45
Non sarien tanti astuti tra le genti,
se tra le genti non vi fosser sciocchi,
fra quai si denno porre anche i prudenti,
che offesi son dai furbi e chiudon gli occhi;
poiché son oggi gli astuti insistenti,
e la prudenza abborrisce gli stocchi,
donde i prudenti sopraffatti e oppressi
nel numer degl'ignocchi vengon messi.
46
Se la massima «Fa' quel che tu possa»
prevale alla «Non far quel che non devi»,
il povero di spirto è nella fossa
e non trova nessun che lo sollevi;
ché se alcun'alma a sollevarti è mossa,
benefizio non è quel che ricevi.
Nel tuo impressario fa' che tu discerna
un'alma generosa alla moderna.
47
Tu vedi in che consiste oggi la gloria,
che un dí coll'eroismo s'acquistava.
Fosse pur fanatismo: alla memoria
ho che in util del popolo tornava.
Or un tuppé, un vestito è una vittoria
a' nostri stolti paladin di fava;
e l'oriuol co' dondoli e la dama
e un bel convito lor dá pregio e fama.
48
Certa ignoranza, certa nebbia folta,
cert'ozio, certa voluttá brutale
occupa tutti, fa ogni mente stolta;
e una certa ingordigia universale,
che han tutti a voler tutto in una volta,
per satollarsi, vada bene o male.
Debito, amor, inganno e mal francese
fa pien di disperati ogni paese.
49
Rilieva il segno de' gran disperati
dalle campagne, d'assassin covili,
da que' tanti da lor stessi impiccati,
da que' che balzan giú da' campanili.
Forse i Scevole e i Curzi son tornati?
Cerca i moventi e saran lordi e vili,
ché il troncar la credenza sopra il tetto
ha sempre cagionato un tristo effetto.
50
Tant'è, Morgante; stiam costanti e fissi,
trapassiam della vita l'ultim'ore;
e morendo co' nostri crocifissi,
speriam trovar di lá vita migliore.
Io dirò sempre:--Ciò che scrissi, scrissi.--E
qui piangeva il roman senatore.
Anche il gigante gli occhi imbambolava,
seguendolo alla staffa, e singhiozzava.
51
Lasciamgli andar verso Parigi. Il testo
ritorna a Filinoro saltimbanco,
che, fuggendo il palchetto sí molesto,
trova la moglie, travagliato e stanco,
e fece fare i suoi fardelli presto,
ché pargli aver qualche sicario al fianco;
poi, caricata una sua gran carrozza,
quella notte partí di Saragozza.
52
Di cittade in cittá, di fiera in fiera
espose gli stagnoni e i bossoletti,
ma il suo commercio scarseggia in maniera
da non poter comperar sei panetti.
Anche all'uccellagion della mogliera
venien pochi tordi e magheretti,
perocché i capitali erano mezzi
e v'è stagione in cui son schifi i vezzi.
53
L'arte del ciurmadore Filinoro
lascia in una cittá che nol conosce,
e torna cavalier posto in decoro
per cercar via di riparar le angosce.
Si mette al petto un bell'ordine d'oro
e cammina diritto in su le cosce;
nelle ricreazion si producea;
le dame d'esso gelose facea.
54
D'una tra l'altre, vedova opulente,
a Filinor molto garbava il core,
e giá le avea rubata sí la mente,
ch'ella sposato l'avria per amore.
Ma v'era il nodo fatto anteriormente,
ostacolo importuno a côrre il fiore.
Filinor, dotto nei nuovi sistemi,
né ammaina vele né ritira i remi.
55
Studiato avea quella bella lezione,
che il mal occulto mal non era certo,
e che sol era mal d'opinione
quando venía nel pubblico scoperto;
donde una sua scientifica intenzione
va mulinando, d'uom di vero merto:
Turpin la scrisse e d'aver pianto accenna;
ed a me nelle man triema la penna.
