diritti inalienabili d'uomini e di cristiani, a restaurare le leggi e i
Magistrati della Repubblica, e a rispettar sì il -nome- d'Imperatore, ma
a ridurre ad un tempo il loro Pastore a contentarsi del governo
spirituale della sua greggia[192]. Pure nè manco questo Governo
spirituale potè sottrarsi alle censure del Riformatore che insegnò al
Clero inferiore, come dovesse resistere ai Cardinali, che aveano
usurpata un'autorità dispotica su i ventotto rioni, ossia ventotto
parrocchie di Roma[193]; il quale travolgimento di cose non potè farsi
senza violenza e saccheggio, senza che si spargesse gran sangue, e
atterrate venissero molte case. La fazione vittoriosa arricchì delle
spoglie del Clero e dei Nobili della parte contraria. Arnaldo da Brescia
ebbe tempo per godere, o deplorare gli effetti della sua impresa, perchè
il regno di lui durò fra il 1144 e il 1154, nel quale intervallo di
dieci anni, due Pontefici, Innocenzo II e Anastasio IV, or tremavano nel
Vaticano, or vagavano esuli per le città de' dintorni. Un Pontefice più
intrepido e più felice, salì finalmente il trono di S. Pietro, e in
questi Adriano IV[194], il solo Inglese che abbia portata la tiara, e
che da starsi nel monastero di S. Albano, per solo merito s'innalzò
dallo stato di frate, e quasi di mendicante, alla cattedra pontificale.
Egli diede idea di sè stesso fin dal momento del primo insulto fatto
alla sua dignità: essendo stato ucciso, o ferito lungo la strada un
Cardinale, lanciò anatema contro il popolo romano: da Natale a Pasqua la
città fu priva de' conforti del culto religioso. I Romani che aveano
disprezzato il loro Principe temporale, si sottomisero con dolore e
spavento alle censure del loro Padre spirituale, espiando le commesse
colpe col pentimento, e meritandosi l'assoluzione col bando del
sedizioso predicatore. Non quindi soddisfatta la vendetta di Adriano, la
imminente coronazione di Federico Barbarossa divenne funesta al
riformatore che aveva offesi, benchè in una proporzione diversa, i Capi
della Chiesa e quei dello Stato. In un parlamento che il Papa ebbe
coll'Imperatore a Viterbo, gli dipinse i sediziosi furori, gl'insulti, e
i timori ai quali la persona del Pontefice e il Clero trovavansi di
continuo cimentati, e i funesti effetti dell'eresia di Arnaldo intesa a
rovesciare ogni principio di subordinazione civile ed ecclesiastica.
Federico si lasciò persuadere da queste ragioni, o sedurre fors'anche
dalla brama di cingere l'imperiale corona. Ne' calcoli dell'ambizione,
essendo affari di ben poca importanza l'innocenza, o la vita di un
individuo, immolarono ad una riconciliazione momentanea il comune loro
nemico. Arnaldo, dopo la sua ritirata da Roma, vivea sotto la protezione
de' Visconti della Campania; l'Imperatore si valse della sua potestà per
impadronirsene; il Prefetto della città ne pronunziò la sentenza; il
martire della libertà (nell'anno 1155) fu arso vivo innanzi agli occhi
d'un popolo indifferente ed ingrato; le ceneri di Arnaldo vennero
gettate nel Tevere per timore che le reliquie di lui non divenissero un
soggetto di venerazione agli Eretici[195]. Il Clero trionfò: la Setta
dell'eresiarca fu dispersa non meno delle sue ceneri; ma la memoria di
esso vivea ancora nello spirito de' Romani. Probabilmente alla scuola
d'Arnaldo aveano attinto un nuovo articolo di fede, vale a dire che la
Metropoli della Chiesa cattolica non è soggetta alle pene delle
scomuniche e dell'interdetto. I Papi poteano rispondere che la
giurisdizione suprema da essi adoperata sopra i Re e le nazioni, più
particolarmente ancora comprendevano la città e la diocesi del Principe
degli Appostoli. Ma chi gli ascoltava? Lo stesso principio che attenuava
la forza delle folgori del Vaticano dovea temperarne l'abuso.
