marmo e in tela, appassionata come Saffo, affascinante e côlta come
Aspasia. Era questo possibile?
Ah, Tibaldo, chi lo direbbe, chi lo avrebbe detto, chi lo crederà?
Paquita ha bastato.--Ella non ha nè la maestà di Cleopatra, nè la
bellezza di Frine, nè fascino di spirito, nè sapienza di alcuna sorta,
nè ricche vesti o collane di perle, nè profilo classico, nè portamento
da regina--non ha che uno sguardo di fuoco, un sorriso tutto suo,
solamente suo, ed un cuore nuovo. Le sue perle non le mostra che
quando ride, non stende il suo manto che quando si scioglie i
capelli.--Eppure...! O fralezza umana!
Malgrado la sua riputazione, Westford non era un don Giovanni. Piaceva
assai e sapeva piacere, ma non era nè attento, nè ipocrita, nè freddo
abbastanza. Nella vita ordinaria era di una indolenza senza pari e di
una strana indifferenza; dimenticava un appuntamento come un altro
avrebbe dimenticato un debito. Si esaltava difficilmente; la bellezza
non sembrava mai bella ai suoi occhi guastati. Ma, curiosa
contraddizione, egli sentiva molto; dimodochè se un capriccio lo
afferrava, abbastanza forte per farlo uscire dalla sua indifferenza,
subito, oltre l'imaginazione, il cuore vi entrava un tantino, e tutti
sanno che il cuore è un elemento contrario al successo.
Provava per Paquita una passione capricciosa, ma forte e non mai
provata. Se Mefistofele gli fosse stato vicino, egli avrebbe detto
come Faust: «Vedi quella fanciulla? io la voglio». La bramava
intensamente, pazzamente, con una forza di cui egli stesso non si
credeva capace.--Intanto viveva una vita nuova; più non si curava
delle altre cose, non aveva ancor veduto l'Alhambra, non pensava più a
correr pei monti in cerca di avventure, non aveva più curiosità per le
opere d'arte, abbandonava i suoi amici di un giorno, tranne il cugino,
non guardava più le belle signore ai balconi dei palazzi, non andava
più al Prado. Ma tutti i giorni, o quasi, trovava modo di vedere
Paquita, nella cui casa era altrettanto bene ricevuto dalla nonna
quanto dalla nipote.
Non era necessario affermare la virtù di Paquita; bastava guardarla,
per convincersi ch'ella era pura. Sebbene Westford fosse creduto un
pittore, pure era in posizione sociale già un po' troppo al di sopra
della loro, perchè la vecchia credesse ch'egli potesse sposare la
fanciulla. Una tale idea non l'era mai passata per la testa, e lo
vedeva volontieri sovente perchè non pensava che vi fosse alcun
pericolo e anzi credeva che con la sua influenza potesse far decidere
il cugino, e perchè era tanto buono, cortese e simpatico.
E Paquita? Ella l'amava. L'amava come si ama a diciott'anni, a Madrid.
Finalmente aveva trovato quello pel quale aveva rifiutato tutti gli
altri, compreso il cugino, addolorando la nonna. Ella amava la
-distinzione-, e questa non l'aveva trovata che nel pittore Giorgio.
Ben inteso che non s'illudeva e che resisteva alla passione da cui era
invasa, sapendo benissimo che un bel giorno egli sarebbe partito. Pure
l'amava.
Giorgio non ne dubitava, se n'era prestissimo accorto. Ma, lo
ripetiamo, non era un don Giovanni, e andava già da mesi in casa della
fanciulla, senza esser molto avanzato. Quel tempo gli era trascorso
con una velocità sorprendente; quei mesi gli erano sembrati settimane.
Non aveva un'idea ben precisa di quando era cominciato quel tempo, non
sapeva del tutto quando sarebbe finito. La sua vita era chiara e
limpida come il cielo che aveva sul capo, ma un forte desiderio lo
rodeva.
A Paquita egli sembrava la realizzazione di un ideale lungamente
atteso. Nei primi sogni dei quindici anni ella aveva travisto una
figura che non aveva riscontrato che il giorno in cui Giorgio si era
affacciato all'uscio. Ella era nata con un sentimento di eleganza e di
distinzione tale che nessuno dei rozzi pretendenti che le si erano
presentati avevano potuto piacerle. All'istesso tempo ella non gettava
mai uno sguardo agli eleganti vestiti alla parigina, che incontrava al
passeggio della domenica, perchè la nonna, sapendo da che parte
stessero i pericoli, li aveva tutti mostrati sotto l'aspetto di
canaglia ben vestita e di seduttori infami. In Giorgio trovava ciò che
in quelli che la corteggiavano mancava, senza che fosse nella
categoria proibita. Allo stesso tempo però non si faceva alcuna
illusione e cercava di soffocare la passione nascente.
Vi era in lei molta di quella fierezza spagnola che in quel paese si
riscontra spesso anche nelle classi meno elevate. Senza avere alcuna
delle vane affettazioni di convenienza tanto comuni in questo secolo
stranamente morale, vi era in lei la purezza della donna sicura di sè.
Non le sembrava possibile di poter essere mai di altri che dell'uomo
che l'avrebbe amata profondamente e che le avrebbe dato tutto quello
che possedeva. Ella rideva volontieri di tutto, non si scandalizzava
facilmente, non teneva gli occhi bassi, non portava il velo sul viso,
non si turava ad ogni momento le orecchie, non arrossiva tutti i
cinque minuti; ma per lei diventare la favorita di un re era
abbassarsi quanto per una figlia di re sposare un poeta.
Westford capì subito dunque che il partito cui si sarebbe appigliato
un Lovelace qualunque, di svelarle il suo vero nome, far scorrere su
di lei un torrente di diamanti e offrirle un palazzo principesco, era
precisamente il peggiore di tutti. Per quanto ciò gli ripugnasse un
poco, era necessario continuare a fingere e tentare di alimentare
sempre più l'amore che aveva già inspirato, sembrandogli, e
giustamente, che se fosse possibile vincere, la vittoria non gli
poteva essere accordata che dal piccolo Dio dagli occhi bendati, i cui
strali qualche volta rendono le sue vittime cieche quanto lui. Quando
considerava pacatamente la sua condotta e comprendeva a cosa veniva
spinto, la sua coscienza protestava contro il suo progetto, il rimorso
lo assaliva e prendeva i più fermi proponimenti di lasciare ogni cosa,
di partire all'indomani, di essere forte e generoso. Ma quando la
vedeva, restava. Cercava di persuadersi che questo amore in fine non
era che un capriccio e nulla più, che se avesse avuto il coraggio di
troncare e partire, dopo un mese non se ne sarebbe forse più
ricordato, ed ora si sentiva il bisogno di tornare alla sua vita
solita, come prima si era sentito quello di cambiarla; aveva le stesse
aspirazioni verso le noie parigine, che prima aveva avuto verso la
libertà dell'incognito, e cominciava davvero a pentirsi di aver posto
il suo piano in esecuzione. Ma come prevedere una così strana cosa,
ch'egli avesse ad amare veramente? Stupiva di sè stesso quanto avrebbe
stupito Tibaldo. Talvolta ne rideva. Intanto continuava a decidere
tutte le mattine di partire, ma se vedeva Paquita nella giornata,
decideva di restare.
