tempo in cui, appunto, l'Imperatore Leone Isaurico voleva abolire il
culto delle Immagini, introdottosi circa due secoli prima, sostenendolo
in Italia Gregorio cogli altri Vescovi. Cotale controversia mise a
sollevazione l'Italia contro l'Imperatore suo Sovrano, e diede occasione
a Gregorio d'opporsi biasimevolmente al pagamento delle pubbliche
gravezze, ch'egli non doveva confondere colla quistione del culto delle
Immagini, e di prendere dominio temporale in Roma e ne' vicini
territorj. Fu questo il primo passo de' Papi (anteriore agli atti di
Pipino, ed ai diplomi de' principi Carolini, e degli Ottoni), poco
considerato dalla maggior parte degli Storici, alla potestà e sovranità
temporale.- (Nota di N. N.)
[162] L'Abate Dubos, che ha sostenuta ed esagerata l'influenza del clima
con minore acume del Montesquieu, succedutogli in questa opinione, fa
un'obbiezione a sè stesso dedotta dal tralignamento de' Romani e de'
Batavi; e sul primo di questi esempj risponde; 1. essere l'alterazione,
sofferta dai Romani, meno reale che apparente; e doversi attribuire alla
prudenza de' Romani moderni, se tengono celate entro sè stessi le virtù
de' loro maggiori; 2. aver sofferto un grande e sensibile cambiamento
l'aere, il suolo e il clima di Roma. (-Réfléxions sur la Poésie et la
Peinture-, p. II, sect. 16).
[163] Ho tenuti per tanto tempo lontani da Roma i miei leggitori, che mi
è forza insinuar loro di richiamare a memoria o rileggere il Capitolo
XLIX di questa Storia.
[164] Gli autori che descrivono meglio la coronazione degli Imperatori
alemanni, soprattutto di quelli dell'undicesimo secolo, sono il
Muratori, che si tiene ai monumenti originali (-Antiquit. ital. medii
aevi-, t. I, -Dissert.- 6, p. 99, ec.) e il Cenni (-Monument. domin.
pontific-., tom. II, -Dissert.- 6, p. 261). Non conosco quest'ultimo che
per le compilazioni fattene dallo Schmidt (-Storia degli Alemanni-, tom.
III, p. 225-266).
[165] -Exercitui romano et teutonico!- Si scorgea di fatto la realtà
dell'esercito degli Alemanni, ma quanto chiamavasi esercito romano, non
era più che -magni nominis umbra-.
[166] Il Muratori ne ha offerta la serie delle monete pontificie
(-Antiquit.-, t. II, -Dissert.- 27, pag. 548-554). Non ne trova che due
anteriori all'anno 860; e noi ne abbiamo, da Leone III fino a Leone IX,
cinquanta, nelle quali vedonsi il titolo e l'effigie dell'Imperatore
regnante; nessuna di quelle di Gregorio VII, o di Urbano II, è pervenuta
sino a noi; sembra però che Pasquale II non volesse permettere sulle
proprie monete questo contrassegno di dependenza.
[167] -Vedi- la nota di N. N. in fine del Volume.
[168] -Il Teologo dice, che que' contrasti ostinatissimi non derivano
d'ambizione, ma da zelo.- (Nota di N. N.)
[169] -V.- Ducange, -Gloss. Mediae et infimae latinitatis-, t. VI, p.
364, 366, -Staffa-. I Re prestavano questo omaggio agli Arcivescovi, e i
vassalli ai loro Signori (Schmidt, t. III, pag. 262). Era una delle più
sagaci arti della politica della Corte di Roma il confondere i
contrassegni della sommessione figliale con quelli della feudale.
[170] -Vedi- la nota di N. N. alla fine del Volume.
[171] Lo zelante S. Bernardo (-De Consideratione-, lib. III, t. II, p.
431-442, edizione di Mabillon, Venezia 1750) e il giudizioso Fleury
(-Discours sur l'Hist. eccles.-, IV e VII) deplorano queste appellazioni
che tutte le Chiese portavano innanzi al Pontefice romano; ma il Santo,
che credeva alle false decretali, condanna solamente l'abuso di tali
appellazioni: lo Storico, più avveduto, rintraccia l'origine e combatte
i principj di questa nuova giurisprudenza.
[172] -Germanici..... Summarii non levatis sarcinis onusti nihilominus
repatriant inviti. Nova res! Quando hactenus aurum Roma refudit? et nunc
Romanorum consilio id usurpatum non credimus- (S. Bernard., -De
Consideratione-, l. III, c. 3, p. 437). Le prime parole di questo passo
sono oscure, e verisimilmente alterate.
[173] -È già noto a' dotti d'istoria civile ed ecclesiastica quanto
grandi sieno stati i mali e gli abusi in ciò, e quante le cattive e
ridicole consuetudini, che, contrarie alle vere idee della religione,
influirono a corrompere in quel tempo la buona morale pubblica.- (Nota
di N. N.)
[174] «Allorchè i Selvaggi della Luisiana vogliono cogliere il frutto,
tagliano il tronco, e dalla pianta atterrata lo svelgono. Ecco qual è il
governo dispotico» (-Esprit de Lois-, lib. V, cap. 13). Le passioni e
l'ignoranza sono sempre dispotiche.
[175] -Gli oracoli de' preti (così non bene denominando l'Autore le
decisioni ecclesiastiche) non sono in sostanza, se rettamente dati, che
cose derivanti più o meno direttamente dalle Sacre Scritture, o da
queste dedotte, e definite coll'autorità de' Concilj, de' SS. Padri e
de' Papi, e quindi il buon cattolico che crede alle Sacre Scritture, ed
ai giudizj di quelle autorità, riceve per mezzo de' preti spiegazioni,
istruzioni e precetti, giacchè i laici o non vogliono, o non possono
istruirsi su i libri anzidetti. Se poi si abusò per ignoranza o per
arte, cagionando in tempi d'ignoranza e di fanatismo mali grandissimi,
ciò è da condannarsi.- (Nota di N. N.)
[176] Giovanni di Salisbury in un colloquio famigliare con Adriano IV,
suo compatriotta, accusa l'avarizia del Papa e del Clero: -Provinciarum
diripiunt spolia, ac si thesauro Craesi studeant reparare. Sud recte cum
eis agit Altissimus, quoniam et ipsi aliis et saepe vilissimis hominibus
dati sunt in direptionem- (-De Nugis Curialium-, l. VI, c. 24, p. 387).
Nella pagina successiva, biasima la temerità e l'infedeltà de' Romani,
l'affezione dei quali invano si sforzavano i Papi di cattivarsi con
donativi anzichè per virtù meritarla. Dobbiamo dolerci che Giovanni di
Salisbury, avendo scritto sopra tanti argomenti diversi, non ci abbia
somministrata, in vece di tratti di morale e di erudizione, qualche
notizia di sè medesimo, e de' costumi del suo tempo.
[177] Hume's, -History of England-, vol. I, p. 419. Lo stesso autore,
sulla testimonianza di Fitz-Stephen, racconta un atto di crudeltà,
singolarmente atroce, commesso contro i preti da Goffredo, padre di
Enrico II. «In tempo ch'egli (Goffredo) dominava la Normandia, il
Capitolo di Seez avvisò di procedere senza il consenso del suo Signore
alla elezione di un Vescovo. Goffredo ordinò che i Canonici e il Vescovo
testè nominati venissero privati delle parti genitali, indi che sopra un
piatto gli venisse portata la prova materiale dell'esecuzione della
sentenza». Quegl'infelici aveano bene ogni ragione di lamentarsi del
dolore e del pericolo di vita ai quali soggiacquero; ma poichè aveano
fatto voto di castità, il tiranno non li privò che d'una ricchezza per
essi inutile.
[178] Trovansi negli -Storici Italiani del Muratori- ( t. III, p.
