La Marfisa bizzarra
Carlo Gozzi
SCRITTORI D'ITALIA
CARLO GOZZI
LA MARFISA BIZZARRA
A CURA
DI
CORNELIA ORTIZ
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1911
PROPRIETÁ LETTERARIA
NOVEMBRE MCMXI--29238
LA MARFISA BIZZARRA
POEMA FACETO
A SUA ECCELLENZA
LA SIGNORA
CATERINA DOLFINO
CAVALIERA E PROCURATORESSA TRON
CARLO GOZZI
Con audacia particolare dedico a Vostra Eccellenza la -Marfisa
bizzarra-, ch'è un fascio di dodici canti da me immaginati e scritti,
intitolati «poema»; e non contento ancora d'avergli intitolati
«poema», ho aggiunto a questo titolo l'epiteto di «faceto». A mio
credere, un tale epiteto gareggia di temeritá colla dedica, giudicando
la facezia, spezialmente in questo secolo, molto piú difficile della
serietá, quantunque meno considerata da infinite persone che non sono
né serie né facete.
Un certo bisbiglio di prevenzione fa la -Marfisa- qualche cosa di
conseguenza, e però l'Eccellenza Vostra accetti a buon conto, come a
lei dedicato, cotesto bisbiglio anteriore, perché, letta che sia la
-Marfisa- da lei e dal pubblico, non sará trovata cosa degna del
menomo riflesso, e sará tronco tosto anche quel favorevole mormorio
che le dona qualche fama prima che sia pubblicata. Le prevenzioni
onorevoli in aspettativa sogliono riuscir perniziose all'opere
ch'escono dalle stampe, perché le fantasie umane, naturalmente
voragini insaziabili, in attendendo curiose, si riscaldano, si formano
delle idee gigantesche in astratto; ed è facile che sembri loro alfin
di vedere la meschina prole della montagna partoriente. La -Marfisa-,
forse con ragione, sará considerata quel parto, ed io averò avuta la
sfacciataggine di dedicarla a Vostra Eccellenza.
Non posso tuttavia ridurre interamente il mio cuore a disprezzar
questo poema quanto, uniformandomi ad altri, sarei capace esternamente
di avvilirlo con le parole. Qualche picciola parte della mia fragile
umanitá, non atta alla filosofia, sente un vermicciuolo di
predilezione, il qual è poi anche una delle vere cagioni della mia
dedica. Si farneticherá forse per indovinar la ragione per la quale io
abbia donati piú alle sue che ad altre mani de' fogli spiranti satira
per ogni verso. Appago questa curiositá. Certi modi franchi e svelati
ne' discorsi dell'Eccellenza Vostra m'hanno fatto giudicare che
convenga piú a lei che ad altri una tal dedica, e forse forse procuro
con questo dono di sedurre l'animo suo a leggere la -Marfisa- con una
favorevole disposizione. Gli onesti satirici non possono tener celato
nemmeno un artifizio che usano in loro favore, com'Ella vede.
Per la cognizione che ho delle sue vaghe produzioni poetiche, del suo
intelletto e della sua vivacitá di esprimere un sano giudizio, la sua
lingua è da temersi quanto sarebbe da temer la -Marfisa bizzarra-, se
ella avesse il merito che ha la sua lingua. S'io fossi un poeta
mellifluo, caderebbero le mie lodi sopra il suo leggiadro portamento,
sopra i gigli e le rose del suo colorito, sopra l'oro dei suoi capelli
e sopra temi consimili, possedendo Vostra Eccellenza abbondanza di
qualitá anche di questa spezie. Sieno i suoi fioriti giardini fatti
immortali da que' tanti cigni che la circondano. Un poeta satirico è
per lo piú colpito da un animo franco e da una lingua sincera: per
questa sola ragione le mie parole pendono piú a queste due che
all'altre sue molte rare qualitá. Se tutti gli animi franchi e tutte
le lingue sincere s'abbattessero a rendersi osservabili agli amanti
del vero, tutti quelli che possedono queste due qualitá goderebbero di
quelle fortune che accrescono splendore a' meriti grandi di Vostra
Eccellenza; ma di rado i franchi e sinceri s'incontrano in tali
amanti, e per ciò, quando dovrebbero abbattersi a fortune, si
abbattono a sciagure.
Si dánno sulla terra due generi di persone dette «satiriche» senza
considerazione. Il primo è d'invidiosi, inquieti, maligni, traditori,
ingrati, d'un interno avvelenato, odiatori, disperati, superbi,
collerici per istinto contro al genere umano, buono e cattivo
universalmente. Questi riescono detrattori pessimi da essere fuggiti,
e sono indegni di dedicare a una bell'anima le loro assassine opere,
per eleganti che sieno. Il secondo genere è di osservatori del bene e
del male, i quali colla miglior urbanitá ed efficacia che possono,
attenendosi a' generali, se non sono punti e sfidati da' particolari,
espongono, dipingono, caratterizzano, bilanciano, fanno confronti,
riflessioni, lodano il bene, inveiscono contro il male, deridono i
pregiudizi, ridono e fanno ridere de' difetti dell'umanitá. Una certa
libertá di pensare, un disprezzo de' riguardi, un amore ardito per la
veritá gli fa scrittori.
