era stato un grandioso fiasco; benchè anche i suoi
nemici lo avessero giudicato un giovane d'ingegno affatto speciale.
Ma egli aveva quella confidenza in sè stesso che è fortemente sicura,
aveva quel coraggio che nulla può abbattere. Lo scoraggiamento
momentaneo che aveva seguito la sconfitta e che si era tradotto in
quel tempo in cui viveva meglio perchè copiava di più, era scemato, ed
ora il coraggio riempiva di nuovo gagliardamente il suo cuore e si
sentiva tutto invaso dalla speranza. Allo stesso tempo era naturale
che la sua guancia, impallidentesi sempre più, le lunghe ore di
reclusione cui si condannava e nelle quali soltanto pareva si
dilettasse, dovessero inquietare chi lo conosceva da vicino. L'amico
venne a vederlo e fu fortemente impressionato dal suo aspetto e dai
discorsi scuciti che gli tenne. Egli, d'ordinario pieno di dubbii,
sembrava ora tutto gonfio di superbia e parlava con sicurezza dei suoi
trionfi per l'avvenire. Fece udire all'amico qualcosa delle sue ultime
composizioni e questi fu afflitto dalla strana piega che il suo
ingegno prendeva. Infatti, dopo alcune battute sublimi, venivano delle
pagine intiere di robaccia.
È necessario, per capire ciò che raccontiamo, farsi un'idea del
carattere e della vita poco felice che aveva condotto Guglielmo. La
sua era di quelle nature stanche e indolenti che non vogliono lottare;
non tentò nemmeno di reagire contro alla sfortuna che lo lasciava
nell'isolamento e metteva il suo ingegno nell'ombra. Si rassegnò
mestamente alla povertà, alla solitudine, all'incognito. La vita non
gli sembrava bella abbastanza da dover far troppa fatica per giungere
a goderne in un buon posto; qualunque sforzo gli pareva soverchio,
inutile ogni tentativo. Giudicava l'arte talmente bella per sè stessa
e fonte di gioie intime tanto intense, da parergli vano il manifestare
le proprie idee, puerile persino il cercare la gloria e l'applauso. In
altri momenti invece cambiava completamente, e si sentiva nell'animo
una tristezza amara vedendo i suoi sogni svanire e le sue illusioni
cadere inesorabilmente una dopo l'altra. Ma tali momenti erano
eccezionali, e, in generale, era rassegnato alla sua sorte, e tanto
serenamente che pareva contento. Quando non era costretto a lavorare e
che si metteva al cembalo, col leggìo da una parte per notare le idee
di mano in mano che gli venivano, egli scordava tutte le sue miserie,
pareva noncurante dell'avvenire, e tutto assorto nella felicità
presente non avrebbe cambiato la sua sorte con nessuno. I giorni
veramente tristi erano quelli in cui il cembalo era obbligato al
silenzio.
Egli fu dunque relativamente in piena felicità quando riuscì a ridurre
i suoi bisogni talmente da poter dedicare quasi tutto il suo tempo
all'arte e vivere così quella vita intellettuale che cominciava, come
dicemmo, ad inquietare i suoi amici.
Ma pur troppo la passione della solitudine, la indifferenza per tutto,
tranne che per l'arte, quel sentimento di felicità in mezzo alle
miserie, quell'estasi vana e non sempre possente, cominciavano a
prendere a poco a poco il carattere di una monomanìa. Vi si dovrebbe
forse aggiungere la completa mancanza d'amore in cui viveva, non
conoscendo alcuna donna; non vedendone alcuna, tranne Maria, che dal
canto suo lo guardava anche troppo, ma di cui egli naturalmente non si
curava punto.
Un'idea gli era venuta che gli pareva bellissima, vasta, nuova,--ed
aveva con moltissima fede e qualche speranza incominciato questo nuovo
lavoro. Era dunque indispensabile di abbandonare il resto, ed egli
aveva tutto abbandonato, vivendo Dio sa come. Nulla lo arrestava, il
suo coraggio paziente e calmo non conosceva ostacoli, la sua forza di
volontà era invincibile. L'amico, udendo qualche cosa qua e là che gli
parve sublime, e vedendo quella fermezza di propositi insieme a tanto
fuoco sacro, credette per un momento che fosse davvero alla vigilia
d'un capolavoro.
III.
