-Hist.-, l. IV, c. 11, p. 244, edizione Havercamp). Fa d'uopo osservare che lo Storico cristiano si studiava d'ingrandire i disastri del Mondo pagano. [394] -Vidimus flavum Tiberim, retortis- -Littore Etrusco violenter undis,- -Ire dejectum monumenta regis- -Templaque Vestae.- (Hor. -Carm.- l. I, od. II). Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di -vetustissima- o d'-incorrupta-? [395] -Ad coercendas inundationes, alveum Tiberis laxavit ac repurgavit, completum olim ruderibus, et aedificiorum prolapsionibus coarctatum- (Svetonio, in -Augusto-, c. 30). [396] Tacito racconta le rimostranze che le diverse città dell'Italia portarono al Senato per allontanare sì fatto provvedimento. Può a questo proposito osservarsi quai progressi ha fatti la ragione. In un affare di tal natura noi consulteremmo del certo gl'interessi locali; ma la Camera de' Comuni ributterebbe con disdegno questo superstizioso argomento: -La natura assegna ai fiumi il corso che ad essi è proprio- ec. [397] -V.- le -Epoques de la Nature- dell'eloquente filosofo Buffon. La sua descrizione della Guiana, provincia dell'America Meridionale, è quella di un terreno nuovo e selvaggio; ove le acque abbandonate a sè medesime non sono per anche state regolate dall'industria degli uomini (p. 212-561, edizione in 4). [398] Il sig. Addisson nel suo Viaggio in Italia ha osservato questo fatto singolare quanto incontrastabile, -V.- le sue Opere (t. II, p. 98, edizione di Baskerville). [399] Cionnullameno ne' tempi moderni il Tevere qualche volta ha recati alla città di Roma notabili danni. Gli Annali del Muratori citano tre grandi innondazioni che produssero tristissime conseguenze negli anni 1530, 1557, 1598 (t. XIV, p. 268-429; t. XV, p. 99, ec.). [400] Profitto di questa occasione per dichiarare che dodici anni di più mi hanno fatto dimenticare, o per meglio dire rifiutare questa Storia della fuga di Odino da Azoph nella Svezia, Storia alla quale non ho prestata seria fede giammai (-V.- quanto ne ho detto al capit. X). I Goti probabilmente non sono altra cosa che Germani; ma oltre quanto Cesare e Tacito ne hanno favellato, le Antichità della Germania non presentano che favole e oscurità. [401] -V.- il capitolo XXXI di quest'Opera. [402] Cap. XXXI, -ivi.- [403] Cap. XXXIX, -ivi.- [404] Cap. XLIII, -ivi.- [405] Cap. XXVIII, -ivi.- [406] -Eodem tempore petit a Phocate principe templum, quod appellatur PANTEON, in qua fecit ecclesiam sanctae Mariae semper Virginis, et omnium Martyrum; in qua ecclesia princeps multa bona obtulit- (-Anastasius vel potius liber pontificialis in Bonifacio IV-, Muratori, -Script. rer. ital.-, t. III, part. I, p. 135). Secondo un autore anonimo citato dal Montfaucon, Agrippa avea consacrato il Pantheon a Cibele e a Nettuno. Bonifazio IV, alle calende di novembre, lo dedicò alla Vergine, -quae est mater omnium Sanctorum- (p. 297, 298). [407] Flaminio Vacca (-V.- Montfaucon, p. 155, 156, ed anche pag. 21, in fine della -Roma antica- del Nardini) e parecchi Romani, -doctrina graves-, andavano persuasi che i Goti avessero sotterrati in Roma i lor tesori, e prima poi di morire indicati i siti ove gli aveano ascosi, -filiis nepotibusque-. Lo stesso Vacca narra diversi aneddoti per provare che, ai suoi giorni, alcuni pellegrini, discendenti de' conquistatori goti, dai paesi di là dall'Alpi, venivano a Roma per iscavarne i dintorni, e portarsi via la loro eredità. [408] -Omnia quae erant in oere ad ornatum civitatis deposuit: sed et ecclesiam B. Mariae ad Martyres quae de regulis aereis cooperta discooperuit- (Anastas. -in Vitalian.-, pag. 141). Questo Greco, vile al pari che sacrilego, non ebbe nè manco il miserabile pretesto di devastare un tempio pagano, perchè il Pantheon era già divenuto una Chiesa cattolica. [409] -V.- intorno alle spoglie di Ravenna la concessione originale di Papa Adriano I a Carlomagno (-Cod. Carolin.-, -epist.- 67, nel Muratori, -Script. ital.-, tom. III, part. II, pag. 223). [410] Citerò la testimonianza autentica del Poeta sassone (A. D. 887-899), -De reb. gestis Car. M.-, l. V, 437-440, negli -Historiens de France- (t. V, p. 180). -Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas,- -Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit.- -De tam longinqua poterit regione vetustas- -Illius ornatum Francia ferre tibi.- E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (-Histor. de France-, t. V, p. 378), -extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et marmora devehi fecit-. [411] Un passo del Petrarca (-Op.-, p. 556, 557, -in epistola hortatoria ad Nicolaum Laurentium-) è sì energico, ed all'uopo, che non posso starmi dal trascriverlo: -Nec pudor aut pietas continuit quominus impii spoliata Dei templa, occupatas arces, opes publicas regiones urbis, atque honores magistratuum inter se divisos- (mancherà un -habeant-), -quam una in re, turbulenti ac seditiosi homines et totius reliquae vitae consiliis et rationibus discordes, inhumani foederis stupendâ societate convenerant, in pontes et moenia atque immeritos lapides desaevirent. Denique post vi vel senio collapsa palatia, quae quondam ingentes tenuerunt viri, post diruptos arcus triumphales (unde majores horum forsitan corruerunt), de ipsius vetustatis ac propriae impietatis fragminibus vilem quaestum turpi mercimonio captare non puduit. Itaque nunc, heu dolor! heu scelus indignum! de vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum (ad quae nuper ex orbe toto concursus devotissimus fiebat), de imaginibus sepulchrorum sub quibus patrum vestrorum venerabilis civis- (dee dire -cinis-) -erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur. Sic paulatim ruinae ipsae deficiunt.