Ed ogni giorno s'innamorava di più perchè ogni giorno capiva più
chiaramente di essere amato. Ella tentava di fingere ancora, ma
dissimulava con la sublime disadattaggine della passione, e quando la
sua bocca taceva o negava, lo sguardo, il gesto, il sorriso, tutto
affermava; ogni cosa la tradiva, l'amore traspariva da ogni suo
movimento. Vi era in lei quella stanchezza derivante dalla lotta con
la passione che invade, la sua voce si raddolciva sempre più, la sua
mano pareva accarezzare qualunque cosa toccasse, il suo velo sembrava
cascarle sul viso in pieghe più molli.
Giorgio la vedeva spessissimo; la sua vita si era fatta monotona e
calma; il suo tempo si divideva in due parti; quello in cui la vedeva
e quello in cui non la vedeva; questo era la tenebra, il nulla; quello
era la vita. La nonna era però quasi sempre presente, ed essi non si
erano mai confessato completamente i loro sentimenti; ma in ambedue il
labbro solo taceva. Essi erano avvolti da quell'aura profumata e
inebriante, sembravano circondati da quel nimbo luminoso con cui
l'amore corona la gioventù e la bellezza nell'esordio della passione,
il loro silenzio era di una eloquenza strascinante, un fluido
magnetico passava nei loro sguardi; e quando si toccavano la mano non
dubitavano più.
Qualche volta, spesso anzi, il duca pensava, quanto i suoi amici
avrebbero riso dei suoi scrupoli. Evocava l'ombra dei Lauzun e dei
Richelieu; accusava sè stesso di essere, quanto un poeta qualunque,
affetto dalla malattia del secolo, che snerva, che ammollisce, che
rende tenero e indeciso. Pensava a mille modi per ottenerla, non
rifuggiva davanti a nulla, gli sembrava ridicolo di non osare, pensava
quanti non sarebbero stati per un sol momento nemmeno toccati dai
rimorsi che lo arrestavano. Altre volte invece temeva, si accusava,
disperava, voleva partire, giurava a sè stesso di non aver nulla da
rimproverarsi. Essi si amavano, senza quasi esserselo detto, come due
fanciulli; vedendoli insieme sembrava impossibile che l'amore non li
avesse a riunire.
Quando la nonna era nella stanza vicina e che essi si trovavano soli
nella povera cameretta di Paquita, allora che il duca di Westford,
l'uomo alla moda, l'impareggiabile, l'inimitabile, sembrava uno
scolaro, quando i loro sguardi s'incontravano ogni volta che si
sfuggivano, quando le mani si univano involontarie, quando la sedia di
Giorgio come inavvertitamente si avvicinava a poco a poco a quella
della fanciulla, quando le labbra pronunziavano una parola e
l'orecchio ne udiva un'altra, quando il loro silenzio li tradiva ed il
cuore palpitava, erano una di quelle imagini come ben di rado si
presentano tanto vaghe alla fantasia dell'artista.--La modesta
cameretta sorrideva, rallegrata dal raggio di sole vivissimo che,
penetrando dalla finestra, illuminava quelle due teste che pendevano
l'una verso l'altra; i vecchi mobili, l'oscura alcova, lo specchio
annerito, gli angoli rimasti nell'ombra, tutto pareva più lieto, vi
era nell'aria qualcosa di fluttuante e di misterioso. Era una di
quelle scene che devono costringere gli angeli stessi a sorridere, pur
celando il viso purissimo fra le ali azzurre--e che i piccoli spiriti
astuti, in agguato di tali cose, certo osservano con attenzione,
ridendo a bassa voce di un riso sonoro, argentino, un po' beffardo,
come esperti abbastanza della fralezza umana per sapere quanto siano
inutili certi proponimenti. Gli augeletti che cantavano dal loro nido
della gronda, sembravano irridere al loro turbamento, l'aura estiva
susurrava negli alberi che a lor volta parevano dir loro: «noi ci
abbandoniamo alle ondulazioni che il vento c'imprime, perchè volete
resistere?»
VII.
Una domenica, il duca, Paquita, la nonna, il cugino e qualche amico
passeggiavano e prendevano il fresco in un vasto recinto, mezzo
giardino, mezzo orto, appartenente ad un giardiniere, loro conoscente.
Il sole tramontava incendiando l'orizzonte di una luce purpurea, il
riflesso chiarissimo di un caldo crepuscolo cominciava già ad invadere
una parte del cielo, i fiori lasciavano cadere languidamente le loro
teste, gli alberi si agitavano lentamente, mossi dall'aura
vespertina--ed alla dolce malinconia di quell'ora contrastavano, ma
non contraddicevano, le risa fragorose degli allegri crocchi e i
giuochi delle fanciulle che correvano spensieratamente sull'erba del
prato.
Paquita saltava come le altre, ma non vi era nei suoi movimenti la
franca allegria, la spensieratezza abituale, e di tanto in tanto
rivolgeva il suo occhio bruno verso Giorgio, il quale appoggiato
contro una pianta, nell'ombra, non era osservato e gioiva di essere
però veduto da lei. Mille pensieri gli si agitavano in folla nella
mente; non era mai stato tanto turbato, cambiava ad ogni istante di
decisione; voleva partire all'indomani, voleva rapirla, voleva dirle
tutto, almeno chiedere il suo amore. Ogni partito gli sembrava il
peggiore; sapeva solo che quella povera fanciulla, di cui qualche mese
prima ignorava persino l'esistenza, esercitava ora su di lui uno
strano potere. Correndo, ella gli passò vicino ed egli allora quasi
involontariamente pronunziò il suo nome.
--Paquita!
