diritti del Papa sulla elezione del Senatore e de' Conservatori. [366] -Sopra il monte Tarpeio, Canzon, vedrai- -Un cavalier che Italia tutta onora- -Pensoso più d'altrui che di sè stesso- Petr. Canz. -Spirto gentil ec.- (-Nota dell'Ed.-). [367] -Nicolò V ben lungi dall'essere un tiranno avea trattato Stefano Porcaro con molta clemenza, e questi avendo giurato fedeltà doveva osservarla.- (Nota di N. N.) [368] Il Machiavello (-Ist. fiorentina-, l. VI, p. 373-375, edizione Bettoni) ne porge un racconto brevissimo e in un curiosissimo della cospirazione del Porcaro. La troviamo parimente nel giornale di Stefano Infessura (-Rer. Ital.-, t. III, part. II, p. 1134, 1135) e in uno scritto particolare pubblicato da Leone Battista Alberti (-Rer. Ital.-, t. XXV, p. 609-614). È cosa non priva di vezzo l'istituir paragone fra lo stile di questi due scrittori, e fra le opinioni del cortigiano e del cittadino. -Facinus profecto quo... neque periculo horribilius, neque audacia detestabilius, neque crudelitate tetrius, a quoquam perditissimo uspiam excogitatum sit.... Perdette la vita quell'uomo da bene, e amatore dello bene e libertà di Roma.- [369] I disordini di Roma, inveleniti oltre ogni dire dalla parzialità di Sisto IV, vengono narrati ne' Giornali di Stefano Infessura e di un cittadino anonimo che ne furono spettatori. -V.- le turbolenze dell'anno 1484 e la morte del Protonotario Colonna (t. III, part. II, p. 1083-1158). [370] «-Est toute la terre de l'Eglise troublée pour cette partialité- (dei Colonna e degli Orsini), -comme nous dirions Luce et Grammont, ou en Hollande Houc et Caballan; et quand ce ne serait ce différend, la terre de l'Èglise serait la plus heureuse habitation pour les sujets, qui soit dans tout le monde (car ils ne payent ni tailles ni guères autres choses), et seraient toujours bien conduits (car toujours les papes sont sages et bien conseillés); mais très-souvent en advient de grands et cruels meurtres et pilleries-». [371] -Non può negarsi, che le scomuniche, le quali escludono alcuno dal numero de' fedeli, non fanno effetto sull'animo di quelli che non credono alla loro forza ed alle loro conseguenze. Per altro le scomuniche devono avere un giusto e certo soggetto. Ogni diritto di scomunicare, ed ogni scomunica, ha la sua origine e la sua forza da quelle parole di Cristo riferite nell'Evangelio.- Si autem peccaverit in te frater tuus vade et corripe eum inter te et ipsum solum; si te audierit lucratus eris fratrem tuum; si autem non audierit adhibe tecum adhuc unum vel duos, ut in ore duorum vel trium testium, stet omne verbum. Quod si non audierit eos, die ecclesiae; si autem ecclesiam non audierit sit tibi sicut Ethaicus et Publicanus. -S. Matteo, c. 18. La Storia civile ed ecclesiastica concordemente ci mostrano quali grandi e replicati abusi sieno stati fatti del diritto di scomunicare, secondando le passioni, e recando mali e disordini gravissimi.- (Nota di N. N.) [372] L'assegnatezza di Sisto V portò a due milioni e mezzo di scudi romani la rendita dello Stato ecclesiastico (-Vit.- t. II, p. 291-296), e sì bene fornito era l'esercito pontifizio, che in un mese Clemente VIII potè occupare con tremila uomini a cavallo, e ventimila fantaccini lo Stato di Ferrara (t. III, p. 64). D'indi in poi (A. D. 1593) le armi del Pontefice han presa per buona sorte la ruggine; e la rendita, almeno in apparenza, debb'essere cresciuta. [373] Soprattutto dal Guicciardini e dal Machiavello. Il leggitore può consultare -l'Istoria generale- del primo, -l'Istoria fiorentina-, il -Principe-, e i -Discorsi politici- del secondo. Il Guicciardini e il Machiavello, Fra Paolo e il Davila degni loro successori, sono stati considerati a buon diritto, come i primi Storici de' moderni popoli fino a questo momento, in cui la Scozia è surta al vanto di contendere cotesta palma all'Italia. [374] Nel descrivere l'assedio di Roma fatto dai Goti (c. XXI) ho paragonati i Barbari coi sudditi di Carlo V, anticipazione che mi feci lecita senza scrupolo, siccome usai nel narrare prima del tempo le conquiste dei Tartari, per la poca speranza che allora era in me di terminare quest'Opera. [375] Il racconto delle deboli ostilità cui si lasciò trascinare per ambizione il Pontefice Paolo IV della famiglia Caraffa, leggesi nel Presidente De Thou (l. XVI, XVIII) e nel Giannone (t. VIII, l. 33, c. 1, p. 203-232, edizione Bettoni). Due bacchettoni cattolici, Filippo II e il Duca d'Alba, osarono separare il principe romano dal Vicario di Gesù Cristo. Nondimeno il carattere sacro che ne avrebbe santificata la vittoria, giovò onorevolmente a proteggerlo nella sconfitta. [376] Il dottore Adamo Smith (-Wealth of Nations-, vol. I, p. 495-504) spiega in ammirabile guisa il cambiamento dei costumi e le spese che trae seco il progresso della civiltà. Forse dimostra con troppa acredine, che le mire le più personali ed ignobili hanno partoriti gli effetti i più salutevoli. [377] Un Italiano uscito del suo paese, Gregorio Leti, ha pubblicata la Vita di Sisto V (-Amsterd-. 1721, 5 vol. in 12), opera circostanziata e dilettevole, ma non fatta per inspirare piena fiducia. Nondimeno quanto vi si legge sul carattere del Pontefice, e sui principali fatti di questa Storia trovasi confermato negli Annali dello Spondano e del Muratori (A. D. 1585-1590), e nella Storia contemporanea del grande De Thou. (l. LXXXII, c. 1, 2; l. LXXXIV, c. 10; l. C, c. 8). [378] I Ministri esteri, ad esempio della Nobiltà romana vollero avere questi luoghi privilegiati, -quartieri-, o -franchigie-. Giulio II avea abolito l'-abominandum et detestandum franchitiarum hujus modi nomen-; ma le franchigie ricomparvero ancora dopo Sisto V. Non so trovare ove fosse la giustizia, o la grandezza di Luigi XIV quando, nel 1687, spedì a Roma un ambasciatore (il Marchese di Lavardin) con mille ufiziali, guardie e servi armati per sostenere questo iniquo diritto e insultare Innocenzo XI in seno della sua Capitale. (-Vita di Sisto V-, t. III, p. 260-278; Muratori, -Annali d'Italia-, t. XV, p. 494-496, e Voltaire, -Siècle de Louis XIV-, t. II, c. 14, p. 58, 59). [379] Questo oltraggio diede origine ad un decreto scolpito in marmo e collocato in Campidoglio; decreto il di cui stile è di una semplicità nobile e repubblicana. -Si quis, sive privatus, sive magistratum gerens, de collocanda- vivo -pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo S. P. Q. R., decreto in perpetuum infamis et publicorum munerum expers esto M. D. X. C. mense Augusto- (-Vita di Sisto V-, tom. III, p. 469). Credo che un tale decreto venga tuttavia osservato, nè dubito di affermare che dovrebbero mettere una simile proibizione tutti i principi meritevoli veramente di statua. [380] Le Storie della Chiesa, dell'Italia e della Cristianità mi hanno giovato a comporre questo capitolo. Nelle Vite originali de' Papi si scopre sovente lo stato della città e della Repubblica di Roma, e gli avvenimenti de' secoli XIV, XV trovansi registrati nelle rozze Cronache che ho esaminate accuratamente, e che ora, seguendo l'ordine dei tempi, indicherò ai leggitori. 1. Monaldeschi (Ludovici Boncomitis), -Fragment-. -Annalium roman-. (A. D. 1328), in -Scriptores rerum italicarum- del Muratori, t. XII, p. 525. N. B. La fiducia che può essere inspirata da questo fragmento, viene alquanto diminuita da una singolare interpolazione mediante cui l'Autore racconta la sua -propria morte-, accaduta quando compieva il centoquindicesimo anno. 2. -Frammenta Historiae romanae- (-vulgo- Thomas Fortifiocca, -in romana Dialecto vulgari-) A. D. 1327-1354, nel Muratori (-Antiquit. med. aevi ital.-, t. III, p. 247-548), base autentica della Storia del Rienzi. 3. Delphini (Gentilis) -Diarium romanum- (A. D. 1370-1410) in -Rerum italic.-, etc. t. III, part. II, p. 846. 4. Antonini (Petri), -Diarium romanum- (A. D. 1404-1417) t. XXIV, p. 969. 5. Petroni (Pauli) -Miscell. historica romana- (A. D. 1433-1446), t. XXIV, p. 1101. 6. Volaterrani (Jacob), -Diarium rom.- (A. D. 1472-1484), t. XXIII, p. 81. 7. -Anonymi Diarium urbis Romae- (A. D. 1481-1492), t. III, part. I, II, p. 1069. 8. Infessura (Stephani), -Diarium romanum- (A. D. 1294, 1378-1494), t. III, part. II, p. 1109. 9. -Historia arcana Alexandri VI, sive excerpta ex Diario Joh. Burcardi- (A. D. 1492-1503) -edit. a Godefr. Gulielm. Leibnizio-, Hanov. 1897, in 4. I manoscritti che si trovano nelle diverse Biblioteche dell'Italia e della Francia possono giovare a compire la grande e preziosa Opera del Burcardo, (Foncemagne, -Mém. de l'Acad. des Inscript.-, t. XVII, p. 597-606). Eccetto l'ultima Opera, questi frammenti e giornali si trovano nella Raccolta del Muratori, mia scorta e mio maestro nella Storia d'Italia. Il Pubblico gli debbe in ordine a ciò: 1. -Rerum italicarum Scriptores- (A. D. 500-1500) -quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit-, etc., 28 vol. -in fol.-, Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2. -Antiquitates Italiae medii aevi-, 6 volumi -in fol.-; Milano, 1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3. -Dissertazioni sopra le Antichità italiane-, 3 vol. in 4; Milano, 1751, traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo latino -Antiquitates-. 4. -Annali d'Italia-, 18 volumi in 8; Milano, 1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia, dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5. -Delle Antichità Estensi ed Italiane-, 2. vol. -in fol.-; Modena, 1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. -Vita del Proposto Ludovico Antonio Muratori-, scritta da Gian Francesco Soli Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4. CAPITOLO LXXI. -Descrizione delle rovine di Roma nel secolo decimoquinto. Quattro cagioni di scadimento e distruzione; il Colosseo citato ad esempio. La Città nuova. Conclusione dell'Opera.- [A. D. 1430] Sul finire del Regno di Eugenio IV, il dotto Poggi[381] e un suo amico, servi entrambi del Papa, ascesero la collina del Campidoglio, e riposandosi fra le rovine delle colonne e de' templi, da quell'altura contemplarono l'immenso quadro di distruzione che ai loro sguardi appariva[382]. Il luogo della scena e questo spettacolo offerivano ad essi un vasto campo di moralizzare sulle vicissitudini della fortuna, che non risparmia nè l'uomo, nè le più orgogliose fra le sue opere, e che precipita nello stesso baratro gl'Imperi e le città, laonde convennero entrambi in questa opinione, non esservi, se si avea riguardo a quel che era stata, veruna città della Terra, che, più di Roma, offerisse un aspetto deplorabile e augusto ne' suoi stessi diroccamenti. «L'immaginazione di Virgilio, dicea il Poggi all'amico, descrisse Roma nello stato suo primitivo, e tal quale poteva essere allora, che Evandro accolse il fuggitivo Troiano[383]. La Rocca Tarpea che tu vedi da quella parte non presentava che una selvaggia e solitaria siepaglia; ai dì del Poeta, la cima di essa vedeasi coronata dai portici d'un tempio, e dai lor tetti dorati. Il tempio non è più; i Barbari si sono presi l'oro che lo fregiava; la ruota della fortuna ha compiuto il suo giro, e questo sacro terreno è nuovamente bruttato dalle ginestre e dai rovi. La collina del Campidoglio, su di cui ci siamo seduti, era, già tempo, la testa dell'Impero romano, la Fortezza del Mondo, il terrore dei Re. Onorata dalle pedate di tanti trionfatori, arricchita delle spoglie e dei tributi di un tanto numero di Nazioni; spettacolo che attraeva gli sguardi dell'Universo, oh! come è caduta, com'è cambiata, come ha perduta l'antica immagine! Le vigne impacciano il cammino de' vincitori, le immondezze lordano que' luoghi ove erano collocati gli scanni dei Senatori. Volgi gli occhi al monte Palatino, e dimmi se fra quegl'immensi e uniformi rottami puoi scorgere il teatro di marmo, gli obelischi, le statue colossali, i portici del palagio di Nerone; esamina gli altri colli della città, nè troverai per ogni dove che vôti spazj frastagliati soltanto da orti e rovine. Il Foro, ove il popolo romano dettava le sue leggi e creava i suoi Magistrati, non contiene oggidì che recinti serbati alla coltivazione de' legumi, o aree erbose che i bufali e i maiali calpestano. Tanti pubblici e particolari edifizj, che per la saldezza di lor costruzione parca sfidassero tutte le età, giacciono rovesciati, spogliati, sparsi nella polvere, come le membra di un robusto gigante; e quelle fra queste opere maestose, che alle ingiurie sopravvissero del tempo e della fortuna, rendono maggiormente dolorosa l'impressione del molto più che è distrutto[384]». Coteste ruine vengono partitamente descritte dal Poggi, uno de' primi che siasi dai monumenti della superstizione religiosa a quelli della classica sollevato[385]. 1. Fra le opere de' giorni della Repubblica si discernevano ancora un ponte, un arco, un sepolcro, la piramide di Cestio, e nella parte del Campidoglio occupata dai gabellieri, una doppia fila di portici che serbavano il nome di Catulo e la munificenza di questo Romano attestavano. 2. Il Poggi accenna undici templi, qual più, qual men conservato, partendosi dal Panteon, tutta via intero, fino ai tre archi, e alla colonna di marmo, avanzi del tempio della Pace, che Vespasiano fece innalzare dopo le guerre civili e il trionfo riportato sopra i Giudei. 3. Trascorre alquanto leggermente, contando fino a sette, le antiche -terme-, o bagni pubblici, tutti, egli dice, sì andati a male, che niun d'essi lascia più scorgere l'uso a cui doveva servire, nè la distribuzione diversa delle sue parti. Pure i bagni di Diocleziano e di Antonino Caracalla venivano ancora indicati co' nomi de' lor fondatori, e tuttavia empieano di maraviglia i curiosi, che contemplavano la saldezza di tali edifizj, la varietà de' marmi, la grossezza e la moltitudine delle colonne, confrontando i lavori e la spesa, che a queste fabbriche si saranno voluti, colla utilità e importanza delle medesime. Oggidì ancora rimangono alcune vestigia delle Terme di Costantino, di Alessandro, di Domiziano, ovvero di Tito. 4. Gli archi trionfali di Tito, di Severo e di Costantino si trovavano intatti, non ne avendo il tempo cancellate che le iscrizioni; il frammento di un arco trionfale diroccato, serbava il glorioso nome di Traiano; due altri ancora sulle lor basi vedeansi nella via Flaminia, consagrati alla men nobile ricordanza di Gallieno e di Faustina. 5. Dopo averne descritte le maraviglie del Colosseo, potea il Poggi passar sotto silenzio un picciolo anfiteatro di mattoni, che serviva verisimilmente alle guardie pretoriane; edifizj pubblici e particolari occupavano già il luogo ove stettero i teatri di Marcello e di Pompeo, nè altro più discerneasi fuorchè il sito e la forma del Circo agonale e del gran Circo. 6. Le colonne di Traiano e di Antonino duravano su i lor piedistalli, ma gli obelischi egiziani erano infranti, o sepolti sotterra. Già sparito quel popolo di Dei e d'Eroi, creati dagli scalpelli de' statuarj, non rimaneva che una statua equestre di bronzo, e cinque marmoree figure, delle quali le più notabili due cavalli di Fidia e di Prassitele. 7. I mausolei o sepolcri di Augusto e di Adriano non potevano essere interamente spariti; ma il primo non offeriva che un mucchio di terra; quel d'Adriano, chiamato Castel Sant'Angelo, avea preso il nome e le esterne forme di una Fortezza moderna. Se aggiungeremo alcune colonne sparse qua e là, e che più non ravvisavasi a qual uso servissero, tali erano le rovine dell'antica città, perchè le mura, lunghe dieci miglia di circonferenza, affortificate da trecento settantanove torri, e che per tredici porte si aprivano, davano a divedere gl'indizj di una più recente costruzione. Erano trascorsi oltre a nove secoli dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, ed anche dopo il Regno de' Goti in Italia, quando il Poggi questo doloroso quadro pingea. Durante il lungo periodo d'anarchia e di sventure, mentre coll'Impero, l'arti e le ricchezze abbandonavano le sponde del Tevere, certamente la Città non potè inorgoglirsi di nuovi abbellimenti, nè tampoco restaurare gli antichi; e poichè è legge di tutte le umane cose che retrocedano se non procedono, il progresso de' secoli accelerava la rovina dei monumenti dell'Antichità. Misurare i gradi dello scadimento, e additare a ciascuna epoca lo stato di ciascun edifizio, sarebbe lavoro inutile ed infinito; restringerommi pertanto a due osservazioni che ne gioveranno di norma ad esaminar brevemente ed in modo generale le cagioni e gli effetti dello scadimento medesimo. I. Due secoli prima della eloquente lamentazione del Poggi, un autore anonimo avea pubblicata una descrizione di Roma[386]. Forse per sua ignoranza, l'indicato scrittore ne ha additate sotto nomi bizzarri, o favolosi le stesse cose che il Poggi aveva vedute. Però questo topografo barbaro era d'occhi e d'orecchi fornito; non potea non vedere gli avanzi di antichità che rimanevano ancora, non farsi sordo alle tradizioni del popolo. Ora egli indica in apertissime note sette teatri, undici bagni, dodici archi trionfali, e diciotto palagi, molti de' quali erano spariti prima de' tempi in cui il Poggi scrivea. Sembra pertanto che molti fra i più saldi monumenti dell'antichità si conservassero per lungo tempo[387], e che i principj di distruzione abbiano operato sovr'essi con duplicato vigore ne' secoli decimoterzo e decimoquarto. 2. La medesima considerazione può venire applicata ai tre secoli successivi, e noi cercheremmo indarno il -Settizonio- di Severo[388], celebrato dal Petrarca e dagli Antiquarj del secolo decimosesto. Sintantochè gli edifizj di Roma furono interi, la saldezza della massa e la connession delle parti resistettero all'impeto de' primi colpi; ma incominciata la distruzione, i frammenti crollati al primo urto rovinarono affatto. Dopo molte indagini praticate accuratamente sulla distruzione delle opere de' Romani, mi sono occorse quattro cagioni principali, l'azion delle quali si è per dieci secoli prolungata. 