--«Non ti ho mai parlato di un giovane di straordinario ingegno, ch'è
primo fra i pochi cui do veramente il nome di amico? È lui. Non puoi
capire che gioia sia per me l'averlo incontrato. Io non credo molto ai
presentimenti, ma devo confessare che da qualche giorno pensava a lui
continuamente.
--«Perchè non me lo hai presentato? io domandai.
--«Come, non l'ho fatto?--Mi sembrava di sì.»
«Non si era accorto dell'omissione; il fatto sta che quella sera
l'incontro con l'amico aveva scacciato dalla fronte di Alberto la nube
che ora vi sta così sovente; ma è da quell'incontro che il suo
contegno verso di me si è cambiato davvero, che il suo modo
m'inquieta; è d'allora che i dubbi crudeli che mi straziano si sono
fatti insopportabili, è d'allora che ho spesso quella inesplicabile
sensazione, nuova e terribile, che mi fa dire: «Non è più mio».
«Al giorno stabilito, quando l'amico d'Alberto venne, si rinchiusero
in stanza e vi stettero quasi tutto il giorno. Alla sera partirono
insieme e non tornarono che tardi. Talora mi pare perfino di odiarlo,
quel suo amico, che viene a portarmelo via; mi pare certo che Alberto
ne ama un'altra; ch'egli confida tutto al suo amico, e forse questi lo
consiglia ad abbandonarmi, forse lo spinge nella passione cui ha
resistito finora. Oh! che mi dicessero almeno subito la mia sentenza,
ma questo dubbio incessante è quasi un'agonia!--Dimmi che sono pazza,
dimmi che tutte queste brutte idee non sono che le allucinazioni
dell'amore. Il nuovo venuto fu gentilissimo con me, e lo troverei
simpatico, se non mi sembrasse che mi distacca Alberto;--mi parlò
benissimo di lui, mi raccomandò d'incoraggiarlo, di fargli animo,
disse che non bisogna permettergli di negare il proprio ingegno; disse
tutte queste belle cose, come se le avesse scoperte lui!--E adesso
intanto che scrivo lì vedo che passeggiano là nel giardino sotto il
pergolato, dove abbiamo tanto passeggiato quel giorno, ti ricordi? e
parlano, parlano, e gesticolano e sono ben certa che io non c'entro
nei loro discorsi. Forse c'entra un'altra.
«O mia buona Maria, aiutami. Ti sembro diventata pazza?--Quanto, sarei
contenta di ricevere una tua lettera che me lo dicesse! Ma pur troppo,
temo di aver tutta la mia ragione; è vero che giudico con l'istinto,
ma l'istinto va dritto alla verità. Non so comprendere cosa sia
avvenuto; non so se davvero ne ami un'altra come sospetto sempre, non
ho nessuna prova positiva, non so nulla, non posso lagnarmi di lui,
pure, Maria, sento, sento ch'egli non è più mio. Addio, addio.
Scrivimi presto, confortami tu che sai confortare.--Te ne sarà ben
riconoscente la tua Emilia.»
Sembrerà forse una cosa triste a molti, ma che ben pochi fra coloro
che pensano vorranno negare, che nell'amore le cause più indirette in
apparenza, le circostanze esterne possono acquistare una grande
importanza. Se Alberto non fosse stato costretto a confessare che la
sua vocazione per la pittura era una illusione, se la passione non
avesse trovato nel suo cuore e nella sua mente il campo devastato,
avrebb'egli fatto ciò che abbiamo raccontato? Non lo crediamo. L'amore
in tal caso non avrebbe potuto vincere la ragione, poichè questa
sarebbe stata rafforzata da un altro sentimento, o piuttosto perchè
non avrebbe potuto invaderlo completamente, una gran parte di lui
essendo già occupata da un'idea egualmente alta e profonda, egualmente
piena di emozioni bastevoli esse pure a riempire una vita. Era la sua
una natura superiore e non gli era certo possibile vivere senza
qualche cosa di gagliardo e di dolce a un tempo, di strascinante e
d'inebriante che potesse occupare tutte le sue facoltà in una volta,
ed estinguere quella sete di cose grandi e belle e gentili che tutti
sentono coloro cui Dio impartì vastità d'intelletto, e con essa
desideri irrequieti e superbi. S'egli fosse stato occupato, contento
di sè per quanto possibile, ardente nel proseguire il suo ideale reso
visibile, animato dall'amore assorbente dell'arte--quanta maggior
forza avrebbero avuto i consigli freddi contro le aspirazioni vaganti
del cuore, quanto sarebbe stata più viva la lotta e meno pronta la
vittoria; come avrebbe acquistato vigore, con quel possente ausiliare
dell'arte, la voce che accennava al pericolo, alla dura responsabilità
che stava per assumere, alla possibilità di un cambiamento, alle
difficoltà e alla lunghezza della via che l'amore gli consigliava
d'intraprendere. Ed è certo che l'amore vinse perchè era solo. Tutto
quel bisogno di azione ch'era in lui, le forti aspirazioni ch'era
stato costretto di togliere dal campo dell'arte, ogni suo desiderio
s'era rivolto nella via che unica gli si era aperta trionfalmente
dinanzi cosparsa di rose, una di quelle vie alle cui attrattive
maliarde è ben difficile resistere--specialmente quando non se ne vede
un'altra. Perfino la sua ambizione, la brama di gloria, si era
tradotta in amore. Tutti quei sentimenti che non sapevano farsi strada
ne avevano trovata una qualunque e vi erano precipitati. Come poteva
essere diversamente? Senza Emilia che avrebbe fatto egli, avendo già
dovuto rinunziare al resto? Era libero, solo, indipendente, l'amore
gli consigliava una via, egli vi scorgeva pericoli, dolori, ma al
tempo stesso infinite dolcezze; altrimenti si vedeva orbo di tutte le
sue speranze, capace di nulla, pieno d'una tristezza indicibile, e
sicuro di rimpiangere poi la propria viltà nel non aver saputo seguire
la via fiorita che si vedeva dinanzi piena di tentazioni, solo perchè
sotto i fiori si potevano nascondere le spine. E certo è spesso più
amaro il rimorso per ciò che si è omesso che per ciò che si è fatto.
Aveva rinunziato ai sogni di vocazione artistica, perchè aveva dovuto
piegare dinanzi alla verità crudele, ma come si è già detto altrove,
qualche cosa protestava in lui: il suo ingegno, benchè impotente fino
allora a manifestarsi, esisteva però, ed egli lo sentiva, e non era
possibile che lungamente si rassegnasse alla condanna d'inazione
dettatagli dal primo disinganno. Non si potrà dubitare ch'egli amasse
Emilia, e che l'amasse profondamente, dopo quello che aveva fatto per
lei, dopo di averle sagrificato le sue idee da lungo tempo fisse, la
sua indipendenza. Doveva pure essere stato forte quel sentimento che
aveva tutto vinto, che aveva annichiliti gli ostacoli insormontabili,
in apparenza, e che lo aveva deciso, lui, figlio di questo secolo
pieno d'irresoluzione e di dubbio, ad una forte e grave
determinazione. Pure, malgrado tutto ciò, era forse esagerazione di
scetticismo il dubitare che quell'amore potesse solo bastargli nella
vita o anche che potesse durare fresco e roseo come il primo giorno?