Chi dedica, aspira a qualche benefizio. Io bramo dall'Eccellenza
Vostra quel solo benefizio d'essere considerato nel numero del secondo
genere de' satirici.
Il mondo difficilmente fa una tale separazione. Nimicizia, ignoranza,
dispetto, sospetto mette i detrattori e gli urbani satirici in un solo
conto. Vostra Eccellenza non è nimica, non è ignorante, non è
dispettosa, non è sospettosa, e sa essere benefattrice volontaria
anche di coloro che non le chiedono favori. Affido alle sue mani la
-Marfisa bizzarra-, non meno che la bilancia del mio carattere; e la
supplico a voler consentire ch'io possa vantarmi suo servitore e suo
satirico.
PREFAZIONE
SCRITTA TRA 'L DUBBIO CHE SIA NECESSARIA
E 'L DUBBIO CHE SIA INCONCLUDENTE
Rispettando chi molto ragiona e poco osserva, io poco ragionando e
molto osservando ho ingravidata la mente, la quale, senza incomodare
la lingua, ha dato poi tutta la briga, quando a una mia penna di pollo
d'India, quando a una mia penna d'oca, di discorrere sopra i fogli che
succederanno a questo preambolo. Cotesti fogli formano un libro sulla
fronte di cui si vederá scritto: -La Marfisa bizzarra, poema
faceto-. È superflua una confessione che i fatti esposti in dodici
canti della -Marfisa- non siano di gran rimarco. Ciò non è mia
colpa. Se nella vecchiaia del mio Turpino i paladini non avessero
cambiati gli antichi costumi, che teneano del mirabile, gli accidenti
della -Marfisa- sarebbero piú maravigliosi. Destò in me la spezie di
gravissimo caso il cambiamento nel pensare e nell'operare di quegli
eroi tanto celebrati dal Boiardo e dall'Ariosto; e se verrá
considerata la differenza nel vero punto di vista, i successi di
questo burlesco poema non appariranno frivoli affatto. I caratteri, le
pitture, i ragionamenti, i maneggi, gli amori, in tal metamorfosi
mirabile quanto tutte quelle d'Ovidio, non mi parvero immeritevoli
della fama; e certo il maggior scapito loro deriverá dal mio
infelicissimo ingegno, non atto a fargli immortali. Dieci canti di
questo libro furono da me scritti sette anni or saranno, vale a dire
l'anno 1761. Siccom'egli è veramente satirico e ripieno di ritratti
naturali al possibile, alcuni, che vollero a forza udirne dei pezzi,
incominciarono a voler fare gli astrologhi, immaginando di scoprire in
essi il tale e la tale dipinti particolarmente al vivo. Si sa quanta
forza abbia la presunzione dell'infallibilitá negli uomini, e quanto
diligenti sieno i nimici ad assecondare un'opinione che può riuscire
in odiositá a una libera penna. I disseminati discorsi de' falsi
indovini mi parsero perniziosi e indiscreti. La mia vena innocente,
che cercava solo di spassarsi nel partorir le immagini delle quali si
era impregnata sulla lettura del suo Turpino e in una taciturna e
universalissima osservazione sugli uomini, ebbe alquanta
stizza. Troncai 'l corso all'opera e la chiusi a sette chiavi,
sdegnando che dall'amore che ho per il prossimo me ne venisse
dell'odio, e che fosse cambiato in veleno un elisire ch'io, forse
accecato da troppo orgoglio, giudicava non disutile alla societá.
