rivale in Tessalonica, residenza reale situata sulla frontiera, onde
ritorlo in tal guisa alle seduzioni di una città voluttuosa, e far
sicura colla sua lontananza la tranquillità della metropoli; ma per
questa lontananza medesima, perdè molta parte di potere sul figlio di
Andronico, che attorniato da cortigiani o inconsiderati, o maligni,
prese scuola di abborrire il tutore, di riguardarsi come confinato in
esilio, di tentar tutto per ricuperare i proprj diritti. Collegatosi di
soppiatto col despota della Servia, non andò guari che col contegno di
aperto nemico si palesò. Cantacuzeno, che stava sul trono d'Andronico il
Vecchio, difese la causa dell'età e della preminenza, quella causa
medesima, che essendo giovine, avea con tanto vigor combattuta. Le
sollecitazioni da lui fattesi all'Imperatrice madre, poterono sì, che
questa donna, promettendogli la sua mediazione, imprendesse un viaggio a
Tessalonica; ma ne tornò addietro senza alcun frutto; e per vero dire, a
meno che le avversità non avessero operato un gran cambiamento
nell'animo di Anna di Savoia, è lecito il dubitare del fervore, e anche
della sincerità con cui la sua commissione adempiè. Ben Cantacuzeno,
però tenendo sempre con mano ferma e vigorosa lo scettro, aveva
incaricato Anna di rimostrare al figlio suo che i dieci anni
dell'amministrazione del suocero stavano per finire, essere egli già
stanco de' vani onori del Mondo che avea posseduti assai lungo tempo,
non sospirare oggi mai che il riposo del chiostro e la corona del Cielo.
Ma se tali fossero state veramente le sue intenzioni, potea, rassegnando
allora lo scettro, restituire la pace all'Impero, e con un atto di
giustizia mettere in pace la propria coscienza. Così avrebbe lasciati al
solo Paleologo o la lode, o il biasimo del suo governo; e quai che stati
fossero i vizj del giovane, non si poteano mai temerne conseguenze tanto
funeste quanto i flagelli di una guerra civile, nella quale le due
fazioni si valsero nuovamente dei Barbari e degl'Infedeli che la
distruzione dell'una e dell'altra affrettarono.
[A. D. 1353]
Il soccorso de' Turchi che allora si stanziarono in Europa per non più
ripartirne, avendo fatto trionfante Cantacuzeno anche in questa terza
contesa, Paleologo sconfitto e per terra e per mare dovette cercarsi un
asilo presso i Latini dell'isola di Tenedo. L'ardire e la pertinacia del
giovine spinsero il vincitore ad un atto che di sua natura rendea
irreconciliabile la querela: quella cioè di vestir della porpora il
proprio figlio Mattia, collegandolo all'Impero e trasportando così la
successione del trono nella famiglia de' Cantacuzeni. Ma Costantinopoli
serbando tuttavia affezione al sangue de' suoi antichi padroni, questo
ultimo affronto affrettò il ritorno del legittimo erede. Un Nobile
genovese, dopo avere ottenuta da Paleologo la promessa di sposarne la
sorella, imprese di ritornarlo in trono, e due galee e duemila
cinquecento ausiliari gli bastarono a mantener la promessa. Sotto
pretesto di soccorrerle penurianti, queste galee vennero ricevute in
rada, e apertasi una porta di Costantinopoli, i soldati latini
sclamarono congiuntamente, «Vittoria e lunga vita all'imperatore
Giovanni Paleologo» al qual grido corrispose la sollevazione degli
abitanti. Rimanea tuttavia una copiosa mano di uomini fedeli a
Cantacuzeno, ma questo principe afferma nella sua Storia (chi poi glielo
crede?) che sicuro di ottener la vittoria, ne fece un sagrifizio agli
scrupoli delicati di sua coscienza, e obbedendo alle voci della
religione e della filosofia, scese dal trono per chiudersi con alacrità
nel solitario recinto di un monastero[299]. Rassegnata che ebbe la
corona, il successore gli lasciò godere in pace la fama di Santo cui
aspirò consagrando il rimanente de' suoi giorni, o allo studio, o alle
pratiche della pietà cenobitica. E a Costantinopoli, e nel monastero del
monte Atos, Fra Giosafatte, fu sempre rispettato come il padre temporale
e spirituale dell'Imperatore, nè uscì mai dal proprio ritiro, che col
carattere di ministro di pace, e per vincere l'ostinazione del suo
figlio ribelle, e per ottenergli perdono[300].