Il suo carattere era troppo vivace e vario, perchè l'amore solo gli
potesse riempire l'esistenza. L'amore per alcuni è tutto; per altri,
per coloro specialmente che in qualunque modo si meritano il nome di
artisti, non è che il possente ausiliare della vita: nei primi tutte
le occupazioni servono l'amore, nei secondi l'amore coopera
fortemente, è la molla che fa agire il resto, ma invece di farsi
servire, serve; serve d'ispirazione e d'incitamento, è a un tempo
sprone e conforto, stanca ma riposa anche. Molte volte fu detto che
gli uomini superiori, gli artisti, i pensatori, amano più e meglio
degli altri, e che tutta la loro vita rimane rischiarata dall'incendio
prodotto da quella scintilla della loro gioventù. Ciò è vero; ma non
totalmente e non sempre, e sebbene gli artisti trovino certo
nell'amore qualche cosa di più di ciò che tutti vi trovano, sebbene
amino meglio e con maggiore raffinatezza, pure l'amore non è lo scopo
esclusivo della loro vita, e appunto perchè mettono e trovano l'amore
in tutto, l'amore non può essere tutto per loro. Nella consolazione
divina che l'arte ci presta vi è inevitabilmente una parte di oblìo.
Ciò che vi è nella mente può fare obliare ciò che fa battere il cuore.
L'arte è passione come l'amore, è la gran rivale, e la sua signoria è
dolce quanto quella dell'amore, ma più severa, poichè mette un po' al
disotto di lei tutto che non è lei. Quando l'idea è sorta e con essa
la brama irresistibile di estrinsecarla, quando l'artista si è sentito
vicino a creare, vicino a quel sublime e terribile momento, tutta
l'anima sua, tutte le sue forze sono rivolte verso il suo lavoro; si
sente invaso dal fuoco sacro, innalzato al disopra delle altre cose
tutte; si raccoglie, si rinchiude per lunghe ore, e tutte le sue
facoltà morali, intellettuali, fisiche, tendono ad uno scopo solo:
tutto allora scompare intorno, nulla esiste più per lui; nulla lo può
distrarre, egli si dedica tutto al dolce e faticoso colloquio tra il
suo spirito e la sua idea, dal quale deve nascere l'opera. L'amore e
l'arte creano ambedue, ed è forse per ciò che uno dei due sovente è
assorbito dall'altro. Ed è difficile che chi si sente animato e pieno
della forza creatrice, ricolmo di fantasie che ha bisogno di
espandere, possa dedicarsi interamente all'amore. Tutte le forze che
prima si consumavano nella passione si rivolgono all'arte, e le
voluttà che empivano la vita sembrano ora quasi insipide in confronto
alle austere e ineffabili voluttà del lavoro che crea. E da tutte le
forze negate all'amore e rivolte all'arte esce il capolavoro.
Nell'arte vi è una parte di oblìo, poichè vi è l'estasi, vi è la
negazione di ogni altra gioia, poichè è la gioia senza pari. Inoltre
essa utilizza tutto, sottopone tutto a sè, si fa da tutto servire. Le
gioie e i dolori passati servono al lavoro che s'intraprende, le
lagrime hanno un'utilità, il dolore viene egoisticamente adoperato
come elemento. Per creare bisogna aver sentito e sofferto, ma bisogna
esser calmi. Tutte le tristezze si fondono in quella immensa gioia,
dal dolore trascorso può uscire il gaudio segreto e qualche volta il
trionfo.
Nei primi tempi che vivevano insieme, com'era naturale dopo le vicende
per cui erano passati, l'amore riempì tutta la vita di Alberto. Egli
non pensò più a null'altro, non gli parve possibile quaggiù un'altra
felicità. Che gli importava dei suoi sogni d'arte svaniti, o della
lunghezza della via da percorrere, o dei pregiudizi invincibili che si
sarebbero rivoltati in folla contra di lui? Aveva tutto dimenticato.
Era cullato dal dolce canto della gioventù e si addormentava in una
beatitudine serena e piena di oblìo. Il suo cuore giovane viveva in
tutta la pienezza della vita, ma l'anima sua d'artista si assopiva.
L'amore ha generato molte opere d'arte, ma la sua influenza
vivificante non si sente che quando il cuore è libero; per ispirare
bisogna che abbia finito di regnare. E regnava despoticamente e
dolcemente nel cuore d'Alberto, che aveva dimenticato tutto il resto e
a Raffaello non invidiava più che la Fornarina. Nella lotta della loro
rivalità, l'arte alla lunga finisce quasi sempre col vincere l'amore
nei veri artisti; malgrado ciò, bisogna ammettere in un certo senso
che la loro potenza è pressochè uguale, poichè finchè l'amore esiste
l'arte non ha potenza; alcuna è d'uopo che passi, finisca da sè, e se
allora l'arte subentra stabilisce la sua superiorità assorbendo tutto
e non lasciando più che nessun'altra passione diventi padrona del
campo. Alberto dimenticava dunque tutto il resto e preferiva carezzare
i lunghi capelli di Emilia anzi che oscurare la fama di Michelangelo.
Ma tutto passa quaggiù, e più ancora tutto diminuisce. A poco a poco
la felicità si fece, come doveva, più calma e allora la passione non
bastò a colmare da sè il vuoto delle ore. Le antiche idee lentamente
ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e sentì
di nuovo l'amarezza del disinganno ch'era stato dimenticato.
Lentamente l'anima sua si rivolse verso un altro ideale, l'ideale di
prima, l'amore sembrò ancora dolcissimo, ma non bastevole, e un
irresistibile bisogno di azione lo invase tutto. A questo dovevansi
attribuire le lunghe ore di distrazione e di pensiero che turbavano la
tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile
presentimento che la funestava. Egli passava delle giornate rinchiuso
leggendo e studiando, e coltivandosi così lo spirito ed obbligandolo
ad un'attenzione seguita per un argomento speciale lo distraeva dai
pensieri scoraggianti e mesti che lo invadevano. E talvolta delle
vaghe speranze lo agitavano, che sebbene tenui, erano sufficienti a
commovergli ogni fibra del cuore, a farlo tutto piegare con brama
intensa verso l'avvenire--poi ricadevano ed egli si trovava avvolto
più che mai in una tenebra fitta che adesso lo sguardo di amore di
Emilia non riusciva più ad illuminare. Egli non poteva più sopportare
quella vita vuota. La sua immaginazione aveva bisogno di correre, le
sue mani di afferrare un pennello, uno scalpello, una penna, qualche
cosa con cui tradurre i mille pensieri, con cui rendere reali i sogni
di cui sentivasi la mente traboccante. La sua fantasia batteva le ali,
bramosa di ergersi al volo, il suo corpo voleva sentire la dolce
stanchezza di aver molto lavorato, non poteva più vivere senza provare
una volta la più grande soddisfazione della vita: quella di vedersi
dinanzi l'opera delle proprie mani, il parto del proprio cervello, la
traduzione dei palpiti del proprio cuore. L'ebrezza del primo momento
d'amore era passata, ed ora sentiva il bisogno di raccontarla sulla
tela o sulla carta o nel marmo. Si ricordava che tutti gli artisti
hanno amato, ma si sono resi immortali per il loro amore, hanno
utilizzato la passione servendosi di quella luce che aveva brillato
nella loro vita per farne un'aureola intorno al nome inciso sulla loro
tomba. L'artista mette sempre nelle sue opere (anche dove non appare)
qualcosa della propria vita, ed egli abbisognava ora di far sosta per
ripensare al passato, rigioirlo per così dire traducendolo col mezzo
dell'arte e farne qualcosa su cui fondare il proprio avvenire. Ma egli
rimaneva intanto in una inazione irrequieta e triste che tentava
invano d'ingannare costringendosi a studi seri nei quali non riusciva
che mediocremente ad interessarsi.