56
Trovo memorie di certo veleno,
di certi ordin secreti scellerati,
che ammorzan quasi il plettro nel mio seno;
pur i miei fogli esser denno imbrattati
di relazion da fare il gozzo pieno
a' mascalzoni affamati e assetati,
che con lor voci chiocce van gridando,
seguita la sentenza o dato il bando.
57
E deggio dir che vedovo è rimasto
il guascon della sposa cantatrice;
ma che il dotto pensiere gli fu guasto
che non sia male il mal dalla radice;
perché l'idea d'occultazione è un pasto
nell'empio malfattor molto infelice.
Le azioni proibite han troppe cose
che restar non le lasciano nascose.
58
Nota che senza violenti brame
l'uom non si mette della vita a rischio.
Avarizia, vendetta, amore o fame
lo sbalordisce e fa calare al fischio;
e chi è fuor di sé, tutte le trame
non sa evitar né vede tutto il vischio;
cieco trasporto è guida e cieche desta
d'occultazion lusinghe in cieca testa.
59
Il non aver al fatto testimoni,
il colorir col pianto un gran dolore,
il far di mali scorsi narrazioni,
di predizion d'alcun bravo dottore,
ed un torrente d'acute invenzioni
non giovano al guascon buon dicitore,
che sostien solo superfizialmente
quel «Non v'è mal, se occulto è fra la gente».
60
Un frate vi direbbe che il peccato
accieca l'empio per voler di Dio.
A questa opinione, umiliato
e pieno di credenza, assento anch'io;
ma posso dir senz'esser condannato,
fuor dai mirabil anche, il parer mio:
l'empio, sciente d'esser in periglio,
ha dipinto l'interno sopra al ciglio.
61
Nelle dimostrazion giusta misura
prender non può, sicch'egli affetta alfine,
perch'altera il cervello la paura,
e passa il vero natural confine.
L'iniquo Filinor tutto proccura,
ma troppe son le smanie e le moine,
troppi i discorsi, le proteste, i pianti
per chi lo conosceva per lo avanti.
62
Aggiungi che la povera ammalata
aveva detto al medico all'orecchio:
--Temo d'esser, dottore, avvelenata;
il mio marito è un vil traditor vecchio.--
L'Ippocrate l'avea molto osservata
ne' sintomi e nel vano suo apparecchio,
e finalmente in se stesso è d'avviso
che un velen l'abbia spinta in paradiso.
63
Consegna a' tribunali i suoi sospetti
e della morta i secreti timori.
Sparasi occultamente; ecco gli effetti
d'un funesto velen negl'interiori.
Non dimandar se adopran gl'intelletti
i cancellier, magnifici signori.
La fame è un dio cerusico oculista
per aguzzare a' cancellier la vista.
64
Secreti esami, tracce, costituti
vanno guastando la filosofia;
a parecchi stranier, che son venuti,
del guascon nota è la fisonomia;
sui popolar bisbigli non son muti;
va razzolando la cancelleria,
trova che fu bandito, ciarlatano,
abate, baro e marito e ruffiano.
65
Vedi quante gran cose inaspettate
e non previste, o forse non temute,
al filosofo nostro son pur nate,
le sue cautele a far zoppe e scrignute!
Le fogne invan si tengono turate:
dove stanno si sa che intorno pute.
Chi le malizie de' scrittor comprende,
da' lusinghier sofismi si difende.
66
Gli amori colla ricca vedovetta,
le brame del guascone ed i pensieri,
tutto si scrive e va per istaffetta.
Piangean per l'allegrezza i cancellieri.
L'industre criminale formichetta
pel fil della sinopia ha i lumi interi,
ed al sistema che il mal non sia male,
fu spennacchiato il culo e rotte l'ale.
67
Non bisogna sprezzar l'esperienza
de' secoli trascorsi ed il sapere,
e credi che l'antica sapienza
mestier non ha di moderno brachiere.