Ella si fermò.
--Ah! come sono stanca! ella disse, mi avete chiamata?
--Sì.
--Cosa volete?
--Venite a fare un giro con me, ho bisogno di parlarvi.
Come Tibaldo sarebbe stato stupito! La sua voce tremolava. Ella si
fece seria, udendo quelle parole dette seriamente. S'internarono in un
viale: camminando adagio, ad una certa distanza l'uno dall'altro.
Giorgio era deciso a parlare d'amore; a dirle tutto; non sapeva più
tacere; i profumi della sera lo inebriavano, la guardava fissamente e
non poteva togliere lo sguardo dai suoi bruni capelli che l'aria
agitava di momento in momento, da quelle guance rosee, ombreggiate
dalle lunghissime ciglia, da quegli occhi per la prima volta
abbassati. Mille parole gli venivano alla bocca, ma non le
pronunziava; pensò che alcuni lo credevano un seduttore e gli venne
quasi voglia di ridere, pensò più che mai a tutti i don Giovanni
passati e presenti, ai suoi amici di Parigi, al suo cameriere che lo
proclamava il più bel gentiluomo della cristianità, fece uno sforzo
inaudito e disse:
--Non credete, Paquita che.... dopo di aver corso in quel modo,
quest'aria vi possa far male?...
--No davvero, ella rispose, vi sono abituata.
Vi fu una pausa; camminarono ancora qualche passo. Giorgio si avvicinò
a lei, quasi appoggiandosi.
--Torniamo indietro, ella disse.
Egli fece uno sforzo sovrumano.
--Vi dissi or ora che ho bisogno di parlarvi.
Ella si fermò; alzò gli occhi, lo guardò e li tornò ad abbassare; ma
quello sguardo aveva bastato ad inebriarlo ancora più ed a mostrarle
il turbamento che prima le era svelato dalla voce soltanto. Si fece
subitamente rossa come bragia, e balbettò:
--Che avete a dirmi?
Ella si era fermata vicino ad un grosso albero il cui tronco enorme
accennava un secolo di vita. D'un tratto vi si appoggiò.
--Mi pare che lo sappiate.
Egli disse queste parole con voce bassa e rauca; quasi non
intelligibile, poi non disse più nulla; ma del braccio la cinse come
per sostenerla, e quasi inconsciamente piegò il viso su quello
impallidito della fanciulla. Ella chiuse a metà gli occhi, e si
svincolò respingendolo con ambe le mani.... ma il bacio era stato
restituito.
Ella si fece forza, si raddrizzò e tornò verso il prato; si tenevano
quasi involontariamente per mano. Quando furono al limitare del viale,
prima di esser veduti, ella lo guardò ancora. Egli se la strinse di
nuovo fra le braccia e questa volta ella non seppe resistere, la sua
testa si piegò sulla spalla di Giorgio, ma con un filo di voce
tremante, pronunziò queste parole:
--Lo direte alla nonna.
Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la
chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle
ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i
suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva
fatto tacere.
Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava
da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la
passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella
parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella
parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente
ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il
suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o
partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.
Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva
da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo--la quindicesima forse
alla quale non rispondeva--ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla.
Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli
era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati;
e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare
di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè,
se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla?
Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non
fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le
proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo,
rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza,
sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto
l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai
moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda
tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il
coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e
questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare
i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore
palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad
annunziare la sua decisione a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella
che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo
sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe
venuto! avrebbe parlato!
Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.--Ma ella lo
ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne
strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia
di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire
ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di
Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto,
ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che
la nonna--cosa rarissima--fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce
come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto
tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più
innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei--poveretta!--ormai
piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora
affidarsi.
Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue
con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si
fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane
illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.
VIII.
Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la
scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla,
a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era
situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una
giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi
riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e
dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo
procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva
facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere
veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno
possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili,
nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai
forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e
Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore.
L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella
rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando
spesso uno sguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcune -navaje-
molto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era
molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era
attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa
somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non
l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della
bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora
elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino
scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere
una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.
--Signora duchessa, disse il mercante in cattivo francese, le trine
sono all'ordine com'ella desiderava, ora avrò l'onore di
mostrargliele.
Era la duchessa di M., venuta a Madrid per far visita ad alcuni suoi
parenti. Ma ella non ascoltava le parole del mercante; guardava
fissamente Giorgio, il quale invece stava in disparte, cercando di
sfuggire all'attenzione ed aspettando il momento favorevole per
svignarsela senza esser veduto. Egli sperava di non esser riconosciuto
e ne aveva ben d'onde. Si era lasciato crescere la barba ed era tutto
vestito di tela, con un gran cappello di paglia, abbassato sopra gli
occhi. Ma ella, sotto pretesto di guardar bene alcuni vasi chiusi in
una vetrina, si avvicinò a Giorgio, e quando lo ebbe ben guardato
disse ridendo:
--Riconosciuto, signor duca, malgrado quella tinta bruna e quella
barba. Ah, ah! è la Spagna che ci trattiene sì lungamente!
--Silenzio, duchessa, sono qui sotto il più grande incognito, per dei
motivi.... politici, rispose Giorgio che, non potendo più schivare
l'incontro, aveva subito riacquistata la sua disinvoltura.
--Davvero? Se sapeste come s'è parlato di voi a Parigi! La vostra
scomparsa fu un avvenimento. Tutti assediano quel povero Tibaldo
d'interrogazioni, ma egli si ostina a tacere. Probabilmente, perchè
non sa nulla nemmeno lui. Tutti dicono: chi sa dov'è? chi sa cosa fa?
Vi credono in China per lo meno. Ho molto piacere di vedervi; state
certo che manterrò il vostro segreto.
--Grazie; ve lo raccomando, sapete, in diplomazia non si scherza. E
ditemi in che modo ho la fortuna d'incontrarvi?
--Sono qui pel matrimonio di mia cugina con un grande di Spagna, alto
come il vostro bastone. Intanto vedo Madrid. Adoro questa città.
Domani sarò presentata a corte. Ma voi, cosa fate, caro duca? non
credo molto alla vostra politica, sapete?
--Avete torto, disse Giorgio seriamente. Si tratta di cose molto
gravi.
--Se sapeste come mi fate ridere quando prendete quell'aspetto serio.
Ma Dio mio! dimentico che il tempo vola e che mia cugina mi aspetta
per andare dal gioielliere. Addio, duca. Sono contenta di avervi
incontrato. Ah! è la Spagna che vi attira! Qui c'è sotto un mistero.