1. I guasti operati dal tempo e dalla natura. 2. Le devastazioni de' Barbari e de' Cristiani. 3. L'uso e l'abuso fattisi de' materiali somministrati dai monumenti dell'antichità; e per ultimo le discordie intestine degli abitanti di Roma. I. L'uomo perviene ad innalzar monumenti ben più della sua breve vita durevoli; ma son pur questi, soggetti, siccom'egli, a perire, e nell'immensità de' secoli, la sua vita e le sue opere non hanno che un istante. Non è cosa facile cionnullameno il circoscrivere la durata di un edifizio la cui saldezza ne pareggi la semplicità. Quelle piramidi, maraviglie degli antichi tempi, eccitavano la curiosità d'uomini vissuti tanti secoli prima di noi[389]. Cento generazioni sono sparite come le foglie d'autunno[390]; pur dopo la caduta de' Faraoni e de' Tolomei, de' Cesari e de' Califfi, quelle stesse piramidi, ferme ed immobili sulle loro basi, s'ergono ancora sopra le traboccanti acque del Nilo. Un edifizio composto di diverse e dilicate parti è più soggetto a perire, e i silenziosi scavamenti del tempo vengono talvolta accelerati dai turbini e dai tremuoti, dalle innondazioni e dagl'incendj. Certamente l'atmosfera e il suolo di Roma hanno provate le proprie vicissitudini; e le alte torri di questa Metropoli sono state crollate dalle loro fondamenta; ma non appare che i Sette Colli si trovino collocati in veruna delle grandi cavità del Globo, nè la città ha sperimentati que' grandi sovvertimenti della natura che ne' climi, sotto cui sono poste Antiochia, Lima, o Lisbona, annientano in pochi istanti l'opera di molte generazioni. Il fuoco è l'agente più operoso della vita e della distruzione; la volontà, o solamente la negligenza degli uomini, può produrre e dilatare questo rapido flagello. Or vediamo tutte le epoche degli annali romani contrassegnate da calamità di tal genere. Il memorabile incendio, delitto, o sventura del Regno di Nerone, continuò, con più, o men di furore per sei, o nove giorni[391]. Le fiamme divorarono un immenso numero di edifizj accumulati in quelle strade anguste e tortuose; e quando cessarono, di quattordici rioni di Roma, sol quattro restavano intatti, tre furono compiutamente inceneriti, gli altri sette perdettero la loro forma sotto le rovine fumanti degli edifizj incendiati[392]. L'Impero trovandosi allora all'apice di sua gloria, la Metropoli uscì, bella di un novello splendore, delle sue ceneri, ma i vecchi cittadini deploravano l'irreparabile perdita de' capolavori de' Greci, de' trofei delle romane vittorie, dei monumenti dell'antichità primitiva, o favolosa. Nei tempi di squallore e di anarchia, ciascuna ferita è mortale, ciascuna perdita irremediabile, nè avvi sollecitudine di Governo, o solerzia di particolare interesse che vagliano a ristorare la devastazione. Ma due considerazioni ci portano a credere molto maggiore in una città fiorente, che in una povera, la devastazione dagl'incendj operata. 1. Le materie combustibili, i mattoni, i legnami e i metalli vi si consumano, o fondono più presto, mentre le fiamme assalgono invano ignude pareti, o grosse volte spogliate de' loro ornamenti. 2. Più spesso che altrove, nelle case de' poveri, una funesta scintilla produce gl'incendj; ma poichè il fuoco le ha consumate, i maggiori edifizj che resistettero alle fiamme, o a cui le fiamme non giunsero, rimangono soli in mezzo ad un vôto spazio, nè corrono ulteriore pericolo. -- La situazione di Roma la espone in oltre ad innondazioni frequenti. Il corso de' fiumi che discendono dall'uno e dall'altro lato dell'Appennino, non eccettuandone il Tevere, è irregolare e poco lungo; basse le loro acque durante l'ardor della state, le piogge o il didiacciar delle nevi li gonfiano nella primavera, o nel verno, e in torrenti impetuosi traboccano. Giunti al mare, se il vento li rispinge, e divenuto incapace di contenerli il lor letto, rompono ed allagano senza ostacolo le pianure e le città de' dintorni. Poco dopo il trionfo che celebrò le vittorie riportate nella prima guerra punica, avendo le piogge straordinarie ingrossato il Tevere, un traboccamento più durevole e più esteso di quanti se ne erano dianzi veduti, distrusse tutte le fabbriche poste al di sopra delle colline di Roma. Diverse cagioni ricondussero gli stessi guasti, e giusta la natura della parte di suolo innondata, gli edifizj o vennero trasportati dal subitaneo impulso della corrente, o lentamente sciolti e scavati dallo stagnamento dell'acque[393]. Eguale calamità essendosi, ne' giorni d'Augusto, rinnovellata, il fiume ribelle rovesciò i palagi e i templi situati sulle sue rive[394]; nè le sollecitudini di cotesto Imperatore, a fine di mondarne e ampliarne il letto colmato dalle rovine, risparmiarono in appresso ai Cesari successori eguali fatiche e pericoli[395]. La superstizione e privati interessi si opposero per lungo tempo al disegno di aprire, scavando nuovi canali, nuovi sbocchi al Tevere, o ai fiumi che gli portano il tributo delle loro acque[396], impresa che fu eseguita di poi, ma troppo tardi, nè acconciamente, onde i vantaggi che se ne trassero non compensarono le fatiche e le spese. Il freno imposto ai fiumi è la più bella e rilevante fra quante vittorie gli uomini possano ottenere sulle ribellioni della natura[397]. Ora se il Tevere produsse simili guasti sotto un Governo vigoroso e solerte, chi poteva impedire, o chi potrebbe annoverare i disastri, che questo fiume arrecò alla città di Roma dopo la caduta dell'Impero d'Occidente? Finalmente il male condusse di per sè stesso il rimedio. Il cumulo delle rovine, e la terra staccatasi dai colli, coll'avere alzato il suolo, a quanto credesi, di quattordici o quindici piedi al di sopra dell'antico livello[398], ha fatto sì che la città paventi meno gli straripamenti delle acque[399]. II. Quegli autori d'ogni nazione che accagionano i Goti e i Cristiani dell'esterminio de' monumenti dell'antica Roma, avrebbero dovuto esaminare sino a qual punto poteano sì gli uni che gli altri essere spinti dal bisogno di distruggere, e fino a qual grado ebbero i modi e il tempo di abbandonarsi ad una tal propensione. Ho descritto molto prima il trionfo della barbarie e della religione; or mi rimane indicare con brevi cenni la correlazione o immaginaria, o reale che può concepirsi fra questo trionfo, e la rovina dell'antica Roma. Possiamo, quanto ne aggrada, comporre, o adottare, sulla migrazione de' Goti e dei Vandali, le idee romanzesche le più capaci di dilettare la nostra fantasia, supporre che uscirono della Scandinavia ardenti del desiderio di vendicare la fuga di Odino[400], d'infrangere i ceppi delle nazioni, di gastigar gli oppressori, di annichilare tutti i monumenti della letteratura classica, e di collocare la loro nazionale architettura sulle rovine degli Ordini toscano e corintio. Ma in realtà, i guerrieri del Settentrione non erano nè abbastanza selvaggi, nè abbastanza ragionatori per concepire questi divisamenti di vendetta e di distruzione. Allevati negli eserciti imperiali, i pastori della Scizia e della Germania, ne aveano adottata la disciplina; e sol perchè conosceano la debolezza cui era giunto l'Impero, ad invaderne gli Stati si accinsero. Ma coll'uso della lingua latina aveano appreso a rispettare i titoli e il nome di Roma; e benchè incapaci di aspirare a pareggiare le arti e i lavori d'un popolo tanto ad essi nella civiltà superiore, più ad ammirarli che a distruggerli si mostravan propensi. I soldati di Alarico e di Genserico, padroni per un momento di una Capitale ricca e che non opponea resistenza, si abbandonarono, è vero, a tutta l'effervescenza propria di un esercito vittorioso. Ma in mezzo ai licenziosi diletti della dissolutezza e della crudeltà, le ricchezze facili a trasportarsi furono il soggetto delle loro ricerche, nè poteano trovare motivi d'insuperbire, o di compiacersi, o di sperare vantaggio nel pensar che atterravano i monumenti de' Consoli e de' Cesari. Oltrechè, preziosi per loro eran gl'istanti. I Goti sgomberarono da Roma il sesto giorno[401], i Vandali il decimoquinto[402]; e benchè sia più facile impresa il distruggere un edifizio che l'innalzarlo, il precipitoso loro furore non sarebbe stato gran chè efficace sulle salde fabbriche dell'Antichità. Si ricorderanno i nostri leggitori, che Alarico e Genserico ostentarono rispetto verso gli edifizj di Roma; che questi edifizj vennero mantenuti nella loro integrità e bellezza sotto la prosperosa amministrazione di Teodorico[403]; e che il passeggiero sdegno di Totila[404] trovò un freno nelle stesse considerazioni di Totila, e ne' suggerimenti che i suoi amici e i suoi nemici gli diedero. Se la precitata accusa è mal