277-685) le Vite de' pontefici, da Leone IX insino a Gregorio VII,
composte dal Cardinal d'Aragona, da Pandolfo da Pisa, da Bernardo Guido
ec., che hanno tolte da autentici monumenti le narrate cose; e ho sempre
avuta questa raccolta dinanzi agli occhi.
[179] Le date che si troveranno a mano a mano in questo capitolo possono
riguardarsi come citazioni degli Annali del Muratori, eccellente guida,
da cui d'ordinario non mi diparto. Egli adopera e cita con magistrale
sicurezza, la sua grande Raccolta degli Storici Italiani, divisa in
vent'otto volumi, e benchè io l'abbia consultata, possedendo nella mia
biblioteca un tale tesoro, ho fatto ciò per diletto, non per un bisogno
che l'Autor degli Annali, coll'esattezza delle sue citazioni, mi avrebbe
risparmiato.
[180] Non posso a meno di qui trascrivere il seguente energico passo di
Pandolfo da Pisa: -Hoc audiens inimicus pacis atque turbator jam factus
Centius Frajapane, more draconis immanissimi sibilans, et ab imis
pectoribus trahens longa suspiria, accinctus retro gladio sine mora
concurrit, valvas ac fores confregit. Ecclesiam furibundus introiit,
inde custode remoto papam per gulam accepit, distraxit, pugnis,
calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae
acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum Dominum per capillos et
brachia, Iesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit,
inibi catenavit et inclusit.-
[181] -Ego coram Deo et Ecclesia dico, si unquam possibile esset, mallem
unum imperatorem quam tot Dominos- (Vit. Gelas. II, p. 398).
[182] -Quid tam notum saeculis quam protervia et cervicositas Romanorum?
Gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque
adhuc, subdi nescia, nisi cum non valet resistere- (-De Consideratione-,
l. IV, c. 2, pag. 441). Il Santo riprende fiato, continuando di poi in
tal guisa: -Hi invisi terrae et caelo, utrique injecere manus-, etc. (p.
443).
[183] Il Petrarca, nella sua qualità di cittadino romano, si fa lecito
di osservare, che S. Bernardo, comunque santo, era uomo; che avea potuto
lasciarsi trasportare dalla collera, e fors'anche pentirsi dopo del
proprio impeto, ec. (-Mém. sur la vie de Pétrarque-, t. I, p. 330).
[184] Il Baronio nel dodicesimo volume de' suoi Annali trova una scusa
semplice e facile, separando i Romani in due categorie, di -Cattolici-
l'una, di -Scismatici- l'altra. Spetta ai primi tutto il bene, ai
secondi tutto il male che è stato detto di Roma.
[185] Il Mosheim che dà conto delle eresie del dodicesimo secolo, nelle
-Inst. Hist. eccles.- (p. 419-427), porta favorevole opinione di Arnaldo
da Brescia. Ho fatto parola altrove della Setta de' Paoliziani (c. 54)
seguendoli nelle loro migrazioni dall'Armenia fino nella Tracia e nella
Bulgaria, nell'Italia e nella Francia.
[186] Arnaldo da Brescia ci è stato dipinto in originale da Ottone di
Freysingen (-Chron.-, l. VII, cap. 31; -De Gestis Frederici- I, l. I, c.
27; 1. II, c. 21), e nel terzo libro di -Ligurinus-, poema di Gunther,
Autore che vivea nel 1200 (Fabricius, -Bibl. lat. med. et infim.
aetat-., t. III, p. 174, 175). Il Guilliman (-De rebus helveticis-, lib.
III, cap. 5, pag. 108) copia il lungo tratto che a quest'eresiarca si
riferisce.
[187] Il Bayle, trascinato dalla sua malnata inclinazione a buttare in
giuoco tutte le cose, si è sbizzarrito con inconsideratezza e dottrina
eguali, quando nel suo Dizionario critico è venuto agli articoli
-Abelardo-, -Fulbert-, -Eloisa-. Il Mosheim con somma aggiustatezza ne
racconta le dispute di Abelardo e di S. Bernardo intorno a diversi punti
di teologia scolastica e positiva (-Instit. Hist. eccles.-, p. 412-415).
[188]
-- -Damnatus ab illo-
-Praesule, qui numeros vetitum contingere nostros,-
-Nomen ab INNOCUA ducit, laudabile vita.-
Meritano qualche applauso la sagacia e l'esattezza del poeta che trae
partito, per fare un complimento, dalle angustie in cui lo ponea il nome
anti-poetico di Innocenzo II.
[189] Si è trovata a Zurigo una Iscrizione di -Statio Turicensis-, in
caratteri romani (d'Anville, -Notice de l'ancienne Gaule-, p. 642-644);
ma la Città e il Cantone mancavano di prove per arrogarsi ed appropiarsi
in privilegio i nomi di -Tigurum- e di -Pagus Tigurinus-.
[190] Il Guilliman nella sua Opera -De rebus helveticis- (l. III, cap.
5, pag. 106) ci dà conto della donazione fatta nell'anno 833
dall'Imperatore Lodovico il Pio alla badessa Ildegarda sua figlia.
-Curtim nostram Turegum in ducatu Alemanniae in pago Durgaugensi-,
unitamente ai villaggi, ai boschi, ai prati, alle acque, ai censi, alle
chiese, ec.... tutte le quali cose formavano un magnifico donativo.
Carlo il Calvo concedè a Zurigo il -Jus monetae-; la città venne cinta
di mura sotto Ottone I, e gli Antiquarj di questo paese ripetono con
piacere quel verso del Vescovo di Freysingen.
-Nobile Turegum multarum copia rerum.-
[191] -V.- S. Bernardo (-Epist.- 195, 196, t. I, p. 187-190). In mezzo
alle sue invettive, il Santo si lasciò sfuggire una confessione
importante, -qui, utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est
vitae-. Afferma inoltre che Arnaldo sarebbe stato per la Chiesa un
acquisto prezioso.
[192] Arnaldo consigliava ai Romani,
-Consiliis armisque suis moderamina summa-
-Arbitrio tractare suo: nil juris in hac re-
-Pontifici summo, modicum concedere regi-
-Suadebat populo. Sic laesâ stultus utraque-
-Majestate, reum geminae se fecerat aulae.-
La poesia del Gunther qui s'accorda colla prosa di Ottone.
[193] -V.- Baronio (A. D. 1148, n. 38, 39) che ha seguito il manoscritto
del Vaticano: egli inveisce violentemente contro Arnaldo (A. D. 1141, n.
3), cui pure dà colpa delle eresie -politiche- che a quei giorni
dominavano nella Francia, e gli effetti delle quali il ferivano.
[194] I leggitori inglesi possono consultare la -Biografia Britannica-,
articolo -Adriano IV-; ma i nostri autori nazionali nulla hanno aggiunto
alla fama, o al merito del loro concittadino.
[195] Oltre allo Storico e al Poeta da me citati, anche il Biografo di
Adriano IV racconta gli ultimi fatti di Arnaldo (Muratori, -Script. rer.
ital.-, t. III, part. I, p. 441, 442).
[196] -V.- Ducange (-Gloss. latin, med. et infim. aetat.- Il
Decarchones, t. II, p. 726) riferisce, seguendo il Biondi, il seguente
passo (-Decad.- II, l. 2): -Duo consules ex nobilitate quotannis
fiebant, qui ad vetustum consulum exemplar, summae rerum praeessent-; e
il Sigonio (-De regno Italiae-, l. VI, -opp.- t. II, p. 400) parla de'
Consoli e de' Tribuni del decimo secolo. Il Biondi ed anche il Sigonio
si sono troppo attenuti al metodo classico di supplire colla ragione e
coll'immaginazione alla mancanza di monumenti.
[197] Nel Panegirico di Berengario (Muratori, -Script. rer. ital.-, t.