[A. D. 1144]
L'amore della libertà ha fatto credere che fin dal decimo secolo, e
nelle prime lotte che ebbero cogli Ottoni, il Senato e il popolo romano
restaurassero la repubblica; che tutti gli anni venissero scelti due
Consoli fra i Nobili; che una Magistratura composta di dieci o dodici
plebei facesse rivivere il nome e gli uffizj de' tribuni del
popolo[196]; ma questo vistoso edifizio al lume della critica si
dilegua. In mezzo alle tenebre del medio evo, scorgiamo, è vero, alcuna
volta i titoli di Senatore, di Console, o di figlio di Console[197]; ma
tali titoli venivano conceduti dagl'Imperatori, avvero i possenti
cittadini se li davano da sè medesimi come distintivi del loro grado,
della lor dignità[198] e fors'anche delle pretensioni che avevano di
derivare da un'origine più pura e patrizia; ma non erano queste che
apparenze prive di realtà e di conseguenza, fatte per additare un uomo,
e non già un Ordine nel governo[199]. Solamente nel 1144, gli atti della
Città incominciarono a contrassegnare le loro date dal risorgimento del
Senato, come da un'epoca gloriosa pel popolo romano. L'ambizione di
alcuni individui, e l'entusiasmo del popolo diedero affrettatamente
forma ad una nuova costituzione; ma nel secolo dodicesimo, non eravi in
Roma un antiquario, o un legislatore che fosse in istato di conoscere, e
molto meno di ricondurre l'armonia e le proporzioni dell'antico modello.
L'assemblea generale di un popolo libero e armato non può spiegarsi che
con tumultuose e minaccevoli grida. Egli era ben difficile, che una
cieca moltitudine, ignara delle forme e de' vantaggi di un governo ben
combinato, adottasse la division regolare di trentacinque tribù,
l'equilibrio delle centurie calcolate colle sostanze dei cittadini, le
discussioni fra gli oratori degli opposti partiti, il lento metodo de'
suffragi, messi ad alta voce, o per via di scrutinio. Arnaldo avea
proposto il rinnovellamento dell'Ordine equestre; ma qual poteva essere
il motivo, e quale la norma di una simile distinzione?[200] Come
assoggettare a calcolo, colla povertà di que' tempi, la quantità
necessaria di censo per appartenere alla classe de' Cavalieri? Non si
abbisognava più degli uffizj civili, de' giudici e degli appaltatori del
fisco; i feudi militari e lo spirito di cavalleria teneano vece più
nobilmente del dover primitivo degl'individui dell'Ordine equestre, vale
a dire del servigio che, in tempo di guerra, dovean questi prestare a
cavallo. La giurisprudenza della repubblica era divenuta inutile, nè vi
avea chi la conoscesse. Le nazioni e le famiglie italiane che obbedivano
alle leggi della città di Roma, e alle leggi de' Barbari, aveano, senza
accorgersene, formato un indigesto codice, ove una debole tradizione e
imperfetti fragmenti conservavano la ricordanza delle Pandette di
Giustiniano. I Romani avrebbero senza dubbio fatti risorgere colla loro
libertà i titoli e gli uffizj de' Consoli, se non avessero fastidito un
titolo, di cui tanto prodigalizzarono le città italiane, che finalmente
divenne il solo distintivo per indicare gli agenti di commercio ne'
paesi stranieri. Quanto ai diritti de' tribuni, il cui nome, formidabile
un giorno, bastava ad arrestare i pubblici consigli, questi suppongono,
o debbono produrre una democrazia autenticata dalle leggi. Le antiche
famiglie patrizie erano suddite dello Stato; i Baroni moderni, i
tiranni, i nemici della pace e della tranquillità pubblica, che
insultavano il Vicario di Gesù Cristo, non avrebbero rispettato per
lungo tempo il carattere d'un magistrato plebeo privo d'armi[201].
Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del
secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza,
annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il
monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa
quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce
alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima
che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i
precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio
durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi
sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne'
tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo
Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica
cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean
corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura;
distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i
lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il
primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare
nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica
bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza
dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi
s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari
avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e
d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di
ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui
largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla
cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno
ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro
uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte
le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non
meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma
ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di
battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale
sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II
portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli
Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo
secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra
una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano
sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO
ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro
rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato
dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del
Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter
dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città,
questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale:
nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile
e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che
consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli
uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che
alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo;
ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi,
gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una
volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero
di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che
per una terza parte, mettendo in vece di lui un -patrizio-; ma un sì
fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per
un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della
sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un
Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o
certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da
ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al
Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e
chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso
gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad
un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma
limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di
Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua
carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se
mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri
legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre
all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più
intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era
compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj
de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo,
forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la
scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o
parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una
libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono
più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un
Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo,
dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il
perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o
privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro
pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al
successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e
della Repubblica[211].
