Le ultime note erano tremende di dolore.--Erano gli ultimi gridi di
un'anima che un male troppo intenso strappa violentemente dalla
spoglia mortale.
Il vecchio si sentiva mancare la vita. Il canto continuava--un'agonia
di note.
Poi l'ultima vibrò lunga, tetra, triste, sopranaturale, con un accento
che una mente umana non può imaginare. Pareva partire dalle viscere
della terra e come una freccia volare in cielo. Era il grido supremo,
era il grido di chi muore d'amore.
Al conte sembrò riconoscere in quell'accento l'accento d'Ida.
Le sue mani persero a un tratto ogni vitalità e abbandonarono la
sbarra del cembalo, a cui si era per tutto il tempo di quella strana
agonia tenuto abbrancato; di pallido ch'era si fece subitamente bianco
e con un rantolo soffocato, stramazzò per terra.
Quell'ultima nota echeggiava ancora.
CAPRICCIO
I.
In quei tempi dorati quando la Pompadour era regina di Francia per
grazia degli amori, quando le dame della corte non si mostravano
troppo sovente crudeli e s'abbandonavano spensieratamente ai dolci
capricci, la bellezza era ancora quasi altrettanto stimata nell'uomo
che nella donna. Nei nostri tempi invece, se un giovane ha ricevuto
dal cielo una di quelle figure che gli artisti vagheggiano
assiduamente, ma ben di rado trovano, molto spesso la sua bellezza non
gli serve a nulla. Era ben diverso ai bei tempi della cipria e del
velluto, quando Richelieu finì col innalzare vicino al trono la
piccola Vaubernier, che divenne la ben nota contessa Dubarry......
Allora non era impossibile che un bel giovane, pel solo fatto di
esserlo, divenisse maresciallo di Francia e cugino del re.
Chiunque giungeva ad essere presentato in società (non era facile
però), era sicuro di fare una certa impressione al primo apparire,
anche se figlio di un ciabattino, purchè avesse una figura elegante ed
un portamento svelto e distinto. È ciò che accadde ad Armando M.,
giovane pittore recatosi a Parigi a studiare, quando venne presentato
in società dal cavaliere di Verny, famoso mecenate, protettore di
tutti gli artisti che sembravano promettere qualche cosa. Ai nostri
giorni... non avrebbe forse fatto impressione, e tutt'al più alcuni si
sarebbero occupati di lui in ragione del suo merito; allora invece,
nessuno domandò che avesse mostrato nè se dava speranze, ma non vi fu
una sola dama che non osservasse quel giovane senza nome e senza
fortuna, ma idealmente bello.--Nessuno vedendolo l'avrebbe creduto
figlio di un falegname, e nato in un villaggio; vi era tanta finezza
nei suoi lineamenti, tanta distinzione nella sua fisonomia e nei suoi
modi, che per essere gentiluomo non gli sarebbe mancato che d'esserlo,
mentre è così sovente il contrario. Di statura media, superbamente
fatto, bello nella freschezza dei suoi vent'anni, con due occhi pieni
di fuoco, esprimenti una strana potenza d'affetto, come avrebbe potuto
passare inosservato? La prima volta che venne condotto ad un ballo fu
guardato assai, e molti fra i giovani cavalieri l'avrebbero volentieri
mandato a tutti i diavoli. Egli si aggirava tra quella folla dorata,
inebriato dal frastuono della musica, dalla luce, dalla ricchezza
degli abiti e delle sale, dalla bellezza delle donne. I raggi delle
gemme e degli sguardi lo accecavano ad un tempo, i profumi delle
signore gli montavano alla testa. La festa era brillantissima, ma a
lui tutta quella gioia, cui, per la sua posizione inferiore, non era
dato prender parte, non infondeva che un senso insolito di tristezza.
Se ne stava in un angolo della sala, confuso da tutto quel rumore,
abbagliato da ciò che vedeva, rattristato dall'allegria.
La prima signora cui lo si presentò fu la marchesa di Saint-Aubin, una
delle più alla moda, e che il cavaliere di Verny conosceva molto.
Tutti ammettevano, anche i più difficili, che la sua riputazione di
bellezza non era usurpata.
Il giorno in cui la vide, Armando ne fu colpito. Egli che poco sapeva
del mondo, trovandosi d'improvviso davanti a una di quelle donne più
che regine, armate dello scettro magico della bellezza, sentì
un'ondata di pensieri nuovi che gli empivano la mente e fu come
sbalordito da un senso di stupore e di ammirazione. Era turbato alla
vista di quella donna così bella, circondata da tanta eleganza e da
tanta opulenza. È indubitabile che l'appartamento ricchissimo della
marchesa aveva un po' di parte nella sua ebrezza, e che con l'occhio
suo d'artista e d'adolescente sognava a un tempo davanti ai belli
occhi della signora, e alle graziose e ricche cesellature dorate delle
cornici e della vôlta.
E aveva ben ragione. Erano pur splendide ambedue, la donna e la sala!
Questa era addobbata in damasco rosso e argento, la vôlta dipinta
nello stile di Boucher, tutta a puttini e festoni e fiori e nuvolette
d'azzurro e di rosa e dorature ed arabeschi; i mobili coperti di
oggetti d'arte e di lusso, oppure fulgenti d'oro e lucenti di seta. Le
poltrone larghe di forma farebbero ora arrestare l'occhio di un
conoscitore sulle loro linee graziose, curvate nel buon stile,
massiccie e insieme leggiere; allora, coperte di raso, invitavano ad
adagiarvisi. Le tende della stessa stoffa della tappezzeria cadevano
riccamente in magnifiche pieghe e frammischiavano per terra le loro
frangie d'argento alle morbide lane del tappeto. Ah! quel
tappeto!--Tutto a fiori e ghirlande di vivacissimi colori, con le
tinte così perfette da far bene a un occhio avido d'armonia, e poi
così dolce al tatto, così soffice sotto i piedi! Come era possibile
non inginocchiarsi sopra un tal tappeto, davanti una donna come la
marchesa?
Ella era bella d'incontestabile bellezza. Figuratevi una donna in
tutta la maturità dei suoi vezzi, in tutta la pienezza della sua
avvenenza, con l'occhio penetrante che dice dei volumi ad ogni
sguardo; col corpo che avrebbe potuto servire da modello ad uno
scultore, se non fosse stato un po' troppo maestoso, coi lineamenti
ben disegnati, sebbene capricciosi; con delle mani bianche,
eminentemente patrizie, che non sembravano esser state create che per
essere baciate.