II, part. I, p. 408) parlasi di un Romano -consulis natus-, nel
principio del decimo secolo. Il Muratori (-Dissert.- 5) ha trovato negli
anni 952, 956 un -Gratianus in Dei nomine consul et dux-, e un -Georgius
consul et dux-; nel 1015, Romano, fratello di Gregorio VIII, si
intitolava superbamente, ma in un modo alquanto vago, -Consul et Dux et
omnium Romanorum Senator-.
[198] Gl'Imperatori greci, fino al secolo decimo, hanno usato coi Duchi
di Venezia, di Napoli, d'Amalfi, ec., del titolo di υπατος o console
(Vedi -Chron. Sagornini- in diversi luoghi), e i successori di
Carlomagno non rinunziarono ad alcune delle loro prerogative. Ma in
generale, i nomi di -Console- e di -Senatore- che si usarono altra volta
presso i Francesi e gli Alemanni, non vogliono dir altro che -Conte-, o
-Signore- (-Seigneur-; Ducange, -Gloss.-). Gli Scrittori monastici
cedono di frequente all'ambizione di mettere in uso belle espressioni
classiche.
[199] La forma più costituzionale è quella che trovasi in un Diploma di
Ottone (A. D. 998): -Consulibus Senatus populique romani-; ma
verisimilmente è apocrifo un tale atto. Lo Storico Dithmar (Muratori,
-Dissert.- 25) narrando la coronazione di Enrico I, accaduta nel 1014,
lo rappresenta: -A senatoribus duodecim Vallatum quorum sex rasi barba,
alii prolixa, mystice incedebant cum baculis.- Il Panegirico di
Berengario fa menzione del Senato (p. 406).
[200] Nell'antica Roma, l'Ordine equestre, soltanto sotto il consolato
di Cicerone, che si dà merito dell'instituzione di quest'Ordine, divenne
un terzo ramo della repubblica, prima composta unicamente del Senato e
del popolo. (Plinio, -Hist. nat.- XXXIII, 3; Beaufort, -Republ. rom.-,
t. I, p. 144-155).
[201] Il Gunther descrive ancora il sistema democratico immaginato da
Arnaldo di Brescia:
-Quin etiam titulos urbis renovare vetustos;-
-Nomini plebeio secernere nomen equestre,-
-Jura tribunorum, sanctum reparare senatum,-
-Et senio fessas mutasque reponere leges.-
-Lapsa ruinosis et adhuc pendentia muris-
-Reddere primaevo Capitolia prisca nitori.-
Ma alcune di tali riforme erano chimere, altre si riducevano a sole
parole.
[202] Dopo lunghe dispute fra gli Antiquarj di Roma, sembra cosa oggidì
convenuta, che la cima del monte Capitolino, presso al fiume, sia il
-mons Tarpeius-, l'-Arx-, e che sull'altra sommità, la chiesa e il
convento di -Aracoeli-, occupati dai Franciscani Scalzi, tengano il
luogo ove fu un giorno il tempio di Giove (Nardini, -Roma antica-, l. V,
c. 11-16).
[203] Tacit., -Hist.- III, 69, 70.
[204] Questo parteggiamento delle monete fra l'Imperatore e il Senato
non è per altro un fatto positivo, ma opinione verisimile de' migliori
Antiquarj (-V.- la -Scienza delle Medaglie- del P. Joubert, t. II, pag.
208-211, nella edizione, perfetta quanto rara, del Barone della Bastia).
[205] La dissertazione ventesimasettima sulle Antichità d'Italia (tom.
II, p. 559-599 delle Opere del Muratori) offre una serie di monete
senatoriali che portavano gli oscuri nomi di -Affortiati-, -Infortiati-,
-Provisini-, -Parparini-. Nel durare di quest'epoca, tutti i Papi, senza
eccettuarne Bonifazio VIII, si astennero dall'usare il diritto di batter
moneta, ripreso poi da Benedetto XI, il quale ne usò in modo regolare
nella Corte di Avignone.
[206] Uno Storico alemanno, Gerardo di Reicherspeg (in - Baluz.
Miscell.-, t. V, pag. 64, -V.- Schmidt, -Storia degli Alemanni-, t. III,
pag. 265 ), così descrive la costituzione di Roma dell'undicesimo
secolo: -Grandiora urbis et orbis negotia spectant ad romanum
pontificem, itemque ad romanum imperatorem; sive illius vicarium urbis
praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet dominum
papam cui facit hominium, et dominum imperatorem a qua accipit suae
potestatis insigne, scilicet gladium exertum.-
[207] Un autore contemporaneo (Pandolfo da Pisa nella Vita di Pasquale
II, pag. 357, 358) racconta come accaddero nel 1118 l'elezione del
Prefetto e la formalità del giuramento: -Inconsultis patribus..... loca
praefectoria.... laudes praefectoriae... comitiorum applausam....
juraturum populo in ambonem sublevant.... confirmari eum in urbe
praefectum petunt.-
[208] -Urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum
quod illi donavit de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id
tempus juramento fidelitatis imperatori fuit obligatus, et ab eo
prefecturae tenuit honorem- (Gesta Innocent. III, -in- Muratori, tom.
III, part. I, p. 487).
[209] -V.- Ottone di Freysing, -Chron.- VII, 31; -De gestis Frederici-
I, l. I, c. 27.
[210] Un Autore inglese, Ruggero Hoveden, fa menzione dei soli senatori
della famiglia -Capuzzi- ec., -quorum temporibus melius regebatur Roma
quam nunc- (A. D. 1194) -est temporibus LVI senatorum- (Ducange,
-Gloss.-, t. VI, p. 191, SENATORES).
[211] Il Muratori (-Dissert.- 42, t. III, p. 785-788) ha pubblicato un
Trattato originale, il cui titolo è: -Concordia inter D. nostrum papam
Clementem III et senatores populi romani super regalibus et aliis
dignitatibus urbis-, etc., -anno 44 Senatus-. Ivi il Senato assume il
linguaggio dell'autorità: -Reddimus ad praesens.... habebimus....
dabitis praesbyteria... jurabimus pacem et fidelitatem-, etc. Lo stesso
autore ne offre ancora una -chartula de Tenimentis Tusculani-, che porta
per data il quarantasettesimo anno della stessa epoca, e vien confermata
-decreto amplissimi ordinis senatus acclamatione P. R. publice Capitolio
consistentis-. Trovasi quivi la distinzione fra i -senatores
consiliarii- e i semplici senatori (Murat., -Diss.- 42, t. III, p.
787-789).
[212] Il Muratori (-Dissert.- 45, t. IV, p. 64-92) ha data ottimamente a
conoscere questa forma di governo, e l'-Oculus pastoralis-, che trovasi
in fine di tale Opera, è un trattato, o sermone sugli obblighi de'
Magistrati stranieri.
[213] Gli Autori latini, quelli almeno del secolo d'argento, aveano già
trasportato dall'uffizio alla persona insignita di esso il vocabolo
-potestas-.
-Hujus qui trahitur praetextam sumere mavis.-
-An Fidenarum Gabiorumque esse POTESTAS.-
(Juven., Satir. XI, 99)
[214] -V.- la Vita e la morte di Brancaleone nella -Historia major- di
Mattia Paris, p. 741, 757, 792, 797, 799, 810, 823, 833, 836, 840. I
pellegrinaggi e le sollecitazioni delle cause mantenevano in
corrispondenza le Corti di Roma e di S. Albano; e il Clero inglese,
pieno d'astio contro i Papi, si rallegrava in veggendoli umiliati ed
oppressi.
[215] Così Mattia Paris conchiude il tratto che si riferisce a
Brancaleone: -Caput vero ipsius Brancaleonis in vase pretioso super
marmoream columnam collocatum, in signum sui valoris et probitatis,
quasi reliquias, superstitiose nimis et pompose sustulerunt. Fuerat enim
superborum potentum et malefactorum urbis malleus et exstirpator, et
populi protector et defensor, veritatis et justitiae imitator et amator-
(p. 840). Un biografo d'Innocenzo IV (il Muratori, -Script.-, t. III,
parte I, p. 591, 592) fa un ritratto men favorevole di questo Senator
ghibellino.
