--Lady Isabella! Tu sei un ammiratore di Lady Isabella! Chi lo avrebbe
mai supposto! Ma non ti accorgi d'essere in aperta contraddizione con
tutto quello che hai detto fino ad oggi? Tu, così pagano nei tuoi
gusti, che non potevi capire altre bellezze che quelle delle statue
greche o delle cortigiane della scuola veneta, confessi ora di trovar
bella la più immateriale, la più eterea creatura ch'io abbia mai
veduto; e che è bella soltanto di quella bellezza malaticcia e che si
potrebbe chiamare moderna, essendo quasi sconosciuta prima di questo
nostro secolo, ammalato esso pure e capriccioso.
--Mi sono persuaso che qualunque bellezza è la bellezza. Il tipo
maestoso delle epoche primitive e serene non esiste più, o assai
raramente; la bellezza di Lady Isabella è come tu dici moderna, ma è
vera bellezza. Tutto è imperfetto in lei, ma ella forma una
perfezione. Il suo sguardo stancato, il suo languore, la guancia
pallida, quell'aspetto di pianta che non ha potuto raggiungere lo
sviluppo completo; quel sorriso mesto e strano, quella fiamma che
traluce dai suoi occhi un istante per subito spegnersi, ne fanno la
personificazione dell'epoca nostra piena di aspirazioni e di
scoraggiamenti, che vede l'avvenire, ma dubita di avere forza
sufficiente a raggiungerlo. Se d'un tratto una Venere greca avesse ad
animarsi, se nel suo occhio senza pupilla d'improvviso sfavillasse lo
sguardo e lasciando la sua posa immortale mi aprisse le braccia
bianchissime volendo scendere dal piedestallo, certo la preferirei; ma
dacchè il sorriso della Gioconda non sarà mai realizzato in una donna,
dacchè le cortigiane del Tiziano non abbandoneranno mai, qualunque
collare di perle loro avessi ad offrire, lo strato di velluto purpureo
sul quale la loro bellezza sfida il tempo, capisco che Lady Isabella
può far battere il cuore a quelli che s'innamorano. Il suo sguardo è
ammaliante; esso contiene un po' di quelle cose che tutti sentono, ma
che nessuno dice e che perfino i poeti non sanno e forse non vogliono
esprimere. Ciò che dissero i più grandi poeti è certo ammirabile, ma
quanto più stupende erano certo le cose che sentirono e non dissero
forse perchè la lira di quaggiù non avrebbe saputo resistere a quelle
note! Nell'occhio di Lady Isabella si legge qualcuna di queste cose.
Vi fu una pausa. Il duca sembrava riflettere sulle parole stesse che
aveva pronunziate, e Tibaldo sognava, guardando fissamente uno dei
tizzoni che stava sperdendosi in bragia. Un sorriso passò sulle labbra
del duca, e come accade spesso, quando interruppe di nuovo il
silenzio, i suoi pensieri avevano deviato, talchè soggiunse:
--Non è vero, Tibaldo, che cotesta impotenza che provano i poeti ad
esprimere i loro sensi più arcani, i pensieri reconditi che
germogliano misteriosi e vergognosi talvolta nei più reconditi recessi
dell'anima, noi comuni mortali--la proviamo a dire completamente le
cose le più semplici; a svelare per esempio lo stato in cui ci
troviamo in una fase della vita piuttosto che nell'altra?
--Credo che non ti sarebbe però molto difficile il farlo adesso. Io lo
saprò esprimere per te, conoscendoti forse più ancora di quello che lo
immagini. Sei stato giovane troppo presto, e giovane come sei ancora
ti senti vecchio, hai vissuto troppo e sei stanco ed annoiato di quasi
tutto, sei andato troppo in fondo alle cose ed hai trovato che il
fondo non è bello. La è una vecchia storia.
--Ti sbagli, Tibaldo, ti sbagli profondamente. Porti su di me un
giudizio, che, ne sono certo, è il comune; credo che il mio calzolaio
dica di me quello che tu hai detto ora. Davvero, scusa, ma ne sono
umiliato per te.
Tibaldo non potè a meno di ridere, ma rispose:
--Puoi negarlo, ma ti assicuro, mio caro, che c'è molta verità in
quello ch'io ti ho detto, e fossi anche d'accordo col tuo
palafreniere, il tuo palafreniere ha ragione.
--Avete tutti torto. Nessuno è meno stanco e meno annoiato di me, e in
un certo senso--spalanca pur gli occhi--lo sono meno di te. Sono
annoiato a morte se vuoi dal complesso di questa vita arcimonotona
nella sua varietà, ma nessuno quanto me sa gustare--se scendiamo al
particolare--la più piccola cosa. Il divertimento più raffinato mi
annoia spesso, ma in contraccambio sono divertito, più di qualunque
altro, dal più volgare. Tutto mi interessa, tutto attira ancora la mia
attenzione, il nemico più grande della noia, la curiosità, mi agita
sempre, a proposito di tutto. Sono, come è naturale, abbastanza
satollo di balli, di cene, di corse, di cavalli e di attrici, di
ricevimenti ufficiali e di brutte copie delle orgie antiche; ma in
mezzo al più noioso divertimento d'un tratto una piccola cosa mi
attrae, mi occupa, mi rallegra. Pure qui, sono obbligato a condurre
questa vita; per cambiarla davvero, non basterebbe nemmeno viaggiare
come ho già provato, bisognerebbe partire cambiando di nome, di tutto,
e vivere lasciando che la vita scorra come vuole in un paese ove mi
fosse possibile l'uscire senza essere additato da tutti.
Come si vede, la conversazione aveva subito--come accade
spessissimo--una sensibile deviazione; dalla bellezza delle donne in
generale e di Lady Isabella in particolare, si era passati a delle
considerazioni sulla vita--e il duca, cosa per lui rarissima, era
quasi sul punto di fare a Tibaldo delle mezze confidenze. Questi che
lo conosceva abbastanza per sapere come la più piccola interruzione
sarebbe stata sufficiente ad arrestarlo su quella via nella quale
certo non s'impegnava che quasi involontariamente, si guardò dal
fiatare. Infatti il duca riprese:
--E ti confesso, Tibaldo, che da qualche tempo questa idea mi frulla
spesso nel capo. Ma le abitudini sono un vincolo ben tenace; tutta
quella gente cui non so perchè si dà il nome di amici, indifferenti
affatto come mi sono, ho però l'abitudine di vederli; le sale noiose e
i gabinetti più noiosi ancora, il club, i viali del bosco, i ridotti
dei teatri, tutti quei luoghi che mi sono diventati uggiosi a forza di
starvi, mi attirano, oserei quasi dire, per le stesse ragioni, per le
quali mi respingono. Voglio bene a questa casa, mi rincresce di
abbandonare i miei quadri, le mie coppe cesellate e i miei vasi
rarissimi; talvolta, perfino non so risolvermi a lasciare i miei
cavalli. Poi avrei qualche rincrescimento a star molto tempo senza
vederti, mio carissimo.
--Grazie del posto che mi assegni, disse Tibaldo ridendo: ma come!
nemmeno io ti potrei accompagnare?