applicabile ai Barbari, non può dirsi del tutto lo stesso, rispetto ai Cattolici romani. Le statue, gli altari, i templi del demonio erano cose abborrevoli agli occhi loro; e v'ha luogo a credere che, divenuti assoluti padroni della città, si adoperassero a cancellarne ogni vestigio d'idolatria de' loro maggiori. La demolizione dei templi dell'Oriente[405] lor ne offeriva un esempio, e serve in un d'appoggio a tale congettura; onde par verisimile che il merito, o il demerito di sì fatta azione dovesse in parte attribuirsi ai novelli convertiti. Nondimeno questa loro avversione si limitava ai soli monumenti della superstizione pagana, nè colpa eravi, o scandalo nel conservare gli edifizj che servivano agli affari, o ai diletti della società. Inoltre, la nuova religione pose in Roma la sua dimora, non per effetto di un popolare tumulto, ma pe' decreti degl'Imperatori e del Senato, e per le leggi di quella età. Fra tutti gl'individui, di cui la Cristiana gerarchia andava composta, i Vescovi di Roma furono comunemente i più saggi e i meno fanatici, e sarebbe certamente ingiustizia l'accusarli dell'azione meritoria di avere salvato il Pantheon[406] per impiegare al servigio della religione questo maestoso edifizio. III. Il valore di ciascuna cosa che serve ai bisogni della specie umana è composto della sua sostanza e della sua forma, della materia e della manifattura. Il prezzo di essa dipende dal numero di quelli che la possono comperare, dalla estensione del mercato, e quindi dalla facilità maggiore o minore di trasportarla al di fuori, giusta e la natura stessa di questa merce, e la sua situazione locale, e le congiunture passeggiere di questo Mondo. I Barbari che s'impadronirono di Roma, usurparono in un istante i lavori di parecchie generazioni; ma eccetto le cose atte ad una immediata consumazione, non dovettero eccitare la lor cupidigia tutte quelle che non poteano trasportarsi o sul carriaggio de' Goti, o sul navilio de' Vandali[407]. L'oro e l'argento furono i primi soggetti della costoro avidità, perchè in ciascun paese, e sotto il minor volume possibile, procurano la più considerabile quantità delle proprietà e del lavoro degli altri. La vanità di un Capo di Barbari attribuisce forse prezzo ad un vaso, o ad una statua foggiati con questi preziosi metalli; ma la moltitudine, più grossolana, si affeziona alle sostanze, senza pensare alla forma; nè v'ha dubbio che, generalmente parlando, il metallo non sia stato fuso in verghe, o convertito in monete battute col conio dell'Impero. Agli scorridori meno operosi, o meno felici, non rimasero da portar via che il rame, il piombo, il ferro, il bronzo; i tiranni greci s'impadronirono di tutto quanto sottratto erasi ai Goti e ai Vandali, e all'Imperatore Costante che nel visitar Roma a guisa di masnadiero tolse perfino le piastre di bronzo che coprivano il Pantheon[408]. Gli edifizj di Roma poteano per vero venire considerati siccome una vasta miniera, che diversi e variati materiali somministrava; il primo lavoro, quello di scavarli dalle viscere della terra, era già fatto; inoltre, i metalli già purificati e gettati in forma; i marmi segati e ridotti a pulimento; e dopo aver soddisfatto la cupidigia degli stranieri, i resti della città, se si fosse trovato un compratore, rimanevano tuttavia buone materie di vendita. Erano stati denudati de' preziosi lor fregi i monumenti dell'Antichità, ma i Romani si mostravano propensi a demolire, eglino stessi, gli archi di trionfo e le mura, semprechè in ciò vedessero un guadagno maggiore delle spese del lavoro e del trasporto. Se Carlomagno avesse posta la residenza dell'Impero d'Occidente in Italia, lungi dal por mano agli edifizj de' Cesari, il genio di questo Monarca avrebbe fatto che aspirasse ad esserne il restauratore; ma poichè fini politici il rattennero tra le germane foreste, non potè soddisfare l'amor suo per le Arti, che dando ultima opera alla devastazione, e trasportando i marmi di Ravenna[409] e di Roma[410], nuovo ornamento al palagio che edificò in Aquisgrana. Cinque secoli dopo Carlomagno, Roberto, Re di Sicilia, il più saggio e colto Sovrano del suo secolo, si procacciò nello stesso modo, per aggiunger pregio alle proprie fabbriche, i materiali, che gli vennero facilmente condotti per la via del Tevere e del Mediterraneo, onde il Petrarca doleasi con indignazione che l'antica Capitale del Mondo terminasse da sè medesima di denudarsi per nudrire l'insolente lusso di Napoli[411]. Però i saccheggi, o le vendite de' marmi e delle colonne non furono comuni nel Medio Evo: e il popolo di Roma, superiore in ciò a qualunque altro popolo, avrebbe potuto valersi degli antichi edifizj ne' suoi bisogni pubblici o particolari; ma la situazione e la forma di questi stessi edifizj li rendea sotto molti aspetti inutili alla città e a' suoi abitanti. Ben la stessa di prima era la circonferenza delle mura; ma non il luogo della città, discesa dai Sette Colli nel campo di Marte, onde molti di que' famosi monumenti, che disfidavano le ingiurie de' secoli, trovavansi lungi dalle abitazioni, e poco meno che in un deserto. I palagi delle famiglie consolari non convenivano più ai costumi o alla condizione degli incliti lor successori; perduto erasi l'uso de' bagni e de' portici[412]; i giuochi del teatro, del circo, dell'anfiteatro disparvero dopo il sesto secolo; alcuni templi vennero adatti all'uso della religion dominante; ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di croce; e l'usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un particolare modello per le celle e gli edifizj de' chiostri, il cui numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La città conteneva quaranta monasteri d'uomini, venti di donne, sessanta Capitoli e collegi di canonici e di preti[413], che aumentavano, anzichè ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme dell'antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i Romani volsero a profitto de' lor bisogni o della loro superstizione; le più belle colonne d'Ordine ionico e d'Ordine corintio, i più preziosi marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d'un convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i Turchi alle città della Grecia e dell'Asia, ne porgono un esempio di quanto faceano a que' giorni i Romani. In questa progressiva distruzione de' monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del -Settizzonio-[414]. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque profanati, possono ancora destare un sentimento soave di patetica rimembranza; ma la maggior parte dei marmi (non bastò alla barbarie sformarli) vennero distrutti, ed arsi per trarne calce. Il Poggi, dopo il suo arrivo in Roma, avea veduto sparire il tempio della Concordia[415], e molti altri grandi edifizj; e un epigramma scritto a que' giorni annunzia una giusta e rispettabil paura, che continuando di quel tenore, si sarebbero alla perfine annientati tutti i sacri monumenti della veneranda Antichità[416]. I bisogni e i guasti operati dai Romani ebbero termine sol perchè la loro popolazione scemò. Il Petrarca, trasportato dalla sua immaginazione, ha potuto assegnare a Roma una maggiore quantità d'abitanti che non contenea[417], e però duro fatica a credere che anche nel secolo decimoquarto vi fossero più di trentatremila abitanti. Se da quell'epoca, venendo al Regno di Leone X, si aumentarono ad ottantacinquemila[418], non dubito che tale accrescimento non sia stato alla città antica funesto. IV. Ho serbato a trattare per l'ultima la più possente fra le cagioni di distruzione, le guerre intestine di Roma. Sotto il dominio degl'Imperatori greci e francesi, la pace della città venne turbata da frequenti, ma passeggiere sedizioni. Sol declinando la autorità de' successori di Carlomagno, vale a dire nei primi anni del decimo secolo, trovasi la data di quelle guerre particolari, la cui licenza, violando impunemente le leggi del codice e del Vangelo, nè rispettò la maestà del Sovrano assente, nè la persona del Vicario di Gesù Cristo presente. Durante un oscuro periodo di cinque secoli, Roma fu perpetuamente dilaniata dalle sanguinose querele de' Nobili e del popolo, de' Ghibellini e de' Guelfi, degli Orsini e de' Colonna; ho descritto ne' due precedenti capitoli le cagioni e gli effetti di questi disordini pubblici, alcune particolarità de' quali sono sfuggiti alla conoscenza della Storia, altri non meritano che si porga ad essi attenzione. In questi tempi, ne' quali ogni disparere veniva risoluto colla spada, ne' quali niuno potea, per la sicurezza della sua vita, o delle sue proprietà, riposarsi sopra leggi prive di forza, i possenti cittadini si armavano or per assalire, or per respingere que' nemici che abborrivano, e di cui temevano l'odio. Eccetto Venezia, tutte le Repubbliche dell'Italia si trovavano alla medesima condizione; i Nobili si