[A. D. 1341-1351]
Il nostro monaco nella sua solitudine del chiostro addestrò alle guerre
teologiche la mente, aguzzando contra i Maomettani e gli Ebrei, gli
strali della controversia[301] e difendendo la divina luce del monte
Tabor, quistione memorabile, e sublime parto della follia religiosa de'
Greci, che, in tutti gli stati della sua vita, avea tenuto l'animo di
Cantacuzeno. I Fachiri dell'India[302] e i monaci della Chiesa orientale
andavano parimente persuasi, che nell'astrazione assoluta dalle facoltà
del corpo e della immaginazione, il puro spirito potesse sollevarsi al
godimento o alla visione della divinità. Le espressioni dell'Abate che
governava i monasteri del monte Atos[303] nel secolo XI ne additeranno
in più sensibile guisa l'opinione e le pratiche di questi frati. «Quando
sarete soli, dice il Dottore asiatico, chiudete la porta, e sedetevi in
un angolo della vostra celletta; sollevate la vostra immaginazione al di
sopra di tutte le cose vane e transitorie; appoggiate la barba e il
mento sul vostro petto; volgete gli sguardi e i pensieri verso la metà
del ventre, ove è posto il vostro ombelico, e cercate la parte del
cuore, sede dell'anima. Tutto vi parrà sulle prime malinconico e cupo,
ma se continuerete giorno e notte in questo esercizio, proverete una
gioia ineffabile; perchè quando l'anima ha scoperto il posto del cuore,
trovasi avvolta in una luce mistica ed eterea». Questa luce, produzione
di una immagione inferma, di uno stomaco e d'un cervello vôto, veniva
adorata dai Quietisti come l'essenza pura e perfetta del medesimo Dio.
Sintanto che questo delirio rimase confinato ne' monasterj del monte
Atos, que' Solitarj semplici nella lor credenza, non pensarono ad
informarsi in qual modo l'essenza divina potesse farsi sostanza
-materiale-, o una sostanza -immateriale- rendersi sensibile agli occhi
del corpo. Ma sotto il regno d'Andronico il Giovane, si trasferì a
visitare questi conventi Barlamo, frate della Calabria[305], egualmente
istrutto nella Filosofia e nella Teologia, nelle lingue greca e latina,
e d'ingegno sì pieghevole, che sapea, giusta l'interesse del momento,
sostenere opinioni contraddittorie fra loro. Un imprudente Solitario
rivelò al viaggiatore i misteri dell'orazione mentale, o contemplativa,
occasione che Barlamo non si lasciò sfuggire per deridere i Quietisti, i
quali metteano l'anima nell'ombelico, e per accusare di eresia e di
bestemmia i monaci del monte Atos. Gli argomenti del Calabrese avendo
costretti i più assennati ad abbiurare le mal fondate opinioni de' lor
fratelli, o almeno a dissimularle, Gregorio Palamas mise in campo una
distinzione scolastica fra l'essenza e gli atti di Dio. L'essenza
divina, inaccessibile, giusta il dir di Gregorio, risiede in mezzo ad
una luce increata ed eterna, visione beatifica de' Santi, che si era
manifestata ai discepoli sul monte Tabor nella Trasfigurazione di Gesù
Cristo. Ma una tal distinzione non potè sottrarsi alla taccia di
Politeismo, e Barlamo con veemenza negò l'eternità della luce del monte
Tabor, accusando i Palamiti di riconoscere due sostanze eterne, ossia
due divinità, l'una visibile e l'altra invisibile. Dal monte Atos, ove
il furore de' monaci gli minacciava la vita, il frate calabrese si
rifuggì a Costantinopoli, e quivi con modi urbani e gradevoli si cattivò
affezione dal Gran Domestico e dall'Imperatore. La Corte e la città
presero parte a questa querela teologica, al cui progresso i disordini
della guerra civile non furono inciampo. Ma Barlamo avendo colla fuga e
coll'apostasia disonorata la propria dottrina, trionfarono i Palamiti; e
il Patriarca Giovanni d'Apri loro avversario venne rimosso per consenso
unanime delle due fazioni che dividean lo Stato. Cantacuzeno come
Imperatore e teologo, presedè al Sinodo della Chiesa greca,[306] che
pose articolo di fede la luce increata del monte Tabor; e veramente dopo
tant'altre assurdità ammesse, la ragione umana non dovette sdegnarsi
dell'aggiunta anche di questa. Cataste di carte e di pergamene vennero
imbrattate per registrarvi coteste dispute, e i settarj impenitenti che
ricusarono sottoscrivere il nuovo Simbolo, andarono privi degli onori
della sepoltura cristiana; ma fin dal principio del secolo successivo
cotal controversia andò in dimenticanza, nè trovo che il ferro o il
fuoco sieno stati posti in opera per estirpar l'eresia di frate
Barlamo[307].