Fu allora che rivide quell'amico di cui l'incontro è stato raccontato
da Emilia nella sua lettera alla contessa. Si erano lasciati
giovanissimi ed ora si trovarono con quella gioia che si ha di
rivedere qualcuno con cui si sono vissuti i primi anni pieni di sole,
e di potersi raccontare a vicenda i fiori e gli sterpi della via
percorsa. E, cosa strana, quando poterono capire quali erano state dal
tempo della loro separazione le loro vite reciproche, ciascuno invidiò
l'altro. L'amico dei primi anni d'Alberto era stato più fortunato di
lui, poichè, malgrado fosse circondato da maggiori difficoltà
materiali e crudelmente attaccato dalla povertà, pure riuscì. Fin da
fanciullo egli era poeta, ed essendosi coraggiosamente avviato a
scrivere, si era reso colpevole in breve tempo di due volumi di prosa
e persino di uno piccino di versi che avevano subito messo il suo nome
ad un posto d'onde non poteva più scendere, ed altresì assicurato una
-mediocritas-, più o meno -aurea-, ma insomma sufficiente a impedire
ch'egli avesse a morire realisticamente di fame. Suo padre, che
travolto nelle sfortune politiche aveva dovuto emigrare, aveva scelto
Parigi per dimora, ed egli aveva avuto perciò una educazione italiana
in famiglia, ma si era resa al tempo stesso tanto propria la lingua, e
con essa lo spirito francese, che si trovò naturalmente per questa
doppia educazione molto avanzato in letteratura, potendo abbracciare
l'antica e la moderna, la classica e la nuova. La Francia è ora
incontestabilmente ciò che fu la Grecia ed è stata l'Italia. Tutto il
movimento è là, l'impulso parte da lei, cammina luminosamente
all'avanguardia nella luce dell'avvenire. Ecco perchè l'amico di
Alberto, il cui primo romanzo, scritto in italiano, venne letto da
diciassette persone e gli fruttò qualche centinaio di lire di spesa,
si decise all'orrendo misfatto di scrivere il secondo in francese.
Egli aveva vissuto una vita varia, divertente, fortunata; aveva
provato la felicità del lavoro compreso e ricompensato, dell'ingegno
apprezzato al suo valore; aveva avuto il successo e l'applauso, le
distrazioni e l'ebrezza; pure quanto invidiò con tutta l'anima ad
Alberto il suo amore e come avrebbe rinunciato a tutto per un giorno
solo della vita dell'amico!--Ma questi, cui ora l'amore più non
bastava e ch'era pieno di desideri insoddisfatti di lavoro, lo
invidiava a sua volta ben più profondamente.
Quel giorno in cui Alberto ricevette l'amico in casa sua, in quelle
lunghe ore in cui stettero insieme rinchiusi e che tanto inquietarono
Emilia, non fu questione, come la poveretta credeva, di alcuna donne;
solo si raccontarono tutta la loro vita, si dissero le mille e due
cose che si hanno a narrare due amici che tengono comuni sentimenti,
idee ed aspirazioni, e s'invidiarono un poco a vicenda. Udendo le
parole d'incoraggiamento, piene di vita e di entusiasmo dell'amico,
Alberto sentiva una sensazione di benessere indicibile, e una lieve
speranza, tutta verde e rosea, cominciava a rendere meno bruni i
pensieri che da tanto tempo l'opprimevano. Ascoltava rianimato le
parole robuste della confidenza e della fede, gli riuscivano
dolcissime le frasi brusche che lo rimproveravano fortemente di
ostinarsi a rinnegare il proprio ingegno. Ma l'amico fece più che
incoraggirlo e rimproverarlo: gli additò una nuova via. Gli disse che
le pagine ch'egli aveva ricevuto spesso, in cui Alberto parlava con
l'eloquenza vera dell'anima, erano migliori che tutti i suoi quadri e
che se si era dovuto persuadere a gettare il pennello, come impotente
a tradurre con essi i propri pensieri e le proprie fantasie, poteva
prendere la penna e tentare ancora una volta. A questa idea la
speranza si fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore d'Alberto, e
di un tratto vide aprirsi l'avvenire dinanzi a sè. Si mise al lavoro.
Fu allora che Emilia scrisse alla contessa: «non so perchè, ma sento
che non è più mio». Aveva torto?
Molto tempo passò ancora così. Alberto si accorgeva di giorno in
giorno che i consigli dell'amico erano buoni e la sua scoperta vera,
ed ora incominciava per lui la luna di miele dell'arte. La via che
prima aveva scelto gli riusciva aspra e difficile, non essendo la sua;
questa gli era facile ed incantevole. Il suo pensiero si allontanava
da Emilia, sebbene continuasse ad amarla; ma egli stesso, senza
volerselo confessare, si accorgeva che l'amava meno. A qualcuno parrà
forse che il nostro giovane protagonista non fosse giovane, che le
illusioni ch'è obligo di avere alla sua età egli si prendesse
sfacciatamente la licenza di non averle, e che, malgrado la sua natura
poetica ed ardente, fosse ben positivo e ben calcolatore persino nei
suoi momenti di slancio. E qui come al solito è necessario fare la
distinzione tra il rimanente dei mortali e coloro che tentano di
creare: questi, per la maggior parte (e Alberto fra essi), sentendosi
fin da fanciulli spinti più degli altri all'osservazione, allo studio
della natura e dell'anima umana, meditano e si guardano attorno e
leggono e pensano e riflettono molto più e molto prima degli altri, e
perciò sino a un certo punto, se ci si permette l'espressione, hanno
l'esperienza innata. Si parla sempre dei disinganni, delle
disillusioni cui specialmente vanno soggetti i poeti e gli artisti; ma
non è sempre vero: ben sovente in essi l'illusione muore mentre nasce,
e il disinganno arriva prima dell'inganno. Essi, giovani, sono
preparati a tutto; hanno già quasi sempre acquistato quella serena
inalterabilità che difficilmente viene turbata; conoscono troppo
presto la vita perchè qualcosa li possa ingannare e sono presto
vecchi, conservando però, ci spieghi l'enigma chi vi riesce, tutta la
forza e l'incanto della gioventù e persino qualcuna delle ingenuità e
delle leggerezze dell'infanzia. Ecco perchè Alberto, fin da quando era
partito con Emilia, aveva travisto la possibilità che un giorno si
potrebbe dirigere verso un'altra meta; egli si era reso troppo certo
della brevità e della varietà delle cose umane, perchè tali pensieri
non avessero a tormentarlo.
Dacchè erano insieme e specialmente dacchè Alberto aveva cominciato ad
allontanarsi un poco da lei, volgendosi tutto a quella grande speranza
che lo invadeva, Emilia era molto cambiata. La sua salute non era mai
stata perfetta, la sua bellezza era fragile; le forti emozioni
provate, il dolore d'essere divisa da' suoi, da tutto che prima amava,
l'amarezza segreta di essere discesa dinanzi agli sguardi altrui, la
vita nomade e inquieta, tutto l'aveva impallidita, stancata,
affievolita, e già sul suo giovane viso, qualche piccola ruga
cominciava a raccontare la storia della sua vita. Egli, malgrado la
sua distrazione, se ne accorgeva--e una pietà, figlia di un nuovo
amore arcano e dolcissimo, l'assaliva tutto, e circondava per qualche
tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinascere la
confidenza in quel cuore titubante.