--No. Altrimenti sarebbe come le altre volte. Ho già viaggiato, ma
sempre seguìto da una parte delle mie abitudini di qui. Ora non si
tratterebbe di viaggiare per viaggiare; vorrei provare, come ti dissi,
di andare a vivere sotto un altro nome in un paese nuovo per me, e
dove io fossi nuovo per tutti e sconosciuto. Se tu venissi il progetto
sarebbe rovinato.
--Se non mi vuoi, non verrò. Sarò del resto assai curioso di vederti
al ritorno. È difficile supporre che tu possa diventare più
stravagante di adesso, ma in te tutto è possibile.
--Fuorchè possa stare molto tempo senza bere. Così dicendo, il duca
agitò un campanello e poco dopo entrò un moretto vestito di giallo
portando sul palmo della mano all'altezza del capo un piccolo vassoio
d'argento con un'anfora piena di vino color d'ambra ed alcuni
bicchieri.
Il colloquio dei due amici durò ancora tanto che il fuoco era
pressochè spento, il lume della lampada cominciava a vacillare, il
-narguilhè- non susurrava più e l'anfora era vuota mentre parlavano
ancora. Se qualcuno avesse potuto star nascosto dietro le tende ad
ascoltare, non avrebbe certo pensato che i loro discorsi mancassero di
varietà. La conversazione scendeva e saliva come i raggi di un fuoco
d'artifizio; talvolta languiva e sembrava si addormentasse, poi,
ravvivata da una parola gettata a caso, riprendeva nuovo vigore,
entrando in un'altra via. Parlarono d'arte e di donne, dell'ultima
commedia e della vita futura, dell'India e delle caccie alla volpe, di
corse e di musica, di cento altre cose e del progetto del duca. La
pendola di lapislazzuli segnava già le prime ore del mattino, quando
finalmente Tibaldo prese congedo dall'amico, giurando di non avere
sprecato la sua sera, e questi, accompagnato dal moretto che faceva
lume, passò nella stanza ove il letto lo aspettava--un letto
bassissimo all'orientale.
II.
Certo il nome del duca di Westford non può riuscire affatto
sconosciuto ad alcuno. Ebbe una di quelle rinomanze non durevoli, se
si vuole, ma abbastanza estese perchè il suo nome non sia nuovo anche
per coloro che non ebbero la fortuna di conoscerlo e che vissero
lontani dai luoghi ch'egli frequentò maggiormente. La sua figura, la
sua ricchezza, il suo ingegno, il suo nome, l'inarrivabile eleganza, i
gusti squisiti e strani, la sua passione per le cose d'arte,
l'orientale prodigalità ne resero il nome popolare. Pure rimase un
tipo a sè. Il suo carattere era originale quanto la sua figura e la
sua eleganza. Inoltre quanto era eclettico nei suoi gusti, altrettanto
era cosmopolita. Lo era un po' per nascita, molto per educazione,
completamente per abitudini e per gusto. D'inglese non aveva che il
nome, suo padre avendo passato quasi tutta la vita sul continente, per
ragioni che è inutile l'esporre, dove si era ammogliato con una
italiana, figlia unica e bellissima di un patrizio romano. Questa morì
dando alla luce il nostro eroe, il quale passò con suo padre, rimasto
solo, tutta l'infanzia e l'adolescenza viaggiando, e non andò che due
volte in Inghilterra. Il duca morì egli pure poco dopo, e Giorgio si
trovò giovanissimo a Parigi, duca di Westford e padrone di un
patrimonio colossale. Era stanco di girare, si trovava nella capitale
del mondo, più a casa sua che a Westford o a Londra, e perciò comperò
una casa elegante con un bel giardino, e vi si stabilì.
Non vogliamo certo raccontar qui tutte le sue follie, nè descrivere il
lusso inimitabile di cui si circondò; solo la descrizione esatta della
sua camera e la breve dipintura di una delle sue feste basterebbero a
fare un volume; che il lettore si rassicuri, non è nostra intenzione
il farlo. Diremo soltanto che dopo di aver -vissuto- più e meglio di
molti altri, dopo di aver speso la sostanza di una mezza dozzina di
ambasciatori plenipotenziari, dopo di esser riuscito a far parlare di
sè, dopo d'aver sontuosamente viaggiato, dopo di aver avuto i più bei
cavalli, i più ricchi appartamenti di Parigi, dopo di aver dato alle
donne meno brutte i più preziosi gioielli, lo troviamo, al momento in
cui ebbe con Tibaldo il colloquio memorabile trascritto nel capitolo
precedente, privo di molte illusioni prima di averle provate, un po'
stanco della vita che conduceva e volendo, ma non sapendo risolversi a
cambiarla.
Vi era però in lui una potenza inesaurabile d'interessarsi anche alle
più piccole cose, purchè per un lato qualunque meritassero interesse;
nessuna delle sue facoltà intellettuali era in alcun modo affievolita,
e purchè potesse cambiare di scenario, vivere senza che la sua più
piccola azione fosse discussa ed imitata, spogliandosi della sua
riputazione di cui era annoiato e cercando i divertimenti più semplici
di cui era meno stanco, non avrebbe certo conosciuta quella più
terribile delle malattie, la noia.
Abbiamo detto ch'egli aveva molto vissuto, e davvero non aveva
sprecato il tempo; ma appunto il suo stato eccezionalmente ricco ed
indipendente che gli aveva concesso di soddisfare tutti i suoi
desiderii, gli aveva impedito di risentire quelle emozioni che sono la
parte del più gran numero. A questo giovane che aveva provato tutto,
quello anche cui quasi nessuno può raggiungere, erano mancate le più
comuni tentazioni; egli ignorava la lotta, la gioia della cosa a lungo
vagheggiata invano ed il trionfo di ottenerla, la passione
contrastata; sentiva qualche volta un vuoto che a lui stesso riusciva
inesplicabile. La sua vita non era stata sempre frivola ed allegra,
come una festa per la quale il mattino non giunge mai; egli conosceva
l'amore; aveva amato con passione, con tutte le raffinatezze
dell'anima sua eletta e del suo ingegno superiore; ma in amore, come
nel resto, nel senso più egoistico della parola, era stato fortunato.
I suoi amori erano sorti chiari, luminosi, inevitabili; la via gli si
era aperta dinanzi fiorita e senza spine, con abbastanza ostacoli e
mistero per renderla interessante, ma senza urti violenti o lagrime
amare, avevano durato quello che dovevano, ed erano finiti come un bel
tramonto di una bella giornata di luglio, dorati, fulgenti, senza
scossa, senza rimorsi, senza ferita sanguinosa, serenamente.
Chi lo avrebbe detto? Questo felice mortale si sentiva talora
invidioso a sua volta di quelli che lo invidiavano. Invidiava quei
figli di famiglia, novizi nella vita, pei quali egli era un re:
invidiava loro gli amori contrastati, le difficoltà, i debiti, le
impertinenze ricevute dalle belle sdegnose, e le acerbe rimostranze
del padre o del tutore: invidiava loro i desiderii insoddisfatti, il
cavallo che arrivava troppo tardi e la cambiale che scadeva troppo
presto. Talvolta scendeva ancor più e invidiava allo studente i
trionfi dei balli publici e gli esami non passati.
