rigore del lor padrone, che chiesero venisse loro tagliata la testa, poichè volevansi ad essi impedire i modi di tornare al campo prima del tramontare del Sole. [76] -V.- Duca (c. 35). Franza (l. III, c. 3), che avea navigato sul vascello veneto, ne riguarda siccome un martire il Capitano. [77] -Auctum est Palaealogorum genus, et imperii successor, parvaeque Romanorum scintillae haeres natus, Andraeas-, ec. (Franza, l. III, c. 7). Espressione energica ispirata dal dolore. [78] -V.- Cantemiro, p. 97, 98. [79] Il presidente Cousin traduce il vocabolo Συντροφος, -Coeducato-, padre, balio. Egli segue, è vero, la versione latina, ma nella sua fretta, ha trascurata la nota, ove Ismaele Boillaud (-ad Ducam-) riconosce e corregge il proprio errore. [80] L'uso di non mostrarsi al Sovrano, o ai superiori, senza offrirgli doni, è antichissimo fra gli Orientali; sembra analogo all'idea de' sagrifizj, più antica ancora e più generale. -V.- alcuni esempj di questa costumanza presso i Persiani, in Eliano (-Hist. Variar.-, l. I, c. 31, 32, 33). [81] Il -Lala- de' Turchi (Cantemiro, p. 54) e il -Tata- dei Greci (Duca, c. 35) vengono dalle prime sillabe che i fanciulli pronunciano; e può osservarsi che queste voci primitive, fatte per indicare i genitori, sono sempre la ripetizione d'una medesima sillaba composta d'una consonante -labiale- o -dentale- seguita da una vocale aperta (De Brosses, -Mécanisme des langues-, t. I, p. 231-247). [82] Il talento attico pesava circa sessanta mine, o libbre (-V.- Hooper -on Ancient Weights Measures-, etc.); ma tra i Greci moderni questa denominazione classica è stata applicata ad un peso di cento e di centocinque libbre (Ducange, ταλαντον). Leonardo da Chio misura la palla, o il sasso del secondo cannone: -Lapidem qui palmis undecim ex meis ambibat in gyro.- [83] -V.- Voltaire, -Hist. génér.-, c. 91, p. 294, 295. Si sa che questo autore aspirava alla monarchia universale nella letteratura. Onde il vediamo nelle sue poesie pretendere il titolo di astronomo, di chimico, ec., e sollecito di ostentare il linguaggio di tali scienze. [84] Il Barone di Tott (t. III, p. 85-89), che nell'ultima guerra fortificò contro i Russi i Dardanelli, ha descritto, con tuono enfatico ed anche comico, la sua prodezza e la costernazione in cui furono gli Ottomani. Ma questo ardimentoso viaggiatore non possede l'arte d'inspirar confidenza. [85] -Non audivit indignum ducens-, dice l'ingenuo Antonino; ma poichè i timori e la vergogna non tardarono a crucciar l'animo del Pontefice, il Platina dice in tuono d'abile cortigiano: -In animo fuisse Pontifici juvare Graecos.- Enea Silvio dice ancora in termini più asseveranti: -Structam classem-, ec. (Spond., A. D. 1453, n. 3). [86] Antonino, -in Proëm. epist. cardinal. Isid., ap. Spond.- Il dottore Iohnson ha ottimamente espressa questa circostanza caratteristica nella sua tragedia, l'Irene. -The groaning Greeks dig up the golden caverns,- -The accumulated wealth of hoarding ages;- -That wealth which, granted to their weeping prince,- -Had rang'd embattled nations at their gates.- I quali versi così furono trasportati nella nostra lingua: Dal grembo della terra, ove gli avari Progenitori li celaro, a stento Le gemme e l'oro ritogliean; tesori Che, del lor prence conceduti al pianto, Falangi di guerrieri avrian condotte Nanti le porte di Bisanzo, e salva Da servitù de' Cesari la sede. [87] Presso i Turchi, le truppe poste a guardar il palagio chiamansi -Capiculi-, quelli che difendono le province -Seratculi-. La maggior parte de' nomi e delle istituzioni della milizia turca precedevano il -Canone Nameh- di Solimano II, sul qual codice il Conte Marsigli, giovandosi anche della propria esperienza, compose il suo -Stato militare dell'Impero ottomano-. [88] L'osservazione di Filelfo venne confermata nel 1508 da Cuspiniano (-De Caesaribus in epilog. de militia turcica-, p. 697). Il Marsigli prova che gli eserciti effettivi de' Turchi son men numerosi assai di quanto appariscono. Leonardo da Chio, non conta più di quindicimila giannizzeri nell'esercito che assediò Costantinopoli. [89] -Ego, eidem (Imperatori) tabellas exhibui, non absque dolore et maestitia, mansitque apud nos duos, aliis occultus numerus.- (Franza, lib. III, c. 8). Purchè si perdonino a Franza alcuni pregiudizj nazionali, non saprebbe desiderarsi un testimonio più autentico di lui, sia intorno ai fatti pubblici, sia intorno ai consigli privati. [90] Spondano racconta il fatto di questa unione non solamente con parzialità, ma d'una maniera imperfetta. Il Vescovo di Pamiers morì nel 1642, e la Storia di Duca, che parla di questi avvenimenti (c. 36, 37) con verità e coraggio eguali, non fu pubblicata che nel 1649. [91] Il Franza, uno del numero de' Greci conformisti, confessa aversi avuto ricorso a tale riconciliazione solamente -propter spem auxilii-; e favellando di quelli che non vollero assistere al divin servigio in comune nella chiesa di S. Sofia, afferma con soddisfazione che -extra culpam et in pace essent- (l. III, c. 20). [92] -Già i Greci, vale a dire l'Imperatore, la Corte, ed alcuni Vescovi, Commissarj de' rimasti in Oriente, tanto al Concilio di Lione, che a quello di Firenze, non si unirono momentaneamente nella credenza co' Latini, ammettendo nel- Credo ec. -l'aggiunta- filioque, -usando nel tempo de' due Concilj il pane azzimo e riconoscendo il primato del Vescovo di Roma, ed ammettendo il purgatorio ed altre cose, che per avere soccorsi contro i Turchi, che minacciavano perfino Costantinopoli; l'unione nella credenza fra Cristiani-greci e Cristiani-latini, durò come quella dei loro Vescovi ne' due detti Concilj; i Vescovi greci, nell'aderire a' Latini per bisogno, non furono sinceri; il fatto lo provò, perchè andati alla loro patria, la divisione nella credenza tornò, e dura anche oggidì e durerà.- (Nota di N. N.) [93] Il nome secolare di lui era Scolario, al quale sostituì l'altro di Gennadio nel vestir la cocolla, ovvero nell'atto di divenir Patriarca. Essendo quell'istesso che avea difesa a Firenze cotesta unione, perseguendola poi a Costantinopoli con tanto accanimento, Leone Allazio (-Diatrib. de Georgiis in Fabric. Bibl. graec.-, t. X, p. 760-786) ha creduto che vi fossero due uomini di tal nome; ma il Renaudot (p. 343-383) ha confermata l'identità della persona, e la doppiezza del carattere. [94] -Quest'ultima espressione è inconveniente; bastava dire, ostinate nella loro opinione, e fanatiche: si sa pur troppo che in cotali controversie non vi fu e non v'è luogo a via di mezzo, a riconciliazione ed a pace.- (Nota di N. N.) [95] Φσκιολιον, καλυπτρα ammettono assai bene l'interpretazione -cappello di Cardinale-. La differenza di vesti incrudeliva ancor la discordia fra i Greci e i Latini. [96] -Il buon credente non deve dire chimerica la speranza di qualche miracolo; ma bisogna saperlo domandare, e meritarlo.- (Nota di N. N.) [97] Fa d'uopo ridurre le miglia greche ad una picciola misura che si è conservata nelle -werste- di Russia, che sono di cinquecento quarantasette tese di Francia. I sei miglia del Franza non eccedono le quattro miglia inglesi, secondo il d'Anville (-Mésures itineraires-, p. 61-123, ec.). [98] -At in dies doctiores nostri facti paravere contra hostes machinamenta, quae tamen avare dabantur. Pulvis erat nitri modica exigua; tela modica; bombardae, si aderant, incommoditate loci primum hostes offendere maceriebus alveisque tectos non poterant. Nam siquae magnae erant, ne murus concuteretur noster, quiescebant.