Un giorno giunse ad Emilia una nuova inattesa. Sua madre era
gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Questa notizia la commosse
fortemente e risvegliò nel suo cuore sentimenti da lungo forzati ad
assopirsi. Ella non aveva veduto più nessuno de' suoi dopo la fuga,
eppure aveva conservato una profonda affezione a sua madre, che,
sebbene severa e dura, era stata però buona a suo modo per lei.--La
notizia improvvisa fu una fortissima scossa. Risentiva un immenso
dolore, non affatto scevro di rimorso per la malattia di sua madre, e
le pareva che se avesse a perderla si troverebbe come sola in un
abisso; tanto è vero che l'affetto di una madre è così forte e
possente che oltre a non poter essere sostituito da alcun altro, si
esercita anche a distanza ed ha una influenza misteriosa anche quando
circostanze speciali hanno sciolto il nodo della natura;--ed al tempo
stesso provava una gran gioia ed una indicibile commozione all'idea di
rivederla, prevedendo che all'istante di riabbracciarla sentirebbe una
voluttà santa. Ma pensava con terrore che forse dovrebbe lasciare
Alberto per molto tempo, ed allora i presentimenti che da tanto tempo
l'agitavano diventavano fantasmi reali e di una forma orribile e le si
avvicinavano spaventevolmente.
Si era allora alla fine dell'autunno, ed era una triste e piovosa
giornata quella in cui Emilia partì. Disse ben mestamente addio ad
Alberto, come se non avesse a rivederlo più. Si sentiva il cuore
gonfio, vedeva tutto nero, le pareva che un velo funebre calasse su
tutto. Per la prima volta dopo molto tempo palpitava per qualche cosa
che non era Alberto, ed il dolore, all'idea della probabilità di
perdere sua madre ch'era già in età avanzata, era in lei terribile;
pure questo sentimento di dolore acerbo rinforzava, esaltava il suo
amore, e capiva più che mai ch'egli era tutto per lei, ch'era la sua
vita, l'unica sua meta. Quando fu in vagone, mentre la locomotiva
fischiò, mandò con la mano un ultimo saluto ad Alberto, e in quel
momento si sentì una fitta tremenda al cuore. Si appiattò nel suo
angolo, alzò il vetro, si strinse nel mantello e guardando distratta
le campagne mestamente lavate dalla pioggia e gli alberi che si
correvano dietro veloci, lasciava che i suoi pensieri egualmente
s'inseguissero; ma non erano verdi, e spesso uno nero veniva a
cacciarne uno bruno. Era in uno di quei momenti serii in cui molte
cose ne si presentano sotto un aspetto nuovo ed improvviso. I suoi
pensieri si dividevano tra quello che aveva lasciato dietro di sè e
quella cui andava incontro, tra l'affetto della sua infanzia e l'amore
della sua gioventù; tra il tavolo di studio dove vedeva colui al quale
si era data tutta e per sempre, e il letto ove stava una morente che
le perdonava, perchè i rancori di questa terra non si possono portare
altrove. Si sentiva la testa debole. Era seduta davanti ad un vecchio
elegante il quale portava una grossissima catena d'oro da cui non le
riusciva di togliere lo sguardo. D'un tratto, senza accorgersene,
interruppe i suoi pensieri per osservare le piante che si vedeva
sfilare davanti. Qualche volta le pareva che tutto fosse un sogno,
oppure si scordava perchè era in viaggio, e poi il doloroso motivo le
ritornava dolorosamente d'improvviso alla memoria con una fitta nel
cuore. L'era stata una consolazione la parte che Alberto aveva preso
al suo dolore--ma al tempo stesso l'idea di una separazione che poteva
prolungarsi la spaventava; tanto più che Alberto aveva deciso di
andare, durante la sua assenza, a Parigi con l'amico. Senza ch'ella
sapesse troppo il perchè, quel nome «Parigi» le diventava odioso--ella
temeva la maggiore lontananza. In quelle poche ore di ferrovia, tutta
la sua vita le passò davanti alla memoria, sfilando anno per anno,
come il paese variato che le si stendeva dinanzi allo sguardo. Fu uno
di quei viaggi che non si scordano. Tutti abbiamo così delle ore in
cui si discende nel passato e si ricapitola, in cui l'anima nostra
somiglia ad un viandante che si arresti a mezzo la collina per
volgersi indietro a riguardare ad uno ad uno i sassi, i fiori, i
torrenti e i ruscelli della via già scorsa. Finalmente giunse; fu
ricevuta affettuosamente dai suoi e si accorse ch'erano impressionati
dal cambiamento che scorgevano in lei, benchè nulla ne dicessero.
Rivedendo la casa ove aveva passati gli anni dell'ignoranza, si sentì
soffocare da un'emozione non mai provata prima. Fu condotta subito
nella camera dell'ammalata, il cui viso, malgrado tutto, s'illuminò,
vedendola, di un sorriso di beatitudine; baciò piangendo quel volto
forse impallidito per colpa sua, e si assise al suo posto, a' piedi
del letto, con l'intenzione di non lasciarlo più finchè la sua
presenza fosse necessaria. La malattia era gravissima, ma si sperava
ancora.
Alberto fu triste per la partenza di Emilia, come non avrebbe creduto
di esserlo. Egli che si era messo con tanta lena al nuovo lavoro che i
consigli dell'amico gli avevano fatto intraprendere, ora tornava di
nuovo a trovar tutto vano ed inutile, dacchè la sua stanza di studio
non poteva più essere illuminata di tanto in tanto dal sorriso di
Emilia. Egli che da qualche tempo la trascurava un poco, ora si
sentiva talmente pieno d'amore per lei, che non si ricordava un'ora
cotanto triste quanto quella in cui aveva udito il fischio della
locomitiva che la rapiva. La sala, il posto ch'ella occupava vicino
alla finestra, il ricamo mezzo finito sul telaio, il tagliacarte
lasciato nel libro, le sbarre del focolare dove i suoi piedini si
appoggiavano, i fiori che ora appassivano nei vasi, tutti cotesti
segni della sua assenza lo riempivano di malinconia. Il profumo di lei
ch'empiva tutta la casa e che gli era sempre stato dolce, ora lo
rattristava. Ed era contento della decisione presa di partire, poichè
dovendo separarsi da lei, non poteva sopportare di essere
continuamente circondato da mille cose che la rammentavano; si sentiva
il bisogno di variare tutto intorno a sè, di una vita affatto nuova in
mezzo ad oggetti non soliti. Giunto a Parigi infatti queste
impressioni si affievolirono; le lettere che riceveva quasi
quotidianamente da Emilia gli parevano quasi lei e quasi gli
bastavano; le distrazioni, il contatto di quella società letteraria
così divertente in cui venne subito introdotto dall'amico, gli
aprivano la mente a nuove idee, si vedeva dinanzi gli orizzonti dorati
della soddisfazione e del successo. Le speranze che da qualche tempo
gli apparivano vaghe e lontane ora si avvicinavano e si facevano
reali. Il suo spirito di osservazione, il suo ingegno penetrante che
certa ne dovevano fare uno squisito narratore, gli consigliarono
un'idea, e allora la febbre del lavoro lo prese. Non escì più che
raramente e dimenticò tutto nell'opera che lentissimamente prendeva
una forma.
EMILIA AD ALBERTO.