- Ciò non toglie che il re Roberto fosse l'amico del Petrarca. [412] Pure Carlomagno con cento de' suoi cortigiani entrò nel bagno e vi nuotò ad Aquisgrana (Eginhart, c. 22, p. 18); e il Muratori accenna alcuni di questi bagni pubblici che nell'anno 814 si fabbricavano ancora a Spoleto (-Annali-, t. VI, pag. 416). [413] -V.- gli -Annali d'Italia-. Lo stesso Muratori avea trovato questo e il precedente fatto nella -Storia dell'Ordine di S. Benedetto- pubblicata dal Mabillon. [414] -Vita di Sisto V-, di Gregorio Leti, t. III, p. 50. [415] -Porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi, vidi fere integram opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum ad calcem aedem totum et porticus partem disjectis columnis sunt demoliti- (p. 12). Il tempio pertanto della Concordia non è stato distrutto in una sedizione, come io avea letto in un Trattato manoscritto del -Governo civile di Roma-, che mi era stato prestato, mentre colà dimorai, e che veniva, cred'io, a torto attribuito al celebre Gravina. Il Poggi assicura parimente che furono ridotte in calce le pietre del sepolcro di Cecilia Metella (p. 19, 20). [416] Questo epigramma, che è di Enea Silvio, divenuto indi Papa Pio II, è stato pubblicato dal Mabillon, il quale lo tolse da un manoscritto della regina di Svezia (-Musaeum italicum.-, t. I, p. 97). -Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas;- -Ex cujus lapsu gloria prisca patet.- -Sed tuus hic populus muris defossa vetustis- -Calcis in obsequium, marmora dura coquit;- -Impia tercentum si sic gens egerit annos- -Nullum hinc indicium nobilitatis erit.- [417] -Vagabamur in illa urbe tam magna; quae, cum propter spatium, vacua videretur, populum habet immensum- (-Opp.-, p. 605, -Epist. familiares-, 11, 14). [418] Queste particolarità intorno alla popolazione di Roma nelle diverse epoche, sono state tolte da un ottimo Trattato del Medico Lancisi. -De Romani Coeli qualitatibus-, p. 122. [419] Tutti i fatti che si riferiscono alle torri di Roma e dell'altre città libere dell'Italia, trovansi nella laboriosa, ed erudita compilazione pubblicata dal Muratori col titolo -Antiquitates Italiae medii aevi, Dissert. 26-, t. II, p. 493-496 nell'Opera latina, e t. I, p. 446 della stessa Opera volgarizzata. [420] -Templum Jani nunc dicitur, turris Centii Frangapanis; et sane Jano impositae turris lateritiae conspicua hodieque vestigia supersunt- (Montfaucon, -Diarium italicum-, p. 186). L'Autore anonimo (p. 285) accenna -arcus Titi, turris Cartularia; arcus Julii Caesaris et senatorum, turres de Bratis, arcus Antonini, turres de Cosectis-, etc. [421] -Hadriani molem.... magna ex parte Romanorum injuria.... disturbavit: quod certe funditus evertissent, si eorum manibus pervia, absumptis grandibus saxis, reliqua moles extitisset- (Poggi, -De varietate fortunae-, p. 12). [422] Di Enrico IV, (Muratori, -Annali d'Italia-, tom. IX, p. 147). [423] Mi giova in questo luogo citare un passo importante del Montfaucon: -Turris ingens rotunda.... Caeciliae Metellae.... sepulchrum erat, cujus muri tam solidi, ut spatium per quam minimum intus vacuum supersit; et- TORRE DI BOVE -dicitur, a boum capitibus muro inscriptis. Huic sequiori aevo, tempore intestinorum bellorum seu urbecula adjuncta fuit, cujus maenia et torres etiamnum visuntur; ita ut sepulchrum Metellae quasi arx oppiduli fuerit. Ferventibus in urbe partibus, cum Ursini atque Columnenses mutuis cladibus perniciem inferrent civitati, in utriusve partis ditionem cederet magni momenti erat- (p. 142). [424] -V.- Donato, Nardini e Montfaucon. Nel palazzo Savelli si scorgono tuttavia considerabili avanzi del teatro di Marcello. [425] Giacomo, Cardinale di S. Giorgio, -ad velum aureum-, nella Vita di Papa Celestino V da esso composta in versi. (Muratori, -Script. ital.-, t. I, part. III, p. 1, l. I, cap. 1, vers. 132, ec.). -Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu- Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum- (probabilmente -vocatos-) -In scelus in socios fraternaque vulnera patres,- -Tormentis jecisse viros immania saxa;- -Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas- -Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo- -Lumina vicino, quo sit spoliata supellex.- [426] Il Muratori (-Dissertazioni sopra le Antichità Italiane-, t. I, p. 427-431) ne fa sapere che venivano sovente adoperati sassi del peso di due o tre quintali; qualche volta persino di dodici, o diciotto -cantari- di Genova (ogni -cantaro- pesa cinquanta libbre). [427] La sesta legge de' Visconti abolì questa funesta usanza, prescrivendo severamente di conservare -pro comuni utilitate le case de' cittadini messi in bando- (-Galvaneus-, nel Muratori, -Script. rer. ital.