- Questo passaggio di Leonardo da Chio è singolare ed importante. [99] Al dire di Calcocondila e di Franza, il grande cannone scoppiò. Duca pretende che l'abilità dell'artigliere evitasse questo disastro. È evidente che i primi e l'ultimo di questi Storici non parlano dello stesso pezzo. [100] Circa un secolo dopo l'assedio di Costantinopoli, le squadre di Francia e d'Inghilterra si diedero il vanto di avere, in un combattimento di due ore accaduto nella Manica, tratti trecento colpi di cannone (-Mémoires de Martin du Bellay-, l. X, nella -Collection générale-, t. XXI, p. 239). [101] Ho scelti alcuni singolari fatti, senza aspirare all'instancabile quanto truce eloquenza adoperata dall'Abate Vertot nelle sue prolisse narrazioni degli assedj di Rodi, di Malta, ec. Questo vivace Storico, fornito di una mente romanzesca, e sollecito di piacere co' proprj scritti ai Cavalieri di Malta, ne ha adottato l'entusiasmo e lo spirito cavalleresco. [102] La dottrina delle mine artificiali trovasi per la prima volta accennata in un manoscritto del 1480 di Giorgio da Siena (Tiraboschi, t. VI, parte I, p. 324). Vennero tosto adoperate nel 1487 a Sarzanella; ma il loro miglioramento appartiene al 1503, e ne viene attribuito l'onore a Pietro di Navarra, che ne fece uso con buon successo nelle guerre d'Italia (-Hist. de la Ligue de Cambrai-, t. II, p. 93-97). [103] È cosa singolare che i Greci non si accordano sul numero di questi famosi vascelli. Duca ne indica cinque, Franza e Leonardo, quattro, Calcocondila, due: forse l'ultimo indica solamente i due più grandi; gli altri comprendono ancora i piccoli. Il Voltaire, che ne assegna uno di questi a Federico III, confonde fra loro gl'Imperatori d'Oriente e d'Occidente. [104] Il Presidente Cousin trascura manifestamente, o piuttosto ignora affatto ogni erudimento della lingua e della geografia, quando fa che un vento australe trattenga a Chio questi vascelli, e che un vento di tramontana li conduca a Costantinopoli. [105] Può vedersi qual fosse la debolezza e lo scadimento della turca marineria in Rycault (-State of the ottoman Empire-, p. 372-378), in Thevenot (-Voyages-, part. 1, p. 229-242) e nelle -Mémoires du baron de Tott- (t. III). Questo ultimo Scrittore si mostra sempre sollecito di dilettare e sorprendere i suoi leggitori. [106] Devo confessarlo, in questo momento mi si rappresenta alla immaginazione la pittura animata che ne offre Tucidide (l. VII, c. 71) dell'atteggiamento degli Ateniesi, allorchè, perplessi ed inquieti, stavano contemplando la battaglia navale che accadde nel gran porto di Siracusa. [107] Giusta il testo esagerato, o corrotto di Duca (c. 38) questo bastone d'oro pesava cinquecento libbre. Il Bouillaud legge cinquecento dramme, o cinque libbre, peso che bastava per tenere in azione il braccio di Maometto sul corpo del suo ammiraglio. [108] Duca, mal istrutto, a confessione di lui medesimo, degli affari dell'Ungheria, attribuisce a questo fatto un motivo di superstizione. «Gli Ungaresi, dic'egli, credeano che Costantinopoli sarebbe il termine delle conquiste de' Turchi.» -V.- Franza (l. III, c. 20) e Spondano. [109] La testimonianza unanime di quattro Greci vien confermata da Cantemiro (p. 96), che fonda sugli Annali turchi le sue narrazioni; pur sarei proclive a ridurre la distanza di dieci miglia, e a prolungare l'intervallo d'una notte. [110] Franza cita due esempj di navigli trasportati in tal guisa sull'Istmo di Corinto per uno spazio di sei miglia; l'un, favoloso, riguarda le imprese d'Augusto dopo la battaglia di Azio; l'altro, vero, si riferisce a Niceta, Generale greco del decimo secolo. Il ridetto Storico poteva aggiugnere l'audace impresa operata da Annibale per introdurre nel porto di Taranto le sue navi (Polibio, l. VIII, pag. 749, edizione di Gronov.). [111] Questa fazione fu probabilmente consigliata ed eseguita da un Greco di Candia, che in una occasione di tal natura prestò servigio simile ai Veneziani (Spond., A. D. 1438, n. 37). [112] A questo luogo, intendo favellar soprattutto delle imbarcazioni eseguite dai nostri, nel 1776 e 1777, sui laghi del Canadà, impresa che tanti disagi costò e tornò sì inutile nell'effetto. [113] Calcocondila e Duca non vanno d'accordo sul tempo e i particolari della negoziazione, nè questa essendo stata, o gloriosa, o salutare, il fedele Franza risparmia al suo principe fin la taccia d'aver pensato ad arrendersi. [114] Queste ali (Calcocondila, l. VIII, p. 208) non sono che una figura orientale; ma nella Tragedia inglese Irene, la passione di Maometto esce dai limiti della ragione e perfino dal senso comune. -Should the fierce North, upon his frozen wings,- -Bear him aloft above the wondering clouds,- -And seat him in the Pleiads' golden chariot -- - -Thence should my fury drag him down to tortures.- «Quand'anche l'impetuoso vento del Nort sulle sue ali addiacciate li portasse al di sopra delle nubi stupefatte, e li collocasse nel dorato carro delle Pleiadi, il mio furore li toglierebbe di là per consegnarli a nuovi tormenti». Indipendentemente dalla stravaganza di questo discorso senza conclusione, noterò, 1 Che l'azione de' venti non opera al di là dell'atmosfera. 2 Che il nome, l'etimologia e la favola delle Pleiadi appartengono unicamente al popolo greco (-Scholiast. ad Homer.- Σ. 686, -Eudacia in Ionia-, p. 339; Apollodoro, l. III, c. 10; Heyne, p. 229, not. 682), e non han che fare coll'astronomia degli Orientali (Hyde, -Ulugbeg. Tabul. in Syntag. Dissert.-, t. I, p. 40-42; Goguet, -Origine des arts-, etc; t. VI, p. 73, 78; Gebelm, -Hist. du Calendrier-, p. 73) studiata da Maometto. 3 Il carro delle Pleiadi non entrò nè nelle scienze dell'astronomia, nè nella favola: temo che il dottore Iohnson abbia confuso le Pleiadi coll'Orsa Maggiore, ossia col Carro, il Zodiaco con una costellazione del Nort. Αρκτον θ’ ην και αμαξαν επικλησιν καλεουσι -Chiamò l'orsa anche carro.- [115] Il Franza prende collera per queste acclamazioni dei Musulmani, non perchè adoperavano il nome di Dio, ma perchè vi frammetteano quello del Profeta. Il pio zelo del Voltaire è eccessivo ed anche ridicolo. [116] Sospetto assai che Franza si sia fabbricato a suo modo questo discorso il quale sa di predica e di convento siffattamente da indurre il dubbio se Costantino lo abbia mai pronunziato. Leonardo gli attribuisce un'arringa diversa, in cui si mostra più riguardoso verso gli ausiliari latini. [117] Questo contrassegno di umiltà, che la divozione talvolta ha suggerito ai principi giunti all'estremità della vita, è un perfezionamento aggiunto alla dottrina del Vangelo sul perdono delle ingiurie: è cosa più facile il perdonare novecentonovantanove volte, che il chiedere una sola volta perdono ad un inferiore. [118] Oltre alle diecimila guardie, ai marinai e ai soldati di mare, il Duca annovera dugencinquantamila Turchi, o a cavallo o fantaccini, che a questo assalto generale parteciparono. [119] Il Franza nel censurare severamente la ritirata del Giustiniani, esprime il proprio cordoglio e quello del pubblico. Duca, per