l'oratore pien d'ardimento, e sempre apparecchiato, ne svolgeva il
senso, ne applicava la satira, accendea le passioni degli spettatori, e
lasciava tralucere una lontana speranza di conforto e di liberazione. I
privilegi di Roma, la sovranità di essa, eterna su i proprj Principi e
le proprie province, erano, in pubblico e in privato, l'argomento de'
suoi discorsi. Un monumento di servitù divenne fra le sue mani un titolo
di libertà, uno sprone a ricuperarla; intendo il decreto col quale il
Senato concedea amplissime prerogative all'Imperator Vespasiano, inciso
sopra una tavola di bronzo, che vedeasi tuttavia nel coro della chiesa
di S. Giovanni di Laterano[302]. Il Rienzi convocò, per udire la lettura
di un tale decreto, molto numero di plebei e di Nobili, ad accogliere i
quali avea fatto preparare un chiuso recinto. Egli vi comparve vestito
d'un abito in cui scorgeasi la magnificenza e ad un tempo non so che di
mistero; dopo letta e tradotta in volgar lingua questa iscrizione[303],
ne fece il comento diffondendosi con fervida eloquenza sull'antica
gloria del Senato e del popolo, dai quali ogni specie di poter legittimo
derivava. L'indolente ignoranza de' Nobili non permettea loro
d'accorgersi ove andassero a ferire queste singolari rimostranze; alcune
volte per vero dire, maltrattarono con parole, e sin con percosse, il
plebeo che voleva assumere le parti di riformatore; ma spesse volte
ancora gli lasciarono la libertà d'intertenere colle sue minacce e
predizioni i cittadini che attorno al palazzo Colonna assembravansi; e
il moderno Bruto[304] sotto la maschera di pazzo buffone si nascondea.
Mentre così comportava di essere scopo alle lor decisioni, la
restaurazione del -Buono Stato-, sua espressione prediletta, compariva a
mano a mano al popolo un avvenimento desiderabile, poi possibile, e per
ultimo imminente: così preparati gli animi de' plebei ad applaudire al
liberatore che veniva loro promesso, vi fu tra essi chi ebbe il coraggio
di secondarlo.
[A. D. 1374]
Una profezia, o piuttosto una intimazione affissa alla porta del tempio
di S. Giorgio, fu la prima spiegazione pubblica de' suoi disegni;
un'assemblea di cento cittadini, convenuti di notte tempo sul monte
Aventino, fu il primo passo verso l'esecuzione di questi disegni. Dopo
avere preteso dai cospiratori un giuramento di mantenere il segreto e di
aiutarlo, mostrò loro l'importanza dell'impresa e la facilità di
condurla a termine: discordi fra loro i Nobili, privi di soccorsi, forti
soltanto pel timore che l'immaginaria loro possanza inspirava; congiunti
nel popolo il diritto e il potere; bastanti le rendite della Camera
Appostolica ad alleggerire la miseria pubblica; l'utile che lo stesso
Pontefice avrebbe trovato nel vederli trionfare de' nemici del governo e
della libertà. Dopo avere assicurato alla manifestazione delle sue
intenzioni l'appoggio di una banda di fedeli partigiani, ordinò loro, a
suon di tromba, di essere, senz'armi, nella notte della domane, innanzi
alla chiesa di S. Angelo per provvedere alla restaurazione del -Buono
Stato-; fu questa notte impiegata nel far celebrare trenta Messe ad
onore dello Spirito Santo. Allo schiarire del giorno uscì della chiesa
col capo scoperto, armato di tutto punto, e fiancheggiato da cento
cospiratori. Il Vicario del Pontefice, semplice Vescovo di Orvieto,
indotto a sostenere una parte in questa singolare cerimonia, camminava
alla destra del Rienzi, dinanzi al quale venivano portati tre stendardi,
emblemi dei disegni de' congiurati. L'un d'essi stendardi, detto la
-bandiera della Libertà-, rappresentava Roma, che, seduta sopra due
lioni, tenea in una mano una palma, nell'altra un globo; sul secondo
stendardo, -bandiera della Giustizia-, vedeasi S. Paolo colla spada
sguainata; sul terzo, S. Pietro colle chiavi della -Concordia- e della
-Pace-. Incoraggiavano il Rienzi gli applausi d'una innumerabile folla
che intendea poco il significato di tutto questo apparecchio, ma datasi
cionnullameno a grandi speranze: la processione si condusse lentamente
dal Castel Sant'Angelo al Campidoglio. Nondimeno alcuni interni moti che
il Rienzi si sforzava nascondere, non permetteano all'animo suo di darsi
con piena tranquillità al sentimento del suo trionfo. Asceso, senza
incontrare ostacoli e con apparente fiducia, sulla rocca della
Repubblica, dall'alto del balcone arringò il popolo, che ne confermò gli
atti e le leggi nel modo per lui il più lusinghiero. I Nobili, come se
stati fossero sforniti di armi, e inabili a prendere verun partito,
rimasero spettatori costernati e silenziosi di questa stravagante
sommossa, per la quale era stato ad arte scelto il momento, in cui
Stefano Colonna, il più formidabile di tutti i Nobili, dimorava fuori di
Roma. Al primo sentore delle accadute cose, vi ritornò, e standosi nel
suo palagio, ostentò di sprezzare questo movimento popolare, facendo
noto al Deputato del Rienzi, che a proprio bell'agio avrebbe fatto
gettar giù dalle finestre del Campidoglio il pazzo, dal quale
quell'ambasceria gli veniva. Immantinente sonò a stormo la grande
campana; e fu tanto rapida la sollevazione, e tanto incalzante il
pericolo, che Stefano Colonna raggiunse a precipizio il sobborgo S.
Lorenzo, d'onde, dopo avere preso fiato un istante, si allontanò, sempre
colla medesima sollecitudine, fintantochè si vedesse in sicuro nel suo
Castello di Palestrina, ove in appresso rampognò sè medesimo di poca
antiveggenza, per non avere spenta la prima scintilla di un sì
formidabile incendio. Dal Campidoglio emanò una intimazione generale e
perentoria a tutti i Nobili, perchè si ritirassero tranquillamente ne'
loro dominj; questi obbedirono, e la loro partenza assicurò la
tranquillità di Roma, che sol cittadini liberi, ed obbedienti al nuovo
ordine di cose, omai racchiudea.
Ma una sommessione volontaria coi primi trasporti dell'entusiasmo
dileguasi, onde il Rienzi conobbe quanto gli rilevasse giustificare la
sua usurpazione col darle forme regolari, e mediante un titolo legale
sancirla. Dipendea dalla sua volontà che il popolo grato, ed ebbro del
riacquistato uso del potere, accumulasse sopra di lui i titoli di
Senatore e di Console, d'Imperatore e di Re; ma preferì l'antico e
modesto nome di tribuno; sacro titolo del quale la protezione delle
Comuni formava l'essenza: quell'ignorante plebe poi non sapea che il
tribunato non avea mai conferito il diritto di partecipare al potere
legislativo, o esecutivo della Repubblica. Col nome pertanto di tribuno,
il Rienzi, acconsentendo i Romani, pubblicò salutarissimi regolamenti
per la restaurazione e il mantenimento del -Buono Stato-. Conforme ai
voti della onestà e della inesperienza, fu promulgata una legge per
terminare entro quindici giorni tutte le cause civili. La frequenza in
que' giorni degli spergiuri, e i gravi danni che ne derivavano,
giustificano forse un'altra legge che puniva il calunniatore, o il
testimonio falso, colla medesima pena cui sarebbe soggiaciuto, se
colpevole, l'accusato. Il legislatore può vedersi costretto dai
disordinamenti politici del tempo a percotere con pena capitale tutti
gli omicidj, a prescrivere il taglione per qualsisia ingiuria. Non
essendovi da sperare una buona amministrazione della giustizia che dopo
avere abolita la tirannide de' Nobili, fu stabilito, che niuno, eccetto
il supremo Magistrato, non avrebbe il possesso, o il comando delle
porte, de' ponti, o delle torri dello Stato; che niun presidio
particolare verrebbe introdotto nelle città o castella del territorio
romano; che niun privato avrebbe il dritto di portar armi, o di
fortificar la sua casa, nè in città, nè in campagna; che i Baroni
sarebbero eglino stessi mallevadori della sicurezza delle pubbliche
strade, e dello spaccio libero delle derrate; che ogni protezione
conceduta ai malfattori ed ai ladri verrebbe punita con una menda di
mille marchi d'argento. Inutili però e ridicoli sarebbero stati questi
regolamenti, se non gli avesse sostenuti una forza capace di tenere a
freno la licenza de' Nobili. Al primo momento di sospetto, la campana
del Campidoglio potea mettere in armi più di ventimila volontarj; ma il
tribuno e le leggi abbisognavano d'una forza più regolare e più stabile.