Ma silenzio! siate sicuro di me, sono muta come la tomba. Dovreste
però farmi le vostre confidenze. Addio, duca.
--Silenzio! disse Giorgio, ridendo questa volta, sono qui incognito.
--Già, già, come un cospiratore. Non monta, venite a trovarmi.
Prendete: questo è il mio indirizzo. Addio. Questa volta vado davvero.
E così dicendo la bella duchessa, ripetendo le sue raccomandazioni al
mercante e seguita a distanza dallo strascico del suo vestito, salì in
carrozza, mandò a Giorgio un ultimo saluto con la mano, e partì.
Giorgio uscì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da
quell'incontro, ma senza nemmeno sospettare la controscena che aveva
avuto luogo nel cortile. Nel mentre la duchessa, con le sue volubili
parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita si rivelava un
segreto fatale per lei, nell'alta posizione di Giorgio, e le si
svelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quasi svenne, senza che
la sua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni cosa per
riconfortarla, potesse indovinare la causa di quella subita
indisposizione.
Ma ancor più sorpreso fu Giorgio, quando tornando a casa un paio d'ore
dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò questo
biglietto:
«Signore, vi domando per grazia, vi supplico di tralasciare le vostre
visite fino a nuovo avviso, per delle ragioni molto importanti. Non vi
posso dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè sento
che non ne posso fare a meno, e perchè forse vi devo una spiegazione.
Ma ora non venite se davvero mi volete un po' di bene.
«Paquita».
Queste righe turbarono Giorgio in un modo che non è possibile
descrivere. Che significava un tale mistero? Cosa era accaduto? Quali
potevano essere le ragioni molto importanti per le quali egli doveva
cessare le sue visite a Paquita? E perchè quella forma cerimoniosa? Vi
era in quelle poche righe qualcosa di freddo, di nascosto, di duro che
lo spaventava. E sopratutto «vi vedrò per un'ultima volta». Dunque
tutto doveva esser finito fra di loro!... Sembrerà forse strano, ma al
primo momento non ebbe nemmeno il sospetto della verità. Come supporre
infatti che il suo colloquio con la duchessa di M. fosse stato udito?
Fu quasi tentato, di andar subito da Paquita malgrado la proibizione,
di disubbidire per prima cosa, ma pensò poi ch'ella era una fanciulla
intelligente assai e d'animo forte, e certo non di quelle che si
spaventano per nulla; se dunque ella diceva: «non venite se davvero mi
volete un po' di bene», doveva certo esservi un motivo ben serio.
Quelle ultime parole specialmente lo addolorarono e gli fecero un male
sì intenso, ch'egli capì di amarla ancor più di quello che credeva:
«....se davvero mi volete un po' di bene», dunque ella dubitava di
lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto si doveva
ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla!
Ella lo supplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo
avrebbe veduto--forse fra poco--era dunque necessario aver pazienza ed
aspettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubbii, quante congetture,
quante vane speranze, quale tormento in quel tempo! L'idea di restare
a lungo in quello stato d'impazienza febbrile, di tristissima
indecisione, lo atterriva; era una prova che gli sembrava superiore
alle sue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne
oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o sperare che
fosse solo un capriccio passeggiero, mentre invece dubitava dell'amore
di lei di cui il dì innanzi era tanto sicuro ed orgoglioso. Era
precisamente il rovescio della medaglia.
In mezzo a questo sorgeva un'idea che gli riusciva piacevole. Egli
dunque si calunniava quando poneva in dubbio di poter sentire come gli
altri. Era quasi contento di soffrire.
Cinque giorni passarono--cinque secoli--senza ch'egli avesse alcuna
nuova di Paquita. Stava, come prima di conoscerla, lunghe ore alla
finestra, con lo sguardo fisso sulla finestra opposta, ma i vetri non
si aprivano, non una piega delle tende si moveva, i fiori del vaso
appassivano--dimenticati. Non sapeva che fare; si annoiava come non si
era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore lo faceva sperare; ma
nessuno veniva. Egli non uscì di casa, tranne che per cercare il
cugino dal quale forse avrebbe potuto ottenere qualche informazione,
ma non lo potè trovare. Il caldo gli riusciva insopportabile. Tentò di
scrivere a Tibaldo, ma non vi riuscì; la più piccola occupazione gli
era di peso.
Finalmente, la sera del quinto giorno, gli furono consegnate queste
parole: «Venite domani alle due.» Quella notte che passò pieno
d'indecisione, agitato or dal timore or dalla speranza, quella notte
interminabile, e come certo da molto tempo non ne aveva passata una
simile, gli mostrò il cambiamento operatosi in lui. Si ricordò i balli
splendidi in cui tanto si annoiava, le signore bellissime che lo
lasciavano freddo, le fanciulle che non gli sembravano belle, le
cortigiane che gli parevano insipide. Pensò alle cene sontuose e pazze
nelle quali l'allegria fragorosa ed ebete non valeva a farlo
sorridere, pensò alle pazze innamorate che non gli facevano battere il
cuore--pensò come nulla più lo interessasse qualche mese prima, e
comprese quanto era mutato, ora che una riga di Paquita lo riempiva di
gioia e di tormento. Traversò la strada come volando, montò la scala,
entrò.
Paquita era in piedi, vicino alla finestra, pallidissima e con la
fisonomia talmente diversa dalla solita, che perfino la sua bellezza
aveva quasi mutato carattere. La sua voce era malferma assai, quando
disse:
--Signor duca....
Giorgio impallidì.
--Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e per prova ho
voluto vedervi ancora, ma come vi scrissi, questa sarà l'ultima
volta....
--Paquita!...
--Vi prego di non interrompermi. Ho bisogno di parlarvi; la nonna è
fuori; ho saputo mandarla via, lo feci perchè aveva bisogno di
parlarvi da sola. Ella non deve sapere nulla.
--Paquita, che vi importa chi io sia, se vi amo ugualmente e se vi
giuro....
--Mi avete ingannata. Ora lasciatemi parlare e non m'interrompete, ve
ne prego. Venite con me.