motivi che a noi sono ignoti, lo tratta con più riguardi e dolcezza; ma le parole di Leonardo da Chio manifestano un'indegnazione che era tuttavia nel suo primo impeto, -gloriae, salutis, suique oblitus-. I Genovesi, compatriotti del Giustiniani, sono sempre stati sospetti e spesse volte colpevoli in tutto quanto operarono nelle loro spedizioni dell'Oriente. [120] Duca dice che l'Imperatore fu ucciso da due soldati turchi. Se prestiam fede a Calcocondila, egli rimase ferito in una spalla, indi schiacciato sotto la porta della città. Franza, trasportato dalla disperazione, si precipitò in mezzo ai Turchi, nè fu spettatore della morte di Paleologo; al quale possiamo senza taccia di adulazione applicare que' nobili versi di Dryden. «Per la vasta pianura, è vana speme «Di rinvenirlo; allorchè ai vostri sguardi «Di cadaveri un monte appaia, a quello «V'inerpicate; e giunti in su la cima, «Il troverete; al generoso aspetto «Come nol ravvisar? Coi lumi al cielo «Ancor conversi, in su quel letto istesso «Giace supin che di nemiche salme «Pria gli compose il formidabil brando. [121] Spondano (A. D. 1453, n. 10), che spera l'Imperatore in luogo di salute, vorrebbe potere assolvere questa sua inchiesta dalla colpa di suicidio. [122] Leonardo da Chio giustamente osserva, che se i Turchi avessero riconosciuto l'Imperatore, non avrebbero perdonato a sforzi per salvare un prigioniero di tanta importanza che Maometto dovea desiderare d'aver fra le mani. [123] -V.- Cantemiro, p. 96. I vascelli Cristiani che si trovavano alla bocca del porto, aveano sostenuto e tardato l'assalto da quella banda. [124] Calcocondila non arrossisce della ridicola supposizione che gli Asiatici saccheggiassero Costantinopoli per vendicare le antiche sciagure di Troia; laonde i gramatici del secolo decimoquinto fanno derivare con compiacenza la grossolana denominazione -Turchi- dall'altra più classica -Teucri-. [125] Allorchè Ciro sorprese Babilonia, che stava celebrando una festa, la città era sì grande e sì poca la cura degli abitanti nel farne la guardia, che lungo tempo vi volle prima di far giungere ai lontani rioni la notizia della vittoria del Re persiano. -V.- Erodoto (l. 1, c. 191) e Usher (-Annal.-, p. 78) che cita su di ciò un passo del Profeta Geremia. [126] -Nelle sue prime parole-, che i Turchi prenderebbero Costantinopoli, -la predizione era facile a farsi, e ad avverarsi pel tristissimo stato de' Greci; il resto fu ben lungi dal verificarsi: il linguaggio poi ond'è espressa e modificata, è proprio del tempo della presa di Costantinopoli, e della circostanza d'una prossima pubblica sciagura, che mettendo spavento grandissimo negli animi, li dispone a ricevere le predizioni e a divenirne fanatici; quel linguaggio poi rassomiglia molto ad uno stile più antico. Vi sono sempre stati veri e falsi Profeti, e vi furono imperfette, e perfette predizioni; fatta dal buon credente l'eccezione de' Profeti della Sacra nostra Scrittura, la considerazione de' tempi, delle politiche e civili circostanze, del carattere nazionale, del clima, della religione, della specie di letteratura del paese di cui si tratta, somministra fondamenti e mezzi per ben intendere le loro mire e per giudicarle.- (Nota di N. N.) [127] Questa animata descrizione è tolta da Duca (c. 39), che due anni dopo si trasferì presso il Sultano, come ambasciatore del principe di Lesbo (c. 44). Fino alla conquista di Lesbo, accaduta nel 1463 (Franza, l. III, c. 27), questa isola avrà ringorgato di fuggiaschi bizantini, i quali non avranno fatto altro che raccontare, e forse arricchir di favole la storia della loro sventura. [128] -V.- Franza, l. III, c. 20, 21. Le sue espressioni son chiare: -Ameras sua manu jugulavit.... volebat enim eo turpiter et nefarie abuti. Me miserum et infelicem!- Del rimanente, ei non poteva sapere che per via di vaghe vociferazioni le sanguinolente, o infami scene, che accadeano in fondo al Serraglio. [129] -V.- Tiraboschi (t. VI, part. I, pag. 290) e Lancelot (-Mém. de l'Acad. des Inscript.- t. X, pag. 718). Sarei curioso di sapere come egli abbia potuto lodare cotesto pubblico nemico, dopo averlo in più d'un luogo vilipeso, come il più corrotto e il più barbaro de' tiranni. [130] I -Comentarj- di Pio II, suppongono che Isidoro mettesse il suo cappello di Cardinale sulla testa d'un morto; che questa testa venisse recisa e portata in trionfo, intanto che il padrone vero del cappello, era contrattato, venduto, e liberato, come un prigioniero di poco prezzo. La grande Cronaca dei Belgi orna di nuove avventure la fuga d'Isidoro. Ma questi (dice Spondano, A. D. 1453, n. 15), le tacque nelle sue lettere, per paura di perdere il merito e la ricompensa di avere sofferto per Gesù Cristo. [131] Il Bosbec si diffonde con piacere e approvazione su i diritti della guerra e sulla schiavitù tanto comune fra gli Antichi e fra i Turchi (-De legat. turcica-, epist. 3, p. 161). [132] Somma indicata in una nota in margine dal Leunclavio (Calcocondila, l. VIII, p. 211); ma quando ci vien raccontato che Venezia, Genova, Firenze ed Ancona perdettero cinquanta, venti e quindicimila ducati, sospetto sia stata dimenticata una cifra, ed, anche in tale supposizione, le somme tolte agli stranieri avrebbero appena oltrepassata la quarta parte dell'intero bottino. [133] -V.- gli elogi esagerati e le lamentazioni di Franza (l. III, cap. 17). [134] -È vero che i Latini, o Cattolici, prendendo Costantinopoli, commisero degli eccessi per l'odio che portavano a' Cristiani greci-scismatici; ma i mali cagionati da' Turchi prendendo Costantinopoli sono stati maggiori. Il vedere nella Storia l'odio persecutore e sanguinario fra Cristiani-cattolici, e Cristiani-scismatici, e quello ancora che per simili cagioni venne, merita la nostra compassione riguardando a' traviamenti del fanatismo, riprovati dalla buona morale. L'uomo imparziale, e dotto della Storia civile ed ecclesiastica, conosce che i mali prodotti dalle molte e lunghe controversie e guerre per motivi di religione, e di riti, non furono inferiori a quelli derivati dall'altre guerre.- (Nota di N. N.) [135] -V.- Duca (c. 43) e una lettera 15 luglio 1453 scritta da Lauro Quirini al Pontefice Nicolò V (Hody, -De Graecis-, p. 192 sopra un manoscritto della Biblioteca di Cotton). [136] Faceasi uso a Costantinopoli del Calendario Giuliano che conta i giorni e le ore incominciando da mezza notte; ma qui sembra che Duca le conti dal nascere del Sole. [137] -V.- gli -Annali Turchi-, pag. 329, e le -Pandette di Leunclavio-, p. 448. [138] Ho già parlato di questo monumento singolare dell'antichità greca (-V.- il cap. XVII di quest'Opera). [139] Dobbiamo a Cantemiro (pag. 102) le descrizioni fatte dai Turchi sulla trasformazione della chiesa di S. Sofia in Moschea, acerbo argomento delle lamentazioni di Franza e di Duca. È cosa non priva di vezzo l'osservare, come una medesima cosa appare sotto aspetti contrarj a un Musulmano, e a un Cristiano. [140] Il distico originale, da cui questi versi sono tradotti, vien riportato da Cantemiro, e trae nuova bellezza dall'applicazione che ne fu fatta. Così nel saccheggio di Cartagine, Scipione ripetè la profezia famosa di Omero. Parimente un egual sentimento di generosità trasportò la mente de' due conquistatori sul passato o sull'avvenire. [141] Non posso persuadermi con Duca (-V.