dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario Castello, due volte al giorno i reami ribelli, fattisi disertori della sua causa. -- Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio, trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveano i Romani per l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano. Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul Vaticano[357]. [A.D. 1417] Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta, diritto goduto per tre secoli dal Senato[358]; e dalle monete coniate col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo, d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. -- 1. Il contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città. Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa, assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il riconobbero, allorchè la barca ove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte, disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto, gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che era stata una fra le cagioni della sommossa. -- 2. Sotto il pacifico Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere raccolte le sue forze militari entro le mura della Metropoli, e provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal suffragio degli alemanni Elettori. Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de' Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362]. Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva essere dottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale, al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento, che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i due -collaterali-, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano coteste leggi, che sembra lasciassero campo alle querele private e alle unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli stendardi de' -Caporioni- particolari, Capi di ciascun rione; e il primo di questi Capi veniva distinto col grado e titolo di -Priore-. Il potere legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra, quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna; le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580, sotto il Pontificato di Gregorio XIII, e col consenso di questo Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le forme della Repubblica. [A. D. 1453] È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata, possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio; sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366] con cui viene dipinto l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine, pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i divisamenti concetti; nè lungo tempo dovè aspettarla. In mezzo ai giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento soldati, e di quattrocento esuli, da lungo tempo avvezzi a sofferire e a combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani, giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare; li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica». Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia. Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica libertà[368]. Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il più abbietto. Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso, Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le sue alle vittoriose grida degli Orsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano; e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato ecclesiastico[370]. [A. D. 1500] Le folgori spirituali[371] del Vaticano dipendono dalla forza che l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo. Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questa estesa e fertile contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più, eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia, dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del Settentrione e dell'Occidente, sotto gli stendardi di Carlo V, distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de' Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia, pace e sommessione durate dalla metà del secolo decimosesto alla metà del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente. In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e stagnante. La dominazione temporale del Clero è sempre stato soggetto di censura a' Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie, trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe, non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica, privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de' chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli esempj di Pontefici degni di stare al paragone coi più grandi Potentati. Il genio di Sisto V[377] si sollevò dall'oscurità di un convento di Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378]; creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i posteri di trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia, dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto a me, che desidero morire in pace con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non offenderò volontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma. NOTE: [280] Les -Mémoires sur la vie de François Pétrarque- (Amsterdam, 1764; 1767, 3 vol. in 4) presentano un'Opera abbondante di particolarità, originale e gradevole assai; lavoro eseguito con impegno, e da tale che avea studiati accuratamente e il Poeta, e i contemporanei del Poeta; ma in mezzo alla Storia generale del secolo in cui visse l'eroe del racconto, lui medesimo perdiamo troppo sovente di vista, e l'autore comparisce talvolta snervato per troppa ostentazione di urbanità e di galanteria. Nella prefazione posta al primo volume, l'abate di Sade accenna, esaminando partitamente il merito di ciascheduno, venti biografi italiani, che hanno trattato -ex professo- l'argomento medesimo. [281] L'opinione di coloro che voleano Laura essere solamente un personaggio allegorico, prevalse nel secolo decimoquinto, ma i circospetti Comentatori non s'accordavano, volendo alcuni che -Laura- fosse la Religione, altri la Virtù, e persino la Santissima Vergine, ec. -V.- le Prefazioni del primo e secondo volume dell'abate di Sade. [282] Laura di Noves, nata verso l'anno 1307, nel gennaio del 1325, sposò Ugo di Sade, gentiluomo di Avignone, che fu geloso, ma non, a quanto sembrò, per effetto di amore, perchè contrasse novelle nozze, sette mesi dopo la morte di Laura, accaduta nel 6 di aprile 1348, ventun anni esattamente dal dì, che Petrarca, vedendola per la prima volta, si accese d'amore per lei. [283] -Corpus crebris partubus exhaustum:- l'abate di Sade, biografo del Petrarca, e sì ardente di zelo e d'affetto per questo Poeta, discende in decimo grado da un figlio di Laura. Gli è verisimile essere questo il motivo che gli ha suggerito il disegno della sua Opera, e lo ha fatto sollecito di rintracciare tutte le particolarità di una Storia sì rilevante per la vita e la fama della sua progenitrice (-V.- soprattutto il tom. I, p. 123-133, note, p. 7-58, e il t. II, p. 455-495, note, p. 76-82). [284] La fontana di Valchiusa, cotanto nota ai nostri viaggiatori inglesi, è stata descritta dall'abate di Sade (-Mémoires-, t. I, p. 340-359) che ha seguìto le Opere del Petrarca, e le sue proprie nozioni locali. Essa per verità non era che un ritiro da eremita, e la sbagliano assai que' moderni che nella grotta di Valchiusa mettono insieme Laura e il suo amante. [285] L'edizione di Basilea, del secolo decimosesto, senza additar l'anno, contiene milledugencinquanta pagine, stampate in carattere piccolo. L'abate di Sade predica con forza per una nuova edizione delle Opere latine del Petrarca; ma io dubito se sarebbe nè molto proficua al Tipografo, nè molto dilettevole al Pubblico. [286] -V.- Seldeno, -Titles of Honour- (t. III delle sue Opere, p. 457-466). Un secolo prima del Petrarca, S. Francesco avea ricevuta la visita di un poeta -qui ab imperatore fuerat coronatus et exinde rex versuum dictus-. [287] Da Augusto fino a Luigi XIV, la Musa de' poeti non è stata che troppo menzognera e venale; pure io dubito, se in verun secolo, o in veruna Corte, siavi mai stato, come alla Corte d'Inghilterra, un poeta stipendiato coll'obbligo di somministrare due volte all'anno, e sotto tutti i regni, e qualunque fosse l'occasione, una certa quantità di versi, e una certa dose di cantici di lode da cantarsi nella Cappella regia, e credo, alla presenza del medesimo Re. Mi esprimo con tanto maggiore franchezza sulla ridicolosità di un tal uso, che non vi sarebbe miglior tempo d'abolirlo siccome questo in cui viviamo sotto un Monarca virtuoso, ed avendo per poeta un uomo sommo. [288] Isocrate (-Panagir.-, t. I, pag. 116, 117, ediz. Battie. Cambridge, 1729) vuole di Atene sua patria, la gloria dell'istituzione αγωνας και τα αθλα μεγισαμη μονον ταχους και ρωμης, αλλα και λογων και γνομης, -degli agoni e dei premj massimi non solo per la velocità e per la forza, ma ancora per l'eloquenza e pel sapere-. I Panatenei vennero imitati a Delfo, ma non v'ebbe ai Giuochi Olimpici alcuna corona per la musica fuor quella che la vanità tirannica di Nerone si arrogò (Svet., -in Ner.-, c. 23, Philostrat. presso il -Casaubon. ivi-, Dione Cassio, o Xifilino, l. LXIII, p. 1032, 1041, -Potter's greek Antiquities-, v. I, p. 445-450). [289] I Giuochi Capitolini (-certamen quinquennale- MUSICUM -equestre; gymnicum-) vennero istituiti da Domiziano (Svet., c. 4) nell'anno 86 di Gesù Cristo (Censorino, -De die Natali-, c. 18, p. 100, ediz. Havercamp), nè furono aboliti che nel quarto secolo (Ausonio, -De professoribus Burdegal-. V). Se la corona fosse stata conceduta a poeti d'un merito straordinario, l'esclusione di Stazio (-Capitolia nostrae inficiata lyrae, Sylv.-, l. III, v. 31) potrebbe darne a divedere qual fosse il merito di coloro che concorrevano alle corone dei giuochi del Campidoglio; certamente i poeti latini vissuti prima di Domiziano sol dall'opinione pubblica furono coronati. [290] Il Petrarca e i Senatori di Roma ignoravano che l'alloro fosse la corona de' Giuochi Delfici, non quella de' Capitolini (Plinio, -Hist. nat.