«Mia madre sta un poco meglio, comincia a mangiare e fra qualche
giorno potrà forse alzarsi un tantino, ben inteso che questo
miglioramento pur troppo non diminuisce per nulla la gravità del male;
i medici al solito non vi capiscono molto. Di aspetto non è male, chè
si è molto rialzata di morale dopo il mio arrivo; la povera donna si
era ostinata a non volermi vedere, ma faceva uno sforzo; ora non può
fare a meno della mia compagnia ed io non la posso abbandonare; se
sapessi quanto la sua accoglienza mi ha commossa, bisognerebbe perciò
capire tutto il bene che mi ha fatto il suo perdono. Mio padre è
giunto da Napoli; davanti al pericolo tutti i rancori cessano e le
affezioni rifioriscono; egli col suo solito modo strano mi ha ricevuto
non calorosamente, ma come niente fosse; zia Paolina e Giulia sono
pure qui; capisco che la mia presenza non li soddisfa molto, ma faccio
finta di non accorgermene e cerco tutti i modi per strappare loro un
poco di simpatia.--Vedendo la mamma relativamente così bene, non mi so
persuadere che non vi abbia ad essere rimedio e non so tralasciare di
abbandonarmi qualche volta alla speranza; ma la è una ben piccola
speranza, poichè i progressi del male sono lenti ma sicuri. Non puoi
imaginarti la terribile sensazione di freddo che mi passa per le ossa
all'idea di perderla presto. Dio volesse conservarla; ora che la
malattia ha servito a riunirci, potrei vederla ancora di tanto in
tanto.... comprendi dunque che ho motivo di essere triste senza
contare la tua lontananza. Quella poi mi affligge e un poco mi
spaventa. Oh! se tu potessi esser qui con me!.... In ogni modo la
nostra separazione sarà lunga certo; è necessario dirti quanto ne
dovrò soffrire, a te che conosci il mio amore?--E poi ti sei ancora
allontanato maggiormente; sei a Parigi.... Mi amerai lo stesso? Come
rideresti forse se ti avessi a dire tutte le mie paure e i pensieri
tristi e pazzi insieme che molte volte mi assalgono e che non so
respingere. Se avessi il coraggio di scriverteli qui ad uno ad uno, mi
parrebbe già vedere il sorriso che spunterebbe sulle tue labbra, quel
sorriso che tu solo possiedi e che mi ha rassicurata tante volte, e
tante volte mi ha fatto tremare. È per me un supplizio il non poter
parlare di te; ma nessuno ti nominò e sembra che per un tacito accordo
tutti fingano d'ignorare quasi la tua esistenza; nessuno m'interrogò
sul passato che hanno voluto obliare, e per ciò, silenzio! Alberto è
una parola esiliata dalla casa e forse è meglio, ma ne soffro ancora
più. Mi sfogo scrivendo dei volumi in folio a Maria, la cui amicizia è
la mia seconda gioia quaggiù; a lei dico tutto, sì signore, forse più
di quello che dico a te, perchè ella non sorride; ma tu non ne sei
geloso, non è vero? Già, te lo dico in confidenza, è anzi una delle
cose che qualche volta mi spaventa che tu non sei geloso, e non lo sei
affatto, ma proprio niente.... A lei dico tutto come vien viene; ed
ella m'intende e ha la pazienza di rispondere e di rassicurarmi e
spinge l'adulazione fino a farmi incessantemente i tuoi elogi. Ben
inteso che non scrivo a lei che dopo d'aver scritto a te, e a te
voglio scrivere il più che sia possibile, anche tutti i giorni se ne
ho tempo; non ti annoiano tutte le mie chiacchiere, non è vero?--Sai
che qualche volta ho un po' vergogna a mettermi a scrivere? Chi sa
come sono queste mie povere lettere che non ho nemmeno tempo di
rileggere. Ma già con te non so fare altrimenti, lascio che la penna
vada come vuole, basta che ti abbia detto almeno cento volte che ti
adoro con tutta l'anima e che ti supplico di pensare a me il più che
puoi.... quando hai tempo.
«Scrivi?--Già tu lavorerai con furore e frenesia e tanto che ti farà
male. Bada a quello che fai, non stancarti troppo, abbiti cura, te lo
chiedo per me. Non puoi imaginarti con quanta beatitudine penso che
finalmente il tuo ingegno ha trovato la sua vera strada, che per te
sono finiti i giorni dello scoraggiamento, che il successo nella nuova
via ti compenserà fra poco del disinganno nell'altra, che la tua
fronte si è rialzata e il raggio della speranza ritorna ad illuminare
il tuo sguardo; il pensare che quando ci rivedremo non avrai più
quelle lunghe ore di tristezza e di abbattimento provenienti dall'ozio
al quale ti eri tu stesso condannato, e che il tuo genio non oserai
più negarlo quando tutti l'avranno proclamato! Non posso fare a meno
che sentire riconoscenza per chi ti ha mostrata la via che ti stava
dinanzi e che tu non vedevi; per quello cui dovremo la tua gloria
futura. -Dovremo-, quanto è dolce una tal parola! Io ti amo con tutte
le forze dell'anima e ti amo con tutto l'orgoglio che deve avere la
donna che tu hai prescelto.--Come vorrei esserti vicina ora che il
sorriso della sicurezza è spuntato nuovamente sul tuo labbro, ora che
tu non ti rinneghi più. Tu certo non sentirai troppo la separazione
che mi riesce tanto penosa; perchè le nuove idee ti occuperanno,
perchè sarai tutto assorto nel lavoro e troppo consolato dalla
speranza. E mentre tu vivrai nella capitale del mondo, distratto dallo
studio e dai divertimenti, io starò qui sola, al letto di mia madre,
pensando a te, invocando la sua guarigione e il tuo ritorno. Oh abbi
pietà di me, non dimenticarmi, amami e cerca di dirmelo il più presto
che puoi!
«Non voglio più annoiarti, nè stancarti; mi sono promessa di non
parlarti più della mia gelosia, nè delle mie paure; ti dirò ora
solamente che, se non avessi il dovere che mi trattiene qui e se il
mio tempo non fosse tutto occupato dall'assistenza che ho la
consolazione di poter prestare a mia madre, questi che passano per me
non sarebbero giorni, sarebbero un tempo senza limite, senza scopo,
senza vita. Lo sai che la mia esistenza è dove tu sei.»
Quanto piacere e quanta tristezza insieme si trova nel conforto che le
lettere portano all'assenza! Esse ne diminuiscono l'effetto e
rallentano la inevitabile azione del tempo, ma non la impediscono nè
l'arrestano. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fa il suo lavoro, ogni
spazio di tempo che passa aumenta la distanza. Alberto che sulle prime
si sentiva isolato, triste, affranto, a poco a poco si abituò
all'assenza, come abbiamo visto, e passava la vita tra il lavoro e le
lettere che riceveva da Emilia, di cui abbiamo voluto dare un saggio.
Sul principio egli le aspettava ansiosamente, con impazienza
delirante; se tardavano s'inquietava, se mancavano non poteva più
mettersi al lavoro, ma poi cominciò a riceverle come una cosa di
abitudine e, internato nel suo lavoro che occupava ogni sua facoltà,
molte volte non si accorgeva più del ritardo o della mancanza d'una
lettera. Dobbiamo confessare tutto? Dapprima gli parevano dolci,
ineffabilmente buone, adorabili, inimitabili, poi non poteva negare a
sè medesimo che un poco si ripetevano, ch'erano motivi sulla stessa
nota, e talvolta inquiete e paurose senza ragione, e interrogative
senza scopo. Qualche volta il dover interrompere il suo lavoro per
rispondere gli riusciva di peso; e allora la sua risposta era corta,
frettolosa, ed Emilia per tutto il giorno seguente restava triste ed
abbattuta.
Alberto scriveva con una facilità, con una ispirazione di cui non si
sapeva capace; una quantità d'idee nuove, lucenti gli si affacciavano
in folla alla mente, la tessitura del suo lavoro egli se la vedeva
tutta dinanzi allo sguardo, nell'insieme e nelle sue singole parti.
Gli sembrava impossibile fermarsi; tutte le sue facoltà erano rivolte
al suo manoscritto e il contento ch'egli risentiva gli sembrava
superiore a tutti gli altri. Il suo volto s'impallidiva un poco stando
tante ore rinchiuso, ma un sorriso di una soddisfazione sconosciuta
spuntava sulla sua bocca dopo una lunga giornata di lavoro. Egli
leggeva ciò che scriveva di volta in volta all'amico e questi doveva
confessare ch'erano superate le sue proprie speranze. Dopo qualche,
tempo gli parve che vi fosse una distanza incalcolabile tra la sua
nuova vita e quella di prima, e la casetta lungo l'Arno gli sembrava
di averla lasciata da un gran pezzo.