- Spondano, A. D. 1453, n. 13) che Maometto abbia fatto portare la testa dell'Imperator greco all'intorno per le province dalla Persia, dell'Arabia ec. Egli sarebbe stato certamente contento di meno inumani trofei. [142] Franza era il personale nemico del Gran Duca, nè il tempo, o la morte di questo nemico, o la solitudine del chiostro, poterono inspirargli qualche sentimento di compassione o di perdono. Duca propende a lodarlo siccome un martire. Calcocondila è neutrale, ma egli è però quel fra gli Storici che ne dà qualche traccia sulla cospirazione ordita dai Greci. [143] -V.- intorno alla restaurazione di Costantinopoli, e alle fondazioni de' Turchi, Cantemiro (p. 102-109), Duca (c. 42) Thevenot, Tournefort, e gli altri nostri moderni viaggiatori. L'Autore del -Compendio della Storia ottomana- (tom. I, p. 16-21) fa una pittura esagerata della grandezza e della popolazione di Costantinopoli, dalla quale nondimeno possiamo comprendere che, nel 1586, i Musulmani erano in questa Capitale men numerosi de' Cristiani e ancor degli Ebrei. [144] Il -Turbé-, o monumento sepolcrale di Abu-Ayub, trovasi descritto e delineato nel -Tableau général de l'Empire ottoman- (Parigi, 1787, grande -in folio-), Opera la cui magnificenza supera forse l'utilità. [145] Franza descrive una tale cerimonia, che è stata probabilmente abbellita passando dalle labbra de' Greci in quelle de' Latini. Il fatto vien confermato da Emanuele Malasso, che ha scritta in greco-volgare la -Storia de' Patriarchi dopo la presa di Costantinopoli-, inserita nella -Turco-Graecia- del Crusio (l. V, p. 106-184). Ma i leggitori, anche i più proclivi a credere, si persuaderanno difficilmente che Maometto abbia adottata la seguente formola cattolica: -Sancta Trinitas quae mihi donavit imperium, te in patriarcham novae Romae delegit.- [146] Lo Spondano descrive (A. D. 1453, n. 21; 1458, n. 16), seguendo la -Turco-Graecia- del Crusio, la schiavitù e le intestine dissensioni della Chiesa greca. Il Patriarca successore di Gennadio si gettò in un pozzo per disperazione. [147] Cantemiro (p. 101-105) si tiene fermo sulla unanime testimonianza de' Turchi antichi e moderni, facendo osservare che questi autori non si sarebbero fatta lecita una menzogna per diminuire la loro gloria nazionale, giacchè ella è cosa più onorevole il prendere una città d'assalto che per capitolazione; ma, 1. sospette mi sembrano tali testimonianze, non citandosi particolarmente dal ridetto Storico alcun autore, mentre gli -Annali Turchi- del Leunclavio affermano senza eccezione, che Maometto s'impadronì di Costantinopoli -per vim- (p. 329). 2. Lo stesso argomento varrebbe a favore dei Greci, i quali non avrebbero posto in dimenticanza un Trattato sì onorevole, e in un vantaggioso per essi. Il Voltaire, giusta il suo stile, preferisce i Turchi ai Cristiani. [148] -V.- Ducange (-Fam. byzant.-, pag. 195) intorno la genealogia e la caduta de' Comneni di Trebisonda, e v. parimente questo Antiquario, sempre esattissimo nelle sue ricerche, sulle cose degli ultimi Paleologhi (p. 244-247, 248). Il ramo de' Paleologhi di Monferrato non si estinse che nel secolo successivo; ma essi avevano dimenticato la loro origine e i congiunti che lasciarono nella Grecia. [149] Nella obbrobriosa Storia delle dispute e delle sciagure de' due fratelli, Franza (l. III, c. 21-30) mostra eccedente parzialità a favor di Tommaso. Duca (c. 44-45) è troppo laconico; troppo diffuso Calcocondila (l. VIII, IX, X) che inoltre impaccia con soverchie digressioni i proprj racconti. [150] -V.- la perdita, o la conquista di Trebisonda in Calcocondila (l. IX, pag. 263-266), in Duca (c. 45), in Franza (l. III, c. 27), in Cantemiro (p. 107). [151] Il Tournefort (t. III, lett. 17, p. 179) afferma che Trebisonda è -mal popolata-; ma il Peyssonel, l'ultimo ed il più esatto fra gli osservatori, le attribuisce centomila abitanti (-Commercio del mar Nero-, t. II, p. 72, e in quanto spetta alla provincia, p. 53-90). La prosperità e il commercio di questo paese vengono continuamente disturbati da due -Ode- di giannizzeri, in una delle quali si arrolano per l'ordinario trentamila -Lazi- (-Mém. de Tott-, t. III, p. 16, 17). [152] Ismael-Beg, principe di Sinope, o Sinople, godea una rendita di dugentomila ducati, derivatagli soprattutto dalle sue miniere di rame (Calcocondila, l. IX, p. 258, 259). Peyssonel (-Com. del mar Nero-, t. II, p. 100) attribuisce alla moderna città di Sinope trentamila abitanti; calcolo che sembra smisurato. Nondimeno, sol trafficando con una nazione, può conseguirsi una giusta idea della sua popolazione e ricchezza. [153] Lo Spondano, seguendo il Gobelin (-Comment. Pii II-, l. V), narra l'arrivo del despota Tommaso a Roma, e il ricevimento che v'ebbe (A. D. 1461, n. 3). [154] Con un atto che porta la data de' 6 settembre, 1494, trasportato di recente dagli archivj del Campidoglio alla Biblioteca reale di Parigi, il despota Andrea Paleologo, serbandosi la Morea ed alcuni privilegi, trasmise a Carlo VIII, re di Francia, gl'Imperi di Costantinopoli e di Trebisonda (Spond., A. D. 1493, n. 2). Il sig. di Foncemagne (-Mém. de l'Acad. des Inscript.-, t. XVII, p. 539-578) ne ha offerta una dissertazione intorno a quest'atto che gli era pervenuto in copia da Roma. [155] -V.- Filippo di Comines, il quale conta con soddisfazione il numero de' Greci, che speravasi di eccitare a sommossa. Aggiunge a questi suoi calcoli l'osservazione, che i Francesi non avrebbero dovuto eseguire, se non se una traversata di mare di sole settanta miglia e facile assai; e che la distanza da Valona a Costantinopoli non è che di diciotto giorni di cammino ec. In questa occasione la politica dei Veneziani salvò l'Impero dei Turchi. [156] Vedi la descrizione di tale festa in Olivieri della Manica (-Mémoires-, part. I, c. 29, 30) e la compilazione e le osservazioni del sig. di S. Pelagia (-Mém. sur la Chevalerie-, t. I, p. III, p. 182-185). -- Così il fagiano, come il pavone, venivano riguardati augelli reali. [157] Un computo fatto in que' tempi diè a divedere che la Svezia, la Gozia e la Finlandia, conteneano un milione e ottocentomila combattenti; onde erano ben più popolate che nol sono oggidì. [158] Lo Spondano, nel 1454, seguendo Enea Silvio, ha fatta una pittura dello stato d'Europa, che di proprie osservazioni ha arricchita. Questo pregiabilissimo Annalista, e il Muratori, hanno narrato la sequela delle cose accadute dal 1453 al 1481, epoca della morte di Maometto, alla quale io chiuderò il presente capitolo. [159] Oltre ai due Scrittori d'Annali accennati nella nota precedente, i leggitori potranno consultare il Giannone (-Istoria Civile-, t. III) intorno all'invasione di Napoli fatta dai Turchi. Quanto alla descrizione del Regno e delle conquiste di Maometto II, mi sono valso talvolta delle -Memorie istoriche de' Monarchi ottomani di Giovanni Sagredo-, edizione di Venezia del 1677, in 4. O in tempo di pace, o di guerra, i Turchi furono sempre scopo all'attenzione della Repubblica di Venezia. Il Sagredo, Procuratore di S. Marco, potè in virtù della sua carica, veder per entro a tutti i dispacci ed archivj della sua Repubblica, e l'Opera di questo Nobile non va priva di meriti nè per la sostanza, nè per lo stile. Nondimeno dà a divedere troppa acredine contro gl'Infedeli, e la sua narrazione (di sole settanta pagine in quanto spetta a Maometto) diviene più ricca di particolari ed autentica, coll'avvicinarsi agli anni 1640 e 1644 che la compiscono. [160] Terminando qui i miei lavori che si riferiscono all'Impero greco, darò alcuni cenni sulla grande Raccolta degli Scrittori di Bisanzo, de' quali più d'una volta ho citati i nomi e le testimonianze nel corso della presente Storia. Aldo e gl'Italiani non impressero in greco che gli Autori Classici dei tempi migliori; ma dobbiamo agli Alemanni le prime edizioni di Procopio, di Agatia, di Cedreno, di Zonara ec. I volumi della Bisantina (36 vol. -in fol.