-, t. XII, p. 1041). [428] Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e piangendo additavagli, -maenia-, -lacerae specimen miserabile Romae-, e annunziava l'intenzione di restaurarle (-Carmina latina-, lib. II, -epist. Paulo Annibalensi-, XII, p. 97, 98). -Nec te parva manet servatis fama ruinis- -Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae- -Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas- -Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti- -Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!- -Quod ille nequivit- (Hannibal) -Perficit hic aries.- [429] Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua -Verona illustrata-, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il nome di -Colosseo, o Culiseo-, perchè eguale denominazione fu data all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (-in atrio-) del suo palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19). [430] Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi nel -Tesoro- di Sallengro. Il Montfaucon nel -Diarium- (p. 233) decide che l'avidità de' Barbari -est una germanaque causa foraminum-. [431] Donato, -Roma vetus et nova-, p. 285. [432] -Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus, cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus- (Beda, -in Excerptis, seu collectaneis- presso il Ducange, -Gloss. med. et infimae latinitatis-, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra. [433] Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal Muratori (-Script. rer. ital.-, t. III, p. 1), il passo che attesta questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo. [434] -V. Statuta urbis Romae-, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186. Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, -Script. rer. Ital.-, t. XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di -Nagona- e del monte Testaceo. [435] Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo, questo cumulo singolare di -maiolica rotta-, sembra solamente serbato ad una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di maiali per dare divertimento alla plebaglia (-Statuta urbis Romae-, p. 186). [436] Il -pallio-, giusta il Menagio, viene da -palmarium-, ma questa è una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome premio della vittoria (Muratori, -Diss.- 33). [437] Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli Ebrei. (-Statuta urbis-, -ivi-). [438] Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli -Annali romani- (Muratori, -Script. rer. ital.-, t. XII, pag. 535, 536). Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo in cui vengono raccontate, il carattere della verità. [439] Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo. [440] Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (-Mém. de l'Acad. des Inscript.-, t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo delle fazioni, -de Tiburtino faciendo-, nel Colosseo, fondandosi sopra un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma. [441] -Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem deletum- (Poggi, p. 17). [442] Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27); questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione favorevole per far rivivere un tal diritto. [443] Dopo aver misurato il -priscus amphitheatri gyrus-, il Montfaucon (p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era tuttavia intatto; -tacendo clamat-. Il -Muratori- (-Ann. d'Ital.-, t. XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: -Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini-; ma può essere che la sola somiglianza delle parole lo abbia suggerito. [444] Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo smantellamento del Colosseo: -Quod si non suopte merito atque pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse.- [445] Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad una menda di cinquecento -aurei- chiunque demolirà un antico edifizio, -ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis perpetuo repraesentent.- [446] Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, -Mémoires sur Pétrarque-, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto -miraculo rerum tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu, nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror- (-Opp.-, pag. 605, -Familiares- 11, 14. -Joanni Columnae-). [447] Egli eccettua, lodandone le -rare- cognizioni, Giovanni Colonna. -Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae-. [448] L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio, aggiunge: -Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant custodes senatui,- etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si ribellarono; ma -tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in hebdomada senatoribus nuntiavit.- Agrippa tornò addietro e ridusse ad obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298). [449] Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio -captus a Romanis exiit, ivitque Neapolim-. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (-De gestis regn. anglor.-, l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti. [450] -V.- l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele, vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a dire prima del vincitore di Dario (Plinio, -Hist. nat.