Nel tempo in cui scrissi gli accennati primi dieci canti, bolliva una
controversia un po' troppo arditamente giocosa intorno alla maniera di
ben iscrivere e al buon gusto poetico del comporre. Paleserò, s'è
necessario, che Marco e Matteo dal piano di San Michele--due paladini
che si vedono dipinti nel poema--rappresentano due scrittori, che in
quella stagione s'erano dichiarati, coll'alleanza d'alcuni altri
scrittorelli, con soverchia animositá contro a' buoni scrittori
antichi e contra chi difendeva l'invulnerabile fama di quelli. Coteste
due creature, dipinte precisamente, hanno data la spinta a far
giudicare con sciocchezza e falsitá di tutte l'altre persone che
campeggiano nel poema. Vorrei ben oggi poter troncare, senza rompere
alcune necessarie connessioni all'opera e senza che potessero uscire
quelle brutte parole «il libro è castrato», tutto ciò che attiene a'
que' due paladini, ch'io tengo per amici ad onta delle loro collere;
prima perché non è mio costume il prendere di mira persone in
particolare, e poscia perché riescono scipite e tediose tutte le
scritture di critica e di derisione fuori della circostanza in cui un
pubblico è in quella interessato. Il tempo solo decide del merito di
ciò che si scrive, e non avendo io nessun merito per sperare dal tempo
immortalitá, sieno certi i due paladini Marco e Matteo, e gli alleati,
della loro vendetta. Quanto agli altri oggetti fatti sospettosi
dagl'indovini e dalla malizia, se useranno l'indulgenza di non
credermi capace di prender dirittamente per bersaglio nessuno che non
mi punga, per satireggiarlo, mi faranno giustizia. Potranno questi
riflettere che, siccome ne' -Caratteri- di Teofrasto, nelle -Satire-
di Orazio, di Giuvenale, nelle antiche commedie e in altri libri
dell'anime passate negli Elisi, si trovano delle pitture d'uomini
viventi oggidí; nella -Marfisa bizzarra-, da qui a due secoli, se 'l
libro fosse fortunato a segno d'aver tanto di vita, si troveranno de'
veri disegni d'uomini viventi in allora. Non so s'io mi debba dire
«spero» o «temo» che la premessa mia giustificazione sia
inutile. Nessuno si vedrá figurato negli oggetti difettosi posti nella
-Marfisa-, e piuttosto si rileverá ne' virtuosi. La lettura e le
osservazioni mi faranno titubare e quasi credere che gli uomini morti
sieno stati simili ai viventi, e che con tutte le satire, le derisioni
al vizio e i ricordi buoni, gli uomini che nasceranno abbiano da non
esser differenti dagli uomini morti e dagli uomini che oggidí vivono
con noi. Il difetto, riguardo ai principi dell'educazione, è benissimo
conosciuto da' popoli, ma la considerazione che abbiamo di noi
medesimi lo fa sempre scorgere facilmente dall'uomo nell'altro uomo e
difficilmente in se stesso. Solo perché in ogni secolo si è procurato
di scemare i difetti nelle genti, certi scrittori ebbero
dell'applauso: vi sará in ogni secolo chi tenterá di acquistarsi
qualche nome per questa via. Se poi si giunga per questa via a
cagionare alcuna riforma nei viziosi costumi, io mi contenterò di
rimanere in dubbio per non tralasciare di farlo. Il governo di Londra
ha sperato in ciò del benefizio sopra a' suoi popoli, e perciò lasciò
correre -Lo spettatore-. Due poemetti usciti alla stampa da poco tempo
in verso sciolto, l'uno intitolato -Il mattino-, l'altro -Il
mezzogiorno-, che mi lasciano con ingordigia desiderare -La sera-,
risvegliarono in me la brama di dar fine all'imprigionata -Marfisa
bizzarra-. Una felice, elegante, maestosa, diligente e notomizzata
esposizione, molti riflessi, molta satira e molta filosofia formano
que' due libretti, veramente degni di andar separati dalle immense
lordure ch'escono alla stampa in questo secolo detto «illuminato». Il
sublime del loro stile, sopra una base faceta, sostiene ingegnosamente
una continua ironia, che gli fa seri e scherzevoli a un tratto e col
piú fino sapore. Non anderanno soggetti mai alla sventura
dell'oblivione, quantunque appunto pel loro sostenuto sublime riescano
oscuretti appresso quella vergognosa ignoranza, dall'autore con somma
ragione sferzata in parecchi grandi. Tuttoché que' due poemetti sieno
scritti in uno stile totalmente diverso da quello della -Marfisa-,
sono però appoggiati alle viste medesime e a' medesimi principi di
questa. L'ho terminata con due canti, seguendo il filo degli altri
dieci e quell'ossatura da sett'anni apparecchiata, fatto coraggioso
dal felice accoglimento dato dal pubblico alla benemerita sferza del
-Mattino- e del -Mezzogiorno-. Sappiasi ch'io mi vanto solo d'essere
confratello nelle massime dello scrittore di que' due poemetti
venerabili, ma sappiasi ancora ch'io mi confesso architetto infelice
d'una fabbrica umile e di simmetria diversa affatto da quella del suo
nobilissimo edifizio. Non incresce all'umanitá di passar talora da un
adornato palagio ad una semplice casipola villereccia, in traccia di
quella varietá che suol cagionare il divertimento. La -Marfisa- è un
poema giocoso e d'uno stile scopertamente famigliare. Molti fattarelli