Si accorse ben presto e dolorosamente d'essersi sbagliato. Il lavoro
di Guglielmo procedeva a sbalzi, irregolarmente, falsamente; qualcuna
delle sue facoltà si era affievolita qualche altra eccisivamente
esaltata. L'amico si rimproverò di averlo un poco abbandonato, e
benchè non fosse sempre benissimo ricevuto, ripigliò le sue visite
frequenti come prima. Era stupito, e qualche volta un po'
paurosamente, dell'umore variabilissimo di Guglielmo, il quale passava
con la massima facilità, in un giorno, dall'orgoglio dell'assoluta
confidenza alla triste spossatezza dello scoraggiamento.
Lo trovò una sera in quest'ultima fase, completamente abbattuto. Se ne
stava al cembalo con la testa tra le mani ed i gomiti appoggiati alla
tastiera in un'attitudine d'istupidimento morale. Non si mosse punto
udendo qualcuno entrare, e non fu che dopo aver fatto uso
alternativamente delle preghiere e delle minaccie, come si fa coi
fanciulli, che si potè udire il suono della sua voce. Ma, rotta la
diga, uscì un torrente di parole che pareva non si dovesse arrestare.
Ripeteva spesso, cambiando solo di modo, le medesime idee; disse che
non vi era alcuna speranza per lui, che ogni tentativo era inutile,
che gli uomini e le cose, tutto gli era ostile. Cadeva in
contradizione, ora malediceva l'ingiustizia umana, ora diceva che
nulla gli poteva arridere, ma che lo meritava, il suo genio essendo
una illusione e nulla più. L'amico riuscì a calmarlo un tantino, ma lo
lasciò senza poter nascondere a sè stesso che quello stato non era
certo rassicurante.
Nell'uscire trovò Maria sulla scala.--Dica, esclamò appena lo vide,
come sta il signor Guglielmo?
--Abbastanza bene, egli rispose, un poco stupito dell'inquietudine
della fanciulla.
--Ah! signore, riprese Maria, la guardi che non v'è bisogno d'essere a
letto per essere ammalato.
--Ma Guglielmo non è ammalato.
--Voglia il cielo ch'ella possa aver ragione! Eppure, a dirle il vero,
ho paura ch'ella si sbagli. Quel ragazzo si rovina a forza di studiare
sulle note....
È impossibile farsi un'idea dell'effetto straziante che facevano
quelle parole da nonna, dette da quella fanciulla. La voce malferma
indicava poi chiaramente ch'ella era turbata. Che accadeva in
quell'anima oscura?
--Maria, disse il giovane, sono assai contento d'averti trovata; puoi
essere utile a me ed a Guglielmo.
Gli occhi infossati della fanciulla sfavillarono.
--E come?
--Ascolta: io dovrò probabilmente partire per qualche giorno, forse
per qualche settimana. È meglio che ti confessi che anch'io non sono
tranquillissimo sul conto di Guglielmo; badaci dunque tu più che ti
sia possibile durante la mia assenza. Spero di poter venire ancora
domani, ma se dovessi subito partire, te lo affido fin da oggi. Guarda
come sta, osservandolo bene, e al mio ritorno, che affretterò, sappimi
dire cosa fece in questo tempo.
--Stia sicuro, si fidi pur di me. Le saprò dir tutto.--Poi aggiunse
con una paurosa espressione di tristezza:--speriamo che stia bene.
--Addio, Maria. Non dubito di te. Vedo che Guglielmo ti sta molto a
cuore.
Dicendo queste parole guardò fissamente la poveretta con un lieve
sorriso, ed ella, forse per la prima volta, arrossì.
È necessario dire quanto Maria fosse felice della missione affidatale?
Ora aveva una scusa per entrare il più sovente possibile nella
stanzuccia dell'artista (giacchè oramai l'aspettarlo sulla scala era
inutile), una scusa anche verso sè stessa, per occuparsi di lui il più
che le venisse concesso. L'indomani di buon mattino entrò da Guglielmo
portandogli un mazzetto di fiori, di cui egli quasi non si accorse.
Nella mezz'ora che rimase nella stanza si rese colpevole d'un furto
che non vogliamo tacere: rubò un ritratto di donna che trovò a caso
tra due fogli di musica.