- XXXIV, 19). [451] Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro, ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e portava nel petto una larga ferita (-Pectus perforat ingens-, ec.). Se questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de' contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in quel secolo barbaro apparvero. [452] -Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus, horti patronus congesta humo texit- (Poggi, -De varietate fortunae-, p. 12). [453] -V.- le -Memorie di Flamminio Vacca- (n. 57, p. 11, 12) sul finire della Roma antica del Nardini (1704, in 4). [454] Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto (Labat, -Voyage en Espagne et en Italie-, t. III, p. 217, 218 ). Nel 1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel 1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della popolazione abbia continuato. [455] Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha fatte sulle diverse parti di questa città (-Diarium. italic.-, c. 8-20, p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi. Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti, se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli scritti di Onofrio Panvinio, -qui omnes observavit-, poi le Opere recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda ed esatta per la topografia dell'antica Roma. (-Nota alla pagina 141-) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente, malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia -Credo etc.- del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (-Credo etc.-, da noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12) dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della -consustanzialità- di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser Supremo, vale a dire della -divinità- di Gesù Cristo, ed i Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani, negando i primi la -consustanzialità- e la -divinità- di Gesù Cristo, ed accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè all'Esser Supremo, ma non -consustanziale- allo stesso, ossia della stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero, i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine, sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani, da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in cui non v'era la parola -consubstantialem-, determinata dal Concilio di Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353 contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della -consustanzialità-. Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio; ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S. Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali, che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur troppo l'atto di fede, ossia il -Credo etc.- semi-ariano, di quel Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de' Concilj di Labbe, edizion di Venezia: -Post quam biennio exulasset (Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac morum turpissimam maculam incurit-. Labbe t. 3, p. 195, edizione di Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de' Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera ed universale. -Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius, decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus, idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio, a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt, dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem, et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram, quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini, comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii ad orientales episcopos.- Bini stesso presso Labbe dice: -haec est vera illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit-. Ecco un'altra lettera di Liberio. -Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium- (Vescovi ariani d'Occidente): -eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae restitui cupit-. -Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei. Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem, secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae romanae etc.- In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: -Liberius medio victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor intravit. S. Jeron. in Chron.- S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo sostenitore della -consustanzialità- e -divinità- di Gesù Cristo, deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj ariani, così disse pure del Papa Liberio: -Haec est perfidia ariana.... anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi anathema, et tertio praevaricator Liberii-. -Lib. 6, fragm.-, edizione Parigi 1693. Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana, siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà, una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra, dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo una sola volontà. -Hist. sextae Synodi.- Labbe, T. 7, p. 610. Ecco la lettera. -Dilectissimo fratri Sergio, Honorius.- Dopo alcune parole dice: -Nec non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato, claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc.- -Actio 13, Conc. VI.- Labbe, -sacrorum Conc. etc.-, edizione Veneta. T. II, p. 582. Il Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche e di religione. Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio: -Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis, opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit; necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema, Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc.- Labbe, T. II, p. 622. -Sanctum Concilium exclamavit- (avendo già i Vescovi, ed i procuratori d'Agatone Papa, e d'altri Vescovi assenti, sottoscritti gli atti) -omnes ita credimus, Sergio et Honorio anathema, Pyrro et Paulo anathema, Cyro et Petro anathema, Macario, Stefano, et Polycronio anathema: omnibus haereticis anathema, qui praedicaverunt et praedicant, et docent, et docturi sunt unam voluntatem, ut unam operationem in dispensatione Domini nostri Jesu Christi Dei nostri anathema. Actio 18.- Labbe, T. II, pag. 655. -Duas igitur in eo (Christo) naturales voluntates, et duas naturales operationes communiter, atque indivise procedentes praedicamus; superfluas autem vocum novitates, et harum adinventores procul ab ecclesiasticis septis abjicimus, idest Theodorum Faranitanum, Sergium et Paulum, Pyrrum simul et Petrum, qui Costantinopoleos praesulatum tenuerunt, insuper et Cyprum, qui Alexandrinorum sacerdotium gessit, et cum eis Honorium qui fuit Romae praesul, utpote qui eos in his, seculus est. Actio 18.- Labbe, Tom. II, pag. 658. Chi poi bramasse vedere la continuazione delle controversie fra Cristiani-cattolici e Cristiani-ariani e semi-ariani, ed altri, de' quali rimangono ancora alcune popolazioni in alcuni Stati sì d'Asia che d'Europa, legga i dotti Storici Tillemont, o Fleury, Moseim, o Du Pin, giacchè bisogna persuadersi che, essendo in tutti i secoli dall'epoca di Cristo, la Storia ecclesiastica più o meno intimamente legata alla civile e politica, e bene spesso qual principale agente, non si può saper bene quest'ultima, e in modo filosofico, cioè col discuoprimento delle cagioni e dei mezzi, e colla considerazione degli effetti, se non si sappia la prima. Questa verità dalla grand'Opera di Gibbon, ed anche dai nostri Commenti illustrativi, posta in luce, dovrebbe apprezzarsi da tutte le colte persone e letterate, le quali generalmente poco o nulla si curano dello studio della Storia ecclesiastica (che formò il fondamento del sapere Storico, morale e politico pei più grandi uomini dell'Era nostra) riguardandola come un soggetto da preti e da frati, o da uomini di poco conto, amanti di notizie e cognizioni poco importanti, mentre al contrario lo è da filosofi profondi, ricercatori dello stato, e delle variazioni e modificazioni della teologia, della filosofia e della morale degli uomini, nelle regioni d'Europa, ed in quelle non lontane d'Asia, cominciando dai Caldei, dagli Egizj, e da Platone fino a' nostri giorni. (-Nota di N.N.-) (-Nota alla pag. 142-) Il diritto de' rei ecclesiastici, e particolarmente de' Vescovi condannati, d'appellare a' Papi, ed il potere di questi di mutare, o annullare le sentenze, date dai Concilj rispettivi, in materia di delitti, di deposizione, o di giurisdizione, non avuti ne' primi secoli del cristianesimo, e indi contrastati sempre con grande vigore, specialmente dalla Chiesa affricana (vedi i Concilj nazionali e provinciali di questa Chiesa, e le lettere da essi scritte a' Papi nel quarto e quinto secolo in Labbe, -Sacrorum Conciliorum Nova et amplissima Collectio etc.-, edizione Venezia) furono proposti nel Concilio provinciale, o nazionale di Sardica l'anno 347, essendo presidente Osio, favoritore de' Papi, e Vescovo di Cordova, di cui abbiamo descritto la condotta ed il carattere (vedi la nostra Nota T. 12, p. 8); e cotale proposizione fu approvata da quel Concilio. Ma il diritto, ed il potere suddetti acquistarono forza maggiore e consuetudine generale nei paesi occidentali, dopo la promulgazione delle famose Lettere decretali, falsificate da Isidoro, e la loro accettazione dalla Chiesa occidentale, come vere ed autentiche, cioè nei secoli nono e decimo. Aggiungiamo qui, alle cose dette nella mostra Nota nel tomo nono pagina 307, le prove di retta critica della falsità delle suddette Lettere decretali di circa cinquanta Papi da Clemente succeduto a S. Pietro, fino a S. Silvestro, ed anche a Siricio che fu fatto Papa verso la fine del secolo quarto. I. Perchè non sono scritte colla bella lingua latina di quei primi secoli. II. Perchè il loro stile è lo stesso, segno che furono scritte da una stessa persona, e non da cinquanta differenti Papi, come il falsificatore ha voluto far credere. III. Perchè in queste Lettere si citano sempre i passi della traduzione latina delle Sacre Scritture, nomata la Volgata, fatta da S. Gerolamo intorno la fine del quarto secolo, seguo che quelle lettere furono scritte dopo. S. Gerolamo morì l'anno 420. IV. Perchè S. Gerolamo stesso, che compose un trattato delle Vite e degli Scritti degli Autori ecclesiastici che lo avevano preceduto, non fa menzione delle Lettere Decretali di que' cinquanta Papi, dateci da Isidoro, come scritte da essi. V. Perchè non ne parlano i Papi Innocenzo I e Leone I, verso la metà del secolo quinto, e neppure gli altri Papi fino all'epoca in cui sono state promulgate, cioè verso la fine dell'ottavo secolo, o nel principio del nono. VI. Perchè in queste Lettere si leggono le osservazioni ed i passi del Codice Teodosiano, fatto compilare da Teodosio II, che lo pubblicò l'anno 458, cioè cinquant'anni circa dopo Siricio, ultimo degli antichi