calorosamente all'accoglienza calorosa che gli fece il signore del
luogo, e poi, voltosi ad Ida, che se ne stava un po' in disparte, le
baciò la cima delle dita con una galanteria rispettosa che rammentava
Versailles, dicendole:
--Mia bella damigella, permettete che un vostro cugino vi presenti i
suoi omaggi. Son venuto preparato ad ammirare la bellezza e la grazia,
ma se avessi saputo la realtà che mi aspettava non avrei creduto
poterla trovare senza uscire dai confini della terra.
Dopo di che si rivolse al conte, e si dedicò affatto a lui come se Ida
non ci fosse stata.
Un po' più tardi si andò a tavola, e per tutto il tempo del pranzo il
marchese sostenne una conversazione brillante e fiorita, essendo
sempre cordialissimo col padre, e colla figlia di una galanteria che
datava da due secoli.
Quella notte Ida dormì male. Un avvenimento qual era l'arrivo sì poco
aspettato di quell'elegante cugino non poteva a meno di occupare la
sua immaginazione. Inoltre una voce segreta, ch'ella stessa non sapeva
ben spiegare, l'avvertiva che il marchese di Sentis era venuto per
lei.
Ne pare di aver già detto che Ida aveva quasi vent'anni. La sua bella
gioventù le splendeva in fronte come un'aureola e le cantava in cuore
come una sirena. Pure era vissuta ben tranquillamente. Ella sapeva
poco del mondo; l'esistenza brillante che le giovani sue pari
conducevano nella capitale, quella splendida cerchia di divertimenti e
di noie, non la conosceva che di nome. Il suo cuore batteva, ma non
aveva mai palpitato. Il soffio inebriante della primavera, che fa
sembrare più fragranti le rose e più lucenti le stelle, era passato su
di lei--pure ignorava ancora l'amore. Era di quelle nature passive e
indifferenti in apparenza, sovente piene d'ardore nascosto--ma ella lo
ignorava. Le avevano dato, per l'epoca, una buona educazione--nella
quale i più severi principii religiosi tenevano il primo posto--e le
avevano ben ficcato in testa che i Montsauron erano tra le prime
famiglie di Francia, e che ella era destinata ad un gran matrimonio.
Le sue previsioni riguardo al marchese non erano errate. All'indomani
suo padre entrò di buon mattino nella sua camera, la baciò ancor più
affettuosamente del giorno prima e si assise al suo fianco dicendole
che aveva a parlarle di cose importanti. In due parole le disse che il
marchese di Sentis era venuto apposta dal fondo della Normandia per
vederla--perchè voleva prender moglie e l'unione con la loro casa la
credeva un onore--che l'aveva trovata più bella di quel che si
aspettava e che domandava la sua mano. Ch'egli aveva ancora alcuni
affari da terminare al castello di Sentis, ma fra poco sarebbe tornato
a prendere la risposta.
--Egli ha un gran nome ed è assai simpatico. Ieri mi pareva che non ti
dispiacesse. Mia cara, non dubito della tua risposta.
Tutto ciò Ida se lo aspettava un poco. Perchè dunque le parole di suo
padre le fecero uno strano effetto? Si sentì una fitta al cuore ed il
leggiero rossore, che le era montato al viso in principio, si cambiò
in pallore. Era forse un presentimento?
Il conte, attribuendo tale confusione a tutt'altro motivo che al vero,
soggiunse sorridendo sapientemente:
--Non rispondi, mia cara? Già, il silenzio in queste circostanze è la
maggior risposta, e così dicendo uscì frettolosamente.
Ida, rimasta sola, si sentì turbata. Si assise e pensò.
Pensò per un buon quarto d'ora, con le mani incrocicchiate, l'occhio
fisso al suolo, la testa bassa, la fronte oscurata.
A che pensava?--Non lo sapeva troppo nemmeno lei; i suoi pensieri
andavano, andavano senza che ella si potesse render conto della via
che percorrevano.
Chi sa fino a quando sarebbe stata a quel modo se a un tratto non
avesse udito picchiare all'uscio.
Entrò la cameriera, dicendo:
--Il maestro di musica è nella sala verde ed attende madamigella.
La sala verde è quella di cui abbiamo già parlato, quella dov'era il
pianoforte. Derivava la sua appellazione dalla tappezzeria d'un verde
pallido, sbiadito dal tempo. Non era molto grande, ma altissima; poco
addobbata e assai in disarnese, ma dalla finestra aperta si godeva di
una vista splendida e del susurro del vento tra le foglie di un
castagno i cui rami si stendevano davanti.
In mezzo era il pianoforte, il -clavecin-, come dicevasi allora.
Anch'esso, come il resto dei mobili, era della forma -empire-, alto e
stretto, di un legno chiaro tutto intarsiato.
Quando Ida entrò, Paolo era al cembalo e sonava alla sordina un pezzo
di Gluck. Al suo apparire egli si alzò, la salutò con una inflessione
di voce che dinotava a un tempo e la famigliarità derivante dal
vedersi assiduamente e il rispetto dovutole. Ida gli si sedette vicino
e la lezione incominciò.
Eran quasi due anni che ciò accadeva due o tre volte per settimana.
Paolo era stato di rado a Parigi e non aveva, per così dire, mai avuto
il tempo d'esser giovane. Era costretto a soffocare le prepotenti
aspirazioni della sua età. La vita gli era apparsa fin dai primi anni
con una ben seria fisonomia, e l'aspra lotta con le necessità e la
scuola della sventura avevano posto sulla sua fronte un marchio di
maturezza precoce.
È da stupirsi se la compagnia frequente d'Ida lo avesse ad
impressionare fortemente?
In una parola--per quanto avesse tentato di lottare contro il
sentimento che lo invadeva, non potendo esso avere che tristi
conseguenze--dovette però alla fine confessare a sè stesso che
l'amava.
E veramente l'amava al punto da non osare più esaminare pacatamente il
proprio animo; temeva la vertigine e non voleva guardare nell'abisso.
E Ida?
Dell'amore non sapeva ancor nulla, pure l'anima sua impressionabile e
più di tutto quell'innata passione per la musica--la più grande
traduzione dell'amore che vi sia sotto il cielo--dovevano a vent'anni
ben presto commuoverla.