[A. D. 1291-1347]
Ho riserbata alla fine di questo capitolo la guerra de' Genovesi, che
scosse il trono di Cantacuzeno, e la debolezza dell'Impero fe'
manifesta. I Genovesi che occupavano il sobborgo di Pera, o di Galata,
dopo la espulsione de' Latini da Costantinopoli, riceveano questo
onorevole feudo dalla bontà del Sovrano, il quale permettea loro
regolarsi colle proprie leggi, e obbedire a Magistrati di lor gente, con
che ai doveri di vassalli e di sudditi si sommettessero. Toltasi dai
Latini la denominazione espressiva d'uomini ligi[308], il Podestà o Capo
de' Genovesi, prima di prendere possesso del suo uffizio, prestava
giuramento di fedeltà all'Imperatore. La repubblica di Genova intanto
unitasi in salda lega coi Greci, si era obbligata, accadendo guerre
difensive, a somministrare cento galee, e una metà di esse armate e
istrutte di uomini a proprie spese, in soccorso del Governo confederato.
Michele Paleologo che durante il suo regno pose le sue principali cure a
ristorare la forza marinaresca de' Greci per non dover più dipendere da
estranei aiuti, con un vigoroso reggimento contenne i Genovesi di Galata
entro que' limiti che l'audacia prodotta dalla ricchezza, e lo spirito
repubblicano gli avrebbe spesse volte indotti ad oltrepassare. Un
marinaio di questa nazione avendo un dì millantato che i suoi
compatrioti non tarderebbero ad essere padroni della Capitale, uccise
indi un Greco che tale asserzione avea mosso a sdegno. Si arroge che un
legno da guerra genovese, passando dinanzi al palagio, ricusò il saluto,
e si fe' di poi leciti alcuni atti piratici sul mar Nero. E già i
Genovesi si preparavano in difesa de' colpevoli; ma cinti da truppe
imperiali per tutti i dintorni di Galata, aperta d'ogni banda, e
sull'istante di vedersi assaliti, la clemenza del Sovrano umilmente
implorarono. Lo stato indifeso di Galata, e per una parte tenea i
Genovesi meglio soggetti, e gli esponea per l'altra agli assalti de'
Veneziani, rivali del loro commercio, e che sotto il regno del vecchio
Andronico osarono insultare la maestà del trono di Costantinopoli.
