si ostinarono nel difendere la libertà della patria, scacciati da ogni punto del territorio, si rifuggirono entro le navi; ma poichè i Song si videro avvolti e ridotti all'ultime estremità da una flotta di gran lunga superiore, il più prode di quei campioni, tenendosi fra le braccia l'Imperatore ancora fanciullo, esclamò: «è maggior gloria per un Monarca il morir libero, che il vivere schiavo,» e così gridando, si precipitò col regale infante nel mare. Imitato un simile esempio da centomila Cinesi, tutto l'Impero da Tunkin sino al gran muro, riconobbe Cublai per Sovrano. Non mai sazia l'ambizione di questo Principe, egli meditò allora la conquista del Giappone; ma distrutta per due volte la sua flotta dalla tempesta, tale spedizione malaugurosa costò inutilmente la vita a centomila Mongulli o Cinesi: nondimeno colla forza e col terrore delle sue armi ridusse a varj gradi di soggezione e tributo i vicini reami della Corea, del Tonkin, della Cocincina, di Pegù, del Bengala, e del Tibet. Trascorrendo poscia con una flotta di mille vele l'Oceano indiano, una navigazione di sessant'otto giorni il condusse, siccome sembra, all'isola di Borneo, situata sotto a Linea equinoziale; d'onde, benchè non tornasse privo di gloria e di prede, non potè consolarsi di aver lasciato fuggire il selvaggio Sovrano di quella contrada. [A. D. 1258] II. Più tardi, e condotti dai Principi della Casa di Timur, i Tartari conquistarono l'Indostan; ma Holagoù-Kan, pronipote di Gengis, fratello e luogotenente de' due Imperatori Mangoù e Cublai, terminò la conquista dell'Iran o della Persia. Senza imprendere una enumerazione monotona de' tanti Sultani, Emiri, o Atabecchi che questo Principe soggiogò, farò unicamente cenno della sconfitta e della distruzione degli -Assassini-, o Ismaeliti[343] della Persia, perchè tale impresa può riguardarsi, come un servigio prestato all'umanità. Il regno di questi odiosi settarj da oltre cento sessant'anni impunemente durava nelle montagne poste ad ostro del mar Caspio, e il loro Principe, o imano inviava un governatore alla colonia del monte Libano, tanto formidabile e famosa nella Storia delle Crociate[344]. Al fanatismo del Corano gl'Ismaeliti aggiugnevano le opinioni indiane sulla trasmigrazione dell'anime e le visioni de' loro profeti. Primo dovere per essi era il consagrare ciecamente l'anima e il corpo agli ordini dei Vicario di Dio. I pugnali de' missionarj di questa setta si fecero sentire nell'Oriente e nell'Occidente; onde i Cristiani e i Musulmani contano un grande numero d'illustri vittime immolate allo zelo, alla avarizia, o all'astio del -Vecchio della Montagna-, che così in linguaggio corrotto venne nomato. La spada di Holagoù infranse i costui pugnali, sole armi nelle quali valesse, nè di questi nemici dell'uman genere rimane oggidì altro vestigio che la denominazione -Assassino-, volta a significato parimente odiosissimo dalle lingue europee. Il leggitore che ha considerati successivamente l'ingrandirsi e il declinare della Casa degli Abbassidi, non la vedrà con occhio d'indifferenza perire. Dopo la caduta dei discendenti dell'usurpatore Selgiuk, i Califfi aveano ricuperati i loro Stati ereditarj di Bagdad e dell'Yrak dell'Arabia, ma data in preda a fazioni teologiche la città, il Comandante de' Credenti vivea oscuramente entro il suo Harem, composto di settecento concubine. Questi all'avvicinar de' Mongulli, oppose loro deboli eserciti e ambasciatori superbi. «Per volere di Dio, dicea il Califfo Mostasem, i figli di Abbas comandano sulla terra. Ei li sostiene sul trono, e i loro nemici in questo Mondo e nell'altro verran castigati. E chi è dunque cotesto Holagoù che ardisce sollevarsi contro di noi? Se egli vuole la pace, sgombri immantinente il territorio sacro de' prediletti del Signore, e otterrà forse dalla nostra clemenza il perdono delle sue colpe». Un perfido Visir mantenea in così cieca presunzione il Califfo assicurandolo, che, quand'anche i Barbari fossero penetrati nella città, le donne e i fanciulli avrebbero bastato per opprimerli dall'alto dei terrazzi di Bagdad. Ma appena Holagoù ebbe avvicinata la mano al fantasma, questo in fumo si dissipò; dopo due mesi d'assedio, presa d'assalto, e saccheggiata dai Mongulli la città di Bagdad, il feroce lor comandante pronunziò la sentenza del Califfo Mostasem, ultimo successore temporale di Maometto, e la cui famiglia discesa da Abbas, avea tenuti per più di cinque secoli i troni dell'Asia. Comunque vaste fossero le mire del conquistatore, il deserto dell'Arabia protesse contro la sua ambizione le città sante della Mecca e di Medina[345]. Ma i Mongulli spargendosi al di là del Tigri e dell'Eufrate, saccheggiarono Aleppo e Damasco, e minacciarono unirsi ai Franchi per liberare Gerusalemme. L'ultima ora dell'Egitto sarebbe sonata, se questa contrada non avesse avuti migliori difensori degl'inviliti suoi figli; ma i Mammalucchi che respirata aveano, durante la giovinezza, l'aria vivifica della Scizia, pareggiavano i Mongulli in valore, in disciplina li superavano; assalito per più riprese in regolare battaglia il nemico (A. D. 1242-1272), volsero il corso di questo impetuoso torrente al levante dell'Eufrate e sui regni dall'Armenia e della Natolia, che all'impeto di questa invasione non avean riparo da opporre. Il primo dei due regni ai Cristiani, ai Turchi perteneva il secondo. Ben qualche tempo resistettero i Sultani d'Iconium; ma finalmente un d'essi, Azzadino, si vide costretto a cercar ricovero fra i Greci di Bisanzo, e i suoi deboli successori, ultimi Selgiucidi, dai Kan di Persia furono sterminati. [A. D. 1235-1245] III. Soggiogato appena l'Impero settentrionale della Cina, Octai risolvè portar le sue armi fin nelle contrade più remote dell'Occidente. Un milione e mezzo di Mongulli, o di Tartari avendo portati i lor nomi per essere ascritti ne' registri militari, il Gran Kan, scelse una terza parte di questa moltitudine, e ne affidò il comando al nipote Batù, figlio di Tuli, che regnava sulle paterne conquiste al nort del mar Caspio. Dopo le feste di allegrezza che durarono quaranta giorni, partì per questa clamorosa spedizione, e tal si furono l'ardore e la sollecitudine delle sue innumerabili soldatesche, che in men di sei anni, novanta Gradi di longitudine, ossia un quarto della circonferenza terrestre, per esse vennero trascorse. Attraversarono i grandi fiumi dell'Asia e dell'Europa, il Volga e il Kama, il Don e il Boristene, la Vistola e il Danubio, ora a nuoto da starsi a cavallo, or sul diaccio, durante il verno, ora entro battelli di cuoio, che seguivano sempre l'esercito, servendo al trasporto dell'artiglieria e delle bagaglie. Le prime vittorie di Batù annichilarono ogni avanzo di libertà patria, nelle immense pianure del Kipsak[346] e del Turkestan. In questa rapida corsa, passò per mezzo ai regni conosciuti oggidì sotto i nomi di Kasan, e di Astrakan, intanto che le truppe da lui mosse verso il monte Caucaso penetrarono nel cuore della Circassia e della Georgia. La discordia civile de' gran Duchi o Principi della Russia, abbandonò il loro paese in preda ai Tartari che coprirono il territorio russo dalla Livonia infino al mar Nero. Chiovia e Mosca, le due capitali antica e moderna, furono incenerite; calamità passeggera, e probabilmente men funesta ai Russi della profonda e forse indelebile traccia che una schiavitù di due secoli sul loro carattere ha impressa. I Tartari con egual furore devastavano e i paesi che divisavano conservare, e i paesi d'onde erano frettolosi d'uscire. Dalla Russia, ove aveano posta dimora, fecero una scorreria passeggiera, ma non meno struggitrice, sino ai confini dell'Alemagna; e le città di Lublino e di Cracovia disparvero. Avvicinatisi alle coste del Baltico, sconfissero nella battaglia di Lignitz i Duchi di Slesia, i Palatini polacchi e il Gran Mastro dell'Ordine teutonico, empiendo nove sacca delle orecchie destre di coloro che avevano uccisi. Da Lignitz, temine occidentale della loro corsa, si volsero all'Ungheria, in numero di cinquecentomila, incoraggiati dalla presenza del proprio Sovrano e condottiero Batù, e, a quanto diedero a divedere, animati dal suo medesimo spirito. Scompartitisi in varj corpi di truppa, superarono i monti Carpazj, e dubitavasi tuttavia sulla possibilità del loro arrivo, quando sui popoli perplessi i primi atti del lor furore operarono. Il Re Bela IV adunò affrettatamente le forze militari delle sue contee