Fra quei due non si era pronunziata una parola non frivola, ma
esisteva già un vincolo--l'armonia.
Molte volte, quando le belle dita della fanciulla correvano sui tasti
d'avorio del vecchio cembalo, facendolo vibrare con gli accenti
appassionati della musica italiana o delle soavi melodie tedesche, il
cuore le batteva stranamente e non osava voltarsi a guardare il suo
maestro, che immobile dietro la sedia, suo malgrado, adorava.
E quando cantava e ripeteva le armonie dei grandi maestri che in quel
momento parevano improvvisazione dell'anima sua--con l'occhio
d'azzurro che guardava lo spazio e si accendeva di una luce arcana,
come avesse veduto una visione del cielo aprirsi d'un tratto--coi
capelli mossi dal vento ch'entrava dalla larga finestra--oh! in quel
momento il povero artista avrebbe dato la vita per poterla stringere
fra le braccia, sentendola sua!
Ma aveva saputo contenersi e niuna parola era mai uscita dalla sua
bocca. Ella, dal canto suo, era gentile con lui, talvolta amichevole,
ma nulla più.
Questa volta dunque la lezione incominciò come al solito. Paolo era
pallido, di un pallore che non gli era abituale.
Soffriva assai. Egli aveva tutto udito. L'arrivo del marchese era
stato per lui una rivelazione e un colpo di fulmine. Subito aveva
capito lo scopo da cui era condotto. E sebbene il suo amore per Ida
fosse privo d'ogni speranza--pure quell'annunzio di un matrimonio
imminente gli aveva fatto l'effetto di una fredda lama di pugnale che
gli venisse piantata in cuore.
Maritandosi, Ida sarebbe partita. Quel conforto, che n'era pur uno, di
vederla quasi sempre, di venire sovente a sedersi al suo cembalo, di
udire la sua voce adorata.... gli veniva tolto crudelmente. E saperla
d'un altro!... Egli non si poteva arrestare a questo pensiero. E poi
il tormento, la tortura di dover assistere alla gioia degli altri col
viso sereno e l'inferno nel cuore, di dover essere spettatore della
festa, della cerimonia forse!... E la paura di tradirsi!... Avrebbe
egli saputo tacere all'ultimo momento, comprimere i battiti del suo
cuore, rattenere le lagrime dagli occhi? Avrebbe avuto la triste forza
di recitare bene la sua parte fino alla fine, di tenere sempre la
maschera che si era messa?
Anche Ida era triste.--D'improvviso lasciò il pezzo che sonava e si
appoggiò al leggìo con la testa tra le mani. Paolo taceva.
Ella si rialzò dopo pochi istanti, e invece di continuare il pezzo
incominciato, cantò la sua canzone favorita.
Era una canzone di Weber--non sappiamo più bene quale--una di quelle
in cui il gran Tedesco ha infusa tutta la sua anima d'artista.
Il motivo sorgeva semplice, chiaro--una melodia mesta, triste, piena
di dolci languori e di accenti strazianti, incantevole come una poesia
d'amore, tetra come lo sperdersi di una speranza. Poi si accendeva, si
animava, diventava forte come il muggire di una tempesta, combattuta
come una lotta del cuore. Il motivo intanto filtrava attraverso. Poi
si ritrovava ancora solo e finiva con un'eco ripetuta e morente.
Ida la sonava e cantava venti volte al giorno. E come lo faceva!... In
quei momenti era tanto bella da non sembrare quasi più una creatura
terrena. Questa volta con l'anima involontariamente piena di mestizia,
cantò quelle note sublimi con tanta espressione che parevano un grido
supremo del cuore.
A Paolo le note di quel canto sonavano tutte come una nota straziante
d'addio. Quando la musica cessò, agitato e non potendo più resistere
alla brama di sapere la verità, l'intera verità (sebbene si fosse
promesso di non aprire bocca su tale argomento), disse con voce
sommessa e che tentava invano di render pacata:
--Madamigella, scusate la mia indiscrezione.... avrei una domanda da
farvi.
--E quale?
--Intorno a qualche cosa che vi concerne molto.... molto intimamente.
--Dite, dite, rispose Ida, impallidendo suo malgrado.
--È vero che....
Il povero giovane si sentiva soffocare.
--Che il marchese di Sentis ha chiesto la mia mano? interruppe Ida
vivamente.--Sì, è vero.
Disse queste parole rapidamente con accento franco e sicuro.... pure
era turbata. Si alzò e chiuse il cembalo. Stette un momento immobile e
pensierosa, disse che bastava per quel giorno, salutò Paolo che pareva
impietrito, ed uscì.
Quando fu solo, prese il posto che Ida aveva lasciato e si nascose la
faccia fra le mani.
Ida dal canto suo aveva tutto indovinato dalla commozione di Paolo.
Per una rivelazione subitanea, aveva al tempo stesso traveduto l'amore
e compreso ch'egli l'amava.
Intanto il matrimonio progettato le sorrideva assai poco. Sentiva per
il marchese un'antipatia, non certo motivata, ma invincibile.
E dichiarò quella sera a suo padre che non lo avrebbe sposato.
Ma allora cominciò da parte del conte un lento lavoro di persuasione.
L'accarezzò come non aveva più fatto da molto tempo. Le seppe
dimostrare che rifiutando la mano offertale rifiutava la propria
felicità; le disse ch'ella certo avrebbe poi amato il marchese; e
tutte insomma le ragioni buone e cattive che potè trovare. Le cantò le
lodi del marchese enumerando le sue molteplici qualità, lusingò la
giovane immaginazione di lei con la dipintura del lusso e dei trionfi
che l'attendevano a Parigi. Disse tanto e così bene ch'ella finalmente
si lasciò piegare, e diede il suo consenso.
Ah imprudente!... Non sapeva quel che faceva. Quel cuore che ella si
lasciava persuadere di concedere ad un altro, non era già più suo.
Non tardò ad accorgersene.
La sera si ritirò nella sua stanza presto e si trovò ben triste per la
decisione presa. Le parve che le sarebbe impossibile di lasciare
quella casa ove era nata, di abbandonare suo padre e i pochi suoi
vecchi amici.