Le vaghe speranze di Emilia non si avverarono, e molti mesi dopo le
cose narrate la ritroviamo ancora seduta tristamente al letto di sua
madre. Sono terribili quelle malattie in cui la morte è l'unica
soluzione possibile; così lunghe e dolorose, ch'essa è aspettata come
un angelo luttuoso ma liberatore. Ritroviamo Emilia assai mutata; la
freschezza ha abbandonata la sua guancia e la vivacità il suo sguardo,
che ha preso oramai una espressione di stanchezza rassegnata e una
fissazione che fa male a chi la osserva. Persino nella posa vi è
qualche cosa di più affievolito che in quella che le conoscevamo, e
nel suo passo si osserva quella pesantezza propria di coloro che
domandano a sè medesimi perchè si debba camminare. Nella lunga
malattia di sua madre, nella inutilità dei soccorsi prestati, in
quella lassitudine profonda che ne afferra quando sappiamo che la
disgrazia temuta è inevitabile, vi è una sufficiente fonte di
tristezza per giustificare il cambiamento che constatiamo--pure questi
motivi non n'erano l'unica causa, nè la principale.--Il dubbio che da
tanto la rodeva (se non quello di essere sacrificata, per lo meno
quello di essere dimenticata) si era fatto certezza, e il suo cuore
stava morendo in lei.
Sentiva che i giorni lieti erano finiti. Fra la sua vita presente e
quella di qualche mese prima vi era un abisso; allora ella viveva in
pieno sole, respirando con delizia l'aura della gioventù; tutto le
piaceva, tutto la divertiva, tutto aveva uno scopo ed ella sorrideva a
tutto. La sua giornata era tutta occupata; l'amore illuminava ogni
cosa con il suo raggio immortale; tutte le persone che l'avvicinavano
l'erano simpatiche; dovunque si trovava nel proprio elemento. Ora
invece, ad ogni nuovo mattino che veniva a risvegliarla doveva aprire
gli occhi dolorosamente, domandando a sè medesima a che serve la vita;
si alzava, si vestiva macchinalmente; parlava e le sembrava che il
linguaggio che udiva non fosse il suo, si sedeva al letto di sua madre
e quasi non se ne moveva che per andare a pranzo con gli altri, il che
era un piccolo supplizio quotidiano. Poi, alla sera, appena lo poteva,
si chiudeva nella sua stanza, scriveva tristamente ad Alberto, non più
con l'espansione dei primi tempi, ma nascondendogli le sue pene per
non annoiarlo inutilmente, e poi cercava il sonno. Si vestiva alla
mattina e si svestiva alla sera, nè più si curava di quella eleganza
sua propria che era uno dei distintivi del suo carattere; non le
rimaneva che quella parte che nulla poteva toglierle. Se qualcuno di
coloro che l'avevano incontrata a caso sulle montagne della Svizzera,
con la veste grigia sollevata sopra la sottana rossa, l'occhio pieno
di luce e di allegrezza, il piede fermo e il passo agile, la guancia
rosea di gioventù e di salute--l'alpenstock alla mano e il cappellino
tutto coperto di rose selvatiche; o nella sua piccola villa, di
estate, tutta avvolta in una mussola fresca, leggera, che scorreva
sveltamente sulla minuta sabbia dei viali, mentre si metteva le due
mani alla bocca per chiamare Alberto dalla sua stanza del primo
piano--la rivedesse ora, crederebbe avere dinanzi agli occhi qualcosa
di somigliante alla visione di prima come l'ombra alla realtà.
Scriveva alla contessa:
«Non sono più quella che tu conosci; se mi avessi a vedere, saresti
forse spaventata dal mio aspetto; le mie lettere ti mostreranno quanto
si sia mutato il mio carattere e come ogni coraggio mi abbia lasciato.
Il vuoto si fa intorno e dentro di me; capisco che in me stessa come
nella mia vita c'è qualcosa che si rompe, sento che nulla più mi
appartiene, fuorchè il passato. Ti ringrazio mille volte per le tue
buone parole; e per la tua amicizia che è sempre la stessa, ti sono
sempre egualmente riconoscente: ma che vuoi? da quando ci parlammo ad
ora sono passati dieci anni per me. Come vorrei vederti!--Le mille
paure che mi agitavano una volta non le sento più, e la gelosia non mi
rode; ma sono certa che oramai sono qualcosa di ben secondario nella
sua vita. Doveva essere così, ma è orribile saperlo. Non credo ch'egli
sia -cambiato-, ma so di non essergli in alcun modo necessaria; egli
mi ama forse ancora, ma è impossibile che pensi molto a me e l'oblio è
ben vicino all'indifferenza. Essere dimenticata! il peggio di tutto.
«Le sue lettere mi fanno un male indescrivibile; sono dolci e buone
come sempre, ma scritte per -coscienza-; talvolta cortissime e
frettolose; si vede ch'egli ruba a stento il quarto d'ora dedicato a
provarmi che si ricorda di me; so che lo fa per abitudine e per pietà;
glie ne sono grata malgrado tutto, ma ciò mi sembra ben crudele. Io lo
amo come sempre e non lo incolpo affatto. Non poteva io sperare di
riempiere la sua vita. Non m'interesso più a nulla, non leggo, parlo
poco e vorrei non pensare. Vegeto, e ringrazio il cielo di essere
utile nell'assistere mia madre. Oh! Dio, quanta tristezza mi circonda!
Non so cosa succederà di me, ma credo che sarà ben poco. La primavera
si avvicina; ieri era una giornata magnifica e stamane vedo dalla mia
finestra la gente che va a spasso per godere del bel sole. Oggi voglio
uscire anch'io tanto per distrarmi un tantino, ma non mi sento bene da
un pezzo e la più corta passeggiata mi stanca. Talvolta un'idea fissa
s'impadronisce di me e non me ne so più distaccare; questa notte per
esempio mi ricordava gli spropositi e la figura grottesca d'un
cicerone che ne condusse per il castello di Heidelberg e che non ho
mai potuto rammentare senza ridere, e mi sentii nel cuore un'amarezza
indicibile. Mi sento invecchiata e mi pare di essere lontana da tutto
ciò che mi rese felice; pure sono i miei ricordi più recenti. Eppure
sono calma; non vi è alcun mutamento nelle mie maniere, non mi accorgo
quasi io stessa di soffrire, e quelli che mi avvicinano certo non se
ne accorgono affatto. Il mio è un dolore purissimo, poichè non so
darne a lui alcuna colpa e mi ci ero da un pezzo preparata; mi ritiro
tutta in me stessa e non oso misurarlo. La malattia di mia madre
intanto fa progressi incessanti; tutte le mattine il medico crolla il
capo e non sa fare altro.»
Alla morte di sua madre, Emilia pianse lungamente e quelle lagrime fu
lenta a poterle rasciugare; ma d'un tratto si sentì estranea in quella
famiglia, ch'era stata riunita solo per prestare assistenza a colei
che non era più; ripassò per la medesima strada che aveva percorsa
pochi mesi prima e ritornò nella casetta dei giorni felici. La prima
impressione fu strana. Una serenità blanda e profonda la invase tutta
e con essa una malinconia meno triste; ma la casa le sembrava il
fantasma di quella che aveva abitato.