Lo stato di Guglielmo parve migliorare, poichè dallo scoraggiamento
eccessivo era passato, come gli accadeva, alla eccessiva speranza. Era
sicuro di riuscire, sentiva che sarebbe diventato il primo maestro del
mondo, non si accorgeva più dei cento mali che prima lo facevano
soffrire. Ma la Maria non era sì facilmente ingannata dalle apparenze,
giacchè l'amore è talvolta assai meno cieco di quello che si crede, e
deperiva ella pure contemporaneamente ai progressi che il male, forse
da lei sola traveduto, faceva in Guglielmo.
Quasi senza confessarlo del tutto nemmeno a sè medesima, come accade
ben sovente, ella ne era davvero innamorata. Ogni suo pensiero, ogni
suo sentimento era volto verso quella stanza; ella piegava tutta verso
lui. In lui era la sua vita, solo su di lui i suoi occhi, fissandosi,
non si toglievano più. Le preghiere, imparate da bambina, prendevano
ora un significato novello; poichè la sua mente non poteva rivolgersi
al cielo senza al tempo stesso rivolgersi a lui; pregava perchè fosse
fortunato. Aveva, ancor più di prima, lunghissime ore di distrazione,
talvolta non capiva quando le si rivolgeva la parola, tanto la sua
mente era costantemente altrove. I suoi zii si accorgevano che una
metamorfosi si stava compiendo in lei, senza che giungessero a
comprenderla.
Guglielmo dal canto suo non vedeva nulla, ed ella soffriva
maggiormente di questa sua indifferenza che di qualunque altra cosa.
Anche senza essere riamata, le sarebbe paruto un altissimo grado di
felicità ch'egli indovinasse ciò ch'ella non osava dirgli. Perfino la
sua gentilezza, non essendo motivata da alcun sentimento, le riusciva
quasi molesta. Sarebbe morta per lui, ma non poteva sopportare la sua
noncuranza.
Se si volesse tentare di analizzare l'effetto prodotto dall'amore in
quella meschina, si potrebbe scrivere lungamente senza forse aver
finito. Quel sentimento era gradatamente penetrato in lei e l'aveva
tutta invasa, ed ora non poteva più negarselo, poichè s'affliggeva, si
tormentava, si struggeva e ben sovente nella notturna solitudine
piangeva.
IV.
Uno dei tristissimi spettacoli di quaggiù è certo quello d'un ingegno
vivace che, per colpa delle circostanze e per mancanza d'aiuto,
degenera a poco a poco.
Al suo ritorno l'amico di Guglielmo andò subito a trovarlo e la prima
persona che incontrò, entrando nella casa, fu Maria, che gli sembrò
più pallida del solito e gli diede delle notizie non troppo buone.
Egli salì prestamente la scala ed entrò nella stanza, dell'artista; ma
quando lo vide gli parve che le relazioni di Maria fossero esagerate
di molto--anzi, ebbe quasi la speranza ch'ella si fosse totalmente
ingannata.
Lo trovò infatti, sebbene molto sparuto, pure col viso sereno e lo
sguardo limpido e vivace come non si ricordava di averlo veduto mai,
un sorriso si disegnava sbiadito sulla bocca, e la sua voce, nel
dargli il benvenuto, fu calma e lieta. Ma pur troppo, l'illusione non
durò che pochi istanti. Appena gli ebbe parlato per qualche tempo, si
accorse del disaccordo che vi era nelle sue facoltà e come in quella
intelligenza, che tentava invano di essere forte, vi fosse certo
qualcosa di spostato.
Intanto, e forse per la prima volta, Guglielmo era felice. Il suo
occhio, turbato dalla scossa che forse aveva ricevuto il cervello, non
vedeva più gli oggetti esterni quali erano, ma bensì come la fantasia
li dipingeva e come li avrebbe voluti. La realtà diventava falsa
dinanzi al suo sguardo, e invece vere le visioni da cui la sua mente
era allucinata. Nella sua musica egli non riscontrava più quello
squilibrio tra la volontà creatrice e la forza d'esecuzione, che
sempre e tanto affligge l'artista, o piuttosto non se ne accorgeva
più, poichè non sapeva distinguere la parte che si era estrinsecata da
quella che era restata dentro e udiva nelle sue note anche quella eco
divina che sentiva, ma che non vi aveva saputo esprimere. Gli pareva
che tutti i suoi sentimenti fossero stati tradotti, mentre invece
manifestava meno di prima, allorchè la sua composizione lo addolorava
sembrandogli sempre a mille miglia al di sotto del suo ideale.