-, XV, 39; -Histoire critique de la république des lettres-, t. I, p. 150-220). I vincitori del Campidoglio venivano coronati con una ghirlanda di foglie di quercia (Marziale, l. IV, ep. 54). [291] Il pio discendente di Laura si è sforzato, e non senza efficacia, a difendere la purità della sua progenitrice contro le censure di gravi personaggi, e contro le derisioni del mondo maligno (t. II, -not.-, p. 76-82). [292] L'abate di Sade descrive con molta esattezza tutto quanto alla incoronazione del Petrarca si riferisce (t. 1, p. 425, 435, t. II, p. 1-6, not. p. 1-13). Questi racconti sono tolti dagli scritti del Petrarca e dal Diario romano del Monaldeschi, che ha avuto il senno di non frammettere alle sue narrazioni le favole di cui ne ha recentemente presentati Sannuccio Delbene. [293] L'atto originale trovasi pubblicato fra i documenti giustificativi alle -Mémoires sur Pétrarque- (t. III, p. 50-53). [294] Per avere prove sull'entusiasmo che il Petrarca nodriva per Roma, voglia soltanto il leggitore aprire a caso le Opere dello stesso Poeta, o quelle del suo francese biografo. Questi ha scritto il primo viaggio del Petrarca a Roma (t. I, p. 323-335); ma in cambio di tanti fiori di rettorica e di morale, sarebbe stato meglio che, per dilettare il suo secolo e la posterità, il Poeta avesse offerta una descrizione esatta della città e della propria Coronazione. [295] Il Padre Du Cerceau, Gesuita, ha scritto la -Histoire de la Conjuration de Nicolas Gabrini, dit de Rienzi, tyran de Rome, en 1347-, Opera pubblicata a Parigi, nel 1748, in 12, dopo la morte dell'autore. Ho tolti da quest'Opera alcuni fatti e diversi documenti che trovansi in un libro di Giovanni Hocsemio, Canonico di Liegi, Storico contemporaneo (Fabricius, -Biblioth. latin. medii aevi-, t. III, p. 273; t. IV, p. 85). [296] L'abate di Sade che fa sì grande numero di scorrerie sulla Storia del secolo decimoquarto, necessariamente ha dovuto trattare, come proprio soggetto, una vicenda politica, che fece nel Petrarca una sì viva impressione (-Mémoires-, t. II, p. 50, 51, 320, 417, not. p. 70-76; t. III, p. 221-243, 366-375). V'ha luogo a credere che nessuna idea, o nessun fatto accennati nelle Opere del Petrarca gli sieno sfuggiti. [297] Giovanni Villani, l. XII, c. 89-104, in Muratori, -Rerum Ital. script.-, t. XIII, p. 969, 970, 981-983. [298] Il Muratori ha inserito nel suo terzo volume delle -Antichità italiane- (p. 249-548) -i Fragmenta historiae romanae ab anno 1327, usque ad annum 1354-, scritti nel dialetto che usavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimo quarto, con una versione latina a comodo degli stranieri. Contengono questi le particolarità le più autentiche sulla Vita di Cola (Nicolò) di Rienzi; erano stati pubblicati nel 1627, in 4., col nome di Tommaso Fortifiocca, del quale non parlasi nell'Opera, se non se come d'uomo punito dal Tribuno per delitto di falso. La natura umana rade volte è capace di una così sublime, o stupida imparzialità; ma chiunque sia l'autore di tali Fragmenti, gli ha scritti sul luogo e nel tempo della sommossa, e dipinge senza secondi fini e senza arte i costumi di Roma e l'indole del Tribuno. [299] La prima e la migliore epoca della vita del Rienzi, quella in cui governò col carattere di Tribuno, trovasi descritta nel capitolo decimottavo dei -Frammenti- poc'anzi citati (p. 399-479). Questo capitolo, nella nuova divisione, forma il secondo libro della Storia, che contiene trent'otto capitoli, o sezioni meno estese. [300] A taluno forse non dispiacerà di trovar qui un saggio dell'idioma che parlavasi a Roma e a Napoli nel secolo decimoquarto: -Fo da soa juventuine nutricato di latte de eloquentia, bono gramatico, megliore rettuorico, autorista bravo. Deh como et quanto era veloce lettore! moito usava Tito Livio, Seneca, et Tullio, et Balerio Massimo, moito li dilettava le magnificentie di Julio Cesare raccontare. Tutta la die se speculava negl'intagli di marmo le quali iaccio intorno Roma. Non era altri che esso, che sapesse lejere li antichi pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava; quesse fiure di marmo justamente interpretava. Oh come spesso diceva:- Dove suono quelli buoni Romani? dove ene loro somma justitia? Poteramme trovare in tempo che quessi fiuriano! [301] Il Petrarca raffronta la gelosia de' Romani col carattere facile de' mariti avignonesi (-Mém.-, t. I, p. 330). [302] I frammenti della -Lex Regia- trovansi nelle -Inscrizioni- del Grutero (t. I, p. 242) e in fine al Tacito dell'Ernesti, con alcune dotte annotazioni dell'editore. (t. II). [303] Non posso omettere un sorprendente e ridicolo abbaglio del Rienzi. La -lex Regia- conferisce a Vespasiano la facoltà di dilatare il -Pomaerium-, vocabolo famigliare a tutti gli Antiquarj, ma non al Tribuno, che lo confondeva con -pomarium- (verziere), e traducea lo -Jardino de Roma, cioene Italia-; il quale significato adottarono e il traduttore latino (p. 406) e lo Storico francese (pag. 33), meno scusabili nella loro ignoranza. Che più? La dottrina del Muratori su questo passo si è addormentata. [304] -Priori- (Bruto) -tamen similior, juvenis uterque, longe ingenio quam cujus simulationem induerat, ut sub hoc obtentu liberator ille P. R. aperiretur tempore suo.... Ille regibus, hic tyrannis contemptus.