Papi, a' quali quelle Lettere sono state attribuite. VII. Perchè Dionisio detto il -Picciolo-, diligente collettore delle Lettere Decretali, e degli scritti de' Papi, fatti fino al suo tempo, cioè fino al principio del secolo sesto, non ebbe notizia delle Lettere Decretali, dateci da Isidoro, mentre più di tutti era in istato d'averle, se allora avessero esistito. Della sua grande diligenza egli stesso ci assicura; -praeteritorum apostolicae sedis praesulum constituta qua valui cura, et diligentia collegi, ita etc. Epist. ad Julianum praesbyterum-. VIII. Perchè le loro date sono quasi tutte false. Le materie poi, contenute nelle suddette Lettere Decretali, provano pure la loro falsificazione, fatta in secoli posteriori, perchè parlano di Primati, di Patriarchi, d'Arcivescovi, e questi titoli non v'erano ne' primi secoli del cristianesimo, ne' quali l'impostore dice, che sono state scritte da' Papi. Egli dice nella sua prefazione, per darsi credito, che fu obbligato da ottanta Vescovi e da altri servi di Dio a fare la sua collezione de' canoni, che contiene le false Lettere Decretali suddette. Queste Lettere principalmente sostengono come doverose, e già consuete le appellazioni a' Papi, dalle sentenze dei Concilj, specialmente nelle cause de' Vescovi, e della loro deposizione per mancanze, errori, o delitti, dette poi da' canonisti cause maggiori; proibiscono di tener Concilj senza licenza del Papa; trattano delle accuse contro i Vescovi, e determinano molte regole per renderle assai difficili. Isidoro falsificando le anzidette Lettere Decretali, ed attribuendole a' cinquanta Papi de' primi secoli, mirò a far credere a' suoi contemporanei dell'ottavo secolo, che le cose dette e sostenute in esse, erano già state ammesse, stabilite e poste in pratica ne' primi secoli del Cristianesimo; era questo il modo sicuro di venire a capo di conseguirle, in quel tempo di generale e profonda ignoranza; nè s'ingannò Isidoro nell'usare cotale artifizio, perchè l'effetto seguì il suo intendimento. Le false Decretali furono credute autentiche e vere per ottocento anni nella Chiesa occidentale latina, di tal modo ingannata in una cosa di fatto, cioè fin dopo il Concilio di Trento, tempo in cui, venuti i buoni studj d'istoria, d'erudizione, di critica, i Dotti, amanti del vero, ne provarono e pubblicarono la falsità, da quel tempo, da tutti gli eruditi anche cattolici riconosciuta. Credute vere ed autentiche dal Clero, e da' Principi e da' popoli le false Decretali, ne seguì, che si venne a capo, ciò che bramavasi, di conseguire le cose ch'esse sostenevano, sì perchè ammesse, stabilite e praticate ne' primi secoli del Cristianesimo, sì perchè avvalorate dall'autorità di cinquanta de' primi Papi. L'animoso Nicolò I, già celebre, eletto Papa l'anno 859, insistè molto a costringere con minacce i Vescovi di Francia (gli altri già le avevano ammesse) a ricevere le dette Decretali d'Isidoro come canoni, sostenendone fortemente le massime: ecco una delle sue proposizioni, scritto in una sua lettera a' Vescovi di Francia: -Etsi sedem apostolicam nullatenus appellasset- (cioè il Vescovo reo condannato e deposto dal Concilio) -contra tot tamen et tanta vos Decretalia- (cioè le false d'Isidoro) -efferre statuta, et episcopum, inconsultis nobis, deponere nulla modo debuistis-. -Epist. 42. Nic. I.- Le cause de' Vescovi rei, la loro condanna e deposizione, decidevansi ne' Concilj delle rispettive province, dove la reità era stata commessa, e vi presiedeva l'Arcivescovo, ossia Metropolitano, secondo l'antico diritto canonico, stabilito dai Concilj anche generali; perciò i Vescovi di Francia generalmente non volevano ammettere le promulgate Decretali (benchè non ne ravvisassero la falsità) perchè erano contrarie a' canoni antichi, alle consuetudini ed alla autorità dei Metropolitani, data loro specialmente da' canoni del generale Concilio di Nicea. Incmaro Arcivescovo di Reims, nel nono secolo, il più erudito di queste materie che fosse in Francia in quel tempo, rimproverò fortemente Incmero Vescovo di Laon, perchè sosteneva le massime e l'autorità delle promulgate Decretali per sottrarsi dal poter del suo Metropolitano: -quaerens adinventiones, ut te metropolitana subiectione posses exuere, libellum de patrum antiquorum- (cioè de' Papi fino a Silvestro, o a Siricio) -ante sacros Nicenae Synodi, et aliorum sanctorum canones, editis collegisti, in quibus sententias inter se dissonas, et contra evangelicam, et apostolicam et canonicam etc.- Flodoardo, -Hist. di Reims-. Ma avvenne che i Vescovi delle province belgiche, anche uniti in Concilj, ammisero le dette Decretali d'Isidoro, e fondarono i loro Decreti e Canoni sulle Decretali medesime, e ne trascrissero ed ammisero le sentenze ed i passi, siccome canoni: ce lo prova il dottissimo Arcivescovo di Parigi, nella metà circa del secolo decimosettimo, Pietro de Marca: -Sane post tempora Riculfi sententiae aliquot selectae ex supposititiis epistolis, a gallicanis episcopis in canones suos transcriptae sunt. In Concilio Aquisgranensi, habito anno 836, quae de unctione olei infirmorum (Conc. Aquis. pag. 2, c. 8) Chrismate ab episcopis quotannis consecrando in Coena Domini, decernuntur juxta statuta Decretalium, e secunda epistola Fabiani, hausta sunt, etsi tacito Fabiani nomine. Caeterum frequentissime ab