E quel povero Paolo?...
--Non canterò più con lui quella canzone di Weber che io adoro e
ch'egli ama tanto ascoltare!....
Pensando a tutto questo, là nella solitudine notturna della sua stanza
virginale, che presto doveva lasciare, il suo cuore a un tratto si
gonfiò, sentì una tristezza ignorata fino allora e diede in un pianto
dirotto. O amore!... Tu eri giunto!
All'indomani, quando uscì dalla sua stanza, trovò nella sala Paolo.
Perchè era venuto, mentre non lo si vedeva che nelle ore prescritte
per la lezione?--Era pallido ed il suo sguardo spento indicava una
lunga notte d'insonnia.
Ida sentì il cuore che le balzava contro la seta del vestito.
La povera fanciulla era un po' esaltata.
--Paolo, ella disse, ho acconsentito.
Era la prima volta ch'ella lo chiamava così.
Egli capiva che non resisteva più.
--Ho acconsentito, ella ripetè. Oggi mio padre scrive al marchese di
Sentis, che non tarderà ad arrivare.--E fra un mese sarò sua
moglie.... e dovrò lasciare questa casa.... e mio padre, e gli
amici....
Nascose il bel viso nel fazzoletto e pianse ancora.
Paolo era bianco e il suo labbro tremava convulso.
--Madamigella, le disse alfine, e dei vostri amici di qui ve ne
ricorderete qualche volta?...
--Sì, sempre.... mormorò Ida. Ma ora addio.
Così dicendo gli stese la mano.
Egli la prese; era gelida. La strinse passionatamente.--E l'argine fu
rotto.
--Voi partite, madamigella, ed io resterò; ma per poco. Non posso
vivere senza di voi, e quando sarete marchesa di Sentis io morirò.--Mi
ero giurato di tacere, ma le forze umane hanno dei limiti. Vi amo,
Ida. In quest'ultima ora, in quest'ora tristissima d'addio, non so
come osi dirlo, ma lo dico. Vi amo, vi adoro, non vivo che per voi. So
quanto ne separa. Voi non avreste mai potuto amarmi. Avete fatto bene
ad accettare la mano del marchese.--Siate felice, Ida.... ma pensate
qualche volta che vi è uno quaggiù che morrebbe col sorriso sulle
labbra se potesse morire per voi....
--Paolo, anch'io....
In quel momento l'uscio s'aprì ed il conte entrò nella sala.
All'attitudine dei due giovani ebbe una rapida intuizione di ciò che
si passava. La sua fronte si corrugò.--Paolo, perdendo completamente
la testa, fuggì.
Ida era esaltata.
--Mio padre, esclamò, non sposerò mai il marchese di Sentis, mai! mai!
mai!....
--Lo sposerai invece tra una settimana, disse il conte.
La sua voce era ferma, ma dolcissima.
Entrò in un lungo discorso. Le disse ch'egli capiva benissimo che
questo subitaneo cambiamento dipendeva da un capriccio di fanciulla
per Paolo.--Le mostrò affettuosamente, paternamente come un tal
sentimento abbisognasse combatterlo.--Ella già non lo poteva sposare,
dunque?...
Egli fu dolce, ma inflessibile.
Per la seconda volta Ida fu quasi vinta dalle parole di suo padre. E
quando egli la lasciò, si era molto acchetata. Ella era, al pari del
conte, imbevuta delle idee aristocratiche del tempo. Sapeva che Paolo
non poteva diventare suo marito.--Perchè dunque non accettare la mano
del marchese?--Perchè arrecare tanto dispiacere a un padre che la
adorava?--Un mutamento di vita le farebbe molto dimenticare; il
marchese era un uomo amabilissimo, e poi.... Paolo lo potrebbe vedere
ancora qualche volta.... di rado, come un amico.... Ella pensava ciò
ingenuamente.
Insomma, a poco a poco si riconciliò coll'idea del matrimonio; e
quella sera, stanca delle emozioni della giornata, non tardò a
dormire--un po' triste, ma quieta.
All'indomani Paolo venne all'ora solita.
Egli aveva riflesso lungamente sulla sua posizione. Comprendeva che
venendosi a frapporre al momento del matrimonio tra Ida e il marchese,
sarebbe stato ingratissimo verso il conte, cui doveva pur tanto,
arrecandogli un fortissimo dolore, mentre inceppava l'avvenire d'Ida
senza alcun vantaggio. Ei l'amava perdutamente, ma giurò a sè stesso
di esser forte.
Si presentò dunque pallido e mestissimo, ma rassegnato. Ida gli narrò
come avesse decisamente acconsentito. Espose a nudo l'anima sua; non
sapendo più tacerlo, confessò il suo amore con quel sublime
accecamento della passione che non esclude il pudore, e al tempo
stesso cercò di partecipare a lui un po' della propria forza fittizia.
Gli disse di ricordarsi ch'ella non avrebbe mai amato che lui sulla
terra,--ma aggiunse ciò ch'egli già pur troppo sapeva: che quest'amore
era impossibile. Che ella gli avrebbe sempre dimostrata la sua
affezione e che sperava--tra un anno--di vederlo al castello di
Sentis.
--Mai, egli rispose, non potrò mai vedervi di un altro.--Avete
ragione, madamigella; sposate il marchese, egli forse vi saprà render
felice, e.... dimenticatemi. Io non verrò più per la lezione. Il conte
mi ha detto che ora sareste talmente occupata dei preparativi da non
aver più tempo per la musica. Egli fa bene.... è assai meglio che non
vi veda. Prima della vostra partenza....--qui la sua voce si commosse,
pur continuò:--tornerò un'ultima volta a dirvi addio.
Ida si sentiva voglia di piangere,--non poteva parlare.--Gli stese la
mano. Egli la portò alle labbra, e partì.
