diritti del Papa sulla elezione del Senatore e de' Conservatori.
[366]
-Sopra il monte Tarpeio, Canzon, vedrai-
-Un cavalier che Italia tutta onora-
-Pensoso più d'altrui che di sè stesso-
Petr. Canz. -Spirto gentil ec.-
(-Nota dell'Ed.-).
[367] -Nicolò V ben lungi dall'essere un tiranno avea trattato Stefano
Porcaro con molta clemenza, e questi avendo giurato fedeltà doveva
osservarla.- (Nota di N. N.)
[368] Il Machiavello (-Ist. fiorentina-, l. VI, p. 373-375, edizione
Bettoni) ne porge un racconto brevissimo e in un curiosissimo della
cospirazione del Porcaro. La troviamo parimente nel giornale di Stefano
Infessura (-Rer. Ital.-, t. III, part. II, p. 1134, 1135) e in uno
scritto particolare pubblicato da Leone Battista Alberti (-Rer. Ital.-,
t. XXV, p. 609-614). È cosa non priva di vezzo l'istituir paragone fra
lo stile di questi due scrittori, e fra le opinioni del cortigiano e del
cittadino. -Facinus profecto quo... neque periculo horribilius, neque
audacia detestabilius, neque crudelitate tetrius, a quoquam perditissimo
uspiam excogitatum sit.... Perdette la vita quell'uomo da bene, e
amatore dello bene e libertà di Roma.-
[369] I disordini di Roma, inveleniti oltre ogni dire dalla parzialità
di Sisto IV, vengono narrati ne' Giornali di Stefano Infessura e di un
cittadino anonimo che ne furono spettatori. -V.- le turbolenze dell'anno
1484 e la morte del Protonotario Colonna (t. III, part. II, p.
1083-1158).
[370] «-Est toute la terre de l'Eglise troublée pour cette partialité-
(dei Colonna e degli Orsini), -comme nous dirions Luce et Grammont, ou
en Hollande Houc et Caballan; et quand ce ne serait ce différend, la
terre de l'Èglise serait la plus heureuse habitation pour les sujets,
qui soit dans tout le monde (car ils ne payent ni tailles ni guères
autres choses), et seraient toujours bien conduits (car toujours les
papes sont sages et bien conseillés); mais très-souvent en advient de
grands et cruels meurtres et pilleries-».
[371] -Non può negarsi, che le scomuniche, le quali escludono alcuno dal
numero de' fedeli, non fanno effetto sull'animo di quelli che non
credono alla loro forza ed alle loro conseguenze. Per altro le
scomuniche devono avere un giusto e certo soggetto. Ogni diritto di
scomunicare, ed ogni scomunica, ha la sua origine e la sua forza da
quelle parole di Cristo riferite nell'Evangelio.- Si autem peccaverit in
te frater tuus vade et corripe eum inter te et ipsum solum; si te
audierit lucratus eris fratrem tuum; si autem non audierit adhibe tecum
adhuc unum vel duos, ut in ore duorum vel trium testium, stet omne
verbum. Quod si non audierit eos, die ecclesiae; si autem ecclesiam non
audierit sit tibi sicut Ethaicus et Publicanus. -S. Matteo, c. 18. La
Storia civile ed ecclesiastica concordemente ci mostrano quali grandi e
replicati abusi sieno stati fatti del diritto di scomunicare, secondando
le passioni, e recando mali e disordini gravissimi.- (Nota di N. N.)
[372] L'assegnatezza di Sisto V portò a due milioni e mezzo di scudi
romani la rendita dello Stato ecclesiastico (-Vit.- t. II, p. 291-296),
e sì bene fornito era l'esercito pontifizio, che in un mese Clemente
VIII potè occupare con tremila uomini a cavallo, e ventimila fantaccini
lo Stato di Ferrara (t. III, p. 64). D'indi in poi (A. D. 1593) le armi
del Pontefice han presa per buona sorte la ruggine; e la rendita, almeno
in apparenza, debb'essere cresciuta.
[373] Soprattutto dal Guicciardini e dal Machiavello. Il leggitore può
consultare -l'Istoria generale- del primo, -l'Istoria fiorentina-, il
-Principe-, e i -Discorsi politici- del secondo. Il Guicciardini e il
Machiavello, Fra Paolo e il Davila degni loro successori, sono stati
considerati a buon diritto, come i primi Storici de' moderni popoli fino
a questo momento, in cui la Scozia è surta al vanto di contendere
cotesta palma all'Italia.