In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli
pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di
amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al
più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo
eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro
governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori
di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro
avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte,
prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici,
sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più
temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della
loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori
que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel
medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle
italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa
apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si
vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea,
purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e
d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che
unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un
tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di
pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore
e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da
giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa
esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e
l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero.
Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore,
egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe
potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi
-Podestà-[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o
Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione
della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome
convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla
moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la
prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea
comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco
accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria
con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che
fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.
[A. D. 1252-1258]
In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna
italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati
dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama,
e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite,
questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto
venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne
determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della
città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di
crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e
del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel
possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine.
Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe
tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza
del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad
un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in
Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di
masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo
costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e
sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani
indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono
d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni
pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere
la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere,
e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza
di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare
la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero
mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie
romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà,
la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli
ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la
qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col
passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne
ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi
a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del
medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro,
racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una
grande colonna di marmo[215].
[A. D. 1263-1278]
Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano
bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria
obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe,
che già munito di potere independente, si trovasse in istato di
difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si
unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più
ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo
tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore
che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista
del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà
dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo
soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente
espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole
dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che
accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il
misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese
un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè
l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato
in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno;
talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di
Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice,
mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo
l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno
essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò
che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di
assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i
personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV,
che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere
eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di
Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare
autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al -nobile
e fedele Martino-, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema
della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto
di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via
di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso
titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la
libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che
accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria
loro Metropoli.
[A. D. 1144]
Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la
Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti
della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i
proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare.
Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I,
offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute
loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia
giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A.
D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e
sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo
esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la
Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a
non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non
ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato
siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di
discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il
-Siciliano- hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla
-nostra- libertà, e alla -vostra- coronazione. Il nostro zelo e il
nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il
lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle
famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri
nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne
abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera
nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può
senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo,
introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto
quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra
gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi
stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere
l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri
predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella
Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare
Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del
popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive
luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a
Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra
poco, e Roma nol vide.
[A. D. 1155]
Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di
più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori
governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed
ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori
di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete
orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed
amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del
Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano
sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i
diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della
medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che,
ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina
dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente
e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri
peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri
Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile
istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza
scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno
consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al
servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma?
Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222].
Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son
data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo,
il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete
il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la
giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le
patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli
vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete
cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene
anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era
ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro
vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un
monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de'
primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa
saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si
ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose
del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna.
Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia
edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno
stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà.
Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il
coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle
legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non
si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue
virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più
degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra
sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai
Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati,
implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri
riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e
domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi
liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio.
Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene.
Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani
son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero?
Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e
invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete
giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se
ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia?
Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere
restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io
difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie
liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre
volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla
importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte
pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà.
Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il
suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero
dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il
numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa
vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città,
della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un
Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane
entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico
che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il
popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono
sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e
dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i
Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande
stendardo, detto il -Carroccio- di Milano[226]. Estinta la Casa di
Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le
loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici
fossero deboli e rifiniti[227].
Sotto il regno di Adriano, allorchè l'Impero estendeasi dal monte
Atlante alle Grampiane colline, uno Storico dotato di grande
immaginazione così presentava ai Romani il quadro delle prime loro
guerre[228]. «Sora ed Algido, (chi 'l crederebbe?) furono oggetto di
terrore; Satrico e Comicolo valsero per due province. Ci vergogniamo di
aver combattuto con i Veruli, e coi Bovilli, e sì ne menammo trionfo.