e de' suoi vescovadi, ma egli avea già venduta la sua nazione col dar ricetto ad una banda errante di Comani, composta di quarantamila famiglie. Un sospetto di tradimento e l'uccisione del loro Capo avendo eccitati questi selvaggi ospiti alla sommossa, tutta la parte di Ungheria, posta a settentrione del Danubio, fu perduta in un giorno, spopolata nel volgere di una state, e le rovine de' tempj e delle città vidersi seminate d'ossa di cittadini che espiarono le colpe de' Turchi loro antenati. Le calamità di que' tempi ci vengono descritte da un Ecclesiastico ungarese, che spettatore del saccheggio di Varadino, ebbe la ventura di sottrarsi alla morte, e ne danno a divedere come le stragi operate dal furore de' Barbari in mezzo agli assedj e alle battaglie, fossero anche meno atroci del destino che la perfidia serbò ai fuggitivi. Lusingati prima questi meschini con promesse di perdono e di pace ad uscire delle foreste, i Tartari aspettarono che avessero terminati i lavori della mess e della vendemmia, poi tutti, a sangue freddo, li trucidarono. Nel vegnente verno i Mongulli, valicato sul diaccio il Danubio, s'innoltrarono verso Gran o Strigonium, colonia germanica e Capitale del regno, e contro le mura della medesima addirizzarono trenta macchine, colmando le fosse di sacchi di terra e cadaveri; indi quando fu presa, dopo una strage alla cieca, il truce Kan ordinò alla sua presenza la morte di trecento nobili matrone. Fra le diverse città e Fortezze dell'Ungheria, tre sole ne rimasero dopo l'invasione, e il misero Bela corse a nascondersi nelle Isole dell'Adriatico. Un subitaneo terrore tutto il latino Mondo comprese fin dall'istante che un Russo fuggitivo arrecò tra gli Svedesi le prime notizie di questo flagello; le nazioni del Baltico e dell'Oceano tremarono all'avvicinare de' Tartari[347], che il timore e l'ignoranza dipigneano siccome enti di una natura diversa dagli uomini. Dopo la invasione degli Arabi accaduta nell'ottavo secolo, l'Europa non era mai stata esposta a pericolo di più grave calamità; e se i discepoli di Maometto opprimeano le coscienze e la libertà, qui v'era luogo a temersi che i truci pastori della Scizia annichilassero città, arti e tutte le istituzioni della civile società. Il Pontefice romano tentò una prova per ammansare e convertire questi indomabili Pagani, inviando loro alcuni frati dell'Ordine di S. Domenico e di S. Francesco. Ma a questi rispose il Gran Kan, che i figli di Dio e di Gengis erano muniti di potestà divina per sottomettere e sterminar le nazioni, e che nè anco il Papa sarebbe stato eccettuato dalla distruzion generale, a meno di portarsi in persona ad implorar supplichevole la clemenza dell'-Orda Reale-. Più coraggiose vie di salvezza immaginò l'Imperator Federico, che scrivendo ai Principi di Alemagna, al Re di Francia e di Inghilterra, e dipingendo con forti colori il comune pericolo, li sollecitò a mettere in armi tutti i lor vassalli per correre ad una giusta e ragionevol crociata[348]. Il valore e la rinomanza de' Franchi posero in riguardo gli stessi Tartari; laonde intanto che cinquanta soli uomini a cavallo e venti balestrieri difendeano con buon successo il castello di Newstadt, nell'Austria, coloro, al solo avviso di un esercito alemanno che avvicinava, tolser l'assedio. Contento di avere devastati i vicini regni di Servia, di Bosnia e di Bulgaria, Batù si ritirò lentamente dal Danubio al Volga, per vedere i frutti delle sue vittorie nella città, ossia nel palagio di Serai, che ad un suo comando sorse dal mezzo del deserto. [A. D. 1242] IV. Le stesse regioni più povere e più addiacciate del Settentrione non vennero risparmiate dall'armi de' Mongulli; e Seibani-Kan, fratello del gran Batù, avendo condotta un'orda di quindicimila famiglie ne' deserti della Siberia, i discendenti del medesimo regnarono a Tobolsk per più di tre secoli, e sino al momento della conquista de' Russi. Seguendo il corso dell'Obi e dello Genisei, lo spirito loro intraprendente debbe averli condotti alla scoperta del mar Glaciale; e se dagli antichi monumenti che ci sono rimasti vengano tolte le mostruose favole d'uomini colle teste di cane e co' piè biforcuti, troveremo, che quindici anni dopo la morte di Gengis, i Mongulli conosceano il nome e le costumanze dei Samoiedi, abitanti quasi sotto il Cerchio polare, entro casupole sotterranee, non usi ad altra fatica fuor della caccia, che somministra ai medesimi e il nudrimento e le pellicce di cui si vestono[349]. [A. D. 1227-1259] Intanto che i Mongulli e i Tartari invadeano ad un tempo la Cina, la Sorìa e la Polonia, gli autori di cotanti flagelli si compiaceano nel risapere e nell'udirsi raccontare che le loro parole erano strumento di morte. Pari ai primi Califfi, i primi successori di Gengis comparivano di rado in persona a capo dei loro eserciti vittoriosi, sulle rive dell'Onone e del Selinga; -l'orda dorata-, o reale offeriva l'antitesi della semplicità e della grandezza, di una mensa solo imbandita di pecora arrostita e di latte di cavalla, e di cinquecento carra d'oro e d'argento in un sol giorno distribuite. I Principi europei ed asiatici si videro costretti ad inviare ambasciadori al Gran Kan, o ad imprendere eglino stessi a tal fine lunghi e penosissimi viaggi. Il trono e la vita de' Gran Duchi di Russia, dei Re di Georgia e d'Armenia, de' Sultani d'Iconium, e degli Emiri della Persia dependeano da un gesto del Gran Kan de' Tartari. Benchè i figli e i pronipoti di Gengis fossero stati avvezzi alla vita pastorale, videsi a poco a poco ingrandire il villaggio di Caracora[350], ove si eleggevano i Kan, e ove questi posero la lor residenza. Octai e Mangoù avendo abbandonate le loro tende per abitare una casa, il che indicava già un cambiamento di costumi, i Principi di lor famiglia e i grandi ufiziali dell'Impero imitarono questo esempio. In vece delle immense foreste state un dì teatro delle lor caccie, vennero i parchi, ne' cui recinti con risparmio di fatica si diportavano: vennero ad abbellire le nuove lor case la pittura e la scultura; i tesori superflui si convertirono in bacini, in fontane e statue d'argento massiccio. Gli artisti cinesi e parigini impiegarono al servigio del Gran Kan il loro ingegno[351]. Eranvi a Caracora due strade occupate, l'una da operai cinesi, l'altra da mercatanti maomettani: vi si vedeano una chiesa nestoriana, due moschee, e dodici templi consagrati al culto di diversi idoli, d'onde può concepirsi presso a poco un'idea del numero degli abitanti di Caracora, e di quali nazioni diverse quella popolazione fosse composta. Ciò nullameno un missionario francese afferma, che la capitale de' Tartari non pareggiava nemmeno la piccola città di S. Dionisio presso Parigi, e che il Palagio di Mongul non valeva il decimo dell'Abbazia de' Benedettini posta nella ridetta città. Comunque la vanità dei Gran Kan fosse lusingata dalle conquiste della Russia e della Sorìa (A. D. 1259-1368), non dipartivano mai dalle frontiere della Cina il loro soggiorno. Il possedimento dell'Impero cinese essendo primario soggetto di loro ambizione, non dimenticavano, rispetto agli abitanti di questa contrada, una massima, di cui certamente s'erano imbevuti colla consuetudine della vita pastorale; che al pastore cioè torna a conto il proteggere e moltiplicar le sue greggie. Ho già altrove encomiata la saggezza e la virtù di un mandarino che sottrasse alla distruzione cinque province fertili e popolose. Durante un'amministrazione di trent'anni, in cui immune da ogni censura si conservò, questo benefico amico della patria e della umanità pose ogni studio ad allontanare, o mitigare le calamità della guerra, a ridestare l'amor delle scienze, a salvare i monumenti dell'antichità, a por limiti al dispotismo de' comandanti militari, coll'ottenere che le magistrature civili venissero nuovamente instituite; per ultimo ad inspirare sentimenti di pace e giustizia nell'animo dei Mongulli. Lottando coraggiosamente contro la rabbia de' primi conquistatori, le salutari lezioni di cotest'uomo, abbondante messe fruttarono alla successiva generazione. Perchè l'Impero settentrionale, e a poco a poco il meridionale, essendosi assoggettati al governo di Cublai, luogo-tenente, indi successore di Mangoù, la nazione si adattò facilmente alla fedeltà verso un Principe nelle cinesi costumanze allevato. Per voler di questo, restituite alla costituzione del paese le antiche forme, i vincitori