Togli per infallibile sentenza
la favola di Mida e del barbiere,
che al bucolin degli orecchioni grida,
donde nacquer le canne dalle strida.
68
Filinor ode il sordo mormorio:
per le botteghe faceva il leprone,
gli occhi ha incantati e pavidi, e pur brio
tenta mostrar, ché ha in cor la sua lezione.
Timor di morte alfin piú che di Dio,
scorgendo bieco il guardan le persone,
lo fece diffidar del suo sistema:
volle fuggir per sua miseria estrema.
69
Fermato vien dalla sbirraglia: allora
la fuga alla condanna fu sigillo.
Lo scellerato, d'ogni speme fuora,
in modo s'avvilí ch'io non so dillo.
Giá data è la sentenza ch'egli mora,
con quel timo condita e quel serpillo,
ch'essendo uscito di nobil casato,
fosse per somma grazia dicollato.
70
Cosí la filosofica alta idea,
che resiste a' martelli e alle tenaglie,
men valse della opinion plebea
ridicola, che parlin le muraglie;
e Filinor, che il ciel sprezzar solea,
or fra due cappuccini e le gramaglie,
pallido, sbigottito e tutto fede,
avemarie dimanda a chi lo vede.
71
«Oh maledetti ingegni traditori
--è di Turpin l'invettiva zelante,--
filosofi del mal coltivatori,
maestri a far la societá forfante,
de' patiboli infami protettori,
certo voi siete a parte del contante
del carnefice, a voi sozio e compagno;
e ben vi si conviene un tal guadagno».
72
Segua il guascon gli oscuri suoi destini:
fuggiam, lettor, dalla malinconia.
Vada dove lo inviano i cappuccini
o dove il suo carnefice l'invia:
torniamo a' nostri snelli parigini,
perocch'è giunta la bizzarra mia.
Rugger di notte in Parigi entrar volle,
come prudente, per fuggir le folle.
73
Bradamante, ch'è a letto, fuori balza;
si mette una vestaglia e va a incontrallo,
corre giú per la scala cosí scalza;
le poppe vizze ha fuor, che fanno un ballo.
Strilla da lunge con la voce, ch'alza:
--La borsa, la mia borsa senza fallo.--
Rugger per rabbia, stracchezza e vergogna
fece un trapasso e le disse:--Carogna!
74
andatevi a ripor tra le lenzuola;
di vostre borse non è il tempo questo.--
Bradamante, politica e spagnuola,
fe' la mortificata e pianse presto,
mostrando un gran dolor della parola;
sforza se stessa e con visino mesto
cambia i discorsi e bacia suo marito,
tanto che vinse e lo vide pentito.
75
Ma bisognava pensare a Marfisa,
che per la stizza e pe' casi accaduti
era oppressa e ammalata d'una guisa
che non sa dove sia né di saluti.
Mette paura a chi la guarda fisa,
ha tutti i segni di morte compiuti.
Fu tratta dal calesse e posta a letto:
si fe' palese un mal grave di petto.
76
I medici alla cura sono molti
e la dánno sfidata della vita;
alcuni però d'essi stan raccolti
con speranza in arcano ermafrodita,
perché in error non voglion esser còlti,
sia o non sia per la dama finita.
S'ella morrá, l'avran pronosticato;
e se vivrá, l'avranno indovinato.
77
Le dame di Parigi e i cavalieri
dicean:--Beato Rugger s'ella muore!--
Pur si spediscon lacchè giornalieri
di Ruggero a palagio a gran furore,
a chieder dello stato; e i dispiaceri
sono infiniti e infinito è il dolore,
perché serbar doveasi in apparenza
l'urban costume della convenienza.
78
L'oppression del male all'infelice
lieva la consueta bizzarria,
e rantacosa chiama protettrice
particolar la Vergine Maria.
Fa tutto ciò che il parroco le dice,
riceve umil la santa Eucaristia;
indi va peggiorando tanto e tanto,
che alfin se le minaccia l'olio santo.