Così dicendo ella passò nella stanza vicina, quella dove avevano
pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in casa, e
avvicinandosi al quadro coperto che--ve ne ricordate?--aveva eccitata
la curiosità di Giorgio, lo scoperse prestamente.--Era un ritratto di
donna molto ben dipinto, ma di scuola moderna, sebbene la bellissima
figura che vi era rappresentata fosse vestita di un costume del
cinquecento; il vestito, quadrato per davanti, mostrava il collo e il
petto bianchissimi sul quale pendeva una collana di perle; i capelli,
nerissimi, erano pure intrecciati con perle. Del resto, uno sguardo
ardente, dei lineamenti purissimi, una bocca voluttuosa e nella
fisonomia una forte somiglianza con Paquita, sebbene l'espressione
fosse meno caratteristica e meno simpatica.
--È il ritratto di mia madre, disse Paquita, che io non conobbi. Era
assai più bella di me e, come vedete, portava la seta e le perle, ma
fece molto dispiacere alla nonna ed ella stessa non fu felice. Ne so
poco di più, poichè non conosco la sua storia che molto
imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un
lutto, che io sola, ella disse, poteva consolare. Ho fatto il mio
possibile per riuscirvi.
--E siete tutto per lei. Perchè dunque....
--Non m'interrompete, signor duca. Io amo d'immenso affetto questa
povera mia madre che non mi fu dato conoscere, poichè la nonna mi
disse: «Ella mi ha fatto soffrire e mi ha fatto molto piangere e
pregare per lei, ma ora è lassù e può ella pregare per noi; tu le devi
venerazione. Ma più di tutto le devi d'essere virtuosa; io forse ti
dovrò abbandonare presto; se ti lascerò senza appoggio, tu non
dimenticare mai, e miralo ogni giorno, questo ritratto velato agli
occhi degli altri, ma che ti deve servire di salvaguardia. Guardati
dagli inganni e sopratutto dalle dolci parole piene di false promesse.
--Ma nulla è falso in me.
--Tutto lo può essere, dacchè il vostro nome è falso.--Dio! se la
nonna lo sapesse, ella che sempre mi raccomanda di star lontana dai
signori! Voi mi avete ingannata. Dio ha voluto che io fossi salvata
udendo il vostro discorso con quella bella signora che vi chiamò col
vostro titolo; cosa ho sentito in quel momento, possiate, signor duca,
nol sentirlo mai!... Ho voluto vedervi ancora una volta, sebbene forse
sia male, ho aspettato cinque giorni per trovare la forza, ma è solo
per darvi una spiegazione; sono decisa a non vedervi più; vi amo forse
ancora, ma non ho paura dinanzi a questo ritratto. Addio, vi stendo la
mano, stringetela e partite; è la mano di una fanciulla che è fiera
del suo nome quanto voi....
Giorgio la prese e la baciò, come avrebbe fatto ad una regina.
--Mi permettete di dire due parole a mia giustificazione? Io era qui
sotto un falso nome perchè aveva voluto cambiare completamente il mio
modo di vivere; ma con voi l'inganno mi pesò fin dal primo giorno.
Quando vi ho amato e ho sperato di essere corrisposto, una lotta
terribile s'impegnò in me stesso; ma vinsi poichè decisi di dirvi
tutto e partire. Dopo quella sera nel giardino--vi ricordate?--quando
ci capimmo ambedue, feci uno sforzo di cui non mi credevo capace e
venni per dirvi addio. Voi mi stendeste le due mani, mi guardaste, ed
io non ebbi più la forza. Perdonatemi, lo potete, perchè non fui altro
che debole e perchè vi amo troppo. Che la mia memoria resti pura,
siate felice, ma ricordatevi qualche volta....
--Addio, disse Paquita, vi ripeto che tutto è perdonato--e sebbene
lontano il mio.... affetto vi resterà--Addio.
--Addio, mormorò Giorgio ancora, baciandole di nuovo la mano, poi si
diresse verso l'uscio; ma nell'aprirla cento idee, buone e cattive, si
presentarono d'improvviso alla sua mente. Una voce maligna gli
susurrava all'orecchio: Imbecille! perchè partire così; sai bene che
ella è più innamorata di te! Il suo cuore si gonfiava e sentiva che
non poteva risolversi a non vederla più.
Tornò indietro--le prese le mani fra le sue ed esclamò:--Paquita! lo
sapete che non posso partire! Come lo volete? Dite, non mi amate più?
Non si può cessare di amare. Come volete che tutto sia finito fra di
noi? Come volete che io vi dimentichi? Come volete che io non vi abbia
più a vedere? Ditemi cosa posso fare, ditemi....
--No, partite. Ella ritirò le mani dalle sue. Non voglio più sentirvi
parlar d'amore; non avete il nome col quale mi avete conosciuta, non
siete dunque più quello che io amo. Addio.
Ella era pallidissima e si scorgeva che soffriva orribilmente, ma vi
era tanta freddezza nelle sue parole, che Giorgio credette quasi di
non essere più amato ed uscì.
IX.
Quale vi sembra lo scioglimento più probabile? Ch'egli sentendosi
scoperto, non sapendo prendere mia decisione, dubitando quasi persino
dell'amore, si decida a partire, a ritornare alla vita di prima--non
più suscettibile di alcuna passione, tranne estetica--sebbene col
cuore ripieno di un ricordo soave, triste, puro, che nulla può
cancellare?
Questo sarebbe certo accaduto se egli fosse stato uno di quegli uomini
fermi nella decisione, pronti a porre il pensiero in fatto, che
trovandosi un nodo dinanzi hanno il coraggio di tagliarlo. Ma, come
sappiamo, egli era tutt'altro. Tre giorni dopo infatti, invece di
vederlo in viaggio per ritornare a far le sue confidenze a Tibaldo, lo
ritroviamo, come ai bei tempi, alla finestra con lo sguardo più che
mai rivolto alla finestra opposta. Quella parte di stranezza che vi
era nel suo carattere cominciava a prendere il di sopra, ed egli non
ragionava più. Del resto, per quanto guardasse, non vedeva nulla,
tranne i fiori affatto appassiti oramai e le tendine inesorabilmente
chiuse. Lo scopo della vita gli mancava e non aveva nulla da
sostituire; si sentiva nell'anima un vuoto triste. Guardava
stupidamente per delle ore intiere gli ornati quasi cancellati della
finestra, non avendo quasi coscienza di esistere. Del resto era
perfettamente calmo; ma non lottava più, l'idea di tentare uno sforzo
supremo e partire, non gli passava nemmeno per la testa. Pensava: a
quest'ora ella mi crede partito e forse si è già consolata--ma
talvolta invece una voce segreta gli diceva che era amato ancora. A
quest'idea non sapeva più resistere; i rimorsi, la voce del dovere,
tutto passava, egli voleva il suo amore, lo voleva anche per forza,
non era più trattenuto da nulla.