In ciascun porto della costa, venne collocato un naviglio incaricato di
proteggere il commercio. I tredici rioni della città somministrarono,
vestirono, e pagarono a proprie spese una milizia permanente di
trecensessanta uomini a cavallo, e di mille trecento fantaccini; e già
si ravvisa lo spirito delle repubbliche nel donativo di cento fiorini,
assegnato con decreto, come testimonianza dì pubblica gratitudine agli
eredi de' militari che pel servigio dello Stato avessero perduta la
vita. Senza timore di comparire sacrilego, il Rienzi adoperò le rendite
della Camera Appostolica alla pubblica difesa, alla istituzione di
pubblici granai, al sollievo delle vedove, degli orfani, e de' conventi
poveri. L'imposta sui fuochi, l'altra sul sale, e l'altra sulle dogane,
produceano ciascuna centomila fiorini annuali[305]; gli è forza credere
che gli abusi fossero giunti al massimo eccesso, se, come vien detto, la
giudiziosa assegnatezza del tribuno triplicò, in quattro, o cinque mesi,
la rendita della tassa sul sale. Dopo avere così riordinate le forze e
le rendite della Repubblica, il Rienzi intimò ai Nobili, che ne'
solitarj loro castelli continuavano tuttavia a godere independenza, di
trasferirsi al Campidoglio, per prestare ivi giuramento di fedeltà al
nuovo Governo, e di sommessione alle leggi del -Buono Stato-. Temettero
questi per la loro sicurezza, ma ben sentendo che un rifiuto sarebbe
stato anche più pericoloso dell'obbedienza, i Principi, e i Baroni
ritornarono a Roma, e come semplici e pacifici cittadini rientrarono
nelle proprie case. I Colonna, gli Orsini, i Savelli, e i Frangipani si
videro confusi dinanzi al tribunal d'un plebeo, di quel vil buffone che
aveano sì spesse volte deriso, alla quale umiliazione aggiugneasi la
rabbia di dover celare, senza averne la forza, l'interno dispetto. Egual
giuramento fu pronunziato a mano a mano dalle diverse classi della
società, dal Clero e dagli agiati cittadini, dai giudici e dai notai,
dai mercanti e dagli artigiani. L'ardore e la sincerità delle giurate
cose, vie più manifestavasi a proporzione dell'avvicinarsi alle ultimi
classi. Tutti giurarono di vivere e di morire in seno della Repubblica e
della Chiesa, l'interesse della quale il Tribuno ebbe l'arte di
collegare al proprio, chiamando per formalità suo collega nella carica
il Vescovo d'Orvieto, Vicario del Papa. Gloriavasi il Rienzi di avere
liberati il trono e il Patrimonio di S. Pietro da un'aristocrazia di
ribelli, e Clemente VI, rallegrandosi per allora di vedere depressi i
Nobili, mostrava di credere alle manifestazioni d'affetto che gli
venivano per parte del Riformatore, di averne per accetti i servigi e di
confermare la podestà che il popolo gli avea conferita. Un intensissimo
zelo per la purezza della Fede animava le parole, e forse il cuore del
Rienzi; lasciò credere accortamente che lo Spirito Santo lo avesse
incaricato di una missione soprannaturale, condannò a gravi multe
pecuniarie coloro che non adempirebbero il dovere annuale della
Confessione e della Comunione, si diede con opera indefessa e vigorosa a
mantenere la felicità spirituale e temporale del fedele suo popolo[306].
Non si è forse mostrata giammai con tanto vigore la forza del carattere
di un sol uomo, come nel subitaneo cambiamento politico, benchè
passeggiero, che il tribuno Rienzi operò. Egli sottomise un covazzo di
banditti alla disciplina d'un esercito, o d'un convento; paziente
nell'ascoltare, pronto nel render giustizia, inesorabile nelle
punizioni. Facilmente poteano avvicinarsi a lui il povero e lo
straniero. Nè la nascita, nè le dignità, nè le immunità della Chiesa
valevano a salvare un reo, o i complici del reo. Aboliti in Roma gli
edifizj privilegiati, e tutti quegli asili che impacciavano ne' loro
atti gli ufiziali della giustizia, adoperò il ferro e il legno de'
distrutti cancelli alle fortificazioni del Campidoglio. Il vecchio padre
dei Colonna, che avea nel proprio palagio dato asilo a un colpevole,
soggiacque al duplice obbrobrio di averlo voluto salvare e di fare
scorgere la sua impotenza. In vicinanza di Capranica erano stati rubati
un mulo e un vaso d'olio. Il Signor del Cantone, che apparteneva alla
famiglia Orsini, fu condannato a pagare il valore del mulo e dell'olio,
ed inoltre un'ammenda di cinquecento fiorini, per non avere mantenuta
ben difesa la strada; nè la persona de' Baroni, meglio delle lor case o
terre, sottraevasi al rigor delle leggi. O fosse caso, o il facesse ad
arte, Rienzi usava eguale severità ai Capi delle opposte fazioni. Pietro
Agapito Colonna, stato Senatore di Roma, fu arrestato in mezzo alla
strada per un'ingiustizia commessa, o per debiti; e Martino degli Orsini
che ad altri atti di violenza e rapina aggiunse quello di predare un
naviglio naufragato alla foce del Tevere, dovette riparare colla sua
morte l'oltraggio fatto alla pubblica giustizia[307]. Nè il nome di lui,
nè la porpora di due zii Cardinali, nè un maritaggio di recente
contratto, nè lo stato di convalescenza, in cui trovavasi dopo una
mortale infermità, furono circostanze atte a smovere l'inflessibile
Tribuno, che volendo dare un esempio, avea scelta già la sua vittima. I
pubblici ufiziali strapparono dal suo palagio e dal suo letto nuziale
Martino; breve ne fu il processo, e fuor d'ogni dubbio apparve
l'evidenza dei commessi delitti; la squilla del Campidoglio adunò il
popolo; il reo, spogliato del suo manto, ginocchione, e colle mani
legate dietro la schiena, ascoltò la sua sentenza di morte; poscia,
concedutigli brevi momenti per confessarsi, venne condotto al patibolo.
D'indi in poi, qualunque reo, perdendo ogni speranza di evitare il
castigo, quanti eranvi scellerati, partigiani del disordine e oziosi,
purificarono colla loro fuga i recinti e il territorio di Roma. «Allora,
dice il Fortifiocca, le foreste si allegrarono per non essere più dai
masnadieri infestate; i buoi ripigliarono i lavori dell'agricoltura; i
pellegrini tornarono a visitare le chiese; le strade maestre e i
pubblici alberghi si empierono di viaggiatori; il commercio,
l'abbondanza, la buona fede ricomparvero ne' mercati, talchè una borsa
piena di oro poteasi lasciar con sicurezza in mezzo ad una strada la più
frequentata». Quando i sudditi non hanno motivo di temere per le proprie
vite e sostanze l'industria e le ricchezze che la compensano, risorgono
ben tosto di per sè stesse. Roma si manteneva sempre le Metropoli del
Mondo cristiano, e gli stranieri che dalla felice amministrazione del
Tribuno erano stati protetti, ne magnificavano per ogni dove la fortuna
e la gloria.
Incoraggiato dal buon successo de' primi divisamenti, il Rienzi concepì
un'idea anche più vasta, ma forse chimerica di per sè stessa; quella di
unire i diversi Stati dell'Italia, fossero principati, o città libere,
in una Repubblica federale, in cui Roma tenesse, come altre volte, e
giustamente, il primo grado. Non meno eloquente negli scritti che ne'
discorsi, incaricò di numerose sue lettere diversi messaggieri fedeli e
solleciti, che portando in mano un bianco bastone, attraversavano i
boschi e le montagne, e venivano, anche presso i paesi nemici,
riguardati com'uomini insigniti del sacro carattere di ambasciatori.
Fosse adulazione, o verità, raccontarono, tornando dal loro viaggio, di
aver trovati gli orli delle strade piene di prostrate turbe, che
imploravano al loro cammino un buon successo dal Cielo. Se le passioni
fossero state capaci di ascoltar la ragione, se l'interesse pubblico
avesse potuto trionfare del privato, certamente l'Italia confederata e
retta da un Tribunale supremo, si sarebbe riavuta dai mali che le sue
discordie intestine le aveano apportati, e avrebbe chiuse le Alpi ai
Barbari del Settentrione. Ma l'epoca favorevole ad una tale unione era
trascorsa; e se Venezia, Firenze, Siena, Perugia, e alcune città di
minor ordine offersero al -Buono Stato- la vita e le sostanze de' lor
cittadini, i tiranni della Lombardia e della Toscana non poteano che
disprezzare, o abborrire il plebeo che era pervenuto a fondare una
libera costituzione. Però le risposte che vennero e dalle une e dalle
altri parti d'Italia, abbondavano di manifestazioni di amicizia e di
riguardo al Tribuno. Nè andò guari che il Rienzi ricevè gli ambasciatori
dei Principi e delle Repubbliche, e in mezzo a tanto concorso di
stranieri, e con tutti quelli coi quali o per affari, o per piacere
conversò il notaio plebeo, seppe mantenere il contegno or maestoso, or
nobilmente affabile che ad un Sovrano si addice[308]. L'istante più
glorioso del suo regno si fu allor quando Luigi, Re d'Ungheria, invocò
la giustizia del Tribuno contro la cognata, Giovanna, Regina di Napoli,
accusata di aver commesso al capestro il marito[309]. Il processo di
questa Sovrana venne solennemente a Roma agitato; ma dopo avere uditi
gli avvocati d'ambe le parti[310], il Rienzi ebbe il senno di differire
ad altro tempo la decisione di un sì alto affare, che la spada
dell'Ungarese non tardò poi a conchiudere. Oltre le Alpi, e soprattutto
ad Avignone, questo grande cambiamento di cose eccitò curiosità,
sorpresa ed applausi. Rammentando che il Petrarca era vissuto in
intrinsechezza col Rienzi, e lo avea fors'anche confortato co' suoi
consigli, non troveremo cosa maravigliosa, se gli scritti pubblicati dal
Poeta in que' giorni spirano per ogni dove ardore di patriottismo e di
gioia; il rispetto ch'egli professava al Pontefice, la gratitudine che
doveva ai Colonna, sparvero a fronte de' più sacri obblighi di
cittadino. Il Poeta laureato del Campidoglio approva la sommossa, ne
applaudisce l'Eroe, e in mezzo ad alcuni suggerimenti, e ad alcune paure
che trapelano nella sua -Epistola hortatoria-, annunzia alla Repubblica
belle speranze di una grandezza eterna, e sempre più luminosa[311].
Intantochè il Petrarca alle sue visioni profetiche si abbandonava,
rapidamente declinavano la fama e il poter del suo Eroe. Il popolo che
avea contemplata ammirando l'ascensione della meteora, incominciava ad
accorgersi delle irregolarità che essa dava a diveder nel cammino, e
delle ombre che spesse volte ne oscuravano lo splendore. Più eloquente
che giudizioso, più intraprendente che risoluto, il Rienzi non
assoggettava, quanto avrebbe dovuto, le facoltà della sua mente
all'impero della ragione, ed esagerava sempre in proporzione decupla a
sè medesimo e gli argomenti della speranza e que' del timore; onde la
prudenza che non avrebbe di per sè sola bastato ad innalzarlo a sì alto
grado, non si prese cura di mantenervelo. Giunto all'apice della
grandezza, le sue buone qualità presero insensibilmente l'indole di que'
vizj che confinano con ciascuna virtù.