erano arrogato il diritto di fortificare le loro case, e d'innalzar salde torri[419] e valevoli a resistere contro un assalto improvviso. Le città ringorgavano di munizioni da guerra; Lucca contenea cento torri, la cui altezza aveano limitata ad ottanta piedi le leggi, e seguendo una convenevole proporzione, possono applicarsi le stesse singolarità agli Stati più ricchi e più popolosi. Allorchè il Senatore Brancaleone volle rimettere in vigore la giustizia e la pace, ebbe per prima cura, il dicemmo, di demolire cenquaranta delle torri che vedevansi in Roma, e negli ultimi giorni dell'anarchia e della discordia, sotto il regno di Martino V, uno de' tredici o quattordici rioni della città, ne contava ancora quarantaquattro. Sfortunatamente, erano, oltre ogni credere, accomodati ad uso sì pernizioso gli avanzi della Antichità; i templi e gli archi trionfali offerivano una base larga, e salda, quanto facea mestieri, a sostenere i nuovi baloardi di mattoni e di sassi; citerò ad esempio le torri che furono innalzate sugli archi di trionfo di Giulio Cesare, de' Titi e degli Antonini[420]. Vi voleano pochi cambiamenti per trasformare un teatro, un anfiteatro, o un mausoleo, in una forte ed ampia rocca. Non n'è d'uopo il ripetere che dal molo di Adriano si fece sorgere il castel Sant'Angelo[421]. Il Settizonio di Severo fu in istato di resistere all'esercito di un Sovrano[422]. Il sepolcro di Metella è sparito sotto le fortificazioni di cui venne gravato[423]; i Savelli e gli Orsini occuparono i teatri di Pompeo e di Marcello[424]; le informi Fortezze costrutte su questi edifizj, hanno a mano a mano acquistato il lustro e l'eleganza degl'italiani palagi. Le stesse chiese vennero cinte d'armi e di spalti, e le macchine da guerra collocate sul comignolo della chiesa di S. Pietro, atterrivano il Vaticano e il cristiano Mondo scandalezzavano. Ogni luogo fortificato è soggetto ad assalto, e quanto viene assalito, a distruzione. Se i Romani fossero riusciti a torre ai Pontefici il Castel Sant'Angelo, avrebbero annichilato questo monumento di servitù, come con un pubblico decreto era stata manifestata la loro deliberazione. Ciascuna piazza vedea esposti in un solo assedio al pericolo di essere atterrati tutti gli edifizj innalzati per sua difesa; chè certo in ognuna di tali occasioni non si risparmiavano a questo fine nè espedienti, nè macchine struggitrici. Dopo la morte di Nicolò IV, Roma, priva di Sovrano e di Senato, si trovò per sei mesi abbandonata al furore delle guerre civili. «Le case, dice un contemporaneo, Cardinale e poeta[425], rimasero rovinate sotto massi d'enorme grossezza, e lanciati con incredibile rapidità[426]; i colpi dell'ariete infransero le mura, le torri furono avvolte in mezzo a vortici di fuoco e di fumo, e l'avidità e il risentimento aizzavano l'ardore degli assedianti». La tirannide delle leggi compì l'opera della distruzione, e le diverse fazioni della Italia, abbandonandosi a cieche e sconsigliate vendette, spianarono a vicenda tutte le case e le castella de' loro avversarj[427]. Se pongonsi a confronto pochi giorni di straniere invasioni e secoli d'intestine guerre, non cadrà dubbio sul quanto le ultime sieno state alla città di Roma esiziali; a sostegno della quale opinione mi viene all'uopo citare il Petrarca. «Vedete, egli dice, questi avanzi che attestano l'antica grandezza di Roma! Nè il tempo, nè i Barbari superbir possono di una tanto incredibile distruzione; è forza attribuirla agli stessi cittadini di Roma, ai più illustri fra' suoi figli; e i vostri antenati (egli scrivea ad un Nobile della famiglia Annibaldi) compierono coll'ariete quel che l'Eroe Cartaginese non potè colla spada de' suoi guerrieri[428]». La preponderanza di quest'ultima cagione aumentò il danno con azione reciproca, perchè la rovina delle case e delle torri che la guerra civile atterrava, costringeva continuamente i cittadini a procacciarsi dai monumenti dell'Antichità i materiali per novelli edifizj di distruzione. Ognuna delle precedenti osservazioni può venire applicata all'anfiteatro di Tito che ha preso il nome di -Colosseo-[429], sia a motivo della sua estensione, sia a motivo della statua colossale di Nerone; e che forse sarebbe durato in eterno, se non avesse avuti altri nemici fuor del tempo e della natura; gli Antiquarj che hanno calcolato il numero degli spettatori, propendono a credere che al di sopra dell'ultima gradinata di pietra vi fossero logge di legno a diversi piani, consumate per più riprese dal fuoco, e dagl'Imperatori riedificate. Quanto eravi di prezioso, di portatile, o di profano, le statue degli Dei e degli Eroi, le ricche sculture di bronzo, o coperte di foglia d'oro o d'argento, furono prima del rimanente la preda della conquista, o del fanatismo, dell'avarizia de' Barbari, o de' Cristiani. Nelle enormi pietre di cui è costrutto il Colosseo scorgonsi molti forami, intorno a' quali le due più verisimili congetture son le seguenti: 1. Che i filari superiori fossero congiunti agl'inferiori coll'opera di rampiconi di bronzo, e che, non essendo in appresso sfuggiti all'occhio della rapina, i Barbari non abbiano disdegnati anche questi men preziosi metalli[430]. 2. Essendosi per lungo tempo tenuta una fiera, o un mercato nell'arena del Colosseo, e un'antica descrizione di Roma facendo menzione di operai che nel Colosseo prendevano stanza, alcuni han preteso che gli stessi operai o scavassero, o ingrandissero que' forami per introdurvi pezzi di legno ai quali si reggessero, le loro tende o bottegugge[431]. Maestoso, ad onta della semplicità cui venne ridotto, il Colosseo, eccitò il rispetto e lo stupore de' pellegrini del Settentrione, il cui rozzo entusiasmo si manifestò con quei sublimi detti, divenuti proverbio, e nell'ottavo secolo raccolti ne' suoi scritti dal venerabile Beda: «Rimarrà Roma fintantochè il Campidoglio rimanga in piedi. Quando cadrà il Colosseo, Roma cadrà, e quando cadrà Roma, rovinerà tutto il Mondo con essa»[432]. Giusta i moderni principj dell'arte militare, il Colosseo dominato da tre colline, non sarebbe stato scelto per servir di Fortezza; ma, per la saldezza delle sue mura e delle sue volte, attissimo era a resistere alle macchine d'assedio, e capace in oltre di contenere nel suo recinto un numeroso presidio; quando una fazione occupava il Vaticano e il Campidoglio, l'altra si trinceava al palagio di Laterano e al Colosseo[433]. Facemmo altrove menzione dell'abolizione de' giuochi dell'antica Roma. Non si prendano però troppo rigorosamente alla lettera quelle parole; perchè nei secoli decimoquarto e decimoquinto, la legge[434] o la consuetudine della città regolava i giuochi che, prima della Quadragesima, si celebravano sul monte Testaceo e nel circo agonale[435]. A questi presedea in solenne abito il Senatore, che aggiudicava e distribuiva il premio, vale a dire un anello d'oro, o il pallio, come a que' giorni veniva chiamato, pezzo di drappo di lana o di seta[436]. Il danaro occorrente ogn'anno per cotesti giuochi[437] e per le corse a piedi, o sopra carri, o a cavallo veniva da una tassa posta sopra gli Ebrei; eranvi anche altri giuochi più nobili, che si stavano in una giostra, o torneo, cui convenivano settantadue giovani romani. Nell'anno 1332, l'arena del Colosseo offerse un combattimento di tori sull'esempio de' Mori e degli Spagnuoli, riferito nel giornale di un autore contemporaneo che le usanze di que' tempi descrive[438]. Restaurata quanta parte di gradinate bastava perchè vi sedessero gli spettatori, con un bando, che fu pubblicato fino a Rimini e a Ravenna, s'invitarono i Nobili perchè venissero a far prova di abilità e coraggio in quell'agone pericoloso. La festa accadde nel giorno 3 di settembre; le Matrone romane, in tre drappelli divise, occupavano tre balconi coperti di drappo scarlatto; l'avvenente Jacova di Rovere conducea le Matrone transteverine, schiatta purissima, che ne offre anche ai dì nostri i lineamenti e il carattere dell'Antichità. Gli altri due drappelli erano, giusta il solito, formati da quelle delle famiglie che alla fazione Colonna, e alla Orsini spettavano; e ciascuna di queste fazioni avea di che inorgoglire pel numero e per la bellezza delle sue donne. Lo Storico vanta la forma di Savella degli Orsini, e aggiunge come i Colonna si dolessero perchè mancava la più giovane di lor famiglia, che ne' giardini della torre di Nerone si era rotta la noce d'un piede. Uno di que' vecchi cittadini più ragguardevole trasse a sorte i combattenti, i quali, scesi nell'arena, assalirono i tori, senza il soccorso d'altre arme fuor d'una lancia, e a piede, a quanto la descrizione dà a giudicare. Continua il Monaldesco descrivendo i nomi, i colori e le imprese dì venti de' più distinti fra que' Cavalieri, e fra questi nomi se ne trovano molti delle più illustri famiglie di Roma e dello Stato ecclesiastico, i Malatesta, i da Polenta, i Della Valle, i Cafarello, i Savelli, i Capoccio, i Conti, gli Annibaldi, gli Altieri, i Corsi. Ciascun d'essi avea scelto il suo colore giusta il proprio gusto e la sua situazione; e i motti delle imprese additavano, quai melanconia, quai prodezza, quali spirito di galanteria. -Son solo come il più giovane degli Orazj-, era l'impresa dell'intrepido; -Vivo nella desolazione-, quella d'un vedovo; -Ardo sotto la cenere-, di un amante timido; -Adoro Lavinia, o Lucrezia-, parole equivoche fatte per indicare una passion più moderna. -Così è pura la mia fedeltà-, molti che ad una insegna bianca si accompagnavano. -Annego nel sangue; avvi morte più dilettevole?