- (Opp., p. 536). [305] Leggo in un manoscritto -perfumante quatro- SOLDI, in un altro -quatro- FIORINI; differenza non lieve, perchè il fiorino valeva dieci -soldi romani- (Muratori, -Dissert.- 28). Verrebbe dalla prima versione che le famiglie di Roma ascendessero solamente a venticinquemila, la seconda le porterebbe a dugencinquantamila; ma temo assai che la prima versione sia più conforme allo stato di scadimento in cui trovavasi Roma in allora, e alla poca estensione del suo territorio. [306] V. Hocsemio, p. 398, presso Du Cerceau (-Hist. de Rienzi-, p. 194). Le quindici leggi pubblicate da questo tribuno trovansi presso lo Storico che, per far più presto, chiamerò -Fortifiocca-, l. II, c. 4. [307] -V.- Fortifiocca (l. II, c. 11). La descrizione di questo naufragio ci dà a conoscere alcune particolarità del commercio e della navigazione del secolo decimoquarto. 1. Il naviglio era stato costrutto a Napoli, e noleggiato pe' porti di Marsiglia e di Avignone. 2. I piloti, originarj di Napoli e dell'isola -Oenaria-, e meno abili dei piloti siciliani e genovesi. 3. Lo stesso naviglio tornava allora, costeggiando, da Marsiglia; assalito da una tempesta, si rifuggì alla foce del Tevere, ma mancatagli la corrente, fu costretto a naufragare; la ciurma, veduta l'impossibilità di salvarlo, scese a terra. 4. Questo naviglio portava all'erario regio la rendita della Provenza, e contenea molte balle di pepe, di cannella e drappi di Francia, per un valore di ventimila fiorini, preda assai rilevante a quei giorni. [308] Nello stesso modo un vecchio conoscente di Oliviero Cromwell, che si ricordava di averlo veduto entrar goffamente, e con ignobile atteggiamento nella Camera de' Comuni, fu attonito del contegno facile e maestoso del Protettore sul trono (-V.- Harris's -Life of Cromwell-, pag. 27-34, sulle testimonianze di Clarendon, Warwick, Witelocke, Waller, ec.). Un uomo che senta il proprio merito e il proprio potere assume facilmente le maniere confacevoli alla sua dignità. [309] -V.- le particolarità, le cagioni e gli effetti della morte di Andrea nel Giannone (t. VI, l. XXIII, p. 111, 130 dell'ediz. Bettoni, Milano) e nelle -Mémoires sur la vie de Pétrarque- (t. II, p. 143-148, 245-250, 375-379, -not.-, p. 21-37). L'abate di Sade vorrebbe attenuare il delitto di questa Regina. [310] L'avvocato che arringò contro Giovanna di Napoli non poteva aggiungere nulla alla forza de' ragionamenti espressi in poco nella lettera di Luigi di Baviera: -Johanna! inordinata vita praecedens, retentio potestatis in regno, neglecta vindicta, vir alter susceptus, et excusatio subsequens, necis viri tui te probant fuisse participem et consortem.- Giovanna di Napoli ha molti tratti singolari di somiglianza con Maria di Scozia. [311] -V.- l'-Epistola hortatoria de capessenda republica-, che il Petrarca scrisse al Rienzi (-Opp.-, pag. 535-550) e la quinta egloga o pastorale dello stesso Petrarca, allegorica dal principio al fine, e piena di oscurità. [312] Plutarco nelle sue -Quistioni romane- (-Opusc.-, t. I, p. 505, ediz. gr. Enr. Stef.), pone sopra principj sommamente costituzionali il genere semplice del poter dei Tribuni, i quali, propriamente parlando, non erano magistrati, ma argini opposti alla magistratura. Era di lor dovere ομοιουσθαι σχηματι, και σολη και διαιτη τοιε επιτνγχανουσι των πολιτων... καταπατεισαιδαι δει, -assomigliarsi nel contegno, nell'abito e nella vita ai seguaci dei cittadini.... il tribuno dee passeggiare-, (è detto di C. Curione) και μη σεμνον ειναιτη τον δημαρχον οψει... οσω δε μαλλον εκταπεινουται τω σωματι, τοσουτω μαλλον αυξεται τη δυναμει, -e non essere d'aspetto severo in vista.... Quanto più comparisce umile all'esterno, tanto più cresce in potere-. Ma nè il Rienzi, nè forse lo stesso Petrarca erano in istato di leggere un filosofo greco. Ciò nondimeno Tito Livio e Valerio Massimo, che entrambi studiavano, avrebbero potuto instillar loro questa modesta dottrina. [313] Non si saprebbe come tradurre in inglese questo titolo energico, ma barbaro, -Zelator Italiae-[*], che il Rienzi assumea. * -Forse desiderosissimo di una Italia- in italiano si accosterebbe al concetto che Cola di Rienzi voleva esprimere. Dico si accosterebbe, perchè -desiderare- non è -adoperarsi per ottenere-. -Studiosissimo-, -zelantissimo- renderebbe meglio il -zelator-, ma senza un verbo col segnacaso genitivo -di vedere, di creare-, si cadrebbe nell'oscuro, e forse nel barbaro, anche in italiano. (-Nota del Trad. Ital.-) [314] -Era bell'uomo- (l. II, c. I, p. 399). È da osservarsi che -il riso sarcastico- dell'edizione di Bracciano non si trova nel manoscritto romano pubblicato dal Muratori. Di ritorno dal suo primo esilio, veniva dipinto siccome un mostro. -Rienzi traeva una ventrasca tonna trionfale a modo de un abbate asiano or asinino- (l. III, c. 18, p. 523). [315] Comunque stravagante possa sembrare una tal festa, se ne erano vedute altre simili. Nel 1327, un Colonna e un Orsini furono creati cavalieri dal popolo romano, che tentava questa via per avvicinare le due famiglie; fu apprestato a ciascuno de' due candidati un bagno d'acqua di rose; lor vennero apparecchiati letti con reale magnificenza, e a S. Maria d'Araceli sul Monte Capitolino furono serviti dai venti -buoni uomini-. Ricevettero indi da Roberto, re di Napoli, la spada di cavalieri (-Hist. rom.