[374] Nel descrivere l'assedio di Roma fatto dai Goti (c. XXI) ho
paragonati i Barbari coi sudditi di Carlo V, anticipazione che mi feci
lecita senza scrupolo, siccome usai nel narrare prima del tempo le
conquiste dei Tartari, per la poca speranza che allora era in me di
terminare quest'Opera.
[375] Il racconto delle deboli ostilità cui si lasciò trascinare per
ambizione il Pontefice Paolo IV della famiglia Caraffa, leggesi nel
Presidente De Thou (l. XVI, XVIII) e nel Giannone (t. VIII, l. 33, c. 1,
p. 203-232, edizione Bettoni). Due bacchettoni cattolici, Filippo II e
il Duca d'Alba, osarono separare il principe romano dal Vicario di Gesù
Cristo. Nondimeno il carattere sacro che ne avrebbe santificata la
vittoria, giovò onorevolmente a proteggerlo nella sconfitta.
[376] Il dottore Adamo Smith (-Wealth of Nations-, vol. I, p. 495-504)
spiega in ammirabile guisa il cambiamento dei costumi e le spese che
trae seco il progresso della civiltà. Forse dimostra con troppa
acredine, che le mire le più personali ed ignobili hanno partoriti gli
effetti i più salutevoli.
[377] Un Italiano uscito del suo paese, Gregorio Leti, ha pubblicata la
Vita di Sisto V (-Amsterd-. 1721, 5 vol. in 12), opera circostanziata e
dilettevole, ma non fatta per inspirare piena fiducia. Nondimeno quanto
vi si legge sul carattere del Pontefice, e sui principali fatti di
questa Storia trovasi confermato negli Annali dello Spondano e del
Muratori (A. D. 1585-1590), e nella Storia contemporanea del grande De
Thou. (l. LXXXII, c. 1, 2; l. LXXXIV, c. 10; l. C, c. 8).
[378] I Ministri esteri, ad esempio della Nobiltà romana vollero avere
questi luoghi privilegiati, -quartieri-, o -franchigie-. Giulio II avea
abolito l'-abominandum et detestandum franchitiarum hujus modi nomen-;
ma le franchigie ricomparvero ancora dopo Sisto V. Non so trovare ove
fosse la giustizia, o la grandezza di Luigi XIV quando, nel 1687, spedì
a Roma un ambasciatore (il Marchese di Lavardin) con mille ufiziali,
guardie e servi armati per sostenere questo iniquo diritto e insultare
Innocenzo XI in seno della sua Capitale. (-Vita di Sisto V-, t. III, p.
260-278; Muratori, -Annali d'Italia-, t. XV, p. 494-496, e Voltaire,
-Siècle de Louis XIV-, t. II, c. 14, p. 58, 59).
[379] Questo oltraggio diede origine ad un decreto scolpito in marmo e
collocato in Campidoglio; decreto il di cui stile è di una semplicità
nobile e repubblicana. -Si quis, sive privatus, sive magistratum gerens,
de collocanda- vivo -pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo
S. P. Q. R., decreto in perpetuum infamis et publicorum munerum expers
esto M. D. X. C. mense Augusto- (-Vita di Sisto V-, tom. III, p. 469).
Credo che un tale decreto venga tuttavia osservato, nè dubito di
affermare che dovrebbero mettere una simile proibizione tutti i principi
meritevoli veramente di statua.
[380] Le Storie della Chiesa, dell'Italia e della Cristianità mi hanno
giovato a comporre questo capitolo. Nelle Vite originali de' Papi si
scopre sovente lo stato della città e della Repubblica di Roma, e gli
avvenimenti de' secoli XIV, XV trovansi registrati nelle rozze Cronache
che ho esaminate accuratamente, e che ora, seguendo l'ordine dei tempi,
indicherò ai leggitori.
1. Monaldeschi (Ludovici Boncomitis), -Fragment-. -Annalium roman-. (A.
D. 1328), in -Scriptores rerum italicarum- del Muratori, t. XII, p. 525.
N. B. La fiducia che può essere inspirata da questo fragmento, viene
alquanto diminuita da una singolare interpolazione mediante cui l'Autore
racconta la sua -propria morte-, accaduta quando compieva il
centoquindicesimo anno.
2. -Frammenta Historiae romanae- (-vulgo- Thomas Fortifiocca, -in romana
Dialecto vulgari-) A. D. 1327-1354, nel Muratori (-Antiquit. med. aevi
ital.-, t. III, p. 247-548), base autentica della Storia del Rienzi.