- Così un feroce coraggio esprimeasi. -Non v'è alcuno più forte di me?- alla quale impresa una pelle di lione aggiugneva significato. L'orgoglio, o la prudenza degli Orsini non permise loro di entrare in una lizza, ove tre de' loro rivali ivan pomposi di tre divise, che l'alterigia provavano dei Colonna: -- -Son forte a malgrado del mio dolore- -- -La forza pareggia in me la grandezza- -- -Se cado, voi cadrete insieme con me-. Quest'ultima impresa era volta, soggiunge lo Storico contemporaneo, agli spettatori, a fine d'indicare, che mentre l'altre famiglie soggiacevano al Vaticano, i soli Colonna sostenevano il Campidoglio. I combattimenti furono pericolosi e micidiali. Ciascun de' Cavalieri assalì a sua volta un toro selvaggio, e parve che la vittoria fosse per gli animali, perchè sol nove di questi giacquero sull'arena, e vi rimasero morti diciotto Cavalieri, feriti nove. Molte nobili famiglie dovettero piangere la perdita di qualche congiunto, ma la pompa delle esequie che vennero celebrate nel tempio di S. Giovanni di Laterano, e di S. Maria Maggiore, presentò di una seconda festa la popolazione romana. Non erano certamente queste le lotte, in cui i Romani avessero dovuto mostrarsi prodighi del loro sangue; nondimeno non possiamo, anche biasimandone la follia, risparmiar qualche lode alla loro prodezza; e quei chiari Cavalieri, che si segnalarono per magnificenza e coraggio nel cimentare le proprie vite alla presenza delle loro amate, inspirano una sollecitudine d'un genere ben più nobile che non le migliaia di prigionieri e malfattori che l'antica Roma, a malgrado di essi, traeva alla macelleria dell'Anfiteatro[439]. Il Colosseo fu rare volte adoperato a tale uso, e forse alla sola festa che abbiamo ora descritta. I cittadini che ogni dì abbisognavano di materiali, correano, senza timor nè rimorso, a demolire questo nobilissimo monumento. Uno scandaloso accordo del secolo decimoquarto assicurò alle due fazioni il diritto di trar marmi dalla comune cava del Colosseo[440]; onde il Poggi deplora la perdita della maggior parte di questi marmi ridotti in calce dagl'insensati Romani[441]. Per reprimere cotale abuso, e impedire i delitti, che in questo vasto e funereo recinto poteano di notte tempo commettersi, Eugenio IV lo cinse di mura, concedendone, mediante una patente durata per lungo tempo, il terreno e l'edifizio ai monaci di un vicino convento[442]. Dopo la morte del ridetto Pontefice, essendo stato questo muro, per cagione di una sommossa, atterrato, il popolo protestò, che il Colosseo non sarebbe mai più per l'avvenire diventato particolare proprietà, protesta che avrebbe meritato encomj ai Romani, se veramente avessero rispettato questo nobile ricordo della grandezza de' loro padri. Nella metà del secolo XVI, epoca del buon gusto e della erudizione, la parte interna del Colosseo trovavasi danneggiata; ma intatta erane la circonferenza esterna, lunga mille seicentododici piedi; e vi si vedevano innalzarsi a cento otto piedi tre ordini di logge, ciascuno di ottanta archi. Vuolsi imputare ai nipoti di Paolo III lo stato rovinoso cui presentemente è ridotto il Colosseo, e tutti i viaggiatori che vanno ad esaminare il palagio Farnese non possono starsi dal maledire il sacrilegio e il lusso di cotesti uomini oscuri pervenuti al principato[443]. Vien fatto eguale rimprovero ai Barbarini, e, sotto ciascun regno successivo, il Colosseo potè aspettarsi eguali oltraggi sino al momento in cui lo pose sotto la salvaguardia della religione Benedetto XIV, il più saggio di tutti i Pontefici, il quale consacrò un luogo che la persecuzione fece campo delle corone di un numero sì sterminato di martiri[444]. Allorchè il Petrarca vide per la prima volta questi monumenti, le cui rovine son superiori a quanto di bello possa descriversi, rimase attonito sulla stupida indifferenza[445] de' Romani[446]; e s'avvide che, eccetto il Rienzi e un dei Colonna, meglio dei Nobili e dei cittadini della Metropoli, un abitante delle rive del Rodano conoscea gli avanzi di tanti capolavori; d'aver fatta la quale scoperta lungi d'essere vano, avvilito mostrossi[447]. Un'antica descrizione della città, composta ne' primi anni del secolo XIII, dà a divedere l'ignoranza e la credulità de' Romani. Senza obbligarmi ad additare gli abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in quest'Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle labbra de' leggitori un sorriso d'indignazione e di disprezzo. «Il -Capitolio-[448], dice l'Autore anonimo, vien così nominato perchè è il -capo- del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e grossissime erano coperte di cristallo e d'oro, e sormontate da un tetto lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto della rocca, sorgea un palagio, d'oro nella maggior parte, ornato di pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo. Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province, ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un incantesimo[449] ogni volta che una provincia si ribellava contro Roma, la statua che la rappresentava si volgea verso il punto dell'orizzonte ov'erano accampati i ribelli, la campanella sonava, il Profeta del -Capitolio- annunziava il prodigio, il Senato non ignorava più il pericolo che minacciava la repubblica». Trovasi nella stessa Opera un secondo esempio d'eguale assurdità, benchè riguardi cosa meno rilevante, cioè i due cavalli di marmo che alcuni giovani trasportarono dai bagni di Costantino al monte Quirinale. L'Autore ne attribuisce il lavoro a Fidia e a Prassitele, asserzione sfornita di fondamento, che nondimeno sarebbe scusabile, se il nostro descrittore non prendesse un abbaglio di oltre quattro secoli sul tempo in cui vissero questi statuarj greci. Egli li fa vivere sotto il regno di Tiberio, ed erano, secondo lui, filosofi o maghi, che adottarono la nudità per emblema delle loro cognizioni e del loro amore del vero; svelarono all'Imperatore le sue azioni più segrete, dopo di che, avendo ricusata ogni ricompensa pecuniaria, sollecitarono l'onore di lasciare alla posterità questo monumento di sè medesimi[450]. Lo spirito de' Romani in preda alle idee di magia, perdè ogni vezzo alle bellezze dell'arti; il Poggi non trovò più a Roma che cinque statue; ed è ventura che tant'altre, sepolte o a caso, o con premeditazione sotto le rovine, solo in tempi più fortunati si siano scoperte[451]. La statua rappresentante il Nilo, che orna oggidì il Vaticano, fu scoperta da alcuni giornalieri che scavavano il terreno di un vigneto vicino al tempio o al convento della Minerva. Ma il proprietario, impazientito delle visite d'alcuni curiosi, consegnò nuovamente alle viscere della terra un tal marmo, a costui avviso, senza valore[452]. La scoperta di una statua di Pompeo, alta dieci piedi, diede origine ad una lite, perchè trovata sotto un muro che separava i fondi di due proprietarj. Che fece il giudice per dar soddisfazione ai diritti d'entrambi? sentenziò la statua ad essere spaccata per mezzo, e stava per eseguirsi il decreto, se l'intercessione d'un Cardinale e la liberalità d'un Pontefice non avessero sottratto l'Eroe di Roma alle mani de' suoi barbari concittadini[453]. [A. D. 1420] Ma dissipandosi a mano a mano le nubi della barbarie, la pacifica autorità di Martino V e de' successori del medesimo si adoperò in uno a riordinare il governo dello Stato ecclesiastico, e a riparare gli ornamenti della Capitale. I progressi di questo genere che incominciarono col secolo XV, non furono l'effetto naturale della libertà e dell'industria. -- Una città di ordinario venne a grandezza per l'opera e la popolazione dei territorj che le stanno all'intorno; da questi traggono i cittadini, e le vettovaglie, e le materie prime delle manifatture e del commercio; ma la maggior parte della Campagna di Roma non offre che un deserto squallido e solitario: vassalli indigenti e privi di speranza d'un maggiore compenso vi coltivano indolentemente i dominj de' Principi, e del Clero che il terreno de' primi usurparono; i miserabili ricolti di questi dominj vengono o rinchiusi, o asportati dai calcoli del monipolio. -- Il soggiorno di un Monarca, le spese