La giustizia di lui tralignò in crudeltà, la liberalità in profusione,
il desiderio di fama in ostentazione e vanità puerile. Egli avrebbe
dovuto non ignorare che i primi Tribuni, tanto forti e sacri nella
pubblica opinione, non diversi nel tuono, nelle vesti, nel contegno da
un qualunque altro plebeo, da questo si distinguevano solo allora, che
adempiendo gli atti del proprio ufizio, trascorreano la città a piedi,
accompagnati da un solo -viator-, o sergente[312]. Si sarebbero sdegnati
i Gracchi, o forse non avrebbero frenate le risa in veggendo il lor
successore attribuirsi i predicati di SEVERO E MISERICORDIOSO,
LIBERATORE DI ROMA, DIFENSORE DELL'ITALIA[313], AMICO DEL GENERE UMANO,
DELLA LIBERTÀ', DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA; TRIBUNO AUGUSTO. Con un
apparecchio teatrale il Rienzi avea preparato il cambiamento politico
della sua patria; ma di poi, abbandonatosi al lusso e all'orgoglio,
abusò della politica massima che consiglia di parlare ad un tempo agli
occhi e all'animo della moltitudine. Avea ricevuti tutti i doni esterni
dalla natura[314]; ma l'intemperanza col farlo divenire troppo pingue,
lo sformò; sol con una gravità e severità ostentate correggea in
pubblico la sua propensione al riso smodato. Vestiva, almeno ne' giorni
di gala, un abito di velluto, o di raso di varj colori, foderato di
pelliccia e ricamato d'oro: il bastone della sua magistratura che tenea
in mano, era uno scettro d'acciaio tratto ad estrema pulitura,
sormontato da un globo e da una Croce d'oro, che racchiudeva un pezzetto
della vera Croce. Allorchè trascorrea la città, od assisteva ad una
processione, cavalcava un bianco palafreno, simbolo del Governo regio;
gli sventolava sopra la testa il grande stendardo della Repubblica, su
di cui erano dipinti il Sole in mezzo ad un campo di stelle, una colomba
e un ramo d'olivo; gettava alla plebe piastre d'oro e d'argento;
cinquanta guardie armate di labarde lo circondavano; lo precedea uno
squadrone di cavalleria fornito di timballi e di trombe d'argento
massiccio.
[A. D. 1347]
Il desiderio che manifestò di ottenere il grado di Cavaliere[315] diede
solennità all'abbiezione de' suoi natali, e invilì la dignità del suo
ufizio; oltrechè, col farsi armar cavaliere, divenne ad un tempo odioso
ai Nobili, fra i quali prendeva sede, e ai plebei che da lui si vedevano
abbandonati. Per una tal cerimonia, che dissipò le somme che rimaneano
nell'erario, fu posto in opera tutto quanto il lusso e le arti di quella
età potevano somministrare. Partitosi dal Campidoglio il corteggio, si
trasferì al palagio di Laterano, trovando per tutto il cammino e
decorazioni, e giuochi che ne festeggiavano il passaggio; l'Ordine
civile e il militare marciavano, ciascuno, sotto le proprie bandiere; le
matrone romane accompagnavano la moglie del Tribuno, e gli Ambasciatori
de' diversi Stati dell'Italia, presenti alla cerimonia, dovettero
certamente applaudire in pubblico, e deridere in loro cuore, una pompa
tanto nuova e bizzarra. Giunto la sera alla Chiesa e al palagio di
Costantino, congedò, ringraziandola la numerosa sua comitiva, e la
invitò per la festa della domane. Ricevette l'Ordine dello Spirito Santo
da un vecchio Cavaliere dopo la purificazione nel bagno. Nel compiere
questa cerimonia, più che con ogn'altro suo atto, il Tribuno disgustò e
venne in ira ai Romani per essersi valso dal vaso di porfido, d'onde,
giusta una ridicola tradizione, Costantino avea per opera del Pontefice
Silvestro ricevuto il risanamento dalla lebbra che lo affliggea[316].
Osò indi vegliare, o piuttosto dormire, nel recinto sacro del
battistero; ed un caso fortuito avendo fatto cadere il suo letto
solenne, venne tratto da ciò il presagio della sua vicina caduta. Nel
seguente giorno, allorchè i Fedeli si adunavano per le cerimonie del
culto, si mostrò alla folla in maestoso atteggiamento, vestito di
porpora, colla spada e cogli speroni d'oro. Giuntane ad estremo grado la
stoltezza e l'audacia, interruppe i Santi Misteri, alzandosi dal trono,
e fatti alcuni passi verso l'Assemblea, ad alta voce gridò. «Noi
intimiamo al Pontefice Clemente di comparire al nostro Tribunale; gli
comandiamo di risedere nella sua diocesi di Roma; la stessa intimazione
di presentarsi dinanzi a noi volgiamo al Collegio de' Cardinali[317], e
ai due pretendenti Carlo e Lodovico di Baviera, che si arrogano i titoli
d'Imperatori; ordiniamo parimente a tutti gli Elettori dell'Alemagna che
c'instruiscano con qual pretesto hanno usurpato il diritto inalienabile
del popolo romano, solo, antico e legittimo Sovrano dell'Impero[318]».
Sguainò indi la sua spada, vergine ancora, l'agitò per tre riprese verso
le tre parti del Mondo, e nel delirio che lo avea preso, per tre volte
esclamò: «E ciò ancor mi appartiene». Il Vescovo di Orvieto, Vicario del
Papa, voleva adoperarsi ad arrestare il corso di tutte queste pazzie; ma
una musica guerresca soffocava le sue deboli proteste; nè osò
autenticarle col togliersi dall'Assemblea; ma anzi terminata la
cerimonia, pranzò col suo collega Rienzi ad una tavola, fino a quel dì
riservata pel solo Pontefice. Fu apparecchiato un banchetto sullo stile
delle mense di cui un giorno i Cesari soleano presentare i Romani. Gli
appartamenti, i portici, i cortili del palagio di Laterano vedeansi
tutti ingombrati da tavole per gli uomini e per le donne di ogni grado:
un torrente di vino sgorgava dalle narici del cavallo di bronzo che
portava la statua del fondatore di Costantinopoli, e se d'alcuna cosa
difettava quel convito, difettava sol d'acqua: le cure presesi per il
buon ordine e la paura tennero in freno la popolare licenza. Venne indi
assegnato il giorno per l'incoronazione di Rienzi[319]. I più
ragguardevoli personaggi del Clero romano gli posero, l'un dopo l'altro,
sul capo sette corone di differenti metalli, che rappresentavano i Sette
Doni dello Spirito Santo: in tal guisa s'avvisava il Rienzi di seguir
l'esempio degli antichi tribuni! Spettacoli così straordinarj
ingannavano, o lusingavano il popolo, che nella soddisfatta vanità del
suo Capo credea soddisfatta la propria. Ma poichè anche nella vita
privata, si stolse dalle leggi della frugalità e dell'astinenza, i
plebei che sopportato aveano con pazienza il fasto de' Nobili, quello
del loro eguale mal tollerarono. La moglie, il figlio, lo zio del
Rienzi, barbiere di professione, serbando nondimeno ignobili modi,
aveano aperte case da Principi.
Così un semplice cittadino descrive in tuono compassionevole, e forse
con qualche compiacenza, l'umiliazione dei Baroni di Roma: «Comparivano
innanzi al Tribuno col capo scoperto, e colle braccia incrocicchiate sul
petto, e cogli occhi bassi; e oh come tremavano![320]». Fintantochè il
Rienzi contenne unicamente col freno della giustizia la popolazione,
fintantochè le sue leggi parvero essere quelle del popolo romano, la
coscienza costringeva i Nobili ad apprezzare quell'uomo, che detestavano
per orgoglio e per interesse; ma quando le stranezze del Tribuno fecero
sì ch'essi aggiugnessero all'odio il disprezzo, concepirono la speranza
di abbattere un potere, che non era più con egual vigore dalla
confidenza pubblica sostenuto. La comune sventura ridusse per qualche
tempo al silenzio la nimistà dei Colonna e degli Orsini, che si unirono
co' loro voti contra il Rienzi, e forse combinarono insieme i
divisamenti per perderlo. Venne in questo mezzo arrestato un masnadiere
che aveva attentato contro la vita del Tribuno; e, posto alla tortura,
accusò i Nobili, come suoi instigatori. Dacchè il Rienzi incominciò a
meritarsi il destino de' tiranni, ne prese parimente le massime e le
paure. Nello stesso giorno per tanto chiamò, sotto diversi pretesti al
Campidoglio, i suoi principali nemici, tra i quali si noveravano cinque
individui della famiglia Orsini, e tre della Colonna; ma in vece di
trovarsi invitati ad un consiglio, o ad una festa, si videro tenuti
prigionieri sotto la spada del dispotismo, o della giustizia; onde, o
innocenti, o colpevoli, il timore per loro dovette essere eguale. Lo
squillo della maggiore campana avendo adunato il popolo, vennero
accusati di una cospirazione contro la vita del Tribuno; e benchè vi
fosse fra i Romani chi deplorava la sciagura dei prigionieri, un solo
non ardì di sollevare una mano, nemmeno una voce, per sottrarre al
pericolo che le minacciava le teste dei primi Nobili di Roma. La
disperazione sosteneva in essi l'apparenza del coraggio; eglino
trascorsero fra le angosce in separate stanze la notte, e il venerabile
Eroe dei Colonna, Stefano, picchiando alla porta del suo carcere,
supplicò per più riprese le sentinelle perchè con una sollecita morte da
sì indegna schiavitù il liberassero. L'arrivo di un confessore e il
tintinnìo di una campana finalmente fecero ad essi manifesto il loro
destino. Il salone del Campidoglio, preparato all'uopo del sanguinoso
spettacolo, vedeasi tappezzato a rosso e a bianco. Cupa e severa
mostravasi la fisonomia del Tribuno; stavano apparecchiati colle scuri
in mano i carnefici; lo strepito delle trombe soffocava gli accenti che
i Baroni condannati avrebbero voluto volgere ai circostanti; ma in un
momento sì decisivo, lo stesso Rienzi non era men perplesso ed inquieto
de' suoi prigionieri: temea lo splendore dei loro nomi, il risentimento
delle famiglie, l'incostanza del popolo, i rimproveri dell'Universo;
laonde, dopo avere arrecato ad essi mortale oltraggio, potè entrare in
lui la speranza chimerica, che, perdonando, avrebbe ottenuto a sua volta
perdono; e pronunziò un'elaborata diceria assumendo il tuono di
cristiano e di supplichevole; chiamando sè umile ministro dei Corpi
comunali, si fece ad intercedere da questi suoi padroni la grazia de'
Nobili rei, offerendo la propria fede ed autorità, quali mallevadori
della buona condotta che tenuta avrebbero per l'avvenire. «Se la
clemenza de' Romani vi fa grazia, così volse ad essi il discorso, non è
egli vero che promettete di consagrare la vostra vita e le vostre
sostanze alla difesa del -Buono Stato-?». Soprappresi i Baroni da questa
inesplicabil clemenza, risposero con una inchinazione di capo, e
intantochè rinovavano il giuramento di fedeltà, giusta ogni credere,
formavano voti sincerissimi di vendetta[321]. Un sacerdote promulgò a
nome del popolo l'assoluzione loro; poi ricevettero il Pane Eucaristico
in compagnia del Tribuno; indi, dopo avere assistito ad un banchetto,
seguirono la processione; e per tal modo essendo stati adoperati senza
risparmio tutti i contrassegni spirituali e temporali di
riconciliazione, tornarono alle case loro insigniti de' nuovi titoli di
Generali, consoli e patrizj.