Egli conosceva tutti, tutte le società--la buona e la cattiva. La sua
curiosità invincibile lo spingeva dovunque, i suoi mezzi gli avevano
dato facoltà di tutto approfondire. Quando la sua carrozza passava,
quella perfezione di gusto che era il sogno non realizzato di ogni
membro del Jockey Club, tutti dicevano: è il duca Giorgio (come si
aveva preso l'abitudine di chiamarlo). Di tanto intanto, cambiava
bruscamente di vita, tanto la sua natura irrequieta era avida di
varietà, e tanto cercava di moversi nel circolo largo, ma ristretto
per lui, in cui si trovava. Ora lo si vedeva sempre, ora non lo si
vedeva che in pochi luoghi privilegiati, ora non lo si vedeva più.
Queste eclissi totali erano le meno frequenti, ma accadevano talvolta;
allora qualcuno lo credeva partito, ed egli non si era mosso da Parigi
e qualche volta da casa.
Se fosse stato possibile assegnargli una nazionalità, per quanto
indecisa, lo si sarebbe detto francese, per lo spirito ed il brio e
per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza inglese e
gli occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una
impetuosità italiana che scoppiava talvolta, e i capelli oscuri. Il
suo volto possedeva quella bellezza suprema in cui la regolarità
stessa dei lineamenti dona l'espressione; e sarebbe stato un tipo
classico, se la finezza non fosse stata perfino un poco esagerata e
l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non sarà difficile perciò
l'immaginarselo; tranne in una cosa: impossibile farsi un'idea del suo
sorriso. Chi lo vide una volta non lo dimenticò più; per quanto egli
fosse ricco, crediamo che in esso stesse la sua maggior ricchezza. Per
chi possiede un tal sorriso, la parola diventa un accessorio; diceva
dei volumi, accompagnava, rinforzava, contraddiceva lo sguardo.
Persuadeva, intimava, rassicurava, chiedeva perdono e l'otteneva
sempre; era talvolta di un'audacia invincibile.--Quel sorriso strano,
capriccioso, irregolare per così dire, che si abbozzava in mezzo a
quel viso senza difetti, contrastava con la bellezza classica del
profilo, nè se ne sarebbe creduta capace quella bocca cesellata a
perfezione. Del resto bello della persona, con la mano finissima e un
piede da donna, svelto nelle movenze, di statura media, ma con
l'apparenza di un uomo alto per la eleganza del portamento, era una di
quelle figure che attirano l'attenzione, e forse sarebbe stato
osservato anche non chiamandosi il duca di Westford. È poi
indubitabile che la sua riputazione non era unicamente dovuta al suo
nome e alla sua ricchezza, e nemmeno alla sua bellezza ed alle sue
follie. Il suo ingegno e più ancora il suo spirito vi entravano certo
per una gran parte, e insieme a coteste qualità principali, altre
minori: per esempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i suoi modi
inimitabili, la sua gentilezza mista ad un'ironìa fina e che non
feriva mai, la sua generosità per cui le voci della riconoscenza
soffocavano quelle dell'invidia. La sua passione per il bello lo
spingeva di predilezione verso i frutti della fantasia, e la sua
passione ed intelligenza nelle arti era tale che i suoi giudizi
avevano qualche peso, ed erano certo improntati di molta giustezza
insieme a molta originalità.
Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovanissimo come era
allora, eccitò talmente l'interesse generale che si parlò di lui solo
per molto tempo. La sua comparsa fu un trionfo. E durò perchè le sue
facoltà erano svariatissime e le sue originalità veramente originali.
Tutto gli era permesso, tutto gli era accessibile. Il suo lusso era di
una ricercatezza sconosciuta. Non crediamo tutte le storielle che si
narrano sul suo conto, ma in tutto ci deve essere una base di vero.
Egli aveva pochissimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma questi
non se ne curavano, la più parte non conoscendolo che di nome. I primi
però si occuparono di lui, suo malgrado, ben inteso, e combinarono di
fargli sposare la figlia di un principotto tedesco, mediatizzato. Egli
rifiutò subito, ma come accade sempre, si sparse per qualche tempo la
voce che fosse vero, e creò una commozione stranissima; poi
altrettanto interminabili furono le ciarle a proposito del suo
rifiuto.
Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qualche tempo lo
occupava, ma rimase lungamente anche dopo il colloquio di quella sera
allo stato di semplice progetto. Trovò il tentativo di romper le sue
abitudini ancor più difficile di quello che credeva.
Fu però fermo nel proposito di non tenerne parola, con alcuno, e
Tibaldo mantenne scrupolosamente il segreto, talchè quando finalmente
fu alla vigilia di effettuarlo, nessuno lo sospettava, nulla affatto
ne era trapelato.
Le sue disposizioni furono presto prese. Incaricò un uomo di
confidenza di vendere i cavalli, tranne i suoi tre favoriti, ma non
volle che alcuna delle persone al suo servizio fosse licenziata.
Raccomandò che si avesse molta cura delle opere d'arte ch'egli tanto
prediligeva, acciò non soffrissero alcun danno durante la sua assenza,
che naturalmente doveva esser lunga. Non salutò nè la Ximena, nè
alcuna delle donne «di un carattere leggiero» che si vantavano di
conoscerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Isabella, nè ad alcuna
delle dame più in voga. La vigilia della partenza--mentre il suo fido
cameriere si occupava degli ultimi preparativi,--egli condusse la sua
vita solita, e nessuno di quelli cui rivolse la parola, ebbe nemmeno
una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verso le quattro,
comparve in una carrozza nuova tirata da due sauri puro sangue, uno
dei quali era montato da un ragazzo di quindici anni, che con la sua
giacchetta celeste e argento e le sue guance rosee sembrava un
cherubino in livrea. Disse una parola di complimento alla Fiorelli, la
celebre prima donna, sul modo divino con cui aveva cantato la sera
prima nei -Vespri-, offerse alla duchessa di M. il fiore che portava
all'occhiello, parlò per cinque minuti con un segretario del
ministro.--Alla sera si affacciò al suo palco.
All'indomani la duchessa di M., passando per caso in carrozza un po'
dopo mezzogiorno dinanzi alla casa del duca, non potè quasi credere ai
suoi occhi vedendo chiuse tutte le imposte, il giardino deserto e tutta
l'abitazione improntata dei segni dell'assenza. Fu la prima a
raccontarlo, e subito la notizia si sparse con la celerità del
telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma constatata.--Westford
era partito! Tibaldo fu subito interrogato, ed egli che non aveva più
motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva lasciato Parigi.
--E dov'è andato?
--Non so.
--E quando tornerà?
--Non me l'ha detto.
III.
Il paese d'Europa il più pittoresco, e allo stesso tempo non troppo
lontano dai grandi centri della vita attuale, è certamente la Spagna.