L'amico ne fu davvero rattristato, poichè capì che l'ingegno possente
che prima innegabilmente possedeva, andava lentamente sperdendosi, e
solo la stranezza rimaneva. Lo lasciò con l'anima piena d'una mestizia
profonda, ma curiosa all'istesso tempo, e promettendosi di non
abbandonarlo più.
Il carattere di Guglielmo intanto migliorava ogni giorno, il suo umore
facendosi sempre più eguale; egli era costantemente tranquillo, sereno
e non aveva più quelle ore di abbattimento, quelle collere nervose
che, prima, lo rendevano talvolta insopportabile. Era sicuro di sè,
felice, sorridente. Guardava Maria molto più che per l'addietro, la
riceveva sempre bene ogniqualvolta entrasse, si mostrava sempre
contento di vederla, e la povera fanciulla quasi, in cuor suo,
benediceva la monomania che lo rendeva più affabile.
Non lavorando più egli era quasi in miseria, ma non se ne accorgeva
punto. Il suo abito era lacero, tutto si faceva di giorno in giorno
più scarso, mangiare diventava a poco a poco una cosa pressochè
fantastica;--ma egli non si curava di tutto ciò. La sua immaginazione,
solo nervosamente esaltata, diventava in realtà ogni giorno più
sterile--e più la sua musica si faceva banale, più egli ne andava
orgoglioso. In realtà il suo ingegno s'immiseriva e scemava, ed egli
credeva che s'innalzasse trionfalmente.
Non sembrava possibile che resistesse alla vita che conduceva. Non
usciva, quasi non mangiava, non si moveva, non si distraeva; stava
continuamente seduto al cembalo, assorto in una beata ammirazione
delle povere cose ch'uscivano dalla sua mente ammalata. Cominciava a
trovar tutto bello intorno a sè, come trovava sublime la propria
musica, e non avrebbe scambiato le nude pareti della sua cella con la
seta ed il velluto d'una reggia.
Tutte queste sue illusioni andavano di giorno in giorno e fortemente
aumentando. Quando la sua musica era veramente bella, i suoi nemici
non potevano essere di buona fede, sprezzandola; ora l'avrebbero
trovata brutta in coscienza! Forse avrebbero avuto soltanto
compassione. Talvolta sonava e scriveva e tornava a scrivere ed a
sonare e si estasiava su delle pagine nelle quali mancava quasi il
senso, e gli parevano piene di fuoco e d'inspirazione le cose le più
frivole e comuni. La voce stridula del suo vecchio cembalo scordato
gli riusciva dolce ed armoniosa come quella d'un Erard affatto nuovo.
Ed il mobile sdruscito e frusto gli sembrava rilucente e perfino, di
tanto in tanto, come vagamente ornato qua e là e ricco d'intarsiature
e d'intagli. Il cielo grigio gli pareva luminoso e se un tenue e
smorto raggio di sole penetrava nel suo abituro, gli pareva che ogni
angolo fosse vivamente rischiarato e che una luce quasi divina lo
inondasse. Guardandosi nello specchio rotto che era presso al letto si
trovava bello. La paglia delle sue sedie figurava nella sua
immaginazione il raso e il damasco, le macchie dei muri erano
dorature, le ragnatele erano trine. La sua fantasia riscaldata gli
faceva intravedere vagamente grandi tende di mussola; ed un ammasso di
vecchi libri e carte e cose senza nome rotte e gettate, accatastate in
un angolo, erano per lui una ordinata piramide di oggetti d'arte, di
carte rare e di ninnoli preziosi.
In mezzo a tali visioni, a così bizzarre allucinazioni non era da
stupirsi se, come era per gli occhi suoi splendido il suo tugurio,
fosse anche divina per le sue orecchie la sua musica, oramai pur
troppo! debole e senza senso . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Una mattina un raggio di sole veniva proprio a posarsi sul leggìo del
povero artista. Una serenità felice ed una ebrezza gaia gli riempivano
il cuore. D'improvviso, e forse per la prima volta dopo moltissimo
tempo, la sua memoria si volse al passato e rammentò confusamente le
dolci cose troppo presto obliate e i suoi sogni d'amore e le fanciulle
traviste nelle sue visioni di poeta! Le prime brezze primaverili
entravano per la stretta finestra. Si sentì scosso da un fremito
dimenticato ed avvolto in una estasi nuova, una fiamma di quasi vera
ispirazione lo invase tutto. La passione cantava nell'anima sua e chi
lo avrebbe detto? per la prima volta, dopo molto tempo, fece uscire
dal cembalo delle note degne dell'estinto suo ingegno. Le sue dita
battevano come febbrilmente i tasti; non pensava a mettere in carta
ciò che componeva, creava per sè stesso e non per gli altri.