In pochi giorni, con una forza di sentimento che non aveva mai provato
prima, la malinconia d'Ida si cangiò in una tristezza nera, cupa,
spaventevole. Un amarissimo pentimento di avere acconsentito l'afferrò
bruscamente, così violento che pareva un rimorso e le rodeva la
coscienza. L'amore sorgeva invece lentamente e fortemente in lei, e
tutta la riempiva. Avrebbe sacrificato ogni cosa per non aver
acconsentito, ma ormai capiva che non poteva più retrocedere, e come
presa da vertigine, camminava dritto verso il precipizio. Se ella
avesse pregato suo padre, egli avrebbe trattata la sua preghiera di
capriccio.... chi sa?... l'avrebbe forse forzata. Di giorno in giorno
la sua tristezza aumentava. Confessava dolorosamente a sè stessa che
ora al marchese di Sentis avrebbe preferito il convento; sentiva pur
troppo, che non sarebbe mai stata che una vittima rassegnata.
Il marchese arrivò. Nè la sua gentilezza, nè la sua galanteria compita
riuscirono a diradare la nube di mestizia che pesava sulla fronte
della fanciulla pentita.
Il conte si persuase che era meglio affrettare le cose, ed il
matrimonio fu stabilito per la ventura domenica. Gli invitati
arrivarono da Parigi. Erano i pochi parenti del conte, e gli amici
numerosi del marchese di Sentis. La vecchia casa silenziosa e
tranquilla fu ancora, per un momento, piena del rumore e del brio che
l'avevano agitata altre volte. Il conte si mostrò splendido verso i
suoi invitati.--Furono giorni di continua festa. In mezzo a tutto quel
frastuono Ida finì col distrarsi un tantino.
Ma svegliandosi alla mattina del sabato l'orrore della sua posizione
le si affacciò gigante.
--È domani, pensò. Domani tutto sarà finito.
Paolo non l'aveva più veduto. Non osava pensare alla sua promessa di
tornare a dirle addio.... Cercava anzi di scacciarne il pensiero....
ma il pensiero tornava.
Ella andò nella sala del cembalo e cominciò a cantare la sua favorita
canzone. Acquistava ora un nuovo incanto a' suoi occhi; era quella che
l'ultima volta aveva cantato con lui. L'ultima mesta nota aveva
mestamente echeggiato quando l'uscio si aprì, e Paolo entrò.
Non si può descrivere il suo aspetto.
--Madamigella, sono venuto a dirvi addio. Vedete che in questi giorni
non vi ho disturbata. Questa è l'ultima volta. Vostro padre non sa che
io sia qui; non lo vedrebbe volentieri. Non ho dunque tempo di
fermarmi. Addio, Ida, addio per sempre.
Così dicendo le prese la mano, coprendola di baci....
Poi fece uno sforzo violento, e si diresse verso l'uscio.
--Paolo, restate ancora un istante, mormorò una voce dietro a lui.
Egli tornò, e le si sedette vicino.
Ida avrebbe voluto non piangere.... ma nel parlare i singulti le
tagliavano la parola.
--Voglio cantarvi per l'estrema volta la canzone di Weber, proseguì. È
il canto d'addio.
E con quella voce in cui vi erano delle lagrime, incominciò....
Non la potè finire. A metà si fermò e diede in un pianto dirotto.
Allora solo comprese quanto amasse colui che le stava a fianco.
Paolo aveva voluto esser forte, ma ora tutte le sue risoluzioni lo
abbandonarono.
E con una mano afferrò la mano d'Ida, mentre con l'altro braccio le
cinse la vita, scosso da una agitazione irresistibile.
La povera fanciulla si abbandonò. La sua bella testa piegò come un
fiore carico di rugiada e venne a posarsi sul petto del giovane.
Era un anno che lo amava senza quasi saperlo--ora non poteva più
vivere che per lui.
Come fu che le loro labbra si riunirono e si presero in un lungo
bacio?...
Quei due cuori, che il momento dopo doveva separare per sempre,
battevano l'un contro l'altro, come avessero tentato compenetrarsi....
Ma a un tratto le si risvegliò il suo instinto di donna; l'idea
terribile che non si apparteneva più le balenò alla mente. Comprese
d'improvviso la parola -dovere---e si sciolse con forza dall'abbraccio
di lui.
Poco dopo si calmò.--Poi le venne paura che suo padre avesse ad
entrare, e Paolo partì. Partì quasi felice. Egli era amato.
Ida ebbe la febbre tutta notte e delirò nel modo il più stravagante;
il medico fu chiamato. Si decise ch'era meglio ritardare il
matrimonio.
Il marchese venne a farle una visita e si mostrò afflittissimo di tale
ritardo.
Ma ella non volle.--Si alzò, disse di star bene.--Vestì il sontuoso
abito da sposa tutto coperto di trine mandato da Parigi; si lasciò
posare sulla testa la corona nuziale, e bianca come il suo vestito,
con l'occhio fisso, col passo sicuro, fu condotta all'altare.
Il conte comprese allora, suo malgrado, che non era una sposa, ma una
vittima che quell'altare doveva ricevere. Pure si volle illudere
ancora, e pensò che le magnificenze del castello di Sentis ed i
fragorosi divertimenti della vita di Parigi le avrebbero ben presto
fatto tutto dimenticare.
È difficile farsi un'idea dell'affetto che il conte portava a sua
figlia. Ella era tutto per lui. Egli era rimasto, reliquia di un
secolo morto, solo, senza amici (la maggior parte non vivevano più o
eran passati nelle file degli altri partiti), e Ida, l'imagine vivente
di sua madre, la sola donna ch'egli avesse veramente amato, era allora
l'unico scopo della sua esistenza.--Fu spaventato dallo sguardo fisso
ch'ella aveva quella mattina.
La cerimonia fu breve. Ida pronunziò il «sì» sacramentale con voce
ferma, ed uscì dalla cappella a braccio di suo marito con l'istesso
passo, e pallida come era entrata.
Le sue idee erano confuse. Il dolore era scomparso. Si sentiva la
testa diventar leggiera. Un mesto sorriso le sfiorò le labbra. Nel
passare dalla gran sala di ricevimento si rammentò il posto ove era
caduta a cinque o sei anni da una delle alte sedie a braccioli, su cui
si era arrampicata. Il suo occhio era fisso e mi po' vitreo. Non era
più una donna; era una bella statua che camminava.