L'influenza moderna che tutto uniforma e toglie ai costumi dei popoli
il loro carattere speciale, non vi ha penetrato ancora che in parte,
e, abitandovi, vi potete credere ad una distanza molto maggiore di
quello che siete realmente dalle città dove le continue relazioni
hanno tolto ogni fisonomia speciale. Inoltre, la vicinanza dell'Africa
per la natura, per i monumenti e le tradizioni il lungo dominio dei
Mori, v'imprimono una originalità spiccata ed un fascino che può
conoscere soltanto chi lo ha provato. Nelle città, le vie strette,
tortuose, le case dalle tettoie sporgenti, gli ornamenti moreschi, il
pavimento inuguale, il bianco caldissimo del nastro di cielo che si ha
sopra la testa, rammentano talvolta l'Oriente; ma più ancora la
campagna con i suoi paesaggi aridi e caldi, con le roccie quasi cotte
dal sole, con l'abbagliante bianchezza del suolo e l'infuocato
splendore del cielo che dà a momenti l'illusione del deserto. La
tristezza luminosa di quell'atmosfera bianca e incendiata è affatto
nuova per chi è abituato a considerare sempre un raggio di sole come
un sorriso, e suscita nell'anima una malinconia orientale, serena,
pesante che ne lascia intravedere quale dev'essere la mestizia delle
sfingi, seppellite fino al collo da secoli nella sabbia ignea
dell'Egitto.
Sulle prime il paesaggio non diverte. Quella monotonia di tinte,
quella malinconia dorata sparsa sopra tutto, quei vasti spazi che di
tratto in tratto si stendono uniformi davanti allo sguardo, non
rallegrati nè da un bosco nè da una forte ondulazione di terreno, ma
solo da qualche cespuglio e da qualche scoglio di forma strana, quelle
montagne a picco in distanza, stancano moltissimo. Ma a poco a poco si
capiscono quelle bellezze cui non si è abituati, e s'intravede la
tranquilla e serena poesia di quel suolo perpetuamente accarezzato dal
caldissimo dardeggiare del sole e l'orientale maestà di quel cielo
bianco--lietissimo, ma non sorridente. Inoltre la piaga dei ciceroni
non vi è ancora penetrata, si può annoiarsi e divertirsi senza che
qualcuno ve lo dica, ed ammirare coi propri occhi e non per mezzo
d'interprete; poi rammentando le molte avventure accadute nei luoghi
stessi che si traversano, si gioisce della sola idea di trovarsi in
pieno decimonono secolo in un paese dove le avventure sono ancora
possibili. I viaggiatori di fervidissima immaginazione possono perfino
nutrire la vaga lusinga di essere attaccati dai briganti.
Nelle campagne e fra i monti il costume del paese si vede ancora di
frequente, tanto più che spesso lo vestono in viaggio anche gli
abitanti delle città, i quali però a casa pongono ogni loro ambizione
nell'esser vestiti altrettanto male quanto altrove. Spesse volte
perciò le tinte brune e severe delle rocce ed il bianco della pianura
dove l'occhio cerca invano dei colori vivaci, vengono d'improvviso
rallegrati da una macchietta variopinta ed animata. Sulle prime,
specialmente l'occhio poco esercitato dello straniero non sa
distinguere cosa sia, ma poi si accorge che quella oasi mobile di
colori è composta d'una piccola carovana di persone vestite del
pittoresco costume di -maio- e montati su dei muli tanto bizzarramente
e riccamente bardati da lottare in eleganza con gli stessi cavalieri.
E davvero alletta gli occhi abituati a non vedere che l'abito del
progresso, il guardare quelle giubbette in velluto nero, coperte di
ricami, quelle cinture rosse con le lunghe frangie che svolazzano al
vento, quei cappelli ornati di nastri e di fiocchi.... E si capisce
come talvolta lo stesso viaggiatore sia invogliato ad assumere il
costume gaio del paese, a sedersi sul mulo come un'amazzone,
appoggiando il gomito al ginocchio, tenendo fra le dita il -papelito-,
e ad essere scambiato dagli Inglesi che s'incontrano coi -torero- che
vanno a farsi applaudire nel circo della più vicina città.
E credete pure che una volta indossato quel costume vi sentite
diverso. Tutte le vecchie abitudini, i pregiudizi, si lasciano negli
abiti che si sono tolti, e appena avvolti nei mantelli dalle lunghe
pieghe e coperto il capo col -sombrero- si sente molto meglio la
bellezza del paesaggio e si soffre meno il caldo essendo più coperti,
a seconda del proverbio nazionale. La propria città sembra a un
milione di miglia di distanza, la vita passata scompare e si ha
l'illusione di non essere nati per altro che per girare, al lento
passo di un mulo, le stradelle malsicure delle montagne iberiche.
Sembra un poco più di un secolo che non si passeggi sul lastrico
liscio d'una via, e si ride come d'una supposizione temeraria e
stravagante all'idea di trovarsi ancora una qualche sera nella noia
armoniosa di una sala da ballo. Si dimenticano perfino molte cose che
non si credeva possibile di dimenticare, pensando che a Madrid, a
Siviglia e a Barcellona si potranno vedere i piedini della marchesa
d'Ameguï, gli occhi neri e le labbra di corallo tanto decantate, e
perfino delle magnifiche chiome bionde--come in Fiandra si trovano
tante pupille nere e treccie d'ebano. E come si è potuto vivere fino
allora senza una corsa di tori alla domenica?
Questi erano presso a poco i pensieri che si aggiravano nella mente
del nostro amico Giorgio di Westford, mentre vestito del costume il
più ricamato che si sia veduto mai e montato su di un mulo dalla
groppa lucente e dalla fisonomia eminentemente iberica, costeggiava
una stradicciuola vicino a un precipizio poco attraente ma molto
pittorico, circondato dalla sua piccola carovana e contento come un
uomo che si trova a moltissime miglia di distanza dai vari -macadam-
conosciuti.
Il suo sogno era realizzato. Aveva avuto l'energia sufficiente per
porre in esecuzione il suo progetto, rompendo le tenaci abitudini, ed
ora gioiva della soddisfazione da tanto tempo ricercata di trovarsi
incognito, libero delle sue azioni e dei suoi pensieri, lontano dalla
monotonia parigina, in un bel paese dove egli non conosceva nessuno,
dove non era costretto a niente e poteva vivere a modo suo e senza
essere notato ogni volta che si soffiava il naso.
Le contrade ch'egli attraversava avevano per lui tutta l'attrattiva
della novità; allo stesso tempo risentiva la dolcezza dei ricordi,
poichè gli rammentavano talvolta il paesaggio d'Oriente che aveva
visitato qualche anno prima. Ma quale differenza tra quel viaggio,
impreso sotto il suo vero nome, in compagnia di alcuni amici, con
quattro servitori francesi e molti indigeni, e questo nel quale si
trovava solo, con un nome fittizio, e distaccato completamente da
quanto gli rammentava la sua vita abituale!