-, l. I, c. 2, p. 259). [316] Tutti credeano in quel tempo alla lebbra e al bagno di Costantino (Petr. -epist. fam.- VI, 2); e il Rienzi, per giustificare in appresso la propria condotta presso la Corte di Avignone, allegò che un divoto Cristiano non poteva avere profanato un vaso di cui s'era servito un Pagano. Cionnullameno quando venne lanciata contro il tribuno una Bolla di scomunica, fra i motivi della medesima veniva anche specificato questo delitto (Hocsemio, presso il Du Cerceau, p. 189, 190). [317] Questa intimazione verbale fatta al Pontefice Clemente VI, narrata dal Fortifiocca, e che trovasi in un manoscritto del Vaticano, viene negata dal biografo del Petrarca (t. II, -not.-, p. 70-76); egli si giova però d'argomenti più speciosi che atti a convincere. Non è maraviglia, se la Corte di Roma non desiderò di entrare in una quistione sì dilicata. [318] Quanto ai due Imperatori rivali, che il Rienzi citò al suo tribunale, è l'Hocsemio (Du Cerceau, p. 163-166) che racconta questo tratto di libertà e di follia. [319] È cosa singolare che il Fortifiocca non abbia fatto cenno di questa coronazione, verisimile per sè stessa, e confermata dalle testimonianze dell'Hocsemio e del medesimo Rienzi (Du Cerceau, p. 167-170-229). [320] -Puoi se faceva stare denante a se, mentre sedeva, li baroni tutti in piedi ritti co le vraccia piegate, e co li capucci tratti. Deh como stavano paurosi- (-Hist. rom.-, l. II, c. 20, p. 409)! Gli ha veduti, ce li fa vedere. [321] La lettera, colla quale il Rienzi giustifica la condotta tenuta verso i Colonna (Hocsemio, presso Du Cerceau, p. 222-229), svela al naturale un mariuolo ad un tempo ed un pazzo[322]. [322] Trovo un concetto affatto identico nel Cantore del Ricciardetto. «E v'è un misto di matto e di briccone.» (-Nota dell'Ed.-) [323] Rienzi, nella lettera che abbiam citata poc'anzi, attribuisce a S. Martino il Tribuno e a Bonifazio VIII, nemici della Casa Colonna, a sè medesimo e al popolo romano, la gloria di questo combattimento, che il Villani (l. XII, c. 104) trasforma in una regolare battaglia. Il Fortifiocca (l. II, c. 34-37) descrive partitamente e con semplicità il disordine del combattimento, la fuga de' Romani, e la viltà di Rienzi. [324] Parlando della caduta della famiglia Colonna, intendo qui solamente quella di Stefano. Il Padre Du Cerceau confonde spesse volte il padre ed il figlio. Dopo l'estinzione del primo ramo, questa Casa si è perpetuata ne' rami collaterali da me non conosciuti in un modo abbastanza esatto. -Circumspice,- dice il Petrarca, -familiae tuae statum, Columniensium- domos: -solito pauciores habeat Columnas. Quid ad rem? Modo fundamentum stabile, solidumque permaneat.- [325] Il Convento di S. Silvestro era stato fondato e dotato dai Cardinali della Casa Colonna a favore di quelle loro parenti che volessero abbracciare la vita monastica, e la stessa Casa Colonna continuò sempre a proteggerlo. Nel 1318 le religiose erano in numero di dodici. Le altre figlie di questa Casa aveano la permissione di sposare i lor cugini in quarto grado, dispensa fondata sul picciolo numero delle nobili famiglie romane, e sulle strette loro parentele (-Mém. sur Pétrarque-, t. I, p. 110; t. II, p. 401). [326] Il Petrarca scrisse alla famiglia Colonna una lettera piena di ricercatezza e di pedanteria (-Fam.-, l. VII, -epist.- 13, p. 682, 685). Vi si vede un'amicizia annegata in mezzo al patriottismo. -Nulla toto orbe principum familia carior; carior tamen respublica, carior Roma, carior Italia.- «-Je rends graces aux Dieux de n'être pas Romain.-» [327] Polistore, autore contemporaneo che ha conservati molti fatti originali, nè privi di vezzo per gli eruditi (-Rer. Ital.-, t. XXV, c. 31, p. 798-804), accenna oscuramente questa assemblea, e le opposizioni che trovò il Rienzi nella medesima. [328] Il P. Du Cerceau (p. 196-252) ha tradotti i Brevi e le Bolle di Clemente VI contra il Rienzi seguendo gli Annali Ecclesiastici di Oderico Rainaldi (A. D. 1347, n. 15-17-21) che trovò questi atti negli archivj del Vaticano. [329] Mattia Villani descrive l'origine, il carattere e la morte di questo Conte di Minorbino, uomo -di natura incostante et sanza fede-. Era stato avo del Minorbino un astuto notaio che arricchitosi delle spoglie de' Saracini di Nocera, comperò indi la Nobiltà. -V.- il suo imprigionamento, e gli sforzi fatti a pro del medesimo dal Petrarca (t. II, p. 149-151). [330] Mattia Villani (l. II, c. 47; l. III, c. 33-57-78) e Tommaso Fortifiocca (l. III, c. 1-4) narrano le turbolenze accadute in Roma fra l'intervallo della partenza e del ritorno del Rienzi. Non mi sono fermato sulle amministrazioni del Cerroni e del Baroncelli che imitarono unicamente il Rienzi, loro modello. [331] Lo zelo di Polistore, l'Inquisitore dominicano (-Rer. ital.-, t. XXV, c. 36, p. 819), ha, non v'è dubbio, esagerato queste visioni, non saputesi nè dagli amici, nè dai nemici del Rienzi. Se questi avesse affermato, che il Regno dello Spirito Santo sottentrava in vece di quello di Cristo, che la tirannide del Pontefice doveva essere abolita, non si sarebbe tardato a convincerlo di eresia e di ribellione, senza dar disgusto al popolo di Roma. [332] La maraviglia, e quasi gelosia, del Petrarca è una prova, se non della verità di questo fatto incredibile, almeno della buona fede di chi lo racconta. L'abate di Sade (-Mém.