La prima volta che Armando la vide ella era seduta vicino al fuoco
vivissimo che fiammeggiava nell'ampio camino in marmo venato, di cui
ogni ornamento, ogni amorino era un piccolo capolavoro. Guardava molto
fissamente, pensando certo a tutt'altro, un fiore del tappeto, mentre
una mano giocava con un gioiello, che le pendeva dal collo, e l'altra
faceva girare macchinalmente tra le dita di neve un piccolo parafuoco
chinese. Davanti a lei, in piedi, appoggiato alla seta del camino,
stava un gentiluomo ben incipriato ed elegante, di bella figura, che
poteva avere un quarantacinque anni, benchè fosse assai ben
conservato.
Non sapeva il perchè, ma al primo vederlo, Armando lo trovò poco
simpatico. La loro conversazione fu subito troncata; e poco dopo il
signore partì, lasciando Armando solo con la marchesa.
Solo con lei!... Mille pensieri si aggiravano in quell'istante nella
sua mente. Egli pensava, guardando le pareti di quella sala così
sontuosa, quanto avrebbero potuto raccontare se avessero avuto la
favella. Quante protestazioni d'amore avranno udito, quante bugie
dorate, quanta eloquenza sprecata, quanti baci derubati o permessi!--E
poi innalzava alla marchesa uno sguardo timido e fuggevole e
un'immensa amarezza gli riempiva il cuore. Oh! quanto avrebbe bramato
allora essere un giovane ricolmo di tutti i beni della fortuna,
coperto di tutti gli orgogli, come tanti ve n'erano che lo meritavano
meno di lui, per poter con la testa alta, il sorriso sulle labbra,
l'occhio illuminato dalla speranza, tentare la sua sorte ai piedi
della dea! E così?..... S'egli, il giovane tollerato solamente in
quella superba società, il povero pittore, volesse ora arrischiare una
di quelle parole di cui mille gli salivano dal cuore, come verrebbe
accolta?--Gli pareva, pensandovi, di udire già quello scoppio di risa
femminile, che insultante, sottile, chiaro e vibrato come lo
zampillare d'una fontana, avrebbe tagliato a mezzo la sua timida
dichiarazione.
La marchesa fu la prima a rompere il silenzio un po' imbarazzato
ch'aveva seguito la partenza dell'elegante visitatore; e il colloquio
cominciò e finì, essendo durato una mezz'ora nella quale fu detto
nulla.
Armando viveva una vita abitualmente ritirata, coi suoi compagni,
tutto assorto nei lavori cui si dedicava con passione;--pure di tanto
in tanto rivide la marchesa, e il pensiero di quella donna così
seducente s'impadronì di giorno in giorno maggiormente di lui.
Il cavaliere l'introdusse ancor più in società, e presto molte altre
sale dorate socchiusero un battente delle loro porte per lasciarlo
passare.--Oltre i palazzi, anche le -petites maisons- gli furono
aperte. Ma nessuna di tante distrazioni valse a scemare di molto
l'impressione che aveva fatto su di lui la bellezza della signora di
Saint-Aubin.
Ciò ch'egli sentiva egualmente dovunque e che lo rattristava di più
era la posizione subalterna in cui si trovava in faccia ai
gentiluomini che lo circondavano. Anche nella più facile società delle
belle -impure- (come dicevasi allora) egli sentiva sempre
l'inferiorità di chi si trova in una società che non è la sua e dov'è
accettato per grazia. Infatti nei gabinetti delle ballerine e delle
donne galanti si ritrovavano gli stessi profumati ed orgogliosi
signori che si vedevano a corte.
Nè sì grande era la differenza tra gli appartamenti. Boucher e Watteau
avevano con eguale cura coperte dei loro elegantissimi dipinti tanto
le sale della marchesa di Saint-Aubin, quanto il gabinetto della
Champrosé, una delle più belle di quel reggimento di belle fanciulle
ch'era il corpo di ballo ai tempi della Camargo. Le dorature della
vôlta erano altrettanto finamente scolpite in un luogo che nell'altro,
e non mancavano nemmeno gli stemmi, poichè dalla Champrosé vedevasi
quello del conte di Pois, il suo amante del momento. Qui si radunava
tutto il -demi-monde- d'allora, e sebbene anche in questo genere di
società, Armando fosse assai bene accolto, ciò non impediva che quando
rientrava nel silenzio della sua stanzuccia sentisse molte volte una
profonda malinconia scendergli nell'anima, e tanto la cagionavano le
belle ragazze dal cuore facile che aveva veduto dalla Champrosé,
quanto le dame della corte.
L'inferiorità della sua condizione e un po' la sua timidezza gli
ponevano sulla fronte l'impronta di una serietà precoce. Se la fortuna
gli avesse rivolto francamente il suo sorriso da sirena, e presolo per
mano lo avesse condotto nella strada della vita per sentieri cosparsi
di fiori, quella nube che gli oscurava il viso si sarebbe dissipata e
la sua naturale bellezza avrebbe fatto il suo effetto. Ma il secolo
della Chateauroux e della Pompadour non era certo adatto ai Werther, e
Armando avrebbe abbisognato di uno sguardo più animato, di un sorriso
più vivace per far breccia nei cuori.
E intanto egli aveva la mente piena d'imagini e di pensieri che la
mano fremeva di porre in esecuzione; e ciò che più è, il cuore giovane
e bramoso di passione.--Orfano, raccolto dal cavaliere a cui lo
legavano solo i vincoli della riconoscenza, non aveva un affetto sulla
terra.--E non amato da alcuna, poco considerato da tutti, fiero
malgrado la sua povertà, orgoglioso del suo ingegno, vivendo tra le
più belle donne che sia possibile ideare, era inevitabilmente
infelice.... Lo sapevano esse che facevano battere il cuore, turbavano
la mente, accendevano l'imaginazione tanto all'oscuro pittore quanto
al più dorato e ricamato dei gentiluomini? Lo sapevano esse che si può
voler amare senza chiamarsi nè Rohan nè Montmorency? Quando si trovava
solo e che si sentiva la mente assediata da idee e da sogni, pensava
con forzata umiltà quanto fosse inutile per lui il suo ingegno.
Guardandosi nello specchio fantasticava, e poi pensava quanto gli
fosse vana la sua bellezza.
--Che diavolo avete, mio caro? gli chiese un giorno il cavaliere,
andiamo, scuotete codesta malinconia. Eh! per Bacco, chi direbbe che
alla vostra età si possa avere un aspetto così triste! Cosa
avete?--Siete innamorato?--Male, amico. Gli artisti non dovrebbero mai
essere innamorati, altrimenti, addio! non fanno più nulla. Intanto per
distrarvi, questa sera verrete con me dalla marchesa, dove siete
invitato. È un mese che non vi si vede più in nessun posto. Se fate
così sarete ben presto dimenticato, e allora i vostri quadri?.....
Armando andò al ballo. La marchesa era bella più del solito.