La ricordanza del pericolo corso, più che la gratitudine per la loro
liberazione, tennero per alcune settimane cheti gli Orsini e i Colonna;
ma finalmente i più poderosi di entrambe le famiglie, usciti di Roma,
innalzarono a Marino lo stendardo della sommossa. Riparate
affrettatamente le mura di questo castello, i vassalli si trasferirono
presso i loro Signori; chiunque, condannato in contumacia, non potea
sperare la protezion delle leggi, si armò contro il Magistrato; per
tutta la strada che conduce da Marino a Roma, venivano rubate le
mandrie, devastati i vigneti e i campi di biada; e il popolo accusava
Rienzi di quelle calamità che il governo di Rienzi gli avea fatto
dimenticare. Cotest'uomo, il quale faceva assai miglior comparsa dalla
tribuna che sul campo di battaglia, andò lento nelle provvisioni per
arrestare i ribelli, e quando cominciò a decretarne, questi aveano già
raccolti molti soldati e rendute inespugnabili le loro Fortezze. La
lettura di Tito Livio non avea conferito a Rienzi nè il sapere, nè il
valore di un Generale: ventimila Romani si videro costretti a tornar
addietro, privi di buon successo e di gloria, dall'assalto del castel di
Marino; il Tribuno intanto teneva a bada la sua vendetta or con pitture
che mostravano i nemici col capo volto, ora annegando allegoricamente
due cani; fossero almeno stati due orsi, giacchè egli intendeva di
alludere agli Orsini. Con ciò convincendo sempre più della sua
incapacità i ribelli, questi mandarono avanti con maggior vigore le loro
fazioni. Sostenuti in segreto da un grosso numero di cittadini, si
accinsero all'opera d'introdursi, fosse a viva forza, o per sorpresa,
entro Roma, conducendo seco quattromila fantaccini, e mille seicento
uomini a cavallo. Custodita accuratamente era la città; la campana a
stormo sonò tutta la notte. Le porte furono a vicenda guardate con
grande sollecitudine, ed aperte con incredibile audacia. Pur, dopo
qualche titubazione, gli armati esterni credettero opportuna cosa il
ritirarsi; e già le due prime divisioni di questo esercito si
allontanavano, allor che i Nobili del retroguardo, vedendo libero
l'ingresso di Roma, da un imprudente valore si lasciarono trasportare.
Felici nel successo di una prima scaramuccia, furono indi oppressi dal
numero de' Romani e senza remissione trucidati. Quivi perì Stefano
Colonna il Giovane, dal quale il Petrarca aspettava la restaurazione
dell'Italia. Prima di Stefano erano già caduti sotto il ferro nemico e
Giovanni, giovanetto che porgea grandi speranze, e Pietro, che dovette
augurarsi la tranquillità e gli onori della Chiesa, l'un figlio, l'altro
fratello, e un nipote di Stefano, e due bastardi della famiglia Colonna;
e il numero di sette, -le sette corone dello Spirito Santo-, chiamavale
Rienzi, fu compiuto dalle mortali angosce di un inconsolabil padre, del
vecchio Capo della Casa Colonna, che sopravvisse alla speranza e alle
sciagure della sua gente. Il Tribuno, per animare vie più le sue truppe,
immaginò un'apparizione e una profezia di S. Martino e di Bonifazio
VIII[323]. Nell'inseguire almeno i nimici, Rienzi dimostrò un coraggio
da eroe, dimenticando peraltro la massima degli antichi Romani che
abborrivano i trionfi nelle civili guerre ottenuti. Asceso il
Campidoglio, depose sull'altare la corona e lo scettro, millantando, nè
privo affatto di fondamento era un tal vanto, di aver troncata
un'orecchia, che troncar non poterono nè il Papa, nè l'Imperatore[324].
Ricusando, per sentimenti di bassa e implacabil vendetta, ai morti gli
onori della sepoltura, i corpi dei Colonna, ch'ei minacciava esporre
alla pubblica vista in un con quelli de' malfattori più abbietti,
vennero nascostamente sotterrati dalle religiose di lor famiglia[325].
Il popolo entrando a parte del cordoglio di queste pie vergini, e
pentitosi del proprio furore, detestò l'indecente gioia di Rienzi che
andò a visitare il luogo ove quelle illustri vittime avean ricevuta la
morte. Su quel terreno medesimo concedè al proprio figlio gli onori
della cavalleria: ciascun de' Cavalieri della sua guardia percosse con
lieve colpo il giovane neofito, e qui si stette tutta la cerimonia;
l'abluzione del novizzo, ridicola quanto inumana, fu fatta entro uno
stagno ancor tinto del sangue dei Nobili di Roma[326].
[A. D. 1437]
Un lieve indugio avrebbe salvati i Colonna; un mese dopo il suo trionfo,
il Rienzi venne scacciato da Roma. Imbriacato dalle sue vittorie, perdè
quelle poche virtù civili che gli rimanevano ancora, e le perdè senza
essersi acquistata la fama di un abile guerriero. Sorse contro di lui
una fazione ardita e vigorosa entro il recinto stesso di Roma, e quando,
in pubblica assemblea[327], pose i partiti per creare una nuova imposta
e per dar norme al governo di Perugia, trentanove Membri l'opinione di
lui combattettero. Si volle accusarli di perfidia e di corruzione, ma
respingendo questi l'accusa, e obbligando ad operare la forza per
iscacciarli di lì, gli dimostrarono che se la ciurmaglia lo sosteneva
ancora sul trono, disertato aveano dalla sua causa i più rispettabili
cittadini di Roma. Il Papa e i Cardinali, non mai lasciatisi abbagliare
dalle vane proteste del Rienzi, erano giustamente offesi dalla sua
insolente condotta; onde la Corte d'Avignone mandò in Italia un
Cardinale Legato, il quale, dopo una inutile negoziazione e due
parlamenti col Rienzi, lanciò una Bolla di scomunica che spogliava il
Tribuno del suo ufizio, qualificandolo co' nomi di ribelle, di sacrilego
e di eretico[328]. I pochi Baroni che allor rimanevano si trovavano
ridotti alla necessità di obbedire; l'interesse e la vendetta in quel
momento li legarono al servigio della Chiesa; ma rammentando la morte
tragica del Colonna, abbandonarono ad un uom di ventura il rischio e la
gloria del cambiamento che si tentava. Giovanni Pepino, Conte di
Minorbino nel Regno di Napoli[329], o per veri delitti, o per le sue
ricchezze era stato condannato ad un perpetuo carcere; e il Petrarca che
aveva sollecitato per la liberazione del prigioniero, contribuì
indirettamente, e senza volerlo, alla perdita dell'amico. Con
cencinquanta soldati introdottosi destramente in Roma il Minorbino, si
trincerò entro il rione dei Colonna, e pervenne senza fatica a termine
di una impresa che era stata giudicata impossibile. Dal primo istante di
pubblico sospetto, la campana del Campidoglio non interruppe il suo
tintinnìo; ma in vece di accorrere a questo così noto segnale, il popolo
si tenne silenzioso e tranquillo, onde il pusillanime Tribuno, versando
lagrime all'aspetto della pubblica ingratitudine, rassegnò il Governo e
abbandonò il palagio di Stato.
