rigore del lor padrone, che chiesero venisse loro tagliata la testa,
poichè volevansi ad essi impedire i modi di tornare al campo prima del
tramontare del Sole.
[76] -V.- Duca (c. 35). Franza (l. III, c. 3), che avea navigato sul
vascello veneto, ne riguarda siccome un martire il Capitano.
[77] -Auctum est Palaealogorum genus, et imperii successor, parvaeque
Romanorum scintillae haeres natus, Andraeas-, ec. (Franza, l. III, c.
7). Espressione energica ispirata dal dolore.
[78] -V.- Cantemiro, p. 97, 98.
[79] Il presidente Cousin traduce il vocabolo Συντροφος, -Coeducato-,
padre, balio. Egli segue, è vero, la versione latina, ma nella sua
fretta, ha trascurata la nota, ove Ismaele Boillaud (-ad Ducam-)
riconosce e corregge il proprio errore.
[80] L'uso di non mostrarsi al Sovrano, o ai superiori, senza offrirgli
doni, è antichissimo fra gli Orientali; sembra analogo all'idea de'
sagrifizj, più antica ancora e più generale. -V.- alcuni esempj di
questa costumanza presso i Persiani, in Eliano (-Hist. Variar.-, l. I,
c. 31, 32, 33).
[81] Il -Lala- de' Turchi (Cantemiro, p. 54) e il -Tata- dei Greci
(Duca, c. 35) vengono dalle prime sillabe che i fanciulli pronunciano; e
può osservarsi che queste voci primitive, fatte per indicare i genitori,
sono sempre la ripetizione d'una medesima sillaba composta d'una
consonante -labiale- o -dentale- seguita da una vocale aperta (De
Brosses, -Mécanisme des langues-, t. I, p. 231-247).
[82] Il talento attico pesava circa sessanta mine, o libbre (-V.- Hooper
-on Ancient Weights Measures-, etc.); ma tra i Greci moderni questa
denominazione classica è stata applicata ad un peso di cento e di
centocinque libbre (Ducange, ταλαντον). Leonardo da Chio misura la
palla, o il sasso del secondo cannone: -Lapidem qui palmis undecim ex
meis ambibat in gyro.-
[83] -V.- Voltaire, -Hist. génér.-, c. 91, p. 294, 295. Si sa che questo
autore aspirava alla monarchia universale nella letteratura. Onde il
vediamo nelle sue poesie pretendere il titolo di astronomo, di chimico,
ec., e sollecito di ostentare il linguaggio di tali scienze.
[84] Il Barone di Tott (t. III, p. 85-89), che nell'ultima guerra
fortificò contro i Russi i Dardanelli, ha descritto, con tuono enfatico
ed anche comico, la sua prodezza e la costernazione in cui furono gli
Ottomani. Ma questo ardimentoso viaggiatore non possede l'arte
d'inspirar confidenza.
[85] -Non audivit indignum ducens-, dice l'ingenuo Antonino; ma poichè i
timori e la vergogna non tardarono a crucciar l'animo del Pontefice, il
Platina dice in tuono d'abile cortigiano: -In animo fuisse Pontifici
juvare Graecos.- Enea Silvio dice ancora in termini più asseveranti:
-Structam classem-, ec. (Spond., A. D. 1453, n. 3).
[86] Antonino, -in Proëm. epist. cardinal. Isid., ap. Spond.- Il dottore
Iohnson ha ottimamente espressa questa circostanza caratteristica nella
sua tragedia, l'Irene.
-The groaning Greeks dig up the golden caverns,-
-The accumulated wealth of hoarding ages;-
-That wealth which, granted to their weeping prince,-
-Had rang'd embattled nations at their gates.-
I quali versi così furono trasportati nella nostra lingua:
Dal grembo della terra, ove gli avari
Progenitori li celaro, a stento
Le gemme e l'oro ritogliean; tesori
Che, del lor prence conceduti al pianto,
Falangi di guerrieri avrian condotte
Nanti le porte di Bisanzo, e salva
Da servitù de' Cesari la sede.
[87] Presso i Turchi, le truppe poste a guardar il palagio chiamansi
-Capiculi-, quelli che difendono le province -Seratculi-. La maggior
parte de' nomi e delle istituzioni della milizia turca precedevano il
-Canone Nameh- di Solimano II, sul qual codice il Conte Marsigli,
giovandosi anche della propria esperienza, compose il suo -Stato
militare dell'Impero ottomano-.
[88] L'osservazione di Filelfo venne confermata nel 1508 da Cuspiniano
(-De Caesaribus in epilog. de militia turcica-, p. 697). Il Marsigli
prova che gli eserciti effettivi de' Turchi son men numerosi assai di
quanto appariscono. Leonardo da Chio, non conta più di quindicimila
giannizzeri nell'esercito che assediò Costantinopoli.
[89] -Ego, eidem (Imperatori) tabellas exhibui, non absque dolore et
maestitia, mansitque apud nos duos, aliis occultus numerus.- (Franza,
lib. III, c. 8). Purchè si perdonino a Franza alcuni pregiudizj
nazionali, non saprebbe desiderarsi un testimonio più autentico di lui,
sia intorno ai fatti pubblici, sia intorno ai consigli privati.
[90] Spondano racconta il fatto di questa unione non solamente con
parzialità, ma d'una maniera imperfetta. Il Vescovo di Pamiers morì nel
1642, e la Storia di Duca, che parla di questi avvenimenti (c. 36, 37)
con verità e coraggio eguali, non fu pubblicata che nel 1649.
[91] Il Franza, uno del numero de' Greci conformisti, confessa aversi
avuto ricorso a tale riconciliazione solamente -propter spem auxilii-; e
favellando di quelli che non vollero assistere al divin servigio in
comune nella chiesa di S. Sofia, afferma con soddisfazione che -extra
culpam et in pace essent- (l. III, c. 20).
[92] -Già i Greci, vale a dire l'Imperatore, la Corte, ed alcuni
Vescovi, Commissarj de' rimasti in Oriente, tanto al Concilio di Lione,
che a quello di Firenze, non si unirono momentaneamente nella credenza
co' Latini, ammettendo nel- Credo ec. -l'aggiunta- filioque, -usando nel
tempo de' due Concilj il pane azzimo e riconoscendo il primato del
Vescovo di Roma, ed ammettendo il purgatorio ed altre cose, che per
avere soccorsi contro i Turchi, che minacciavano perfino Costantinopoli;
l'unione nella credenza fra Cristiani-greci e Cristiani-latini, durò
come quella dei loro Vescovi ne' due detti Concilj; i Vescovi greci,
nell'aderire a' Latini per bisogno, non furono sinceri; il fatto lo
provò, perchè andati alla loro patria, la divisione nella credenza
tornò, e dura anche oggidì e durerà.- (Nota di N. N.)
[93] Il nome secolare di lui era Scolario, al quale sostituì l'altro di
Gennadio nel vestir la cocolla, ovvero nell'atto di divenir Patriarca.
Essendo quell'istesso che avea difesa a Firenze cotesta unione,
perseguendola poi a Costantinopoli con tanto accanimento, Leone Allazio
(-Diatrib. de Georgiis in Fabric. Bibl. graec.-, t. X, p. 760-786) ha
creduto che vi fossero due uomini di tal nome; ma il Renaudot (p.