Tutto era finito per lei quaggiù. La prima gioia era fugata, la
estrema speranza sparita. Ora la sua ragione cominciava a vacillare.
La scossa era stata talmente forte, così violento lo sforzo fatto per
vincersi, provava tanta ripugnanza per il vincolo che assumeva, quel
momento d'amore cui non aveva potuto resistere le aveva rivelato con
tanta dolorosa evidenza quanta fosse la sua passione, il delirio della
notte l'aveva sì fattamente agitata, che tutto, dinanzi all'orribile
realtà del suo sacrifizio, si confondeva, si ottenebrava. In quei
giorni ella aveva sofferto più di quello che sapeva, e l'effetto di
quella sofferenza ora le piombava adosso fulminante. Quando l'epoca
del matrimonio era stata fissata e che i giorni si succedevano con la
loro inesorabile velocità, le pareva che quel tempo fatale passasse
con una rapidità vorticosa e sentiva un senso di dolorosissima
impotenza nel non poterlo arrestare. Ma per quanto si abbia la triste
certezza di dover giungere ad una mèta triste, finchè non vi si è
giunti, un lieve raggio di speranza s'ostina a posare sul nostro
cammino--ma, una volta la mèta toccata, dinanzi all'innegabile realtà,
esso pure si spegne e ne lascia nel buio.
Sorrideva sempre--e il conte fu atterrito da quel sorriso. Rispondeva
a caso, balbettava parole incoerenti. Ella era calma e quieta, ma la
mente sembrava oscurarsi. Si poteva temere che la pazzia, spetro
orribile, la stesse aspettando per piombarle adosso.
Ci si permetta una parentesi. Queste specie di demenze, che vengono ad
afferrare tra la penultima ora e la tomba chi ha lottato intera in
un'ora la lotta della vita, fanno sì che il pensatore si arresti
dubitando. Infatti, questi delirii sono veri delirii? O non è forse
invece questo svanire della natura umana, all'ultimo momento, la
saggezza d'una nuova vita che sembra follia in questa? Quell'occhio
che non distingue più chiaramente le cose di quaggiù, è reso cieco da
una tenebra che lo ha invaso, o è invece abbagliato dalla luce del
cielo?..... Quelle parole incoerenti che la bocca pronunzia e che non
s'intendono, sono vuote di senso e prive di ragione--o invece non sono
comprese solo perchè le prime sillabe di un'altra favella?.....
Torniamo alla povera Ida. Nella sala ricevette le congratulazioni
degli invitati con aspetto distratto, ma la sua forza fittizia scemava
d'istante in istante e si sentiva soccombere sotto allo sforzo troppo
grande. Dovette cedere. Si ritirò nella sua camera e tutta vestita
come era, con i fiori dell'arancio in testa, si coricò sul suo letto
di vergine.
Il conte, inquietissimo per lo stato della sua figlia adorata, lasciò
gl'invitati, abbandonandoli alla brillante conversazione dello sposo,
e corse nella stanza d'Ida. La trovò più calma, ma sempre con lo
sguardo fisso e quel sorriso sinistramente dolce.
--Lasciatemi, ella disse, voglio dormire.
E infatti non tardò ad addormentarsi. Quando la vide assopita, la
baciò in fronte e si ritirò sulla punta dei piedi.
Ella dormì più di un'ora, d'un sonno nero, pesante.
Quando si svegliò non seppe raccapezzare alcuna idea e le pareva
d'aver perduto la memoria; solo si ricordava d'aver molto sofferto.
D'improvviso si toccò la fronte con la mano come si fosse a un tratto
risovvenuta di qualcosa. S'alzò e con passo calmo e lento uscì dalla
stanza.
Traversò le lunghe sale, la galleria, i corritoi ed entrò nella sala
verde.
S'assise al cembalo, ed accompagnandosi, cantò la canzone di Weber.
La sua voce non sembrava quasi più di questa terra.
Dopo un istante, tutta la sala era impregnata di quegli accenti....
Nell'uscire trovò Paolo.
Non sembrava vederlo, benchè lo fissasse coi suoi grandi occhi pieni
di luce ignota.
Egli le prese le mani, coprendola di baci.
Ma ella le ritirò e scoppiando in un riso convulso che echeggiò
stranamente tra le vecchie pareti, disse con voce rotta:
--Non mi toccate, signore.--Sono la marchesa di Sentis.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La misera fanciulla non potè più ristabilirsi. S'ammalò e la malattia
fu lunga, e sebbene non dolorosa, senza rimedio.
Le cure dei medici, le preghiere, le sollecitudini dell'affetto
paterno, tutto fu inutile. Vi furono in mezzo ai giorni di dolore
alcune ore di speranza, ma ahi tosto spenta! Tutto si tentò per
salvarla, ma il male fu inesorabile.
Ell'era di quelle che all'urto delle passioni si spezzano, ell'era di
quelle che muoiono. Nella sua delicata giovinezza il morale era
strettamente unito al fisico.
Finalmente giunse il termine di quella lunga agonia. Il curato del
villaggio ed il conte stavano inginocchiati vicino al letto. Un po'
più indietro il marchese di Sentis.
Ebbe un istante di tregua e parlò per poco. I suoi discorsi erano
incoerenti e strani, ma affettuosi per suo padre.--Il nome di Paolo
tornava ad ogni momento.
Le sue ultime parole furono: «Lasciatemi dormire». Così dicendo
appoggiò la bella testa all'indietro e chiuse gli occhi.
II.
Tre giorni dopo, la chiesa del villaggio mostravasi sontuosamente
parata di nero e d'argento.--I paesani in folla erano inginocchiati
sui gradini.
Sopra un gran cartello, sormontato dallo stemma dei Montsauron
inquartato con quello dei Sentis, leggevasi in lettere bianche su
fondo nero: ALL'ANIMA DELLA NOBILE DAMA IDA DI MONTSAURON MARCHESA DI
SENTIS DA SUBITANEO MALORE RAPITA LA SERA DELLE NOZZE LASCIANDO ORBATO
LO SPOSO IL PADRE INCONSOLABILE CONCEDA DIO L'ETERNO RIPOSO LA CORONA
DEL PARADISO.