[A. D. 1347-1354]
Il Conte Pepino senza l'uopo di sguainare la spada, restaurò la Chiesa e
l'aristocrazia; si nominarono tre Senatori, primo de' quali fu il
Legato, gli altri vennero scelti nelle famiglie rivali dei Colonna e
degli Orsini. Abolite tutte le instituzioni del Tribuno, ne fu
proscritta la testa. Nondimeno il nome di lui pareva tuttavia sì
formidabile, che i Baroni stettero perplessi tre giorni prima di farsi
coraggio ad entrare in città. Il Rienzi si trattenne più d'un mese nel
Castel S. Angelo, d'onde tranquillamente si ritirò dopo essersi
adoperato indarno a ridestare il coraggio e l'antica affezione de'
Romani. Dileguatasi la lor chimera d'impero e di libertà, mostraronsi
tanto inviliti, che sarebbero stati pronti ad abbandonarsi di proprio
grado alla servitù, purchè tranquilla e ben regolata. Appena
accorgendosi che l'autorità de' nuovi Senatori derivava ad essi dalla
Santa Sede, non vedeano, che per riformare la Repubblica, quattro
Cardinali avevano ricevuta una podestà da dittatori. Roma fu una seconda
volta agitata per le sanguinose querele de' Baroni, che si abborrivano
l'un l'altro, e disprezzavano le Comuni. Le lor Fortezze e nelle città e
nelle campagne vennero rialzate, e di nuovo ancor demolite: e i
tranquilli cittadini somigliavano, dice lo Storico fiorentino, ad un
gregge di pecore, che i rapaci lupi divoransi. Ma quando finalmente
l'orgoglio e l'avarizia de' Nobili ebbero stancata la pazienza de'
Romani, una Confraternita della Beata Vergine protesse, e vendicò la
Repubblica. Sonò a stormo la campana del Campidoglio; i Nobili armati
tremarono innanzi ad una moltitudine d'inermi cittadini; il Colonna, uno
di que' Senatori, ebbe a ventura di salvarsi, scalando una finestra del
palagio; il suo collega Orsini morì lapidato a pie dell'Altare. Due
plebei, Cerroni e Baroncelli, tennero successivamente il pericoloso
ufizio di Tribuni. La mansuetudine del Cerroni rendendolo poco atto a
sostenere un sì grave peso, dopo alcuni deboli sforzi si ritirò con una
fama incontaminata, e con un onesto patrimonio, a godere pel rimanente
della sua vita le delizie de' campi. Il Baroncelli, privo di eloquenza e
di sublimità d'ingegno, per fermezza d'animo si segnalò. Tenendo però
discorsi patriottici, correa sulle tracce dei tiranni; ogni sospetto che
costui concepiva fruttava morte a chi ne era lo scopo, e a lui parimente
fruttarono morte le sue crudeltà. In mezzo a tanti pubblici disastri, i
falli del Rienzi vennero dimenticati, e i Romani si augurarono la pace e
la prosperità del -Buono Stato-[330].
Dopo un esilio di sette anni, il primo liberatore di Roma venne alla sua
patria restituito. Salvatosi dal Castel Sant'Angelo, sotto panni di
frate, o di pellegrino, corse ad implorare l'amicizia del Re d'Ungheria
che in Napoli allora regnava; nè avea intanto mancato di eccitare
l'ambizione di tutti i venturieri coraggiosi, ne' quali a mano a mano
scontrossi; era anche tornato a Roma, confuso tra la folla de'
pellegrini del Giubbileo; indi nascostosi fra gli eremiti
dell'Appennino, avea poscia errato per le città dell'Italia,
dell'Alemagna e della Boemia. Niun lo vedea, ma il suo nome inspirava
ancora terrore; e le angosce in cui stavasi la Corte di Avignone,
provano il merito personale di cotest'uomo, o giovano fors'anche a
supporlo maggiore che nol fosse di fatto. Uno straniero che aveva
ottenuta udienza da Carlo IV, ebbe il coraggio di manifestarsi per il
Tribuno della romana Repubblica, e fece attonita un'Assemblea di
Ambasciatori e di Principi coll'eloquenza di un patriotta, colle narrate
visioni profetiche, coll'annunzio della prossima caduta dei tiranni e
del Regno dello Spirito Santo[331]; ma di qualunque genere si fossero le
speranze che confortarono il Rienzi a manifestarsi, certamente altro non
si guadagnò che di essere custodito qual prigioniero; nondimeno sostenne
il suo carattere d'independenza e di dignità, mostrando di secondare,
come per propria scelta, l'ordine espresso del Pontefice che ad Avignone
il volea. Se la mala condotta tenuta da esso nel tribunato aveva
allontanato da lui l'animo del Petrarca, la sventura dell'amico presente
riaccese la fervida sollecitudine del Poeta, che si dolse acerbamente,
perchè il liberatore di Roma venisse in tal modo dall'Imperatore di Roma
consegnato al Vescovo di Roma. Il Rienzi fu condotto lentamente, ma con
sicura scorta, da Praga ad Avignone, ove fece il suo ingresso a guisa di
un malfattore; condotto in carcere, vi fu incatenato per una gamba; e
quattro Cardinali ricevettero l'ordine di esaminarlo su i delitti di
eresia e di ribellione, de' quali veniva accusato. Ma il processo e la
condanna del Rienzi avrebbero chiamata l'attenzione pubblica sopra tali
argomenti, che prudente cosa era di lasciare sotto il vel del mistero;
la supremazia temporale de' Papi, il dovere della residenza in Roma, i
privilegi civili ed ecclesiastici del Clero e del popolo romano. Il
Pontefice regnante in allora, ben meritevole del nome suo di -Clemente-,
sentì compassione per le sventure, stima per la grandezza d'animo del
prigioniero; e crede inoltre il Petrarca ch'ei rispettasse in quest'uomo
straordinario il nome e il sacro carattere di Poeta[332]. Divenuta più
mite la prigionia del Rienzi, gli vennero conceduti libri; sicchè in
Tito Livio e nella Bibbia che studiò assiduamente cercò la cagione e il
conforto nelle proprie sventure.
[A. D. 1354]
Solamente sotto il Pontificato d'Innocenzo VI, il Rienzi potè sperare
libertà e risorgimento, essendo la Corte di Avignone venuta in sentenza,
che codest'uomo, altra volta sì fortunato nel ribellare, fosse quanto vi
volea in quel momento per acchetare e tor di mezzo l'anarchia della
Metropoli. Dopo avere la ridetta Corte obbligato il Rienzi a prometterle
fedeltà, lo spedì in Italia col titolo di Senatore; ma la morte del
Baroncelli in quel punto sopravvenuta, rendè per poco inutile la
missione; che anzi il Legato, Cardinale Albornoz[333], uom versatissimo
nella politica, gli permise a contraggenio e senza somministrargli
soccorsi, di continuare in tale impresa piena di rischio. Ciò nondimeno
il Rienzi fu accolto sulle prime con quanto favore uom poteva augurarsi;
si ebbe per una pubblica festa il dì del suo ingresso; nè tardò colla
facondia del dire e colla prevalenza che tuttavia possedea a far
risorgere le leggi del -Buono Stato-; ma i vizj, così di lui come del
popolo, ben presto coprirono di nubi un'aurora sì bella. Oh quante volte
in Campidoglio ha dovuto augurarsi la prigionia di Avignone! Dopo
un'amministrazione di quattro mesi, morì trucidato in una sommossa, che
i Baroni romani avevano suscitata. Nel conversare, dicesi cogli Alemanni
e co' Boemi, ne abbracciò i costumi d'intemperanza e di crudeltà; le
sciagure ne aveano snervato l'entusiasmo senza invigorirne la virtù, o
la ragione; a quelle vivaci speranze della verde età, stategli un dì
presagio e certezza di buon successo, era in lui succeduta la fredda
inerzia della diffidenza e della disperazione. Tribuno, avea regnato con
un potere assoluto, ma sancito dalla scelta e dall'amor dei Romani.
Senatore, i cittadini non vedeano in esso che il servile strumento di
una Corte straniera, e intantochè a questi si rendeva sospetto, il
Principe lo abbandonò. L'Albornoz, in cui parea sola intenzione di
perderlo, si mantenne inflessibile nel negargli qualunque soccorso
d'uomini, o di danari. Rienzi, suddito, non osava più metter mano nelle
rendite della Camera Appostolica; e il primo sentor che diede di mettere
imposte, fu segnale di clamori e di sedizione. Nemmeno nell'adempire gli
atti della giustizia, evitò i rimproveri, per lo meno, d'uom crudele, e
spinto da personali considerazioni; sagrificò alla propria diffidenza
uno fra i più virtuosi cittadini di Roma; e allorquando fece eseguire la
sentenza di morte pronunziata contro un assassino da strada, che in
altri tempi gli avea somministrati danari, parve che il Magistrato o
troppo si dimenticasse, o troppo si ricordasse delle obbligazioni del
debitore[334]. Una guerra civile che ridusse a stremo il suo erario,
stancò finalmente la pazienza de' cittadini; mentre i Colonna, rinchiusi
nel lor Castello di Palestrina, non si stavano dal commettere ostilità,
i mercenarj del Rienzi incominciarono ad avere a vile un Capo che
mostravasi geloso fin d'ogni merito secondario. Quest'uomo offerse,
durante l'intera sua vita, un miscuglio bizzarro di eroismo e di viltà.
Nell'atto che una furiosa moltitudine assaliva il Campidoglio, e gli
ufiziali civili, e militari del Rienzi lo abbandonavano, in quel momento
il Senatore, intrepido, ebbe il coraggio di afferrare la bandiera della
libertà, e di mostrarsi al verone, d'onde pronunziò eloquentissima
aringa, a fine di commovere gli animi dei Romani, e farli convinti che
alla propria caduta quella si unirebbe della Repubblica. Ma le
imprecazioni e una grandine di sassi interruppe il suo dire; un dardo
gli trapassò una mano, dal quale istante si diede in preda ad
abbiettissima disperazione; e immerso nel pianto, fuggendo nel più
occulto angolo del suo palagio, nè ivi ancora credendosi sicuro, si
calò, col ministero d'un lenzuolo, in un cortile ove guardavano le
finestre del suo ultimo asilo, divenutogli carcere. Abbandonato da
qualsivoglia speranza, rimase ivi assediato fino alla sera, e
sintantochè le porte del Campidoglio fossero state distrutte dal fuoco,
e atterrate a colpi di azza. Il Senatore tentò fuggire sotto panni di
plebeo, ma ben presto riconosciuto, venne tratto sul gran terrazzo del
palagio, teatro fatale delle sue sentenze e delle loro esecuzioni. Privo
di voce e di moto, ignudo per metà, e quasi morto, rimase così un'ora in
mezzo alla moltitudine, di cui però erasi calmata la rabbia, fecendo
luogo alla curiosità e alla maraviglia; un estremo sentimento di
rispetto e di compassione parlava ancora negli animi a favore del
misero, e forse avrebbe vinto sull'odio, se un assassino più risoluto
degli altri non s'affrettava a piantargli un pugnale nel cuore. Il
Rienzi spirò in quel medesimo istante; il corpo di lui trapassato da
mille colpi (ultimo sfogo della rabbia dei suoi nemici) venne
abbandonato pastura ai cani, e gli avanzi ne furono abbruciati. I
posteri porranno in bilancia, le virtù e i vizj di quest'uomo
straordinario; ma in un lungo periodo di anarchia e di servitù, spesse
volte il Rienzi è stato celebrato coi nomi di liberatore della sua
patria e d'ultimo cittadino romano[335].