Egli aveva molto letto a proposito della Spagna ed era contentissimo di
essere riuscito al tempo stesso ad effettuare il suo progetto e a
visitare un paese pel quale da lungo tempo sentiva una irresistibile
curiosità. Era però, sotto un certo punto di vista, un cattivo
viaggiatore, preferendo sempre errare alla ventura piuttosto che seguire
fedelmente un itinerario qualunque. Girò e rigirò, nelle orrende
diligenze che facevano allora il servizio tra un villaggio e l'altro,
oppure sui muli dall'aspetto tanto nazionale che sono le guide migliori
sulle nude e scoscese montagne: ora dimenticandosi per delle intere
giornate nelle interminabili pianure, ora passando a fianco, senza
vederlo, a qualche stupendo effetto di natura o a qualche strano avanzo
d'arte. Sulle prime, al solito, il paese gli apparve molto diverso da
quello che si era figurato, e a dire il vero l'impressione era piuttosto
al di sotto che al disopra dell'aspettativa. Lo credeva diverso. Si
aspettava qualche cosa di più colorito, di più animato, di più nuovo.
Capiva alcune bellezze, vedeva che tutto era pittoresco, ma non ammirava
nulla. Alcuni paesi infatti, come alcuni poeti, non si comprendono che
gradatamente. Al primo momento, si può quasi dire che deprimono invece
di esaltare. Poi lentamente, quasi inavvertitamente, la loro bellezza
comincia a diventare palese, e senza che ne sia dato il sentirlo, siamo
imbevuti a poco a poco del loro significato. Allora ci accorgiamo che il
fascino raccontato dagli altri lo sentiamo anche noi e diventiamo a
nostra volta un oggetto di stupore pei nuovi arrivati che sul principio
sentono, come sentimmo, una specie quasi di scoraggiamento.
Appena Westford ebbe compreso le bellezze che al primo momento gli
erano state oscure, fu innamorato del paese che aveva scelto e si
sentì fortemente invogliato--mentre ammirava il paesaggio con la
intensità d'intelligenza che ne presta la solitudine--a conoscerne
anche la vita ed i costumi. Eseguiva in tal modo assai male il proprio
piano, che era di visitare tutto ciò che vi fosse di più rinomato
prima di far soggiorno in una città qualunque; ma la solitudine, che
gli era sembrata tanto aggradevole nei primi giorni, cominciò presto
ad essergli di peso e un violento desiderio lo afferrò di provare la
vita indipendente che il suo incognito gli assicurava in una città.
Fu per ciò che prima ancora di avere nemmeno fatto il pellegrinaggio
dell'Alhambra, l'incontriamo sul suo mulo riccamente bardato, mentre
prendeva i più corti sentieri di traverso per raggiungere la diligenza
che lo doveva condurre a Madrid. Colà nessuno lo aspettava, nè amici
nè conoscenti, e nulla sapeva di sicuro sul grado d'interesse che
quella capitale gli avrebbe presentato. Come tutti, aveva molta
curiosità per quei costumi speciali, sebbene sapesse benissimo che in
alcune cose l'attendeva il disinganno. Egli che ne avrebbe potuto
avere cento, non portava seco nemmeno una sola lettera di
raccomandazione, tanto aveva voluto esser fedele al suo programma.
IV.
Ritrovando il nostro protagonista un mese e qualche giorno dopo il suo
arrivo nella nobilissima ed insigne capitale della Spagna, siamo
costretti ad accorgerci dal suo alloggio e dall'attitudine nella quale
lo troviamo che la sua smania di vagabondare si è scemata di molto. Lo
ritroviamo infatti seduto in un'ampia poltrona, vestito il più
leggermente che sia possibile, vicino a una finestra del terzo piano
di una casa pulita e affatto moderna, in una via tortuosa d'uno dei
vecchi quartieri. I vetri erano chiusi e Giorgio coi piedi più alti
del capo in una postura ultramericana, teneva un libro alla mano, la
cui lettura però sembrava interessarlo mediocremente, poichè di tratto
in tratto gettava uno sguardo indagatore tra gli interstizi delle
cortine di mussola bianca, come volesse spiare qualcosa dalla parte
opposta della via.
Questa, malgrado fosse stretta assai, non era però triste come lo sono
le viuzze nelle città settentrionali, tanto il sole ardente sa in quel
paese penetrare dovunque; e nel giorno caldissimo di cui parliamo,
gettava un raggio che rischiarava molto pittoricamente la parte più
alta della casa in faccia a quella ov'era Giorgio, lasciandone la base
nella relativa frescura dell'ombra. Quella casa era, si può dire,
l'opposto di quella abitata dal duca, poichè, sebbene di aspetto
povero e poco pulito, aveva un carattere di vetustà assai romantico ed
era di un'architettura barocca e contorta, affatto speciale. In quegli
ornamenti spezzati, in quei fregi interrotti qua e là, in quelle
pitture quasi cancellate oramai, v'era un contrasto assai spiccato di
opulenza passata e di decadenza presente, che è pur troppo un
carattere abbastanza spagnolo.
La finestra, posta precisamente di contro a quella del nostro
protagonista, e sulla quale sembrava posarsi il suo sguardo tutte le
volte che lo spingeva attraverso i vetri, avrebbe certo da sè sola
invogliato un pittore a fermarsi per farne uno schizzo.--Il contrasto
di cui parlammo or ora era qui assai palese, giacchè tutt'all'intorno
girava una cornice di pietra rozzamente, ma riccamente intagliata, i
cui arabeschi mozzi mostravansi qua e là coperti da un pugno di verde
muschio o erba, che vi aveva vegetato, Dio sa come, e lo stipite si
vedeva esser stato ricco assai, mentre i vetri della finestra erano
color di piombo e malamente incassati in una cattiva intelaiatura di
legno dipinto in verde chiaro. Al di sotto intravedevasi come un
avanzo di scudo sul quale uno stemma doveva essere stato inciso altre
volte, ma la parte di esso che sembrava meno obliterata, era a metà
coperta da un panno bianco posto sul parapetto ad asciugare al sole.
Sopra un'assicella al di fuori un grosso vaso panciuto in terraglia
comune gialla a disegni turchini conteneva dei garofani in piena
fioritura che toccavano un punto vivace sul fondo grigio della casa ed
animavano, si può dire, la finestra, del resto affatto deserta in quel
momento.
La stanza abitata da Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed
egli con le sue abitudini di eleganza, l'aveva già assettata in modo
da renderla simpatica. I vasi e le scatolette a coperchio d'argento di
un -nécessaire-, ordinati su di una tavola coperta di bianco,
contrastavano con la semplicità delle pareti nude, dei mobili in legno
comune e delle sedie di paglia. Da mille indizi indescrivibili si
capiva però che quella stanza era stata scelta da Giorgio per farvi
una dimora di qualche tempo--il che ne fece dire che sentisse già il
bisogno della quiete.
Appena giunto a Madrid, era sceso ad uno dei grandi alberghi. In qual
modo dunque, poco più di un mese dopo, lo troviamo nella viuzza in
questione?--La spiegazione sarà certo già presentita dalla lettrice,
ed essa non sarà troppo stupita se le diciamo che proprio in uno dei
momenti in cui il duca volgeva più attento lo sguardo verso la
finestra di faccia, questa si aprì, ed una figura di donna vi apparve
che sicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che
abbiamo supposto arrestato nella via a schizzare le linee sbiadite di
quelli ornati ridotti quasi a vestigia.
Era il suo il vero tipo spagnolo--non precisamente quello che fuori di
Spagna si reputa tale, e che è piuttosto il tipo arabo o moresco.