Tivoli, ora sobborgo, e Preneste divenuta al presente estiva delizia, si
attaccavano offrendosi prima voti al Campidoglio. Tanto riputavasi
Fiesole in quel tempo quanto Carra adesso; il bosco Aricino quanto la
selva Ercinia; Fregella quanto Gesoriaco; il Tevere quanto l'Eufrate;
ed, oh gran, vergogna! l'espugnazione di Coriolo riputata fu di gloria
cotanta, che Caio Marcio Coriolano ne assunse il nome, come se debellata
si fosse Numanzia, o l'Affrica tutta». Questa antitesi fra il passato e
il presente seducea l'orgoglio de' contemporanei di Floro; qual sarebbe
stata la loro umiliazione, se avesse potuto ad essi presentare
l'immagine dell'avvenire, o vaticinare che dopo dieci secoli, Roma,
spogliata d'impero, rinchiusa negli antichi suoi limiti, rincomincerebbe
le medesime ostilità su quegli stessi territorj che ne abbellivano le
ville e i giardini. Il paese che fiancheggia le due rive del Tevere
veniva continuamente preteso siccome Patrimonio di S. Pietro, e
posseduto sotto un simile titolo; ma i Baroni allora non conoscevano nè
padroni, nè leggi, e le città troppo fedelmente imitavano le sommosse, e
le discordie della Metropoli. I Romani de' secoli dodicesimo e
tredicesimo si adoperarono senza posa a sottomettere, o distruggere i
vassalli ribelli della Chiesa e del Senato; e se alcuna volta il
Pontefice moderò le interessate loro mire e la violenza della loro
ambizione, sovente ancora gl'incoraggiò col soccorso delle spirituali
sue armi. Le picciole loro guerre furono quelle de' primi Consoli, e de'
primi Dittatori che venivano tolti all'aratro. Assembratisi in armi alle
falde del Campidoglio, uscivano dalla città, saccheggiavano, o ardevano
i ricolti de' vicini, faceano tumultuose scaramucce; indi, dopo una
spedizione di quindici, o venti giorni, fra le loro mura tornavano.
Lunghi e mal condotti erano gli assedj; i vincitori si abbandonavano
alle ignobili passioni della gelosia e della vendetta, ed anzichè
rendersi più forti coll'amicarsi il nemico vinto, e profittare del suo
valore, non pensavano che ad annientarlo. I prigionieri supplicavano per
ottenere perdono in camicia e avvinti il collo da una fune; il vincitore
intanto atterrava i baloardi e perfino le case delle soggiogate città
rivali, e ne sperdea gli abitanti nei villaggi posti all'intorno. Per
tal modo, e per un effetto di queste feroci ostilità, vennero
successivamente distrutte le città di Porto, di Ostia, di Albano, di
Tuscolo, di Preneste e di Tibure[229], o Tivoli, residenze de' Cardinali
Vescovi. Porto e Ostia, le due chiavi del Tevere, non si rialzarono più
mai[230]; le rive paludose e mal sane di questo fiume son coperte da
torme di bufoli; esso è perduto pel commercio e per la navigazione. Le
colline che offrivano refrigeranti ricetti contro l'arsura degli ultimi
giorni della state, ripresero colla pace la primitiva vaghezza: sorta è
Frascati in vicinanza alle rovine di Tuscolo: Tibure, o Tivoli, ha
riacquistato il grado di picciola città[231]; e i borghi meno estesi di
Albano e di Palestrina dalle ville de' Cardinali e dei Principi romani
ricevono abbellimento. La struggitrice ambizione dei Romani fu spesse
volte contenuta e repressa dalle città vicine e dai confederati di
queste. Nel primo assedio di Tivoli, vennero scacciati dal loro campo; e
nell'instituir paragone fra le due epoche di Roma che ora consideriamo,
possono venire a raffronto le battaglie di Tuscolo[232] e di
Viterbo[233], accadute l'una nel 1167, l'altra nel 1234, e le memorabili
giornate del Trasimeno e di Canne. Nella prima di queste picciole
guerre, trentamila Romani furono sconfitti da mille uomini di cavalleria
alemanna che Federico Barbarossa avea inviati in soccorso di Tuscolo, e
stando ai calcoli i più autentici e i più moderati, tremila furono i
morti, duemila i prigionieri. Sessant'anni dopo, i Romani marciarono
contro Viterbo, città dello Stato ecclesiastico, trovandosi in quella
spedizione tutto il nerbo di Roma; e per effetto di una singolar lega,
l'Aquila de' Cesari videsi sventolare congiunta alle Chiavi di S. Pietro
sugli stendardi d'entrambi gli eserciti; e gli ausiliari del Papa erano
comandati da un Conte di Tolosa e da un Vescovo di Winchester.