79
Ermellina, la moglie del danese,
ch'era sua amica e buona dama assai,
è veramente afflitta pel paese:
fa divozioni e non dispera mai.
Un giorno un certo prete esservi intese,
che facea malattie sparire e guai,
benedicendo per tutto Parigi
con le scarpe che fûr di san Dionigi.
80
Volle introdotto il buon prete all'amica,
e grida fede, e piange e mai rifina;
fa con le scarpe che la benedica,
e poi la lascia cheta e via cammina.
Ciò che scrive Turpin, convien ch'io dica:
l'inferma quella notte molto orina.
Grida Ipalca per casa, che par matta:
--Oh scarpe del mio Dio! la crisi è fatta.--
81
Bradamante mostrava esser allegra
di fuor, ma dentro non so come stesse.
Va migliorando molto la nostr'egra.
Non è da dir s'Ermellina godesse:
a tutti vuol narrar la storia intégra.
Dio guardi qualchedun contraddicesse
delle scarpe il miracolo: la dama
chiude le orecchie ed ateo lo chiama.
82
I medici dicean:--Nostre ricette
non lascian ir Marfisa in sepoltura.--
Fra paladini alcun non si rimette
e vuol la crisi effetto di natura.
Ermellina, la chiesa e le donnette
sostengono le scarpe a quella cura;
basta, natura, scarpa o medic'arte,
Marfisa piú verso il cielo non parte.
83
Vero è ch'ella rimase estenuata
con una lunga febbre lenta lenta,
e certa tossa asciutta ed ostinata,
sicché del stato suo non è contenta.
Lieva dal letto, l'aere ha cambiata:
di risvegliar la bizzarria ritenta;
gli uomini ancor non le increscevan molto;
s'aiuta col belletto e i nèi sul volto.
84
Immagina, lettor, questa signora,
giá per etá presso ai quaranta giunta,
con un fil di febbretta che lavora,
con la tossa, residuo d'una punta,
con la passata vita che la onora,
pallida, pelle ed ossa, arsa e consunta
che con nèi, con belletto e bizzarria
cerca d'aver amanti tuttavia.
85
Esplicabil non son le sue fatiche
e la dottrina ch'usa nello specchio,
il gran lavoro intorno a due vesciche,
per far che sien pur enti in apparecchio;
del spruzzarsi di odor, delle rubriche,
de' fiori al seno e a' fianchi del capecchio,
delle scamoffie e del sbilerciar gli occhi:
ma a' suoi boccon non s'attaccan ranocchi.
86
Saltato avrebbe ogni fossa, ogni sbarra
per appiccare il filo con Terigi,
quantunque ei fosse, come Turpin narra,
fallito, al verde e l'odio di Parigi,
Prima nel fòro ha perduta la sciarra
co' suoi parenti da' gabbani grigi,
poscia è diserto dal suo cappellano
e da' contrabbandier di Montalbano.
87
Lasciam per poco la bizzarra in pena
d'esser come un cadavere abborrita.
Giunto è Dodone, Orlando, ognuno è in scena;
segno che la commedia è omai finita.
Rinvigorisca alquanto la mia vena
a riassumer netta ogni partita,
onde alcun non apponga al buon Turpino
né a me di negligenza un bruscolino.
88
Padre del ciel, la mia barchetta triema,
piú che nell'alto mare, al vicin porto.
Carlo è giá vecchio e presso all'ora estrema,
e deggio dir, pria che sia in tutto morto,
a che ridotto fosse e in qual sistema
lo Stato nell'inerzia e l'ozio assorto,
e del popolo il vero e del monarca:
Dio mio, ti raccomando la mia barca.
89
L'anno ottocentoventi a mano a mano
correva dell'arcana incarnazione
del divin Verbo, nostro pellicano,
al qual son tanto ingrate le persone.
Si leggea nel lunario da Bassano
sull'anno in generale un gran sermone,
minacciarne vendetta e storpio e guerra:
nessun gli dava retta per la terra.