L'irregolarità bellissima dei suoi lineamenti non era quella che
c'imaginiamo quando parliamo delle -manolas-, avendo un carattere di
grazia un po' manierata ed indescrivibile che ne sarebbe forse
sembrata piuttosto francese, e la sua pelle era bianchissima. La bocca
piccola e porporina, gli occhi allungati, espressivi, un po' infantili
nello sguardo, il collo robusto e snello ad un tempo, le mani lunghe,
strette, un po' magre, l'ovale del volto graziosissimo, ed una
espressione derivante dal sorriso della bocca e più ancora da quello
degli occhi, dall'arco delle sopracciglia, dalla linea del naso e del
mento che solo il pennello potrebbe forse tradurre, rendevano la sua
bellezza molto originale. I capelli neri, attortigliati in massa sulla
nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga tutto traforato, di
strano disegno, come in tutte le famiglie spagnole si tramandano di
madre in figlia.
Il suo vestito non aveva nulla di speciale, poichè il costume
nazionale va perdendosi a poco a poco anche nelle classi meno alte, ma
la sua veste bruna e casalinga disegnava delle forme che molte
duchesse avrebbero invidiato.
Ella si affacciò alla finestra tenendo nella destra una caraffa piena
d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi già avvizziti dal sole, ed
essi si rianimarono d'un tratto sotto quella benefica pioggia di cui
avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo però constatare
che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra opposta
e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto,
guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le
corolle, ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti,
Giorgio aperse a sua volta lentamente la finestra e si affacciò,
osservando fissamente il bel quadretto che aveva davanti.--Ma questa
manovra non gli riuscì troppo, chè appena la bella fanciulla,
sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza affettazione ma
abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse allora
dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la
tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie--calando
così, per lo spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse
incominciata.
Come avrebbero riso sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto
Westford nell'esercizio di quella manovra da collegiale! E siamo certi
che anche il lettore ne taccierà d'inverisimiglianza e non saprà
comprendere come quel giovane, che aveva tanto e così svariatamente
vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una bella
fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente
gli occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo
non stupirà certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal
cosa; e che noi, con nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo
in tal caso delineare come volevamo il carattere piuttosto eccezionale
del duca. Infatti, uno dei distintivi principali di esso era di
seguire spessissimo la sua prima impressione. Inoltre, non bisogna
dimenticare ch'egli poteva trovare interesse oramai solo nelle cose
che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva riuscirgli più
nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entusiasmo di
trovarsi davvero indipendente, il piacere della solitudine nella folla
e dell'incognito, diminuirono, e dovette confessare a sè medesimo che
il progetto che gli era sembrato così divertente non lo era troppo,
posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di mutamento non
riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo
calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmente
-blasé-. Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe
visitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati
tutti i quadri, dai paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira
tenebrosi e mistici, passeggiato e ripasseggiato al Prado guardando le
-senoras- avvolte nel velo e mostrando le belle manine agitando il
ventaglio irrequieto, fumato tutte le qualità di tabacco, bevute tutte
le bevande e gustati tutti i sorbetti nazionali, capì che non sapeva
bene cosa farebbe della propria persona all'indomani. Acquistò un
nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece ampia conoscenza con
la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora che stava nel
suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire,--e finalmente dovette
ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo
precipitosamente! -non- lo descriveremo) che lo divertì per la novità
e l'eccitamento dello spettacolo, e qualche conoscenza fatta per caso,
al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia incipiente che lo
invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far delle lunghe chiacchiere e discussioni con i
suoi nuovi amici, di cui quasi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i
quali alcuni artisti di teatro che lo trattavano con tutta
famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo faceva ridere
internamente.
Lasciando Parigi, egli s'era solo proposto di cercare le attrattive di
un paese nuovo e di una vita diversa, e l'idea di mischiarsi in
avventure era lontanissima dalla sua imaginazione. L'elemento
femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse ben presto che
uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad adoperare
per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare degli
studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che
potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di
fuoco che le donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti
indifferentemente.--Ma le bellezze che vedeva erano molto al disotto
dell'ideale che se ne era formato. Singolare pretesa che si ha infatti
talvolta di volere che in un dato paese tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non si divertiva, senza che però si pentisse in
alcun modo del suo viaggio, poichè perfino la noia era diversa dalla
solita.
Pure capì che una qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide
passare la fanciulla che presentammo al lettore in principio del
capitolo, e la trovò più bella di quante avesse incontrate fino
allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e cadenzata
particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da
una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e
pareva nel camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna
vecchia, che un poco le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi
amici lo vedeva, la seguì e la vide entrare nella casa che abbiamo
descritto. Un cartello sulla casa in faccia annunziava che al secondo
piano si appigionava; egli entrò, e prese le due stanze verso strada,
proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per pretesto a sè
stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva meglio
il suo piano.
L'indolenza del suo carattere, e per dire il vero, la quasi
indifferenza che, malgrado tentasse combinare un romanzetto, egli
sentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventasse molto
intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo qualche
giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua
nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di
osservazione alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle
volte che vi era stato lungamente ed aveva attentamente osservato col
suo occhio scrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza
che artisticamente gli rivelava un orizzonte nuovo e modificava un
poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di
tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura,
sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista--dopo,
le altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme
e di linee, amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla
fisonomia, ed acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni
purchè gli occhi fossero eloquenti, i lineamenti espressivi, la
fisonomia originale, il sorriso caratteristico, purchè insomma ogni
linea raccontasse la sua storia. Nella bellezza della fanciulla che
ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza
altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella bellezza
che Tibaldo aveva chiamato -moderna- nel parlare di Lady Isabella.
La era semplicemente la bellezza della grazia, della freschezza, del
capriccio. Il suo occhio non era profondo e non rivelava molto, la sua
espressione era allegra, vivace e nulla più, le sue forme e le sue
linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso inoltre non raccontava
una di quelle storie che ne invogliano a studiare l'anima della
persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che
qualcuno gli narrasse la propria.
Giorgio intanto si abituava alla sua vita nuova e tornava ad essere
assai contento di aver posto la sua idea in fatto. I suoi nuovi amici,
che quasi non conosceva, lo divertivano molto. Fece con loro qualche
gita nei dintorni. I giorni si succedevano; ed egli che, malgrado
tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi sa quando
cambierò?»
V.
Penetriamo nella casa in faccia. Pensate all'impressione di Faust che
per la prima volta entra nella stanza di Margherita; invece della
semplicità tedesca imaginate il pittoresco spagnolo, invece
dell'arcolaio un lavoro in lana a colori vivacissimi e una chitarra;
invece del letticciuolo bianco, dei mobili lucenti e dello specchietto
accuratamente ripulito della eroina di Goethe, un'alcova semichiusa da
una tenda di lana bruna e rossa, nell'ombra della quale si travede una
palma, una Madonna ed una candela benedetta; dei mobili rozzi, di
stile barocco, anneriti e guasti dal tempo, ed uno specchio a cornice
anticamente inargentata--solo di tanto in tanto come rischiarato dalla
graziosa imagine che vi si riflette--ed avrete un'idea dell'effetto
che produceva la stanza di Paquita a chi si soffermasse sull'uscio per
la prima volta.