3. Delphini (Gentilis) -Diarium romanum- (A. D. 1370-1410) in -Rerum
italic.-, etc. t. III, part. II, p. 846.
4. Antonini (Petri), -Diarium romanum- (A. D. 1404-1417) t. XXIV, p.
969.
5. Petroni (Pauli) -Miscell. historica romana- (A. D. 1433-1446), t.
XXIV, p. 1101.
6. Volaterrani (Jacob), -Diarium rom.- (A. D. 1472-1484), t. XXIII, p.
81.
7. -Anonymi Diarium urbis Romae- (A. D. 1481-1492), t. III, part. I, II,
p. 1069.
8. Infessura (Stephani), -Diarium romanum- (A. D. 1294, 1378-1494), t.
III, part. II, p. 1109.
9. -Historia arcana Alexandri VI, sive excerpta ex Diario Joh. Burcardi-
(A. D. 1492-1503) -edit. a Godefr. Gulielm. Leibnizio-, Hanov. 1897, in
4. I manoscritti che si trovano nelle diverse Biblioteche dell'Italia e
della Francia possono giovare a compire la grande e preziosa Opera del
Burcardo, (Foncemagne, -Mém. de l'Acad. des Inscript.-, t. XVII, p.
597-606).
Eccetto l'ultima Opera, questi frammenti e giornali si trovano nella
Raccolta del Muratori, mia scorta e mio maestro nella Storia d'Italia.
Il Pubblico gli debbe in ordine a ciò: 1. -Rerum italicarum Scriptores-
(A. D. 500-1500) -quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit-,
etc., 28 vol. -in fol.-, Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi
un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave
a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2.
-Antiquitates Italiae medii aevi-, 6 volumi -in fol.-; Milano,
1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i
costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con
un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3.
-Dissertazioni sopra le Antichità italiane-, 3 vol. in 4; Milano, 1751,
traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo
Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo
latino -Antiquitates-. 4. -Annali d'Italia-, 18 volumi in 8; Milano,
1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia,
dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5.
-Delle Antichità Estensi ed Italiane-, 2. vol. -in fol.-; Modena,
1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli
attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare
dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi
della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore
laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj
ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi
circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. -Vita del
Proposto Ludovico Antonio Muratori-, scritta da Gian Francesco Soli
Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4.
CAPITOLO LXXI.
-Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto.
Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato
ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera.-
[A. D. 1430]
Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi[381] e un suo amico,
servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e
riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura
contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi
appariva[382]. Il luogo della scena e questo spettacolo offerivano ad
essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna,
che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e
che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde
convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo
a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma,
offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti.
«L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma
nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro
accolse il fuggitivo Troiano[383]. La Rocca Tarpea che tu vedi da quella
parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del
Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai
lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che
lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo
sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La
collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la
testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re.
Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e
dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli
sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha
perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori,
le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei
Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra
quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli
obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina
gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj
frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano
dettava le sue leggi e creava i suoi Magistrati, non contiene oggidì che
recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali
e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la
saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono
rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un
robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie
sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa
l'impressione del molto più che è distrutto[384]».
Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi
che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della
classica sollevato[385]. 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si
discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di
Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una
doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza
di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual
più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino
ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che
Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato
sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a
sette, le antiche -terme-, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati
a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire,
nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano
e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor
fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che
contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la
grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la
spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e
importanza delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle
Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli
archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti,
non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un
arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri
ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men
nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le
maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un
picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie
pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove
stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi
fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le
colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli
obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel
popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non
rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure,
delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I
mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere
interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra;
quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le
esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne
sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali
erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia
di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che
per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più
recente costruzione.
Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero
d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi
questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di
sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le
sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi
abbellimenti, nè tampoco restaurare gli antichi; e poichè è legge di
tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de'
secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i
gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun
edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a
due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in
modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due
secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo
avea pubblicata una descrizione di Roma[386]. Forse per sua ignoranza,
l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le
stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era
d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di
antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del
popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni,
dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti
prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i
più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo
tempo[387], e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi
con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La
medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e
noi cercheremmo indarno il -Settizonio- di Severo[388], celebrato dal
Petrarca e dagli Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli
edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession
delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la
distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto.
Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle
opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion
delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal
tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3.
L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti
dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di
Roma.