[A. D. 1355]
Il primo e il più ardente fra i desiderj del Petrarca sarebbe stato la
restaurazione di una libera Repubblica; ma dopo l'esilio e la morte del
suo eroe plebeo, tornò a volger lo sguardo al Re dei Romani. Il
Campidoglio fumava ancora del sangue di Rienzi, allorchè Carlo IV,
scendea l'Alpi per farsi coronare Imperatore e Re d'Italia. Ricevè a
Milano la visita del Poeta, del quale contraccambiò con illusioni
l'adulazione; e accettò da esso una medaglia d'Augusto, promettendogli,
senza sorridere, che avrebbe imitato il fondatore della Monarchia
romana. Le speranze del Petrarca sempre deluse derivavano da una falsa
applicazione dei nomi e delle massime dell'Antichità. Pure avrebbe
dovuto accorgersi come i caratteri e i tempi non fossero ancora i
medesimi, e quanto incommensurabile differenza disgiungesse il primo de'
Cesari da un Principe boemo innalzato dal favore del Clero al grado di
Capo titolare della germanica aristocrazia. Lungi ch'ei pensasse a
restituire a Roma l'antica gloria e le antiche province, Carlo avea,
mercè d'una segreta negoziazione, promesso al Papa di uscir di Roma il
dì medesimo che verrebbe coronato; onde nella sua non gloriosa ritratta
lo accompagnarono le rampogne del patriotta Poeta[336].
Il Petrarca che avea perduta ogni speranza del risorgimento della
libertà e dell'Impero, a meno sublimi voti si limitò, accingendosi a
riconciliare il Pastore col gregge, e a ricondurre nella sua antica e
vera diocesi il Vescovo di Roma. Nè il suo zelo in ordine a ciò fu mai
veduto affievolirsi; e nel fervore della gioventù, e quando ebbe
acquistata la prevalenza degli anni, non si stette dal volgere
successivamente a cinque Pontefici le sue esortazioni, e l'eloquenza del
medesimo era dal sentimento, e dalla franchezza di una nobile libertà,
sempre animata[337]: figlio di un cittadino di Firenze, preferì in ogni
istante il paese che gli avea data la vita a quello cui la propria
educazione dovea; l'Italia agli occhi del Petrarca fu mai sempre la
regina delle nazioni e il giardino del Mondo. Certamente, ad onta delle
sue fazioni domestiche, essa avea progredito nell'arti e nelle scienze,
nella ricchezza e nella civiltà più della Francia; ma non fu poi tale
fra lo stato delle due nazioni la differenza, che ne venisse un diritto
al Petrarca di qualificare, siccome barbare, tutte le genti poste di là
dall'Alpi. Intanto che facea segno all'odio suo ed ai disprezzi
Avignone, la mistica Babilonia, ricettacolo secondo lui di tutti i vizj
e d'ogni genere di corruttela, dimenticava, che questi scandalosi vizj
non erano produzione indigena del suolo di Francia, ma venuti in
compagnia del potere e del lusso della Corte dei Papi. Egli confessa per
vero che il successore di S. Pietro è il Vescovo della Chiesa
universale; ma soggiunge che l'Appostolo, non sulle rive del Rodano, ma
su quelle del Tevere avea posta la sua residenza, nè può comportare, che
mentre tutte le città del Mondo cristiano s'allegravano della presenza
del loro Vescovo, la sola Metropoli rimanesse solitaria e deserta. Dopo
la traslocazione della Santa Sede, i sacri edifizj di Laterano, del
Vaticano, i loro altari, i lor Santi languivano inviliti ed ignudi; e
come se l'offrire il ritratto d'una moglie vecchia, piangente e oppressa
dalle infermità e dalla vecchiezza, agli occhi di un volubil marito
fosse modo opportuno a ricondurglielo fra le braccia, il Petrarca solea
dipingere Roma sotto la figura di una desolata matrona[338]; ma la
presenza del Sovrano legittimo dovea dissipare le nubi che coprivano i
Sette Colli; un'eterna gloria, la prosperità di Roma, la pace
dell'Italia sarebbero state la ricompensa di quel Pontefice che avesse
osato formare questa generosa risoluzione. Di cinque Papi, ai quali osò
volgere tali conforti il Petrarca, i tre primi, Giovanni XXII, Benedetto
XII e Clemente VI, o se ne presero spasso, o fors'anche se ne
annoiarono; ma finalmente Urbano V tentò un sì memorabile cambiamento,
che da Gregorio XI fu messo a termine. Questi due Pontefici incontrarono
ostacoli pressochè insuperabili all'adempimento di un simil disegno. Un
Re di Francia, che meritò il soprannome di Saggio, non volea sciogliere
i Papi dalla soggezione in cui teneali l'obbligo di soggiornare nel
centro del territorio francese; nativi di questa contrada erano la
maggior parte de' Cardinali, affezionati alla lingua, ai costumi e al
clima d'Avignone, ai magnifici loro palagi e soprattutto al vin di
Borgogna. Riguardavano l'Italia, come un paese straniero e nemico; onde
quando s'imbarcarono a Marsiglia, il fecero con tal ripugnanza, come se
fossero stati banditi, o venduti in Terra infedele. Urbano V visse per
tre anni in sicurezza e in modo onorevole nei Vaticano; vide protetta la
propria dignità da una guardia di duemila uomini a cavallo, e ricevette
quivi le congratulazioni del Re di Cipro, della Regina di Napoli, e
degl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente; ma ben tosto la gioia del
Petrarca e degl'Italiani fece luogo al dolore e allo sdegno. Mosso da
motivi di pubblica o di privata utilità, dai desiderj o proprj, o dei
Cardinali, Urbano tornò in Francia, e la vicinissima elezione del suo
successore vedeasi sciolta dalla tirannide patriottica de' Romani. Però
le Potenze celestiali in soccorso di questi si adoperarono; una santa
pellegrina, Brigida di Svezia, che disapprovava la partenza di Urbano,
gli predisse la morte. Santa Catterina da Siena, la sposa di Gesù Cristo
e la messaggera de' Fiorentini, eccitò Gregorio XI a ritornare a Roma; e
parve che gli stessi Pontefici, questi grandi fautori dell'umana
credulità[339], fossero persuasi delle visioni di una tal donna[340].
Non è però da tacersi che particolari ragioni autenticavano sì fatti
avvisi del Cielo. Una banda di scorridori nemici entrati in Avignone
aveano arrecato oltraggio alla Santa Sede; l'intrepido Capo che la
conducea, pretese dal Vicario di Gesù Cristo e dal Sacro Collegio il
pagamento di un riscatto, ed assoluzione ad un tempo; la qual massima
de' guerrieri francesi che risparmiavano il popolo e spogliavano le
chiese, era una nuova eresia pericolosissima per le sue
conseguenze[341]. Intantochè questi motivi consigliavano il Pontefice ad
abbandonare Avignone, Roma ne sollecitava ardentemente il ritorno. Il
Senato ed il popolo lo riconosceano qual legittimo loro Sovrano, gli
offerivano le chiavi delle porte, de' ponti e delle Fortezze, almeno in
quanto spetta al rione transteverino[342]; ma protestavano in uno di non
poter più sopportare lo scandalo della sua lontananza e i disastri che
ne derivavano, nè nascondeano che, quando egli si fosse ostinato a
rimanere sulle sponde del Rodano, si sarebbero veduti alla necessità di
richiamare in vigore e sostenere l'antico loro diritto di elezione. Già
era stato chiesto all'Abate di Monte Cassino che godea tanta rinomanza e
presso il popolo e presso il Clero, se avrebbe accettata la tiara[343];
e il venerabile Ecclesiastico[344], aveva risposto: «Son cittadino di
Roma, e il mio primo dovere è quello di obbedire alla voce del mio
paese»[345].
[A. D. 1378]
Se la superstizione fosse competente ad indagare le cagioni delle morti
immature[346], se gli eventi dessero norma a giudicare il merito delle
azioni, dovrebbe credersi che l'espediente preso dalla Corte Pontificia,
tanto ragionevole e provvido di per sè stesso, fosse stato una
disobbedienza ai voleri del Cielo. Gregorio XI morì quattordici mesi
dopo il suo ritorno al Vaticano, e venne dietro a tal morte il grande
scisma che per oltre a quarant'anni tenne divisa la Chiesa. Composto in
quel tempo di ventidue Cardinali il Sacro Collegio, sei di questi erano
rimasti ad Avignone; undici Francesi, uno Spagnuolo, e quattro Italiani,
entrarono, seguendo le ordinarie forme, in Conclave, ed essendovi ancora
la legge che prescrive di scegliere il Papa fra i Cardinali, venne, con
unanimità di voti, acclamato Sommo Pontefice l'Arcivescovo di Bari,
suddito del Regno di Napoli, e uomo ragguardevole per zelo e sapere, che
assunse il nome di Urbano VI. La lettera del Sacro Collegio ne attesta
libera e regolare l'elezione, ed inspirato, come d'ordinario, dallo
Spirito Santo il Corpo degli Elettori. Effettuatasi nel consueto modo la
cerimonia dell'adorazione, dell'investitura e della coronazione, Roma e
Avignone obbedirono alla potestà temporale di Urbano VI, alla supremazia
ecclesiastica del medesimo, il Mondo latino. Per più settimane
continuarono i Cardinali ad assembrarsi intorno di lui, largheggiandogli
delle più vive proteste di affezione e di fedeltà. Ma non appena i
calori della state diedero a questi un pretesto convenevole per partirsi
da Roma, ad Anagni e a Fondi si congregarono; ove con sicurezza, e
gettata la maschera, rendettero solenne la lor doppiezza ed ipocrisia.