343-383) ha confermata l'identità della persona, e la doppiezza del
carattere.
[94] -Quest'ultima espressione è inconveniente; bastava dire, ostinate
nella loro opinione, e fanatiche: si sa pur troppo che in cotali
controversie non vi fu e non v'è luogo a via di mezzo, a riconciliazione
ed a pace.- (Nota di N. N.)
[95] Φσκιολιον, καλυπτρα ammettono assai bene l'interpretazione
-cappello di Cardinale-. La differenza di vesti incrudeliva ancor la
discordia fra i Greci e i Latini.
[96] -Il buon credente non deve dire chimerica la speranza di qualche
miracolo; ma bisogna saperlo domandare, e meritarlo.- (Nota di N. N.)
[97] Fa d'uopo ridurre le miglia greche ad una picciola misura che si è
conservata nelle -werste- di Russia, che sono di cinquecento
quarantasette tese di Francia. I sei miglia del Franza non eccedono le
quattro miglia inglesi, secondo il d'Anville (-Mésures itineraires-, p.
61-123, ec.).
[98] -At in dies doctiores nostri facti paravere contra hostes
machinamenta, quae tamen avare dabantur. Pulvis erat nitri modica
exigua; tela modica; bombardae, si aderant, incommoditate loci primum
hostes offendere maceriebus alveisque tectos non poterant. Nam siquae
magnae erant, ne murus concuteretur noster, quiescebant.- Questo
passaggio di Leonardo da Chio è singolare ed importante.
[99] Al dire di Calcocondila e di Franza, il grande cannone scoppiò.
Duca pretende che l'abilità dell'artigliere evitasse questo disastro. È
evidente che i primi e l'ultimo di questi Storici non parlano dello
stesso pezzo.
[100] Circa un secolo dopo l'assedio di Costantinopoli, le squadre di
Francia e d'Inghilterra si diedero il vanto di avere, in un
combattimento di due ore accaduto nella Manica, tratti trecento colpi di
cannone (-Mémoires de Martin du Bellay-, l. X, nella -Collection
générale-, t. XXI, p. 239).
[101] Ho scelti alcuni singolari fatti, senza aspirare all'instancabile
quanto truce eloquenza adoperata dall'Abate Vertot nelle sue prolisse
narrazioni degli assedj di Rodi, di Malta, ec. Questo vivace Storico,
fornito di una mente romanzesca, e sollecito di piacere co' proprj
scritti ai Cavalieri di Malta, ne ha adottato l'entusiasmo e lo spirito
cavalleresco.
[102] La dottrina delle mine artificiali trovasi per la prima volta
accennata in un manoscritto del 1480 di Giorgio da Siena (Tiraboschi, t.
VI, parte I, p. 324). Vennero tosto adoperate nel 1487 a Sarzanella; ma
il loro miglioramento appartiene al 1503, e ne viene attribuito l'onore
a Pietro di Navarra, che ne fece uso con buon successo nelle guerre
d'Italia (-Hist. de la Ligue de Cambrai-, t. II, p. 93-97).
[103] È cosa singolare che i Greci non si accordano sul numero di questi
famosi vascelli. Duca ne indica cinque, Franza e Leonardo, quattro,
Calcocondila, due: forse l'ultimo indica solamente i due più grandi; gli
altri comprendono ancora i piccoli. Il Voltaire, che ne assegna uno di
questi a Federico III, confonde fra loro gl'Imperatori d'Oriente e
d'Occidente.
[104] Il Presidente Cousin trascura manifestamente, o piuttosto ignora
affatto ogni erudimento della lingua e della geografia, quando fa che un
vento australe trattenga a Chio questi vascelli, e che un vento di
tramontana li conduca a Costantinopoli.
[105] Può vedersi qual fosse la debolezza e lo scadimento della turca
marineria in Rycault (-State of the ottoman Empire-, p. 372-378), in
Thevenot (-Voyages-, part. 1, p. 229-242) e nelle -Mémoires du baron de
Tott- (t. III). Questo ultimo Scrittore si mostra sempre sollecito di
dilettare e sorprendere i suoi leggitori.
[106] Devo confessarlo, in questo momento mi si rappresenta alla
immaginazione la pittura animata che ne offre Tucidide (l. VII, c. 71)
dell'atteggiamento degli Ateniesi, allorchè, perplessi ed inquieti,
stavano contemplando la battaglia navale che accadde nel gran porto di
Siracusa.
[107] Giusta il testo esagerato, o corrotto di Duca (c. 38) questo
bastone d'oro pesava cinquecento libbre. Il Bouillaud legge cinquecento
dramme, o cinque libbre, peso che bastava per tenere in azione il
braccio di Maometto sul corpo del suo ammiraglio.
[108] Duca, mal istrutto, a confessione di lui medesimo, degli affari
dell'Ungheria, attribuisce a questo fatto un motivo di superstizione.
«Gli Ungaresi, dic'egli, credeano che Costantinopoli sarebbe il termine
delle conquiste de' Turchi.» -V.- Franza (l. III, c. 20) e Spondano.
[109] La testimonianza unanime di quattro Greci vien confermata da
Cantemiro (p. 96), che fonda sugli Annali turchi le sue narrazioni; pur
sarei proclive a ridurre la distanza di dieci miglia, e a prolungare
l'intervallo d'una notte.
[110] Franza cita due esempj di navigli trasportati in tal guisa
sull'Istmo di Corinto per uno spazio di sei miglia; l'un, favoloso,
riguarda le imprese d'Augusto dopo la battaglia di Azio; l'altro, vero,
si riferisce a Niceta, Generale greco del decimo secolo. Il ridetto
Storico poteva aggiugnere l'audace impresa operata da Annibale per
introdurre nel porto di Taranto le sue navi (Polibio, l. VIII, pag. 749,
edizione di Gronov.).
[111] Questa fazione fu probabilmente consigliata ed eseguita da un
Greco di Candia, che in una occasione di tal natura prestò servigio
simile ai Veneziani (Spond., A. D. 1438, n. 37).
[112] A questo luogo, intendo favellar soprattutto delle imbarcazioni
eseguite dai nostri, nel 1776 e 1777, sui laghi del Canadà, impresa che
tanti disagi costò e tornò sì inutile nell'effetto.
[113] Calcocondila e Duca non vanno d'accordo sul tempo e i particolari
della negoziazione, nè questa essendo stata, o gloriosa, o salutare, il
fedele Franza risparmia al suo principe fin la taccia d'aver pensato ad
arrendersi.
[114] Queste ali (Calcocondila, l. VIII, p. 208) non sono che una figura
orientale; ma nella Tragedia inglese Irene, la passione di Maometto esce
dai limiti della ragione e perfino dal senso comune.
-Should the fierce North, upon his frozen wings,-
-Bear him aloft above the wondering clouds,-
-And seat him in the Pleiads' golden chariot -- -
-Thence should my fury drag him down to tortures.-
«Quand'anche l'impetuoso vento del Nort sulle sue ali addiacciate li
portasse al di sopra delle nubi stupefatte, e li collocasse nel dorato
carro delle Pleiadi, il mio furore li toglierebbe di là per consegnarli
a nuovi tormenti».