- t. III, p. 242) cita la sesta epistola del lib. decimoterzo del Petrarca; ma egli ha consultato il manoscritto reale, non l'edizione ordinaria di Basilea (p. 920). [333] Egidio, o Gille Albornoz, Nobile spagnuolo, Arcivescovo di Toledo, e Cardinale Legato in Italia (A. D. 1353-1367), restituì coll'armi e col consiglio l'autorità temporale ai Pontefici. Sepulveda ne ha scritta la vita; ma il Dryden non ha potuto ragionevolmente supporre che il nome di Albornoz, o di Volsey fosse pervenuto all'orecchio del Mufti della tragedia del -Don Sebastiano-. [334] Il P. Du Cerceau (p. 344-394) ha tolta da Mattia Tillani e dal Fortifiocca la sua relazione sulle azioni e la fine del Cavaliere di Montréal, vissuto da ladro e morto da eroe. Capo di una compagnia libera (la prima di queste bande che avesse ancora desolata l'Italia) si arricchì e divenne formidabile; aveva impiegato danaro in tutti i banchi, e a Padova, solamente, sessantamila ducati. [335] Il Fortifiocca che non si mostra nè amico, nè nemico del Rienzi, ne racconta con tutte le particolarità (l. III, p. 12-25) l'esilio, la seconda amministrazione e la morte. Il Petrarca che amava il -Tribuno-, intese con indifferenza la morte del -Senatore-. [336] L'abate di Sade descrive in piacevole modo, e attenendosi allo stesso Petrarca, la fiducia e le speranze deluse del Poeta (-Mem.- t. III, p. 375-413); ma il maggior cordoglio, benchè il più nascosto, fu per lui la corona che il Poeta Zanubi ottenne dalle mani medesime dell'Imperatore Carlo IV. [337] -V.- nell'Opera aggradevole ed esatta dell'abate di Sade le lettere scritte dal Petrarca, nel 1334, a Benedetto XII (t. I, p. 261-265), nel 1342, a Clemente VI (t. II, p. 45-47) e nel 1336, ad Urbano V (t. III, p. 677-691); l'elogio dell'ultimo di questi Pontefici (p. 711-715), l'apologia del medesimo (p. 771); e si consulti (-Opp.- p. 1068-1085) ove si rinverrà il parallelo pieno di fiele che il Petrarca instituisce fra il merito della Francia e quel dell'Italia. [338] -Squallida sed quoniam facies, neglectaque cultu- -Caesaries; multisque malis lassata senectus- -Eripuit solitam effigiem; vetus accipe nomen;- -Roma vocor.- (Carm. l. II, p. 77.) Protrae una tale allegoria al di là di tutti i limiti, e sin della pazienza dei leggitori. Le lettere in prosa che il Petrarca scrisse ad Urbano V sono più semplici e più persuasive (-Senilium-, l. VII, p. 811-827; l. IX, -epist.- 1. p. 844-854). [339] -In vece di credulità bisognava dire fede, o credenza, perchè credulità significa credenza eccessiva senza motivi di credibilità. S. Paolo scrisse- rationabile obsequium vestrum. -Si sa poi da quella parte d'istoria Ecclesiastica risguardante i Papi specialmente, ch'essi furono premurosissimi, per loro istituto, di tener fermi gli animi nella credenza.- (Nota di N. N.) [340] Non ho tempo di trattenermi sulle leggende di Santa Brigida e di Santa Catterina: la seconda di queste leggende potrebbe somministrare alcune dilettevoli storie. L'impressione che fecero sull'animo del Papa è attestata dai discorsi tenuti da lui medesimo al letto di morte, quando avvertì i circostanti -ut caverent ab hominibus, sive viris, sive mulieribus, sub specie religionis loquentibus visiones sui capitis, quia per tales ipse seductus- etc. (Baluzio, -Not. ad vit. pap. Avenionensium-, t. I, p. 1223). [341] Questa spedizione di scorridori viene narrata dal Froissard (Chronique, t. I, p. 230) e nella Vita del Du Guesclin (-Collection générale des Mémoires historiques-, t. IV, c. 16, p. 107-113). Fin dall'anno 1361 la Corte avignonese avea sofferte violenze da bande d'uomini della stessa indole, che indi attraversavano l'Alpi (-Mémoires sur Pétrarque-, tom. III, p. 563-569). [342] Il Fleury, seguendo gli Annali di Oderico Rinaldi, cita il Trattato originale stipulato e sottoscritto nel dì 21 decembre, 1776, fra Gregorio XI e i Romani (-Hist. eccl.-, t. XX, p. 275). [343] La prima Corona, o -regnum- (Ducange, -Gloss. lat.-, t. V, p. 702), che vedesi far comparsa sulla mitra de' Papi, significa la donazione di Costantino, o di Clodoveo. Bonifazio VIII vi aggiunse la seconda per dare a divedere che i Pontefici, oltre al regno spirituale, un regno temporale possedono. I tre Stati della Chiesa vengono rappresentati dalla triplice Corona che adottarono Giovanni XXII, o Benedetto XII (-Mém. sur Pétr-. t. I, p. 258, 259). [344] Il Baluzio (-Not. ad pap. Avenion.-, t. I, p. 1194, 1195) cita diverse testimonianze intorno alle minacce degli ambasciatori romani e alla rassegnazione dell'Abate di Monte Cassino, -qui ultro se offerens, respondit se civem romanum esse, et illud velle quod ipsi vellent-. [345] Possono leggersi, nelle Vite di Urbano V, e di Gregorio XI, Baluzio, (-Vit. pap. Avenion.-, t. I, p. 363-486), Muratori, (-Script. rer. ital.