di una Corte dedita al lusso, i tributi delle province, contribuiscono indi, benchè per cagioni men naturali, all'accrescimento di una Capitale. I tributi e le province colla caduta dell'Impero disparvero: se il Vaticano ha saputo tirare a sè alcune particelle dell'oro del Brasile, e dell'argento del Perù, il di più che viene a Roma dalle rendite de' Cardinali, dal salario degl'impiegati, dalle contribuzioni che mette il Clero, dalle offerte de' pellegrini e de' clienti, è un'aggiunta ben debole e precaria, sufficiente nondimeno a nodrire l'ozio della Corte e della città. La popolazione di Roma, inferiore di gran lunga a quella delle grandi Capitali d'Europa, non oltrepassa le censettantamila anime[454], e nel vasto recinto delle sue mura la maggior parte de' Sette Colli non offre che rovine e vigneti. Voglionsi attribuire alla superstizione e agli abusi del governo la bellezza e lo splendore della moderna città. Ciascun Regno, quasi senza eccezione, è stato segnalato dal rapido innalzamento di una nuova famiglia, arricchita, a spese della Chiesa e dello Stato, da un Pontefice privo di figli. I palagi dei suoi fortunati nipoti offrono dispendiosissimi monumenti d'eleganza e di servitù, entro i quali l'architettura, la pittura, la scoltura, in tutta la lor perfezione, si sono prostituite ai loro padroni. Le costoro gallerie, i costoro giardini racchiudono i pezzi più preziosi dell'Antichità, che il buon gusto o la vanagloria ha raccolti. Con maggior decoro i Pontefici hanno impiegate le rendite ecclesiastiche alla pompa del culto; ma non fa d'uopo indicare tutta la serie degli altari, delle cappelle e delle chiese, da essi piamente fondate; astri inferiori offuscati dallo splendore del Vaticano, dalla cupola di S. Pietro, il più nobile edifizio che sia mai stato alla religion consagrato. La gloria di Giulio II, di Leone X, e di Sisto V vi si trova collegata co' sublimi ingegni del Bramante, del Fontana, di Raffaello e di Michelagnolo. Quella stessa munificenza che fabbricò tanti templi e palagi, non si è mostrata meno sollecita nel far risorgere e pareggiare le opere degli antichi: rialzati gli obelischi che giacevano nella polvere, vennero collocati ne' luoghi più appariscenti di Roma, restaurati tre fra gli undici acquidotti de' Consoli e de' Cesari. Condotti per una serie di portici, di costruzione nuova ed antica, fiumi artificiali che gettano in belle vasche di marmo torrenti d'acqua salutifera e refrigerante; lo spettatore impaziente di salire le gradinate di S. Pietro, trovasi arrestato in cammino all'aspetto di una colonna di granito egiziano, che sorge all'altezza di centoventi piedi, in mezzo a due maestose fontane la cui perennità è inesauribile. Gli Antiquarj e i Dotti hanno portati schiarimenti sulla topografia e i monumenti dell'antica Roma[455]; e i viaggiatori vengono in folla dalle più remote contrade del Settentrione, dianzi selvagge, per contemplarvi rispettosamente le vestigia degli Eroi e visitare gli avanzi dell'Impero del Mondo. * * * * * La Storia della decadenza, e della caduta dell'Impero romano, pittura la più vasta e forse la più maestosa degli annali del Mondo, ecciterà l'attenzione di tutti coloro che videro le rovine dell'antica Roma; dee meritarsi ancora quella di ciascun leggitore. Le varie cagioni e gli effetti progressivi di questo politico cambiamento vanno collegati colla maggior parte degli avvenimenti della Storia più rilevanti: esso mette in chiaro lume la politica artifiziosa dei Cesari, che conservarono per lungo tempo il nome e il simulacro della Repubblica; gl'inconvenienti del militar dispotismo; la nascita, il progresso e le Sette del Cristianesimo; la fondazione di Costantinopoli, il parteggiamento della Monarchia; l'invasione de' Barbari della Germania e della Scizia che vi posero stanza; le istituzioni delle leggi civili; il carattere e la religione di Maometto; la sovranità temporale de' Papi; il risorgimento e la caduta dell'Impero d'Occidente; le Crociate de' Latini in Oriente; le conquiste de' Saracini e de' Turchi; la caduta dell'Impero Greco; lo stato e le sommosse di Roma nel Medio Evo. L'importanza e la varietà dell'argomento hanno potuto soddisfare lo Storico; egli ha sentite le proprie imperfezioni, ma sovente ancora ha dovuto incolpare la scarsezza de' materiali. Fra le rovine del Campidoglio, concepii il divisamento di un'Opera che ha occupati e ricreati circa vent'anni della mia vita, e che, comunque sia ancor lungi dal corrispondere pienamente ai miei desiderj, abbandono finalmente alla curiosità e all'indulgenza del Pubblico. Losanna, 27 Giugno 1787. NOTE: [381] Ho già dato conto (nel t. XII, c. LXV, p. 380, 381) dell'età, dell'indole, e degli scritti del Poggi, ed ivi (not. 1) ho parimente citata la data in cui comparve il suo elegante dialogo -De Varietate fortunae-, da cui questo tratto è stato tolto. [382] -Consedimus in ipsis Tarpeiae arcis ruinis, pone ingens portae cujusdam, ut puto, templi, marmoreum limen plurimasque passim confractas columnas, unde magna ex parte, prospectus urbis patet- (p. 5). [383] -Aeneid.-, VIII. Questa antica pittura di una tinta sì dilicata, e condotta con tanta maestrìa dovea commovere vivamente un Romano, e i nostri studj della giovinezza ci mettono in istato di partecipare con esso d'un tal sentimento. [384] -Capitolium adeo.... immutatum ut vineae in senatorum subsellia successerint, stercorum ac purgamentorum receptaculum factum. Respice ad Palatinum montem.... vasta rudera.... caeteros colles perlustra omnia vacua aedificiis, ruinis vineisque oppleta conspicies- (Poggi, -De Variet. fortunae-, p. 21). [385] -V.- Poggi (p. 8-22). [386] -Liber de mirabilibus Romae, ex registro Nicolai cardinalis de Aragonia, in Bibliotheca sancti Isidori-, Armadio -IV-, n. 69. Il Montfaucon (-Diarium italicum-, p. 283-301) ha pubblicato un tal libro con brevissime, ma altrettanto giudiziose note. -Scriptor-, così si esprime, -XIII circiter saeculi, ut ibidem notatur; antiquariae rei imperitus, et, ut ab illo aevo, magis et anilibus fabellis refertus: sed, quia monumenta quae iis temporibus Romae supererant pro modulo recenset, non parum inde lucis matuabitur qui romanis antiquitatibus indagandis operam navabit- (p. 283). [387] Il P. Mabillon (-Analecta-, t. IV, p. 502) ha pubblicata la relazione di un pellegrino anonimo del nono secolo, che descrivendo le Chiese e i Luoghi Santi di Roma, accenna molti edifizj, e soprattutto alcuni portici che prima del secolo decimoterzo non erano più. [388] -V.- intorno il -Settizonio- le -Mém. sur Pétr.-, (tom. I, p. 325, Donato, p. 338, e Nardini, p. 117-414). [389] L'epoca della costruzione delle piramidi è antica e sconosciuta. Diodoro di Sicilia (t. I, l. I, c. 44, p. 72) non ci sa dire se fossero innalzate, mille, o tremilaquattrocento anni prima della Olimpiade decimaottava. Ser John Marsham, che ha diminuita la lunghezza delle dinastie egiziane, porterebbe quest'epoca a circa venti secoli prima di Gesù Cristo. -Canon. Chronicus- (p. 47). [390] -V.- l'aringa di Glauco nella Iliade (Z. 146). Omero adopera di frequente questa immagine naturale e malinconica. [391] Il dotto critico sig. De Vignolles (-Hist. crit. de la rep. des lettres-, t. VIII, pag. 74-118; IX, pag. 172-187) pone accaduto questo incendio nell'A. D. 64, 19 luglio, e la persecuzione de' Cristiani, che ne conseguì, incominciata nel 15 novembre dello stesso anno. [392] -Quippe in regiones quatuordecim Roma dividitur, quarum quatuor integrae manebant, tres solo tenus dejectae; septem reliquis pauca tectorum vestigia supererant, lacera et semiusta.- Fra gli antichi edifizj che furono consunti, Tacito novera il tempio della Luna innalzato da Servio Tullio, la cappella e l'altare consagrati da Evandro -praesenti Herculi-, il tempio di Giove Statore, fabbricato per adempire il voto di Romolo, il palagio di Numa, il tempio di Vesta, -cum penatibus populi romani-. Deplora parimente le -opes tot victoriis quaesitae et Graecarum artium decora.... multa quae seniores meminerant, quae reparari nequibant- (-Annal. XV-, 40, 41). [393] A. U. C. 507, -repentina subversio ipsius Romae praevenit triumphum Romanorum.... diversae ignium aquarumque clades pene absumpsere urbem. Nam Tiberis insolitis auctus imbribus et ultra opinionem, vel diurnitate vel magnitudine redundans,- omnia -Romae aedificia in plano posita delevit. Diversae qualitates locorum ad unam convenere perniciem; quoniam et quae segnior inundatio tenuit madefacta dissolvit, ei quae cursus torrentis invenit, impulsa dejecit- (Oros., ' . 1 2 [ ] 3 4 - , , - 5 - - 6 - ' - 7 8 . . - . - 9 10 ( - ' . - ) . 11 12 [ ] - ' 13 , 14 . - ( . . ) 15 16 [ ] ( - . - , . , . - , 17 ) 18 . 19 ( - . . - , . , . , . , ) 20 ( - . . - , 21 . , . - ) . ' 22 , 23 . - . . . , 24 , , 25 . . . . ' , 26 . - 27 28 [ ] , 29 , ' 30 . - . - ' 31 ( . , . , . 32 - ) . 