-) sono comparsi successivamente (A. D. 1648, ec.) per opera della Tipografia del Louvre, cui hanno prestati alcuni soccorsi le Tipografie di Roma e di Lipsia. Ma l'edizione di Venezia del 1729, meno costosa per vero dire, e più abbondante di quella di Parigi, altrettanto le cede in lusso e correzione. I Francesi che furono incaricati di questa edizione, non possedono tutti eguale grado di merito; le note storiche però di Carlo Dufresne Ducange aggiungono pregio al testo di Anna Comnena, di Cinnamo, di Ville-Hardouin. Le altre Opere pubblicate da questo Scrittore sullo stesso soggetto, vale a dire il -Glossario- greco, la -Costantinopolis christiana-, le -Familiae byzantinae-, spargono sulle tenebre del Basso Impero una vivissima luce. CAPITOLO LXIX. -Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nelle città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.- [A. D. 1100-1500] Nel corso de' primi secoli del decadimento e del crollo dell'Impero romano, tenemmo immobilmente fissi gli sguardi sulla città sovrana che avea dato leggi alla più bella parte del Globo. Noi ne contempliamo i destini, prima con ammirazione, indi con sentimento di pietà, sempre con sollecitudine; e allorchè l'animo nostro si allontana dalla Capitale per esaminare le province, le riguardiamo sempre siccome rami, che successivamente si sono staccati dal corpo dell'Impero. La fondazione di una nuova Roma sulle rive del Bosforo, ne ha costretti a seguire i successori di Costantino, e trasportata la curiosità nostra nelle più rimote contrade dell'Europa e dell'Asia, per colà scoprire le cagioni e gli autori del lungo indebolimento della Monarchia di Bisanzo. Le conquiste di Giustiniano ne richiamarono in riva al Tevere per contemplar quivi la liberazione dell'antica Metropoli; ma fu tale liberazione, che ne cambiò soltanto, o ne aggravò forse la schiavitù. Roma avea già perduti i suoi trofei, le sue divinità e i suoi Cesari, nè la tirannide de' Greci fu meno umiliante, o oppressiva della dominazione dei Goti. Nell'ottavo secolo dell'Era cristiana, una disputa religiosa intorno al culto delle Immagini, eccitò i Romani a ricuperare la perduta independenza. Il loro Vescovo divenne[161] il padre temporale e spirituale di un popolo libero, e l'Impero d'Occidente, risorto per le geste di Carlomagno, abbellì collo splendor del suo nome la singolare costituzione della moderna Alemagna. Il nome di Roma si concilia mai sempre da noi un rispetto, che non sapremmo volergli negare. Questo clima, del quale non esamino or l'influenza, non era più il medesimo[162]; la purezza del sangue romano, passato per mille estranei canali, erasi contaminata; ma le venerabili rovine del Campidoglio, la rimembranza delle sue antiche grandezze, ridestarono una scintilla del carattere della nazione. Le tenebre del Medio Evo offrono alcune scene degne della nostra contemplazione, nè mi credo lecito il conchiudere quest'Opera senza volgere uno sguardo allo stato e alle vicende politiche della -Città di Roma-, che si sommise all'autorità temporale dei Papi ver l'epoca in cui i Turchi divennero padroni di Costantinopoli. [A. D. 800-1100] Nel principio del dodicesimo secolo[163], epoca della prima Crociata, i Latini rispettavano Roma, siccome la Metropoli del Mondo, siccome il trono del Papa e dell'Imperatore, i quali dalla Città Eterna conseguivano i titoli, gli omaggi di cui godevano, e il diritto, o l'uso del temporale loro dominio. Dopo avere per sì lungo tempo interrotta la Storia di questa Metropoli, non sarà inutile il ripetere in questo luogo, come una Dieta nazionale scegliesse al di là del Reno i successori di Carlomagno e degli Ottoni; e come questi Principi si contentassero del modesto titolo di Re d'Alemagna e d'Italia, sintantochè avessero varcato l'Alpi e l'Appennino per venire sulle rive del Tevere in traccia della Corona imperiale[164]. Giunti ad una certa distanza dalla città, riceveano gli omaggi del Clero e del popolo che correano ad essi incontro con Croci e rami d'olivo; le immagini de' lupi, de' lioni, dei draghi e dell'aquile, tutti questi terribili emblemi che sventolar vedeansi sulle bandiere, ricordavano le legioni e le Coorti che in altri tempi aveano combattuto per la Repubblica. L'Imperatore giurava tre volte di mantenere la libertà di Roma; la prima volta al ponte Milvio, un'altra alla porta della città, e finalmente sulla gradinata del Vaticano; indi le largizioni d'uso imitavano debolmente la magnificenza de' primi Cesari. Dal successore di S. Pietro, e nel tempio di questo Appostolo, l'Imperatore veniva coronato; i sacri cantici si confondevano colle voci del popolo, il cui consenso manifestavasi con queste acclamazioni: «Vittoria e lunga vita al Papa nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita all'Imperatore nostro Sovrano! Vittoria e lunga vita ai soldati romani e teutonici[165]!» I nomi di Cesare e d'Augusto, le leggi di Costantino e di Giustiniano, l'esempio di Carlomagno e d'Ottone, confermavano la suprema dominazione degl'Imperatori; veniano scolpiti i loro titoli e le loro immagini sulle monete del Papa[166], e per autenticare la loro giurisdizione, metteano nelle mani del Prefetto della città la spada della giustizia; ma intanto il nome, le lingue e i costumi di un barbaro padrone ridestavano tutti i pregiudizj de' Romani. I Cesari della Sassonia e della Franconia non erano che i Capi di una feudale aristocrazia, nè poteano adoperare quella disciplina civile e militare che sola assicura l'obbedienza di un popolo lontano, impaziente del giogo della servitù, benchè forse incapace della libertà. Una sola volta in sua vita, ciascun Imperatore attraversava le Alpi conducendo seco un esercito di suoi vassalli alemanni. Ho descritto il tranquillo cerimoniale del suo ingresso e della sua incoronazione; ma erane assai di frequente turbato l'ordine dai clamori e dalla sedizione de' Romani, che si opponevano al proprio Sovrano come ad uno straniero che venisse ad invadere il lor territorio; sempre improvvisa, e spesso con vergogna per essi, accadeva la loro partenza. Se lungo era in appresso il lor regno, altrettanto durava la lor lontananza, e in questo mezzo, i Romani insultavano il potere imperiale e dimenticavano il nome degli Imperatori. I progressi dell'independenza nell'Alemagna e nell'Italia minarono le basi di questa sovranità, e il trionfo de' Papi fu la liberazione di Roma. L'Imperatore avea regnato per diritto di conquista; l'autorità del Papa fondavasi su l'opinione e la consuetudine, base meno imponente, ma salda di più. Il Pontefice, col