R. I. P.
Null'altro rimaneva di quell'angelo passato sulla terra che una
pomposa iscrizione di dodici righe.
L'interno della chiesa era imponente. Le torce funebri l'illuminavano
di una luce bianca e severa. Come al di fuori era tutta parata di nero
e d'argento. In mezzo sorgeva il cataletto su cui era posata una
ghirlanda di fiori.
Il dolore del vecchio conte fu terribile e spaventevole. Dal suo
occhio non scese una lagrima--ma in due ore pareva invecchiato di
dieci anni.--Volle egli stesso presiedere a tutto ciò che concerneva
il funerale, perchè l'ultima dei Montsauron venisse sepolta
onorevolmente. Assistette alle esequie dalla tribuna della casa. Poi
accompagnò il corteo fino alla tomba di famiglia. Fu deposta vicino
alla contessa di Montsauron. Sulla tomba non leggevasi che il nome,
con la data della nascita e quella della morte.
Dopo adempiti codesti strazianti ufficii, il conte andò a piedi,
accompagnato dal marchese e dal curato, fino al limitare del
villaggio, dove una carrozza di posta lo aspettava.
--Là dove Ida è morta, diss'egli, additando la vecchia casa, io non ci
voglio star più.
Il marchese aveva offerto di accompagnarlo, ma egli aveva rifiutato.
Nessuno aveva voluto, tranne il suo vecchio cameriere, che triste egli
pure salì dietro la carrozza.
Il marchese ed il curato, col cappello alla mano ed il viso commosso
da un dolore così fiero e così fieramente sopportato, lo sorressero
mentre montava in carrozza.--Egli strinse loro la mano e gridò al
cocchiere:
--A Parigi!
La pesante carrozza si mosse e i quattro cavalli partirono di galoppo.
Il marchese di Sentis tornò alle sue terre di Normandia.
Paolo non si consolò mai della morte d'Ida--ma non ne morì. Il tempo e
l'arte sono grandi consolatori. Partì per Parigi dove non tardò a
farsi un nome.
Il dolore che fu veramente immenso fu quello del vecchio. Dolore
grande, augusto.
È solo di questo che ne resta a parlare.
III.
Cinque anni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrato.
In un albergo d'un piccolo borgo, in una brutta stanza bassa,
tappezzata d'una carta ch'era stata rossa mezzo secolo prima, un
signore dal dorso curvato, dai capelli bianchi, dal viso rugoso, è
seduto in un'ampia poltrona, e sembra assorto in pensieri.
Affrettiamoci di dire che questo vecchio è il conte di Montsauron,
altrimenti non lo si riconoscerebbe certo. Il conte era d'eccellente
costituzione e di tempra fortissima; questo solo l'avea salvato dal
seguire sua figlia nel sepolcro; poichè il dolore che lo aveva
fulminato era di quelli che ben sovente uccidono; perdendo lei, egli
aveva perduto tutto ciò che ancora lo riteneva quaggiù.
Come avesse sopportato il terribile colpo l'abbiamo visto più sopra.
Solo, come fu già detto, non si era sentito la forza di tornare in
quelle mura dove Ida aveva reso l'ultimo sospiro, ed era partito per
Parigi. Qui tentò distrarsi, ma invano. Comperò dopo qualche tempo una
piccola villa sulle ridenti rive della Senna, ed ebbe un momento la
speranza che una vita tranquilla, in un sito ameno e bello, ben
lontano dalla scena della disgrazia, potesse a poco a poco chiudere la
piaga che sanguinava ancora. Vi stette due mesi, ma la solitudine
aumentava anzi di giorno in giorno la sua tetra malinconia.--Decise
allora di viaggiare.
Qui cominciò lo spettacolo tristissimo di quel vecchio che andava,
andava, fuggendo il suo dolore. Percorse tutta l'Italia e la Spagna, e
dappertutto non trovò altro che l'imagine di sua figlia morente--e le
ultime sue parole e l'ultimo suo sguardo egli le udiva, lo vedeva
sempre.--Fuggiva invano quei pensieri che lo seguivano come fantasmi:
pareva che si fossero in lui incarnati.
Inoltre, a poco a poco, suo malgrado e benchè cercasse combatterlo, un
nuovo sentimento si era impossessato di lui.
Un nuovo male lo rodeva, un male più grande che si aggiungeva al
primo: il rimorso. Questo pensiero orrendo ch'egli non fosse innocente
della morte della sua Ida, s'infiltrò adagio nella sua mente, a gradi
a gradi, e una volta padrone di lui, non gli lasciò più un momento di
pace. Era certo ch'ella era morta di dolore. E al matrimonio col
marchese egli non l'aveva forzata, ma pure... Qualche volta si
svegliava di notte in sussulto e gli sembrava vedere in mezzo alla
stanza la sua Ida ancora vestita da sposa, ma già pallida dell'ultimo
pallore. Egli non era mai stato superstizioso; pure v'erano ora dei
momenti in cui aveva paura della solitudine.
Lo ritroviamo--cinque anni dopo--stanco di viaggiare. Un bel giorno si
era sentito un violentissimo desiderio assai strano. Come subito, dopo
la disgrazia, egli aveva voluto fuggire dalla sua vecchia casa, così
invece provava ora una brama intensissima di tornarvi. La malinconia
che lo seguiva dovunque era ora raddoppiata da quel nuovo sentimento
non da tutti compreso, che si potrebbe chiamare la nostalgia del
dolore. Non potendo obliare, voleva che tutto gli parlasse della sua
sventura; non volendo consolarsi, trovava un'acre voluttà nel bere
fino all'ultima goccia la coppa d'amarezza. Bramava rivedere la stanza
ov'era morta e deporre de' fiori sulla sua tomba. Stanco di tutto,
egli voleva affogarsi nella sua afflizione.
Fu per ciò ch'egli compì il viaggio del ritorno con la stessa celerità
con la quale era stata effettuata, cinque anni prima, quella partenza
che rassomigliava a una fuga.
Per istinto e per indole, per educazione e convinzione, il conte era
eminentemente religioso. E i conforti della religione gli aveva
cercati, ma erano stati vani essi pure. Tutte le consolazioni che gli
furono date per lenire il suo male, non valsero a nulla. Cosa triste
alla sua età, perfino la fede scemava in lui!