Indipendentemente dalla stravaganza di questo discorso senza
conclusione, noterò, 1 Che l'azione de' venti non opera al di là
dell'atmosfera. 2 Che il nome, l'etimologia e la favola delle Pleiadi
appartengono unicamente al popolo greco (-Scholiast. ad Homer.- Σ. 686,
-Eudacia in Ionia-, p. 339; Apollodoro, l. III, c. 10; Heyne, p. 229,
not. 682), e non han che fare coll'astronomia degli Orientali (Hyde,
-Ulugbeg. Tabul. in Syntag. Dissert.-, t. I, p. 40-42; Goguet, -Origine
des arts-, etc; t. VI, p. 73, 78; Gebelm, -Hist. du Calendrier-, p. 73)
studiata da Maometto. 3 Il carro delle Pleiadi non entrò nè nelle
scienze dell'astronomia, nè nella favola: temo che il dottore Iohnson
abbia confuso le Pleiadi coll'Orsa Maggiore, ossia col Carro, il Zodiaco
con una costellazione del Nort.
Αρκτον θ’ ην και αμαξαν επικλησιν καλεουσι
-Chiamò l'orsa anche carro.-
[115] Il Franza prende collera per queste acclamazioni dei Musulmani,
non perchè adoperavano il nome di Dio, ma perchè vi frammetteano quello
del Profeta. Il pio zelo del Voltaire è eccessivo ed anche ridicolo.
[116] Sospetto assai che Franza si sia fabbricato a suo modo questo
discorso il quale sa di predica e di convento siffattamente da indurre
il dubbio se Costantino lo abbia mai pronunziato. Leonardo gli
attribuisce un'arringa diversa, in cui si mostra più riguardoso verso
gli ausiliari latini.
[117] Questo contrassegno di umiltà, che la divozione talvolta ha
suggerito ai principi giunti all'estremità della vita, è un
perfezionamento aggiunto alla dottrina del Vangelo sul perdono delle
ingiurie: è cosa più facile il perdonare novecentonovantanove volte, che
il chiedere una sola volta perdono ad un inferiore.
[118] Oltre alle diecimila guardie, ai marinai e ai soldati di mare, il
Duca annovera dugencinquantamila Turchi, o a cavallo o fantaccini, che a
questo assalto generale parteciparono.
[119] Il Franza nel censurare severamente la ritirata del Giustiniani,
esprime il proprio cordoglio e quello del pubblico. Duca, per motivi che
a noi sono ignoti, lo tratta con più riguardi e dolcezza; ma le parole
di Leonardo da Chio manifestano un'indegnazione che era tuttavia nel suo
primo impeto, -gloriae, salutis, suique oblitus-. I Genovesi,
compatriotti del Giustiniani, sono sempre stati sospetti e spesse volte
colpevoli in tutto quanto operarono nelle loro spedizioni dell'Oriente.
[120] Duca dice che l'Imperatore fu ucciso da due soldati turchi. Se
prestiam fede a Calcocondila, egli rimase ferito in una spalla, indi
schiacciato sotto la porta della città. Franza, trasportato dalla
disperazione, si precipitò in mezzo ai Turchi, nè fu spettatore della
morte di Paleologo; al quale possiamo senza taccia di adulazione
applicare que' nobili versi di Dryden.
«Per la vasta pianura, è vana speme
«Di rinvenirlo; allorchè ai vostri sguardi
«Di cadaveri un monte appaia, a quello
«V'inerpicate; e giunti in su la cima,
«Il troverete; al generoso aspetto
«Come nol ravvisar? Coi lumi al cielo
«Ancor conversi, in su quel letto istesso
«Giace supin che di nemiche salme
«Pria gli compose il formidabil brando.
[121] Spondano (A. D. 1453, n. 10), che spera l'Imperatore in luogo di
salute, vorrebbe potere assolvere questa sua inchiesta dalla colpa di
suicidio.
[122] Leonardo da Chio giustamente osserva, che se i Turchi avessero
riconosciuto l'Imperatore, non avrebbero perdonato a sforzi per salvare
un prigioniero di tanta importanza che Maometto dovea desiderare d'aver
fra le mani.
[123] -V.- Cantemiro, p. 96. I vascelli Cristiani che si trovavano alla
bocca del porto, aveano sostenuto e tardato l'assalto da quella banda.
[124] Calcocondila non arrossisce della ridicola supposizione che gli
Asiatici saccheggiassero Costantinopoli per vendicare le antiche
sciagure di Troia; laonde i gramatici del secolo decimoquinto fanno
derivare con compiacenza la grossolana denominazione -Turchi- dall'altra
più classica -Teucri-.
[125] Allorchè Ciro sorprese Babilonia, che stava celebrando una festa,
la città era sì grande e sì poca la cura degli abitanti nel farne la
guardia, che lungo tempo vi volle prima di far giungere ai lontani rioni
la notizia della vittoria del Re persiano. -V.- Erodoto (l. 1, c. 191) e
Usher (-Annal.-, p. 78) che cita su di ciò un passo del Profeta Geremia.
[126] -Nelle sue prime parole-, che i Turchi prenderebbero
Costantinopoli, -la predizione era facile a farsi, e ad avverarsi pel
tristissimo stato de' Greci; il resto fu ben lungi dal verificarsi: il
linguaggio poi ond'è espressa e modificata, è proprio del tempo della
presa di Costantinopoli, e della circostanza d'una prossima pubblica
sciagura, che mettendo spavento grandissimo negli animi, li dispone a
ricevere le predizioni e a divenirne fanatici; quel linguaggio poi
rassomiglia molto ad uno stile più antico. Vi sono sempre stati veri e
falsi Profeti, e vi furono imperfette, e perfette predizioni; fatta dal
buon credente l'eccezione de' Profeti della Sacra nostra Scrittura, la
considerazione de' tempi, delle politiche e civili circostanze, del
carattere nazionale, del clima, della religione, della specie di
letteratura del paese di cui si tratta, somministra fondamenti e mezzi
per ben intendere le loro mire e per giudicarle.- (Nota di N. N.)
[127] Questa animata descrizione è tolta da Duca (c. 39), che due anni
dopo si trasferì presso il Sultano, come ambasciatore del principe di
Lesbo (c. 44). Fino alla conquista di Lesbo, accaduta nel 1463 (Franza,
l. III, c. 27), questa isola avrà ringorgato di fuggiaschi bizantini, i
quali non avranno fatto altro che raccontare, e forse arricchir di
favole la storia della loro sventura.
[128] -V.- Franza, l. III, c. 20, 21. Le sue espressioni son chiare:
-Ameras sua manu jugulavit.... volebat enim eo turpiter et nefarie
abuti. Me miserum et infelicem!- Del rimanente, ei non poteva sapere che
per via di vaghe vociferazioni le sanguinolente, o infami scene, che
accadeano in fondo al Serraglio.
[129] -V.- Tiraboschi (t. VI, part. I, pag. 290) e Lancelot (-Mém. de
l'Acad. des Inscript.- t. X, pag. 718). Sarei curioso di sapere come
egli abbia potuto lodare cotesto pubblico nemico, dopo averlo in più
d'un luogo vilipeso, come il più corrotto e il più barbaro de' tiranni.
[130] I -Comentarj- di Pio II, suppongono che Isidoro mettesse il suo
cappello di Cardinale sulla testa d'un morto; che questa testa venisse
recisa e portata in trionfo, intanto che il padrone vero del cappello,
era contrattato, venduto, e liberato, come un prigioniero di poco
prezzo. La grande Cronaca dei Belgi orna di nuove avventure la fuga
d'Isidoro. Ma questi (dice Spondano, A. D. 1453, n. 15), le tacque nelle
sue lettere, per paura di perdere il merito e la ricompensa di avere
sofferto per Gesù Cristo.