33 34 [ ] « - ' - 35 ( ) , - , 36 ; , 37 ' , 38 ( 39 ) , ( 40 ) ; - 41 - » . 42 43 [ ] - , , 44 ' , ' 45 . 46 . 47 , , 48 ' . - 49 ; 50 ; 51 , , 52 . , ; 53 . - . , . . 54 55 , 56 , . - ( . . ) 57 58 [ ] ' 59 ( - . - . , . - ) , 60 ' , 61 , 62 ( . , . ) . ' ( . . ) 63 ; , 64 , ' . 65 66 [ ] . 67 - ' - , - ' - , 68 - - , - - . 69 , , 70 , ' 71 , 72 ' . 73 74 [ ] ' ( . ) 75 , 76 , 77 , 78 ' . 79 80 [ ] 81 , 82 ( . , ) ( . , . , . , 83 . - , ) . , 84 ' , 85 . 86 , . 87 88 [ ] ( - - , . , . - ) 89 90 . 91 , 92 . 93 94 [ ] , , 95 ( - - . , . ) , 96 , . 97 , 98 99 ( . . - ) , 100 . ( . , . , ; . , . ; . , . ) . 101 102 [ ] , 103 , - - , - - . 104 ' - - ; 105 . 106 , , , 107 ( ) , 108 109 . ( - - , . , . 110 - ; , - ' - , . , . - , , 111 - - , . , . , . , ) . 112 113 [ ] 114 ; 115 . - , , , 116 - - , 117 . . . . , 118 . . . . - ( - - , . , . ) . 119 , 120 121 . 122 123 [ ] , ' 124 . ' 125 , 126 ' , 127 , , ' , 128 . 129 130 . ( ) , - - . - - . ( . 131 . ) , - - , . , . . 132 . . , 133 ' 134 - - , 135 . 136 137 . - - ( - - , - 138 - ) . . - , ( - . . 139 . - , . , . - ) , . 140 141 . ( ) - - ( . . - ) - 142 . - , . . , . , . . 143 144 . ( ) , - - ( . . - ) . , . 145 . 146 147 . ( ) - . - ( . . - ) , . 148 , . . 149 150 . ( ) , - . - ( . . - ) , . , . 151 . 152 153 . - - ( . . - ) , . , . , , 154 . . 155 156 . ( ) , - - ( . . , - ) , . 157 , . , . . 158 159 . - , . - 160 ( . . - ) - . . . - , . , 161 . ' 162 163 , ( , - . ' . . - , . , . 164 - ) . 165 166 ' , 167 , ' . 168 : . - - 169 ( . . - ) - - , 170 . , . - . - , , - - . 171 172 ' , . . 173 - - , - . - ; , 174 - , ' 175 , , . 176 , , . . 177 - - , . ; , , 178 ' , 179 , 180 - - . . - ' - , ; , 181 - , , ' , 182 . . 183 - - , . . - . - ; , 184 - . ' ' 185 ' , 186 , , 187 ' . 188 , ' 189 . , , 190 . - 191 - , 192 , . , , . 193 194 195 196 197 . 198 199 - . 200 ; 201 . . ' . - 202 203 204 [ . . ] 205 206 , [ ] , 207 , , 208 ' , ' 209 ' 210 [ ] . 211 , 212 ' , , 213 ' , 214 , , 215 , , , , 216 ' . 217 « ' , ' , 218 , , 219 [ ] . 220 ; 221 , ' , 222 . ; ' 223 ; , 224 . 225 , , , , 226 ' , , . 227 , 228 ; 229 ' , ! , ' , 230 ' ! ' , 231 ' 232 . , 233 ' , 234 , , ; 235 , 236 . , 237 , 238 ' , 239 . , 240 , 241 , , , 242 ; , 243 , 244 ' [ ] » . 245 246 , ' 247 248 [ ] . . ' 249 , , , 250 , , 251 252 . . , 253 , , , , 254 , , , 255 256 . . , 257 , - - , , , , 258 , ' ' , 259 . 260 ' ' 261 , , 262 , ' , 263 , 264 , , 265 . 266 , , , . . 267 , , 268 ; 269 , ; 270 , 271 . . 272 , 273 , 274 ; 275 , 276 . . 277 , 278 , . 279 ' , ' , 280 , , 281 . . 282 283 ; ; 284 ' , ' , 285 . 286 , , 287 ' , , 288 , , 289 , ' 290 . 291 292 ' 293 ' , ' , 294 . ' 295 , ' , ' 296 , 297 , ; 298 , ' 299 ' . 300 , 301 , ; 302 303 . . 304 , 305 [ ] . , 306 ' , 307 . 308 ' ' ; 309 , 310 . , , 311 , , ' 312 ' . 313 ' 314 [ ] , ' 315 ' . . 316 , 317 - - [ ] , 318 . 319 , 320 ' ' ; 321 , . 322 323 324 ' , , ' 325 . . 326 . . ' ' . . 327 ' ' ' 328 ' ; 329 . 330 331 . ' 332 ; , , ' , , 333 ' ' , 334 . 335 . , 336 , ' 337 [ ] . 338 ' [ ] ; ' ' , ' 339 ' , , 340 , ' . 341 , 342 343 , ' . 344 ' ; 345 346 ; 347 , ' 348 ' , 349 , , , ' 350 . ' 351 ; , , 352 . 353 . 354 , , , , 355 , , [ ] . 356 357 ; , , 358 , , 359 360 [ ] . ' ' 361 , , , 362 , ' ' 363 ' , ' , 364 ' , . 365 , , , 366 , 367 . 368 , , 369 ' . . , 370 , , , 371 , 372 ' . . , ' 373 , ' ; 374 , , 375 , , 376 . - - 377 . ' ' 378 ' ' , , 379 ; ' 380 , , 381 , . , 382 , , 383 ' . 384 385 , , 386 387 , 388 . , 389 , 390 , 391 ' [ ] . , ' 392 ' , , 393 [ ] ; , 394 , 395 396 [ ] . 397 , , 398 , [ ] , 399 , , , 400 . 401 402 [ ] . 403 , 404 , , 405 ' ' ? 406 . 407 , , ' , 408 , ' 409 [ ] , 410 [ ] . 411 412 . ' 413 ' ' ' , 414 415 , 416 . 417 ; 418 , 419 , ' . , 420 , , , ' 421 , 422 , 423 [ ] , ' , 424 , 425 , 426 . , 427 , 428 429 . , 430 , ; 431 ' , 432 . ' 433 ; 434 ' 435 , . 436 , 437 , , , 438 ' . 439 , 440 , 441 ' , , 442 ' ' . 443 , ' . 444 [ ] , [ ] ; 445 ' , 446 447 ' . , 448 ; 449 450 [ ] ; 451 [ ] 452 , ' . 453 , 454 , . , , 455 ; ' 456 , , 457 ' ' . 458 ' [ ] , 459 ' ; , 460 461 . 462 , , 463 , 464 . , , 465 , ' ' 466 , . ' , 467 , 468 , 469 ' ' 470 [ ] 471 . 472 473 . 474 , 475 . 476 , , 477 , 478 , , 479 . ' , 480 ; 481 , 482 483 ' , ' [ ] . ' ' 484 , , 485 , 486 . 487 , 488 ; , , 489 , ; ' , 490 , , 491 ' . , 492 , , , 493 , ; ' 494 , ' 495 496 [ ] . 497 , 498 ; , 499 , ; , 500 ; ; 501 , , 502 , 503 . ' 504 ' , , 505 , , 506 . 507 ' ' , 508 ' , 509 ; 510 , ' 511 , , 512 [ ] [ ] , 513 . , , 514 , , 515 , , 516 , 517 , ' 518 519 ' [ ] . , ' 520 : 521 , , 522 ' ; 523 524 ' . 525 ; , 526 , ' , 527 ' , 528 , . 529 530 ; ' ' ' [ ] ; 531 , , ' 532 ; ' ; 533 534 ; ' , , 535 ' , 536 . 537 ' , , 538 [ ] , , 539 , . 540 ' 541 , , 542 , , 543 ' ; 544 ' ' , 545 , ' 546 , . 547 ' , 548 ' . 549 ' , 550 , . 551 - - [ ] . , , , 552 , 553 ; ( 554 ) , . , 555 , 556 [ ] , ; 557 ' , 558 , 559 [ ] . 560 . 561 , , 562 ' [ ] , 563 564 . ' , , 565 [ ] , 566 . 567 568 . ' 569 , . 570 ' , 571 , . ' 572 , , 573 , , 574 , 575 , . 576 , 577 ' , ' 578 ' , ' ; ' 579 580 , ' 581 , . 582 , ' , ' 583 , , 584 , , 585 , ' , 586 ' . , 587 ' ; 588 , ' 589 [ ] . 590 ; , 591 , 592 , 593 . 594 , , 595 , , 596 ' , 597 , ' , 598 . , , , 599 ; 600 , , 601 , ; 602 603 , ' [ ] . 604 , , , 605 . ' ' 606 ' [ ] . 607 ' [ ] . 608 [ ] ; 609 [ ] ; 610 , 611 ' ' . 612 ' , 613 . , 614 . , 615 , . 616 ' , 617 , 618 . 619 ; 620 621 , . , 622 , , 623 . « , , 624 [ ] , ' , 625 [ ] ; ' , 626 , 627 ' ' » . 628 ' , 629 , , 630 ' 631 [ ] . 632 ' , 633 ; 634 ' . « , , 635 ' ! , 636 ; 637 , ' 638 ; ( 639 ) ' ' 640 ' [ ] » . ' 641 , 642 , 643 ' 644 . 645 646 ' 647 - - [ ] , 648 , ; 649 , 650 ; 651 , ' 652 , 653 , ' . 654 , , , , 655 , ' ' , 656 , , 657 ' ' , ' . 658 , ' 659 : . 660 ' ' , 661 , ' , 662 [ ] . . 663 , ' 664 , ' 665 , 666 , ' 667 , [ ] . , 668 , , 669 ' , 670 , , ' 671 ' : « 672 . , 673 , , » [ ] . 674 ' , 675 , ; , 676 , 677 ' , 678 ; 679 , ' 680 [ ] . 681 682 ' ' ' . 683 ; 684 , [ ] 685 , 686 , 687 [ ] . , 688 , ' , 689 , ' , 690 [ ] . ' [ ] 691 , , 692 ; , 693 , , . 694 ' , ' 695 ' ' , 696 ' [ ] . 697 698 , , , 699 ' 700 ' . ; 701 , , 702 ; ' 703 , , 704 ' . 705 , , 706 , ; 707 708 . , 709 710 , ' 711 ' . ' 712 , , ' , , 713 ' ' , , 714 . , 715 ' ' , 716 717 , , , , 718 , , , , , , 719 . ' 720 ; , 721 , , . - 722 - , ' ' ; - 723 - , ' ; - - , 724 ; - , - , 725 . - - , 726 . - ; 727 ? - . - ' 728 ? - 729 . ' , 730 , ' 731 , ' : - - - 732 - - - - - - - - , 733 - . ' , 734 , , ' , 735 ' , 736 . . ' 737 , 738 , ' , 739 , . 740 , 741 . , 742 . , 743 . , 744 ; , 745 , ; 746 , 747 , 748 ' 749 ' , , 750 ' [ ] . 751 752 , 753 . 754 , , , 755 . 756 757 [ ] ; 758 ' [ ] . 759 , , 760 , , 761 , , 762 ' [ ] . 763 , , 764 , , , 765 ' , 766 , 767 ' . 768 , , 769 ; 770 , ; 771 , . 772 773 , 774 775 [ ] . 776 , , , 777 778 , 779 , 780 [ ] . 781 782 , 783 , 784 [ ] ' [ ] ; ' 785 , , 786 , 787 ; ' 788 ' , [ ] . ' 789 , ' , 790 ' ' . 791 792 ' , 793 ' ' . « 794 - - [ ] , ' , 795 - - . 796 . 797 ' , 798 , . 799 , , ' , 800 , . 801 , 802 ; 803 [ ] , 804 ' 805 ' , , 806 - - , 807 » . 808 ' , , 809 810 . ' 811 , , 812 , 813 . 814 , , , 815 , 816 ; ' 817 , , 818 , ' 819 [ ] . ' 820 , ' ; 821 ; ' , 822 , , 823 [ ] . , 824 , 825 . 826 , ' , 827 , , 828 [ ] . , , 829 , 830 . 831 ' ? , 832 , ' ' 833 ' ' 834 ' [ ] . 835 836 [ . . ] 837 838 , 839 ' 840 , 841 . 842 , ' 843 ' . - - 844 ' ' ; 845 , , 846 ; 847 : 848 ' 849 ' , ' ; 850 , 851 . - - , 852 , , , 853 , ' . 854 ' : 855 ' , 856 ' , ' 857 , ' , 858 , ' ' , ' 859 , ' 860 . , 861 ' , 862 [ ] , ' 863 . 864 865 . , , 866 , , 867 , . 868 ' 869 , ' , , , 870 , . 871 , 872 ' , . 873 874 ; ' 875 , , ; 876 , . 877 , 878 . , , 879 ' , , 880 . 881 , 882 : 883 , ' , 884 ' ' . 885 , , 886 ' 887 ; 888 . , ' 889 , ' , 890 . 891 892 ' [ ] ; 893 , , 894 ' 895 . 896 897 * * * * * 898 899 , ' , 900 , 901 ' ' ; 902 . 903 904 : 905 , 906 ; ' 907 ; , 908 ; , 909 ; ' ' 910 ; ; 911 ; ' ; 912 ' ' ; ' ; 913 ' ' ; ' ; 914 . ' 915 ' ; 916 , 917 ' . , 918 ' ' , 919 , 920 , ' 921 . 922 923 , . 924 925 : 926 927 [ ] ( . , . , . , ) ' , 928 ' , , ( . ) 929 - 930 - , . 931 932 [ ] - , 933 , , , 934 , , - ( . ) . 935 936 [ ] - . - , . , 937 , 938 939 ' . 940 941 [ ] - . . . . 942 , . 943 . . . . . . . . 944 , - ( , - 945 . - , . ) . 946 947 [ ] - . - ( . - ) . 948 949 [ ] - , 950 , - , - - , . . 951 ( - - , . - ) 952 , . - - , 953 , - , ; 954 , , , : 955 , 956 , 957 - ( . ) . 958 959 [ ] . ( - - , . , . ) 960 , 961 , , 962 . 963 964 [ ] - . - - - - . . - , ( . , . , 965 , . , , . - ) . 966 967 [ ] ' . 968 ( . , . , . , . ) 969 , , 970 . , 971 , ' 972 . - . - ( . ) . 973 974 [ ] - . - ' ( . ) . 975 . 976 977 [ ] . ( - . . . 978 - , . , . - ; , . - ) 979 ' . . , , ' , 980 , . 981 982 [ ] - , 983 , ; 984 , . - 985 , 986 , ' 987 - - , , 988 , , , - 989 - . - 990 . . . . , 991 - ( - . - , , ) . 992 993 [ ] . . . , - 994 . . . . 995 . 996 , , - - 997 . 998 ; 999 , , - ( . , 1000