Appena i Genovesi videro avvicinarsi la flotta di questi nemici, colle
loro famiglie e sostanze si ripararono nella città. Essendo stato
incenerito dalle truppe sbarcate il sobborgo, il Principe pusillanime,
spettatore dell'incendio, si limitò a farne tranquillamente le
rimostranze al Governo veneto, mandandogli un'ambasceria. Ma i Genovesi
traendo da questa passeggiera calamità un vantaggio durevole, ottennero
il concedimento di innalzar mura forti intorno a Galata, di cingerle di
fossa e introdurvi l'acqua del mare, di guarnire i baloardi di torri e
di macchine da difesa, concedimento di cui ben tosto abusarono. Gli
stretti limiti delle antiche abitazioni non bastando a contenere
l'aumentata loro colonia, nuovi terreni a mano a mano acquistarono,
sicchè i vicini poggi apparvero coperti di case villerecce, ed ancor di
castella che congiunsero all'antico soggiorno, munendole di
fortificazioni comuni con esso[309]. Gl'Imperatori greci, padroni dello
stretto canale che può dirsi porta del mar interno, riguardavano il
commercio e la navigazione del Ponto Eussino siccome una parte di lor
patrimonio; la qual prerogativa de' medesimi, sotto il regno di Michele
Paleologo, fu riconosciuta dal Sultano d'Egitto, che sollecitò ed
ottenne la permissione di spedire ogni anno un vascello nella Circassia
e nella picciola Tartaria per l'acquisto di schiavi, acquisto
perniciosissimo ai Cristiani, perchè questi schiavi veniano educati
all'uopo di rinforzare il formidabile esercito de' Mammalucchi[310]. La
colonia genovese di Pera datasi con vantaggio ad un commercio lucroso
sul mar Nero, somministrava ai Greci e grani e pesci, derrate quasi
egualmente indispensabili ad un popolo superstizioso. Sembra che la
natura faccia crescere da sè medesima le copiose messi dell'Ucrania;
chè, certo la coltivazione di quel territorio è trascurata oltre ogni
dire e selvaggia; e gli enormi storioni pescati verso la foce del Don e
Tanai, allorchè si conducono nelle acque grasse e profonde delle Paludi
Meotidi, offrono una sorgente inesausta al commercio del caviale e del
pesce salato[311]. Le acque dell'Osso, del mar Caspio, del Volga e del
Don aprivano un passaggio faticoso e pieno di rischi alle droghe e alle
gemme dell'India che condotte dalle carovane di Carizmia, trovavano dopo
un cammino di tre mesi i navigli italiani nei porti della Crimea[312].
Di tutti questi rami di commercio impadronitisi i Genovesi, costrinsero
i Veneziani e i Pisani ad abbandonarli. Colle città e colle Fortezze che
di soppiatto innalzavano dalle fondamenta delle modeste lor fattorie,
teneano in rispetto i nativi, e vani furono gli sforzi de' Tartari
nell'assediar Caffa[313], principale possedimento de' Genovesi nella
Crimea. I Greci sforniti affatto di navilio, dipendeano in tutto da
questi arditi mercatanti, che a seconda del loro capriccio o interesse,
or provvedevano, or affamavano Costantinopoli. Appropriatisi questi la
pesca e le dogane, poser mano fin sui regali diritti del Bosforo, d'onde
traevano una rendita di dugentomila piastre d'oro, lasciandone a fatica
all'Imperatore sol trentamila[314]. Fosse tempo di pace o di guerra,
Galata, ossia la colonia di Pera, come Stato independente si comportava,
a talchè spesse volte il Podestà genovese dimenticavasi della sua
repubblica, sventura che accadrà sempre alle madri patrie di colonie
lontane.
[A. D. 1348]
La tracotanza de' Genovesi animarono e la debolezza di Andronico il
Vecchio e le guerre civili che negli ultimi anni della sua vita lo
travagliarono, e la minorità del suo pronipote. L'ingegno di Cantacuzeno
alla rovina anzichè alla difesa dell'Impero fu adoperato; e dopo avere
compiuta vittoriosamente la guerra civile, videsi ridotto all'obbrobrio
di sottomettere ad un giudizio la quistione, se i Greci, o i Genovesi
dovessero regnare in Bisanzo. Per un rifiuto di alcune terre vicine, di