Alberto aveva quasi terminato il suo lavoro. In breve avrebbe potuto
cogliere il frutto delle sue fatiche. Il momento tanto atteso era
vicino. Si sentiva circondato da un'aura di speranza. Tutto il resto
scompariva dinanzi al suo sguardo. Lavorava indefessamente--quando,
una sera, ricevette una lettera di Emilia con la data di Firenze e una
larga riga nera all'intorno. Era una lettera breve, triste, calma; tra
l'altre cose diceva: «non avendo oramai più nulla che mi tenesse colà,
sono tornata qui per preparare e stabilire ogni cosa», ma non diceva
«ti aspetto».--Alberto era occupatissimo e come preso in un vortice;
non gli era possibile partire da un'ora all'altra, ma affrettò ogni
cosa per poter presto raggiungere colei che certo lo aspettava con
impazienza. Non poteva negare a sè medesimo che non l'amava più come
una volta; desiderava molto rivederla, ma allo stesso tempo non si
sapeva togliere ai novelli vincoli possenti e soavi che lo
trattenevano. Oh s'egli fosse stato in una simile circostanza in altri
tempi! Anche se trattenuto da un interesse fortissimo, come avrebbe
lasciato ogni cosa, per correre da quella che tutta gli riempiva la
vita! Ora invece voleva partire, ma quasi inconsciamente esitava a
togliersi all'atmosfera inebriante in cui si trovava. E d'ora in ora
ritardava, senza quasi rendersene conto. Benchè, partendo, andasse
verso l'amore, verso il sole, pure provava uno strazio nel lasciare la
sua nuova esistenza; l'attrazione lontana, sebbene non osasse
confessarselo, era meno forte di quella vicina.
L'amico indovinava tutto, ma non osava dirgli: «Non l'ami più come una
volta», essendo certo di ricevere una smentita; calcolando però quanto
Emilia fosse ansiosa di rivederlo e come dovesse soffrire del più
piccolo ritardo, lo esortava a partire.
Ella lo aspettava infatti. Non faceva altro. Vi erano dei momenti in
cui le sembrava che non dovesse più venire. L'aprile s'inoltrava ed il
giardino era tutto verde e fresco; ma in quella dimora piena di luce e
di fiori ella era ben triste. La solitudine è terribile quando non è
rischiarata dalla speranza. Ogni ora trascorsa le sembrava una nuova
prova che Alberto non l'amava più: non aveva però alcun risentimento;
nessuna di quelle idee volgari che agitano in tali casi la toccavano,
ma soffriva. Non sapeva cosa non avrebbe dato perchè quell'uscio sul
quale dal suo angolo vicino alla finestra volgeva sempre lo sguardo,
avesse ad aprirsi. Aspettare qualcuno che non viene perchè dimentica è
una delle grandi miserie della vita. Avrebbe compito qualunque
sacrificio per affrettare di un'ora il suo arrivo. Al tempo stesso gli
scriveva: «Puoi credere quanto desidero riabbracciarti, vieni appena
puoi, ma non ti affrettare per me: fa tutto quel che devi fare».
Ella soffriva intanto atrocemente. Trascinava penosamente i giorni
lunghissimi in un'agonia di aspettazione. Era piena d'impazienza, di
paura; le pareva che Dio la sottoponesse ad una prova superiore alle
sue forze--ed interminabile.
Il momento dell'arrivo ella se lo imaginava sempre. Egli aveva
scritto: «Questa sarà la mia ultima lettera; non avrò tempo di
scrivere in questi ultimi giorni, in cui affretto tutto per essere con
te al più presto. Spero in breve di poter finire ogni cosa e verrò a
sorprenderti». E la sorpresa ella l'aspettava sempre. Dal suo posto
favorito guardava il cancello e diceva fra sè: «Ecco, io sentirò la
carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino». E a un tale pensiero
una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che
passava una carrozza, si alzava per vedere e il cuore le batteva....
ma la carrozza tirava dritto. «E se invece venisse di sera?» pensava
invece talvolta. Io sarei qui vicina alla lampada, ed egli entrerebbe
d'improvviso senza che io me ne accorga....
Quando finalmente giunse davvero, fu ben altra cosa; era un minuto in
cui meno se l'aspettava, quando a un tratto udì la sua voce; egli
parlava col giardiniere, entrando. Impallidì e un tremito l'assalse,
volle moversi, ma restò paralizzata sulla sedia. Egli entrò ed ella
non seppe che stendere le mani, poichè le parole non venivano.... Fu
uno di quei momenti che compensano di molti dolori. Egli era un po'
diverso, ma di bellissimo aspetto e lo sguardo contento.
Vedendola tutta pallida con le sue vesti di lutto capì ogni cosa. Non
ebbe bisogno di domandarle la causa del suo pallore e del suo
decadimento. Scorse con uno sguardo tutto quello che aveva sofferto e
come lo aveva aspettato. Ebbe rimorso di ogni ora che aveva perduto
nel venire e si sentì nel cuore un'amara ed immensa pietà. Inoltre gli
parve abbellita nel suo pallore.
Oh! quelle prime ore come passarono veloci! come si sentì ristorata
quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere sul suo
petto! Gli disse piano piano come se alcuno potesse udire: «Non sei
più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto
bisogno. Sai che ero così gelosa, ma come non te ne puoi fare un'idea!
Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne
chiedo perdono; nessun'altra è venuta a frapporsi fra noi due. Ora non
lo sono più. Comprendo che non ne ami alcuna, ma sento che quel mondo
che hai in te ha fatto piccolo il mio posto nel tuo cuore. Tu mi dirai
che mi ami ancora; lo credo, ma so che non sei più mio. Tutto è
finito; io temeva le altre ed avevo torto, ma in qualche modo doveva
finire, e dopo che non hai più bisogno di chi ti consoli, che vuoi far
di me? Non ti sono più necessaria».
Egli la rassicurò lungamente, dolcemente; le parlò a bassa voce come
ai primi tempi, la consolò con tutto l'amore che potè trovare, ed ella
gli fu ben riconoscente per il suo tentativo pietoso.
Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una persona cara, sanno
quali siano le angoscie, la disperazione prodotta da una malattia
mortale che inaspettata, inesorabile piomba su di una casa come un
uccello di rapina. L'anima si rivolta contro la Providenza, si fatica
a trattenere la bestemmia che l'ingiustizia del dolore spinge sul
labbro e la ragione la più sana è momentaneamente sconvolta dinanzi
alla calma e tremenda inesorabilità del fato. Dio appare spietato;
l'uomo crassamente ignorante nel non saper mettere un argine al
prematuro lavoro della natura; i medici sembrano imperdonabili nella
loro impotenza, e a un tratto tutto ne appar falso, bugiardo quaggiù.
Allora il sole che irradia i campi e illumina l'azzurro del cielo con
la sua luce tranquilla, l'aspetto trionfante della natura, l'immenso
sorriso del firmamento, tutte quelle inenarrabili bellezze che prima
ne consolavano il cuore, e ridonavano allo sguardo il raggio della
speranza e dell'allegrezza, ne sembrano invece la più amara ironia; nè
sappiamo con la terribil guerra che ne agita internamente perdonare al
mondo la sua divina inalterabilità.
Pochi mesi erano passati dal ritorno di Alberto, quando la sventura si
abbattè d'improvviso sulla piccola villa ridente, ch'era stata
spettatrice di tanta serena felicità. Sebbene ella avesse perduta la
fede, pure la riunione dopo una sì dolorosa assenza aveva ridonato in
parte ad Emilia la salute e le sue guance cominciavano a tingersi
ancora di rosa; quando si mise un brutto giorno a letto con una febbre
ardente. Dapprima fu creduta cosa passeggera, ma dopo prese il
carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti, e quando il morale ha avuto
una troppo forte azione sul fisico, tali malattie perdonano raramente.
Alberto non si mosse una sola ora dal suo letto; una tristezza
incommensurabile s'impadroniva di lui dinanzi a quella vita tanto
amata che si spegneva avanti sera; una tristezza profonda--ma calma.