cavati dal mio Turpino, che la riempiono, servono di pretesti a porre
in circostanza le dame, i cavalieri, l'arme e gli amori; e dalla
circostanza pullula quella satira sul costume, alla quale chiedo la
benedizione dal cielo. Alle due consuete sciagure degli altri libri
anderá sottoposta la -Marfisa-. Se una è quella di non essere né letta
né badata, l'altra è quella della critica. Mi rincrescerebbe alquanto
piú la prima della seconda, ma né l'una né l'altra potrá vantarsi
d'aver turbata la mia pace. Per entro al poema credo d'aver assai
espressa la mia ostinazione di voler usare i colori dello stile de'
nostri antichi piacevoli, a me amicissimi e carissimi. Quante
bellezze, d'indole però diversa, non adornano -Il mattino- e -Il
mezzogiorno-, per aver il loro scrittore bevuto alla fonte degli
antichi poeti! Se i miei critici vorranno tentare di darmi alcun
dispiacere, gli avverto fraternamente di censurar la Marfisa in tutte
le sue parti, ma non mai in quella degli anacronismi de' quali è
sparsa, perché mi faranno piú ridere che arrabbiare e non averanno il
loro intento. Ho voluto che i miei paladini bevano il caffè, il
cioccolato e mandino de' libretti alla stampa al tempo di Carlo
Magno. Ho voluto che possano raccomandarsi a' santi e nominare de'
santi che dovevano ancora nascere, che possano spendere delle monete
di conio posteriore all'etá loro, che possano leggere Rutilio
Benincasa, l'-Ottimismo-, il -Lunario da Bassano-, eccetera
eccetera. Dicendo «ho cosí voluto», spero di levare la noia agli
eruditi critici di raccogliere una filza di simili anacronismi de'
quali desiderai di valermi, non curandomi d'avere il torto a prender
de' granchi volontariamente. Nella -Marfisa- non si tratta né del
commercio né dell'arti né dell'agricoltura. Dovrá dunque cadere per
questa sola ragione tra i libri disutilacci e da non esser punto
considerati? Io rispetto i benemeriti scrittori, che co' loro
ponderati, seri e zelanti insegnamenti hanno giá in questo secolo
ridotte ricchissime tutte le cittá, fertilissime tutte le campagne,
agiatissime tutte le famiglie, come si vede. Pieno di gratitudine e
d'umiliazione verso il loro merito, pel benefizio dell'universale
opulenza introdotta, per i cibi e i vestiti che si hanno oggidí con
poca spesa, chiedo in grazia che si permetta senza disprezzo di poter
proccurare nell'uomo un commercio di buona fede, quanto quello della
cociniglia e dell'endico; che si permetta senza disprezzo, che si
possano animar nell'uomo le bell'arti della virtú, de' costumi,
dell'eloquenza quanto le manifatture de' panni e delle stoffe; che si
permetta senza disprezzo che si possa coltivar l'animo e il cuore
dell'uomo almeno quanto un gelso ed una patata. Consoliamoci con le
nostre reciproche lusinghe d'esser utili alla societá, con le nostre
reciproche speranze di renderci immortali, e tronchiamo le nostre
prefazioni seccatrici reciprocamente.
CANTO PRIMO
ARGOMENTO.
La pace, l'ozio e i nuovi libriccini
cambian re Carlo Magno di natura.
Dietro al re quasi tutti i paladini
di poltrir solo e di sguazzare han cura.
Si fa nel primo canto agli Angelini,
agli Orlandi, a' Rinaldi la pittura,
agli Olivieri e all'altre alme famose,
perché il lettor s'informi delle cose.
1
Se non credessi offender gli scrittori
che han rotto con lo scrivere ogni sbarra,
e son fatti del mondo inondatori,
io canterei di Marfisa bizzarra.
Ma appena m'udiranno, usciran fuori
con gli occhi tesi e con la scimitarra,
gridando che lo stil non è moderno,
e daran di gran colpi al mio quaderno.
2
Io non vo' rattenermi tuttavia,
e farò come il Cardellina e Svario,
c'hanno l'interruttore dietrovia
al loro arringo che grida il contrario,
e seguono il parlar con energia,
con le ragion fondate del sommario,
buffoneggiando le voci accanite,
e finalmente vincono la lite.
3
Sien le ragioni del sommario mio,
se degli antichi autor seguo la traccia,
che invan per tanti secoli l'obblio
con essi ha fatto alle pugna, alle braccia.
Spesso in soccorso il vostro lavorio
egli ha chiamato a dar loro la caccia,
o susurroni, o scrittorei di paglia,
ed ha sempre perduta la battaglia.
4
Ché dopo un breve tuono e un parapiglia
v'andaste in fummo o dileguaste in guazzi;
e fu la vostra quella maraviglia
delle cittá di neve de' ragazzi.
Cosí va chi aver fama si consiglia
dal rumorio di stolti popolazzi,
ch'oggi al poeta fan plauso e decoro
con la ragion che poi lo fanno al toro.
5
Segua che vuole a questo mio libretto,
di Marfisa bizzarra io cantar voglio.
Cantolla un altro e non ebbe concetto,
perché non dice il ver d'essa il suo foglio,
e 'l buon Turpino non aveva letto,
disprezzando gli antichi con orgoglio;
onde rimase con Paris e Vienna
ad aspettar qualche moderna penna.
6
Voi, che non isdegnate i versi miei
e de' nostri buon padri avete stima,
né vi curate de' furor plebei,
perché non giungon del Parnaso in cima;
voi, brigatella, in soccorso vorrei
sola all'oppressa mia povera rima;
voi ricogliete il parto, e fate nulla
l'arte che i figli nostri affoga in culla.