Obbrobriosa fu la sconfitta de' Romani, che perdettero moltissimi di
loro gente; se però è vero che il Prelato inglese abbia fatto sommare il
numero de' combattenti a centomila, e a trentamila quello de' morti, la
sola vanità di pellegrino gli poteva avere suggerita una simile
esagerazione. Quand'anche rifabbricando il Campidoglio, fosse stato
possibile il far risorgere la politica del Senato e la disciplina delle
legioni, tanto era divisa l'Italia, che sarebbe stata lieve impresa il
conquistarla per la seconda volta. Ma, ove parlisi di merito militare, i
Romani d'allora non valeano più delle repubbliche circonvicine, alle
quali erano poi inferiori nell'arti. L'ardor guerriero dei medesimi per
breve tempo durava; e se talvolta secondavano qualche impeto di
disordinato entusiasmo, ben presto ricadeano nel letargo, divenuto
connaturale alla nazione, e trascurate le istituzioni militari,
ricorreano per la loro difesa all'umiliante e pericoloso soccorso de'
mercenarj stranieri.
L'ambizione è un loglio che cresce di buon'ora e rapidamente nella vigna
del Signore[234]; sotto i primi Principi cristiani, la cattedra di S.
Pietro veniva disputata dalla venalità e dalla violenza che vanno unite
ad una elezione popolare. Il sangue contaminava i Santuarj di Roma, e
dal dodicesimo al tredicesimo secolo venne da frequenti scismi turbata
la Chiesa. Fintantochè il Magistrato civile pronunziò inappellabilmente
su queste dissensioni, il disordine fu passeggiero e locale; fossero
giudici del merito il favore, o l'equità, l'emulo escluso non potea
impedire, o tardare il trionfo del suo rivale. Ma poichè gl'Imperatori
ebbero perdute le antiche loro prerogative, poichè ebbe preso fondamento
la massima che il Vicario di Gesù Cristo non può essere chiamato in
giudizio da alcun Tribunale della terra, a ciascuna vacanza della Santa
Sede, la Cristianità correa rischio di vedersi dilacerata dallo scisma e
dalla guerra. Le pretensioni de' Cardinali e del Clero inferiore, de'
Nobili e del popolo, vaghe erano e soggette a litigi; la libertà delle
elezioni spariva per le sommosse di una città che non conoscea più
superiori. Morendo un Pontefice, le due fazioni procedeano, in separate
chiese, ad una doppia elezione. Il numero e il peso de' suffragi,
l'epoca della cerimonia, il merito de' candidati erano altrettanti
argomenti di rissa; i membri più rispettabili del Clero si guerreggiavan
fra loro; e i Principi stranieri adoravano la Potenza spirituale senza
poter distinguere la divinità vera dall'idolo[235]. Sovente gli stessi
Imperatori prestarono occasione agli scismi col volere opporre un
Pontefice nemico ad un Pontefice dedicato ai loro interessi. Ciascuno
de' competitori sofferiva gli oltraggi de' satelliti del suo rivale, che
non erano arrestati da alcuno scrupolo di coscienza nell'inferirli, e si
vedea ridotto a comperarsi partigiani coll'appagare l'avarizia degli
uni, l'ambizione degli altri. Alessandro III finalmente, nell'anno 1179,
instituì un ordine di successione tranquillo e durevole[236], abolendo
le elezioni tumultuose del Clero e del popolo, e attribuendo al solo
Collegio dei Cardinali il diritto di scegliere il Papa[237]; e il non
partecipare di questo privilegio pose ad uno stesso livello i Vescovi, i
Sacerdoti ed i Diaconi. Il Clero parrocchiale di Roma ottenne il primo
grado nella gerarchia; gli Ecclesiastici de' quali era composto,
venivano presi indistintamente da tutte le nazioni della Cristianità; nè
i possedimenti de' più ricchi Benefizj e de' Vescovadi più ragguardevoli
erano incompatibili col titolo che questi Ecclesiastici ottenevano in
Roma, nè cogli uffizj che quivi adempievano. I Senatori della Chiesa
cattolica, i Coadiutori e i Legati del sovrano Pontefice, insigniti
allora della porpora, simbolo della regia podestà, o del martirio, si
pretendevano eguali ai Re; nè, fino ai giorni di Leone X, avendo
ecceduto di numero i venti, o i venticinque, questa scarsezza rialzava
sempre più la lor dignità. Per questo saggio provvedimento, dissipati
gli scandali e le incertezze, rimase sì compiutamente troncata la radice
dello scisma, che in un intervallo di sei secoli venne solo una volta il
caso di duplice elezione. Accadde però che ad ogni elezione abbisognando
due terzi de' suffragi, l'interesse e le passioni de' Cardinali spesse
volte la differissero; intervallo di regno independente per essi che
lasciava troppo a lungo la Cristianità priva di Capo. Di fatto correano
tre anni di sede vacante, allorchè i suffragi si unirono a favore di
Gregorio X, il quale volle togliere un sì fatto abuso per l'avvenire (A.