[131] Il Bosbec si diffonde con piacere e approvazione su i diritti
della guerra e sulla schiavitù tanto comune fra gli Antichi e fra i
Turchi (-De legat. turcica-, epist. 3, p. 161).
[132] Somma indicata in una nota in margine dal Leunclavio
(Calcocondila, l. VIII, p. 211); ma quando ci vien raccontato che
Venezia, Genova, Firenze ed Ancona perdettero cinquanta, venti e
quindicimila ducati, sospetto sia stata dimenticata una cifra, ed, anche
in tale supposizione, le somme tolte agli stranieri avrebbero appena
oltrepassata la quarta parte dell'intero bottino.
[133] -V.- gli elogi esagerati e le lamentazioni di Franza (l. III, cap.
17).
[134] -È vero che i Latini, o Cattolici, prendendo Costantinopoli,
commisero degli eccessi per l'odio che portavano a' Cristiani
greci-scismatici; ma i mali cagionati da' Turchi prendendo
Costantinopoli sono stati maggiori. Il vedere nella Storia
l'odio persecutore e sanguinario fra Cristiani-cattolici, e
Cristiani-scismatici, e quello ancora che per simili cagioni venne,
merita la nostra compassione riguardando a' traviamenti del fanatismo,
riprovati dalla buona morale. L'uomo imparziale, e dotto della Storia
civile ed ecclesiastica, conosce che i mali prodotti dalle molte e
lunghe controversie e guerre per motivi di religione, e di riti, non
furono inferiori a quelli derivati dall'altre guerre.- (Nota di N. N.)
[135] -V.- Duca (c. 43) e una lettera 15 luglio 1453 scritta da Lauro
Quirini al Pontefice Nicolò V (Hody, -De Graecis-, p. 192 sopra un
manoscritto della Biblioteca di Cotton).
[136] Faceasi uso a Costantinopoli del Calendario Giuliano che conta i
giorni e le ore incominciando da mezza notte; ma qui sembra che Duca le
conti dal nascere del Sole.
[137] -V.- gli -Annali Turchi-, pag. 329, e le -Pandette di Leunclavio-,
p. 448.
[138] Ho già parlato di questo monumento singolare dell'antichità greca
(-V.- il cap. XVII di quest'Opera).
[139] Dobbiamo a Cantemiro (pag. 102) le descrizioni fatte dai Turchi
sulla trasformazione della chiesa di S. Sofia in Moschea, acerbo
argomento delle lamentazioni di Franza e di Duca. È cosa non priva di
vezzo l'osservare, come una medesima cosa appare sotto aspetti contrarj
a un Musulmano, e a un Cristiano.
[140] Il distico originale, da cui questi versi sono tradotti, vien
riportato da Cantemiro, e trae nuova bellezza dall'applicazione che ne
fu fatta. Così nel saccheggio di Cartagine, Scipione ripetè la profezia
famosa di Omero. Parimente un egual sentimento di generosità trasportò
la mente de' due conquistatori sul passato o sull'avvenire.
[141] Non posso persuadermi con Duca (-V.- Spondano, A. D. 1453, n. 13)
che Maometto abbia fatto portare la testa dell'Imperator greco
all'intorno per le province dalla Persia, dell'Arabia ec. Egli sarebbe
stato certamente contento di meno inumani trofei.
[142] Franza era il personale nemico del Gran Duca, nè il tempo, o la
morte di questo nemico, o la solitudine del chiostro, poterono
inspirargli qualche sentimento di compassione o di perdono. Duca
propende a lodarlo siccome un martire. Calcocondila è neutrale, ma egli
è però quel fra gli Storici che ne dà qualche traccia sulla cospirazione
ordita dai Greci.
[143] -V.- intorno alla restaurazione di Costantinopoli, e alle
fondazioni de' Turchi, Cantemiro (p. 102-109), Duca (c. 42) Thevenot,
Tournefort, e gli altri nostri moderni viaggiatori. L'Autore del
-Compendio della Storia ottomana- (tom. I, p. 16-21) fa una pittura
esagerata della grandezza e della popolazione di Costantinopoli, dalla
quale nondimeno possiamo comprendere che, nel 1586, i Musulmani erano in
questa Capitale men numerosi de' Cristiani e ancor degli Ebrei.
[144] Il -Turbé-, o monumento sepolcrale di Abu-Ayub, trovasi descritto
e delineato nel -Tableau général de l'Empire ottoman- (Parigi, 1787,
grande -in folio-), Opera la cui magnificenza supera forse l'utilità.
[145] Franza descrive una tale cerimonia, che è stata probabilmente
abbellita passando dalle labbra de' Greci in quelle de' Latini. Il fatto
vien confermato da Emanuele Malasso, che ha scritta in greco-volgare la
-Storia de' Patriarchi dopo la presa di Costantinopoli-, inserita nella
-Turco-Graecia- del Crusio (l. V, p. 106-184). Ma i leggitori, anche i
più proclivi a credere, si persuaderanno difficilmente che Maometto
abbia adottata la seguente formola cattolica: -Sancta Trinitas quae mihi
donavit imperium, te in patriarcham novae Romae delegit.-
[146] Lo Spondano descrive (A. D. 1453, n. 21; 1458, n. 16), seguendo la
-Turco-Graecia- del Crusio, la schiavitù e le intestine dissensioni
della Chiesa greca. Il Patriarca successore di Gennadio si gettò in un
pozzo per disperazione.
[147] Cantemiro (p. 101-105) si tiene fermo sulla unanime testimonianza
de' Turchi antichi e moderni, facendo osservare che questi autori non si
sarebbero fatta lecita una menzogna per diminuire la loro gloria
nazionale, giacchè ella è cosa più onorevole il prendere una città
d'assalto che per capitolazione; ma, 1. sospette mi sembrano tali
testimonianze, non citandosi particolarmente dal ridetto Storico alcun
autore, mentre gli -Annali Turchi- del Leunclavio affermano senza
eccezione, che Maometto s'impadronì di Costantinopoli -per vim- (p.
329). 2. Lo stesso argomento varrebbe a favore dei Greci, i quali non
avrebbero posto in dimenticanza un Trattato sì onorevole, e in un
vantaggioso per essi. Il Voltaire, giusta il suo stile, preferisce i
Turchi ai Cristiani.
[148] -V.- Ducange (-Fam. byzant.-, pag. 195) intorno la genealogia e la
caduta de' Comneni di Trebisonda, e v. parimente questo Antiquario,
sempre esattissimo nelle sue ricerche, sulle cose degli ultimi
Paleologhi (p. 244-247, 248). Il ramo de' Paleologhi di Monferrato non
si estinse che nel secolo successivo; ma essi avevano dimenticato la
loro origine e i congiunti che lasciarono nella Grecia.
[149] Nella obbrobriosa Storia delle dispute e delle sciagure de' due
fratelli, Franza (l. III, c. 21-30) mostra eccedente parzialità a favor
di Tommaso. Duca (c. 44-45) è troppo laconico; troppo diffuso
Calcocondila (l. VIII, IX, X) che inoltre impaccia con soverchie
digressioni i proprj racconti.