episcopis laudata fuisse verba epistolarum illarum decretalium et earum auctoritatem, probant tres ultimi Capitularium Libri, quos scriniis ecclesiae Mogunciacensis in unum corpus compegit Benedictus Levita jussu Autgari, ejus ecclesiae episcopi, eosque Lothario, Ludovico etc. De Marca Arch. Par. De Concordia Sacerdotii et Imperii-, l. 3, c. 6. Aggiuntasi poscia all'insistenza di Nicolò I, quella di Adriano II, e di Giovanni VIII, o IX, e crescendo la brama e l'interesse de' Vescovi di togliersi al rigore dei giudizj dei Concilj rispettivi col mezzo delle appellazioni a Roma, dove trovavano indulgenza, avvenne che finalmente anche i Vescovi di Francia, uniti in Concilio ammisero l'autorità delle Decretali d'Isidoro, citate e prese come canoni ne' giudizj, dati dai Concilj in materie ecclesiastiche, verso la fine del secolo decimo, e ce lo prova il prelodato Arcivescovo: -Tandem eo deventom est ut tantis nominibus veterum pontificum cesserint una cum reliquis episcopis etiam gallicanae ecclesiae rectores, qui in Concilio Remensi ab Ugone et Roberto, regibus Francorum coacto anno nongentesimo nonagesimo secundo, Anaclecti, Julii, Damasi, et aliorum Pontificum epistolae expenderunt in causa Arnulphi, ac si in canonum censum receptae essent-, Ibidem, l. 3, c. 7. La nuova giurisprudenza ecclesiastica, cui allude l'Autore, ossia il nuovo diritto canonico, succeduto all'antico de' primi cinque secoli circa (raccolto nella Collezione di Dionisio il -Piccolo-) onde -antiquo juri novum successit-, ci dice dottamente anche il -De Marca-, formossi delle suddette Decretali d'Isidoro, inserite nella sua Collezione generale dal Monaco Graziano, intorno l'anno 1150, la quale divenne testo in tutte le scuole, seminarj, ed università; degli scritti di Gregorio VII, delle Decretali d'Alessandro III, d'Innocenzo III, d'Onorio III, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, delle costituzioni dette -Clementine-, di Clemente V etc., ed ecco formato il nuovo -Corpus juris canonici-. Vi fu anche un'altra cagione che contribuì naturalmente a cominciare a stabilire le appellazioni a Roma. Siccome i Papi, come Capi in particolar modo della Chiesa occidentale, avevano corrispondenza co' Concilj (generali, inviandovi anche i loro delegati) che nel quarto e quinto secolo, e dopo adunaronsi nelle province orientali, cioè a Costantinopoli e nel Asia Minore, così ne sapevano tutte le decisioni sì dogmatiche, che disciplinari, e tutti i canoni; perciò i lontani e i rozzi vescovi occidentali domandavano consiglio ed opinione nella fine del quarto secolo, e nel quinto, e dopo a' Papi, siccome rilevasi anche da alcune lettere d'Innocenzo I, colle quali risponde alle domande. Dall'uso delle consultazioni si passò a poco a poco, durante e dopo lunghi contrasti, ad ammettere ne' Concilj nazionali, o provinciali (vedi gli atti dei Concilj della Chiesa affricana fino a' tempi di S. Agostino, e del metropolitano Aurelio) i delegati de' Papi, a conoscere e a terminare le cause. Ne venne dalle dette maggiori notizie de' Papi un concorso d'appellanti, che volevano liberarsi dalle sentenze dei Concilj provinciali, e ne ridondò a' Papi sempre maggiore autorità, e sempre nuovi favoreggiatori. Per la falsificazione, ed ammissione delle false Lettere Decretali d'Isidoro, vennero a' Cattolici da' dottori protestanti acerbe accuse di soverchia credulità, ed a' Papi fiere invettive, cosa deplorata dal cattolico P. Constant, dotto Benedettino: vedi la nostra nota al Tomo nono p. 307. * * * * * Noi nello scrivere le annotazioni ai cinque ultimi volumi della grand'Opera d'Odoardo Gibbon abbiamo principalmente mirato, sviluppando e descrivendo le cose dogmatiche, e d'istoria ecclesiastica, a rendere innocue le cose da lui dette in materia dogmatica, od in altra importante, ed a munire il lettore dai tratti concisi e forti, che potevano fargli gagliarda impressione, qualora non fosse stato istruito dei luoghi delle Scritture Sacre, e dell'Istoria ecclesiastica e civile. Del resto noi non ci siamo proposti, nè pretendiamo d'aver purgato l'Opera del Gibbon da tutto ciò che il buon credente non deve ammettere: l'imprendimento e la difficile esecuzione di una confutazione compiuta avrebbe raddoppiato quasi i volumi dell'Opera; gravissimo inconveniente. Noi abbiamo fidanza che l'opera nostra non sia per essere discara a' sapienti, e sia utile e piacevole a coloro che non lo fossero. FINE DEL DECIMOTERZO ED ULTIMO VOLUME. INDICE DEI CAPITOLI E DELLE MATERIE CHE SI CONTENGONO NEL DECIMOTERZO VOLUME CAPITOLO LXVII. -Scisma de' Greci e de' Latini. Regno e carattere di Amurat. Crociata di Ladislao Re d'Ungheria. Sconfitta e morte del medesimo. Giovanni Uniade. Scanderbeg. Costantino Paleologo, ultimo Imperatore di Costantinopoli.- A. D. Parallelo fra Roma e Costantinopoli -pag.- 5 1440-1448 Scisma greco dopo il Concilio di Firenze 10 Zelo de' Russi e degli Orientali 13 1421-1451 Regno e carattere di Amurat II15 1442-1444 Rassegna due volte successive il trono 17 1443 Lega formata da Eugenio contro i Turchi19 Ladislao Re di Polonia e d'Ungheria marcia contr'essi23 Pace de' Turchi24 1444 10 novembre. Violazione del Trattato di pace 25 Giornata di Warna 28 Morte di Ladislao 29 Il Cardinale Giuliano31 Giovanni Corvino Uniade 32 1457 Difesa di Belgrado e morte di Uniade34 1404-1413 Nascita e educazione di Scanderbeg principe dell'Albania 36 1443 Tradisce il Sultano e fa guerra ai Turchi 38 Valore di Scanderbeg 40 1467 Morte 42 1448-1453 Costantino ultimo degli Imperatori Romani o Greci 44 1450-1452 Ambasceria di Franza 46 Stato della Corte di Bisanzo 49 CAPITOLO LXVIII. -Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di Maometto II; sua morte.