Scomunicato l'-Anticristo- di Roma, così allora chiamarono Urbano,
procedettero ad una nuova scelta, il cui favore cadde sopra Roberto da
Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e venne annunziato dal Sacro
Concistoro alle genti, come il Vicario legittimo di Gesù Cristo.
Chiarirono forzata, illegale, nulla di diritto, e dettata dalle minacce
de' Romani e dal timor della morte la prima elezione; querela però che
da alcune circostanze verisimili sembra giustificata. I dodici Cardinali
francesi, unendo in sè oltre a due terzi de' suffragi ed essendo quindi
padroni della elezione, non par presumibile, qualunque fosse la natura
delle intestine loro dissensioni, che avessero liberamente sagrificati i
proprj interessi e diritti a favore di uno straniero, la cui nomina
dovea rendere certo e perpetuo l'allontanamento loro dalla patria. I
racconti diversi, ed anche contraddittorj de' contemporanei[347], quali
più, quali meno, confermano il sospetto di una popolare violenza.
Proclivi per natura alla licenza e alla sedizione i Romani, a queste
aggiugneano allora uno stimolo la coscienza de' loro diritti, e la paura
di un'altra migrazione. Trentamila ribelli, dicesi, che assediavano il
Conclave, colle loro minacce lo intimorirono; le campane di S. Pietro e
del Campidoglio sonarono a stormo. «La morte, o un Papa italiano» era il
grido universale. I dodici vessilliferi, o Capi de' rioni, in modo di
caritatevole avviso, lo ripetevano; si fecero alcuni apparecchi per
arder vivi i Cardinali refrattarj, e vedeasi grande probabilità, che se
la tiara fosse stata conferita ad un Francese, niun di questi uscisse
vivo dal Vaticano. Nè fu men forzata, continua a dirsi, la loro
dissimulazione durante alcune settimane che trascorsero dopo il
Conclave. Ma l'orgoglio e la crudeltà di Urbano li minacciava di
pericoli anche maggiori, nè tardarono a conoscere quanto pesasse questo
tiranno, sì freddamente atroce che diportavasi pel suo giardino
recitando il Breviario in mezzo ai gemiti di sei Cardinali assoggettati,
per suo ordine, alla tortura in una stanza vicina. Certamente con quel
suo inesorabile zelo gli avrebbe costretti ad adempiere i loro doveri
nelle parrocchie di Roma; e se, per sua mala ventura, non tardava la
promozione di nuovi Cardinali che avea meditata, i Cardinali francesi in
breve sarebbero stati in minor numero nel Sacro Collegio, e d'ogni
appoggio sforniti. Tali motivi e la speranza di rivalicare le Alpi, li
spinsero a turbare sconsigliatamente la pace e l'unità della Chiesa; e
le Scuole cattoliche continuano a disputare sulla validità della prima,
o della seconda elezione[348]. Vanità nazionale, anzichè sentimento del
proprio interesse, regolò, in questa bisogna, le deliberazioni della
Corte e del Clero di Francia[349]. Trascinate dall'esempio di questa
nazione la Savoia, la Sicilia, l'Isola di Cipro, l'Aragona, la
Castiglia, la Navarra e la Scozia, si posero dalla parte di Clemente
VIII, e morto esso, da quella di Benedetto XIII. Roma e i principali
Stati dell'Italia, l'Alemagna, il Portogallo, l'Inghilterra[350], i
Paesi Bassi e i Regni del Nort conobbero valida l'elezione di Urbano VI,
che ebbe Bonifazio IX, Innocenzo, e Gregorio XII per successori.
[A. D. 1378-1418]
Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e
spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu
turbato, e gran parte di questi mali, che da essi principalmente
divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo
alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato
d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni.
La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due
Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a
compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi
straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e
i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta
nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma
s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di
Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale,
co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a
parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri
gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i
Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso
intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma,
un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda
il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamava -Gonfaloniere-, o
General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la
scelta de' loro Magistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e
per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore;
profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue
divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una
guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e
gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la
conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto
la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli
attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o
certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].
[A. D. 1394-1407]
Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello
scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco
sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi
capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito
della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla
riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla
Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana,
erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per
sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste
saggiamente da banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle
ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti
inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la
tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà
di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le
nazioni ricusassero obbedienza[354] a quello fra i due competitori, il
quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la
proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede
vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè
si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata.
Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere,
nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo
eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti
che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli
scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle
fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per
quindici anni i disegni pacifici della Università di Parigi. Una
vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne
ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due
Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di
venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma,
chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi,
Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario,
detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior
successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai
Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante
fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere
la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la
residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un
eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne
risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire
alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e
spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione
della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad
un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi
rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono
animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far
procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono
intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo
innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di
loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura
che non può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti,
per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la
salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».
[A. D. 1404]
Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la
pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi
abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione,
come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e
dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori
sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le
parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma
il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì
poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse
forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli
uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè
spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in
vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il
Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano
attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per
Gregorio XII, la divozione e l'amor patriottico rendè favorevoli gli
Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna).
Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per
la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator
Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore
della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità
degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne
composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra
i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di
gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si
cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa
volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità
che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere
egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere
l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là
'
'
,
,
1
,
,
,
2
.
3
,
,
4
,
,
,
'
'
5
.
6
,
;
7
'
,
8
,
9
.
[
]
.
,
10
,
,
11
.
12
'
13
;
[
]
,
14
'
15
,
16
.
'
'
17
'
;
18
,
,
,
19
;
20
'
21
;
22
[
]
.
23
,
24
-
-
,
,
25
,
,
26
:
'
27
,
28
.
29
30
[
.
.
]
31
32
,
33
.
,
'
;
34
'
,
35
,
'
.
36
37
,
'
'
38
:
,
,
39
'
;
40
;
41
;
'
42
'
43
.
44
'
,
,
45
,
,
'
,
,
46
.
-
47
-
;
48
.
49
,
,
50
.
,
,
51
,
52
,
,
53
'
.
'
'
,
54
-
-
,
,
,
55
,
,
'
;
56
,
-
-
,
.
57
;
,
.
-
-
58
-
-
.
'
59
,
60
:
61
'
.
62
,
'
63
.
,
64
,
65
,
'
,
66
.
,
67
,
,
68
69
,
,
70
,
,
71
.
,
,
72
,
,
73
,
'
74
,
75
'
.
76
;
,
77
,
.
78
,
'
,
,
,
79
,
80
,
81
,
82
.
83
,
'
84
;
,
85
,
,
86
,
.
87
88
'
89
,
90
,
91
.
,
92
,
93
,
'
;
'
94
;
95
'
:
'
96
97
,
.
,
98
,
,
99
-
-
.
100
,
101
.
102
'
,
,
103
'
,
104
,
,
105
,
'
.
106
107
,
.
108
109
'
,
,
,
110
,
,
111
,
'
,
;
112
113
;
,
114
,
,
;
115
116
,
;
117
118
'
.
119
,
120
'
.
,
121
;
122
'
.
123
,
124
.
,
125
,
126
,
;
127
,
128
,
129
'
130
.
,
131
,
132
,
,
,
'
133
.
'
,
'
,
'
,
134
[
]
;
135
,
,
,
136
,
,
,
137
.
138
,
,
'
139
,
140
,
141
,
-
-
.
142
,
143
'
,
,
144
,
145
.
,
,
,
146
'
,
147
,
148
,
,
'
.
149
150
,
,
,
151
.
'
152
,
'
153
.
154
,
'
'
155
,
156
'
,
.
157
.
'
158
,
,
159
,
'
160
,
161
.
162
,
163
;
164
,
165
166
,
167
[
]
.
168
169
170
,
,
171
,
.
172
'
,
'
;
173
'
,
,
174
.
175
.
,
,
176
,
.
177
,
'
178
,
'
179
.
180
,
,
181
182
.
183
'
.
,
184
,
'
,
185
'
,
186
;
'
,
187
,
.
,
188
,
.
189
,
,
190
'
,
;
191
192
,
193
'
[
]
.
,
194
,
195
,
,
196
,
'
197
,
,
.
198
199
;
,
'
200
'
;
201
;
,
,
,
202
,
;
,
203
,
.
204
'
,
,
205
,
,
,
206
.
«
,
207
,
208
;
'
;
209
;
210
;
,
211
'
,
'
,
212
213
»
.
214
'
,
215
.
216
,
217
,
218
.
219
220
'
,
221
'
,
;
222
'
,
,
,
223
,
,
,
224
,
.
'
225
,
226
,
,
227
,
,
,
228
'
.
229
,
,
,
,
230
,
231
.
232
,
'
233
,
'
234
,
235
,
236
.
'
237
;
,
,
,
,
238
-
-
'
239
,
240
,
241
.
242
'
,
243
.
244
,
245
,
,
246
,
,
247
[
]
.
'
248
,
'
,
249
,
,
,
250
[
]
.
251
;
252
'
[
]
,
253
,
254
'
.
,
255
,
,
256
.
257
,
'
'
258
,
,
259
'
260
;
'
,
261
,
'
262
.
,
263
'
,
,
264
-
-
,
265
,
[
]
.
266
267
,
268
.
269
'
,
270
,
271
.
272
,
,
273
,
,
274
'
,
275
'
;
276
277
,
.
'
278
,
'
'
279
.
280
281
,
,
282
.
283
,
284
,
,
,
285
,
,
286
,
,
287
-
-
,
[
]
.
288
,
289
,
290
,
'
[
]
,
,
291
'
,
;
.
292
293
;
,
'
,
294
295
'
.
296
[
]
;
'
,
297
;
298
.
,
'
299
,
,
,
300
'
:
301
,
'
,
302
'
,
303
.
,
304
,
,
;
305
,
306
,
307
'
;
'
'
;
308
;
309
'
310
.
311
312
[
.
.
]
313
314
[
]
315
'
'
,
316
;
,
,
317
,
,
318
.
,
319
'
,
320
.
,
321
,
322
,
;
'
323
,
,
;
324
,
325
'
'
,
,
326
,
,
327
.