7
Io vi dirò siccome i paladini
cambiassero l'antico lor costume,
come mutaron gli elmi in zazzerini,
la guerra in sonno e in sprimacciate piume,
e come l'ozio e i nuovi libriccini
tolsero loro la ragione e il lume,
come la vecchia bizzarria Marfisa
cambiasse in nuova e i suoi casi da risa.
8
Di Filinor, cavalier di Guascogna,
conterò fatti che non sian discari,
se care son le gesta che vergogna
fanno a' ben nati cavalier suoi pari,
Pur, se il mal non è ben, non vi bisogna
udir per farvi a Filinor scolari,
ma sol per dar riforma alla natura,
o voi che somigliate a sua figura.
9
Vinto avea Carlo Agramante e Gradasso
e Rodomonte e gli altri suoi nimici,
e si viveva in pace fatto grasso:
tutti i re gli eran tributari e amici.
Vecchio e della memoria quasi casso,
solo avea briga a dispensar gli uffici
e qualche volta a por nuove gabelle,
del resto a tener morbida la pelle.
10
Mancato il capo, male sta la coda.
I paladin, veggendolo poltrone,
si dierono a' piattelli ed alla broda,
la state al fresco e il verno ad un focone,
ed a lagnarsi ch'era troppo soda
d'asse la sedia, e danno al codione;
donde inventaron sedie badiali,
sofá di lana e piume e co' guanciali.
11
A poco a poco l'agio e la quiete
gl'intabaccava sempre maggiormente;
le loro illustri imprese che sapete
eran lor quasi uscite dalla mente;
anzi ridevan spesso (or che direte?)
quando sentian raccontarle alla gente.
Alcun si vergognava aver ciò fatto,
e giudicava d'esser stato matto.
12
Se qualchedun si sentía male a' denti
o tosse o doglia o qualche altra magagna,
tosto diceva:--Ecco il frutto de' venti
e delle piogge della tal campagna.--
Pur nondimen mangiava ognun per venti,
beveva vin da Scopolo e di Spagna,
dormiva sodo e tenea concubine,
a' passati disordin medicine.
13
Della religione il zelo santo,
per cui la vita a rischio posta aviéno,
era scemato e raffreddato tanto
che parea non ne avessino piú in seno.
Ne' dí di festa alla messa soltanto
ivan con rabbia o sonnolenti almeno,
e sol per uso o per veder la dama
ed attillati per acquistar fama.
14
I romanzieri dall'eroiche imprese,
dalle battaglie e da' sublimi amori
piú non si nominavan nel paese,
perché i moderni eran usciti fuori
co' fatti de' baron, delle marchese,
che mille volte si tenean migliori
per certe grazie, e cosí piú alla mano,
e assai piú confacenti al corpo umano.
15
Leggeano in quei siccome entro alle mura
delle vergini sacre ivan gli amanti,
come fuggían da quelle alla ventura
le donzelle ivi poste, andando erranti.
E vestite come uomo, alla sicura
dormian co' maschi del fatto ignoranti,
e il loro imbroglio al terminar de' mesi.
ed altri casi all'uso de' francesi.
16
Nelle commedie il costume novello
correva ancora, e cavalieri e dame
si vedean entro con poco cervello,
per l'onor, per l'amore o per la fame.
E turchi in scena con un gran drappello
di mogli pronte sempre alle lor brame;
e dileggian gli eunuchi le schiavacce
con mille detti lordi e parolacce.
17
Donde gli amor, gli equivoci ed i gesti,
uniti alla natura e al mal talento,
faceano i paladini al vizio presti,
o lo teneano in freno a tedio e a stento.
Altri scrittor piú dotti e disonesti
per i lor fini, a tal cominciamento,
stampavan libri sottili e infernali,
dipingendo i mal beni ed i ben mali.
18
I paladin leggeano i frontispizi
e qua e lá di volo sei parole;
poi commettevan mille malefizi,
intuonando:--Il tal libro cosí vuole.--
Se v'era alcuno ch'abborrisse i vizi,
e dicesse:--Non déssi e non si puole,--
gridavan:--Chi se' tu c'hai tanto ardire
i paladin di Francia di smentire?--
19
E minacciavan di bando e galera;
ond'era forza rispettarli alfine.
Dunque la pace, l'ozio e la carriera
de' libri nuovi, fuor d'ogni confine
non sol de' paladini avean la schiera
corrotta, ma le genti parigine:
dal re Carlo sin quasi al mulattiere,
lascivo era e goloso e poltroniere.
20
Lecita in chi poteva usar la forza
era la truffa, era la ruberia.
Ogni peccato avea buona la scorza,
e con nuove ragion si ricopria.
Fanciulli ed ebbri, andando a poggia e ad orza,
udiensi disputare per la via
ch'era il ner bianco e che il quadro era tondo
e che goder si debba a questo mondo.