Questo ultimo pensiero ebbe il sopravvento; la passione lo accecò
totalmente. Non fece più altro che aspettare il momento favorevole per
penetrare ancora da Paquita e sorprenderla.--Gli venne l'idea che
forse ora sposerebbe il cugino e non la poteva sopportare.
Finalmente vide la nonna uscire tutta coperta del suo velo. Era
vestita con una certa ricercatezza e quando fu in fondo alla via voltò
a sinistra. Andava certo a fare qualche visita e sarebbe stata assente
per un po' di tempo.--Il momento era giunto; non lottò nemmeno più--e
un minuto dopo si trovò dinanzi all'uscio della camera di Paquita. Era
confuso ed agitato, e, senza rendersi ben conto di quanto facesse,
senza picchiare, socchiuse lentissimamente la porta e guardò.
Paquita era seduta, con la testa tra le mani, e dal movimento
lievemente sussultorio delle spalle si capiva che piangeva. Giorgio si
avanzò, trattenendo il fiato, e con tanta precauzione che giunse
vicinissimo alla fanciulla, senza ch'ella se ne accorgesse. Stette
qualche istante immobile a guardarla. Un senso lieve di compassione ed
uno immenso di gioia lo empiva. I dubbii di quei tre giorni
scomparvero dinanzi a quella testa, agitata dal pianto come un fiore
dalla tempesta. Piegata, lasciava vedere il collo bianchissimo e la
massa dei capelli bruni.
Sentì qualcosa che non aveva mai sentito, e piegandosi sfiorò con le
labbra i capelli della fanciulla.
Ella diede un grido e voltatasi prestamente gli mostrò il suo viso,
bello anche nel dolore, guardandolo attraverso al velo che le lagrime
le ponevano sugli occhi. Egli non poteva quasi parlare e non sapeva
che dire, si lasciò cadere vicino a lei, e piegando la testa sulla sua
l'abbracciò lungamente, senza ch'ella sapesse in alcun modo resistere.
Ella era a quel punto della passione, quando la donna, nella sua
sublime debolezza, non sa più che cedere; si sentiva vinta. Lo
stringeva fra le sue braccia e non sapeva far altro; poichè quando
egli era entrato ella piangeva disperatamente all'idea di averlo
perduto per sempre. Egli, senza saperlo, aveva ben scelto il momento.
--M'ami dunque sempre? mormorò Giorgio.
Ma come ripetere le parole frivole ed altissime di coloro che si
amano? Ella lottava invano.
--Perchè sei venuto? Sono felice di vederti una volta ancora, ma la è
una felicità amarissima. Siamo forti, addio. Va, parti.
--No, non posso, resto. Se mi ami davvero, devi tutto dimenticare.
--Sai che oramai non posso avere una volontà. Tu puoi fare di me tutto
quello che vuoi; dopo non mi resterà più che morire.
La fanciulla virtuosa e fiera non sapeva più dir altro.--Giorgio
tremava di gioia.--A un tratto vide tutto sotto un nuovo aspetto, pose
in non cale una quantità di cose cui prima dava importanza, fu preso
di ammirazione, si sentì pieno di amore, capì che ella per lui era
tutto e ch'egli tutto le doveva dare, giacchè ell'era vinta. Dimenticò
Parigi, gli amici, Tibaldo, tutti gli ostacoli che prima gli erano
sembrati insormontabili, e susurrò, soffocato dall'emozione, queste
parole all'orecchio della fanciulla inebriata:
--Tu parli di morire? Rifiuteresti dunque di essere duchessa di
Westford?...
X.
Il castello di Westford è un sontuoso fabbricato della ricca
architettura del tempo di Elisabetta. Fu là che Giorgio e Paquita
passarono la luna di miele. Il vivace fiore meridionale fu trapiantato
nella -merry old England-.--Illuminata dall'amore ella trovò
bellissime le tinte fredde di quel cielo pensieroso, ed il verde
tenero che non si trova che colà, le piacque assai.--Dopo, tornarono a
Parigi, dove furono raggiunti dalla nonna, il cui stupore e la cui
gioia il lettore dovrà imaginarsela, poichè noi non la sapremmo
descrivere. Tibaldo giurò ch'egli non aveva saputo nulla prevedere,
poichè si aspettava a tutto, tranne che a veder Giorgio tornare
ammogliato.
Del resto, Paquita era nata duchessa. In un certo senso era davvero
figlia di sua madre, poichè amava la distinzione ed il lusso. Se non
avesse trovato Giorgio di Westford, forse le paure della nonna si
sarebbero avverate, ella non avrebbe voluto trovar marito. La sua
educazione era stata accurata assai e molto superiore al suo stato,
dimodochè non ebbe che a perfezionarsi. Portava la seta e il velluto
come se non fosse mai stata vestita d'altro. Quando comparve per la
prima volta in publico, impressionò tutti fortemente. Tutti ammiravano
la sua bellezza e non potevano credere ch'ella fosse una povera
fanciulla. La si guardava con una curiosità eccessiva; chi diceva: «È
la sposa di Westford, la storia è tutto un romanzo»; altri: «chi
avrebbe detto che Giorgio si sarebbe ammogliato sì presto?»; qualcuno
soggiungeva: «egli che ha rifiutato la mano della figlia di un
principe del sangue!» Vedendola, esercitava un tale fascino, che anche
le invidiose ammettevano che la sua fortuna era meritata. Inoltre,
Giorgio, con la sua riputazione, poteva fare tutto quello che voleva,
certo di essere lodato, difeso, imitato. Il suo matrimonio ebbe degli
effetti morali e insieme democratici, poichè molti giovani eleganti si
ammogliarono, e alcuni colla figlia della portinaia.
La sua bellezza cambiò un po' carattere e, se si vuole, aumentò, in
quella metamorfosi dell'allegra manola in gran signora; si fece più
maestosa, più aristocratica, non perdendo nulla della sua vaga
originalità e specialmente della sua blanda gentilezza. Certo era nata
perchè la si chiamasse -Her Grace-.
Giorgio si era accorto di essersi sbagliato credendo che l'amore non
esistesse più per lui. Non gl'importò più nulla di non poter
realizzare le fantasie dei pittori: la semplice fanciulla di Madrid
aveva compito ciò di cui le donne più seducenti sarebbero state
incapaci, aveva fatto battere il cuore di quel giovane che tutto
sdegnava e che da nulla era commosso. Ora era davvero contento del suo
viaggio.