328
,
,
,
329
.
'
330
.
331
,
'
,
332
,
'
,
333
,
334
[
]
.
335
,
,
336
;
337
,
.
338
,
339
,
,
340
,
'
.
341
'
,
,
,
342
'
,
.
«
343
;
344
;
345
'
[
]
,
346
,
347
'
;
'
348
'
349
,
,
'
[
]
»
.
350
,
,
'
351
,
,
352
:
«
»
.
,
353
,
;
354
;
355
'
;
356
,
,
357
.
358
.
359
,
,
360
:
361
362
,
'
363
,
'
:
364
.
365
'
[
]
.
366
,
'
'
,
367
,
368
:
'
369
'
!
370
,
,
371
.
372
,
'
,
373
'
,
374
.
,
,
375
,
,
,
376
.
377
378
,
379
,
'
:
«
380
,
381
,
;
!
[
]
»
.
382
,
383
,
384
'
,
385
;
386
'
'
,
387
,
388
.
389
,
390
'
,
391
.
392
;
,
,
393
,
.
394
'
,
395
.
,
396
,
,
397
,
;
398
,
,
399
,
;
,
400
,
,
.
401
,
402
;
403
,
404
,
,
405
.
406
'
;
407
,
408
,
,
,
409
410
.
'
411
412
.
,
'
413
,
.
414
;
415
;
416
;
417
,
418
'
:
,
419
,
'
,
'
;
420
,
,
421
,
,
,
422
;
'
423
;
424
,
'
425
,
,
426
'
.
«
427
'
,
,
428
429
-
-
?
»
.
430
,
,
431
,
,
432
[
]
.
433
'
;
434
;
,
,
435
;
436
437
,
'
438
,
.
439
440
,
441
,
;
442
,
,
443
.
444
,
445
;
,
,
446
,
;
447
,
448
,
;
449
450
.
'
,
451
,
452
,
,
453
.
454
,
455
:
456
,
,
'
457
;
458
,
459
;
,
460
.
461
,
462
.
,
463
'
'
,
,
,
464
,
,
465
.
;
466
.
467
,
.
,
468
,
469
;
470
,
,
471
'
,
.
472
,
473
'
.
474
,
475
'
.
476
,
,
,
477
,
'
,
'
478
,
,
;
479
,
-
-
,
480
,
,
481
,
482
.
,
,
483
'
.
484
[
]
.
'
,
485
,
486
.
487
,
'
,
,
488
,
489
'
,
,
'
[
]
.
490
,
,
491
,
,
'
492
'
,
493
[
]
.
494
,
495
,
'
496
497
.
498
:
'
499
,
;
500
'
,
,
501
[
]
.
502
503
[
.
.
]
504
505
;
,
506
.
,
507
,
508
.
509
,
,
510
[
]
,
511
,
'
512
.
,
513
'
,
514
,
515
,
516
.
,
517
,
518
;
'
519
,
,
520
,
521
,
'
,
522
[
]
.
523
;
'
524
;
525
,
526
.
,
527
[
]
,
,
528
;
529
,
530
,
,
'
.
531
,
532
,
533
.
534
,
535
;
,
536
,
,
537
'
,
538
.
539
540
[
.
.
-
]
541
542
'
,
543
'
;
,
'
544
,
545
.
,
546
.
547
,
548
.
'
549
.
,
'
550
'
'
551
.
'
,
552
,
553
,
.
554
'
'
555
,
,
,
556
.
557
'
,
558
'
'
,
.
559
,
:
560
,
,
561
,
.
562
'
'
'
'
563
,
,
564
.
;
565
'
;
,
566
'
,
,
567
;
'
.
568
,
,
569
.
570
,
571
,
,
572
'
.
,
573
'
,
'
.
574
,
;
575
,
576
.
,
577
,
578
-
-
[
]
.
579
580
,
581
.
'
,
582
,
,
'
'
583
;
584
'
,
'
585
;
,
'
586
;
587
'
,
'
,
588
'
.
,
589
;
,
590
'
,
'
591
.
592
,
593
,
'
594
'
,
595
,
'
596
[
]
;
597
,
598
;
599
'
,
,
600
,
'
601
.
602
'
,
'
603
,
,
604
'
605
.
,
606
,
,
607
;
,
;
608
'
609
,
'
.
610
'
611
,
;
612
'
,
,
613
.
614
,
-
-
,
615
,
'
616
;
'
'
617
[
]
.
618
,
;
619
620
.
621
622
[
.
.
]
623
624
'
,
625
,
,
626
'
,
,
627
'
628
.
629
,
;
630
,
631
;
,
[
]
,
632
,
633
,
.
634
;
635
;
636
637
-
-
;
,
638
,
'
.
639
!
640
'
,
,
641
.
,
642
'
,
'
;
643
'
,
644
;
,
645
,
646
.
,
647
,
'
.
648
,
649
,
,
650
.
'
,
651
,
652
'
,
.
,
,
653
;
654
,
.
'
655
,
,
,
'
,
656
;
657
;
658
,
659
,
660
,
661
[
]
.
,
662
'
;
,
663
,
,
664
665
'
.
'
,
666
'
,
.
667
'
,
668
,
,
669
,
,
670
,
,
'
671
,
,
672
.
673
;
674
,
675
;
,
676
,
,
677
,
'
,
678
,
.
679
,
,
680
,
681
.
682
,
,
683
,
.
684
,
,
,
'
685
,
,
686
;
687
688
,
'
,
689
'
.
690
;
691
(
)
692
,
.
693
,
'
694
;
,
695
696
'
[
]
.
697
698
[
.
.
]
699
700
701
;
'
702
,
.
703
,
,
704
'
'
.
705
,
706
'
;
'
,
,
707
,
708
.
709
'
.
710
711
,
'
712
713
.
'
714
'
,
,
715
'
,
716
;
717
[
]
.
718
719
720
'
,
,
721
,
722
.
723
;
,
724
,
725
,
'
726
,
,
727
[
]
:
,
728
729
;
'
730
.
,
731
,
'
,
732
;
733
,
734
,
,
735
'
.
'
736
,
,
737
'
,
,
738
,
739
.
740
.
741
;
'
,
,
742
,
,
743
'
744
,
.
745
,
,
746
,
,
;
747
'
'
,
748
,
749
,
750
[
]
;
751
752
;
'
,
,
753
'
754
.
,
755
,
,
,
756
,
,
'
757
;
,
758
.
759
'
.
760
,
,
761
'
762
;
763
'
,
,
764
'
,
765
.
'
,
;
766
'
,
,
767
,
.
768
;
769
,
770
,
,
771
'
'
'
;
772
'
.
773
,
,
774
,
,
775
'
.
776
;
777
,
,
,
778
.
,
779
'
,
;
780
,
'
781
[
]
,
[
]
.
782
783
.
784
;
'
785
,
786
,
;
787
'
788
,
789
[
]
.
790
,
.
791
,
792
,
'
,
793
[
]
;
794
795
,
,
796
,
797
'
.
798
'
799
,
[
]
;
800
[
]
,
:
«
801
,
802
»
[
]
.
803
804
[
.
.
]
805
806
807
[
]
,
808
,
'
,
809
,
810
.
811
,
812
'
.
813
,
814
;
,
,
,
815
,
,
,
816
,
,
817
,
'
,
818
,
,
819
.
820
'
,
,
'
,
821
.
822
'
,
'
,
823
,
824
,
.
825
,
826
.
827
828
,
;
,
829
,
.
830
'
-
-
,
,
831
,
832
,
,
833
,
.
834
,
,
,
835
'
;
836
.
837
,
'
838
,
,
839
,
840
,
841
'
.
842
,
'
[
]
,
843
,
,
.
844
,
845
'
,
846
'
.
,
,
847
,
;
.
848
.
«
,
»
849
.
,
'
,
850
,
;
851
,
,
852
,
853
.
,
,
854
855
.
'
856
,
857
,
858
,
859
,
.
860
861
;
,
,
862
,
863
,
'
864
.
,
865
'
;
866
,
867
[
]
.
,
868
,
,
,
869
[
]
.
'
870
,
,
'
,
'
,
871
,
,
872
,
,
.
873
'
,
'
,
,
'
[
]
,
874
'
,
875
,
,
.
876
877
[
.
.
-
]
878
879
880
,
'
881
,
,
882
,
[
]
.
,
883
,
884
'
,
.
885
,
886
,
,
887
.
,
888
,
'
889
.
890
'
;
891
'
'
;
892
,
,
893
'
;
,
894
,
,
895
.
'
,
896
,
,
897
.
,
898
,
,
,
,
899
;
-
-
,
900
,
901
'
.
902
,
;
903
,
,
,
904
.
,
'
905
'
.
;
906
'
907
;
,
908
909
,
910
'
[
]
.
911
912
[
.
.
-
]
913
914
'
915
'
;
916
'
,
917
,
'
918
'
.
919
'
'
920
,
,
,
921
,
922
[
]
.
,
923
924
'
,
925
,
926
,
'
927
;
928
[
]
,
929
'
.
930
'
,
931
,
'
932
.
933
'
,
,
934
;
935
,
,
,
936
.
'
'
,
937
,
,
938
'
,
939
.
940
;
941
,
,
942
,
,
,
943
,
,
944
,
,
945
,
,
'
'
,
,
946
,
'
.
'
,
947
,
948
;
,
949
,
950
,
951
.
.
952
,
,
953
'
954
;
955
,
956
'
.
957
,
958
,
,
,
959
.
960
,
961
,
,
.
«
962
,
,
'
;
'
963
,
'
964
.
,
,
965
,
966
[
]
»
.
967
968
[
.
.
]
969
970
'
'
971
;
'
972
,
,
973
,
;
974
'
,
975
.
,
976
,
'
.
977
,
,
978
,
,
979
,
,
980
,
'
,
981
,
.
,
982
,
.
983
,
,
984
.
,
985
,
'
986
,
(
)
.
987
'
988
;
,
'
989
,
990
;
991
'
'
,
992
,
'
'
.
993
,
,
994
,
,
;
995
,
996
997
,
,
,
;
998
,
999
'
'
1000