[216] Quegli Storici, le cui Opere trovansi inserite nell'ottavo volume
della Raccolta del Muratori, Nicolò di Iamsilla (p. 592), il monaco di
Padova (pag. 724), Sabba Malespini (lib. II, cap. 9, p. 808), e
Ricordano Malespini (c. 177, p. 999), parlano della nomina di Carlo
d'Angiò all'uffizio di Senatore perpetuo di Roma.
[217] L'arrogante Bolla di Nicolò III, che fonda la sua temporale
sovranità sulla donazione di Costantino, ne rimane tuttavia, e Bonifazio
VIII avendola inserita nella sesta delle Decretali, i Cattolici, o
almeno i Papisti, debbono riverirla siccome legge sacra e perpetua.
[218] Devo al Fleury (-Hist. eccles.-, t. XVIII, p. 306) una
compilazione di quest'atto dell'autorità del popolo, ch'egli ha tolto
dagli Annali ecclesiastici di Odorico Rainaldo, A. D. 1281, n. 14, 15.
[219] Ottone, Vescovo di Freysingen, ha conservato tali lettere e
discorsi (Fabricius, -Bibliot. latin. medii et infim.- t. V, pag. 186,
187). Ottone era forse lo Storico che potea fra tutti i suoi colleghi
vantare più eccelsi natali. Figlio di Leopoldo, marchese d'Austria, e di
Agnese figlia dell'Imperatore Enrico IV, era divenuto fratello di
Corrado III, zio di Federico I. Ha lasciata una Cronaca de' suoi tempi
in sette libri, e una Storia -De Gestis Frederici I-, in due libri;
questa ultima Opera si trova nel sesto volume degli Storici del
Muratori.
[220] Noi desideriamo, diceano que' Romani ignoranti, di restituire
l'Impero -in cum statum, quo fuit tempore Constantini et Justiniani, qui
totum orbem vigore senatus et populi romani suis tenuere manibus-.
[221] -V.- Ottone di Freysing., -De gestis Freder. I-, l. I, c. 28, p.
662-664.
[222] -Hospes eras, civem feci. Advena fuisti ex transalpinis partibus,
principem constitui.-
[223] -Non cessit nobis nudum imperium, virtute sua amictam venit,
ornamenta sua secum traxit. Penes nos sunt consules tui-, etc. Cicerone,
o Tito Livio non avrebbero disdegnate queste immagini che adoperava un
Barbaro nato ed allevato nell'ercinia Foresta.
[224] Ottone di Freysingen, che conoscea certamente il linguaggio della
Corte e della Dieta alemanna, parla de' Franchi del dodicesimo secolo
come della nazione regnante (-proceres Franchi, equites Franchi, manus
Francorum-): aggiunge nondimeno l'epiteto -Teutonici-.
[225] -V.- Ottone di Freysingen (-De Gestis Frederici I-, l. II, c. 22,
pag. 720-723). Nella traduzione e nel compendio di questi atti autentici
e originali, mi sono permesse alcune libertà, senza per altro
discostarmi dal senso.
[226] Il Muratori (-Dissert-. 26, tom. II, p. 492) ha tolto dalle
Cronache di Ricobaldo e di Francesco Pipino questo bizzarro avvenimento,
e i pessimi versi che accompagnarono il donativo.
-Ave decus orbis, ave! Victus tibi destinor, ave!-
-Currus ab Augusto Frederico Caesare justo.-
-Vae Mediolanum! Jam sentis spernere vanum-
-Imperii vires, proprias tibi tollere vires.-
-Ergo triumphorum urbs potes memor esse priorum-
-Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant.-
Ecco ora un passo delle -Dissertazioni italiane: Nè si dee tacere che
nell'anno 1727, una copia di esso Carroccio in marmo, dianzi ignoto, si
scoprì nel Campidoglio, presso alle carceri di quel luogo, dove Sisto V
l'avea fatto rinchiudere. Stava esso posto sopra quattro colonne di
marmo fino colla seguente inscrizione-, ec., il soggetto della quale
collimava con quello dell'Inscrizione antica.
[227] Il Muratori narra con imparziale erudizione (-Annal-., t. X, XI,
XII) quanto si riferisce al declinare delle forze e dell'autorità
degl'Imperatori in Italia; e i nostri leggitori potranno raffrontarne i
racconti colla -Storia degli Alemanni- (tom. III, IV) scritta da
Schmidt, che con quest'Opera si meritò la stima de' proprj concittadini.
[228] -V.- Floro, l. I, c. 11, (traduzione Liguì, edizione Bettoni del
1823, p. 17, 18). Può leggersi con molta soddisfazione questo passo di
Floro che meritò gli elogi di un uomo sommo (-Oeuvres de Montesquieu-,
t. III, p. 634, 635, edizione in 4).
[229] -Ne a feritate Romanorum, sicut fuerant Hostienses, Portuenses,
Tusculanenses, Albanenses, Labicenses, et nuper Tiburtini destruerentur-
(Mattia Paris, p. 757). Questi avvenimenti vengono accennati negli
Annali e nell'Indice del Muratori (vol. XVIII).
[230] -V.- la vivace pittura che ne presenta il P. Labat (-Voyage en
Espagne et en Italie-) dello stato e delle rovine di queste città,
sobborghi, per così dire, di Roma, e quanto egli dice sulle rive del
Tevere, ec. Era egli riseduto lungo tempo in vicinanza di Roma. -V.-
anche una descrizione più esatta di questa città che il P. Eschinard
(Roma, 1750, in 8) ha unita alla Carta topografica del Cingolani.
[231] Il Labat (t. III, p. 233) porta un decreto che, prima di questo
risorgimento, era stato emanato dal Governo romano, e nel quale
trovavasi una espressione che feriva crudelmente l'amor proprio e la
povertà de' Tivolesi: -In civitate Tiburtina non vivitur civiliter.-
[232] Per assicurarsi questa data, il Muratori ha avuta la saggezza di
ponderare le testimonianze di nove autori, contemporanei alla battaglia.
[233] -V.- Mattia Paris, (p. 345). Il Prelato che comandava una parte
dell'esercito pontifizio, era Pietro di Roche, stato Vescovo di
Winchester trentadue anni. Lo Storico inglese ce lo dipinge, come
guerriero e uomo di Stato (p. 178-399).
[234] -I fatti su i quali l'Autore scorre colla sua solita rapidità,
sono veri pur troppo, ma null'altro proveranno se non se i Papi, ed i
preti in generale, essendo uomini, furono talvolta presi, come gli
altri, da ambizione, da avidità, e da altre passioni, e quindi alcune
volte i partiti loro, pel grande loro potere su gli animi, furono
terribili; l'espressione figurata- la vigna del Signore, -onde l'Autore
disegna la Chiesa, non era da usarsi, perchè i teologi dicono che la
Chiesa è il corpo mistico, cioè misterioso di Cristo, nel quale
veramente non devono essere le cose anzidette, avendo egli detto a' suoi
seguaci- pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis; -ma pur troppo la
Storia ecclesiastica e civile è piena di fatti, che mostrano avere i
Cristiani spesse volte dimenticato quelle parole.- (Nota di N. N.)
[235] -Se il volgo riguardava quale idolo il Papa, s'allontanava assai
dal vero cristianesimo e dalla vera idea che devesi avere del Papa.-
(Nota di N. N.)
[236] -V.- Mosheim (-Instit. Hist. eccl.-, p. 401-403). Lo stesso
Alessandro non rimase per poco vittima di una di queste tumultuose
elezioni; e Innocenzo, il cui merito era dubbioso, fu riconosciuto Papa
soltanto, perchè l'ingegno e il sapere di S. Bernardo fecero piegare a
favore di lui la bilancia. Vedine la -Vita- e gli scritti.