La duchessa di Westford rimane un tipo di gran signora, piacente,
simpatica, piena di doti e di qualità. Ma molti sanno ch'ella prima
non si chiamava che Paquita. Giorgio, approfittando della sua elegante
impunità, non ne fa mistero alcuno. Nessuna è più elegante, più bella
di lei in publico. Se l'avete veduta al ballo, in teatro, alle corse,
certo l'avrete ammirata e in tal caso sarete contenti di sapere la sua
storia. E avrete veduto che quella donna, così gran signora in tutti i
suoi movimenti, in ogni parte della sua acconciatura, si appoggia con
orgoglio e con un'aria di suprema distinzione al braccio del duca. Ma
state certo che nei mesi che passano in campagna, nel vecchio castello
di Westford, soli nella gran sala vicino al camino gotico, o nei
lunghi giri a cavallo nel parco vastissimo e pallidamente
verdeggiante, egli è sempre per la Paquita il povero pittore, venuto a
studiare la maniera di Murillo, e innamorato esclusivamente del tipo
spagnolo.
LA CANZONE DI WEBER
I.
Era una vecchia casa piena di memorie; grande, bruna, uniforme,
coperta qua e là del verde severo dell'edera. Stava su di una piccola
altura e vi si arrivava per un lungo viale, tetro ed aristocratico,
fiancheggiato d'ambe le parti da piante secolari. In fondo vedevasi un
gran cancello di ferro irrugginito dal tempo, che cigolava mestamente
ogni volta lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In confronto
al vecchio castello feudale, le cui superbe rovine scorgevansi su di
una collina lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la
si fosse paragonata invece alle bianche casuccie e alla moderna
chiesuola del villaggio sottoposto, inspirava già un profondo
rispetto. E benchè non avesse, come il castello là in alto, veduto
svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del medio evo, ed a' suoi
piedi passare i cavalieri vestiti di ferro, pure a molte e molte cose
aveva assistito essa pure. Edificata sul finire del regno di Luigi
XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo,
coi marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame
dal viso dipinto e dall'occhio scintillante di promesse... tutte
coperte di raso e di gemme, gonfie di gonnelle e d'orgoglio. Più tardi
aveva veduto le orgie della Reggenza trasportate da Parigi alla -vie
de château-, e rammentava la cipria ed i talloni rossi dei
gentiluomini e le bianche mani effeminate degli abbatini galanti.
Il soffio terribile della rivoluzione era passato sul suo capo senza
abbatterla; le guerre dell'Impero l'avevano rispettata. Dopo le cene
della Reggenza, aveva assistito ai bagordi del Direttorio; tra le sue
mura si era udito imprecare contro il Buonaparte (come i sostenitori
dell'antico stato di cose chiamavano l'imperatore), ed ora nella prima
metà di questo secolo se ne stava al suo posto ancor forte ed altera,
sebbene un po' mal in arnese per la noncuranza dei proprietari.
Apparteneva ai conti di Montsauron, una gran famiglia già illustre al
tempo delle crociate. Ma di quella lunga stirpe, coi suoi blasoni
tutti coperti d'inquartature, chi restava oramai?--un vecchietto,
reliquia vivente di un'epoca trapassata, che attraverso alle scosse
della rivoluzione e alle vittorie dell'imperatore aveva conservate le
sue idee per intero, i suoi beni in parte, la sua cipria ai capelli, e
le sue fibbie dorate alle scarpe. Non era un uomo senza ingegno, ma
ostinatamente aggrappato ai suoi pregiudizi, come l'edera a una
rovina, pieno di boria e dello spirito ormai rancido del suo tempo.
Ricco ancora malgrado le vicissitudini politiche, non poteva però più
tenere la sua casa nello splendore di prima; ed ora la gramigna
vegetava tra le pietre spezzate della corte d'onore, e le grandi
terrazze e le balaustre riccamente ornate erano tutte verdeggianti di
umidità. I parassiti viventi avevano finito il loro regno nell'interno
ormai quieto assai, ma in compenso sulle mura esterne tutta una
vegetazione parassita si arrampicava in disordine con libertà
veramente rivoluzionaria.--Le grandi sale erano nude, fredde e severe.
Quelle sedie della malcomoda e disgraziosa forma che si usava sotto
l'Impero, quei tavoli coperti di gelido marmo bianco o venato, con le
gambette ornate in alto da bocche di leone dorate, e assottigliantisi
verso il basso, quei sofà dritti dritti e duri coi cuscini attaccati
alle sbarre di legno con de' nastri, davano un'idea assai sconfortante
e poco in relazione con le abitudini moderne. I sopraporte, di stile
Pompadour, avevano nulla a che fare col resto.--Nel giardino i
regolari disegni e le figure in cui erano stati foggiati gli arbusti
secondo la moda d'allora, avevano ripresa completa e pazza libertà e
stendevano i loro rami nella più disubbidiente licenza.
E là viveva il vecchio gentiluomo, solo con sua figlia, una fanciulla
sui vent'anni, bella, alta, dal corpo elegante, dalla espressione
delicata, dai lineamenti finissimi. La quale possedeva de' magnifici
capelli castani chiari che alla gran luce prendevano dei riflessi
impossibili a ritrarre, e due grandi occhi azzurri, pensosi e
appassionati, che vi guardavano come ben pochi occhi guardano.
E tranne il curato del villaggio e di tratto in tratto qualche
famiglia dei dintorni e i vecchi servitori--che si credevano un po'
della casa e portavano la loro sdruscita livrea verde e oro con la
fierezza con cui il loro padrone portava il costume di corte--egli non
vedeva nessuno e viveva solitario con la sua Ida, la cui gioventù era
come un raggio di sole che attraversasse la vecchia casa.
I domestici ricordavano ancora il tempo quando il loro padrone viveva
a Parigi, tra i molteplici divertimenti della società, e non lasciava
quel brillante soggiorno che per pochi mesi, i quali però
invariabilmente veniva a passare nella vecchia dimora. Allora, per
otto mesi all'anno, le vôlte delle lunghe sale non erano colpite da
alcuna eco, le imposte stavano chiuse ermeticamente e tutto non
ripigliava vita che nell'autunno. All'approssimarsi di codesta
stagione si vedevano sfilare lungo il tetro viale le carrozze
impolverate che giungevano da Parigi, tirate da quattro vigorosi
cavalli montati da postiglioni vestiti della livrea del conte, che
facevano allegramente scoccare le loro fruste.