abbracciarono le leggi, gli usi, e fino i pregiudizj del popolo conquistato: pacifico trionfo de' vinti, non privo d'esempli nella Storia, e che i Cinesi dovettero al loro numero ad anche al loro stato abituale di servitù. Gl'Imperatori de' Mongulli vedendo i loro eserciti pressochè confusi coll'immensa popolazione di un così vasto reame, si conformarono di buon grado ad un sistema politico, che offrendo ai Principi i godimenti reali del potere dispotico, lasciava ai sudditi l'esca dei vani nomi di filosofia, di libertà e di filiale obbedienza. Fiorirono sotto il regno di Cublai il commercio e le Lettere; i popoli godettero le beneficenze della giustizia e le soavità della pace. Allora il gran canale di cinquecento miglia che conduce da Nankin alla capitale, fu aperto. Posta la sua residenza a Pechino, il Monarca e la sua Corte vi sfoggiarono della magnificenza de' più ricchi Sovrani dell'Asia. Nondimeno questo saggio Principe si allontanò dalla purezza e dalla semplicità della religione che l'avo suo aveva abbracciata; onde coll'offrire sagrifizj all'idolo di Fò, e col sommettersi ciecamente ai Lama e ai Bonzi, si meritò le censure de' discepoli di Confucio[352]. I successori di lui imbrattarono la Reggia, empiendola di una folla di eunuchi, di empirici e di astrologhi, non si curando della penuria della provincia e di tredici milioni di sudditi che vi morivan di fame. Finalmente, cento quarant'anni dopo la morte di Gengis, i Cinesi, stanchi dal sofferire, avendo scacciata dal trono la dinastia de' -Yuen-, stirpe tralignata di quel famoso conquistatore, il nome degl'Imperatori Mongulli tornò a dileguarsi in mezzo ai deserti (A. D. 1259-1300). Anche prima di questo definitivo cambiamento politico, aveano perduta la loro supremazia sopra diversi rami di loro famiglia, perchè i Kan del Kipsak o della Russia, del Zagatai o della Transossiana, dell'Iran o della Persia, solo in origine luogo-tenenti del Gran Kan, forniti di molto potere, e in tanta lontananza dal loro Capo supremo, non trovarono cosa difficile lo sciogliersi dai doveri dell'obbedienza, e dopo la morte di Cublai disdegnarono accettare uno scettro, o un titolo dagli spregevoli Principi che gli succedettero. Giusta le circostanze in cui si trovarono, alcuni di essi mantennero la semplicità primitiva de' costumi pastorali, altri al lusso delle città asiatiche dieder ricetto; ma così i Principi come i popoli si mostrarono ad abbracciare un nuovo culto disposti. Dopo avere esitato tra l'Evangelio e il Corano, preferirono la religione di Maometto, riguardando siccome fratelli gli Arabi ed i Persiani, e rompendo ogni corrispondenza co' Mongulli, o idolatri della Cina. [A. D. 1240-1304] Può essere giusto soggetto di maraviglia come in un così generale sconvolgimento l'Impero romano, smembrato dai Greci e dai Latini, abbia potuto salvarsi dall'invasione de' Tartari. Immensamente lontani dal poter d'Alessandro, i Greci gli si rassomigliavano nel vedersi e in Asia e in Europa incalzati dai pastori della Scizia, nè v'ha dubbio che Costantinopoli avrebbe sofferta la sorte di Bagdad, di Pechino, di Samarcanda, se i Tartari ne avessero intrapreso l'assedio. E veramente allorchè i vanagloriosi Greci e Franchi derisero per la sua ritirata Batù, che lieto di tante vittorie volontario rivalicava il Danubio[353], questo conquistatore si mise una seconda volta in cammino deliberato di assalire la Capitale de' Cesari; ma la morte il sorprese, e fu salvo Bisanzo. Borga fratello di Batù condusse bensì i Tartari nella Tracia e nella Bulgaria, ma dalla conquista di Costantinopoli lo distolse un viaggio a Novogorod, posta al cinquantasettesimo Grado di latitudine, ove fe' il censo de' Russi e regolò i tributi di quella popolazione. Collegatosi indi coi Mammalucchi contra i suoi compatriotti della Persia, trecentomila uomini a cavallo superarono le gole di Derbend, incominciamento di guerra civile, che fu la ventura dei Greci. Vero è che dopo avere ricuperata Costantinopoli, Michele Paleologo[354] allontanatosi dalla sua Corte e dal suo esercito, venne sorpreso e attorniato da ventimila Tartari in un castello della Tracia; ma l'impresa di questi non avendo altro scopo che la liberazione del sultano turco Azzadino, si contentarono di condur seco l'Imperatore e i suoi tesori. Noga, lor generale, il cui nome si è perpetuato fra le orde di Astracan, eccitò una formidabile sommossa contro Mengo-Timur, terzo Kan del Kipsak; ed ottenuta in maritaggio Maria figlia naturale di Paleologo, difese gli Stati del suocero e dell'amico. Quanto alle successive invasioni, queste non furono operate che dagli scorridori fuggiaschi, e da alcune migliaia di Alani e Comani, che, scacciati dalle loro patrie, e stanchi del vivere errante, al servigio dello stesso Imperator greco si posero. Tal fu per l'Impero greco l'invasione de' Tartari nell'Europa: lungi dal turbare la pace dell'Asia romana, il primo terrore inspirato dall'armi loro contribuì ad assicurarne la tranquillità. Avvenne poi che il sultano d'Iconium sollecitò un parlamento con Giovanni Vatace, la cui artificiosa politica, avea persuaso ai Turchi il consiglio di difendere i lor confini contra il comune inimico[355]; confini che per vero dire non durarono lungo tempo, attesa la sconfitta e la cattività de' Selgiucidi, che lasciò poi scorgere apertamente quanto deboli fossero i Greci. Perchè allor quando il formidabile Holagoù minacciò movere contro Costantinopoli a capo di un esercito di quattrocentomila uomini, il terror panico che si impadronì degli abitanti di Nicea, mostrò qual fosse lo spavento generale di tutta la Grecia. La cerimonia occidentale di una processione, in mezzo a cui ripeteasi la lugubre litania: -mio Dio salvateci dal furor de' Tartari-, sparse tanto terrore nella città, che diede luogo alla falsa vociferazione di un assalto e di una strage fin d'allora accaduti. Vidersi coperte le strade di abitanti d'entrambi i sessi, accecati dallo spavento e che fuggivano senza saper dove; o perchè, essendovi volute molte ore, prima che l'intrepidezza degli ufiziali della guarnigione, giugnesse a liberare da questa sventura immaginaria la costernata città. Ma la conquista di Bagdad portò altrove le ambiziose armi di Holagoù e de' suoi successori, i quali sostennero una lunga guerra nella Sorìa, ove sempre non trionfarono; che anzi le loro contese coi Musulmani li fecero proclivi a collegarsi co' Greci e co' Franchi[356]; e fosse per generosità o disprezzo, offersero il regno di Natolia in compenso ad uno de' loro vassalli armeni. Gli Emiri, che mantenutisi in alcune città e paesi montuosi si disputavano gli avanzi della monarchia de' Selgiucidi, riconobbero tutti la supremazia del Kan della Persia, il quale frammise sovente la propria autorità, e qualche volta ancora le sue armi, per porre un argine alle costoro depredazioni, e mantenere l'equilibrio e la pace della frontiera de' suoi turchi dominj. Ma per la morte di Kasan[357], uno de' più illustri discendenti di Gengis, disparendo questa salutevole preminenza, il declinar de' Mongulli (A. D. 1304) lasciò il campo libero all'innalzamento e ai progressi dell'Impero ottomano[358]. [A. D. 1240] Dopo la ritirata di Gengis, Gelaleddino sultano di Carizme tornato era dall'India per governare e difendere i suoi Stati persiani. Nello spazio di undici anni, questo eroe diede in persona quattordici regolari battaglie, e tal ne fu la solerzia, che in settanta giorni, a capo della sua cavalleria, trascorse un cammino di mille miglia da Teflis a Kerman; ma costretto a soggiacere così per la gelosia de' Principi musulmani, come per lo sterminato numero delle tartare soldatesche, dopo un'ultima rotta, terminò, privi di gloria, i suoi giorni nelle montagne del Curdistan. Si disperse per la morte del Capo la truppa dei coraggiosi suoi veterani, che sotto nome di Carizmj, o Corasmini, comprendea la massima parte di quelle bande di Turcomani, che consagrati eransi a seguir la fortuna del loro Sultano. I più arditi e più poderosi fra questi, operata una invasione nella Sorìa, saccheggiarono il Santo Sepolcro di Gerusalemme: gli altri prestarono il servigio delle loro armi ad Aladino sultano d'Iconium, fra i quali trovavansi gli oscuri antenati dell'ottomana dinastia. Aveano questi in origine posto campo sulla riva australe dell'Osso nelle pianure di Mahan e di Neza; al qual proposito è cosa straordinaria e meritevole di osservazione esser venuti da