21
Gli abati in cotta e i santi monachetti,
che contra al mal dal pulpito gridavano,
sudando, trangosciando, e che a' scorretti
mille maledizion dal ciel mandavano,
erano uditi come gli organetti;
e quando le persone fuori andavano,
un dicea:--Disse male,--un:--Disse bene,
ma predica all'antica e non conviene.--
22
E chi diceva:--E' canta l'astinenza,
ma so che i buon boccon non gli disprezza--
Poscia ridean con poca riverenza,
e ognun restava nella sua mattezza.
Alle orazioni ed alla penitenza
diceano pregiudizi e leggerezza,
o ipocrisie per guadagnare i schiocchi,
o cose da mal sani e da pitocchi.
23
Rinaldo (perché aveva poca entrata,
piacendogli le donne e la bassetta
e il vin, che ne beeva una fregata,
sicch'ogni dí sembrava una civetta)
a Montalban fatto avea ritirata,
facendo vender senza la bolletta
acquavite, tabacco ed olio e sale
e vin contro la legge imperiale.
24
S'erano i gabellier molto provati
a condur pe' trasporti la sbirraglia;
Rinaldo avea sbanditi e disperati
che facevan co' sassi la battaglia:
onde se n'eran sempre ritornati
senza poter oprar cosa che vaglia.
Carlo chiudeva un occhio e gli era amico
pe' buon servigi suoi del tempo antico.
25
Cosí Rinaldo un util grande avea
e s'aiutava i vizi a mantenere;
ma il troppo vino, ch'ogni dí bevea,
l'inebbriava, ed era un dispiacere;
perché Clarice sua talor volea
fargli l'ammonizion ch'era dovere,
ed egli bestemmiava come un cane
e le dicea parole assai villane.
26
E minacciava un divorzio di fare,
poi la mandava alla rocca ed all'ago.
La poveretta lo lasciava stare,
e in un canton facea di pianto un lago.
Ed egli si metteva a berteggiare.
--Cosí, ben mio--dicea,--quel pianto pago;--
e colle fanti in sul viso di lei
faceva cose ch'io non le direi.
27
Il duca Namo nella sua vecchiaia
avaro ed usuraio s'era fatto.
Ogni dí fitta teneva l'occhiaia
in su' processi per fare un bel tratto;
perché investia di scudi le migliaia,
e alfin temeva qualche scaccomatto
o dalle doti o da' fideicommissi;
onde avea gli occhi in sulle carte fissi.
28
Poi tanti dubbi e cavilli trovava
co' poveretti che bisogno aviéno,
che sin per venti il cento comperava.
E usava un altro piacevol veleno,
che per il censo mai non molestava,
tanto che il foglio d'annate era pieno,
e poi tra il capitale e l'usufrutto,
«salvum me facche», e' si toglieva tutto.
29
Prestava a' giuocator spesso danari
a un per dieci il giorno di vantaggio;
e i figli di famiglia aveva cari,
che avesser vizi assai ma non coraggio,
perché voleva il pegno e scritti chiari;
poi gl'inseguiva col viso selvaggio,
e alfin sí vago il conto avea tenuto,
ch'avean pagato e il pegno anche perduto.
30
Astolfo, dopo il costume novello,
era a Parigi inventor delle mode.
Or le calze riforma, ora il cappello,
ora le brache, e guadagna gran lode;
e tagli or lunghi or corti al giubberello,
i capelli or in borsa or con le code,
le fibbie or di metallo ed or di brilli,
ovate, tonde e quadre, e mille grilli.
31
E perché gli piacevano le dame,
ei fu inventor de' cavalier serventi.
A vincer cori aveva mille trame,
perch'era un damerin de' diligenti.
Né si curava di freddo o di fame,
per le servite, o di piogge o di venti,
ed ogni stravaganza sofferiva,
anzi lodava, anzi pur benediva.
32
Spesso con esse alla lor tavoletta
si ritrovava e mai non stava fermo.
Or tien lo specchio, or fiorellin rassetta,
e le guatava che pareva infermo.
E poi diceva piano:--Oh benedetta!
oh occhi! oh bocca! omè, non ho piú schermo,
so dir ch'io ardo sin nella midolla.--
Poi sospirava e fiutava un'ampolla.
33
Ed aveva anche pronte, non so come,
le lagrimette quando credea bene.
Certo in far all'amor valea due Rome
e por sapeva a tutte le catene.
Addosso si può dir ch'avea le some
di zaccarelle, o almen le tasche piene
di spille e nèi e pomate e confetti,
essenze e diavolon ne' bossoletti.
34
E sapea dibucciare e mele e pere
e melarancie dolci, e in spicchi farle,
poi rivestirle che pareano intere,
e gentile alle dame presentarle.
In mille forme lor dava piacere,
ché l'arte ha sin ne' cori a tasteggiarle,
e conforme a' cervei sa porre il zolfo,
tal che tutte voleano il duca Astolfo.
35
Avino, Avolio, Ottone e Berlinghieri
seguiano le sue fogge e i suoi vestigi,
e politi serventi cavalieri
passavan fra le dame di Parigi.