liberare il proprio paese dalla prevalenza di un Principe straniero, si rendè più accetto al suo gregge, di cui veramente tornò a divenire il Pastore. La scelta del Vicario di Gesù Cristo, non dependendo più dalla nomina venale, o arbitraria di una Corte alemanna, veniva questi liberamente eletto dal Collegio de' Cardinali, la maggior parte originarj o abitanti di Roma. Gli applausi de' Magistrati e del popolo ne confermavano la nomina; onde per ultimo, potea dirsi derivata dal suffragio de' Romani questa Potenza ecclesiastica, alla quale nella Svezia e nella Brettagna obbedivasi. Que' medesimi suffragi che davano alla Capitale un Pontefice, la provvedevano di un Sovrano ad un tempo. Credeasi generalmente che Costantino avesse conceduto ai Pontefici il dominio temporale di Roma; talchè i giuspubblicisti più coraggiosi, i più audaci scettici, si limitavano a contrastare all'Imperatore il diritto di fare una tal donazione e la validità della medesima. L'opinione dell'autenticità, o della verità del fatto, avea poste profonde radici negli spiriti e per l'ignoranza, e per la tradizione di quattro secoli; e l'origine della favola si perdea all'aspetto di fatti che erano reali e durevoli. Il nome di -Dominus-, o di Signore, vedeasi scolpito sulla moneta del Vescovo; il diritto di lui veniva riconosciuto con pubbliche acclamazioni e giuramenti di fedeltà; il Vescovo di Roma, per consenso anche, o volontario, o forzato, degl'Imperatori alemanni, avea lungo tempo usata una giurisdizione suprema, o subordinata sulla città, o sul Patrimonio di S. Pietro. Oltrechè, il regno de' Papi, gradevole alle pregiudicate opinioni de' Romani, non era incompatibile colle loro libertà; e più sensate indagini avrebbero scoperta una sorgente anche più nobile del potere dei Papi, la gratitudine di una nazione che questi avevano tolta all'eresia e alla tirannide de' greci Imperatori. Non è difficile a comprendersi come, in un secolo di superstizione, la potenza regia e l'autorità sacerdotale dovessero l'una all'altra prestarsi forza, e come le chiavi del Paradiso fossero pel Vescovo di Roma il mallevadore più sicuro dell'obbedienza ch'egli volea ottener sulla Terra. I vizj personali[167] dell'uomo poteano, egli è vero, indebolire il carattere sacro del Vicario di Gesù Cristo; ma gli scandali del decimo secolo furono cancellati dalle virtù austere, e più pericolose, di Gregorio VII e de' suoi successori; onde nelle lotte di ambizione[168], che pei diritti della Chiesa sostennero, le sconfitte e i buoni successi li crebbero del pari nella venerazione del popolo. Vittime della persecuzione, furono veduti alcune volte errare nello squallore e nell'esilio; l'appostolico zelo, con cui si offerivano al martirio, non poteva a meno di commovere e conciliare ad essi gli animi di tutti i Cattolici. Tali altre volte, tonando dall'alto del Vaticano, creavano, giudicavano, rimovevano i Re della Terra; e il più orgoglioso fra i Romani non potea vergognare di sottomettersi ad un Sacerdote che vedea innanzi a sè i successori di Carlomagno, inchinati a baciargli il piede, o gloriosi di tenergli la staffa[169]. Anche un temporale interesse, consigliava alla città di Roma di difendere i Papi, e di assicurar loro tranquillo e onorato soggiorno nel proprio seno, poichè dalla sola presenza dei Papi, questo popolo, pigro quanto vanaglorioso, traeva in gran parte il vitto e le sue tante ricchezze. Gli è vero che la rendita stabile dei Pontefici erasi alquanto scemata, dacchè alcune mani sacrileghe aveano usurpato nell'Italia e nelle province un grande numero di dominj dell'antico Patrimonio di S. Pietro; perdita che non poteano compensare i vasti concedimenti di Pipino e de' suoi discendenti, più spesso reclamati che posseduti dal Vescovo di Roma; Ma una folla perpetua e ognor crescente di pellegrini e supplicanti nudriva il Vaticano e il Campidoglio; aumentatasi d'assai l'estensione della Cristianità, il Papa e i Cardinali non aveano posa pei tanti affari che lor derivavano dalle cause da giudicarsi, così ecclesiastiche come civili. In virtù di una nuova giurisprudenza[170], eransi introdotti nella Chiesa latina il diritto e l'uso delle appellazioni[171]; venivano sollecitati or con consigli, or con intimazioni i Vescovi e gli Abati del Settentrione e dell'Occidente a trasferirsi a Roma, per chieder grazie o portar querele, per accusare i loro nemici o per giustificarsi al Santuario de' Santi Appostoli. Citavasi un fatto che vuol essere riguardato siccome una specie di prodigio; vale a dire che due cavalli, spettanti all'Arcivescovo di Magonza e all'Arcivescovo di Colonia, rivalicarono l'Alpi, carichi tuttavia d'oro e d'argento[172]: nondimeno non tardò molto a vedersi come il buon successo de' pellegrini e de' clienti, meno alla giustizia della causa che al valor dell'offerta[173] fosse raccomandato. Cotesti stranieri faceano ostentato sfoggio di pietà e di ricchezze, e le loro spese, o sacre, o profane, per mille canali volgevansi all'utile de' Romani. Ragioni tanto possenti doveano mantenere il popolo di Roma in una volontaria e pia sommessione verso il suo Padre temporale e spirituale. Ma l'opera del pregiudizio o dell'interesse è di frequente sconcertata dai moti indomabili delle passioni. Il Selvaggio che taglia l'albero per coglierne il frutto[174], l'Arabo che spoglia le carovane de' commercianti, sono animati dallo stesso impulso di una natura ancor rozza, che pensa al presente, non curandosi dell'avvenire, e sagrifica a momentanei diletti il lungo e tranquillo possedimento di più rilevanti vantaggi. In questa guisa, gli sconsigliati Romani profanarono la vigna di S. Pietro, rubarono le offerte de' Fedeli, offesero i pellegrini, senza calcolare il numero e il valore dei pellegrinaggi che il lor ladroneccio sacrilego interrompea. Anche l'influsso della superstizione è precario e variabile, e spesso l'avarizia, o l'orgoglio degli altri, diedero allo schiavo quella libertà che la sua soggiogata ragione non gli potea procurare. Gli oracoli de' preti[175] possono impadronirsi con forza della mente di un Barbaro; ma niuna mente, men di quella di un Barbaro, è proclive a preferire l'immaginazione ai sensi, a sagrificare i desiderj e gl'interessi di questo Mondo ad un motivo lontano, o ad un oggetto invisibile: nel vigore dell'età e della salute, i costumi di un tal uomo fanno continua lotta alla sua fede, lotta durevole sintanto, che la vecchiezza, le infermità, o gli infortunj destino nel suo cuore le paure, e lo spingano a soddisfare il duplice obbligo che la pietà e i rimorsi gl'impongono. Ho già altrove osservato, come l'indifferenza de' moderni tempi sulle cose religiose, sia oltre misura favorevole alla pace e alla sicurezza del Clero. Sotto il regno della superstizione, esso dovea sperar molto dall'ignoranza, ma temere anche molto dalla violenza degli uomini; il continuo aumento delle ricchezze de' sacerdoti avrebbe fatti questi i soli proprietarj di tutti i beni dell'Universo; ma che? questi beni, di cui largheggiava ad essi un padre pentito, venivano lor tolti da un figlio avaro; or si adoravano gli Ecclesiastici, or si commetteano attentati contro le loro vite; e gli stessi individui collocavano sull'Altare, o calpestavano il medesimo Idolo. Nel sistema feudale