[237] Il Thomassin (-Discipl. de l'Eglise-, t. I, pag. 1252-1287) ha
discusso con molto senno sopra tutto quanto si riferisce all'origine, ai
titoli, all'importanza, alle preminenze, agli abiti, ec. de' Cardinali,
ma la loro porpora non ha conservato lo stesso splendore. Il sacro
Collegio venne aumentato e determinato al numero di settantadue
individui, onde raffigurasse, sotto l'autorità del Vicario di Gesù
Cristo, il numero de' suoi discepoli.
[238] -V.- la Bolla di Gregorio X (-Approbante sacro Concilio- nel SESTO
della legge canonica, l. I, t. 6, c. 3) vale a dire nel supplemento alle
Decretali che Bonifazio VIII promulgò a Roma nel 1298, diramandole a
tutte le Università dell'Europa.
[239] L'ingegno del Cardinale di Retz gli dava diritto di dipingere il
Conclave del 1665 al quale assistè (-Mem-. t. IV, p. 15-57). Ma non so
in qual conto debbano tenersi il sapere e la veracità di un anonimo
italiano, la cui Storia (-Conclavi-, in 4, 1667) è stata continuata dopo
il regno di Alessandro VII. La fortuna accidentale dell'Opera offre agli
ambiziosi una lezione non fatta per iscoraggiarli. Per mezzo a un
intricato labirinto si arriva alla cerimonia dell'adorazione, e la
pagina successiva comincia dai funerali del Candidato prescelto.
[240] Le espressioni del Cardinale di Retz sono positive e pittoresche.
«Vi si stette sempre col medesimo rispetto, e colla medesima civiltà,
che vengono osservati ne' gabinetti dei Re; colla stessa gentilezza che
vedeasi adoperata alla Corte di Enrico III; con quella famigliarità che
appartiene ai Collegi, colla modestia addicevole ai noviziati, con
quella carità, almeno in apparenza, che regnar potrebbe in mezzo a
fratelli perfettamente concordi tra loro».
[241] «-Richiesti per bando- (così si esprime Giovanni Villani)
-senatori di Roma, e 52 del populo, e capitani de' 25, et consoli-
(Consoli?) -e 13 buoni huomini, uno per rione-». Noi non abbiamo
cognizioni bastanti su quella età per determinare qual parte di una tale
costituzione fosse solamente temporanea, e qual altra ordinaria e
permanente. Però, gli antichi statuti di Roma ne porgono in ordine a ciò
qualche debole lume.
[242] Il Villani (l. X, c. 68-71, -in- Muratori, -Script-. t. XIII, p.
641-645) parla di cotesta legge, narrando l'avvenimento con molto meno
orrore di quello che ne dimostra il prudente Muratori. Coloro che hanno
studiati i tempi barbari de' nostri Annali, avranno anche veduto quanto
le idee, o, a dir meglio, le assurdità della superstizione, sieno
incoerenti e variabili.
[243] -V.- nel primo volume de' Papi d'Avignone la seconda -Vita-
originale di Giovanni XXII (p. 142-145), la confessione dell'Antipapa
(p. 145-152) e le laboriose note del Baluzio (p. 714, 715).
[244] -Romani autem non valentes nec volentes ultra suam celare
cupiditatem, gravissimam contra papam movere caeperunt quaestionem,
exigentes ab eo urgentissime omnina quae subierant per ejus absentiam
damna et jacturas, videlicet in hospitiis locandis, in mercimoniis, in
usuris, in redditibus, in provisionibus, et in aliis modis
innumerabilibus. Quod cum audisset papa, praecordialiter ingenuit, et se
comperiens- MUSCIPULATUM etc-. (Mattia Paris, p. 757). Circa alla Storia
ordinaria della vita de' Papi, alle loro azioni, alle morti, residenze
in Roma, e allontanamenti, ci contentiamo di accennare ai nostri
leggitori gli Annalisti ecclesiastici, Spondano e Fleury.
[245] Oltre alle Storie generali delle Chiese d'Italia e di Francia,
abbiamo un prezioso Trattato, composto da un Dotto, amico del sig. de
Thou, che ha per titolo -Histoire particulière du grand différent entre
Boniface VIII et Philippe le-Bel, par- Pierre Dupuis (t. VII, part. II,
p. 61-82); ed è inserito nelle Appendici delle ultime e migliori
edizioni della Storia del Presidente De Thou.
[246] Non è cosa sì facile da comprendersi, se il Labat (t. IV, pag.
53-57) scherzi, o parli sul serio, quando racconta che il paese d'Agnani
si risente tuttavia di questa maledizione di Benedetto XII; e che la
natura, fedele suddita de' Pontefici, vi tarda ciascun anno la maturità
delle biade, degli olivi e delle vigne.
[247] -Se il Labat scriveva di buona fede, egli era grandemente
ingannato dalle sue cieche prevenzioni, e dal fanatismo; e se faceva la
satira della stupida credulità del popolo d'Agnani di quel tempo, avea
ben ragione di farla; ma colle satire non s'istruiscono, ma s'irritano i
popoli; vi vogliono libri ben fatti e scuole.- (Nota di N. N.)
[248] -V.- nella Cronaca di Giovanni Villani (l. VIII, c. 63, 64, 80, in
Muratori, t. XIII) l'imprigionamento di Bonifazio VIII e l'elezione di
Clemente V. I particolari di tale elezione, come quelli di molti
aneddoti, non sono troppo chiari.
[249] Le Vite originali degli otto Papi di Avignone, Clemente V,
Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Innocenzo VI, Urbano V,
Gregorio XI e Clemente VII, furono pubblicate da Stefano Baluzio (-Vitae
paparum Avenionensium-, Parisiis, 1693, 2 vol. in 8), con lunghe note e
ben fatte, e con un volume d'atti e documenti. Collo zelo di un uomo
amante della sua patria e di un editore, giustifica, o scusa
pietosamente i caratteri de' suoi concittadini.
[250] Gl'Italiani paragonano Avignone a Babilonia, e chiamano la
migrazione della Santa Sede in quella città -cattività di Babilonia-. La
Prefazione del Baluzio confuta gravemente tali metafore più addicevoli
alla fantasia del Petrarca che alla ragione del Muratori. L'abate di
Sade si va trovando in impaccio tra la sua affezione verso il Petrarca e
l'amore di patria. Osserva modestamente che molti svantaggi locali di
Avignone sono spariti, e che gl'Italiani venuti a stanziarsi colà,
seguendo la Corte de' Pontefici, vi aveano portati que' vizj contro cui
l'estro del Petrarca si è scatenato (t. I, p. 23-28).
[251] Filippo III, re di Francia, cedè nel 1273 la Contea del Venesino
ai Pontefici, dopo avere egli ereditati i dominj del Conte di Tolosa.
Quarant'anni prima, l'eresia del Conte Raimondo avea somministrato un
pretesto agli stessi Papi di impadronirsi di questa Contea; e fin
dall'undicesimo secolo riscoteano diversi diritti d'oscura origine sopra
alcune terre citra Rhodanum (Valois, -Notitia Galliarum-, p. 459-610;
Longuerue, -Déscript. de la France-, t. I, p. 376-381).
[252] Se un possedimento di quattro secoli non tenesse vece di un
diritto, sì fatte obbiezioni basterebbero a rendere nullo il contratto;
ma farebbe sempre di mestieri restituire la somma, perchè fu realmente
pagata. -Civitatem Avenionem emit... per ejusmodi venditionem pecunia
redundantes-, etc. (-Secunda vita Clement. VI-, -in- Baluzio, t. I, p.