Magnificamente vestita, se ne stava accogliendo i suoi invitati con le
ampie riverenze all'indietro le più aristocratiche, e con un sorriso
stereotipato che lasciava vedere una fila di dentini fatti apposta per
mordere il pomo d'Eva. Portava un abito di broccato rosa laminato
d'argento, aperto davanti, che lasciava vedere un sott'abito di
broccato bianco; le sue spalle nude folgoreggiavano di diamanti e di
smeraldi. Aveva un'altissima acconciatura di testa sapientemente
architettata, dove al bianco della cipria si frammischiavano rose e
brillanti, che torreggiava insolentemente sulla sua piccola fronte di
alabastro; e si faceva vento con un tenue ventaglio, vero gioiello
d'oro e di madreperla, pazientemente miniato e guarnito di finissime e
lunghe piume di cigno. Un neo vicino alla fossetta del mento dava al
suo visino un nuovo brio.
Vi era nel suo sguardo qualcosa d'ancor più trionfante del solito:
ogni suo più piccolo moto aveva un segno di conquista. Rispose quel
che doveva al profondo saluto d'Armando, dopo di che, essendo egli
penetrato tra la folla nella sala dove si ballava, non la vide più per
qualche tempo.
Anche questa volta egli era mesto per la gioia sontuosa che gli si
aggirava d'intorno, e non avendo, nelle piccole commedie che si
recitavano davanti a lui, che un posto di spettatore, e di spettatore
che non poteva sempre intendere, non si divertiva troppo e sentiva il
bisogno di starsene in qualche angolo appartato dove potesse meditare
e sognare senza che il suo aspetto pensieroso avesse a dar troppo
nell'occhio.
In fondo alla lunga serie di sale, una più risplendente dell'altra,
che formava l'appartamento della marchesa, di cui la sala da ballo era
il centro, si trovava un gabinetto quasi sempre deserto. Era un
piccolo ma elegantissimo ritiro. Tutto coperto di -lampas- celeste,
con la vôlta carica di dorature, era lievemente illuminato da una
lampada d'argento di vezzosissimo disegno, chiusa da vetri smerigliati
e appesa ad un cordone di seta, che spandeva una luce misteriosa e
leggiera, invogliante alla calma; e rischiarando blandamente i muri
celesti del gabinetto, invitava al riposo e insieme alla voluttà.
Se ne stava lì già da quasi mezz'ora, immerso nei suoi soliti
pensieri. Egli fuggiva l'incanto di quegli sguardi eloquenti, di quei
diamanti e di quelle perle, di quegli òmeri nudi e di quelle chiome
fantastiche. Un enorme specchio, con una massiccia cornice di stile
barocco, in cui le foglie e i fiori degli ornati racchiudevano alla
lor volta mille specchietti faccettati che luccicavano come gemme, era
davanti a lui ed egli vi si poteva ammirare da capo a piedi. Non
poteva esser malcontento dall'esame della sua persona. Al tempo stesso
sentivasi una potenza d'amore che abbisognava di espandersi, e nella
sua mente tanti pensieri si affollavano da non dubitare che se avesse
potuto parlare francamente a una di quelle donne che vedeva a pochi
passi da sè, sarebbe stato di una facondia ben persuasiva e
trascinante. Dall'uscio aperto egli ne scorgeva una, la contessa di
Grives, che in quel momento si diceva avesse avuto l'onore di essere
osservata dal re, e che se ne stava conversando con un signore vestito
del color dell'ambra. Quanto era bella!... Di un'avvenenza affatto
diversa da quella della Saint-Aubin, non era per questo meno
seducente. Alta di statura, sottile d'asta, il suo busto si allargava
come il calice di un fiore dallo stelo, mostrando le più bianche
spalle, che siano mai state create; il profilo del suo viso era
purissimo e i suoi grandi occhi celesti avevano un'espressione calma
ed ingenua che contrastava con la sensualità della sua bocca purpurea.
Armando la guardava fissamente, ma che poteva egli pretendere?
D'improvviso la bella visione scomparve.--Porgendo la mano al suo
cavaliere, la contessa se n'era ritornata nella sala da ballo, ed egli
si trovò di nuovo completamente solo ed avvolto nelle sue
fantasticherie; quando inaspettatamente un lieve fruscìo di gonna
dietro a lui gli fece voltare rapidamente il capo. Nella penombra
formata da una portiera di seta che, chiusa, non si vedeva, stava la
padrona di casa, bellissima e sorridente al solito di quel sorriso
dolce ed ironico a un tempo che tanto turbava il nostro eroe. Ell'era
stata nelle sue stanze ed ora passava a caso per quel gabinetto
solitario, dove non si aspettava di trovare Armando. Questi, commosso,
arrossì fino agli occhi, si alzò in fretta e balbettò qualche parola
incoerente.
--Ah, ah, tutto solo, signor pittore! esclamò la marchesa. Ma che fate
mai qui?
Proseguì fingendo di non accorgersi del suo imbarazzo:
--State studiando ciò che Watteau ha dipinto qui così capricciosamente
(accennando col suo ditino di fata), o vi staccate dalla folla solo
poeticamente per sognare ai belli occhi della fanciulla del vostro
cuore?....
Era la prima volta che la marchesa gli parlava su questo tono. I
discorsi che avevano tenuti fino allora, anche nelle rarissime volte
che si erano trovati soli, erano sempre stati dei più frivoli e
cerimoniosi. Perchè ora gli parlava così, certo ella non se non lo
sarebbe saputo spiegare nemmeno a sè stessa. Armando si sentì
stranamente turbato, benchè vi fosse nella sua maniera una punta
d'ironia maligna che non sapeva capire. Non se l'era mai detto, ma
oramai il suo cuore palpitava per la marchesa come non aveva mai
palpitato. Il turbamento che qualunque delle belle donne ch'egli
vedeva cagionavagli, non era da confrontarsi con l'estasi in cui la
contemplazione della marchesa lo immergeva. Le altre gl'infiammavano
l'immaginazione, questa il cuore; era invidioso dei giovani che
avvicinavano la contessa di Grives o la Champrosé, di chi corteggiava
la marchesa era geloso. Inoltre, quella sera ell'era diversa dal
solito. Le sue guancie erano tinte di un roseo più vivace, i suoi
occhi scintillavano più micidiali del solito; vi era in ogni sua
parola, in ogni suo movimento una straordinaria animazione; e nella
lentezza regale dell'incedere qualcosa di più trionfante che mai.
Armando in quel punto era fuori di sè, e con voce tremante rispose:
--No, signora marchesa, non mi è permesso sognare. Non mi è lecito
nemmeno di pensare a quella a cui darei la vita.
Appena pronunciate queste parole, che gli sgorgarono quasi
involontariamente, il rossore della confusione gli montò al viso.