Per completare il quadro potete imaginare la graziosa fanciulla vicina
alla finestra, curva sul lavoro incominciato; ma ella non vi stava con
troppa costanza, poichè la sua natura viva, irrequieta, leggiera, le
faceva cambiare sovente di posto e girar qua e là con quel passo
saltellante che le era particolare. Ella era padrona in casa. Sua
nonna, con la quale viveva, aveva sempre fatto ogni sua volontà. Ben
inteso che in contracambio la Paquita era da tutti i conoscenti
giudicata un modello di ragazza. Essi erano quasi ricchi per la loro
condizione, sebbene in realtà quasi poveri; ma con le economie della
nonna, una piccola pensione ed il lavoro della fanciulla se la
passavano bene e talvolta andavano al circo o si sedevano a tavola con
qualche amico dinanzi a delle -natillas- preparate dalle bianche mani
di Paquita. Un giorno vi si assise anche il duca di Westford, senza, è
d'uopo il dirlo? che le due donne sapessero quale illustre invitato
esse avevano....
L'accesso nella casa di Paquita non era certo facile; come aveva
dunque fatto egli, con la sua indolenza per di più, a penetrarvi?--Ne
duole più che mai, ma siamo costretti a dire che non fu nè gettandosi
in mezzo alle fiamme per salvare le due donne, nè fermando col pugno
un cavallo che correva a schiacciarle, nè saltando in un torrente, e
nemmeno riportando loro una croce d'oro smarrita o un fazzoletto
caduto dalla finestra. Nulla di tutto ciò.
Un giorno egli passeggiava solitario, assorto presso a poco in questo
soliloquio: «Sono felicissimo d'esser lontano e libero, questa vita mi
aggrada assai, ma la è monotona e non come me l'aspettavo. Bisognerà
che io scuota la mia inerzia, che parta, che vada a vedere l'Alhambra
e a studiare la poesia delle altre città, che salga sulle montagne
altissime donde si devono godere delle vedute di cui non ci possiamo
fare un'idea, e dove forse, chi sa? incontrerò perfino i briganti!...
Si vede che il pensiero di Paquita non lo tormentava poi troppo.
D'improvviso egli fu interrotto da un giovane che aveva conosciuto a
caso, il quale venne a battergli amichevolmente la spalla con la mano
e si unì a lui nel passeggio. Giorgio aveva una certa simpatia per
questo povero diavolo, che viveva Dio sa come, non trovando lavoro di
sorta, benchè ne avrebbe accettato uno qualunque.--Il nuovo arrivato
chiese a Giorgio cosa avrebbe fatto quella sera.
--Davvero, non lo so, rispose il duca.
--Allora verrete con me.
--Dove?
--Dove vorrete.--Ma prima, e per deciderci, vi condurrò a pranzo da
mia zia; la tavola non è sontuosa, ma mia zia è la miglior donna della
terra e Paquita una delle più belle fanciulle di Madrid. Sarete
ricevuto come me. È molto tempo che non vi vado; vedrete che festa ne
faranno.
Giorgio, felice all'idea di vedere un interno spagnolo e non volendo
rifiutare un invito così cordiale, s'incamminò con l'amico ed a sua
grande sorpresa si trovò in faccia a casa sua.
--Io abito in quella casa, disse al compagno.
--Allora avrete certo veduto Paquita. Quella è la finestra della sua
stanza, rispose l'altro accennando alla ben nota finestra ornata di
fiori.
Giorgio seppe a stento rattenere un senso di grata sorpresa--e
trovandosi un quarto d'ora dopo come uno di casa seduto a tavola tra
la vecchia e Paquita, pensò quanto fosse vero qualche volta che la
fortuna ne sorprende addormentati. Pensò che se invece di
accontentarsi di gettare di tanto in tanto uno sguardo dalla sua
finestra a quella della fanciulla egli avesse tentato di penetrare
nella casa in qualche modo o di attaccar discorso, forse sarebbe stato
mal ricevuto e poco ascoltato, mentre invece, avendo tutto lasciato in
balìa del caso, si trovava d'un tratto accolto in un modo famigliare.
Ciò che vide però, aiutato dal suo fino spirito di osservazione, non
gli fece certo nutrire speranza di «toccare il cuore» di Paquita;
subito si capiva che non era una conquista facile, e che chiunque non
si fosse presentato -pour le bon motif- avrebbe fatto meglio a tirar
dritto per la sua strada. Quando era entrato nella stanza, appena
Paquita lo vide, si era fatta rossa fino nel bianco degli occhi, il
che aveva mostrato chiaramente al duca ch'egli era stato riconosciuto;
e quando l'amico lo aveva presentato, il saluto della fanciulla era
stato freddo ed imbarazzato, e tale che lo si poteva interpretare in
vari modi.
Egli provava davanti a Paquita una sensazione che non si ricordava di
aver provato, e si accorse, quando ebbe udito la sua voce, che
esercitava un fascino non posseduto da alcuna delle cento donne da lui
conosciute fino allora.
Si pranzava in una piccola stanza--adiacente a quella di Paquita da
una parte ed alla cucina dall'altra--che sebbene semplicissima, era
pulita assai e ornata di fiori e di un grande armadio in legno
dipinto, bizzarramente intagliato.--A destra di questo era un
quadretto rappresentante due guerrieri a cavallo su di una strada in
riva al mare, che forse aveva qualche valore; ed a sinistra un altro
quadro di quasi eguale dimensione, coperto da una tendina rossa, che
eccitava non poco la curiosità di Giorgio.
Egli non poteva distaccare gli sguardi da Paquita, ed ella, sebbene
tentasse sembrare distratta, lo guardava pur molto a sua volta, e
quando gli occhi loro s'incontravano, le belle guancie di lei si
coprivano di nuovo di un leggero rossore che non era prodotto solo
dalla timidità naturale.
Ben inteso che Westford era stato presentato sotto al suo nome falso
ed era creduto un pittore, certo non ricco, venuto per studiare i
capolavori della scuola iberica. Nulla nel suo vestire o nei suoi modi
poteva far dubitare del contrario, tanto egli aveva saputo, da
perfetto attore, assumere l'aspetto della persona che voleva
rappresentare; ma la sua bellezza e la sua distinzione non passavano
perciò inosservate, e Paquita confessava a sè medesima che era
difficile trovare un giovane più compito dell'amico di suo cugino.
Bisognerà però ammettere che gli sguardi assassini e la sapiente
cortesia di Giorgio avevano certo molto influenzato un tale giudizio.
Il pranzo, affatto spagnolo e molto modesto, fu animato ed allegro
assai, e Giorgio pensava quanto si potesse esser felice con poco. La
vecchia era una buona donna un po' grossolana ne' suoi modi, ma
sebbene ridesse spesso fragorosamente, aveva impressa sul suo volto
quell'ombra di mestizia che lascia il dolore da lungo tempo trascorso.