Ma Namo, il padre, mettea lor pensieri
di ragion mille, oscuri e neri e bigi,
perch'era avaro e dava poco il mese,
e le mode valevan di gran spese.
36
Anzi patian da quello gran rabbuffi:
spesso d'emanciparli gli minaccia.
--Che cosa son que' cappellin? que' ciuffi?
que' pennacchin?--gridava rosso in faccia.
--A che vi servon le frangie, i camuffi?
Di farmi impoverir qui si procaccia;
cervelli bugi, frasche, fumo e vento,
vi diserederò nel testamento.--
37
Essi, che questa cosa pur temeano,
ma il bel costume non volean lasciarlo,
merci a credenza e danari toglieano,
dicendo:--Pagheremo al sotterrarlo.--
E da' mercanti un avvantaggio aveano
ne' libri, e si credea di poter farlo:
che ciò che valea trenta mettean cento;
e nondimeno ognuno era contento.
38
Re Salomon, quantunque d'anni grave,
voleva anch'esso corteggiar le donne.
Nel luogo delle gote avea due cave
ed era di struttura un ipsilonne.
Pur s'ingegnava a ragionar soave
ed alle dame diceva:--Colonne,
e un giorno feci e dissi, e son terribile;--
e si facea da qualcosa al possibile.
39
E perch'egli era sordacchione affatto,
le dame, stanche di sue scempierie,
gli diceano:--Siam secche, vecchio matto,
vecchio bavoso--ed altre leggiadrie;
e poi ridean tutte quante del tratto.
Ei credea delle sue galanterie
ridesser, donde anch'egli ismascellava,
sicché ognuno le risa raddoppiava.
40
Il marchese Olivier faceva il saggio,
ed i serventi correggeva spesso.
--Io non intendo--dicea--qual vantaggio,
qual piacer sia stare alle donne appresso.
M'infastidisce oltremodo il linguaggio,
la stravaganza e il pensar di quel sesso;
io l'ho ben mille volte maledette,
perocch'elle son macchine imperfette.
41
Anzi non so com'uom, ch'abbia la testa,
con quelle gazze un'ora possa stare.
Vi giuro, piú la donna m'è molesta
quando la dotta e la saggia vuol fare.
S'ella avrá ben danzato ad una festa,
e l'-andrienne- si sentí lodare,
questo le basta a uscir fuor di se stessa
e a giudicarsi qualche monarchessa.
42
Come mai non v'ammazzan le pretese
c'han sopra voi per quanto lungo è l'anno?
a quelle ciarle, a quelle lor contese
come non affogate dall'affanno?--
Cosí gridava Olivieri marchese;
ma vendea nondimen rascia per panno,
e si sapea che in certe catapecchie
era lo spasimato di parecchie.
43
A' costumi cambiati, alla lettura
riformata ed all'ozio ed alla pace,
cambiata non avea la sua natura
Gan da Pontier, traditor pertinace.
Vero è che i tradimenti suoi misura
e rimoderna anch'esso, e si compiace
di non trattar co' regi danno al regno,
ma in fraudi piú all'usanza pon l'ingegno.
44
E verbigrazia, essendo assai persona
di Carlo vecchio, il conducea pel naso:
molte ingiustizie a sua santa corona
faceva fare in uno o in altro caso.
L'incarco tôrre a qualche anima buona
e darlo a un birro l'avea persuaso,
ché de' gran merti non ne dava un fico:
chi piú lo regalava era suo amico.
45
Per venti scudi avrebbe querelato
di lesa maestade un suo fratello,
e s'infingeva ancor farsi avvocato
per le ragioni or di questo or di quello.
Chi s'affidava era poi consolato,
e si può dir gli menasse al macello,
perch'egli proteggeva tutti quanti,
ma la ragione avea quel da' contanti.
46
E nondimeno ogni giorno alla messa,
anzi alle messe andava: si può dire
che n'ascoltava con faccia dimessa
tre o quattro, che pareva il -Dies irae-.
Ed ogni settimana si confessa,
e a dir «-mea culpa-» si facea sentire;
massime quando avea l'assoluzione,
mette sospir ch'assordan le persone.
47
Quando giurare a qualchedun volea,
acciò credesse le bugie la gente:
--Per quella santa confession--dicea--
che feci stamattina indegnamente.--
E s'un giurava per Dio, si torcea
facendosi la croce prestamente;
e poi, volgendo l'occhio, dicea piano:
--Non nominate il Signor nostro invano.--
48
Ma scandol sempre giva mulinando:
mai non tenea la sua mente in quiete.
Talor soletto andava passeggiando
lá dove son le dinunzie secrete,
e in quelle bullettin venía gettando
contro al tal uom, al tal frate, al tal prete,
e cagionava ben mille sciagure;
poscia ingrassava udendo le catture.