-, t. III, part. I, pag. 613-712) il ritorno de' Papi a Roma, e l'accoglienza che dal popolo ricevettero. Nelle dispute dello scisma vennero esaminate severamente, benchè con parzialità, tutte le circostanze; soprattutto allor quando accadde la grande verificazione che decise sull'obbedienza della Castiglia, verificazione alla quale il Baluzio, seguendo un manoscritto della Biblioteca di Harlay, rimanda sì di frequente i proprj leggitori nelle sue note, p. 1281, etc. [346] Può forse, chi crede l'immortalità dell'anima, ravvisare nella morte un gastigo per l'uom dabbene? Mostrerebbe così una perplessità nella propria fede. Ma un filosofo non può essere di concorde avviso coi Greci ον οι θεοι φιλουσιν αποθνησκει νεος, -muore giovane chi è amato dagli Dei- (Brunck, -Poetae Gnomici-, p. 231). -V.- in Erodoto (l. I, c. 31) la Novella e morale de' giovani d'Argo. [347] Il Sig. Lenfant, nella -Storia del Concilio di Pisa-, ha compilati e paragonati fra loro i racconti de' partigiani d'Urbano, e di quei di Clemente, degl'Italiani e degli Alemanni, de' Francesi e degli Spagnuoli. Sembra che gli ultimi si mostrassero più operosi e verbosi in questa querela. Il loro editore Baluzio ha nelle sue -Note- somministrate le prove sopra tutti i fatti e i detti che vengono narrati nelle Vite di Gregorio XI e di Clemente VII. [348] Sembra che i numeri adottati dai successori di Clemente VII, e di Benedetto XIII, sciolgano a svantaggio della legittimità di questi Pontefici la quistione. Gl'Italiani li chiamano, senza riguardo, Antipapi, mentre i Francesi, dopo avere ventilate le ragioni d'entrambe le parti, si limitano a dubitare e a tollerare (Baluz., -in Praef.-). È cosa singolare, o piuttosto è cosa da non maravigliarsene, che l'una e l'altra fazione ebbero Santi, visioni e miracoli. [349] Il Baluzio si studia (-Not.- p. 1271-1280) a giustificare la purezza e la pietà de' motivi di Carlo V, Re di Francia: «Questo Principe ricusò di ascoltare le ragioni di Urbano; ma e i partigiani di Urbano non ricusarono forse di ascoltare quelle di Clemente etc.?». [350] Una lettera o declamazione pubblicata col nome di Eduardo III (Baluzio, -Vit. papar. Avenion.-, t. I, p. 553), mostra con quanto zelo la nazione inglese si movesse contra la fazione di Clemente; nè a sole parole si limitò questo zelo. Il Vescovo di Norwick sbarcò a capo di sessantamila fanatici sul Continente (Hume's, -History-, vol. III, p. 57, 58). [351] Oltre a quanto narrano in generale gli Storici, i Giornali di Delfino Gentile, di Pietro Antonio e di Stefano Infessura, nella grande Raccolta del Muratori, ne danno a conoscere quai fossero in quella età lo stato e le sciagure di Roma. [352] Il Giannone (T. VI, l. XXIV, c. VI, p. 247, ediz. Bettoni) suppone che Ladislao si fosse intitolato -Rex Romae-, benchè tale titolo più non si conoscesse dopo l'espulsione dei Tarquinj. Ma si è scoperto in appresso che conveniva leggere -Rex Ramae-, di Rama, oscuro regno congiunto a quel di Ungheria. [353] Qual precipua e decisiva parte abbia sostenuta il Regno di Francia nello scisma di Occidente, leggesi in una Storia particolare, composta sulla traccia di autentici documenti da Pietro Dupuis, ed inserita nel settimo volume dell'ultima edizione dell'opera del Presidente De Thou, amico dello stesso Dupuis (part. XI, p. 110-184). [354] Giovanni Gerson, uno de' più intrepidi fra que' dottori, autore, o per lo meno il propugnatore zelante di questo partito, regolò spesse volte in ordine a ciò la condotta dell'Università di Parigi e della Chiesa Gallicana, come egli medesimo ne parla a lungo ne' proprj scritti teologici, dei quali abbiamo una buona compilazione eseguita dal Le Clerc (-Bibl. choisie-, t. X, p. 1-78). [355] Leonardo Bruni di Arezzo, un di quelli che maggiormente contribuirono al risorgimento della letteratura classica nell'Italia, e che, dopo avere servito parecchi anni alla Corte di Roma, qual Segretario, abbandonò questa carica per assumere l'altra onorevole di Cancelliere della Repubblica di Firenze (Fabr., -Bibl. med. aevi-, t. I, p. 290). Il Lenfant nella sua Opera (-Concile de Pise-, t. I, p. 191-195) ne ha offerta la traduzione di questa curiosa lettera. [356] Non posso passare sotto silenzio la grande lite nazionale che gli ambasciatori dell'Inghilterra sostennero valorosamente contro quelli di Francia. Pretendeano questi che la Cristianità fosse per essenza scompartita in sole quattro grandi nazioni, l'Italia, l'Alemagna, la Francia e la Spagna, sole, secondo essi, che avessero voce nella grande contesa; e quanto ai Regni men vasti (la Danimarca, il Portogallo ec., e vi aggiugnevano l'Inghilterra) non erano che compresi sotto l'una, o l'altra di queste generali divisioni. Gl'Inglesi affermavano per parte loro che le Isole Britanniche, di cui la principale era l'Inghilterra, dovevano essere riguardate come quinta nazione, e quinta nell'aver voce; e per rialzare lo splendore della loro patria ricorsero a tutti gli argomenti che la verità e la favola ai medesimi suggeriva. Comprendendo nelle Isole Britanniche l'Inghilterra, la Scozia, il paese di Galles, i quattro Regni d'Irlanda e le Orcadi, presentarono questi territorj di otto reali Corone, distinte per quattro o cinque lingue, l'inglese, la gallese, il dialetto della contea di Cornovaglia, la scozzese e l'irlandese; asserirono che la maggiore fra queste Isole era lunga, da tramontana ad ostro, ottocento miglia, corrispondenti