D. 1274)[238] pubblicando una Bolla, che dopo avere sofferte varie
obbiezioni, venne per ultimo nel Codice delle leggi canoniche
registrata. Per essa si concedono nove giorni da impiegarsi nelle
esequie del Pontefice defunto, e per dar tempo ai Cardinali assenti di
convenire in Roma; nel decimo giorno, a tenore della ridetta Bolla,
vengono confinati, con un servente per cadauno, entro una stanza comune,
o conclave, non tramezzata da muri, o da tappezzerie, e munita di una
sola finestrella, onde introdurre per essa le cose di cui i porporati
prigionieri possano abbisognare; tutte le porte dell'edifizio dedicato
al conclave vengono chiuse e affidate alla guardia de' Magistrati
civili, affinchè non vi sia comunicazione di sorte alcuna fra l'interno
e l'esterno; se l'elezione non è accaduta in termine di tre giorni, i
Cardinali non possono più sperare pel lor nudrimento che una pietanza la
mattina, ed un'altra la sera, e dopo altri dieci giorni trascorsi
vengono messi a pane ed acqua, e picciola dose di vino: finchè dura la
sede vacante, i Cardinali non possono por mano nelle rendite della
Chiesa, nè frammettersi in affari di amministrazione, eccetto in alcuni
casi di necessità, che sono rarissimi; ogni sorte di convenzioni e
promesse è formalmente nulla fra gli elettori, l'illibatezza de' quali
debb'essere guarentita da giuramenti, e sostenuta dalle preci de'
Fedeli. Sono state in appresso arrecate diverse modificazioni sopra
alcuni articoli il cui rigore appariva inutile quanto molesto; ma il
precetto della clausura è rimasto nella sua integrità; onde il motivo
della salute e il desiderio di riacquistare la libertà sono un grande
impulso ai Cardinali per affrettare un tale momento. L'introduzione però
dello scrutinio ha posto sopra le sorde pratiche de' Cardinali[239] uno
specioso velo di riguardi di amore del prossimo e di urbanità[240]. In
tal modo i Romani vennero privati della facoltà di eleggersi il loro
Principe e Vescovo; ma in mezzo alla effervescenza della libertà che
credeansi avere riconquistata, non si accorsero di perdere il più
essenziale dei privilegi; privilegio che Lodovico di Baviera (A. D.
1328) seguendo le tracce di Ottone il Grande, volle ai medesimi
restituire. Dopo alcune negoziazioni coi Magistrati, assembrò i
Romani[241] dinanzi alla Chiesa di S. Pietro; nel qual luogo, rimosso
dal soglio Giovanni XXII, Papa di Avignone, la scelta del successore di
questo Pontefice venne ratificata dal consenso e dall'approvazione del
popolo. Con una nuova legge liberamente adottata, fu statuito che il
Vescovo di Roma non dimorerebbe mai fuori della città più di tre mesi
l'anno, nè se ne allontanerebbe per un intervallo maggiore di due
giornate di cammino; passati i quali termini, nè arrendendosi dopo una
terza intimazione, sarebbe, come farebbesi con qualsivoglia altro
impiegato pubblico, scacciato dalla sua residenza, e spogliato della sua
carica[242]. Ma Lodovico non avea posto mente alla propria debolezza e
alle opinioni pregiudicate de' tempi ne' quali vivea; fuor del ricinto
del campo imperiale, il fantasma di Pontefice da lui fatto non potè
ottenere veruna specie di considerazione: i Romani ebbero a vile la
propria loro creatura; l'Antipapa implorò il perdono del suo Sovrano
legittimo[243]; e questo assalto tentato fuor di tempo contro il
privilegiato diritto de' Cardinali, a farlo più fermo giovò.
Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano,
non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del
popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti
durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si
credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza
nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di
questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i
Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi
continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi
vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le
guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali
terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le
sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo,
e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore
tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la
lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S.
Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio,
ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per
correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli
ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando; e appena giunti in Roma si
chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione;
veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate,
delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli
stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di
Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e
fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e
chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose
sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che
seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove
non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il
trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle
rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un
effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di
Francia[245]. Alle armi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto
(A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del
Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè
sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio
di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo
che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da
trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di
Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano
posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani
dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano.
Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna,
aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il
Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire
gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il
suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il
Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che
durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano
irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo.
Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo,
ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di
moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo
teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperioso
di cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma,
preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj,
l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde
il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un
martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un
magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con
accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne
con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè
Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua
mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò
sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle
quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli
effetti[246][247].
[A. D. 1140]
Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della
lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte
contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbe stata
obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa
offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del
suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma
conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio
avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani,
l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle
seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono
regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza
e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione
dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i
Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune
maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e
s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti
segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la
residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio
propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la
Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che
trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in
Avignone[249], rimasta per oltre a settantasette anni[250] la fiorente
residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da
tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone
offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la
cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi
fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto
l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del
Venesino,[251] paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone.
Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi
Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa
la Sovranità d'Avignone, che non pagarono più di ottantamila
fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un
popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e
onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la
loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita
di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori
di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal
pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si
andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che
odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di
Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove
risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.
[A. D. 1300]
I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche
dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse
della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio,
e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti
dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole,
il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio,
inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de'
sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero.
La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli
seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio;
l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'-Anno Santo-[254], non fu
men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la
beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia
priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più
prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed
avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava
per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun
secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità
popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde
vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in
campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300,
la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce
per implorare le indulgenze dell'Anno Santo -come era consueta cosa il
concederle-. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota
loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze
de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione
plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e
alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi
Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la
Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi
dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna,
vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di
ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e
dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare
non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati
tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità
potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti
individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo
alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de'
pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la
contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in
que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno
di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che
in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più
lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a
somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non
avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza
contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S.
Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè
fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli
alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta
l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino,
di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria,
spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la
gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente
VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa
ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un
tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della
Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de'
suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla
legge mosaica, dalla quale prese il nome di -Giubbileo-[258]. Si obbedì
alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e
liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice
flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli
dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle
matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro
Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di
stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi
l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di
trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di
questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni
della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei
Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della
superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno
l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di
profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo
turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].
Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda
alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le
numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e
dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della
natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi,
spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e
ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori
municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di
Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il
debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli
ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità
del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che
il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi
la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che
potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele
metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li
rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262];
onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi
stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano
orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di
oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti
erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per
mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi,
e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più
bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile
da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma
l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di
Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo
alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il
Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il
Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico
nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del
medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII,
questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la
Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero
il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono
nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi,
e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi
sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del
popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e
l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza
di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte
di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi
fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è
mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a
diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi
mantenute[265]. La famiglia de' -Frangipani-, contò Consoli nel
risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità
ch'essa ebbe di -frangere-, dividere il suo pane col popolo in tempo di
carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome
i -Corsi- e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città
entro il recinto delle proprie fortificazioni. I -Savelli-, di
derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro
dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori
l'antico soprannome di -Capizucchi-; i -Conti- hanno conservati gli
onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli -Annibaldi-[266]
debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata
dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.
Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di
mestieri distinguere le famiglie rivali de' -Colonna- e degli -Orsini-,
la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di
Roma moderna.
1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai
incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non
hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè
quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che
guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a
parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome,
ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano
provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di -Cavae-; possedeano
per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di -Colonna- nella
Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata
di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un
tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata
in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di
Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli
stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle
rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti
per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini
di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito,
sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo,
il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei
fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati.
Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro
trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di
Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti
della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne
trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice
imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo
Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio
VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta
famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione
di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e
temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi
personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S.
Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono
le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata
Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul
terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna
desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e
ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti
pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta;
duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e
condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la
loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del
tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il
popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità
che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal
calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini
d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi
dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII
ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti
d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero
fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273].
Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far
prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di
Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai
Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona
reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in
merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal
Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli
antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono
l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura,
fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era
per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva
perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?»
-- «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne
il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per
riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano
Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o
della Corte di Avignone.
2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da
prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande
dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo
della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e
pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che
li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti
di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V
e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia
l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il
dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj
parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e
nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di
Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore
sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in
forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la
Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del
potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i
Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini
quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi
sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si
scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti
furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine
e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad
Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica;
convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori
rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari
nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la
sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di
quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui
delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e
trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo
trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la
vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa
un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo
Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un
collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del
Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che
il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma
e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i
serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e
salda marmorea COLONNA[279].
NOTE:
[161] -Cioè Gregorio II che fu eletto Vescovo di Roma circa l'anno 716,
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