La marchesa, con quell'istinto di donna che non sbaglia mai in simili
casi, comprese tutto e un sorriso satirico passò sulle sue labbra
rosee.--Volle spingerlo fino in fondo, e rispose con una intonazione
dolcissima:
--Davvero? Ve ne compiango. Ma perchè siete tanto persuaso della
crudeltà femminile? Con la vostra figura...... col vostro ingegno....
potete aspirare a molto.... e uno sguardo inebriante seguì queste
parole.
Armando sentì tutto il sangue che gli rifluiva al cuore.
--Fatemi le vostre confidenze, proseguì la marchesa con un'espressione
indescrivibile e uno sguardo da sirena. Chi è la bella?
Armando volle rispondere qualcosa, ma le parole non gli venivano.
Aveva la testa sconvolta. Afferrò febbrilmente la mano della marchesa
e la coperse di baci ardenti.
Ella, cui non si osava che baciare rispettosamente la cima delle dita,
non se ne offese, ma continuò pacata e sempre con una strana
espressione:
--Questa non è una risposta. Ditemi chi è questa bella che v'innamora
tanto, invece di baciar le mani a me, soggiunse ridendo affatto. E non
osate nemmeno pensare a lei? Ma chi è mai dunque? forse la contessa di
Grives?
Al povero pittore pareva che il gabinetto girasse innanzi agli occhi.
Fu preso da una specie di vertigine e dimenticò tutto. Dimenticò di
esser povero, di essere un oscuro artista, non si ricordò più la
distanza che lo separava dalla donna che gli stava davanti; svanirono
tutti i suoi proponimenti di morire piuttosto che svelare il suo
segreto, tutte le sue paure del ridicolo non le comprese più, tutte le
sue fierezze scomparvero.
Egli cadde ai piedi della marchesa.
--Siete voi!..... gridò con esaltazione, siete voi che amo, voi per
cui darei tutto, voi che mi avete turbato il cuore, la mente; voi cui
appartengo dal primo giorno che vi vidi, voi che siete bella, che
siete splendida, voi che d'un uomo potete fare un dio! oh abbiate
pietà poichè vi amo!...... Non mi respingete, siate buona quanto siete
bella. Vedete, non sono pazzo, ma se tacevo ancora, lo diventavo. E
avrei taciuto sempre se nei vostri occhi divini, sfavillanti, non mi
fosse sembrato scorgere un po' di perdono. Ma voi m'avete parlato,
m'avete perdonato, m'avete.....
Uno scoppio di risa il più franco, il più schietto, fu la
risposta.--Intanto molte signore e gentiluomini, attirati dal rumore,
si erano avvicinati. Tra questi vi era il signore color d'ambra che
prima parlava con la contessa di Grives. Era Richelieu.
--Venite, signori, venite, disse la marchesa, alzando la voce
allegramente, qui c'è la commedia a buon mercato. Il signor..... come
si chiama?.... sapete, il pittore..... che mi fa una dichiarazione. Ma
non faccio per celia; una vera dichiarazione in tutta forma!
Tutti si avanzarono guardando Armando. I più vicini si misero a ridere
con quell'insolenza che allora era di moda.
Egli cadde su una sedia, coprendosi la faccia con le mani.....
La marchesa, data la mano a Richelieu, rientrò nelle sale sorridente
come prima.
--Oh, oh? è innamorato di voi il protetto di Verny, disse il duca, e
glielo permettete?
--No, duca, ella rispose, è stata un'idea pazza che mi è passata per
il capo. Mi sono divertita un poco a sue spese. Sapete, noi altre
donne ci divertiamo talvolta a far delle vittime.
--Eh, lo so pur troppo!..... replicò Richelieu con un sospiro.
--Voi non avete poi diritto a lamentarvi. Avete preso la nostra parte,
soggiunse la marchesa, lanciando un'occhiata che diceva molto.
--Non mi lamento, disse il duca, baciandole la mano!.... E a proposito
di vittime, cosa avete fatto di Breteuil? Temo che ve ne ricordiate
ancora.
--Avevo dimenticato la sua esistenza. Oh, ma eccolo là su quell'uscio.
Guardate come ha l'aspetto triste.
Se Armando fosse stato lì, avrebbe riconosciuto in Breteuil il signore
che aveva veduto dalla marchesa nella sua prima visita.
--Non ho dunque più rivali... continuò Richelieu.
--Nessuno, duca. Uno forse. Quel pittore che porta, credo, il vostro
nome.
--Ma se l'avete maltrattato?
--Non importa!
--Dunque, marchesa, vi piace?
--Oh, alla follia! replicò la Saint-Aubin, ridendo come una pazza.
Lo diceva ironicamente, ma chi sa?--forse non del tutto.
II.
Fu assai forte l'impressione che cotesta scena crudele fece su
Armando. Ne fu sbalordito e intimamente addolorato. Sentì che la
società non era fatta per lui. Egli non era della sua epoca. Un altro
non si sarebbe lasciato abbattere da uno scacco, anche insultante;
avrebbe aspettato con pazienza, avrebbe strisciato, avrebbe imparato
l'arte del cortigiano, avrebbe assunto quella maschera di allegra
sfrontatezza che piace, avrebbe lavorato assiduamente a farsi un nome
e sarebbe riuscito a molto. Forse sapendo fare, eccitando la curiosità
di quella donna capricciosa, come Richelieu aveva soppiantato
Breteuil, egli si sarebbe fatto cedere il posto da Richelieu! Tutto
era possibile sotto il regno della Pompadour. Ma bisognava essere
abile, ed egli non lo era; bisognava essere freddo, ed invece il suo
cuore batteva fortemente; bisognava vincere audacemente gli ostacoli,
saper sopportare umiliazioni e sconfitte, farsi piccino per parare i
colpi e potersi poi sollevare ad abbattere gli altri, ed egli invece
era timido e sincero.
Egli si rinchiuse nella sua soffitta, nascondendosi a tutti. Aveva
cambiato alloggio e nemmeno Verny lo seppe ritrovare. Usciva solo e di
rado in qualche luogo solitario, e nessuna delle donne che aveva
conosciuto, nè le dame della corte, nè le fanciulle leggiere non lo
rividero più.
--E il vostro protetto? domandò un giorno la Champrosé al cavaliere,
lo avete abbandonato? Perchè non lo si rivede più?
--Non lo so neppur io, rispose Verny. È per me un enigma. Non capisco
davvero che grillo gli sia venuto in capo. Non so neppure dove andarlo
a cercare. È un vero peccato perchè prometteva assai.
Il cavaliere non risparmiò alcuna indagine per trovare il luogo di
ritiro del suo protetto, ma tutte le sue ricerche furono lungamente
infruttuose. Tre mesi passarono senza ch'egli potesse averne alcuna
notizia.