272; Muratori, -Script.-, t. III, part. II, p. 565). Giovanna, e il
secondo marito della medesima, furono sedotti dal danaro contante, senza
del quale non avrebbero potuto ritornare nel loro regno di Napoli.
[253] Clemente V fece in una sola volta una promozione di dieci
Cardinali, nove francesi, uno inglese (-Vit. quarta-, pag. 63, Baluzio,
p. 625, etc.). Nel 1331 il Papa ricusò due Prelati raccomandatigli dal
Re di Francia, -quod XX cardinales, de quibus XVII de regno Franciae
originem traxisse noscuntur, in memorato collegio existant- (Thomassin,
-Discipl. de l'Eglise-, t. I, p. 1281).
[254] Le prime nozioni intorno a ciò, ne vengono dal Cardinale Giacomo
Gaetano (-Maxima Bibl. patrum-, t. 25); sarei imbarazzato a decidere se
il nipote di Bonifazio VIII fosse uno stupido, o un malvagio; le
incertezze sono minori rispetto al carattere dello zio.
[255] -Sanno già le colte persone la condotta di Bonifazio VIII, e
conoscono il di lui carattere; egli fu ed è disapprovato per avere
voluto colle scomuniche sottomettere l'autorità del re di Francia,
Filippo il Bello, nelle cose temporali, e per avere quindi recato molti
mali.- (Nota di N. N.)
[256] -V.- Giovanni Villani (l. VIII, c. 36) nel dodicesimo volume della
Raccolta del Muratori, e il -Chronicon Astense-, nell'undecimo volume
della stessa Raccolta. -Papa innumerabilem pecuniam ab eisdem accepit,
nam duo clerici, cum rastris-, etc.
[257] Le due Bolle di Bonifazio VIII e di Clemente VI si trovano nel
-Corpus juris canonici-, (-Extravag. commun.-, l. V, tit. 9, c. 1, 2).
[258] Gli -Anni e i giubbilei sabbatici- della legge di Mosè (-Car.
Sigon. de republ. Hebraeorum-, -Opp.-, tom. IV, lib. III, c. 14, 15,
pag. 151, 152); la sospensione di ogni specie di cura e lavori, quella
restituzione periodica dei fondi, quell'affrancamento dai debiti e dalla
servitù, ec., offrono una bella idea, ma l'esecuzione ne sarebbe
impossibile in una repubblica non teocratica; e avrei piacere, se mi si
potesse dimostrare che gli Ebrei osservavano di fatto questa rovinosa
festa.
[259] -V.- la Cronaca di Mattia Villani (t. I, c. 56) nel volume
decimoquarto del Muratori, e les -Mém. sur la vie de Pétrarque- (t. III,
p. 75-89).
[260] Il sig. Chais, Ministro della Comunione protestante all'Aia, ha
trattato profondamente questo argomento nelle sue -Lettres historiques
et dogmatiques sur les Jubilées et les Indulgences- (Aia, 1751, 3 v. in
12); Opera laboriosa, e che riuscirebbe dilettevole, se l'Autore non
avesse preferito il carattere di teologo polemico a quel di filosofo.
[261] Il Muratori (-Dissert.- 47) cita gli Annali di Firenze, di Padova,
di Genova ec., l'analogia degli altri avvenimenti, la testimonianza di
Ottone di Freysingen (-De Gestis Freder. I-, lib. II, cap. 13) e la
sommessione del Marchese d'Este.
[262] Nell'anno 824 l'Imperatore Lotario I si credè in necessità
d'interrogare il popolo romano per intendere dai singoli individui,
secondo qual legge nazionale intendevano di essere governati.
[263] Il Petrarca inveisce contro questi stranieri, tiranni di Roma, in
una declamazione, o epistola piena di ardite verità, e di assurda
pedanteria, che pretendeva applicare le massime ed anche i pregiudizj
dell'antica Repubblica a Roma, qual trovavasi nel secolo decimoquarto
(-Mem.-, t. III, p. 157-169).
[264] Il Pagi (-Critica-, t. IV, p. 435, A. D. 1124, n. 3, 4) racconta
l'origine e le avventure di questa famiglia di ebrei, traendo le sue
testimonianze dal -Cronographus Maurigniacensis-, e da -Arnulphus
Sagiensis de Schismate- (-in- Muratori, t. III, part. I, p. 423-432). I
fatti debbono sotto alcuni aspetti esser veri; ma piacerebbemi che
fossero stati narrati freddamente prima di farne un argomento di
rimprovero all'Antipapa.
[265] Il Muratori ha pubblicate due dissertazioni (41 e 42) su i nomi, i
soprannomi e le famiglie d'Italia. La critica ferma e moderata di questo
Storico può forse avere offesi alcuni Nobili che delle favolose loro
genealogie superbiscono. Nondimeno poche once di oro puro vagliono
meglio di molte libbre di metallo grossolano.
[266] Il Cardinale di S. Giorgio, nella sua Storia poetica, o a meglio
dire versificata, della elezione e coronazione di Bonifazio VIII
(Muratori, -Scriptor. Ital.-, tom. III, parte I, p. 641, ec.) ne fa
conoscere lo stato di Roma e le famiglie ch'essa racchiudeva all'epoca
di tale coronazione (A. D. 1295):
-Interea titulis redimiti sanguine et armis-
-Illustresque viri Romana a stirpe trahentes-
-Nomen in emeritos tantae virtutis honores-
-Intulerant sese medios festumque colebant,-
-Aurata fulgentes toga sociante caterva.-
-Ex ipsis devota domus praestantis ab URSA-
-Ecclesiae, vultumque gerens demissius altum-
-Festa COLUMNA Jocis, nec non SABELLIA mitis;-
-Stephanides senior, COMITES, ANNIBALICA proles,-
-Praefectusque urbis magnum sine viribus nomen.-
(l. II, c. 5, 100, p. 647, 648)
Gli antichi statuti di Roma distinguono undici famiglie di Baroni, che
debbono prestare -in consilio communi-, e dinanzi al Senatore, il
giuramento di non concedere asilo nè protezione ai malfattori, agli
esiliati ec., giuramento che poi non osservavano.
[267] Possiam dolerci che i Colonna non abbiano eglino stessi pubblicata
una Storia compiuta e critica della illustre loro famiglia; la quale
idea mi viene suggerita dal Muratori (-Dissert.- 42, t. III, p. 647,
648).
[268] -V.- Pandolfo da Pisa, -in vit. Pascal. II-, -in- Muratori,
-Script. Ital.-, t. III, part. I, p. 335. Questa famiglia possede
tuttavia vasti fondi nella Campagna di Roma; ma ha venduto ai
Rospigliosi il feudo -Colonna- (Eschinard, p. 358, 359).
[269] -Te longinqua dedit tellus et pascua Rheni-, dice il Petrarca; e
nel 1417 un duca di Gheldria e di Juliers si riconobbe (Lenfant,
-Histoire du Concile de Constance-, t. II, p. 539) discendente degli
antenati di Martino V (Ottone Colonna). Ma il re di Prussia osserva
nelle -Mémoires de Brandebourg-, che ne' suoi stemmi lo scettro è stato
confuso colla Colonna. Per sostenere l'origine romana di questa
famiglia, fu ingegnosamente supposto (-Diario di Monaldeschi-, ne'
-Script. ital.-, t. XII, p. 553) che un cugino dell'Imperatore Nerone,
nel fuggir da Roma, andasse ad edificare la città di Magonza.
[270] Non è a questo luogo da tacersi il trionfo romano, o l'ovazione di
Marc'Antonio Colonna, che avea comandate le galee del Papa alla
battaglia di Lepanto (De Thou, -Hist.-, l. VII, t. III, p. 55, 56;
Muratori, -Oratio 10, opp.- t. I, p. 180-190).
[271] Muratori, -Annali d'Italia-, t. X, p. 216, 220.