La superstizione subentrava.
Tutto ciò che nel lungo corso della sua vita aveva udito raccontare
che si riferisse a storie sopranaturali, quegli aneddoti di fantasmi e
di spettri di cui abbiamo avuto tutti la nostra parte, ora gli
tornavano alla mente e lo agitavano e conturbavano. Gli pareva che
tutti avessero a ripetersi per lui; e veramente--sebbene non se lo
volesse confessare--non era senza inquietudine che pensava alla prima
notte nella sua gran camera, così grave con la tappezzeria di -lampas-
giallo e la vôlta a dorature annerite dal tempo.
Questo però non diminuiva per nulla la brama intensa di tornare in
quelle mura dove sua figlia era spirata--e il timore, ch'egli voleva
scuotere, ma che pure aveva, delle apparizioni notturne, timore
derivante dal rimorso, non faceva che aumentare il desiderio di essere
ancora nella vecchia casa. Aveva, per così dire, la curiosità della
paura; voleva vedere cosa ben gli potesse accadere.
Egli se ne stava dunque, quando lo ritroviamo, seduto in un ampia
poltrona in quella brutta stanza d'albergo, inabissato ne' suoi tristi
pensieri. Arrivando in quell'ultima stazione del suo viaggio di
ritorno, spinto da quella febbrile impazienza che aveva di risoffrire
dove aveva sofferto, agitato da una tremenda curiosità, aveva deciso,
sebbene stanchissimo, di passarvi solo la notte e ripartire
all'indomani.
Alla mattina infatti, Antonio, il vecchio cameriere entrò nella sua
stanza.
--Signor conte, egli disse, i cavalli sono attaccati e tutto è pronto.
--È inutile. Non parto oggi, rispose il conte.
All'indomani fu lo stesso. Finalmente diede l'ordine che non si
pensasse alla partenza fino a nuovo avviso.
Abbiamo talvolta simili tetri avvertimenti che sembrano venire
dall'alto. Il presentimento si mette sulla nostra strada e ne addita
l'abisso. Il conte, sapendosi a poche leghe dalla sontuosa tomba di
famiglia dove la sua Ida riposava, sentiva già un fremito arcano per
la vicinanza. La paura del sopranaturale si faceva ogni giorno più
forte e diventava terrore.
Tutto in lui era contraddizione.--Voleva vedere la sua antica casa, ma
temeva. E triplicato dal presentimento che pesava su di lui lo
spavento soprastava.
Rimase così una quindicina di giorni in quel brutto albergo e non si
decideva a partire. Egli era come un uomo che teme d'aprire una porta.
Una notte ebbe un sogno. Gli pareva d'esser vicino al monumento di sua
figlia; ma la tomba era trasparente ed ella agitava le braccia, e
malgrado gli occhi chiusi, il suo volto pallido era radiante.
L'espressione del suo viso era d'una tristezza ineffabilmente dolce.
Quella visione lo impressionò gravemente. Si sentì addolorato e pieno
di rimorso per la soave malinconia impressa sulla faccia della sua
morta. Pure il desiderio di rivedere quella tomba ridivenne più
gagliardo della paura dei fantasmi. Anzi, sebbene in fondo all'anima
conservasse una tema indistruttibile, arcana, pure non erano più le
apparizioni che paventava. Che paventava dunque? Non lo sapeva più.
Ida ora l'aveva vista e quella visione non gli era stata un incubo, ma
anzi quasi un conforto. Pure quel terrore vago e indefinibile lo
provava ancora, e peggiore forse perchè segreto ed ignoto.
Ma superò tutto la brama di rivedere la sua casa,
Non frappose più verun indugio. La sua impazienza a un tratto si fece
delirio. Si alzò, ordinò i cavalli, fece in fretta e in furia i suoi
preparativi e mezz'ora dopo la pesante carrozza rotolava già sulla
strada postale.
Era il tramonto. Sul terrazzo della vecchia casa stavano riuniti
domestici e contadini e con essi la cameriera d'Ida. Tutti
protendevano avidamente lo sguardo verso la strada. Un bisbigliare
animatissimo serpeggiava tra i gruppi. Perchè accorsi tutti? Per
l'annunzio di un servitore che dichiarava di aver veduto dalla
finestra una carrozza sulla strada postale. Non sembrava che un punto
nero; ma si dirigeva verso la casa.--Tutti sapevano che il conte
doveva presto arrivare, quella carrozza in vista suscitò dunque una
gran commozione.
--Mi par che non arrivi più. Non sarà stato lui, disse finalmente il
giardiniere.
Non aveva finito di pronunziare queste parole, che si vide spuntare in
fondo al magnifico viale, la carrozza tutta nera e impolverata del
conte. I cavalli, benchè sembrassero stanchi, coperti di sudore e di
spuma, salirono bravamente di galoppo fino al terrazzo.
Lì la carrozza si fermò.--Fu, per gli assembrati, un momento
d'indicibile emozione. Tutti si sentirono un brivido passare per le
ossa.
L'istante era solenne.
Il loro vecchio padrone, cui volevano tanto bene, che avevano veduto
fuggire, abbattuto da quel colpo tremendo, la morte dell'unica sua
speranza, ora lo vedevano tornare dopo cinque anni di assenza, che ben
sapevano essere stata vana a calmare il suo dolore.
Lo sportello si aprì e il conte si affacciò, e ristette un momento.
Provava come un'ultima esitazione.
Com'era cambiato!.....
Finalmente scese, e curvo, appoggiato da ambe le parti, salì
lentamente i gradini del terrazzo.
Tutti gli si erano precipitati incontro, baciandogli le mani, le falde
dell'abito, sorreggendolo.... Egli li ringraziò con voce malferma.
Quando entrò nella sala, si videro due lagrime silenziose che gli
scendevano lente lente per le guancie.--Dopo la morte d'Ida piangeva
per la prima volta.
Passò nella gran sala da pranzo dove trovò già apparecchiato. Cenò
servito da tutti, discorrendo con tutti, ringraziando tutti, domandò
notizie di quel che si era fatto nella sua assenza. Egli era ben
contento di ritrovarsi alfine, nella vecchia casa; si felicitava di
aver avuto il coraggio di venire.