Finalmente un giorno il suo cameriere vide Armando per via, ed
avendolo seguito, venne a portare al padrone l'indirizzo da tanto
tempo cercato invano. In questo modo Verny venne a scoprire il rifugio
dell'artista e all'indomani, salite faticosamente le sporche scale di
una casa situata in una delle vie più oscure del Marais, picchiò
all'uscio della soffitta d'Armando.
--Avanti! fu detto dall'interno.
Egli spinse l'uscio ed entrò.
Era una stanza piccola, bassa, informe, ma chiara. Il sole dardeggiava
contro i vetrini impiombati della finestra e illuminava allegramente
le malinconie del pittore. Un letto, un tavolo, due sedie e uno
sgabello erano la mobilia. Armando era stato ammalato--ed ora non
lavorava più ed era povero. Però davanti allo sgabello stava un
cavalletto. Vi era sopra una tela, ma coperta da uno strato di seta
verde. Armando lo riponeva quando il cavaliere entrò. Verny fu
dolorosamente stupito del suo aspetto. La malattia era stata forte ed
egli aveva per molti giorni delirato, ripetendo allora ad ogni momento
il nome della marchesa. Ora era guarito, ma i bei colori della salute
non erano tornati sul suo viso; un gran mutamento era visibile in lui.
Nel suo viso dimagrato spiccavano le orbite cinte d'un cerchio color
di piombo; solo lo sguardo brillava. Naturalmente esile, stancato
dagli studi, dalla povertà, il tocco della passione gli era stato
terribile. L'aria mefitica delle sale non era fatta per lui.
Intanto, una tosse leggiera, ma continua, ostinata, non lo abbandonava
più. Il male faceva quotidianamente rapidi progressi, e la vita che
conduceva non poteva che affrettarne il corso. Verny ch'era un uomo di
spirito e di cuore, fu addolorato dello stato d'Armando e cercò ogni
modo possibile di distrarlo. Gli rimproverò vivamente di essersi per
tanto tempo nascosto.
Egli sapeva confusamente la scena del ballo, e senza particolareggiare
tenne ad Armando un lungo discorso sulle donne e sull'amore,
dicendogli (come sempre in simili casi) ciò che il giovane sapeva
quanto lui, ma non per questo poteva porre in esecuzione. Partì,
essendosi fatto promettere dal suo protetto di cercare le distrazioni.
Che accadeva intanto della marchesa?
Nei tre mesi che erano trascorsi dalla notte del ballo non aveva più
pensato ad Armando.
Ritroviamola ora la mattina del giorno in cui finalmente Verny aveva
scoperto il ritiro dell'artista.
I dodici colpi del mezzogiorno erano già scoccati, eppure le imposte
della sua camera da letto erano ancora socchiuse. La cameriera,
vedendo che la sua padrona dormiva sempre, ne aveva soltanto
semi-aperta una ed era ripartita. Da questa un indiscreto raggio di
sole veniva baldanzoso a far visita alla bella signora, come
rimproverandola della sua indolenza, e con una famigliarità un po'
impertinente le si posava sul bel viso addormentato. Ella si scosse,
socchiuse gli occhi ed apri la bocchina in tutta la sua estensione,
dando in un prolungatissimo sbadiglio. In quell'istante, d'improvviso
così, senza un motivo, come quel raggio di sole era penetrato a posar
sul suo letto, un pensiero le attraversò la mente: il pensiero
d'Armando. Eran tre mesi ch'ella non lo aveva veduto ed in quel tempo,
di ben altro occupata, non si era più affatto ricordata di lui. Perchè
dunque, si dirà, proprio quella mattina un tal pensiero le attraversò
la mente? Perchè? Ah, la saprebbe lunga chi sapesse il perchè di tutti
i pensieri che passano per il capo delle signore come la marchesa di
Saint-Aubin!
Il fatto sta che la mattina di quel giorno la marchesa pensò ad
Armando. Pensò a lui--e un sorriso le sfiorò le labbra. Un sorriso che
per tradurlo, se fosse possibile, ci vorrebbe la coltura d'Aspasia,
l'esperienza di Ninon de l'Enclos e l'immaginazione di un poeta
orientale.
Questo nuovo pensiero la occupò talmente, che malgrado avesse già
guardato l'ora alla pendola dorata del camino, pure restò per una
mezz'ora immobile, sostenendosi la testa con le mani incrocicchiate
sotto la nuca e guardando fissamente lo spazio. Finalmente si scosse,
allungò il braccio bianchissimo, facendo scorrere in giù la manica
tutta coperta di trine, verso il cordone di seta del campanello, e
diede un lieve colpo che fece apparire all'istante la cameriera.
--Berta, disse la marchesa, spalancate la finestra, portatemi una
tazza di cioccolata, preparatemi una veste da camera e andate a dire a
Larose che corra dal cavaliere di Verny e gli annunci che ho assoluto
bisogno di parlargli e che lo supplico di venire all'istante.
Berta, senza scomporsi, eseguì in silenzio questi molteplici comandi
l'un dopo l'altro e con un'ammirabile precisione; e un quarto d'ora
dopo, la marchesa, avvolta in un'ampia veste da camera rosa tutta
coperta di trine, era seduta in una poltrona con una tazza di
cioccolata tra le mani, illuminata dal sole ch'entrava dalle finestre,
solo difese dalle cortine di seta che coprivano i vetri, e riceveva da
Larose la risposta del cavaliere, il quale le prometteva di venire
all'istante.
La stanza da letto della marchesa era tutta color albicocco. Il letto,
in legno bianco e oro, aveva delle tende ampissime dello stesso colore
a frangie d'argento e oro, foderate di raso bianco. I mobili, pure in
bianco e oro, erano elegantissimi di forma, ma pesanti e pure di color
albicocco, tranne la poltrona su cui era seduta la marchesa, ch'era di
damasco bianco.
Verny entrò ed ella subito gli chiese d'Armando. Egli rispose quello
che sapeva, raccontò come l'avesse trovato e in quale stato e finì
dicendo con un sorriso, che sospettava un poco lei di essere, in
parte, la causa del male.
Il viso della marchesa prese una strana espressione.
--Se sono io che ha fatto il male, voglio rimediarvi, cavaliere. Non
sapeva tutto ciò. Andate dal vostro protetto, ve ne prego, e ditegli
che voglio parlargli.
--Sarà fatto, marchesa. Ma non credo che verrà.
--Ed io dico di sì. Andate, andate, mio caro, e vogliate darmi subito
la risposta.
Il cavaliere andò da Armando e tornò nella stessa giornata dalla
marchesa.
--Il nostro amico non vuol venire; mi ha pregato di farvi le sue
scuse. Credo che non sia ancora guarito abbastanza per moversi.
E Verny, così dicendo, sorrise.
La marchesa, rimasta indispettita, non lasciò però nulla travedere, e
ringraziatolo, congedò Verny molto amabilmente. Appena fu uscito, andò
a sedersi a un piccolo mobile in -laque- posto vicino alla finestra.