alcune eminenze, su di cui voleano innalzare nuove fortificazioni,
sdegnatisi i mercatanti di Pera, presero il destro della lontananza
dell'Imperatore, trattenuto a Demotica da una infermità, per affrontare
il debole governo della Imperatrice. Questi audaci repubblicani, dopo
assalito e mandato a fondo un naviglio di Costantinopoli che si era
fatto lecito di pescare all'ingresso del porto, dopo averne trucidate le
ciurme, anzichè sollecitare il perdono, osarono chiederne risarcimento;
e pretendendo che i Greci rinunziassero ad ogni specie di navigazione,
respinsero con truppe assoldate i primi moti dello sdegno di quella
nazione. Tutti i Genovesi della Colonia, senza distinzione di sesso o di
età, si diedero con incredibile diligenza ad occupare il terreno che
loro veniva ricusato, ad innalzare un saldo muro, a circondarlo di
profondissima fossa. Nel tempo stesso, assalirono ed arsero due galee di
Bisanzo, e tre altre, in cui stavansi i resti dell'imperiale marineria,
per evitare la medesima sorte, dovettero darsi alla fuga. Saccheggiate e
distrutte tutte le abitazioni che si trovavano fuori del porto, o lungo
la riva, il Reggente e l'Imperatrice non trovarono il tempo che per
pensare a difendere la Capitale. Il ritorno di Cantacuzeno sedò il
pubblico spavento; ma egli inclinava a pacifici temperamenti, intanto
che la fazione ad essi opposta, non voleva ascoltare partiti
ragionevoli; onde si vide costretto a cedere all'ardore de' suoi
sudditi, che valendosi dello stile della Scrittura, minacciavano i
Genovesi di metterli in polve, come vasi d'argilla, e intanto pagavano a
stento le tasse imposte per la costruzione delle navi e per l'altre
spese di guerra. Le due nazioni essendo padrone l'una della terra,
l'altra del mare, Costantinopoli e Pera soffrivano egualmente tutti
gl'incomodi di un assedio; i mercatanti coloniarj che aveano sperato
vedere in pochi giorni definita questa contesa, incominciavano a
lagnarsi delle loro perdite; la repubblica di Genova, straziata dalle
fazioni, tardava ad inviare soccorsi; e i più antiveggenti abbracciarono
l'opportunità di un vascello di Rodi per allontanare dal teatro della
guerra le sostanze loro e le loro famiglie. All'aprirsi di primavera, la
flotta di Bisanzo, composta di sette galee e d'alcuni piccioli navigli,
mossa dal porto, si condusse tutta in una linea verso la riva di Pera,
presentando incautamente il fianco alla prora degli avversarj. Non erano
in quelle ciurme che contadini e operai, ignoranti delle cose di mare, e
che nè manco aveano in compenso il coraggio naturale de' Barbari.
Spirava gagliardo il vento, grosso mostravasi il fiotto; per cui costoro
appena videro la squadra nemica, immobile tuttavia, si precipitarono in
mare, commettendosi ad un pericolo certo per evitarne un dubbioso. Nel
tempo medesimo un terror panico invase le truppe di terra che marciavano
ad assalire i trinceamenti di Pera, onde i Genovesi stupirono e
vergognarono quasi di una doppia vittoria che sì poco ad essi era
costata: le loro navi, coronate di fiori, provvidero di marinai le galee
abbandonate dai Greci, conducendole per più riprese in trionfo dinanzi
alle mura dell'imperiale palagio. Sola virtù di cui potesse in tale
istante pompeggiar Cantacuzeno era la rassegnazione, sol conforto la
speranza di vendicarsi. Ciò nulla meno lo sfinimento cui trovavansi
ridotte entrambe le parti, le obbligò ad un momentaneo accomodamento, e
l'Imperatore cercò palliare l'obbrobrio dell'Impero sotto alcune lievi
apparenze di dignità e di possanza. Convocati i Capi della Colonia,
mostrò non curare come degno di sprezzo l'argomento della contesa, e
fatti alcuni blandi rimproveri ai Genovesi, concedè loro generosamente
le terre che già aveano occupate, e che per formalità solamente volle, o
parve volere venissero consegnate dai suoi ufiziali[315].