- Carattere di Maometto II51 1451-1481 Regno 55 1451 Intenzioni ostili di Maometto contro i Greci 57 1452 Costruisce una Fortezza sul Bosforo 62 Guerra de' Turchi 64 Apparecchi per l'assedio di Costantinopoli66 Gran cannone di Maometto68 1453 Costantinopoli assediata71 Forze de' Turchi 74 De' Greci75 1452 Fallace unione delle due Chiese 77 Ostinazione e fanatismo de' Greci78 1453 Progredisce l'assedio di Costantinopoli82 Assalto e difesa 85 Soccorso venuto agli assediati, e vittoria navale riportata dai Cristiani 87 Maometto fa trasportare il suo navilio per terra92 Strettezze in cui trovasi la città 96 I Turchi si preparano ad un assalto generale 96 L'Imperator Costantino si congeda l'ultima volta dai Greci 99 1453 29 maggio. Assalto generale 101 Morte dell'Imperatore Costantino Paleologo 106 I Greci perdono la città e l'Impero107 Costantinopoli saccheggiata dai Turchi107 Prigionia de' Greci 110 Calcolo del bottino 112 Maometto II trascorre la città, S. Sofia, il palagio, ec.116 Condotta di Maometto verso i Greci 118 Torna a popolare e ad abbellire Costantinopoli 119 Estinzione delle famiglie imperiali de' Comneni e de' Paleologhi123 1460 La Morea perduta pe' Turchi 125 1461 Anche Trebisonda 126 1453 Dolore e spavento in cui è immersa l'Europa 129 1481 Morte di Maometto II133 CAPITOLO LXIX. -Stato di Roma dopo il secolo dodicesimo. Dominazione temporale de' Papi. Sedizioni nella città di Roma. Eresia politica di Arnaldo da Brescia. Restaurazione della Repubblica. Senatori. Orgoglio de' Romani. Loro guerre. Vengono privati della elezione e della presidenza de' Papi, che si ritirano ad Avignone. Giubbileo. Nobili famiglie di Roma. Querele fra i Colonna e gli Orsini.- 1100-1500 Stato di Roma e cambiamenti politici del medesimo 135 800-1100 Imperatori di Roma francesi e alemanni137 Autorità de' Pontefici in Roma 140 Fondata sull'affezione del popolo 140 Sul diritto140 Sulle virtù degli stessi Pontefici 141 Sulle loro ricchezze142 Incostanza della superstizione 143 Sommosse di Roma contro i Papi 145 1086-1305 Successori di Gregorio VII147 1099-1118 Pasquale II148 1118-1119 Gelasio II 149 1144-1145 Lucio II150 1181-1185 Lucio III 150 1119-1124 Calisto II 151 1130-1143 Innocenzo II -ivi- Pittura che S. Bernardo fa dei Romani 152 1159 Eresia politica di Arnaldo da Brescia 153 1144-1154 Esorta i Romani a far rinascere la repubblica 157 1155 Arso vivo 159 1144 Restaurazione del Senato 160 Campidoglio163 Zecca164 Prefetto della città166 Numero de' Membri del Senato, e forma della loro elezione 167 Ufizio del Senatore 169 1252-1258 Brancaleone171 1263-1278 Carlo d'Angiò 173 1281 Papa Martino IV 174 1328 L'Imperatore Luigi di Baviera175 I Romani si volgono agl'Imperatori 175 1144 Corrado III175 1156 Federico I 177 Guerre de' Romani contro le città confinanti181 1167 Battaglia di Tuscolo184 1234 Di Viterbo 185 Elezione de' Papi185 1179 Diritto de' Cardinali fondato da Alessandro III187 1274 Conclave instituito da Gregorio X 188 Lontananza de' Papi da Roma 192 1294-1303 Bonifazio VIII193 1309 Traslazione della Santa Sede ad Avignone 195 1300 Instituzione del Giubbileo e dell'Anno Santo198 1350 Secondo Giubbileo202 - . - , . , . , . , ) . ' 1 ' 2 . 3 4 [ ] 5 6 - , - 7 - , - 8 - - 9 - . - 10 11 ( . - . - . , . ) . 12 13 14 , ' ' 15 , - - 16 ' - - ? 17 18 [ ] - , , 19 , - 20 ( , - - , . ) . 21 22 [ ] ' 23 . 24 . 25 ' ; 26 ' : - 27 - . 28 29 [ ] - . - - - ' . 30 , ' , 31 ; 32 ' 33 ( . - , ) . 34 35 [ ] . 36 , - . - ( . , . , 37 ) . 38 39 [ ] ' 40 . 41 42 , , ( . , . - ; . , . , . ) . 43 44 [ ] 45 , 46 , 47 ( - . - . ) . 48 ; 49 , 50 . 51 52 [ ] - . - ' . 53 54 [ ] . , - . - 55 56 [ ] . , - . - 57 58 [ ] . , - . - 59 60 [ ] . , - . - 61 62 [ ] - , 63 , , 64 ; - 65 ( - - , , 66 - . . . - , . , . , . ) . 67 , 68 . , , 69 , - - ( . , ) . 70 71 [ ] ( - . - , . , , . , 72 - - ) , - 73 - , 74 , , 75 - - . 76 , , , ' 77 , ' , 78 , . 79 80 [ ] - : 81 . 82 - ( . - . - , . ) . , 83 , 84 , 85 . 86 87 [ ] - . - 88 ( - . . - , - . - , , 89 - . . - , . , . , . ) . 90 91 [ ] ( . . 92 - ) , - . . . - , . , - , - 93 - ( . , . ) . 94 95 - , - 96 - . - 97 - - 98 - . - 99 100 , ( - . - , . 101 , . ) , - 102 , 103 - . 104 105 [ ] ( - . - , . , , - 106 - ) , ' , 107 : - 108 , , , 109 - ( - - ) , 110 - , 111 , 112 , 113 . , 114 , ( 115 ) , 116 . 117 , ! ! , 118 ( 119 ) , 120 - ( - - ) - , , 121 . . - 122 ' . 123 124 [ ] ' 125 ( , . , . ) ; 126 ' 127 ( - - , . , . ) . 128 129 [ ] - . - - ' - . 130 - ' . - 131 . 132 133 [ ] - - , , . , . . 134 135 [ ] - , , , 136 ; 137 - 138 ( . ) . 139 , - 140 - , , , 141 , ' , . 142 143 ( . , ) . 144 145 [ ] , , , 146 , 147 ( - . - , . , . ) . 148 149 - , , ; - 150 - . - 151 - - 152 - , ; - 153 - - 154 - . - 155 156 [ ] - ; , , 157 , - ( - . - , . , - . 158 - , , ) . 159 160 [ ] 161 , 162 . - - , . . 163 164 [ ] ' 165 ' , , 166 - 167 , . - , . , . - ' , . , 168 . . 169 170 [ ] - , ; 171 - 172 ( , - - , . ) . 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