Prese una penna e tracciò le seguenti righe sopra un foglio di carta
profumato all'ambra.
«Avete torto. Perchè mi tenete ancora il broncio? Volete stare
eternamente in collera? Ho veramente bisogno di parlarvi, di darvi una
spiegazione. Non dubito che questo vi deciderà; venite, ve ne prego.
Vi aspetto con impazienza, non voglio vedere alcuno prima di voi.
«Marchesa =di Saint-Aubin=.»
Poi agitò un campanello d'oro che stava sulla tavola.
--Berta, mandate questa lettera al suo indirizzo.
Il biglietto era stato accuratamente piegato, un piccolo sigillo con
inciso un amorino, impresso nella ceralacca odorosa, era stato
applicato in un angolo, e sull'altra parte leggevasi l'indirizzo di
Armando, datole dal cavaliere.
Mezz'ora dopo Larose portava la risposta. La marchesa l'aprì con
impazienza. Era assai laconica; solo due righe nelle quali si scusava
di non poter ubbidire al suo cenno, causa la salute ancor malferma.
Ella si morse le labbra e quella sera litigò per un'ora con Richelieu,
annoiandolo talmente, che contro alle sue abitudini di diplomazia
galante, ne parlò alla marchesa di Prie, che appunto allora
incominciava a corteggiare.
III.
La Corte si era trasportata a Versailles. Il re, con la Marchesa, come
i cortigiani chiamavano la Pompadour, vi andavano spesso, preferendo i
giardini di Lenôtre al Louvre; e in quello splendido soggiorno, ancora
tutto pieno delle memorie del gran re e del gran secolo, le feste si
succedevano, una più variata dell'altra: balli, ricevimenti, caccie,
recite, e frammezzo a tutto questo, i facili intrighi, improntati
della leggerezza del tempo, si legavano, rompevano e riannodavano
incessantemente.
Poche sere dopo ciò ch'è stato narrato, le sale di Versailles si
aprivano ad un ballo sontuoso. Le sale di Diana e d'Apollo, quelle
della Primavera e delle Muse, e tutti que' magnifici appartamenti,
improntati del marchio di mitologia galante che Luigi XIV aveva posto
su tutto, erano illuminati a far impallidire il sole. Le belle signore
passavano e ripassavano, dando la mano, anzi la punta delle dita, ai
loro affettati cavalieri, e camminando un po' di profilo per non
guastare i loro -paniers-, tutte fulgenti di gemme, in cui i mille
lumi dei candelabri si riflettevano mille volte, tutte superbamente
vezzose ed abbellite dai loro trionfi. La loro bellezza non era quella
che avrebbe innamorato un amante della natura, poichè la cipria
nascondeva i loro capelli, il belletto ed il bianco coprivano le loro
guancie d'un leggiero strato come di vernice, le labbra erano
ravvivate dal minio, le ciglia, gli occhi, tutto era dipinto; i
fianchi erano artificiali. Pure erano ben sontuosamente belle, con le
loro bocchine di corallo, coi loro vestiti luccicanti, con le
affettate movenze di testa e di spalle, con la pronunzia smangiata e
coi loro sguardi sapienti.--Nella sala da ballo, accompagnate
dall'orchestra, venti coppie ballavano il minuetto. I gentiluomini,
coperti di raso e di velluto al par delle signore, facevano strisciare
la punta de' piedi, tenendo sollevati i loro alti talloni rossi, e si
movevano effeminatamente, porgendo con grazia la destra alla
ballerina, con un movimento arrotondato del braccio, mentre la
sinistra poggiava sulle impugnature d'oro e di madreperla delle loro
spade, che ne' sottili foderi di velluto, sollevavano le ampie falde
degli abiti di color tenero e riccamente ornati.--Pareva intanto che
le galanti pastorelle e i mille amorini della vôlta sorridessero a
quello spettacolo e si movessero lievemente anch'essi, tra i dolci
suoni dei violini, frammezzo alle loro ghirlande di fiori.--Le pareti
erano ornate dei capolavori di Vanloo, e Luigi XIV, in piedi, in fondo
alla sala, imponeva ancora, benchè dipinto.
In una sala d'angolo, dalle pareti coperte di quadri, vi era un
piccolo crocchio che circondava il conte di Choisy, uno dei signori
più alla moda, il quale stava raccontando qualcosa che pareva
interessasse moltissimo il suo piccolo uditorio. Egli aveva una gran
riputazione d'uomo di spirito, ma non troppo meritata.
--Si deve confessare, stava dicendo la contessa di Grives, ch'è uno
de' più bei giovani che si possano vedere.
--Questo poi sì! esclamò una piccola signora, che sebbene sembrasse
vicina ai cinquant'anni, aveva ancora molta pretesa. Io non lo aveva
molto guardato; chi guarda quella specie di gente? Ma ora che l'ho ben
osservato devo confessare ch'è un piccolo Apollo.
--E lo sa la marchesa di Saint-Aubin, soggiunse Choisy ridendo. Vi
assicuro l'autenticità di ciò che vi ho narrato.
--Ma ne siete certo?
--Certo quanto che voi siete questa sera d'una bellezza irresistibile,
contessa. Mi voglio appiccare domani se non è vero che ho veduto coi
miei occhi Larose che saliva la scala della dimora di quel
pittorello--di cui non so, del resto, perchè si parli tanto, aggiunse
stizzosamente.
--Ma siete certo che abita dove dite?
--Me ne sono informato e lo so di sicuro!--E il più bello di tutto è
che il giovane è etico marcio e dicono che sia per colpa della
marchesa. Pretendono che sul principio ella si sia beffata di lui.
Forse qualcuno se ne ricorderà; parlano d'una scena successa ad un
ballo. Io era allora in Inghilterra.
--Oh mi par di ricordarmene!.... Ma sapete che se è vera la storia è
stranamente bella e che fra due giorni farà il giro di Parigi? Si
susurra che il re voglia fermarsi qui solo alcuni giorni. Appena a
Parigi me ne informerò.
Il piccolo crocchio si sciolse e Choisy appoggiandosi al braccio di
Breteuil, rientrò nella sala da ballo.
--Ne sei sicuro, conte?
--Sicurissimo, cavaliere, rispose Choisy. Ora poi si dice anche di
più, si pretende che pure la contessa di Grives ne sia un pochino
invaghita. Aveva un bel fare la disinvolta, si vedeva ora che il mio
discorso la interessava molto.
--Per Dio! questo pittore è noioso! Ma ora si racconta che è ammalato,
pallido da far pietà.
--È forse quello che piace. Le donne sono tanto capricciose!....
In quel momento un giovane delle guardie di S. M. si avvicinò a loro:
--Parlate del pittore?