quel sito medesimo e i Parti, e i Turchi, fondatori di due potentissimi Imperi. Solimano-Sà, che conduceva l'antiguardo o il retroguardo dell'esercito de' Carizmj, al passaggio dell'Eufrate annegò. Il figlio di lui Ortogrul, divenuto suddito e soldato di Aladino, pose a Surgut in riva al Sangario un campo di quattrocento tende, o famiglie, delle quali assunse il governo civile e militare, che gli durò cinquantadue anni. Da Ortogrul nacque Tamano o Atmano (A. D. 1299-1326), il cui nome è stato cambiato in quello del Califfo Otmano, dal qual personaggio, per ben apprezzarlo, è d'uopo separare coll'animo tutte le idee di abbiezione e d'ignominia che allo stato di pastore e scorridore vanno congiunte. Otmano dotato in eminente grado di tutte le virtù di un soldato, profittò maestrevolmente delle circostanze di tempo e di luogo che la sua independenza e i successi delle sue imprese favoreggiavano. Estinta era la stirpe de' Selgiucidi, la spirante podestà de' principi Mongulli, e la lor lontananza lo scioglieano d'ogni soggezione; trovavasi posto sui confini del greco Impero; il Corano raccomandava il -Gazi-, ossia la guerra santa contro degl'Infedeli, intanto che la falsa politica di questi avendo aperti i passi del monte Olimpo, lo allettava a discendere nelle pianure della Bitinia. Perchè, fino all'epoca del regno de' Paleologhi, i ridetti passi erano validamente custoditi dalla milizia del paese, che per un guiderdone di tal servigio godea la sicurezza dei suoi possedimenti e l'immunità da ogni tassa. L'Imperatore greco, abolendo i privilegi di queste genti, e costringendole a pagare rigorosamente il tributo, si assunse la cura di far custodire quelle gole di monti, che vennero ben presto dimenticate, e in questo mezzo que' montanari, dianzi sì valorosi, si trasformarono in una timida ciurma priva di forza e di disciplina. Nel giorno 27 luglio dell'anno 1299 dell'Era cristiana, Otmano entrò per la prima volta nelle campagne che circondano Nicomedia[359]. L'esattezza singolare con cui si tenne conto del giorno di un tale arrivo, indicherebbe quasi che si prevedea qual fosse per essere l'aumento rapido e fatalissimo del nascente mostro che minacciava l'Impero. I ventisette anni che durò il regno di Otmano non offrirebbero fuorchè una ripetizione delle medesime scorrerie. Ad ognuna di esse facendo nuove reclute, ingrossava di prigionieri e volontarj il suo esercito. In vece di ritirarsi nelle montagne, d'onde era uscito, Otmano conservava tutti i posti utili ed atti a difesa, pronto a riparare le fortificazioni delle piazze e delle castella che avea saccheggiate. Già preferiva alle abitazioni ambulanti delle nazioni pastorali i bagni e i palagi delle città che per lui già sorgevano. Però solamente sul terminar de' suoi giorni, e mentre gli anni e le infermità lo premeano, Otmano ebbe il contento di sapere la conquista di Prusa fatta dal suo figlio Orcano, cui la fama o il tradimento apersero le porte di questa città. La gloria di Otmano su quella de' suoi discendenti è soprattutto fondata; ma i Turchi hanno conservato, o fosse di lui, o ne fossero eglino stessi a suo nome gli autori, un testamento memorabile per le massime di giustizia e di moderazione che in esso abbondano[360]. La conquista di Prusa può riguardarsi come la vera data della fondazione dell'Impero ottomano. I sudditi cristiani si assicurarono le loro vite e sostanze mercè un tributo, o riscatto di trentamila scudi d'oro, ma non andò guari che per le cure di Orcano, questa città una Capitale maomettana divenne. Una moschea, un collegio, un ospitale l'ornarono. Rifuse le monete de' Selgiucidi, quelle di nuovo conio portarono il nome e l'impronta della sopravvenuta dinastia, e i più abili maestri delle cose umane e divine allettarono gli studenti persiani ed arabi a qui trasferirsi, abbandonando le scuole dell'Oriente. Aladino fu il primo a nomarsi visir, carica che a favore di lui il suo fratello Orcano instituì; mise leggi affinchè un vestir diverso distinguesse i cittadini dai campagnuoli, i Musulmani dagli Infedeli. La forza militare di Otmano stavasi unicamente in indocili squadroni di cavalleria turcomana, privi di stipendio, come di disciplina; ma Orcano avvisò saggiamente ad instituire e addestrare un corpo di fanteria, arrolando un grande numero di volontarj, contenti di tenue paga, e liberi di rimanersi alle proprie case ogni qualvolta i lor servigi non erano necessarj. Pure la rozzezza dei lor costumi e l'indole sediziosa, persuasero Orcano ad educarsi una truppa scelta, trasformando i suoi giovani prigionieri in soldati del Profeta, e ai contadini turchi rimase il privilegio di seguire l'esercito del Sultano, ordinati in corpo di cavalleria, col nome di partigiani; per le quali sollecitudini e per sua accortezza pervenne a crearsi un esercito di venticinquemila Musulmani. Fece inoltre fabbricar macchine necessarie agli assedj, o agli assalti delle città, delle quali macchine provò per la prima volta il buon successo contro Nicomedia e Nicea (A. D. 1326-1339). Condiscendente nel munire di salvocondotti tutti coloro che voleano ritirarsi colle loro famiglie e suppellettili, si riserbò l'arbitrio delle vedove de' vinti a favore de' conquistatori, che le desideravano in ispose; i libri, i vasi e le immagini de' Santi vennero comprate o riscattate dagli abitanti di Costantinopoli. Vinto e ferito in battaglia Andronico il Giovane[361], Orcano sottomise tutte le province, o il regno di Bitinia sino alle rive del Bosforo, o dell'Ellesponto; e la giustizia e la clemenza di un Principe che si era conciliata affezione e volontaria sommessione dai Turchi dell'Asia, dai medesimi Cristiani venne riconosciuta. Orcano modestamente del titolo d'Emiro si contentò, e per dir vero, fra i principi di Rum e della Natolia[362] ve ne erano alcuni (A. D. 1300 ec.) che in militari forze lo superavano. Gli Emiri di Ghermian e di Caramania, aveano ciascuno sotto di sè un esercito di quarantamila uomini, ma situati nella parte interna delle terre ove regnarono i Selgiucidi, levarono nella storia men grido de' santi guerrieri, che inferiori di possanza a questi Emiri, si fecero maggiormente conoscere per nuovi principati instituiti nel greco Impero. I paesi marittimi, dalla Propontide fino al Meandro e all'isola di Rodi, minacciati per tanto tempo, e sottoposti a sì frequenti devastazioni, vennero tolti per sempre al dominio greco sotto il regno del vecchio Andronico[363]. Due Capi turchi, Aidino e Sarukan, s'impossessarono di più province (A. D. 1312 ec.), che chiamate co' nomi dei loro conquistatori, passarono alla posterità, soggiogate, o rovinate. Le Sette Chiese dell'Asia, sui territorj della Lidia e della Sorìa veggonsi tuttavia calpestate da barbari padroni degli antichi monumenti del Cristianesimo. Perduta Efeso, i Cristiani dolendosi della caduta del primo angelo, deplorarono spenta[364] la prima face delle rivelazioni[365]. La distruzione è stata compiuta, e le orme del tempio di Diana e della chiesa di S. Maria, nello stesso tempo disparvero. Il circo e i tre teatri di Laodicea son covacci delle volpi e de' lupi; Sardi non è più che un miserabil villaggio. Il Dio di Maometto, questo Dio che non ha nè figli nè rivali[366], viene invocato a Pergamo e a Tiatira entro i recinti di numerose moschee, Smirne dee la sua popolazione soltanto al commercio degli Armeni e de' Franchi. L'unica Filadelfia è stata salvata da una profezia, o dal suo coraggio. Lontani dal mare, dimenticati dagl'Imperatori, attorniati per ogni parte dai Turchi, gl'intrepidi cittadini di Filadelfia difesero per più di ottant'anni la lor religione e la lor libertà, ottenendo un'onorevole capitolazione dal più feroce degli Ottomani. Le colonie greche, le Chiese dell'Asia furon distrutte (A. D. 1310-1523); scorgesi tuttavia Filadelfia come colonna fra le rovine; confortante esempio che dà a divedere come la condotta più onorevole sia talvolta la più sicura. I Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme difesero la libertà di Rodi[367] per oltre a due secoli, e cotesta isola, sotto il chiaro lor reggimento, acquistò splendore di ricchezza e di fama: nobili e valorosi monaci guerrieri che si meritavano gloria eguale e per mare, e per terra, onde la loro isola, lungo tempo baluardo della Cristianità, e allettò a conquistarla più volte, e più volte respinse i numerosi eserciti de' Turchi e dei Saracini. [A. D. 1341-1347] Le discordie