Ora invece la sua vecchia casa non la lasciava più, abitandola le
quattro stagioni di seguito. Pranzava, con sua figlia, in una gran
sala a pian terreno servito da cinque servitori, molto affaccendati a
far nulla; e certo tanta opulenza nella solitudine a molti sarebbe
sembrata ben triste.
Un bel giorno il vecchio conte ricevette una lettera con un gran
sigillo stemmato. L'aperse frettolosamente, e leggendo le prime righe,
un lampo di gioia gli passò negli occhi. La rilesse più volte con
visibile contento e per tutto quel giorno fu d'umore insolitamente
faceto, come se una decina d'anni gli fosse stata levata a un tratto
dalle spalle. Camminava tutto svelto e ringalluzzito, chiacchierava
assai più del consueto--sorridente con tutti--ad ogni momento baciava
sua figlia in fronte e le diceva che non l'aveva mai veduta così
bella.
All'indomani poi il suo contegno divenne decisamente stravagante.
Sembrava che avesse cambiato natura. Egli, che amante dell'ordine a
modo suo, non voleva fosse mosso un mobile da una stanza in un'altra;
egli nemico dichiarato di tutti i trambusti, cominciò a porre tutto
sossopra, a fare e rifare, a riaccomodare quanto si vedeva d'intorno.
Pareva volesse dare una nuova fisonomia alla sua vecchia casa, che
pure amava tanto com'era. Le grandi sale di ricevimento, chiuse da
molti anni, furono aperte; le coperte di tela levate dai mobili, le
pieghe maestose delle tende accuratamente spolverate, le ragnatele
spazzate dagli angoli della vôlta dove si stendevano comodamente, i
veli tolti agli specchi, i vasi riempiti di fiori. Il magnifico
servizio in argento massiccio, dono di un duca di Savoia alla casa di
Montsauron, fu tolto da un vecchio armadio dove stava al buio chi sa
da quanto tempo. I servitori si aggiravano frettolosamente dovunque,
interrogandosi sommessi l'un l'altro, molto stupiti dell'ordine
ricevuto di pulire alla meglio e d'indossare le livree di gala.
Si strappò la muffa ch'era sul terrazzo. Il giardino fu pettinato, le
foglie cadute levate dai viali, i fiori appassiti strappati; i rami
troppo lunghi tagliati, e si tentò di far ripigliare ad alcuni degli
arbusti l'architettonica figura primitiva.
Certo doveva accadere qualche cosa di straordinario.
Di tutto questo Ida non sapeva nulla. Ella non osava mai disturbare
suo padre, quando egli non venisse da lei. Quella mattina dunque, non
avendolo veduto comparire, si era già posta nella sua dimora favorita,
una sala d'angolo che si trovava in fondo all'ala sinistra della casa.
Là vi era il suo più intimo amico, il pianoforte.
E qui è a dirsi della passione fortissima che Ida aveva per la musica.
Essa sapeva suonare il cembalo per istinto,--cantava perchè Dio le
aveva detto di cantare.
L'unico maestro che aveva avuto, e assai tardi, era un giovane
protetto dal conte, che apparteneva ad una famiglia rifugiatasi dopo
il Terrore in quel tranquillo villaggio. Suo padre, benchè povero e
sconosciuto, era un vero artista--uno dei tanti che passano, fulgenti
ma non veduti. Egli pose tutte le cure della sua vita nella educazione
del figlio. La madre era morta; il povero fanciullo non aveva che
sedici anni quando anche il padre morì. Egli si trovò solo, ricco
soltanto di gioventù e di speranze. Il conte di Montsauron si diede a
proteggerlo: fece comperare alcune sue composizioni da un editore a
Parigi, e l'incaricò di dar lezioni a sua figlia.--A molti parrà
strano che un uomo con le idee del vecchio conte avesse a mettere così
vicino a sua figlia un giovane di venticinque anni, ma bisogna pensare
che Paolo era serio, posato, e che Ida lo aveva veduto per tanto tempo
da doverlo considerare come parte della mobilia di casa. Inoltre, in
quei tempi in cui l'aristocrazia sosteneva ancora fieramente tutti i
pregiudizi di casta, non poteva entrare nemmeno un momento in capo al
conte che sua figlia potesse volgere un solo sguardo verso una persona
cotanto oscura qual era il povero artista. Assisteva anche spesso alla
lezione.
Ida dunque aveva aperto il cembalo e lasciava che le sue belle dita
errassero alla ventura sui tasti,--quando a un tratto il conte
entrò--cosa insolita a quell'ora. Era vestito con molta cura ed il suo
viso sembrava irradiato da una espressione di contento. Si avvicinò a
sua figlia, le prese le due mani nelle sue e baciandola in fronte le
disse:
--Ti raccomando, mia cara, che oggi ti abbi a far bella, più bella che
sia possibile.
E un sorriso che voleva dir molte cose passava intanto sulle sue
labbra.
--Perchè, mio padre? domandò Ida, fissandolo coi suoi grandi occhi
azzurri.
--Perchè? Lo vedrai fra non molto.
--Attendete forse qualcuno?
Un nuovo sorriso, più prolungato del primo, venne ad illuminare il
volto del conte.
E in poche parole raccontò a sua figlia, la quale molto si stupì di un
avvenimento tanto straordinario, come davvero attendesse qualcuno, il
marchese di Sentis, un parente lontano.
--La lettera che mi hai veduto leggere era sua. Egli deve arrivare
oggi. È un bravo, simpatico e bel giovane, buon gentiluomo e padrone
di grasse terre in Normandia che quei briganti del 93 non gli hanno
potuto carpire. Solo i possedimenti del castello di Sentis gli rendono
cinquanta mila scudi all'anno.
Un paio d'ore dopo il marchese giunse. Ida trovò che suo padre le
aveva detto il vero. Poteva avere dai trentacinque ai quarant'anni;
alto, benissimo fatto, coi lineamenti regolari, col viso distintissimo
e che dinotava un uomo di un certo ingegno. Aveva bellissimi modi, un
timbro di voce assai simpatico ed era vestito con una eleganza sobria
che lo caratterizzava uomo di gusto dal capo ai piedi.
Arrivò in una gran berlina da viaggio, ne scese prestamente e montò i
gradini del terrazzo (dove il vecchio conte era venuto ad incontrarlo)
col cappello alla mano e il sorriso sulle labbra. Rispose
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