90
Credeva Carlo rimbambito e grasso
d'esser imperator d'un vasto impero,
per aver una veste da Caifasso,
la corona gemmata oltre al pensiero,
e per veder, allor che andava a spasso,
chinar le genti per ogni sentiero,
e per sentir, se dal palagio uscia,
timpani, corni, trombe e sinfonia.
91
Mille e piú gabellier con mille trame,
mostrandogli che il nero era turchino,
e computi furbeschi e falso esame,
esibendo un tributo piccolino,
gli avevano usurpato il suo reame.
Alle borse galluzza il bambolino:
crede imperar nel regno, e l'ha venduto
a mille re per un meschin tributo.
92
Non dimandar se i mille re birboni,
per pagar il tributo lievemente,
e dare a certi mezzi certi doni,
perché ridotto han Carlo alla lor mente,
sanno accrescer gabelle ed estorsioni,
e dilatar lo stato iniquamente
del lor palliato regno e farsi ricchi,
e far ch'ogni contrario lor s'impicchi.
93
Il -quondam- Gano empiuto avea i suoi scrigni
nel stabilir cotesti re genia,
ed agl'incolleriti, a' visi arcigni
era stato flagello, epidemia.
Ricordi a Carlo avea dati maligni
col -Credo- in bocca e coll'-Avemaria-,
massime che si den tenere oppressi
i sudditi inquieti per se stessi,
94
e che si denno piluccare e mugnere,
ché l'uom senza danari è mansueto.
Tal massima è ben saggia nel suo giugnere,
usata in modo oculato e discreto;
ma la sua ruota non si vuol sempre ugnere
con gli occhi chiusi a questo bel secreto,
perocch'ella fa poi troppo viaggio,
e torna pazzo chi prima era saggio.
95
Si de' tener sempre il saggiuolo in mano
in sulle circostanze e conseguenze.
Sospendi le pozion quando è l'uom sano,
o sotterra anderá per le scorrenze.
Infin dall'avol del re Carlo Mano
fûr poste in uso le prime avvertenze,
Pipino il padre l'avea seguitate,
ma Carlo a briglia sciolta l'ha cacciate.
96
Ed aspettando le borse in poltrona
dai mille re del suo impero tiranni,
fa elogi al cuoco se la zuppa è buona,
non prevedendo i suoi futuri affanni.
Frattanto a doppio in sul regno si suona,
traggonsi i cuoi poiché son tratti i panni,
e Carlo Magno è imperatore esoso
d'un popolo avvilito e pidocchioso.
97
La gola, il lusso, la poltroneria
gli aggravi ogni anno accresciuti in contanti,
il non pagar per truffa o carestia,
facea fallire ogni giorno mercanti;
sicché il commercio era una sodomia,
un capital in ciarle di birbanti,
ed accigliato ognun rammemorava
l'antico ben, la fede, e sospirava.
98
Molti gridavan con gli agricoltori:
--Piantate, lavorate, seminate.--
Rispondeano i villan:--Cari signori,
abbiam le carni in sui terren lasciate.
Dio vede i nostri affanni ed i sudori;
son le vostre campagne migliorate:
ma abbiam aggravi molti e pochi aiuti,
e i buoi per i gran debiti venduti.
99
Era un dí il nostro pane di frumento,
ed or che ne facciam piú d'una volta,
l'abbiamo nero di saggina a stento,
ché il diavol se ne porta la ricolta.
Non abbiam piú né forza né talento,
ogni nostra speranza è omai sepolta;
guardate pelli secche e abbrustolite,
e giudicate poi di nostre vite.
100
È ver che andiam talora alla taverna,
perocché il vin sopisce col vapore
quella disperazion che abbiamo interna
del stato nostro, stato di dolore;
ché la miseria spegne ogni lucerna
e degenera in vizio traditore.--
Cosí diceano i villan disperati,
ché anch'essi eran filosofi svegliati.