de' Greci furono la prima origine di lor rovina. Durante le guerre civili del primo e del secondo Andronico, il figlio di Otmano terminò, quasi senza trovar resistenza, la conquista della Bitinia; le stesse divisioni de' Greci incoraggiarono gli Emiri turcomani della Lidia e della Jonia ad allestire una flotta, con cui devastarono le vicine isole della costa d'Europa. Ridotto a difendere l'onore e la vita, Cantacuzeno, o volesse prevenire, o imitare i suoi avversarj, ricorse ai nemici del suo paese e della sua religione. Amiro, figlio di Aidino, sotto vesti maomettane ascondea la cortesia e la gentilezza che ad un Greco sarebbersi addette; vincoli di mutua stima e di servigi scambievoli, lo univano al Gran Domestico, onde l'amicizia di questi due personaggi, giusta il linguaggio de' tempi, a quella di Oreste e Pilade venne paragonata[368]. Uditi dal Principe di Jonia i pericoli fra i quali avvolgeasi l'amico suo, da un'ingrata Corte perseguitato, allestì una flotta di trecento vele e un'armata di ventinovemila uomini, con cui salpando nel cuor del verno, venne a gettar l'áncora alla foce dell'Ebro. Seguìto da una scelta truppa di duemila Turchi, Amiro s'innoltrò lungo le rive del fiume, e pervenne a liberare l'Imperatrice, che i selvaggi Bulgari teneano assediata entro la città di Demotica. In questo tempo il caro amico di lui Cantacuzeno rifuggitosi nella Servia, lasciava ignorare il proprio destino. Irene, impaziente di vedere in volto il suo liberatore, lo invitò ad entrare nella città, accompagnando l'invito con un donativo di cento cavalli e di preziosi ornamenti; ma per un riguardo singolare di delicatezza, il Barbaro che nudriva sensi tutt'altro che barbari, ricusò di vedere la moglie dell'amico infelice, e di godere, mentre questi stava lontano, le delizie del suo palagio; sopportando entro la propria tenda l'inclemenza della stagione, rifiutò i favori offertigli dall'ospitalità per sofferire in comune co' suoi duemila compagni ben degni, siccome il Duce, degli onori che lor venivano tributati. La brama che lo ardea di vendicar Cantacuzeno, e il bisogno di vivere, sono la scusa delle scorrerie che sulla terra e sull'acque in questo mezzo si fece lecite. Lasciati novemila cinquecento uomini in guardia della sua flotta, vagò indarno per tutta la provincia a fine di rinvenire l'amico. Ma alcune false lettere, i rigori del verno, il mal umore de' suoi volontarj, la ricchezza delle fatte prede e la moltitudine de' prigionieri, finalmente lo persuasero a rimbarcarsi. Nel corso della guerra civile, il Principe della Jonia tornò per due volte in Europa, e unite le sue truppe a quelle di Cantacuzeno, assediò Tessalonica, e Costantinopoli minacciò. La calunnia ha tratti motivi di censurarlo dalla poca bastevolezza de' soccorsi che egli aveva arrecati, dalla sua affrettata partenza, e da un dono di diecimila scudi che dalla Corte di Bisanzo accettò; ma l'amico si mostrò contento di lui, e per altra parte la condotta di Amiro veniva assai giustificata dalla necessità di difendere i suoi Stati ereditarj contro i Latini. Il Papa, il Re di Cipro, la Repubblica di Venezia e l'Ordine di S. Giovanni si erano collegati alla lodevole impresa di liberare i mari dal predominio che i Turchi vi avevano acquistato. Approdate alla costa jonica le galee de' Confederati, Amiro cadde trafitto da un dardo, mentre assediava la rocca di Smirne che difendeano i Cavalieri di Rodi[369]. Innanzi morire, procacciò generosamente all'amico un altro Confederato maomettano, non più sincero e premuroso che egli nol fosse, ma più abile, per la vicinanza de' suoi Stati colla Propontide e con Costantinopoli, a prestargli solleciti e poderosi soccorsi. La prospettiva di un più vantaggioso Trattato, indusse il Principe di Bitinia ad infrangere i patti (A. D. 1346) che ad Anna di Savoia avea giurati, e un maritaggio colla figlia di un Imperator greco, accordandosi colle ambiziose mire di Orcano, questi promise solennemente che se Cantacuzeno acconsentiva ad accettarlo per genero, egli avrebbe inviolabilmente usati verso di lui tutti i riguardi di vassallo e di figlio. Dall'ambizione la paterna tenerezza fu vinta; il Clero greco approvò le nozze di una Principessa cristiana con un discepolo di Maometto; e il padre di Teodora ci descrive egli stesso, mostrandone obbrobriosa soddisfazione, il disdoro del suo diadema[370]. I turchi ambasciatori, seguìti da un corpo di cavalleria e scortati da trenta navi, giunsero innanzi al campo di Selimbria, ove stavasi Cantacuzeno. Venne innalzato un sontuoso padiglione, sotto del quale l'imperatrice Irene trascorse la notte in compagnia della figlia. Allo schiarir del mattino, Teodora si assise sopra un trono velato da cortine di seta ricamate in oro. Tutte le truppe stavano in armi e l'Imperatore a cavallo. Ad un cenno si levarono le cortine, lasciando vedere la sposa, o la vittima, in mezzo a torcie nuziali e ad eunuchi prosternati ai suoi piedi. Rintronò l'aere dello squillar delle trombe, nè mancarono poeti, quali quel secolo somministrar li poteva, che celebrassero con epitalamj le felicità pretese di Teodora. Fu consegnata al Barbaro che ne diveniva il padrone, senza alcuna cerimonia di Culto cristiano. Erasi però stipulato nel Trattato, che ella avrebbe seguìto liberamente a professare il suo Culto nello Harem di Bursa, onde il padre della medesima fa encomj alla pia e caritatevole condotta tenutasi dalla figlia, posta in una tanto difficile condizione. Poichè l'Imperator greco si vide tranquillo possessore del trono di Costantinopoli, si portò a visitare il genero, che, accompagnato da quattro figli avuti da diverse spose, venne ad aspettarlo a Scutari sulla costa dell'Asia. I due Principi godettero congiuntamente, e con apparenza di scambievole cordialità, i piaceri della caccia e dei banchetti; che anzi Teodora ottenne la permissione di trasferirsi al di là del Bosforo per passare alcuni giorni insiem colla madre. Ma Orcano, la cui amistà ai riguardi della sua ambizione e della sua religione stava soggetta, non esitò, nella guerra de' Genovesi, a collegarsi co' nemici di Cantacuzeno. [A. D. 1353] Fin nel Trattato che Orcano avea conchiuso colla Imperatrice Anna, egli avea introdotto questo singolare patto, di potere cioè a proprio arbitrio o trasportare in Asia i suoi prigionieri, o venderli a Costantinopoli. Fu quindi veduta una moltitudine di Cristiani d'entrambi i sessi, di tutte le età, di preti e di frati, di vergini e di matrone esposti nudi nei pubblici mercati, e spesse volte maltrattati a colpi di staffile per meglio eccitare la carità de' loro concittadini a riscattarli più presto; ma l'indignazione de' Greci, si limitò a deplorare la sorte dei proprj concittadini che vedeano condur lontani in una schiavitù fatale alle loro anime e ai loro corpi[371]. Cantacuzeno fu costretto sottomettersi alle medesime condizioni, il cui adempimento accrebbe sempre più le calamità dell'Impero. Nello stesso Trattato, l'Imperatrice Anna aveva ottenuto un soccorso di diecimila Turchi, che poi da Orcano vennero adoperati in difesa del proprio suocero. Nondimeno tali disastri non erano che passeggieri; perchè terminata la stagione campale, i prigionieri fuggivano tornando alle proprie case; i Musulmani, sgombrando l'Europa, si ritiravano nuovamente nell'Asia. Sol nell'ultima contesa avuta col suo pupillo, Cantacuzeno rendè permanente nel sen dell'Impero il germe della distruzione, germe che i successori di lui si sforzarono indarno a sterpare, nè questo irreparabile fallo del Principe greco emendarono i dialoghi che contra il profeta Maometto ei compose. I moderni Turchi, ignari sin della propria Storia, e confondendo il primo tragetto dell'Ellesponto[372] coll'ultimo, ne mostrano nel figlio di Orcano un oscuro scorridore che, seguìto da ottanta venturieri, si valse di uno stratagemma per invadere una terra nemica ed incognita. Solimano, a capo di diecimila uomini di cavalleria turca, venne trasportato dalle navi dell'Imperator greco e riguardatone confederato. Le milizie maomettane rendettero alcuni servigi e commisero molti disordini nelle guerre civili della Romania. Ma il Chersoneso si trovò a poco a poco popolato da una colonia di Turchi; e la Corte di Bisanzo sollecitò indarno la restituzione delle Fortezze della Tracia. Dopo alcuni indugi, ad arte fatti maggiori da Orcano e da Solimano, venne pattuito il riscatto di tali Fortezze a prezzo di sessantamila