dell'Europa, le distinzioni e la misura de' poteri, sull'armi soltanto erano fondate; e nel tumulto che queste eccitavano, di rado la tranquilla voce della legge e della ragione ascoltavasi. Recalcitranti al giogo i Romani, insultavano la debolezza del loro Vescovo[176], che per effetto di ricevuta educazione e del suo carattere non potea convenevolmente, o con felice successo, valersi del diritto della spada. I motivi avutisi nell'eleggerlo, e le debolezze della sua vita erano l'argomento de' compagnevoli loro colloquj, e la prossimità del Pontefice diminuiva in essi quel rispetto che il nome e i decreti di lui negli animi di un barbaro Mondo imprimevano; osservazione che non isfuggì all'acume del nostro filosofo Istorico. «Intanto che il nome e l'autorità della Corte di Roma comprendean di terrore le più rimote contrade europee, immerse in una profonda ignoranza, e ignare affatto della condotta e del carattere del sommo Pontefice, questi era tenuto in sì poco rispetto dagl'Italiani, che i più inveterati nemici del medesimo assediavano le porte di Roma, ne sindacavano il governo entro la città; ed è accaduto che alcuni Ambasciatori, venuti dai confini d'Europa per testificare in Vaticano l'umile, o piuttosto abbietta, sommessione del maggior Monarca del suo secolo, durassero molta fatica prima di pervenire al trono appostolico, e poter prostrarsi ai piedi del Santo Padre[177].» [A. D. 1086-1305] Ne' primi tempi la ricchezza de' Papi eccitò invidia; la loro podestà trovò opposizioni, le lor persone si trovarono esposte a violenze. Ma la lunga guerra tra la Corona e la Tiara aumentò il numero e infiammò le passioni de' loro nemici. I Romani, sudditi e nemici ad un tempo del Vescovo e dell'Imperatore, non poterono mai parteggiare di buona fede, e con perseveranza, per gli odj mortali, che con tanto danno dell'Italia disgiunsero i Guelfi ed i Ghibellini; ma cercati da entrambe le fazioni, e sotto gli stendardi d'entrambe, spiegarono a vicenda sulle proprie bandiere l'Aquila alemanna, e le Chiavi del Principe degli Appostoli. Gregorio VII, che può essere o onorato, o detestato siccome il fondatore delle sovranità de' Pontefici, scacciato da Roma, morì in esilio a Salerno. Trentasei successori di questo Papa[178] sostennero fino al momento della loro ritirata in Avignone, una lotta disuguale contro i Romani: dimenticossi più d'una volta il rispetto dovuto ai loro anni e alla loro dignità; onde le Chiese, in mezzo alle religiose solennità, vidersi di frequente imbrattate da sedizioni e da stragi[179]. Il racconto di questi disordini sconnessi fra loro, privi di scopo, e sol suggeriti da una capricciosa brutalità, riuscirebbe noioso e sgradevole; quindi mi limiterò unicamente a narrare alcuni avvenimenti del dodicesimo secolo, atti a dipingere in quale stato allor si trovassero i Pontefici e Roma. Tra il 1099, e il 1118, mentre Pasquale II, nel giovedì della Settimana Santa, ufiziava, fu interrotto dalle grida della moltitudine che chiedea con imperioso tuono la conferma di un Magistrato da essa protetto. Il silenzio del Pontefice accrebbe il furore della ciurmaglia; e avendo egli ricusato di frammettersi negli affari della Terra, intantochè l'animo suo stava inteso a quelli del Cielo, gli fu annunziato con minacce e giuramenti ch'egli era per essere il promotore e lo spettatore della pubblica rovina. Poi nel giorno di Pasqua, trasferendosi egli col suo Clero, processionalmente e a piedi scalzi, alle Tombe de' Martiri, per due volte, una sul ponte S. Angelo, l'altra dinanzi al Campidoglio, venne assalito da un nembo di frecce e di sassi. Intanto si spianavano le case de' suoi partigiani; ond'ebbe a grande ventura il salvar la vita dopo avere corsi gravi pericoli. Levò indi un esercito nel Patrimonio di S. Pietro, e terminò i suoi giorni fra le acerbità di una guerra civile, e gemendo su que' disastri de' quali era stato egli stesso l'autore, o la vittima. Più scandalose ancora, sotto aspetti e religiosi, e civili, furono le scene che nel 1119 seguirono l'elezione di Gelasio II, successore di Pasquale II. Cencio Frangipani[180], possente e fazioso Barone, entrato in Conclave, furiosamente, e brandendo l'armi, spogliò, percosse, calpestò i Cardinali, e senza rispetto nè compassione al Vicario di Gesù Cristo, afferrò per la gola Gelasio, trascinandolo pe' capelli, non gli risparmiando percosse, ferendolo cogli speroni, e conducendolo in tal guisa fino alla propria abitazione, ove lo caricò di catene. Ma una sommossa del popolo liberò il Pontefice; e le famiglie rivali del Frangipani essendosi opposte ai costui furori, Cencio si vide costretto a chiedere perdono, benchè gl'increscesse meno della sua colpevole impresa che di non averla potuta condurre a termine. Pochi giorni dopo, il Pontefice assalito di bel nuovo a piè degli Altari, prese il tempo in cui i suoi nemici e i suoi partigiani si guerreggiavano a morte, per fuggirsene, vestito ancora degli abiti pontificali. I compagni di questa disastrosa fuga che eccitò tanta pietà negli animi delle matrone romane, vennero o dispersi, o balzati d'arcione, onde il Papa fu trovato solo, e mezzo morto di paura e di stento, ne' campi posti dietro alla chiesa di S. Pietro. Dopo avere, giusta il linguaggio della Scrittura, -scossa la polve delle sue scarpe-, -l'Appostolo- si allontanò da quelle mura, fra cui veniva insultata la sua dignità, la sua vita non era in sicuro; e confessando, senza volerlo, essere meglio assai l'obbedire ad un solo Imperatore che soggiacere a tanti padroni, fe' manifesta la vanità di questa possanza cotanto cercata dall'ambizione sacerdotale[181]. Basterebbero, non v'ha dubbio, cotesti esempj; ma non saprei starmi dal narrare le sventure che accaddero tra il 1144 e 1145 a Lucio II, e tra il 1181 e 1185, a Lucio III. Il primo di questi Pontefici, correndo in arnese guerresco all'assalto del Campidoglio, fu percosso in una tempia da un sasso, della qual ferita, pochi giorni dopo, spirò. Il secondo vide la sconfitta de' suoi partigiani coperti di ferite. Molti sacerdoti del suo corteggio essendo caduti prigionieri in una sommossa, i crudeli Romani cavarono a questi gli occhi, risparmiando un tal barbaro trattamento ad un solo, affinchè potesse farsi guida degli altri; poi fregiati, per derisione, di mitra, e costretti a cavalcare altrettanti giumenti colle facce volte alle code degli animali, dovettero giurare di mostrarsi in questo aggiustamento a capo del Clero, onde gli altri prendessero esempio da loro. La speranza, o il timore, la stanchezza, o il rimorso, le propensioni temporanee del volgo, ed altre eventuali circostanze produssero talvolta intervalli di pace e di sommessione: in questi, il Pontefice veniva fra giulive acclamazioni ricondotto nel palagio di Laterano, o nel Vaticano, d'onde le minacce e le violenze l'aveano discacciato. Ma profonda essendo la radice del male, questo continuamente covava; onde tali intervalli di calma erano preceduti e seguìti da sì fiere tempeste, che per poco la nave di S. Pietro non affondò. Roma offeriva continuamente lo spettacolo della guerra e della discordia: le diverse fazioni e famiglie non aveano miglior briga di fortificare e assediare chiese e palagi. Dopo aver data la pace all'Europa, Calisto II, che tenne la Cattedra