La conversazione era allegra, divertente, un po' chiassosa. Giorgio
piacque molto alla nonna. Egli sapeva benissimo raccontare, e si
crederà facilmente che di aneddoti di ogni specie ne conosceva in gran
copia. Vi era nel suo discorso qualcosa di così svariato ed originale,
che in chiunque lo ascoltasse per la prima volta attirava
straordinariamente l'attenzione. Il sole era già tramontato ed essi si
trovavano ancora a tavola, non trattenuti dalla varietà dei cibi o dei
vini, ma dalle risa e dall'interesse che le storielle di Giorgio
suscitavano. Il suo cattivo accento spagnolo, anzichè diminuirla,
aumentava la -vis comica-; e con quel tatto finissimo che lo
distingueva in sommo grado aveva subito saputo stabilire la confidenza
fra sè ed i suoi nuovi amici e stare nel modo più adatto ad esser
simpatico nell'ambiente in cui si trovava.
Il rossore ch'era montato alle guancie di Paquita, appena vedutolo
entrare, e che gli aveva provato d'essere stato subito riconosciuto,
erasi mutato dopo in un pallore proveniente forse da una emozione
nuova, che non aveva più abbandonato le guancie della bella fanciulla;
mentre, al tempo stesso, v'era qualcosa di non naturale nei suoi modi
e non sembrava partecipare francamente dell'allegria comune (ella
tanto allegra di solito), come accade quando un pensiero ne preoccupa
fortemente.
Fu proposto di uscire a prendere il fresco della sera.
L'aria era soavemente profumata, il caldo un po' meno eccessivo, le
vie piene di gente. Giorgio che si era, a tavola, occupato un po'
troppo di Paquita, cominciò ad intrattenere la vecchia, mentre la
fanciulla camminava dinanzi a loro, conversando col cugino.
--La mia Paquita è una perla, signore, diceva la vecchia. È la mia
consolazione; dopo tanti guai e tanti dispiaceri, Dio mel perdoni! al
passato non penso quasi più, tanta è la gioia che sento nel cuore
quando l'ascolto ridere nella stanza vicina. Voglia il cielo ch'ella
possa esser felice!
--E come può essere altrimenti?
--Sono vecchia, e V. S. comprenderà che se non la marito prima di
andarmene, la poveretta resterà sola al mondo, senza appoggio, senza
consiglio, senza mezzi.... Or qui sta appunto la difficoltà.
--Come? bella com'è vostra nipote, non trova pretendenti?
--Non ne trova? Dieci, cento alla volta, se li volesse. Ma ella
rifiuta tutti!--E senza andar lontano, il vostro amico, suo cugino, un
bravo giovane, non troppo fortunato, ma eccellente, la sposerebbe
stassera; ma per quanto l'abbia pregata, consigliata, volete credere
ch'ella rifiutò sempre?
Quando tornarono verso casa era notte inoltrata. Camminavano come
prima, adagio adagio, due a due. Ma i posti erano cambiati; il cugino
e la vecchia rimanevano indietro, il duca e Paquita davanti. Nè l'uno
nè l'altra forse aveva avuto l'intenzione (Paquita no, certamente) di
mettersi vicini, ma vi si trovavano. Il povero diavolo si lamentava ad
alta voce con la nonna dell'ostinato rifiuto di Paquita ed aggiungeva
che non era mai stata così poco cortese con lui quanto quella sera. La
vecchia lo esortava ad aver pazienza, al solito, ed a lasciar agire il
tempo.--E i due davanti di che parlavano? Non lo sapremmo dire con
esattezza, poichè le poche parole che proferivano, erano pronunziate a
bassa voce come fossero in chiesa.
VI.
«Cosa diavolo diventa quel pazzo di Giorgio?--pensava Tibaldo.--Egli
ha fatto il contrario di ciò che io aveva predetto. Come credere
infatti, abituato come era, che non si avesse ad annoiare? Ma con lui
non si è mai sicuri di nulla. Partito senza nemmeno dirmi dove andava;
passarono due mesi senza che io sapessi se egli fosse vivo o morto,
buddista o maomettano, re di un'isola deserta o fotografo. Finalmente
si è degnato scrivermi una pagina da Madrid, poi mezza pagina ancora
da Madrid, poi cinque righe, poi una, poi niente, e sempre da Madrid!
Poi, silenzio continuato. Non par vero, ma sono sette mesi che è
partito, e da tre non so più nulla e torno a cadere nella inquietudine
di prima. Che si sia fatto frate in qualche convento spagnolo?»
Così soliloquizzava l'amico Tibaldo.
E non aveva torto. Egli aveva creduto fermamente che la prova tentata
da Westford sarebbe fallita, e si aspettava di vederlo tornare in capo
a un mese. Sette invece ne erano passati, e non solamente Giorgio non
tornava, ma non scriveva nemmeno più. Ciò provava chiaramente a
Tibaldo che il suo amico si divertiva; se si fosse annoiato, avrebbe
scritto. E non impediva del resto che se qualcuno gli domandasse nuove
del duca, Tibaldo prendesse un'aria d'importanza e desse delle
risposte sibilline e oracolari, poco soddisfacenti, ma di uno che sa
tutto e non vuol dir nulla. Intanto egli stesso si perdeva in vane
congetture.
Egli pensò che Giorgio girasse le montagne in cerca di emozioni, che
avesse organizzato qualche caccia di nuovo genere, che si fosse dato
agli studi scientifici, che facesse delle indagini storiche sulla
Inquisizione, che stesse raccogliendo dei disegni del Goya, che
imparasse la nobile professione del torero, che passasse le giornate
intere con le castanette fra le dita, persino che si fosse implicato
in qualche agitazione rivoluzionaria. Gli venne anche più volte, a
dire il vero, il sospetto ch'egli si fosse incapricciato di una
qualche strana zingara--dalla tinta dorata, dall'occhio fosco e
magnetico, e regalmente avvolta nelle sue vesti cenciose--ma egli
conosceva Giorgio abbastanza per sapere che un capriccio di tal genere
sarebbe stato breve, che presto sarebbe subentrata la sazietà, e che
una tale avventura lo avrebbe anzi spinto più presto sulla via del
ritorno.--Quale dunque, fra tutte codeste ipotesi, poteva essere la
vera?--Nessuna, come sa il lettore. L'idea stravagante, inammissibile,
ch'egli fosse innamorato per davvero, se gli passò come un lampo per
il capo, altrettanto rapidamente sparì.
In questo non possiamo a meno di dichiarare, che Tibaldo era
pienamente giustificato. Com'era possibile infatti che un giovane, il
quale appena fuori dell'infanzia era stato affatto indipendente, che
aveva amato ed era uscito incolume dalla battaglia, si avesse ad
innamorare come un eroe da romanzo?--Difficile com'era poi e per le
doti dello spirito e per la bellezza fisica--per questa specialmente!
Egli ch'era vissuto, per così dire, nell'intimità dei capolavori
dell'arte, egli troppo amante delle statue greche e dei quadri antichi
per poter giudicare belle le signore alla moda, egli che oltre di
essere stato assai fortunato in amore, aveva in casa sua tutto un
-harem- di donne dipinte--la miglior medicina contro l'amore per chi
ha occhio d'artista--egli avrebbe dovuto per innamorarsi trovare una
donna bella più di tutte le donne conosciute in carne ed ossa, in
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