scudi, la prima parte de' quali era già stata pagata, allorchè un tremuoto atterrò le mura di molte fra esse. Queste diroccate piazze i Turchi occuparono; e rifabbricata Gallipoli, chiave dell'Ellesponto, Solimano ebbe cura di empirla di Maomettani. Col trono rinunziato da Cantacuzeno, furono rotti anche que' deboli vincoli di domestica lega che univano i principi Greci ai principi Turchi. Gli ultimi consigli che l'Imperatore, rassegnando lo scettro, ai suoi concittadini volgea, erano di evitare una guerra imprudente, di confrontare il numero, la disciplina e l'entusiasmo de' Turchi colla loro debolezza e pusillanimità: savj suggerimenti che vennero sprezzati dall'ostinata vanità di un giovane Principe, e giustificati dalle vittorie de' Musulmani. In mezzo ai suoi buoni successi, Solimano, caduto da cavallo nell'esercizio militare del -Gerid-, perdè la vita, nè il vecchio Orcano sopravvisse lungo tempo al dolore che la morte del figlio a lui cagionò. [A. D. 1360-1389] Ma i Greci nè manco ebbero il tempo per allegrarsi della morte de' lor nemici; la spada de' Turchi non si mostrò men formidabile fra le mani di Amurat I, figlio di Orcano e fratello di Solimano, impadronitosi quasi senza ostacoli, come per mezzo alla nebbia degli Annali di Bisanzo si scorge[373], di tutta la Romania e della Tracia, dall'Ellesponto la monte Emo, e che giunto pressochè alle porte della Capitale, scelse Andrinopoli qual sede del suo Governo e della sua religione in Europa. Costantinopoli, il cui scadimento quasi incomincia dall'epoca della sua fondazione, nel corso di dieci secoli si vide successivamente assalita dai Barbari dell'Oriente e dell'Occidente; ma sino a questo fatale istante non s'era per anco trovata cinta e dal lato d'Asia e da quel d'Europa, dalle forze di una stessa potenza nemica. Nondimeno Amurat, fosse per prudenza, o per generosità, sospese ancora per qualche tempo questa facil conquista, bastando al suo orgoglio di farsi comparire innanzi per più riprese l'imperatore Giovanni Paleologo e i quattro figli del medesimo, i quali appena ricevutone il comando, alla Corte, o al campo del Principe ottomano si trasferivano. Portate successivamente l'armi contra gli Schiavoni che abitavano tra il Danubio e il mare Adriatico, contra i Bulgari, i Serviani, e i popoli della Bosnia e della Albania, debellò con ripetute scorrerie queste bellicose tribù, rinomate per avere sì di frequente insultato l'Impero romano. Il lor territorio, nè d'oro, nè d'argento abbondava: quei rustici abituri non erano arricchiti dal commercio, o abbelliti dall'arti del lusso; ma i nativi di queste contrade si segnalarono in tutte le età per vigore di corpo e forza di coraggio; onde poi, una saggia istituzione, li guidò ad essere i più fermi e fedeli sostegni della grandezza Ottomana[374]. Il Visir di Amurat, ricordò al suo Sovrano che le leggi di Maometto gli concedeano la quinta parte delle prede e de' prigionieri fatti sugl'Infedeli, aggiugnendo che col mettere vigilanti ufiziali a Gallipoli, questi avrebbero facilmente riscosso a quel passo un tale tributo, e avuta ivi maggiore agevolezza di scegliere i meglio formati e più vigorosi fanciulli de' Cristiani. Approvato il suggerimento, e pubblicato l'editto, migliaia di prigionieri europei vennero educati nel culto di Maometto e nella scuola dell'armi. Un celebre Dervis compiè la cerimonia di consagrare la nuova milizia e di darle un nome. Postosi a capo delle file de' soldati, stese la manica della sua veste sul fronte di quello che stavagli più vicino, e tutti li benedì, pronunziando le seguenti parole: «Sieno chiamati Giannizzeri (-Yengi sceri-), ossia nuovi soldati; possa sempre essere il lor valor luminoso, tagliente la loro spada, vittorioso il lor braccio! Possane la lancia star sempre sospesa sul capo de' loro nemici, e ovunque essi vadano, possano tornare addietro col volto -bianco-[375]!» Tale si fu l'origine di questa formidabile truppa, terrore delle nazioni, e qualche volta ancor de' Sultani. Declinato oggidì il loro valore, ammollitane la disciplina, le tumultuose file di questa guardia non possono resistere all'artiglieria e al saper militare delle moderne nazioni; ma quando furono instituiti, aveano un'assoluta preminenza, perchè non eravi potentato della cristianità che mantenesse continuamente in armi un corpo regolare di fanteria. I Giannizzeri combatteano contro gl'idolatri, loro compatriotti, collo zelo e coll'impeto del fanatismo, e la battaglia di Cossova annichilò la lega e l'independenza della tribù della Schiavonia. Un giorno, in cui il vittorioso Amurat trascorrendo i campi per lui coperti di stragi, maravigliò nell'accorgersi che la maggior parte de' morti era composta di giovinetti, il cortigiano Visir gli rispose: che uomini adulti negli anni come nella ragione, non si sarebbero cimentati a resistere alle invincibili armi del sultano Amurat. Ma la spada de' suoi Giannizzeri non potè salvarlo dal pugnale della disperazione, perchè un soldato serviano, sorto dal mezzo di que' morti, lo ferì mortalmente nel ventre. Questo Principe, pronipote di Otmano, fu di semplici costumi e d'indole mansueta. Amò le scienze e la virtù, ma diede motivo di scandalo ai Musulmani per la sua poca cura d'intervenire alle pubbliche preghiere; del qual fallo ebbe coraggio di rampognarlo un Muftì, ricusando di ammetterlo per testimonio in una causa civile. Non sono rari nella Storia orientale simili tratti che offrono una mescolanza di servitù e di libertà[376]. [A. D. 1389-1403] Il carattere di Baiazetto, figlio e successore di Amurat, viene espresso con forza dal soprannome che gli fu dato di Ilderim, ossia -il lampo-; e potè inorgoglirsi questo Sultano di un epiteto che indicava l'ardente energia dell'animo suo e la rapidità delle sue corse distruggitrici. Ne' quattordici anni che il suo regno durò[377], Baiazetto sempre a capo dei suoi eserciti, trascorse continuamente da Bursa ad Andrinopoli, dal Danubio all'Eufrate, e benchè zelantissimo di propagare il culto maomettano, assalì indistintamente in Europa e in Asia i Principi cristiani e maomettani, e ridusse in soggezione tutta la parte settentrionale della Natolia da Angora sino ad Amasia ed Erzerum. Spogliati de' loro Stati ereditarj gli Emiri di Ghermian, di Caramania, di Aidino e di Sarukan, e finalmente conquistata Iconium, la dinastia ottomana si trovò padrona dell'antico reame de' Selgiucidi. Nè meno rapide ed importanti furono le conquiste di Baiazetto in Europa. Ridotti ad obbedienza i Serviani e i Bulgari, corse al di là del Danubio a cercare nuovi nemici e nuovi sudditi nel cuore della Moldavia[378]. Tutti que' paesi che riconoscevano ancora l'Impero greco nella Tracia, nella Macedonia e nella Tessaglia vennero sotto il dominio del vittorioso Ottomano. Un compiacente Vescovo lo condusse in Grecia, attraversando le Termopile; e qui osserveremo come singolare avvenimento, che la vedova di un Capo spagnuolo, cui pertenea il paese, ove un tempo i famosi oracoli di Delfo si pronunziarono, comperò la protezione del Sultano col sagrifizio di una figlia, rinomata per sua avvenenza. Ad assicurare ai Turchi il passaggio fin allora pericoloso e precario d'Asia in Europa, Baiazetto mise a Gallipoli una flotta d'incrociatori che, signoreggiando l'Ellesponto, impediva la via a quanti soccorsi si spedivano a Costantinopoli dai Latini. Intanto che questo Principe sagrificava senza scrupolo alle sue passioni l'umanità e la giustizia, costringeva i suoi soldati ad osservare rigorosamente le regole della sobrietà e della decenza; si raccoglieano, e si vendeano tranquillamente le messi ne' campi occupati da' suoi eserciti. Sdegnato della negligenza e della corruttela che si erano introdotte nell'amministrazione della giustizia, adunò in una casa tutti i Giudici e Giureconsulti de' suoi Stati, i quali non men paventavano che d'esservi bruciati vivi. Silenziosi tremavano que' ministri; ma un buffone etiope osò far manifesta al Sovrano la cagion vera di un tale disordine; onde questi per togliere in avvenire alla venalità tutte le scuse, unì all'uffizio di Cadì una convenevole rendita[379]. Inorgoglito per sì fausti successi, e venutogli a schifo l'antico titolo di Emiro, ricevè la patente di Sultano dal Califfo, schiavo in Egitto sotto gli ordini de' Mammalucchi[380]. Dominati dalla forza dell'opinione, i Turchi vincitori rendettero quest'ultimo e tenue omaggio alla prosapia Abbasside e