pontificale fra il 1119 e il 1124, ebbe solo bastante possanza e fermezza per proibire ai particolari l'uso dell'armi nella Metropoli. Le sommosse di Roma eccitarono una generale indignazione presso i popoli che rispettavano il trono appostolico; e S. Bernardo, in una lettera ad Eugenio III suo discepolo, adopera tutta la vivacità del suo spirito e zelo, a delineare una pittura de' vizj di questa popolazione ribelle[182]: «Chi non conosce dice il Monaco di Chiaravalle, la vanità e l'arroganza de' Romani, popolo allevato nella sedizione, nazion crudele, intrattabile, che disdegna obbedire ogni qualvolta non sia tanto debole da non potere usar resistenza? Allorchè i Romani promettono di servire, aspirano a regnare; mentre vi giurano fedeltà, indagano l'istante opportuno per ribellarsi; se non sono ammessi ne' vostri consigli, se trovano chiuse le vostre porte, sfogano con violenti clamori il loro scontento. Abili a fare il male, non hanno mai imparata l'arte di fare il bene: odiosi al Cielo e alla Terra, empj verso le Divinità, dediti alla sedizione, gelosi de' loro vicini, crudeli verso gli estranei, nessuno amano, nessuno gli ama. Intantochè cercano d'inspirar timore, vivono eglino stessi in angosce continue ed obbrobriose; nè vogliono sottomettersi, nè sanno governarsi da sè medesimi; sleali verso i superiori; insopportabili agli eguali; ingrati a chi li benefica; imprudenti e se chiedono, e se ricusano; magnifici nel promettere, meschinissimi nell'adempire; per dir tutto, l'adulazione, la calunnia, la perfidia e la tradigione sono per lo più i soli accorgimenti della loro politica». Certamente questo lurido ritratto non fu colorato dal pennello della carità cristiana[183]; ma comunque bizzarro e tristo possa apparire, non è men vero che presenta la viva immagine de' Romani del secolo dodicesimo[184]. [A. D. 1140] Gli Ebrei non aveano voluto riconoscere Gesù Cristo, allorchè apparve ai loro sguardi col carattere d'un uom del volgo; e parimente i Romani poteano non ravvisare nel Papa il Vicario di Cristo allorchè si mostrò loro avvolto in porpora e con orgoglio confacevole al Sovrano dell'Universo. La fermentazione degli animi, prodotta dalle Crociate, avea fatto risorgere nell'Occidente alcune scintille di curiosità e di ragione. La Setta de' Paoliziani, diffusasi da prima nella Bulgaria, venne a stanziarsi nell'Italia e nella Francia; mescolatesi colla semplicità del Vangelo le visioni de' Gnostici, i nemici del Clero posero in accordo le lor passioni e la loro coscienza, la divozione e l'amore della libertà[185]. Nel 1140, Arnaldo da Brescia[186], uomo non mai sollevatosi dagli ultimi gradi della Chiesa, e che vestendo l'abito di monaco, ravvisava in esso la divisa della povertà anzichè quella dell'obbedienza, primo diede fiato alla tromba della libertà romana. I suoi nemici che più d'una volta ridotti a mal partito dall'ingegno e dall'eloquenza di un tal uomo, non gli poteano contrastar questi pregi, confessavano a proprio malgrado la purezza speciosa della sua morale, onde gli errori di Arnaldo, andando uniti ad utili ed importanti verità, faceano impressione nel pubblico. Negli studj suoi teologici era stato discepolo del famoso e misero Abelardo[187], parimente caduto in sospetto di eresia; ma l'amante di Eloisa possedendo un'indole mansueta e pieghevole, coll'umiltà del pentimento i suoi giudici ecclesiastici disarmò. È cosa verisimile che Arnaldo abbia attinte alla scuola del suo maestro alcune definizioni metafisiche intorno la Trinità, contrarie alle massime de' suoi tempi: vennero vagamente censurate le idee da esso manifestate circa al Battesimo e all'Eucaristia; ma ad una eresia -politica- dovette la sua fama e tutte le sventure alle quali soggiacque. Osò rammentare quel detto con cui Gesù Cristo divulgava non appartenere a questo Mondo il suo regno, deducendone intrepidamente che gli onori e i possedimenti temporali erano il legittimo appannaggio de' laici; che gli Abati, i Vescovi e lo stesso Pontefice doveano rinunziare ai proprj dominj, o alla salute dell'anima; che, non parlandosi più di rendite di fondi, o capitoli per essi, le decime e le offerte volontarie de' Fedeli doveano bastar loro, e che queste ancora non erano già per metterli in istato di appagare le passioni del lusso e l'avarizia, ma per soccorrerli a condurre quella sobria vita che è anche addicevole a chi si dedica a spirituali fatiche. Un tal predicatore venne per qualche tempo colmato di patriottici onori, e colle sue pericolose dottrine diede ben presto eccitamento ai mali umori della città di Brescia giunta a ribellarsi contro al suo Vescovo. Ma il furor popolare è men durevole dell'odio sacerdotale; nè appena Innocenzo II[188] nel Concilio generale di Laterano ebbe condannata l'eresia di Arnaldo, il pregiudizio e la paura spinsero parimente le Magistrature di Brescia ad eseguire il decreto della Chiesa. Non potendo più trovare asilo in Italia, il discepolo di Abelardo attraversò l'Alpi, e videsi ben accolto in Zurigo, oggidì Capitale del principale fra i Cantoni della Svizzera, e che era stata, prima, un presidio de' Romani[189], indi villa reale, e casa di educazione per le figlie de' Nobili, ma divenuta a poco a poco una libera e fiorente città, ove i Commissarj dell'Imperatore giudicavano talvolta le appellazioni de' Milanesi[190]. Precursore di Zuinglio in un secolo men maturo alla riforma che quello di Zuinglio non l'era, fu nondimeno accolto con applausi da questo popolo valoroso ed ingenuo, il quale mantenne per lungo tempo nelle proprie opinioni il colorito che da Arnaldo avean ricevuto; il Vescovo di Costanza ed anche il Legato del Pontefice, sedotti o dal merito, o dalle sagaci arti di Arnaldo, giunsero a dimenticare a favor d'esso gli interessi del loro padrone e del proprio Ordine. Ma le violente esortazioni di S. Bernardo[191] avendo finalmente eccitato lo zelo di questi due Ecclesiastici, il nemico della Chiesa non trovò più partigiani, e ridotto a disperato partito, corse a Roma, ove a veggente del successor di S. Pietro innalzò lo stendardo della ribellione. [A. D. 1144-1154] Cionnullameno l'intrepidezza di Arnaldo non andava disgiunta da prudenza, perchè si vedea protetto, ed anche chiamato. Tonò eloquentemente dai Sette Colli per la causa della libertà, e mescolando nei suoi discorsi i passi di Tito Livio e di S. Paolo, le ragioni del Vangelo e l'entusiasmo della libertà che gli autori classici inspirano, diè a divedere ai Romani, quanto e per la lor sofferenza, e pe' vizj del Clero, avessero tralignato dai primi tempi della Chiesa e della Città. Li trasse colle sue esortazioni nel consiglio di ricuperare i loro , , 1 2 . 3 4 [ ] - . - ( . ) . ( . , . ) , 5 , . 6 7 [ ] - , , 8 , - , . ( , . , . 9 ) . . 10 11 [ ] - . - , . , . 12 13 [ ] , - - , 14 , . , , , 15 , , ( - - ) 16 . 17 18 [ ] ' , , 19 , ; ' ' 20 , . - . - 21 , ( - . . - , . , 22 . , , ) . 23 24 [ ] - - ' ( , . ) - - 25 ( , . ) ; 26 , , 27 ' ' 28 - - - - ( 29 , - - , . , . - ) . 30 31 [ ] , ( - . - 32 - - , . ) ; 33 34 ( , ) . 35 , : - 36 . - 37 38 [ ] - . - , - . . - , . , . , . 39 . 40 , , 41 . , . 42 43 [ ] ( . , . - ) , ' 44 , , 45 , 46 . ' 47 ' . 48 49 [ ] - - , ' ; 50 ' , 51 ' : - 52 . - : 53 - - , . 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