[150] -V.- la perdita, o la conquista di Trebisonda in Calcocondila (l.
IX, pag. 263-266), in Duca (c. 45), in Franza (l. III, c. 27), in
Cantemiro (p. 107).
[151] Il Tournefort (t. III, lett. 17, p. 179) afferma che Trebisonda è
-mal popolata-; ma il Peyssonel, l'ultimo ed il più esatto fra gli
osservatori, le attribuisce centomila abitanti (-Commercio del mar
Nero-, t. II, p. 72, e in quanto spetta alla provincia, p. 53-90). La
prosperità e il commercio di questo paese vengono continuamente
disturbati da due -Ode- di giannizzeri, in una delle quali si arrolano
per l'ordinario trentamila -Lazi- (-Mém. de Tott-, t. III, p. 16, 17).
[152] Ismael-Beg, principe di Sinope, o Sinople, godea una rendita di
dugentomila ducati, derivatagli soprattutto dalle sue miniere di rame
(Calcocondila, l. IX, p. 258, 259). Peyssonel (-Com. del mar Nero-, t.
II, p. 100) attribuisce alla moderna città di Sinope trentamila
abitanti; calcolo che sembra smisurato. Nondimeno, sol trafficando con
una nazione, può conseguirsi una giusta idea della sua popolazione e
ricchezza.
[153] Lo Spondano, seguendo il Gobelin (-Comment. Pii II-, l. V), narra
l'arrivo del despota Tommaso a Roma, e il ricevimento che v'ebbe (A. D.
1461, n. 3).
[154] Con un atto che porta la data de' 6 settembre, 1494, trasportato
di recente dagli archivj del Campidoglio alla Biblioteca reale di
Parigi, il despota Andrea Paleologo, serbandosi la Morea ed alcuni
privilegi, trasmise a Carlo VIII, re di Francia, gl'Imperi di
Costantinopoli e di Trebisonda (Spond., A. D. 1493, n. 2). Il sig. di
Foncemagne (-Mém. de l'Acad. des Inscript.-, t. XVII, p. 539-578) ne ha
offerta una dissertazione intorno a quest'atto che gli era pervenuto in
copia da Roma.
[155] -V.- Filippo di Comines, il quale conta con soddisfazione il
numero de' Greci, che speravasi di eccitare a sommossa. Aggiunge a
questi suoi calcoli l'osservazione, che i Francesi non avrebbero dovuto
eseguire, se non se una traversata di mare di sole settanta miglia e
facile assai; e che la distanza da Valona a Costantinopoli non è che di
diciotto giorni di cammino ec. In questa occasione la politica dei
Veneziani salvò l'Impero dei Turchi.
[156] Vedi la descrizione di tale festa in Olivieri della Manica
(-Mémoires-, part. I, c. 29, 30) e la compilazione e le osservazioni del
sig. di S. Pelagia (-Mém. sur la Chevalerie-, t. I, p. III, p. 182-185).
-- Così il fagiano, come il pavone, venivano riguardati augelli reali.
[157] Un computo fatto in que' tempi diè a divedere che la Svezia, la
Gozia e la Finlandia, conteneano un milione e ottocentomila combattenti;
onde erano ben più popolate che nol sono oggidì.
[158] Lo Spondano, nel 1454, seguendo Enea Silvio, ha fatta una pittura
dello stato d'Europa, che di proprie osservazioni ha arricchita. Questo
pregiabilissimo Annalista, e il Muratori, hanno narrato la sequela delle
cose accadute dal 1453 al 1481, epoca della morte di Maometto, alla
quale io chiuderò il presente capitolo.
[159] Oltre ai due Scrittori d'Annali accennati nella nota precedente, i
leggitori potranno consultare il Giannone (-Istoria Civile-, t. III)
intorno all'invasione di Napoli fatta dai Turchi. Quanto alla
descrizione del Regno e delle conquiste di Maometto II, mi sono valso
talvolta delle -Memorie istoriche de' Monarchi ottomani di Giovanni
Sagredo-, edizione di Venezia del 1677, in 4. O in tempo di pace, o di
guerra, i Turchi furono sempre scopo all'attenzione della Repubblica di
Venezia. Il Sagredo, Procuratore di S. Marco, potè in virtù della sua
carica, veder per entro a tutti i dispacci ed archivj della sua
Repubblica, e l'Opera di questo Nobile non va priva di meriti nè per la
sostanza, nè per lo stile. Nondimeno dà a divedere troppa acredine
contro gl'Infedeli, e la sua narrazione (di sole settanta pagine in
quanto spetta a Maometto) diviene più ricca di particolari ed autentica,
coll'avvicinarsi agli anni 1640 e 1644 che la compiscono.
[160] Terminando qui i miei lavori che si riferiscono all'Impero greco,
darò alcuni cenni sulla grande Raccolta degli Scrittori di Bisanzo, de'
quali più d'una volta ho citati i nomi e le testimonianze nel corso
della presente Storia. Aldo e gl'Italiani non impressero in greco che
gli Autori Classici dei tempi migliori; ma dobbiamo agli Alemanni le
prime edizioni di Procopio, di Agatia, di Cedreno, di Zonara ec. I
volumi della Bisantina (36 vol. -in fol.-) sono comparsi successivamente
(A. D. 1648, ec.) per opera della Tipografia del Louvre, cui hanno
prestati alcuni soccorsi le Tipografie di Roma e di Lipsia. Ma
l'edizione di Venezia del 1729, meno costosa per vero dire, e più
abbondante di quella di Parigi, altrettanto le cede in lusso e
correzione. I Francesi che furono incaricati di questa edizione, non
possedono tutti eguale grado di merito; le note storiche però di Carlo
Dufresne Ducange aggiungono pregio al testo di Anna Comnena, di Cinnamo,
di Ville-Hardouin. Le altre Opere pubblicate da questo Scrittore sullo
stesso soggetto, vale a dire il -Glossario- greco, la -Costantinopolis
christiana-, le -Familiae byzantinae-, spargono sulle tenebre del Basso
Impero una vivissima luce.
CAPITOLO LXIX.
-Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale
de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di
Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori.
Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione
e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone.
Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli
Orsini.-
[A. D. 1100-1500]
Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero
romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che
avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i
destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con
sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per
esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che
successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di
una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i
successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più
rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e
gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le
conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per
contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale
liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù.
Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè
la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione
dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa
intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta
independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e
spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le
geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare
costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai
sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo
clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il
medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei
canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la
rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del
carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene
degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere
quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende
politiche della -Città di Roma-, che si sommise all'autorità temporale
dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di
Costantinopoli.
[A. D. 800-1100]
Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i
Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il
trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna
conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso
del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la
Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo
luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i
successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si
contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia,
sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive
del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa
distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che
correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de'
lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili
emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e
le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica.
L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima
volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente
sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano
debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S.
Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato;
i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso
manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa
nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano!
Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di
Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio
di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione
degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle
monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano
nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto
il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i
pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non
erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare
quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un
popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse
incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore
attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli
alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e
della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine
dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio
Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio;
sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro
partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la
lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere
imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi
dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa
sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore
avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su
l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il
Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe
straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a
divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non
dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna,
veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior
parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del
popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata
dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella
Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano
alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo.
Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il
dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i
più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il
diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima.
L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste
profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di
quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti
che erano reali e durevoli. Il nome di -Dominus-, o di Signore, vedeasi
scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto
con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma,
per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni,
avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla
città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi,
gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile
colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una
sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una
nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci
Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di
superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una
all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel
Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea
ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è
vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli
scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più
pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di
ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e
i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo.
Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello
squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al
martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi
di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano,
creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso
fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che
vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il
piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale
interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di
assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè
dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso,
traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che
la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune
mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande
numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non
poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi
discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma
una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva
il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della
Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che
lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come
civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti
nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano
sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati
del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder
grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi
al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere
riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli,
spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia,
rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno
non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de'
clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173]
fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà
e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali
volgevansi all'utile de' Romani.
Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una
volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale.
Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata
dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per
coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de'
commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor
rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a
momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti
vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna
di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini,
senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor
ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione
è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri,
diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non
gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con
forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un
Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare
i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un
oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un
tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto,
che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore
le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i
rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de'
moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla
pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione,
esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla
violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti
avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo;
ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito,
venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli
Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli
stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo
Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de'
poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste
eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione
ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza
del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo
carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del
diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze
della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la
prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i
decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione
che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il
nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più
rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare
affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era
tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici
del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo
entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai
confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto
abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero
molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi
ai piedi del Santo Padre[177].»
[A. D. 1086-1305]
Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà
trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la
lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le
passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del
Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e
con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia
disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni,
e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie
bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli.
Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore
delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a
Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al
momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i
Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e
alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità,
vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il
racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol
suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole;
quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del
dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i
Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel
giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della
moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato
da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della
ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della
Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu
annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore
e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua,
trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi,
alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra
dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi.
Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande
ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un
esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le
acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era
stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto
aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono
l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio
Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave,
furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i
Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo,
afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli
risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal
guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una
sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del
Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto
a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole
impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo,
il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in
cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per
fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa
disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane,
vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e
mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di
S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, -scossa la
polve delle sue scarpe-, -l'Appostolo- si allontanò da quelle mura, fra
cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e
confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo
Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di
questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181].
Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal
narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra
il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in
arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia
da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo
vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti
del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli
Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro
trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi
fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti
giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di
mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri
prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o
il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali
circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in
questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel
palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze
l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo
continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e
seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non
affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della
discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di
fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace
all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e
il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai
particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma
eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il
trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo
discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare
una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non
conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de'
Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile,
che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere
usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a
regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per
ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse
le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a
fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al
Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione,
gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano,
nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino
stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè
sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori;
insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se
chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi
nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e
la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica».
Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della
carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non
è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo
dodicesimo[184].
[A. D. 1140]
Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai
loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani
poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò
loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano
dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate,
avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di
ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria,
venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla
semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero
posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e
l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non
mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito
di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella
dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I
suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e
dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi,
confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale,
onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità,
faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato
discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in
sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta
e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici
disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo
maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie
alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso
manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia
-politica- dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali
soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non
appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che
gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de'
laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare
ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di
rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie
de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per
metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma
per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a
chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche
tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine
diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta
a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole
dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale
di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la
paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il
decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il
discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo,
oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era
stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di
educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una
libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano
talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un
secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu
nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il
quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da
Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del
Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo,
giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e
del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191]
avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il
nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato
partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò
lo stendardo della ribellione.
[A. D. 1144-1154]
Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da
prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò
eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando
nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del
Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano,
diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del
Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città.
Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro
,
,
1
2
.
3
4
[
]
-
.
-
(
.
)
.
(
.
,
.
)
,
5
,
.
6
7
[
]
-
,
,
8
,
-
,
.
(
,
.
,
.
9
)
.
.
10
11
[
]
-
.
-
,
.
,
.
12
13
[
]
,
-
-
,
14
,
.
,
,
,
15
,
,
(
-
-
)
16
.
17
18
[
]
'
,
,
19
,
;
'
'
20
,
.
-
.
-
21
,
(
-
.
.
-
,
.
,
22
.
,
,
)
.
23
24
[
]
-
-
'
(
,
.
)
-
-
25
(
,
.
)
;
26
,
,
27
'
'
28
-
-
-
-
(
29
,
-
-
,
.
,
.
-
)
.
30
31
[
]
,
(
-
.
-
32
-
-
,
.
)
;
33
34
(
,
)
.
35
,
:
-
36
.
-
37
38
[
]
-
.
-
,
-
.
.
-
,
.
,
.
,
.
39
.
40
,
,
41
.
,
.
42
43
[
]
(
.
,
.
-
)
,
'
44
,
,
45
,
46
.
'
47
'
.
48
49
[
]
-
-
,
'
;
50
'
,
51
'
:
-
52
.
-
:
53
-
-
,
.
(
.
,
.
.
,
.
)
.
54
55
[
]
,
-
.
.
.
.
,
.
.
-
56
57
,
'
.
58
59
-
,
-
60
-
;
-
61
-
,
,
-
62
-
'
.
-
63
64
:
65
66
,
67
,
68
'
;
69
,
,
70
71
,
72
'
.
73
74
[
]
,
75
-
-
,
-
-
.
76
'
77
-
-
,
,
78
,
-
79
'
-
.
80
81
[
]
'
82
(
-
.
-
,
.
)
.
83
'
84
.
,
85
'
.
86
87
[
]
-
,
(
)
,
88
,
,
.
-
(
,
89
.
,
.
)
.
90
,
,
91
,
.
92
93
[
]
94
,
'
.
95
,
,
(
.
,
)
96
,
.
97
98
[
]
,
'
,
99
-
-
;
100
101
.
,
-
102
-
(
.
,
.
)
.
103
104
[
]
-
,
'
,
,
105
,
'
,
,
106
,
107
'
,
-
.
-
'
-
,
-
108
'
109
,
,
110
,
;
111
'
-
-
,
112
'
;
,
113
'
'
,
;
114
,
,
115
,
.
-
(
.
.
)
116
117
[
]
,
'
118
,
'
.
119
'
,
120
,
121
(
-
.
.
.
.
-
,
.
,
.
-
)
122
;
(
.
123
-
)
'
,
124
.
125
126
[
]
-
'
;
,
127
,
:
128
'
,
129
.
-
(
.
.
)
130
131
[
]
,
'
132
-
-
.
133
.
134
135
[
]
-
136
;
,
.
-
(
.
.
)
137
138
[
]
'
139
-
-
,
140
.
141
,
'
(
-
-
,
.
142
-
,
.
)
.
143
144
[
]
-
145
,
.
146
;
;
,
,
147
.
148
,
,
.
-
149
.
150
151
[
]
,
.
152
'
'
.
153
'
154
.
155
156
[
]
'
,
157
'
,
158
,
159
(
-
-
,
.
,
-
160
-
,
.
,
.
)
.
161
162
[
]
,
'
163
'
164
,
,
.
,
165
,
'
166
,
'
167
.
168
169
[
]
170
(
,
.