101
Il -requiescat- conte di Maganza
vide i sudditi oppressi per le vie,
e aveva detto:--Un util d'importanza
puossi anche trar dalle malinconie,
ché molta forza ha nell'uom la speranza,--
e a Carlo fece aprir le lottarie;
ché certo egli era un uom da gabinetto
ed un filosofaccio maledetto.
102
Or, s'era Carlo re de' pidocchiosi,
con questa maganzese malizietta
lo fu di scalzi, rognosi, tignosi,
di mummie, d'una gente affatto inetta;
perocché i bisognosi ed i viziosi
venduti aveano insino alla berretta,
a quel cento per un, che dalle chiese
passato è alla lusinga maganzese.
103
Dico cosí, perché le chiese allora
eran quasi del tutto abbandonate.
Di prediche facevano una gora,
ché non eran temute né ascoltate.
Erano giunte alla sezza malora
le faccende del prete o vuoi del frate;
gente ridotta quasi a un sorpassare,
per non perdere il -ius- del confessare.
104
Sappiasi che con lunghe insidie ed arti,
gl'indefessi ecclesiastici mascagni,
colle idee delle immense eterne parti,
sui prischi ricchi, troppo buon compagni,
avevan fatto cosí bene i sarti,
e tanti e tanti sacri e pii guadagni,
che piú di mezzi i beni temporali
erano permutati in celestiali.
105
Alcuni maganzesi consiglieri,
che credean nella salsa e nel cappone,
avevan consigliato l'imperieri
a dare il sacco alla religione.
Non eran falsi in tutto i lor pareri,
ma perigliosi nella esecuzione,
ché un popolo commosso in tal materia
è da temersi, ed una bestia seria.
106
Tenner quei di Maganza un gran consiglio,
e stabilîr che fogli pubblicati
de' popoli mettesser sotto al ciglio
le magagne de' cherici e de' frati,
e dipignesser l'antico naviglio
in confronto alle navi de' prelati,
e usurpi e vizi e gran taccagnerie
de' direttori delle sacristie.
107
Quest'argomento, fontana perenne,
anzi pur fiume, anzi pur vasto mare,
e questa libertá data alle penne
aveva fatto un bel dilucidare.
L'-Introibo-, il -Deo gratias--- e l'amenne
e le indulgenze e gl'inni sull'altare
erano fole, spaventacchi e abusi
per empier sacre pance ed ugner musi.
108
Molti preton, molti fratoni accorti
sosteneano i partiti secolari,
come color che tengon da' piú forti
per l'amor delle zuppe e de' danari.
Non lasciavan però di vista i morti,
per beccar anche l'obol degli altari:
cosí sendo or filosofi ed or santi,
erano onesti e facili e forfanti.
109
Ebbero il loro intento i maganzesi:
fûr presto gli ecclesiastici abborriti,
ma in conseguenza anche i plebei francesi
furon zibibbi e datteri canditi.
Erano di ladron boschi i paesi,
si avean per sogni gli eterni conviti;
e per menar di qua la vita amena,
scannavasi un fratel per una cena.
110
I filosofi tristi il lor partito
traean dall'adottar la passione,
e dal provar ch'ogni umano prurito
doveva aver la sua soddisfazione.
Ridean del stabilito e proibito
dai re, dai papi e da religione,
e insin commiseravan gli assassini
come oppressi e infelici pellegrini.
111
Dicean che al mondo tutti aprivan gli occhi
per caritá, per zelo e per bontade.
Creder possiam che i sudditi pitocchi
di Carlo non facean difficoltade:
furon tutti filosofi agli scrocchi,
agli adultèri, all'assaltar le strade,
e franchi a' piú funesti oscuri casi,
delle nuove dottrine persuasi.
112
Sicché tra il fren spiritual giá rotto,
ed il poter dei re dipinto brutto,
non v'era pei cervelli piú cerotto:
l'umanitá credea poter far tutto.