Pure qualcuno ascoltava, tenendo il respiro. Senza che egli l'avesse
udita, la Maria era penetrata nella stanza adagio adagio e beveva quei
suoni in una estasi ignota, a bocca aperta, stupita, amorosa.
Era qualcosa che rassomigliava a un canto d'amore e al tempo stesso a
un brindisi voluttuoso e guerresco. Tutta la foga della passione, da
tanto tempo costretta ad assopirsi, tutti i desiderii repressi e
l'ebrezze vinte scoppiavano in quei concenti, pieni di dolcezza
ammalata e d'indomabile voluttà. Tutti gli amori sognati si rivelavano
in quelle note; ed egli, pallido, agitato, delirante, era perfino
bello in quell'istante di risveglio possente.
I suoni a poco a poco diminuirono e cessarono. Ed egli stette un
istante, con un sorriso di strana beatitudine sulla bocca, con
l'occhio infiammato, con la guancia lievemente colorita
dall'entusiasmo, immobile e quasi inebriato....
Udì un sospiro dietro di sè, si voltò e vide Maria. La guardò
lungamente e fisso.
Allora, come gli era apparsa splendida la sua stanza oscura, come gli
era sembrata sublime la sua musica, vide la misera creatura sotto una
luce nuova e visionaria; quei lineamenti contorti divennero per lui
regolari, quelle spalle curve, cadenti e rotonde; quell'occhio
incavato lo abbagliò, quel corpo gli si mostrò perfetto, quelle vesti
lacere e disordinate, ricche ed eleganti.
Nella povera Maria, sempre sdegnata, della cui idolatria non si era
mai accorto, travide la donna sognata mille volte e non trovava mai.
Con lo sguardo acceso, col cuore palpitante, sentendosi per tutto il
corpo un brivido arcano; non come se il suo sguardo si fosse falsato,
ma come se un velo gli fosse tolto dagli occhi--cadde a' piedi della
fanciulla stupita e felice, e, come avrebbe detto ad una Venere fatta
mortale che gli fosse sorta dinanzi, le disse, con un torrente di
parole disordinate, tutto l'amore ch'era stato lungamente represso nel
profondo dell'anima sua! . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quando l'amico tornò a vedere Guglielmo, trovò la cella solitaria
dell'artista trasformata in un nido. Egli aveva sposato Maria. La
bontà e la felicità brillavano in lei attraverso alla bruttezza.
Guglielmo, calmo, ordinato, curato maternamente dalla povera amante,
era tranquillo e sereno, sebbene sempre allucinato.
L'amico, ch'è un po' filosofo, pensa che il migliore augurio che si
possa far loro, e il lettore si associerà certo a lui, è ch'egli abbia
a ritrovare il suo ingegno e anche a guarire--ma non del tutto.
NARCISA
Ella era bella più che sia possibile immaginare. Vedendola si aveva
alfine dinnanzi agli occhi il compendio di tutti i sogni, di tutte le
aspirazioni; l'ideale più alto e più perfetto. Riuniva tutte le
visioni: un poeta nordico, amante delle pallide figure ossianesche,
l'avrebbe trovata più completa di ogni sua creazione, e un pagano
adoratore della forma l'avrebbe allo stesso tempo dichiarata la più
magnifica espressione della donna. A un discepolo di Fidia sarebbe
apparsa una bellezza greca; avrebbe innamorato Orazio quanto Byron,
Rubens e Raffaello insieme, Gautier al pari di Hugo. Incontrandola,
era impossibile non volgersi stupefatti ad ammirarla.
Sarebbe stato assai difficile il volere spiegare fisiologicamente il
mistero di tanta bellezza; il tipo de' suoi genitori era regolare, ma
comune, e certo un tal fiore non potevasi aspettare dal granello
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