[272] Il grande affetto dimostratosi sempre dal Petrarca alla famiglia
Colonna ha indotto l'abate di Sade a raccogliere molte particolarità
intorno la condizione, in cui si trovavano i Colonna nel secolo
decimoquarto, la persecuzione che soffersero da Bonifazio VIII, il
carattere di Stefano e de' suoi figli, i loro litigi cogli Orsini, etc.
(-Mém. sur Pétrarque-, t. I, pag. 98-110, 146-148, 174-176, 222-230,
275-280). La critica del Sade spesse volte corregge i fatti narrati dal
Villani sopra semplici tradizioni, e gli errori di alcuni moderni meno
esatti. Vengo assicurato che il ramo di Stefano è estinto.
[273] Alessandro III avea promulgati incapaci di possedere alcun
beneficio ecclesiastico tutti i Colonna che parteggiarono per
l'Imperatore Federico I (Villani, l. V, c. 1), e Sisto V abolì l'usanza
di rinovare ogni anno la scomunica emanata contro di essi (-Vit. di
Sisto V-, t. III, pag. 416). Il tradimento, il sacrilegio e l'esilio
sono di frequente la miglior prova di antica nobiltà.
[274]
-- -Vallis te proxima misit-
-Apenninigenae qua prata virentia sylvae-
-Spoletana metunt armenta gregesque protervi.-
Il Monaldeschi (t. XII, -Script. ital.-, pag. 533) attribuisce origine
francese alla casa Orsini. Può essere che in tempi lontanissimi sia
migrata di Francia in Italia.
[275] La Vita di Celestino V, pubblicata in versi dal Cardinale di S.
Giorgio (Murat., t. III, part. I, pag. 613, ec.) contiene il seguente
passo assai chiaro, nè privo di eleganza (l. I, c. 3, p. 203. ec. ).
-- -Genuit quem nobilis Ursae- (Ursi?)
-Progenies, romana domus, veterataque magnis-
-Fascibus in clero, pompasque experta senatus,-
-Bellorumque manu grandi stipata parentum-
-Cardineos apices nec non fastigia dudum-
-Papatus- iterata -tenens.-
Il Muratori (Dissert. 42, t. III) vorrebbe si leggesse -Ursi-, ed
osserva che il primo pontificato di Celestino III, Orsino, era
sconosciuto.
[276] -Filii Ursi, quondam Celestini papae nepotes, de bonis Ecclesiae
romanae ditati- (-Vit. Innocent. III-, -in- Muratori, -Script.-, t. III,
p. 1). La prodigalità usata da Nicolò III a favore de' suoi parenti
apparisce anche meglio dalle Opere del Villani e del Muratori. Ciò
nonostante gli Orsini avrebbero trattati con disdegno i nipoti di un
Papa moderno.
[277] Il Muratori nella sua -Diss.- 51 sulla Antichità d'Italia, spiega
l'origine delle fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini.
[278] Il Petrarca (t. I, p. 222-230) come partigiano de' sentimenti dei
Colonna, ha celebrata una tale vittoria; ma due autori contemporanei,
l'uno di Firenze (Giovanni Villani, lib. X, c. 220), l'altro di Roma
(Lodovico Monaldeschi, p. 533, 534), contraddicono l'opinione del Poeta,
e si mostrano men favorevoli all'armi Colonna.
[279] L'abate di Sade (t. I, -Notes-, p. 61-66) ha applicato il sesto
Sonetto del Petrarca -Spirto Gentil-, ec., a Stefano Colonna il Giovane.
ORSI, -lupi, leoni, aquile e serpi-
-Ad una gran marmorea- COLONNA
-Fanno noja sovente ed a sè danno-.
CAPITOLO LXX.
-Carattere del Petrarca e sua coronazione. Libertà e antico
governo di Roma risorto per opera del tribuno Rienzi. Virtù e
vizj, espulsione e morte di questo tribuno. Partenza dei Papi
d'Avignone e loro ritorno a Roma. Grande scisma d'Occidente.
Riunione della Chiesa latina. Ultimi sforzi della libertà
romana. Statuti di Roma. Istituzione definitiva dello Stato
ecclesiastico.-
[A. D. 1374]
I moderni non vedono nel Petrarca[280] che il Cantore italiano di Laura
e dell'amore. In questo armonioso Poeta l'Italia ammira, o piuttosto
adora, il padre della sua lirica poesia, e l'entusiasmo o l'ostentazione
del sentimento ne ripetono i canti o per lo meno il nome. Qualunque
essere possa l'opinione di uno straniero, non avendo egli che una
nozione superficiale della lingua italiana, dee starsi in ordine a ciò
al giudizio di una nazione ragguardevole pe' suoi lumi. Nondimeno oso
sperare, o presumo, che gli Italiani non mettano a confronto una serie
di Sonetti e di Elegie d'un andamento sempre uniforme e noioso, co'
sublimi componimenti dei loro epici Poeti, colla originalità selvaggia
del Dante, colle regolari bellezze del Tasso, coll'inesausta varietà
dell'inimitabile Ariosto. Mi vedo anche men atto a giudicare sul merito
dell'amante, ed eccita in me poco interesse una passione metafisica
concetta per una donna tanto vicina al chimerico, che si è dubitato se
vi sia stata[281]; sì feconda[282] che mise al Mondo undici figli
legittimi,[283] mentre il suo spasimato cantava e disacerbava i suoi
amorosi affanni presso alla fontana di Valchiusa[284]. Secondo
l'opinione del Petrarca e quella de' più gravi suoi contemporanei,
questo amore era un peccato, e i versi che lo celebravano un futile
passatempo. Egli dovette ai suoi versi latini e ad alcuni tratti di
filosofia e di eloquenza, scritti nel medesimo idioma, la sua fama, di
cui non tardarono a risonare la Francia e l'Italia: i suoi amici e
discepoli si moltiplicarono in ciascuna città; e comunque il grosso
volume delle sue Opere[285] or dorma in pace, dobbiamo nondimeno encomj
e gratitudine all'uomo che coll'esempio e coi precetti fece rivivere il
gusto e lo studio degli autori del Secolo d'oro. Il Petrarca aspirò dai
suoi primi anni alla corona poetica; e dopo avere ottenuti nelle tre
facoltà gli onori accademici, ei ricevè anche il grado supremo di
maestro, o dottore in poesia[286]. Il titolo di Poeta laureato
mantenutosi costantemente, piuttosto per consuetudine che per effetto di
vanità alla Corte d'Inghilterra[287] venne inventato dai Cesari della
Germania. Nelle provoche di musica dell'Antichità[288], il vincitore
otteneva un premio; credeasi che Virgilio e Orazio fossero stati
coronati nel Campidoglio; idea che accese la fantasia del Petrarca;
fattosi sospiroso di ottenere gli onori medesimi[289], oltrechè il
lauro[290] avea per lui un nuovo vezzo venutogli della somiglianza col
nome di Laura. Il lauro, e Laura, fattisi scopo degli ardenti suoi voti,
crebbero di pregio ai suoi occhi per la difficoltà di ottenerli; ma se
la virtù, o la prudenza di Laura rendettero questa inesorabile[291], il
Petrarca vinse almeno la ninfa della poesia, e potè vantarsi del primo
trionfo. La vanità di questo Poeta non fu per vero delicatissima, poichè
ad assicurarsi meglio l'adempimento delle sue brame, celebrò da sè
medesimo le proprie fatiche e il buon esito delle medesime; popolare era
divenuto il suo nome, i suoi amici s'adoperavano fervorosamente per lui,
onde superò finalmente, colla destrezza dell'uom di merito che sa
ostentare rassegnazione, le opposizioni pubbliche, o segrete della
gelosia, o del pregiudizio. Aveva trentasei anni, quando fu sollecitato
di accettare ciò che egli ardentemente agognava; e trovavasi nella sua
solitudine di Valchiusa nel giorno in cui ricevette questo solenne
invito per parte del Senato di Roma; ed altro simile ne ricevè
dall'Università di Parigi. Certamente non era attributo nè della
dottrina di una scuola di teologia, nè della ignoranza di una città
abbandonata al disordine, il concedere questa Corona immortale, benchè
ideale soltanto, che decretano al genio gli omaggi del pubblico e della
posterità; ma tal molesta considerazione il Petrarca dal suo animo
allontanò. Dopo alcuni momenti d'incertezza e di gioia si risolvè per
gli onori che la Metropoli del Mondo offerivagli.