I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita
durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e
nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un
istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di
un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi,
maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti
tanti secoli prima di noi[389]. Cento generazioni sono sparite come le
foglie d'autunno[390]; pur dopo la caduta de' Faraoni e de' Tolomei, de'
Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle
loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un
edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e
i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai
turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente
l'atmosfera e il suolo di Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e
le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro
fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in
veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que'
grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste
Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte
generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della
distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può
produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche
degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il
memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò,
con più, o men di furore per sei, o nove giorni[391]. Le fiamme
divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade
anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma,
sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli
altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli
edifizj incendiati[392]. L'Impero trovandosi allora all'apice di sua
gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue
ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de'
capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti
dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di
anarchia, ciascuna ferita è mortale, ciascuna perdita irremediabile, nè
avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che
vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a
credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la
devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i
mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto,
mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte
spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de'
poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le
ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui
le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè
corrono ulteriore pericolo. -- La situazione di Roma la espone in oltre
ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e
dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è
irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della
state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera,
o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il
vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto,
rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni.
Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima
guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un
traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi
veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di
Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura
della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal
subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo
stagnamento dell'acque[393]. Eguale calamità essendosi, ne' giorni
d'Augusto, rinnovellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi
situati sulle sue rive[394]; nè le sollecitudini di cotesto Imperatore,
a fine di mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine,
risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e
pericoli[395]. La superstizione e privati interessi si opposero per
lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi
al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque[396],
impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde
i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il
freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie
gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura[397]. Ora se
il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte,
chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo
fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente?
Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle
rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a
quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico
livello[398], ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti
delle acque[399].
II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani
dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto
esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere
spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e
il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto
prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare
con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può
concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo,
quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei
Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra
fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio
di vendicare la fuga di Odino[400], d'infrangere i ceppi delle nazioni,
di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della
letteratura classica, e di collocare la loro nazionale architettura
sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri
del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza
ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di
distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e
della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè
conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati
si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a
rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a
pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà
superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I
soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una
Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a
tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai
licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze
facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano
trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio
nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari.
Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma
il sesto giorno[401], i Vandali il decimoquinto[402]; e benchè sia più
facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il
precipitoso loro furore non sarebbe stato gran chè efficace sulle salde
fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che
Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che
questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto
la prosperosa amministrazione di Teodorico[403]; e che il passeggiero
sdegno di Totila[404] trovò un freno nelle stesse considerazioni di
Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero.
Se la precitata accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del
tutto lo stesso, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i
templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo
a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a
cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione
dei templi dell'Oriente[405] lor ne offeriva un esempio, e serve in un
d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il
demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli
convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli
monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel
conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della
società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per
effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del
Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la
Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono
comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente
ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il
Pantheon[406] per impiegare al servigio della religione questo maestoso
edifizio.
III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana
è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della
manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la
possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità
maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa
di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture
passeggiere di questo Mondo. I Barbari che s'impadronirono di Roma,
usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto
le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la
lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio
de' Goti, o sul navilio de' Vandali[407]. L'oro e l'argento furono i
primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto
il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle
proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari
attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi
preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle
sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente
parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in
monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o
meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il
ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto
sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel
visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo
che coprivano il Pantheon[408]. Gli edifizj di Roma poteano per vero
venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati
materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle
viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e
gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver
soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i resti della città, se si
fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di
vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti
dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino
stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un
guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno
avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal
por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe
fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici
il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per
le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i
marmi di Ravenna[409] e di Roma[410], nuovo ornamento al palagio che
edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di
Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò
nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i
materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e
del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica
Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire
l'insolente lusso di Napoli[411]. Però i saccheggi, o le vendite de'
marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di
Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi
degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la
situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti
aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima
era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa
dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti,
che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle
abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie
consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti
lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici[412]; i
giuochi del teatro, del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto
secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante;
ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di
croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un
particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui
numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La
città conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta
Capitoli e collegi di canonici e di preti[413], che aumentavano, anzichè
ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme
dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non
sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli
abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i
Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le
più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi
marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un
convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i
Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di
quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione
de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto
V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del
-Settizzonio-[414]. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque
profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica
rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie
sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo
il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della
Concordia[415], e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a
que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di
quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri
monumenti della veneranda Antichità[416]. I bisogni e i guasti operati
dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il
Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a
Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea[417], e però duro
fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di
trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X,
si aumentarono ad ottantacinquemila[418], non dubito che tale
accrescimento non sia stato alla città antica funesto.
IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di
distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio
degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da
frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de'
successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo,
trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando
impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del
Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente.
Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente
dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de'
Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' Colonna; ho descritto ne'
due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini
pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza
della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In
questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne'
quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue
proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si
armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano,
e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche
dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano
arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde
torri[419] e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città
ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui
altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una
convenevole proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli
Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle
rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il
dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e
negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di
Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava
ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere,
accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e
gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea
mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad
esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio
Cesare, de' Titi e degli Antonini[420]. Vi voleano pochi cambiamenti per
trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed
ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece
sorgere il castel Sant'Angelo[421]. Il Settizonio di Severo fu in istato
di resistere all'esercito di un Sovrano[422]. Il sepolcro di Metella è
sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato[423]; i Savelli e
gli Orsini occuparono i teatri di Pompeo e di Marcello[424]; le informi
Fortezze costrutte su questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il
lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte
d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo
della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo
scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto
viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai
Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento
di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro
deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al
pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa;
chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine
nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV,
Roma, priva di Sovrano e di Senato, si trovò per sei mesi abbandonata al
furore delle guerre civili. «Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e
poeta[425], rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati
con incredibile rapidità[426]; i colpi dell'ariete infransero le mura,
le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e
l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti». La
tirannide delle leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse
fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette,
spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro
avversarj[427]. Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere
invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le
ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale
opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. «Vedete, egli dice,
questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè
i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza
attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi
figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia
Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese non potè
colla spada de' suoi guerrieri[428]». La preponderanza di quest'ultima
cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle
case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva
continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i
materiali per novelli edifizj di distruzione.
Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro
di Tito che ha preso il nome di -Colosseo-[429], sia a motivo della sua
estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse
sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del
tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli
spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata
di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più
riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di
prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi,
le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento,
furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo,
dell'avarizia de' Barbari, o de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è
costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due
più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori
fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e
che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari
non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli[430]. 2.
Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del
Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che
nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai
o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno
ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge[431]. Maestoso, ad
onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto
e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si
manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo
secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma
fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo,
Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa»[432].
Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da
tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la
saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere
alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto
un numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il
Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al
Colosseo[433].
Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma.
Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole;
perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge[434] o la
consuetudine della città regolava i giuochi che, prima della
Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo
agonale[435]. A questi presedea in solenne abito il Senatore, che
aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il
pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di
seta[436]. Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi[437] e per
le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta
sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi più nobili, che si stavano
in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani.
Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori
sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un
autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive[438].
Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli
spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna,
s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio
in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre;
le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi
coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le
Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì
nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due
drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che
alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste
fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue
donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge
come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor
famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce
d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a
sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza
il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la
descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i
colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra
questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e
dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i
Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i
Corsi. Ciascun d'essi avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto
e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai
melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. -Son solo come
il più giovane degli Orazj-, era l'impresa dell'intrepido; -Vivo nella
desolazione-, quella d'un vedovo; -Ardo sotto la cenere-, di un amante
timido; -Adoro Lavinia, o Lucrezia-, parole equivoche fatte per indicare
una passion più moderna. -Così è pura la mia fedeltà-, molti che ad una
insegna bianca si accompagnavano. -Annego nel sangue; avvi morte più
dilettevole?- Così un feroce coraggio esprimeasi. -Non v'è alcuno più
forte di me?- alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva
significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di
entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre
divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: -- -Son forte a malgrado
del mio dolore- -- -La forza pareggia in me la grandezza- -- -Se cado, voi
cadrete insieme con me-. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo
Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre
l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il
Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de'
Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria
fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e
vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie
dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle
esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e
di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione
romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero
dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche
biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e
quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio
nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano
una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di
prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva
alla macelleria dell'Anfiteatro[439].
Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa
che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di
materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo
nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto
assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del
Colosseo[440]; onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di
questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani[441]. Per reprimere
cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo
recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura,
concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e
l'edifizio ai monaci di un vicino convento[442]. Dopo la morte del
ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una
sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai
più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe
meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo
nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo
XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del
Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza
esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a
cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi
imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovinoso cui presentemente è
ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il
palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso
di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato[443]. Vien fatto eguale
rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo
potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la
salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i
Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo
delle corone di un numero sì sterminato di martiri[444].
Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui
rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase
attonito sulla stupida indifferenza[445] de' Romani[446]; e s'avvide
che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei
cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea
gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta lungi
d'essere vano, avvilito mostrossi[447]. Un'antica descrizione della
città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere
l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli
abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in
quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle
labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il
-Capitolio-[448], dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il
-capo- del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta
la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e
grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto
lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto
della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di
pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo.
Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province,
ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un
incantesimo[449] ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma,
la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte
ov'erano accampati i ribelli, la campanella sonava, il Profeta del
-Capitolio- annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il
pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un
secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante,
cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni
di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a
Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno
sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di
oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci.
Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui,
filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro
cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue
azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa
pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo
monumento di sè medesimi[450]. Lo spirito de' Romani in preda alle idee
di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò
più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a
caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati
si siano scoperte[451]. La statua rappresentante il Nilo, che orna
oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il
terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma
il proprietario, impazientito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò
nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza
valore[452]. La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi,
diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i
fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai
diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e
stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la
liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle
mani de' suoi barbari concittadini[453].
[A. D. 1420]
Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica
autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a
riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli
ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che
incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della
libertà e dell'industria. -- Una città di ordinario venne a grandezza per
l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da
questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle
manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma
non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e
privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i
dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i
miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai
calcoli del monipolio. -- Il soggiorno di un Monarca, le spese di una
Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi,
benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I
tributi e le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il
Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e
dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de'
Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il
Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben
debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e
della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella
delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila
anime[454], e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de'
Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla
superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della
moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato
dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della
Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi
fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di
servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta
la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro
gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi
dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con
maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche
alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli
altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri
inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S.
Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion
consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova
collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e
di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e
palagi, non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare
le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella
polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma,
restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari.
Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi
artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua
salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le
gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una
colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi,
in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli
Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i
monumenti dell'antica Roma[455]; e i viaggiatori vengono in folla dalle
più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi
rispettosamente le vestigia degli Eroi e visitare gli avanzi dell'Impero
del Mondo.
* * * * *
La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la
più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mondo, ecciterà
l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee
meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli
effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla
maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette
in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per
lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti
del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del
Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della
Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi
posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la
religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento
e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente;
le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo
stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà
dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le
proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza
de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di
un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e
che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei
desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del
Pubblico.
Losanna, 27 Giugno 1787.
NOTE:
[381] Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età,
dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente
citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo -De Varietate
fortunae-, da cui questo tratto è stato tolto.
[382] -Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae
cujusdam, ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas
columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet- (p. 5).
[383] -Aeneid.-, VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e
condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i
nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con
esso d'un tal sentimento.
[384] -Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia
successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad
Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia
vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies- (Poggi, -De
Variet. fortunae-, p. 21).
[385] -V.- Poggi (p. 8-22).
[386] -Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de
Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori-, Armadio -IV-, n. 69. Il
Montfaucon (-Diarium italicum-, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro
con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. -Scriptor-, così si
esprime, -XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei
imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus:
sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo
recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus
indagandis operam navabit- (p. 283).
[387] Il P. Mabillon (-Analecta-, t. IV, p. 502) ha pubblicata la
relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le
Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto
alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più.
[388] -V.- intorno il -Settizonio- le -Mém. sur Pétr.-, (tom. I, p. 325,
Donato, p. 338, e Nardini, p. 117-414).
[389] L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta.
Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero
innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade
decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle
dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di
Gesù Cristo. -Canon. Chronicus- (p. 47).
[390] -V.- l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di
frequente questa immagine naturale e malinconica.
[391] Il dotto critico sig. De Vignolles (-Hist. crit. de la rep. des
lettres-, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo
incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che
ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno.
[392] -Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor
integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca
tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta.- Fra gli antichi
edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna
innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro
-praesenti Herculi-, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire
il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, -cum
penatibus populi romani-. Deplora parimente le -opes tot victoriis
quaesitae et Graecarum artium decora.... multa quae seniores meminerant,
quae reparari nequibant- (-Annal. XV-, 40, 41).
[393] A. U. C. 507, -repentina subversio ipsius Romae praevenit
triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene
absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra
opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans,- omnia -Romae
aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam
convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta
dissolvit, ei quae cursus torrentis invenit, impulsa dejecit- (Oros.,
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