a quaranta giorni di cammino; che la sola Inghilterra contenea trentadue contee, o cinquantaduemila parrocchie (asserzione un poco avanzata) oltre alle cattedrali, ai collegi, ai priorati, agli ospitali. Furono allegate la missione di S. Giuseppe di Arimatea, la nascita di Costantino, la legazione de' due Primati, ec.; nè venne posta in obblivione la testimonianza di Bartolomeo di Glanville (A. D. 1360 ) il quale non vedeva che quattro Regni nella Cristianità; 1. quel di Roma; 2. quel di Costantinopoli; 3. quel dell'Irlanda, passato negl'inglesi Monarchi; 4. quel della Spagna. Gl'Inglesi trionfarono ne' Consigli; ma per vero dire aggiunsero grande peso alle loro fazioni le vittorie di Enrico V. Ser Roberto Wingfield, ambasciatore di Enrico VIII presso l'Imperatore Massimiliano I, trovò a Costanza le allegazioni d'entrambe le parti, e le fece stampare a Lovanio nel 1517. Vennero indi più correttamente pubblicate nella Raccolta di Vonder-Hardt (t. V), che si giovò di un manoscritto di Lipsia; ma non ho veduto che la compilazione di tali atti pubblicata dal Lenfant (-Conc. de Const.-, t. II, p. 447-453; ec.). [357] Un Ministro protestante, il sig. Lenfant, che abbandonando la Francia, si ritirò a Berlino, ha scritta con molta buona fede, diligenza ed eleganza, la Storia de' tre successivi Concilj di Pisa, di Costanza e di Basilea, in sei volumi in 4. La parte men pregevole di quest'Opera è quanto si riferisce al Concilio di Basilea, la migliore, quella che tratta del Concilio di Costanza. [358] -V.- la -Diss. 27 delle Antichità- del Muratori, e la prima -Istruzione della Scienza delle Medaglie- del P. Joubert e del Barone della Bastia. La Storia numismatica di Papa Martino V e de' suoi successori venne composta da due frati, Moulinet, oriondo francese, e Bonanni, oriondo italiano. Credo però che la prima parte della Serie sia stata rifatta con più recenti medaglie. [359] Oltre alle Vite di Eugenio IV (-Rer. Ital.-, tom. IX, p. 869, e t. XXV, p. 256) il Giornale di Paolo Petroni e di Stefano Infessura, sono i testi più sicuri ed originali che si abbiano intorno alla ribellione de' Romani contra Eugenio IV; il primo che vivea in que' giorni a Roma, tiene il linguaggio di un cittadino, pavido, nella stessa guisa, della tirannide de' preti e di quella del popolo. [360] Il Lenfant (-Conc. de Basle-, t. II, pag. 276-268) nel descrivere la coronazione di Federico III, segue Enea Silvio, spettatore ed attore di questa sfarzosa cerimonia. [361] Il giuramento di fedeltà che il Papa prescriveva all'Imperatore, è stato registrato e consacrato nelle -Clementine- (l. II, tit. 9); ed Enea Silvio, il quale si oppose a questa nuova pretensione del Pontefice, non prevedea che dopo il volgere di pochi anni, ascenderebbe egli stesso il trono di S. Pietro, e abbraccerebbe allora le massime di Bonifazio VIII. [362] -Lo senatore di Roma, vestito di brocarto con quella beretta, con quelle maniche, e ornamenti di pelle, co' quali va alle feste di Testaccio e Nagone-, non ferì forse gli sguardi di Enea Silvio; ma il cittadino di Roma parla con ammirazione e compiacenza di una tal circostanza. [363] -V.- negli -Statuti- di Roma il -Senatore- e i tre -Giudici- (l. I, c. 3-14), i -Conservatori- (lib. I, cap. 15, 16, 17; l. III, c. 4), i -Caporioni- (lib. I, c. 18; l. III, c. 8), il -Consiglio segreto- (lib. III, cap. 2), il -Consiglio comune- (l. III, c. 3). Il titolo delle -querele domestiche-, delle -disfide-, e degli -atti di violenza-, ec., occupa molti capitoli (c. 14-40) del secondo libro. [364] -Statuta almae urbis Romae auctoritate S. D. N. Gregorii XIII, Pont. Max. a senatu populoque Rom. reformata et edita Romae, 1580, in folio.- I vecchi statuti cadendo in disuso, nè convenendo più per l'avvenire ai Romani, furono raccolti in cinque libri non pubblicati. Luca Peto, dotto giureconsulto e antiquario venne incaricato di esserne il Triboniano; per altro io m'augurerei il vecchio codice colla sua rozza corteccia di libertà e di barbarie. [365] Nel tempo ch'io stetti a Roma, e nel tempo parimente che vi soggiornò il sig. Grosley (-Observ. sur l'Italie-, t. II, p. 361), il Senatore di Roma era il sig. Bielke nobile svedese che aveva abbracciata la religione cattolica. Gli Statuti accennano anzichè determinare i ' . , 1 , ; ' , 2 ' , 3 . , 4 ' , ' 5 . 6 , , 7 , , , 8 ; , 9 , 10 , , 11 . - - , 12 ' 13 . , 14 , ' , 15 , 16 , ' , ' , , 17 ' [ ] . 18 ' , 19 . 20 , , 21 . 22 ' . 23 , 24 ' 25 [ ] . 26 27 [ . . ] 28 29 ( ) , 30 [ ] ; 31 ' , 32 . , , , 33 ' , 34 [ ] ; , , ' 35 [ ] . - - . 36 ' , 37 , 38 . 39 , , 40 ; , 41 , 42 , ' , 43 , , . 44 ' , 45 ; 46 , , , 47 . 48 , 49 ' 50 , 51 . 52 . ; 53 ; ' , 54 ; , , 55 , . 56 , , 57 . 58 , , 59 , 60 , ' 61 . - - . 62 , ; 63 ' . 64 , 65 ' , , , 66 , . , 67 , 68 , , , 69 [ ] , 70 . 71 , , 72 ; 73 ; 74 75 , 76 . 77 78 , ' 79 , 80 , , 81 , , ' 82 [ ] . 83 [ ] , 84 , , 85 , , , 86 , . 87 ' ; , 88 , 89 . 90 , . 91 , ' 92 , , , 93 ; ' ; 94 95 ' , . , 96 , 97 ; , 98 , 99 , 100 . , 101 - - , ' . 102 103 , ; 104 , 105 . 106 ' 107 . , ' , 108 109 ' . ' 110 ' - - , ; 111 - - . 112 113 , ' 114 , ' , 115 , , ' , 116 , . 117 ' , 118 119 . 120 . 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