--Sicuro, capitano, rispose Breteuil. Oramai non si parla più che di
lui...
--Sapete che la Champrosé ieri sera mi disse che ne è innamorata?
--Anche lei?.... Il diavolo le porti tutte! esclamò Choisy.
--Ma guardatelo là!--disse Breteuil.--Anche a Versailles deve venire?
Infatti se ne stava vicino ad una porta, conversando con Verny. Egli
era pallidissimo. Si vedeva che il suo male inesorabile progrediva e
che malgrado i suoi apparenti trionfi, tutto era finito per lui.
Ma, dirà il lettore, come è avvenuto un tale mutamento? Perchè se ne
parlava tanto?--Perchè?--Ah! domandar dei perchè ai tempi di Lebel!
Tutto allora era guidato dal capriccio. La sua storia con la
Saint-Aubin, svisata, raccontata in mille modi diversi; la simpatia
che la marchesa poi sembrava realmente aver sentito per lui, l'avevano
d'un tratto messo di moda, e subito dall'esser nulla, divenne l'eroe
del quarto d'ora. Sotto la Pompadour questo non era insolito. La sua
figura triste che lo aveva sul principio quasi reso antipatico e che
aveva impedito alla naturale bellezza di fare il suo effetto, dopo la
specie d'intrigo con la marchesa era diventata un vezzo, e il suo
pallore malaticcio che non poteva piacere senza motivo a' tempi di
Richelieu, ora che se ne sapeva il perchè e che dava luogo ai
pettegolezzi, lo rendeva interessante, come se fosse vissuto a' tempi
di Goethe e di Byron.
Larose, il ben noto cameriere della signora di Saint-Aubin, era stato
veduto mentre saliva le scale del pittore con una lettera in mano.
Dunque egli era l'amante della marchesa.
Povero ragazzo! Era ben lungi dall'esserlo; ma ciò era bastato per
metterlo di moda.
Com'era venuto a quel ballo?--Il cavaliere credendo che un po' di
distrazione gli farebbe bene, l'aveva quasi costretto a venire. Verny
gli voleva bene; ma dacchè non aveva più la febbre lo credeva in via
di guarigione e supponeva che i divertimenti lo guarirebbero anche dai
mali morali, tanto più ora che sembrava avviato sulla strada della
fortuna. Ma quanto si sbagliava! Armando era veramente ammalato e al
ballo di Versailles stava peggio del solito. Benchè semplicemente
vestito egli era però talmente bello nel suo pallore, che pochi nelle
sale potevano venirgli paragonati.
Venne presentato alla contessa di Grives, la quale lo accolse con una
così marcata preferenza da far girare un tantino la testa all'uomo il
meno vano della terra. Ella stette con lui assai lungamente, quasi
compromettendosi, e furono tante le occhiate, le parole a doppio
senso, che Armando ne rimase un po' sbalordito. Ma ormai ogni forza di
volontà, ogni scintilla era spenta in lui, e con la sua solita
timidità per di più, non poteva pensare a vendicarsi della scena del
ballo.
La festa sontuosa, splendida, durò fino al mattino e le mille fiamme
dei candelabri lottarono coi raggi del sole ch'entravano dalle
finestre e che subito valsero a far fuggire le signore.
Ma Armando non potè restare. Fu preso da una febbre ardente e dovette
andarsene.
La cura del cavaliere era sbagliata completamente; le distrazioni, le
emozioni specialmente non potevano che peggiorare il suo stato.--Il
medico disse che il caso si faceva gravissimo; la tosse aumentava.
Il cavaliere portò nella dimora dell'artista tutti i conforti che la
ricchezza può dare, e fu curato il meglio possibile. Ma l'etisia
progrediva.
Intanto, di giorno in giorno, Armando continuava ad essere più in
voga. Ricevette venti lettere dalla Champrosé, che non ebbe la
pazienza di leggere tutte. Un'altra delle più alla moda lo mandò a
invitare ad una delle sue cene intime. La contessa di Grives andava
tutti i giorni, nel suo cocchio dorato, a prenderne le notizie.
Perfino la marchesa fece lo stesso; anzi chiese di vederlo.
Ma oramai era troppo tardi. Tutto era finito, e dei trionfi che
avrebbe potuto avere, dell'amore e perfino della gloria non si curava
più. Ora la stessa società che lo aveva disprezzato, lo portava alle
stelle, ma che gliene importava? E intanto, essa che lo aveva respinta
si occupava ora di quel morente, lassù in quella soffitta, come certo
non se ne sarebbe mai occupato se non fossero state le circostanze che
influivano sulla moda del momento.
Contro i comandi del medico, egli stava alzato e dipingeva. Il
cavaliere lo lasciava fare, pensando ch'era inutile contrariarlo. Il
quadro a cui lavorava era quello, coperto misteriosamente di seta
verde, che Verny aveva veduto la prima volta che lo aveva trovato.
Era la testa della marchesa di Saint-Aubin ch'egli disegnava di
memoria. Nei giorni di vita e di passione l'aveva abbozzata; ed ora,
sull'orlo della tomba, quasi staccato dalle cose terrene, gli venne il
desiderio di finirla,--unico resto del morto amore, ultimo addio al
mondo, che pur lasciava senza rimpianto. Egli si sentiva il bisogno di
lavorare indefessamente, ansiosamente, e di finirla.
Si mise al lavoro e terminò prima il disegno che aveva schizzato sulla
tela.
Allora avvenne una cosa straordinaria.....
La sua mano non rispondeva più alla mente. Egli era come spinto da una
forza superiore, e ciò che la matita segnava non era più quello che
suggeriva l'immaginazione. Egli voleva tradurre sulla tela quel
profilo fino, aristocratico, capriccioso; quel modello di donna forte,
voluttuosa... e invece il suo pennello tracciava una figura aerea,
purissima, vergine, più d'angelo che di donna. Voleva segnare
quell'ammasso di capelli coperti di cipria, in cui si frammischiavano
fiori e gemme, e involontariamente invece sulla tela ondeggiavano
delle chiome bionde sciolte, naturali, che cadevano su d'una veste
candida e baciavano una guancia bianca, diafana.--La figura che
appariva sul quadro era ideale, angelica, bella come un sogno di
poeta, con due occhi celesti che ignoravano la terra.
Egli continuava senza quasi accorgersi di ciò che faceva. Era spinto
da qualcosa di fatale e una luce serena usciva dal suo sguardo. Una
forza invincibile lo costringeva.
Egli dipingeva....
Il cavaliere taceva, guardandolo attonito e addolorato.
E sulla tela la mistica figura, lavoro quasi involontario, rivelazione
dall'alto, si staccava a poco a poco dall'ombra del fondo.....