Dopo si ritirò nella sua camera da letto, e si coricò.
Quando fu solo ancora per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua
gran stanza così severa, non potè frenare un momento di paura. Pure
finì coll'addormentarsi, ed il suo sonno non fu turbato in alcun modo.
Insomma, e per abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse
di straordinario. Era stato molte volte anche nella stanza dove Ida
era morta, aveva posato la sua vecchia testa su quel cuscino dove la
povera sposa aveva esalato l'ultimo sospiro, aveva pianto come un
fanciullo, poichè oramai poteva piangere, ma nulla gli era accaduto.
Aveva girato le sale silenziose, le lunghe gallerie, i corritoi, ma
nulla egli aveva veduto d'insolito o di sopranaturale. Le sue
apprensioni, le sue superstiziose paure cominciavano a diminuire. Ma
le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era apparsa e gli aveva
sorriso. L'inquietudine, il presentimento ch'egli provava così
fortemente, da che derivavano dunque?
Un giorno egli usciva dalla biblioteca e vide aperto un uscio che
ordinariamente stava chiuso. Metteva a un lungo corridoio, conducente
nel fondo dall'ala sinistra della casa. In fondo a quel corridoio
trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del
pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò al pensiero
che, dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva
probabilmente da abitudine, poichè anche prima non usava andarvi.
Era un luogo amato da sua figlia; egli che non respirava più che per
quella sacra memoria si sentì subito invogliato ad entrarvi. Passò nel
lungo corritoio, e appoggiandosi al bastone (che non lo abbandonava
più oramai), si diresse verso la sala verde.
Andava curvo, con l'occhio spento, la testa bassa. Sentiva in cuore
una tristezza più forte della consueta. Spinse l'uscio ed
entrò.--Subito le sue superstiziose paure lo assalirono. Sebbene in
pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza tetra.
Tutto nella sala era al suo posto, tutto come l'ultima volta che Ida
vi aveva messo il piede. Nessuno dopo quel giorno eravi penetrato.
L'antico clavicembalo stava aperto e sul leggìo vedevasi aperta una
musica. Era la canzone di Weber--la canzone favorita ch'ella aveva
ripetuto tante volte con Paolo, quella che li aveva fatti cadere nelle
braccia l'un dell'altro, e scambiarsi quel lungo bacio d'amore che fu
il loro unico istante di felicità; quella che aveva sonato l'ultima
volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato, con l'accento d'un
inconsolabile dolore, con una voce che non era già più di questo
mondo.
Quella triste melodia d'amore aveva echeggiato lungamente tra le
vecchie pareti. E quand'ebbe finito, tutta la sala pareva impregnata
di quegli accenti....
Al vedere quella musica sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il
conte si sentì rabbrividire.
D'un tratto, le sue guancie si coprirono d'un pallore mortale, le
gambe gli tremarono, un freddo sepolcrale gli passò per le vene, e
dovette appoggiarsi al cembalo--aggrappandosi con le due mani per non
cadere.
Una musica lieve lieve si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna
mano visibile lo toccasse, mandava degli accenti. Era un motivo triste
triste; una dolce melodia che pareva il lamento di un cuore gonfio
d'amore....
Era la canzone di Weber.
E le note, quelle meste note abituate ad echeggiare in quella stanza,
sorgevano, sorgevano con una espressione straziante che non pareva più
appartenere a questa vita.
Sul principio la voce fu lieve, un filo di voce, come venisse da
lontano, come partisse da sotto terra.
Al padre pareva sorgesse dalla tomba.... e preso da indicibile terrore
si tenne con tutta forza al cembalo.
Il suo presentimento si avverava: egli non temeva più le apparizioni,
ma sapeva che qualcosa lo attendeva. Ora sentiva un'orribile paura, e
non vedeva fantasmi.
La voce sorgeva, sorgeva, e si faceva più forte. Sembrava il fragore
della tempesta, sembrava l'irrompere del pianto, sembrava una
battaglia del cuore. E le note succedevano una all'altra, chiare,
distinte, spiccate, con un accento arcano, come se una mano maestra e
divina avesse toccato i tasti.
Le mani del conte si agitavano convulsivamente.
Il suono proseguiva. Il canto prendeva degli accenti inimitabili di
musica celeste. Artisticamente, era la più splendida esecuzione che si
potesse imaginare.
Era infatti una esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana
possa mai sperare di rendere. V'era in quelle note una sonorità così
strana, in quegli accenti una espressione così divinamente straziante,
che certo se avesse dovuto uscire da un petto umano, l'avrebbe
infranto. Era di quei canti che fanno morire.
Qualunque creazione d'arte è un tentativo; l'artista non esterna mai
tutto quello che lo agita internamente, non esprime mai tutto quello
che vorrebbe. Qui invece tutto il pensiero di Weber era forse
espresso. Era una nuova edizione del suo canto, riveduta e corretta in
cielo. Si sarebbe detto che gli angeli vi avevano messo mano. Pareva
in quelle note sentire il fruscio delle loro ali azzurre.....
La canzone continuava forte, intricata come il lottare degli elementi;
ma il triste motivo del principio s'udiva sempre--pareva filtrare per
entro. Quella voce angelica, che somigliava alla voce d'Ida, s'udiva
fra quella divina tempesta di note.
Il conte balbettava parole incoerenti.
Finalmente quella burrasca, ch'era giunta al colmo e pareva il tuono
d'una collera celeste, cominciò insensibilmente a scemare.
Si acchetava lentamente, a poco a poco. E il primo motivo, quella
dolce melodia d'amore, che si era sempre udita attraverso tutto, ma
fiocamente, ora tornava a dominare.
Il conte tremava. Un gelo mortale gli serpeggiava pel corpo. Le sue
labbra tentavano di pronunziare una preghiera. Finalmente il motivo fu
nuovamente solo, ma questa volta lieve lieve come l'eco di un'altra
vita.
Poi, d'improvviso, gli accenti divennero talmente sonori, arcani, che
pareva il cembalo dovesse spezzarsi.
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