Altro non si vedea che un cacciar sotto
ed una sbrigliatezza di mal frutto:
era un sciocco l'uom giusto, il savio matto;
non era ben parlar, ma lo star quatto.
113
Pur nondimeno il secolo era quello
detto universalmente «illuminato»;
ma il male antico era anche mal novello,
ed accresciuto ad esser smisurato.
Era il bene evangelico ancor bello,
ma soppresso, deriso e conculcato;
ché i dotti, i quai dánno ragione al vizio,
hanno assai concorrenti al loro uffizio.
114
Non eran di Parigi i bei talenti
dall'util filosofica scrittura,
perché a Parigi in quel tempo studenti
non si premiava né letteratura.
In Francia esser potean quindici o venti,
che viveano a giornata d'impostura,
stampando fogli settimanalmente,
rubati da altri libri malamente.
115
Aveano in questi i poltron paladini
storia, commerzio e gran filosofia,
tutto per dieci o quindici carlini,
semi, piante, scoperte, geografia,
manifatture, macchine, mulini,
novelle, agricoltura, chirurgia,
mediche controversie e pro e contrario,
e carta da fregarsi il taffanario.
116
Marco e Matteo non eran piú scrittori,
ché di seccar le coglie erano rei.
Scrive Turpin che i loro successori
eran peggior de' Marchi e de' Mattei,
audaci, sciupator, sussurratori,
anticristi, messia, cure, cristei,
senza eloquenza, senza raziocinio,
guasto d'ogni intelletto ed esterminio.
117
Se v'era qualche buon cervello a caso
che pubblicasse una colta scrittura,
i dotti bagascioni, senza naso,
ne' dizionari, pinzi di pastura,
la dicean pisciarel da nessun caso,
picciola idea, fanciullesca fattura;
e crocidando e senza produr nulla,
i buoni indegni sommergeano in culla.
118
Un'altra setta d'uomini arroganti,
per comparir comete di dottrina
e geni di quel secolo giganti
di testa originale arcidivina,
si posono a vagliar che per lo avanti
i dotti erano cosa assai meschina,
che i lor sistemi, i libri, i precettori
erano nebbie, pregiudizi, errori.
119
Incominciando dalle auguste carte,
dalle legislazioni stabilite,
da' padri santi, e va' di parte in parte,
tutte fûr opre false e scimunite.
Senza sublimitá, fredde, senz'arte
furon le poesie prima gradite;
e gli orator defunti ed i politici
e i filosofi ciechi, inetti e stitici.
120
Gridâr che i giovinetti assassinati
erano nelle loro educazioni
da pedantacci sciocchi addormentati
sulle pagine antiche e sui marroni.
Alla moral de' preti o vuoi de' frati,
e alla moral de' dotti, retti e buoni,
dissero spaventacchi, inezie e un nulla,
indegno d'una balia ad una culla.
121
Che riedificare si dovea
de' nuovi piani di letteratura;
che a ciò che si dicea, che si scrivea
mancava il comun senso e la natura;
ch'era un balordo quel che si perdea
in sullo studio della lingua pura;
che all'uom d'ingegno e pensator bastava
scriver con quel gergon che si parlava.
122
Fu agevol cosa suader le genti,
che studian sempre poco volentieri,
a ributtare antichi sapienti,
vocabolari e metodi severi.
E perché ognor di novitá e portenti
fu vago l'uman genere e leggeri,
dagl'impostor miracoli attendendo,
ei fu ignorante, dir possiam, dormendo.
123
Avvenne allor che i sussurroni arditi
furon considerati originali,
con certe lor scritture fuori usciti
piene d'idee fantastiche e bestiali,
credute da' cervelli stupiditi
scoperte nuove e lumi celestiali,
quanto piú strane e meno intelligibili,
piú rispettate e dette inopponibili.