N'era addolorato sin nel fondo del cuore, sentiva che quella morte
doveva porre il velo del lutto su tutta la sua vita, pure era il suo
un dolore diverso da quello che avrebbe provato se una sì grande
sventura gli fosse calata addosso prima che il nuovo scopo che ora si
era prefisso l'avesse occupato.
Quando veniva la sera, e i passi domestici finivano di farsi udire e
ch'egli rimaneva solo vicino al letto di dolore dell'unica donna
ch'egli avesse mai amato davvero; in quella stanza solo rischiarata
dalla luce vacillante del lumicino da notte, mentre vegliava guardando
tristamente quei capelli tanto baciati che soli non si confondevano
nell'ombra con il cuscino su cui posava il volto impallidito, in mezzo
alla stranezza di un dolore tanto inaspettato che talvolta gli pareva
un orribil sogno, mille nuovi pensieri lo agitavano. Ripassava la sua
vita; si ricordava quel tempo quando Emilia era tutto per lui, si
ricordava la felicità dei primi istanti, tutte le cento note del
magnifico concerto d'amore, e i giorni cattivi, e la risoluzione e la
fuga, e la pienezza della vita giovane che ora finiva per lui, e i
viaggi e i rumorosi divertimenti, e le allegre serate con gli amici e
le serate a due vicino al focolare o nascosti in un palco mentre
migliaia e migliaia di cuori palpitavano, ma non come i loro, dinanzi
al duetto degli Ugonotti o del Faust--e la suprema dolcezza con la
quale ella lo sapeva consolare dell'arte perduta; e poi il gaudio
dell'ingegno che ritrova la via e la nuova speranza che sorge. Questa
gli rimaneva. Pensava poi all'amico che ora stava occupandosi delle
cose sue e alla probabilità di successo che lo aspettava, ma tutto gli
sembrava bruno dinanzi a quel lutto.
Quanto è triste quella serena dolcezza con cui parlano i moribondi, e
quell'occhio sereno con cui vi guardano! Tutte le volte che Emilia
parlava egli si sentiva morire con lei. Nell'ardore della febbre
delirò qualche volta; in quelle parole disordinate tornava frequente
l'idea: ora è finito: quell'ultima rivelazione del suo amore gli
faceva male. I medici venivano ogni giorno e tentavano tutto
inutilmente: Alberto loro faceva i discorsi più stravaganti, offriva
loro tutto ciò che possedeva se la potessero salvare, li supplicava
con le lagrime agli occhi, li strapazzava, come se essi potessero
portare soccorsi là dove la potenza dell'arte finisce. Essa peggiorò
sempre. Negli ultimi giorni ebbe ancora qualche momento di calma e
potè parlare; i suoi discorsi erano amorosi come quasi non l'erano
stati mai, ed egli piangeva ascoltando quelle cose dolci ch'ella
trovava ancora per lui e tentava di dire col filo di voce che le
restava: ma sempre tornava quell'idea che a lui riusciva amarissima:
tutto è finito.
Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi
istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il
vostro cuore?--I pianti, la tetra solennità della religione,
l'angoscia suprema.....
Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli
dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva
bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna
e molto vigore le fanno sormontare.
Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile
sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così
inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e
durevole.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora,
nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il
suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo
intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana,
ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto;
quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di
creare, d'improvviso se le senti più possenti--d'un tratto si
risvegliò poeta.
IL VIAGGIO
DEL DUCA GIORGIO
I.
Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un
dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico.
Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo
asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti
irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare
comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare
alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la
passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e
verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo
compagno del duca e--sebbene non del tutto--meglio di qualunque altro
si poteva vantare di conoscerlo.
Nella sua casa ai -Champs Elysées- dove il duca viveva solo, ma dove
si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più
alta o dalla più intelligente--o dalla più divertente--(dalla
-migliore- insomma in qualunque senso si voglia prendere la
parola)--vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva
riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o
vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un
gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata
squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al
discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di
un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il
legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero;
le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le
dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze
massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei
cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano,
il tappeto turco dai colori vivaci--formavano un insieme assai
armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola
che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di
Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai
fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce,
ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle
pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la
moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i
piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano
girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro
faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a
infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino
seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi
tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine
l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva
talvolta.
Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti
soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una
da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in
quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua
grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste,
circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che
seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto
in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di
maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza
parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una
cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto
a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania
coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio,
dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran
tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là
qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso
del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia
rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto
persiano, soffice come un prato a primavera.....
Fuori nevicava--le poltrone stendevano le loro braccia di velluto, e
una volta adagiati sopra di esse era difficile rialzarsi. Il duca si
levò l'abito, si avvolse in una casacca di seta a colori smaglianti,
accese il -narguilhé- che posava per terra, e appoggiati i piedi sulle
sbarre del camino cominciò ad aspirare voluttuosamente il fumo
odorante, mentre nel vaso il fuoco profumato crepitava.
--Uscire stasera? egli disse, ma perchè si deve uscire? Pensa,
Tibaldo, se sia possibile imaginare qualcosa di più stupido, di più
insulso che mettersi in una carrozza fredda, e rotolare un quarto
d'ora per andare in un teatro troppo caldo, dove si sta molto mal
seduti ad ascoltare della cattiva musica, e di là passare in un -club-
a dire e farsi dire delle bestialità e a perdere del denaro, oppure in
qualche orribile sala male ammobigliata e fetente di gas a bere del
cattivo vino e cenar male con delle donne brutte e vecchie, vestite
con una eleganza falsa e coperte di profumi insopportabili.
--Non hai del tutto torto e anch'io mi sento troppo pigro per movermi,
e trovo che qui si sta piuttosto bene, rispose Tibaldo, pure mi sembri
molto invogliato questa sera a volgere sopra le cose un occhio troppo
malevolo ed a cercare il lato brutto della vita. Ma dico anch'io: chi
deve uscire? Penso quasi di non tornarmene nemmeno a casa mia e di
passare la notte su questa poltrona.
Così dicendo appoggiò la testa come volesse dormire e stendendo le
gambe sopra quelle del duca, aprì la bocca ad un semi-sbadiglio, segno
piuttosto di pigro benessere che di noia. Il duca taceva; Tibaldo
proseguì:
--Sei però ingiusto verso le donne, ve ne sono ancora per l'Europa una
dozzina di belle. Oggi vidi la Ximena a cavallo e ti assicuro che con
quel busto di statua antica, con quell'occhio di fiamma e quei capelli
d'oro era un'apparizione da far fermare chiunque, mentre passava di
galoppo, stando in sella con quella suprema eleganza che in tutto la
distingue e guidando con le sue mani di fata il magnifico morello che
le ha dato Federico.
--Peuh! fece il duca, non la posso soffrire! Oramai di donne belle non
ne conosco più; dipenderà forse da ciò che non mi pare possibile di
amarne alcuna, e che rimango affatto indifferente dinanzi a loro. Ma
se avessi a fare una eccezione, mi trasporterei nell'alta società e
nominerei Lady Isabella.
Lady Isabella era una inglese appena giunta, giovanissima, sposa di un
ex-ammiraglio assai maturo, donna di una bellezza più che ideale,
troppo ideale: di materia non vi era in lei che quanto è necessario a
contenere l'anima che ammaliava, visibile nei suoi grandi occhi
azzurri; era una bellezza languente, vi era nel suo portamento qualche
cosa di stanco e d'indeciso, il corpo lasciava a desiderare ed il
pallore delle sue guance e l'estrema finezza del suo profilo
bellissimo non sarebbero piaciuti a molti.
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