Finalmente l'ultima ora scoccò. Il pennello gli cadde dalla mano.--Fu
portato sul letto. Vedendolo, non lo si sarebbe detto un morente,
poichè un sorriso passava sulle sue labbra.
Oh quanto era lontano dagli appartamenti della marchesa e dalle sale
di Versailles!--Nel suo occhio ingrandito mille visioni passavano.
Eran figure di donna, ma figure celesti che non rassomigliavano agli
angeli della terra; non erano più i sontuosi abiti di broccato e di
raso, nè le alte pettinature incipriate, nè i visini aristocratici e
imbellettati, ornati di qualche neo, nè le scarpette a talloni rossi,
nè i ventagli miniati;--erano vesti bianche e cadenti, eran pupille
azzurre e pure, eran chiome lunghe e finissime, erano sguardi pieni di
bontà e d'amore!...
All'estremo istante, la marchesa di Saint-Aubin entrò nella stanza.
--Silenzio! disse il cavaliere. Fermatevi; egli non vi vede più,
marchesa.
Infatti, Armando non la vedeva; era ben lontano da lei. Nel suo occhio
vi era il raggio supremo.
Egli era assopito. La sua testa stanca posava sui cuscini; la bocca
gli si agitava. D'improvviso una luce sembrò passargli sul viso. Si
rianimò debolmente e allungò la mano bianca e magra verso il quadro.
--Oh guardate! guardate!.... Si distacca dalla tela e viene verso di
me.... disse con un filo di voce arcana. Oh, non vedete? Viene, viene,
s'avanza..., mi stende le braccia!.... Oh come è bella!.... E non è
una donna, è un angelo!....
Furono le sue ultime parole. La testa ricadde sui cuscini per non
sollevarsi più.
In quel momento un prete ch'era stato chiamato in fretta,
entrò--troppo tardi.
Il cavaliere uscì con la marchesa. Sulla scala trovarono la Champrosé
che voleva per forza vedere Armando. Ma vide Verny che piangeva e non
chiese più nulla. La marchesa le passò davanti sdegnosamente ed ella
la guardò in traverso.
La marchesa non si potè consolare della morte d'Armando che arrivando
a prendere il posto della Grives nel cuore del Re.--Questa volle
portare il lutto per il pittore, a grande scandalo di molti.
La storia d'Armando fece una tale impressione che se ne parlò per
quindici giorni. Ora non può accadere che si arrivi a parlare sì
lungamente d'un avvenimento qualunque; ma in quei tempi rococó anche
questo era possibile.
UNA SCOMMESSA
Ecco cosa seppe dirmi il mio amico a proposito del conte Sotowski, la
cui insolita tristezza eccitava tanto la mia curiosità:
Io lo conosco da molti anni ed avendolo sempre trovato divertente,
allegro, brillante, fui stupito quanto te e gli altri del mutamento
ch'ebbe luogo in lui. La cosa era infatti incomprensibile. Come sai,
egli è favolosamente ricco, affatto indipendente, di figura
aggradevole, di carattere lieto, ed in ogni cosa fortunatissimo; non
fu mai conosciuto come una di quelle teste balzane che sanno crearsi
dei fantasmi con la loro propria immaginazione; è continuamente
accarezzato da tutti, ha una quantità di amici che farebbero qualunque
cosa per lui. Come spiegare dunque che prima fosse vivace, sereno,
scintillante, per così dire, e che d'improvviso, senza alcun motivo
palese o presumibile siasi dato in preda a una cupa mestizia?
Era qualche mese che io non lo vedevo, quando, incontrandolo a Nizza,
mi accorsi della sua insolita malinconia. Non gliene chiesi il motivo,
sapendo ciò affatto inutile, essendo egli uno di quelli che parlano
solo quando vogliono parlare. Ma non potevo a meno di pensarvi sovente
e mi torturava il cervello per giungere a scoprire qualcosa. Tu che
conosci quanto m'interessino gli studi psicologici potrai facilmente
fartene una idea. Naturalmente il primo pensiero che mi venne fu
ch'egli soffrisse per qualche segreta passione. Quale altro motivo
poteva infatti far cadere nella malinconia un uomo di così allegro
carattere e sì fattamente ricolmo di tutti i beni della fortuna, se
non l'eterna sorgente delle lagrime di quaggiù--l'amore?--L'idea di un
delitto, di un rimorso, non si poteva ammettere per cento ragioni. E
però la mia fantasia volava nei campi del possibile ed ogni giorno mi
sorgeva dinanzi agli occhi una nuova imagine di eroina pel mio
romanzo. Talvolta supponeva ch'egli avesse amato una fanciulla che,
uccisa da lento malore, fosse morta nelle sue braccia; tal altra che
fosse stato tradito da una donna seducente, fatale.
Quanto mi sbagliava!--Una sera ch'eravamo insieme, lontano dal
passeggio elegante, dalla parte del ponte del Varo, e ch'egli pareva
ancor più preoccupato del solito, mi raccontò d'improvviso il motivo
della sua tristezza, senza che io glielo chiedessi e quando meno me
l'aspettava. Non vi era anima vivente per un lungo tratto di strada;
il sole si apparecchiava a discendere nel mare, coprendo d'oro e di
porpora la limpidezza del cielo, l'aria cominciava ad essere un po'
meno soffocante di quel ch'era stata durante il giorno, e le parole
del conte risonavano stranamente in mezzo a quella solitudine e nel
silenzio della natura che stava per assopirsi:
--Bisogna che lo confessi, egli disse, e d'altronde ho subito veduto
che ve ne siete accorto, una tristezza insormontabile mi penetra
spesso da qualche tempo e non posso scacciarla. Capisco che quelli che
lo vedono, conoscendomi da un pezzo, devono rimanerne molto stupiti;
la fortuna mi ha colmato de' suoi doni, e sono per di più dotato d'un
carattere facile ed allegro. Fui sempre spensierato, vivace, non ebbi
mai dispiaceri e non me ne procurai. Le sfortune d'amore mi sono
sconosciute.
--Davvero! risposi, io invece, pensando alla vostra malinconia subito
ne accusai una passione infelice, non sapendo quale sventura vi avesse
potuto colpire.
--Infatti, io non conobbi mio padre e l'unico dolore di cui mi ricordo
è quello della perdita di mia madre, ma avevo solo dieci anni e a
quell'età non si sente molto e si dimentica facilmente. Dopo d'allora
non ebbi mai una sola nube nera sull'orizzonte della mia vita. Tutto
mi sorrise sempre; gli uomini e le cose.--Ma un male terribile
procurato ad un altro e di cui io fui causa, sorto senza mia precisa
colpa, e per un motivo stravagante e futile mi depose un'amarezza
nell'anima che, temo assai, lascierà lunga traccia di sè. La è una
storia abbastanza strana.
--Raccontatela; non potete immaginare quanto m'interessate.
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