ai successori di Maometto. Il nuovo Sultano, geloso di meritarsi questo titolo, portò la guerra nell'Ungheria, teatro perpetuo e de' trionfi, e delle sconfitte de' Turchi. Sigismondo, re di questa contrada, essendo figlio e fratello degl'Imperatori d'Occidente, la causa di lui, quella della Chiesa e dell'Europa divenne. Alla prima voce del pericolo in cui si trovava, i più valorosi tra i Cavalieri franchi e alemanni si affrettarono a combattere santamente sotto le bandiere del Monarca chiamato a disfida. Ma Baiazetto nella giornata di Nicopoli, sconfisse un esercito di cenmila Cristiani, datisi orgogliosamente il vanto di poter -sostenere sulle punte delle loro lancie il cielo, se questo fosse venuto a cadere-. Perito il maggior numero d'essi sul campo, e molti annegatisi nel Danubio, Sigismondo dopo essersi rifuggito a Costantinopoli per la via del mar Nero, fu obbligato ad un lungo giro per ritornare nell'estenuato suo regno[381]. In mezzo all'orgoglio della vittoria, Baiazetto minacciò di assediar Buda, d'invadere l'Alemagna e l'Italia, di -dar la biada al suo cavallo- sull'altar maggiore di S. Pietro a Roma. Ma questi divisamenti impacciati vennero, non dalla miracolosa intercessione dell'Apostolo, non da una crociata delle potenze cristiane, ma da un lungo e violento assalto di gotta. Talvolta gl'inconvenienti del Mondo fisico hanno portato rimedio ai disordini del morale; e una stilla di umore acre che affligga una sola fibra di un solo uomo, può sospendere le sciagure e la rovina delle nazioni. [A. D. 1396-1398] Tal è l'aspetto generale delle guerra ungarese; ma ai disastri che vi soffersero i Francesi, siamo debitori di alcuni scritti che ne danno meglio a conoscere il carattere di Baiazetto, e le circostanze che gli fruttarono la vittoria[382]. Il Duca di Borgogna, sovrano della Fiandra, e zio di Carlo VI, non valse a frenare l'ardore intrepido del figlio Giovanni, Conte di Nevers, che partì accompagnato da quattro Principi, cugini di lui e del Monarca francese. Il Sere di Couci, uno de' migliori e più antichi Capitani della Cristianità, serviva di guida alla inesperienza di questi giovani[383]; ma l'esercito comandato da un Contestabile, da un Ammiraglio, e da un Maresciallo di Francia[384] non era composto che di mille Cavalieri e de' loro sergenti: lo splendore de' nomi era ai nobili guerrieri un'esca alla presunzione, alla disciplina un ostacolo. Ognun d'essi credendosi degno di comandare, nessuno volendo obbedire, i Francesi guardavano con eguale disprezzo i confederati e i nemici. Tenendosi certi che Baiazetto o perirebbe inevitabilmente in quella impresa, o si sarebbe dato alla fuga, già calcolavano quanto tempo abbisognerebbe loro per trasferirsi a Costantinopoli, e di lì a liberare il Santo Sepolcro. Quando le grida de' Turchi ne annunziarono l'avvicinare, i giovani francesi stavano a mensa, abbandonandosi alla gioia e alla inconsideratezza; e già riscaldati dal vino, addossarono precipitosamente le loro armadure, e montati sui lor cavalli, corsero all'antiguardo, reputandosi ingiuriati dai motivi che avea Sigismondo per non concedere ad essi l'onore del primo assalto. I Cristiani non perdevano la battaglia di Nicopoli, se i Francesi condiscendevano ai prudenti consigli degli Ungaresi; ma forse ottenevano una gloriosa vittoria, se gli Ungaresi imitavano il valor de' Francesi. Perchè questi avendo rapidamente disperse le truppe d'Asia che formavano il primo fronte dell'inimico, e rotti i palizzati posti per trattenere la cavalleria, misero in disordine, dopo un sanguinoso combattimento, gli stessi giannizzeri; ma vennero finalmente oppressi dal grande numero di squadroni che, sbucati dai boschi, assalirono d'ogni banda questo drappello d'intrepidi cavalieri. In tal giornata funesta ai Cristiani, i nemici medesimi di Baiazetto dovettero ammirare il segreto e la rapidità delle sue corse, l'ordine serbato nella battaglia, la dottrina delle militari fazioni: ma non gli viene risparmiata la taccia di avere inumanamente abusato della vittoria. Rispettando unicamente le vite del Conte di Nevers e di ventiquattro Principi, o Signori, il grado e l'opulenza de' quali attestati gli furono da' suoi interpreti, fece condursi dinanzi a mano a mano tutti gli altri prigionieri francesi, i quali, ricusando di abbiurare la propria religione, vennero per ordine del Sultano, e alla presenza di lui, decollati. A sì atroce vendetta lo spinse la perdita de' suoi valorosi giannizzeri; e se fosse vero che nel giorno precedente alla battaglia, i Francesi avessero trucidati i prigionieri fatti ai Turchi[385], i primi non avrebbero dovuto imputar che a sè stessi gli effetti di una giusta rappresaglia. Uno fra' cavalieri de' quali Baiazetto avea salvata la vita, ottenne la permissione di trasferirsi a Parigi, per raccontare colà questa lamentevole storia, e sollecitare il riscatto de' Principi prigionieri. In questo mezzo, l'esercito turco trasportavasi seco dovunque andava il Conte di Nevers e i Baroni francesi, additati a mano a mano come trofeo a tutti i Musulmani dell'Europa e dell'Asia; e giunti a Bursa, veniano custoditi in rigoroso carcere tutte le volte che il Sultano in questa Capitale facea residenza. Faceansi intanto giornaliere istanze a Baiazetto affinchè sul sangue di questi vendicasse il sangue de' martiri Musulmani. Ma il Sultano avea promessa loro la vita, e la parola di lui, o perdonasse, o condannasse, era inviolabile. Al ritorno del messaggiero, i donativi e l'intercessione de' Re di Francia e di Cipro, non lasciarono più dubbj nel vincitore sul grado e sulla dignità de' suoi prigionieri. Lusignano gl'inviò una saliera d'oro di squisito lavoro, e valutata diecimila ducati, e Carlo VI gli fe' pervenire per la strada dell'Ungheria una brigata di falconi norvegesi, sei bardamenti del panno scarlatto, che a quei giorni fabbricavasi a Reims, e diversi tappeti di Arras, ove le battaglie di Alessandro stavano delineate. Dopo alcuni indugi prodotti piuttosto dalla lontananza che da divisamento veruno, Baiazetto accettò dugentomila ducati pel riscatto del Conte di Nevers e de' Baroni che viveano tuttavia. Il maresciallo di Bucicault, rinomato guerriero, in questo picciolo numero d'eletti trovavasi; ma periti erano nella pugna l'ammiraglio di Francia, e nelle prigioni di Bursa il Contestabile e il Sere di Couci. Tale riscatto, di cui le male spese raddoppiarono la somma, cadde principalmente sul Duca di Borgogna, o piuttosto sopra i suoi sudditi fiamminghi, cui le leggi feudali metteano a contribuzione, e quando il primogenito del lor Sovrano veniva armato cavaliere, e quando facea mestieri liberarlo dalla cattività. Alcuni mercatanti genovesi si offersero mallevadori per un quintuplo di tale somma; d'onde quel secolo guerriero potè avvedersi che il commercio e il credito sono i vincoli della società a delle nazioni. Fra le condizioni del Trattato, vi aveva quella che i prigionieri francesi giurassero di non portare mai l'armi contra il lor vincitore; ma Baiazetto medesimo li sciolse da questo patto men generoso. «Io sprezzo, egli dicea all'erede della Borgogna, le tue armi, siccome i tuoi giuramenti. Sei giovine, e avrai forse l'ambizione di cancellare la macchia, o la sventura della tua prima impresa. Aduna le tue forze militari, fa noto il tuo divisamento, e sta certo che Baiazetto si allegrerà di scontrarsi teco una seconda volta sul campo della battaglia». Innanzi partire vennero ammessi alla Corte di Bursa, ove i Principi francesi poterono ammirare la magnificenza del Sultano, il cui treno di caccia e di falconeria andava composto di settemila cacciatori e di altrettanti falconieri[386]. Gli stessi Principi furono presenti, allorchè Baiazetto fece sventrare uno dei suoi ciamberlani, accusato da una donnicciuola di averle bevuto il latte delle sue capre. Gli stranieri rimasero attoniti di un tale atto di giustizia, ma era l'atto di giustizia di un Sultano, che sdegna esaminare il grado delle colpe e il valor delle prove. [A. D. 1355-1391] Dopo essersi liberato da un imperioso tutore, Giovanni Paleologo rimase per trentasei anni ozioso spettatore e, a quanto sembra, indifferente della rovina del proprio Impero[387]; dedito affatto all'amore, o piuttosto alla dissolutezza, sola passione forte che fosse in lui, lo schiavo de' Turchi dimenticava l'obbrobrio dell'Imperatore romano fra le braccia delle femmine di Costantinopoli. Andronico, figlio primogenito