49
Un altro spasso avea il fraudolente:
che tenea spia di tutti gli amoretti;
poi di soppiatto avvertiva il servente
e inventava raggiri, atti e viglietti,
tal che faceva piú d'un uom dolente,
e nascer mille ciarle e tristi effetti,
e dissension nelle case e vergogna,
e andar gli sposi in mitera ed in gogna.
50
Gan cosí rimoderna i tradimenti
con l'aiuto de' conti di Maganza,
Griffon, Viviano, Anselmo e piú di venti
di que' paesi o razza o mescolanza,
i quali in viso parean buone genti,
divoti in chiesa e pieni di creanza,
ma poi la notte taluni rubavano
e alla bassetta e al faraon baravano.
51
Si spacciavano ognor quelle genie
con grave ostentazion da genti oneste,
ricomponendo le fisonomie,
portando fibbie antiche e antica veste.
Oltre a ciò, le fetenti ipocrisie,
le iniquitá, che furon sempre péste,
derise ed abborrite dall'uom saggio,
avevano in quel secolo un vantaggio.
52
De' maganzesi ipocriti cristiani,
e de' giusti cristian buone persone
avevan fatto i scrittor furbi e cani
un certo guazzabuglio, un fascellone
da non separar piú da ingegni umani;
in modo tal che il titol di «briccone»
era cassato dal vocabolario:
l'usava alcun talor, ma pel contrario.
53
Ugger danese, che della pagana
legge alla nostra era venuto un giorno,
fatto vecchio servente a Galerana,
con essa tutto il dí facea soggiorno,
perch'ell'era decrepita e mal sana.
Ugger fedele l'era sempre intorno,
allo sputo porgendole la tazza,
né piú si ricordava la corazza.
54
Poiché tra lor ragionato s'avea
di quel che giova al viver nostro e nuoce,
Galerana il rosario fuor mettea
ed ambidue si facevan la croce:
l'uno intuonava e l'altro rispondea,
insin che lor poteva uscir la voce.
Poi Galerana a letto si mettia;
Uggeri salmeggiando andava via.
55
Marco e Matteo dal pian di San Michele,
che della guerra un tempo eran vissuti,
avevan fatto parecchie querele
di quella pace, ch'eran divenuti
poveri e al verde come le candele.
Ma finalmente anch'essi stavan muti,
e s'eran dati alla poetic'arte
per guadagnarsi il vitto in qualche parte.
56
Poiché a Parigi allora era l'andazzo
di commedie, di critiche e romanzi,
e il popol n'era ghiotto anzi pur pazzo,
perché fosser riforme a quelli dianzi.
Marco in su' fogli venia pavonazzo,
Matteo del scrittoio fuor non creder stanzi;
sicché ogni mese uscían da' torchi al varco
due tomi: un di Matteo, l'altro di Marco.
57
Ma potean ben su' fogli intisichire,
a' librai furbi alfin l'utile andava.
Pe' manoscritti avevan poche lire,
ed il libraio il resto s'ingoiava.
Avean provato a lor spesa far ire
talor la stampa, e il capital muffava,
perocché il libro senza de' librai,
non so per qual malia, non vendean mai.
58
Donde lor convenia pregar que' tristi
e dir:--Quel libro fatemi dar via.--
Color, ch'eran peggior degli ateisti,
diceano:--In ciò vi farem cortesia.--
E avuti i libri:--Non c'è chi gli acquisti
--dicean:--quella è cattiva mercanzia;--
tal che Marco e Matteo con grande affanno
vedean pochi ducati in capo all'anno.
59
Tanto che alfin lasciavano a' librai
a tre soldi la libra i tomi a peso.
Allora il libro divenia d'assai,
e molto ricercato s'era reso.
Cosí viveano smunti in mille guai,
e un altro foco contr'essi era acceso,
il qual scemava loro i partigiani,
che gli tenean per scrittor sovrumani.
60
Erano inver poetastri cattivi;
pur dicean che scrivevan all'usanza.
L'usanza era esser scorretti e lascivi,
d'uno stil goffo e gonfio d'arroganza,
gergoni e ragguazzar morti co' vivi,
e il far di tomi nel mondo abbondanza,
e il predicar che gli antichi scrittori
non si dovean piú aver per buoni autori.
61
Ma Dodon dalla mazza, paladino,
che a difender gli antichi era un Anteo,
sendo lor padri a lui sin da piccino,
non pativa l'apporsi a quelli un neo;
sicché stampava qualche libriccino
che facea disperar Marco e Matteo,
perch'ei rideva in esso a suo diletto,
dileggiando il compor grosso e scorretto.
62
Infin chi nel Boiardo e l'Ariosto
letto ha de' paladini e del re Carlo
e il costume d'allora, dirá tosto
che di lor per ischerzo oggi vi parlo.
Tuttavia starò saldo al mio proposto,
e so ch'io dico il ver, so autenticarlo:
l'ozio, la pace e le scritture nuove
gli avean cambiati, ed ho ben mille prove.
63
E vi dirò che Guottibuossi e seco
Gualtier da Mulion, famosi erranti,
perché sapeano un po' latino e greco,
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