171
,
,
.
)
.
;
172
,
'
173
,
174
'
(
-
.
-
,
.
,
.
-
)
.
175
176
[
]
177
.
,
,
,
178
,
:
'
;
179
.
,
180
,
'
'
181
'
.
182
183
[
]
,
184
,
185
,
186
.
187
188
[
]
189
(
-
-
,
.
-
)
,
190
(
-
-
,
.
,
.
-
)
-
191
-
(
.
)
.
192
.
193
194
[
]
,
195
(
.
,
.
)
196
'
,
,
,
197
198
.
199
200
[
]
,
(
.
)
201
'
.
202
,
,
203
.
204
205
[
]
,
,
,
206
'
,
.
207
«
,
'
,
208
'
.
»
-
.
-
(
.
,
.
)
.
209
210
[
]
211
(
.
)
,
;
212
,
213
'
'
.
214
215
[
]
216
'
;
'
,
,
217
'
;
'
,
,
218
,
.
219
'
220
(
,
.
,
.
,
221
.
)
.
222
223
[
]
224
,
225
(
.
,
.
.
,
.
)
.
226
227
[
]
,
228
,
,
,
229
'
.
230
231
[
]
'
232
,
,
,
,
233
'
234
.
235
236
[
]
(
,
.
,
.
)
237
;
,
238
.
239
240
-
,
,
-
241
-
,
-
242
-
'
-
-
-
243
-
.
-
244
245
«
'
'
246
,
247
,
248
»
.
249
250
251
,
,
'
'
252
'
.
,
'
253
(
-
.
.
-
.
,
254
-
-
,
.
;
,
.
,
.
;
,
.
,
255
.
)
,
'
(
,
256
-
.
.
.
.
-
,
.
,
.
-
;
,
-
257
-
,
;
.
,
.
,
;
,
-
.
-
,
.
)
258
.
259
'
,
:
260
'
,
,
261
.
262
263
’
264
265
-
'
.
-
266
267
[
]
,
268
,
269
.
.
270
271
[
]
272
273
.
274
'
,
275
.
276
277
[
]
,
278
'
,
279
280
:
,
281
.
282
283
[
]
,
,
284
,
,
285
.
286
287
[
]
,
288
.
,
289
,
;
290
'
291
,
-
,
,
-
.
,
292
,
293
'
.
294
295
[
]
'
.
296
,
,
297
.
,
298
,
,
299
;
300
'
.
301
302
«
,
303
«
;
304
«
,
305
«
'
;
,
306
«
;
307
«
?
308
«
,
309
«
310
«
.
311
312
[
]
(
.
.
,
.
)
,
'
313
,
314
.
315
316
[
]
,
317
'
,
318
'
319
.
320
321
[
]
-
.
-
,
.
.
322
,
'
.
323
324
[
]
325
326
;
327
-
-
'
328
-
-
.
329
330
[
]
,
,
331
332
,
333
.
-
.
-
(
.
,
.
)
334
(
-
.
-
,
.
)
.
335
336
[
]
-
-
,
337
,
-
,
338
'
;
:
339
'
,
340
,
'
341
,
,
342
;
343
.
344
,
,
;
345
'
'
,
346
'
,
,
347
,
,
,
348
,
349
.
-
(
.
.
)
350
351
[
]
(
.
)
,
352
,
353
(
.
)
.
,
(
,
354
.
,
.
)
,
,
355
,
356
.
357
358
[
]
-
.
-
,
.
,
.
,
.
:
359
-
.
.
.
.
360
.
!
-
,
361
,
,
362
.
363
364
[
]
-
.
-
(
.
,
.
,
.
)
(
-
.
365
'
.
.
-
.
,
.
)
.
366
,
367
'
,
'
.
368
369
[
]
-
-
,
370
'
;
371
,
,
372
,
,
,
373
.
374
'
.
(
,
.
.
,
.
)
,
375
,
376
.
377
378
[
]
379
380
(
-
.
-
,
.
,
.
)
.
381
382
[
]
383
(
,
.
,
.
)
;
384
,
,
,
385
,
,
,
386
,
387
'
.
388
389
[
]
-
.
-
(
.
,
.
390
)
.
391
392
[
]
-
,
,
,
393
'
'
394
-
;
'
395
.
396
'
-
,
397
-
,
,
398
'
,
399
.
'
,
400
,
401
,
,
402
'
.
-
(
.
.
)
403
404
[
]
-
.
-
(
.
)
405
(
,
-
-
,
.
406
)
.
407
408
[
]
409
;
410
.
411
412
[
]
-
.
-
-
-
,
.
,
-
-
,
413
.
.
414
415
[
]
'
416
(
-
.
-
.
'
)
.
417
418
[
]
(
.
)
419
.
,
420
.
421
'
,
422
,
.
423
424
[
]
,
,
425
,
'
426
.
,
427
.
428
'
'
.
429
430
[
]
(
-
.
-
,
.
.
,
.
)
431
'
432
'
,
'
.
433
.
434
435
[
]
,
,
436
,
,
437
.
438
.
,
439
440
.
441
442
[
]
-
.
-
,
443
'
,
(
.
-
)
,
(
.
)
,
444
,
.
'
445
-
-
(
.
,
.
-
)
446
,
447
,
,
448
'
.
449
450
[
]
-
-
,
-
,
451
-
'
-
(
,
,
452
-
-
)
,
'
.
453
454
[
]
,
455
'
'
.
456
,
-
457
-
'
-
,
458
-
-
-
(
.
,
.
-
)
.
,
459
,
460
:
-
461
,
.
-
462
463
[
]
(
.
.
,
.
;
,
.
)
,
464
-
-
-
,
465
.
466
.
467
468
[
]
(
.
-
)
469
'
,
470
471
,
472
'
;
,
.
473
,
474
,
-
-
475
,
'
-
-
(
.
476
)
.
.
,
477
,
478
.
,
,
479
.
480
481
[
]
-
.
-
(
-
.
.
-
,
.
)
482
'
,
.
,
483
,
484
(
.
-
,
)
.
'
485
;
486
.
487
488
[
]
'
489
,
(
.
,
.
-
)
490
.
(
.
-
)
;
491
(
.
,
,
)
492
.
493
494
[
]
-
.
-
,
(
.
495
,
.
-
)
,
(
.
)
,
(
.
,
.
)
,
496
(
.
)
.
497
498
[
]
(
.
,
.
,
.
)
499
-
-
;
,
'
500
,
(
-
501
-
,
.
,
.
,
,
.
-
)
.
502
503
-
-
,
504
'
-
-
(
-
.
-
,
.
,
.
,
)
.
505
506
[
]
-
,
,
,
507
,
508
(
,
.
,
.
,
)
.
(
-
.
-
,
.
509
,
.
)
510
;
.
,
511
,
512
.
513
514
[
]
,
(
-
.
-
,
.
)
,
515
'
,
'
(
.
.
516
,
.
)
.
517
518
[
]
'
,
,
519
520
,
,
521
,
,
,
'
522
(
.
,
.
.
,
.
)
.
.
523
(
-
.
'
.
.
-
,
.
,
.
-
)
524
'
525
.
526
527
[
]
-
.
-
,
528
'
,
.
529
'
,
530
,
531
;
532
.
533
'
.
534
535
[
]
536
(
-
-
,
.
,
.
,
)
537
.