di Giovanni, nel tempo che soggiornò ad Andrinopoli, si strinse in lega di amistà e di delitti con Sauzes, figlio di Amurat, e insieme concertarono il divisamento di privar di trono e di vita i lor padri. Amurat, corso in Europa, scoperse ben presto e dissipò la congiura, e dopo avere fatto cavar gli occhi a Sauzes, minacciò il suo vassallo Giovanni di riguardarlo come complice del figlio, se nello stesso modo Andronico non gastigava. Obbedì Paleologo, e per una cautela da barbaro e da insensato, avvolse nel suo decreto l'innocente fanciullezza del principe Giovanni, figliuol del colpevole; ma l'imperiale comando fu eseguito sì mitemente, o con sì poca destrezza, che all'uno de' condannati rimase l'uso d'un occhio, l'altro non divenne che losco. Per tal modo privati della successione i due Principi, vennero rinchiusi nella torre di Anema; e l'Imperatore premiò la fedeltà del suo secondogenito Manuele col farlo partecipe della porpora imperiale; ma in termine a due anni le fazioni de' Latini e l'incostanza de' Greci diedero luogo ad una catastrofe, per cui i principi prigionieri saliron sul trono, e i due Imperatori presero il loro posto entro la torre. Non erano ancora scorsi due successivi anni, quando Paleologo e Manuele poterono fuggire col soccorso di un frate, accusato di poi di magia, e indicato a vicenda dalle due parti coi predicati di angelo e di demonio. Riparati a Scutari i due fuggiaschi, i lor partigiani presero l'armi, e i Greci delle due fazioni ostentavano l'ambiziosa nimistà di Cesare e di Pompeo, allorchè questi due campioni contendeano per l'Impero dell'Universo. Ma il Mondo romano allor tutto stavasi in un angolo della Tracia fra la Propontide e il mar Nero, il cui spazio, lungo cinquanta miglia e largo trenta all'incirca, avrebbe potuto paragonarsi ad uno dei piccoli principati della Germania e dell'Italia, se gli avanzi di Costantinopoli non avessero tuttavia mostrata la ricchezza e la popolazione della Capitale di un regno. Per rimettere la pace, fu d'uopo dividere ancora questo rimasuglio d'Impero. Giovanni Paleologo e Manuele conservarono per sè la Capitale; Andronico e il figlio posero la residenza a Rodosto e Selimbria, governando quasi tutto quel poco che fra i ricinti di Bisanzo non si contenea. Nel tranquillo sogno della sua monarchia, le passioni del vecchio Giovanni sopravviveano alla sua ragione e alle sue forze; onde privò il suo amatissimo figlio Manuele, suo collega e successore al trono, di una giovine ed avvenente principessa di Trebisonda, che si prese egli stesso per moglie. Intanto che il rifinito vegliardo sforzavasi in Bisanzo a consumare il suo matrimonio, il giovine Manuele seguìto da cento giovani greci delle più illustri famiglie, si trasferiva a militare sotto gli ordini della Porta Ottomana. Questi si distinsero nell'armi fra gli eserciti di Baiazetto; ma l'impresa di riedificare le fortificazioni di Costantinopoli irritò il Principe ottomano, che minacciò i suoi ostaggi di morte. Vennero tostamente demoliti i nuovi lavori, e faremmo troppo onore alla memoria di Giovanni Paleologo, che poco dopo morì, coll'attribuire la sua morte al dolore di quest'ultima umiliazione. [A. D. 1391-1425] Manuele con prontezza avvertito della morte del padre, fuggì di soppiatto e affrettatamente dal palagio di Bursa per trasferirsi a Costantinopoli e impossessarsi del trono. Baiazetto ostentando non curanza sulla perdita di questo prezioso ostaggio, proseguì le sue conquiste in Asia e in Europa, intanto che il nuovo Imperator di Bisanzo guerreggiava il nipote Giovanni di Selimbria, che difese per otto continui anni i suoi diritti legittimi di successione a quel poco avanzo d'Impero. Il vittorioso Sultano volea finalmente compir le sue imprese colla conquista di Costantinopoli; ma arrendendosi alle rimostranze del Visir, che temea fosse conseguenza di tale impresa una nuova e più formidabile Crociata di tutti i Principi della Cristianità (A. D. 1395-1402), scrisse all'Imperator greco una lettera ne' seguenti termini concepita. «Per la grazia di Dio, la nostra invincibile scimitarra ha ridotte sotto la nostra obbedienza, pressochè l'intera Asia, e una parte considerabile dell'Europa. Ne manca tuttavia la città di Costantinopoli; chè già tu sei ridotto a non possederne fuorchè i recinti; escine dunque, e consegnandola nelle nostre mani, spiegati sul compenso che brami, o trema per te e pel tuo popolo sciagurato, se ardisci imprudentemente darmi un rifiuto.» Ma le instruzioni segrete di cui vennero incaricati gli Ambasciadori che tal messaggio arrecavano, erano di mitigare il rigor dell'inchiesta, e di proporre un Trattato, che i Greci accettarono con sommessione e gratitudine; e in contraccambio di una tregua conceduta loro per dieci anni, promisero un tributo annuale di trentamila scudi d'oro, oltre al dolore di tollerar pubblicamente fra loro il culto di Maometto; laonde Baiazetto ebbe la gloria di mettere un Cadì e di fondare una moschea nella Metropoli della Chiesa d'Oriente[388]. Ciò nullameno l'irrequieto Sultano non rispettò lungo tempo la tregua, e prendendo le parti del Principe di Selimbria, Sovrano legittimo, assediò con un esercito Costantinopoli. In tale stremo, Manuele implorò la protezione del Re di Francia, inviandogli una lamentevole ambasceria che ottenne molta compassione e il soccorso di alcuni soldati spediti sotto il comando del Maresciallo di Bucicault[389], al pio valore del quale erano sprone la ricordanza della sopportata cattività, e la brama di vendicarsene sugl'Infedeli. Scortato da quattro navi da guerra veleggiò ad Acquamorta verso l'Ellesponto, e superando il passaggio che diciassette turche galee difendevano, introdusse in Costantinopoli seicento armigeri e mille seicento arcieri che ei passò in rassegna nel vicino spianato, senza degnarsi di contare, o mettere in ordine di battaglia, comunque molti fossero, i Greci. Bastò il suo arrivo a liberare Costantinopoli dal blocco che dal lato di terra e di mare la rinserrava; perchè gli squadroni di Baiazetto furono presti a ritirarsi ad una riguardosa distanza; che anzi diverse Fortezze dell'Asia e dell'Europa vennero prese d'assalto dal Maresciallo e dall'Imperator Manuele che con eguale intrepidezza combattettero l'uno a fianco dell'altro; ma non tardarono a ricomparire in maggior numero gli Ottomani, onde il prode Bucicault, dopo esservisi sostenuto per un anno, risolvette di abbandonare un paese che non potea più somministrare nè stipendio, nè viveri a' suoi soldati. Prima d'ogni altra cosa però offerse a Manuele di condurlo alla Corte di Francia, ove avrebbe potuto sollecitare in persona soccorso d'uomini e di danari, ma nel tempo stesso gli consigliava a togliere i pretesti alla guerra civile, cedendo il trono al nipote. Accettata questa proposta da Manuele, il Principe di Selimbria fu introdotto nella città, e la sciagura pubblica era giunta a tanto, che la sorte di Manuele esule parve da preferirsi a quella del giovine Imperatore tornato ne' suoi diritti. Anzichè far plauso ai buoni successi del suo vassallo, il Sultano de' Turchi chiese Bisanzo come sua proprietà, e avutone rifiuto dall'Imperatore Giovanni, fece soffrire alla Capitale i congiunti flagelli della guerra e della carestia. Contra un nemico di tal natura non giovando omai nè il pregar, nè il resistere, il selvaggio conquistatore sarebbesi divorata la sua preda, se in questo mezzo, non fosse stato balzato dal trono da un altro Selvaggio più forte di lui. La vittoria di Timur, o Tamerlano allontanò di un mezzo secolo circa la caduta di Costantinopoli, servigio importante, benchè fortuito, che dà alla vita e al carattere del Tartaro conquistatore il diritto di aver luogo nella presente Storia. , 1 , ; 2 ' 3 , , 4 ' , : « 5 , , » , 6 . 7 , ' , 8 . ' , 9 ; 10 , 11 : 12 13 , , , , , 14 . ' 15 , ' , 16 , ' , ; ' , 17 , 18 . 19 20 [ . . ] 21 22 . , , 23 ' ; - , , 24 ' , 25 ' . ' 26 , , , 27 - - , 28 [ ] , , 29 ' . 30 ' 31 , , 32 , 33 [ ] . ' 34 ' ' 35 . ' 36 . ' 37 ' ' ; 38 ' 39 , , ' - 40 - , . 41 , , 42 ' 43 - - , 44 . 45 ' , 46 ' . 47 ' , 48 ' ' , 49 , ' 50 , . ' ' 51 , . « 52 , , 53 . , 54 ' . 55 ? , 56 ' , 57 » . 58 , , ' 59 , 60 ' . 61 , ; 62 ' , ' , 63 , 64 , , 65 , 66 ' . , 67 ' 68 [ ] . 69 ' , , 70 . ' ' 71 , 72 ' ; , 73 , ' , 74 , ; 75 ( . . - ) , 76 ' 77 ' , ' 78 . , 79 . 80 ' ; ' , , 81 , , 82 , . 83 84 [ . . - ] 85 86 . 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