[A. D. 1341]
La cerimonia della coronazione[292] fu celebrata in Campidoglio sotto
gli auspizj di quel supremo Magistrato della Repubblica che del Petrarca
era ad un tempo il protettore e l'amico. Vi comparvero dodici giovani
patrizj in abito di colore scarlatto, e sei rappresentanti delle
primarie famiglie vestiti di verde, che portavano ghirlande di fiori.
Appena il Senatore, Conte di Anguillara, collegato coi Colonna, si fu
collocato sul trono, facendogli corteggio molti Principi e Nobili, il
Petrarca venne chiamato da un araldo, e surse in piede. Dopo avere
recitato un discorso sopra un testo di Virgilio e messi voti
triplicatamente per la prosperità di Roma, s'inginocchiò innanzi al
trono, d'onde il Senatore, ponendogli la Corona sul capo, pronunciò
questi pochi detti ben più preziosi di essa: «Tale è la ricompensa del
merito». Il popolo esclamò: «Lunga vita al Campidoglio e al Poeta!» Il
Petrarca recitando un sonetto a gloria di Roma, fece sfarzo del suo
ingegno poetico e d'un animo che sentiva la gratitudine. Trasferitosi il
corteggio al Vaticano, Petrarca prostrandosi al Reliquiario di S.
Pietro, si tolse dal capo la profana corona poc'anzi ottenuta. Il
diploma[293] che venne porto al Petrarca, gli concedea il titolo e i
privilegi di Poeta laureato dismessi d'uso da tredici secoli,
conferendogli facoltà di portare a suo grado una corona d'alloro, o
d'edera, o di mirto, di vestire l'abito di poeta, d'insegnare,
disputare, interpretare, comporre in qualunque luogo, e sopra qualunque
argomento di letteratura. Tal grazia gli ratificarono il Senato ed il
popolo, insignendolo in oltre del carattere di cittadino di Roma,
siccome premio allo zelo che per la gloria di cotesta città avea
dimostrato; onore d'alto riguardo e da esso ben meritato. Avendo egli
attinte negli scritti di Cicerone e di Tito Livio le idee di quegli
egregi cittadini vissuti ne' bei tempi della Repubblica, coll'opera di
sua ardente immaginazione, arricchivale del calore del sentimento, e
ogni sentimento si trasformava in passione. La vista de' Sette Colli e
delle maestose loro rovine invigorì queste vivaci impressioni. Prese ad
amar sempre più una nazione che dopo averlo coronato, per proprio figlio
adottavalo; gratissimo figlio che si mosse a pietà e ad indignazione
all'aspetto della povertà e dell'invilimento di Roma; dissimulando i
falli de' suoi novelli concittadini, applaudiva con entusiasmo agli
ultimi eroi e alle ultime matrone della Repubblica; e trasportato dalle
ricordanze del passato, e acceso di speranze sull'avvenire, cercava di
velar fino a sè stesso l'obbrobrio de' tempi nei quali vivea. Roma agli
occhi suoi era sempre la padrona legittima dell'Universo; il Papa e
l'Imperatore, l'uno il Vescovo, l'altro il Generale di Roma, aveano
abbandonato il loro posto facendosi lecita una ignominiosa ritirata
sulle rive del Rodano e del Danubio; ma la Repubblica, rivestendo le
antiche virtù, potea ricuperare l'antica libertà e l'antico dominio.
Intantochè, giuoco dell'entusiasmo e della propria eloquenza[294], si
abbandonava coll'animo alle luminose chimere che n'erano figlie, una
vicissitudine politica, che parve pronta ad avverarsi, venne a rendere
attoniti il Petrarca, l'Italia e l'Europa. Imprendo ora a ragionare
dell'innalzamento e della caduta del tribuno Rienzi[295]. L'argomento è
importante; i materiali in gran numero, e le contemplazioni animate di
un bardo, fatto fervoroso del patriottismo[296], ravviveranno il
racconto, copioso di circostanze, ma semplice, del Fiorentino[297] e
soprattutto del Romano[298] che questa parte di Storia hanno trattata.
In un rione della città abitato solamente da artigiani e da ebrei, il
maritaggio di un ostiere con una lavandaia diede vita al liberatore di
Roma[299]. Nicola Rienzi Gabrini non potea ricevere da tali genitori nè
dignità, nè ricchezze; ma eglino s'imposero sagrifizj per procurargli
una liberale educazione, da cui riconobbe e la sua gloria e l'immatura
sua morte. Questo giovane plebeo che studiò la storia e l'eloquenza
negli scritti di Cicerone, di Seneca, di Tito Livio, di Cesare e di
Valerio Massimo, sollevossi per ingegno al di sopra degli eguali e dei
contemporanei. Con ardore instancabile interpretava i manoscritti, e le
iscrizioni degli antichi marmi, e dilettandosi di traslatarli nella
lingua volgare del suo paese, spesse volte si lasciava trasportar sì che
esclamava: «Ove sono oggidì que' Romani, ove le loro virtù, la loro
giustizia e possanza? Perchè non nacqui io in tempi più felici?[300]».
Dovendo la Repubblica inviare alla Corte di Avignone un'ambasceria
composta di tre Ordini dello Stato, Rienzi per suo ingegno ed eloquenza
fu nominato fra i tredici Deputati de' Comuni. Colà ebbe l'onore di
arringare Papa Clemente VI, e il diletto di conversare col Petrarca,
ingegno che a quel di Cola si confaceva; ma la povertà e l'umiliazione
impacciavano le sue mire ambiziose, onde il patriotta romano vedeasi
costretto a vestire un sol abito e a vivere delle elemosine dello
spedale. Fosse per giustizia che si volle rendere al merito del
medesimo, o aura temporanea di fortuna, si tolse finalmente da quello
stato di abbiezione, ottenendo l'impiego di notaio appostolico, d'onde
gli derivarono e uno stipendio giornaliero di cinque fiorini d'oro, e
più estese ed onorevoli corrispondenze, e la facilità di esporre a
pubblico confronto l'illibatezza delle sue parole e delle sue azioni,
co' vizj che allor dominavano nello Stato. La sua eloquenza rapida e
persuasiva facea grande impressione sulla moltitudine, ognor propensa
all'invidia e alla censura. Mortogli un fratello per mano d'assassini,
l'impunità di costoro l'infiammò di nuovo ardore, in un tempo in cui era
impossibile scusare, o esagerare i disordini pubblici. Sbandite vedeansi
dall'interno di Roma l'integrità e la giustizia, che pur d'ogni civile
società sono lo scopo. Molti cittadini[301], i quali si sarebbero forse
rassegnati agli aggravj che li ferivano soltanto nelle persone, o negli
averi, mossi dalla gelosia, ingenita soprattutto ne' Romani, sentivano
più d'ogni ingiuria il disdoro bene spesso arrecato al pudore delle lor
donne; erano oppressi parimente dall'arroganza dei superbi Nobili e
dalla prevaricazione de' Magistrati corrotti; e, giusta gli emblemi
allegorici, per più riprese, e in diverse fogge comparsi sopra certe
pitture che il Rienzi esponeva a pubblica vista nelle strade e nelle
chiese, la sola differenza tra i cani e i serpenti consisteva in ciò che
i primi abusavano dell'armi, delle leggi, i secondi. Intanto che la
folla attratta dalla curiosità di questi quadri, stavasi contemplandoli,
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