.
(
-
.
-
,
.
,
.
,
.
-
)
.
538
-
-
,
,
.
539
540
[
]
'
,
541
,
;
542
.
543
544
[
]
,
,
,
545
'
,
.
546
,
,
547
,
,
548
.
549
550
[
]
'
,
551
(
-
-
,
.
)
552
'
.
553
,
554
-
'
555
-
,
,
.
,
556
,
'
557
.
,
.
,
558
,
559
,
'
560
,
.
561
'
,
(
562
)
,
563
'
.
564
565
[
]
'
,
566
,
'
567
'
568
.
'
569
;
570
,
,
,
.
571
(
.
-
.
-
)
572
(
.
.
,
.
)
,
573
.
574
'
,
,
575
,
576
.
,
577
;
578
,
,
579
-
.
580
,
-
-
,
-
581
-
,
-
-
,
582
.
583
584
585
586
587
.
588
589
-
.
590
'
.
.
591
.
.
.
592
'
.
.
593
'
,
.
594
.
.
595
.
-
596
597
598
[
.
.
-
]
599
600
'
'
601
,
602
.
603
,
,
,
604
;
'
605
,
,
606
'
.
607
,
608
,
609
'
'
,
610
.
611
612
'
;
613
,
,
.
614
,
,
615
'
,
616
.
'
'
,
617
,
618
.
[
]
619
,
'
'
,
620
,
621
.
622
,
.
623
,
'
,
624
[
]
;
,
625
,
;
,
626
,
627
.
628
,
629
'
630
-
-
,
'
631
'
632
.
633
634
[
.
.
-
]
635
636
[
]
,
,
637
,
,
638
'
,
639
,
,
,
'
640
.
641
,
642
,
643
;
644
'
'
,
645
'
'
646
[
]
.
647
,
648
'
;
'
649
,
'
,
'
,
650
,
651
.
652
'
;
653
,
'
,
654
;
'
655
'
.
.
656
,
,
'
;
657
,
658
:
«
659
!
'
!
660
[
]
!
»
661
'
,
,
'
662
'
,
663
'
;
664
[
]
,
,
665
;
666
,
667
'
.
668
,
669
'
670
,
,
671
.
,
672
673
.
674
;
'
675
'
,
676
;
677
,
,
678
.
,
679
,
,
680
.
681
'
'
'
682
,
'
.
'
683
;
'
684
'
,
,
.
685
,
686
,
,
687
.
,
688
,
,
689
'
,
690
.
'
691
;
,
692
'
,
693
.
'
694
,
.
695
696
;
,
697
,
'
698
.
699
'
'
,
,
700
'
,
701
;
'
'
702
.
-
-
,
,
703
;
704
;
,
705
,
,
,
'
,
706
,
707
,
.
.
,
'
,
708
'
,
709
;
710
,
711
'
'
712
.
,
713
,
'
'
714
'
,
715
'
'
716
.
[
]
'
,
717
,
;
718
,
719
,
'
;
720
[
]
,
,
721
.
722
,
723
'
;
'
,
724
,
725
.
,
'
,
726
,
,
;
727
728
,
729
,
[
]
.
730
,
,
731
,
732
,
,
,
733
.
734
,
735
'
736
'
.
;
737
'
738
,
;
739
740
;
'
'
741
,
742
,
743
.
[
]
,
744
'
[
]
;
745
,
746
'
,
747
,
748
'
.
749
;
,
750
'
'
,
751
'
,
'
'
[
]
:
752
'
'
753
,
'
[
]
754
.
755
,
,
,
,
756
'
'
.
757
758
759
.
760
'
'
761
.
'
762
[
]
,
'
'
763
,
764
,
,
'
,
765
766
.
,
767
.
,
'
,
,
768
769
.
'
770
,
'
,
'
,
771
772
.
'
[
]
773
;
,
774
,
'
,
775
'
,
776
:
'
,
777
,
,
778
,
,
779
,
780
'
.
,
'
'
781
,
782
.
,
783
'
,
784
;
'
785
'
;
786
?
,
,
787
;
788
,
;
789
'
,
790
.
'
,
'
791
,
'
;
792
,
793
.
,
794
[
]
,
795
,
,
796
.
'
,
797
'
'
,
798
799
;
800
'
.
«
801
'
802
,
,
803
,
804
'
,
805
,
806
;
,
807
'
'
,
808
,
,
809
,
810
[
]
.
»
811
812
[
.
.
-
]
813
814
'
'
;
815
,
.
816
817
'
.
,
818
'
,
,
819
,
,
'
820
;
,
821
'
,
822
'
,
.
823
,
,
824
'
,
,
825
.
[
]
826
,
827
:
'
828
;
,
,
829
[
]
.
830
,
,
831
,
;
832
833
,
834
.
,
,
,
835
,
,
836
837
.
838
;
839
,
'
,
840
'
841
.
,
842
,
,
843
'
,
,
.
,
'
844
,
.
845
'
;
'
846
.
847
.
,
848
,
'
'
849
'
,
.
,
850
,
,
851
'
,
.
852
[
]
,
,
,
853
,
'
,
,
,
854
,
,
855
,
'
,
856
,
,
857
,
.
858
;
859
,
860
,
'
861
.
,
862
,
863
,
864
,
.
865
,
866
,
'
,
,
867
,
'
868
.
.
,
,
-
869
-
,
-
'
-
,
870
,
;
871
,
,
'
872
,
'
873
'
[
]
.
874
,
'
,
;
875
,
876
,
.
,
877
'
,
878
,
,
,
.
879
'
.
880
,
881
,
882
,
;
883
,
,
,
884
,
885
,
886
.
,
,
,
887
,
,
888
:
889
,
890
,
,
'
891
'
.
,
892
;
893
,
.
894
.
895
:
896
.
897
'
,
,
898
,
899
'
'
.
900
901
;
.
,
902
,
,
903
'
[
]
:
«
904
,
'
'
905
,
,
,
,
906
907
?
,
908
;
,
'
909
;
'
,
910
,
.
911
,
'
:
912
,
,
,
913
'
,
,
,
914
.
'
,
915
;
,
916
;
;
917
;
;
918
,
;
,
919
'
;
,
'
,
,
920
»
.
921
922
[
]
;
,
923
'
924
[
]
.
925
926
[
.
.
]
927
928
,
929
'
;
930
931
932
'
.
,
,
933
'
934
.
'
,
,
935
'
;
936
'
,
937
,
938
'
[
]
.
,
[
]
,
939
,
'
940
,
941
'
,
.
942
'
'
943
'
,
,
944
,
945
,
,
946
.
947
[
]
,
948
;
'
'
949
,
'
950
.
951
,
952
'
:
953
'
;
954
-
-
955
.
956
,
957
'
958
;
,
959
,
'
;
,
960
,
,
961
'
,
962
'
,
963
964
.
965
,
966
967
.
968
'
;
[
]
969
'
,
970
971
.
,
972
'
,
,
973
,
974
,
,
'
[
]
,
,
975
'
,
976
,
'
977
'
[
]
.
978
'
,
979
,
980
981
;
982
,
,
,
983
'
984
.
.
[
]
985
,
986
,
987
,
,
.
988
.
989
990
[
.
.
-
]
991
992
'
993
,
,
.
994
,
995
.
,
996
'
,
997
,
,
'
998
,
.
999
1000