124
Con un gergon formato non so dove
di venti lingue e formole scorrette,
quasi faceti fulmini di Giove,
ridicean cose dagli antichi dette,
che all'ignoranza comparivan nuove,
e le faceano por nelle gazzette,
perocché i giornalisti e i gazzettieri
eran degl'impostori i candellieri.
125
I riflessi prudenti e regolari
chiamò «fredda ragion» questa genia,
e «novelle scoperte salutari»
chiamò i vapori della fantasia;
onde i commiserevoli scolari
appreser che «ragion» vuol dir «pazzia»,
e appreser che «pazzia» vuol dir «ragione»,
ed Arlecchin divenne Salomone.
126
Donde il pensar fu presto un vaneggiare
ed un sognare da febbricitante;
lo scrivere, i concetti e il fraseggiare
furon maccheronee col guardinfante.
Lo stil fu una vescica singolare
in tutte le materie somigliante:
vorticoso, rigonfio, snaturato;
filosofico, energico chiamato.
127
E gridando di dir delle gran cose,
e promettendo de' volumi assai,
ed insultando l'opre giudiziose
de' colti, da lor detti «parolai»,
colle dissertazion stolte ampollose,
senza dare un buon libro al mondo mai,
sbalordendo fanciul, donne e merlotti.
fûr per supposizione i matti dotti.
128
A questa epidemia degl'intelletti,
ch'era ridotta un guasto universale,
sei o sette scrittor sani e corretti,
e non entrati ancora all'ospedale,
andavano a Dodone, poveretti,
dicendo:--Poniam freno a tanto male.--
Dodon rideva sgangheratamente
del zelo inopportuno e inconcludente,
129
e rispondeva lor:--Cari fratelli,
il mondo letterario s'è ammalato,
vaneggia; i capi sono Mongibelli.
Io son di que' dottor che l'han sfidato.
Questa è una crisi degli uman cervelli;
l'impedire una crisi è un gran peccato;
lasciatela sfogar--Dodon dicea,--
che forse avrá buon fine.--E poi ridea
130
e soggiungeva:--Il secolo a me pare
pregno di quelle strane gravidanze,
che fanno a donne gravide bramare
cibi sognati e mille stravaganze.
Conviene il suo gran ventre rispettare
ne' cambiamenti delle circostanze:
rimettiamo alle nostre discendenze
il ripurgar le fetide influenze.
131
Son ben altro che Marchi e che Mattei
questi archimiati audaci innovatori;
son maganzesi astuti gabbadei,
c'han per lo naso principi e signori.
Se vi opponete lor, fratelli miei,
sarete giudicati traditori,
e fien sospesi i vostri scritti e oppressi
come perturbator de' dèi progressi.
132
Feci per lo passato il mio possibile
per sostener la veritá e la regola:
la barca è rotta, la procella è orribile;
dal canto mio non ho piú stoppa e pegola.
Cosí dicea Dodon sempre risibile,
chiamando Carlo Man bestia pettegola,
ed adducendo il detto vero ancora:
che dalla testa il pesce puzza ognora.
133
Deggio tacervi molte circostanze
che in cifera Turpino lasciò scritte,
e non s'intendon piú le antiche usanze
di quelle cifre dal tempo sconfitte.
Dal piú al meno avete le sembianze
di Carlo Man cosí in abbozzo pitte;
lo stato del suo regno e della chiesa
e la letteratura avete intesa;
134
la gola, il sonno e l'oziose piume,
i cambiati caratteri, il pensare;
chiaro de' paladini v'è il costume,
delle dame e del popolo volgare:
tutto è confusion, buio, bitume,
cecitá, boria, lussuria, usurpare,
debito, inganno e fervido maneggio
per far le cose andar di male in peggio.
135
Marsilio, re di Spagna saracino,
teneva chiuse in cor le sue vendette,
ché l'esercito antico parigino
gli aveva date gran sconfitte e strette.
Cheto era stato il diavol tentennino;
a' cambiamenti gran riflessi mette,
e un giorno disse:--È questo il tempo nostro
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