[A. D. 1352]
Non andò guari che l'Imperatore venne sollecitato a rompere l'accordo e
a collegar le sue armi con quelle de' Veneziani, perpetui nemici de'
Genovesi e delle loro colonie. Mentre egli stava così titubando tra la
pace e la guerra, gli abitanti di Pera, ne riacceser lo sdegno col
lanciare da lor baloardi un masso, che nel mezzo di Costantinopoli venne
a cadere. Mossene doglianze dall'Imperatore, si scusarono senza
scompigliarsi col rinversarne la colpa sopra un dei loro ingegneri. Ma
alla domane ricominciarono questa prova, manifestandosi ben contenti di
avere imparato che Costantinopoli non era fuor di gittata per la loro
artiglieria. Allora Cantacuzeno sottoscrisse il Trattato propostogli dai
Veneziani; ma la potenza dell'Impero romano poco aggiunse, o levò nella
querela di queste due ricche e potenti repubbliche[316]. Dallo stretto
di Gibilterra sino alle foci del Tanai, le loro flotte si combattettero
per più riprese senza conseguenze decisive per nessuna delle due parti,
finchè venisse il momento della memoranda battaglia datasi nell'angusto
braccio di mare che bagna le mura di Costantinopoli. Non sarebbe sì
agevol cosa il conciliare insieme i racconti de' Greci, de' Veneziani e
de' Genovesi.[317] Tenendomi sulle tracce d'uno Storico imparziale[318],
desumerò da ciascuna di queste nazioni i fatti che i loro scrittori
narrano, o a svantaggio della lor parte, o ad onore della parte
avversaria. I Veneziani, fiancheggiati dai Catalani loro collegati,
aveano il vantaggio del numero, perchè la loro flotta, compresovi il
debole soccorso di otto galee di Bisanzo, andava composta di
settantacinque vele, mentre i Genovesi non ne contavano più di
sessantaquattro. Ma i vascelli da guerra di questi oltrapassavano, in
quel secolo, di forza e grandezza le navi di tutte le altre Potenze
marittime. Comandava la flotta de' primi il Pisani, quella de' secondi
il Doria, uomini, le famiglie e i nomi de' quali tengono onorevole sede
ne' fasti della lor patria; ma l'ingegno e la fama del Doria oscuravano
i meriti del suo rivale. Incominciò la pugna nel momento di una
tempesta, e durò tumultuosamente dall'aurora sino alla notte. I nemici
de' Genovesi dan lode al valore di questi; ma la condotta de' Veneziani
nè manco ottenne l'approvazione de' loro amici; entrambe le parti furono
unanimi negli encomj tributati alla maestria e al valore de' Catalani,
che coperti di ferite sostennero il maggior impeto della zuffa. Al
separarsi delle due flotte potea dubitarsi, qual fosse la vincitrice.
Benchè se i Genovesi perdettero tredici galee, prese o mandate a fondo,
per parte loro ne distrussero ventisei, due de' Greci, dieci de'
Catalani, e quattordici de' Veneziani. Il mal umore dei vincitori, diè a
divedere uomini avvezzi a contare sopra vittorie più luminose: ma il
Pisani venne a confessare la propria sconfitta col riparare ad un porto
affortificato, d'onde, col pretesto di obbedire agli ordini della sua
repubblica, veleggiò cogli avanzi di una flotta fuggitiva e posta in
disordine, all'isola di Candia, lasciando il mare libero ai suoi nemici.
Il Petrarca[319] in una lettera pubblicamente indiritta al Doge e al
Senato, adopera la sua eloquenza a riconciliare le due Potenze
marittime, da lui chiamate fiaccole dell'Italia. Celebra il valore e la
vittoria de' Genovesi, ch'ei riguarda siccome i più abili marinai
dell'Universo, deplorando la sventura de' Veneziani lor confratelli, li
stimola ad inseguire col ferro e col fuoco i vili e perfidi Greci, e far
monda la capitale dell'Oriente dall'eresia di cui la aveano infestata.
Lasciati in abbandono dai loro confederati, aveano anche perduta ogni
speranza di poter resistere i Greci, onde tre mesi dopo questa battaglia
navale, l'Imperatore Cantacuzeno sollecitò, e pervenne a sottoscrivere
un Trattato coi Genovesi, i cui patti erano un perpetuo bando de'
Catalani e de' Veneziani, e il concedimento ai primi di tutti i diritti
del commercio e poco meno che della sovranità. L'Impero romano (chi può
non sorridere nel chiamarlo ancora con questo nome?) sarebbe divenuto
ben presto una pertenenza di Genova, se alla ambizione di questa
repubblica non avessero tarpate l'ali la perdita della libertà e la
distruzione della sua flotta. Una lunga contesa di cento trent'anni, fu
conchiusa dal trionfo della Repubblica di Venezia: e le fazioni
intestine che dilaceravano i Genovesi, li costrinsero a cercar la pace
domestica sotto il dominio di un padrone straniero, fosse il Duca di
Milano, o il Re di Francia. Nondimeno, sbandita l'idea delle conquiste,
i Genovesi serbarono l'antico genio al commercio: la colonia di Pera
continuò a signoreggiare la Capitale e la navigazione del mar Nero, fino
all'istante che la conquista de' Turchi nel disastro di Bisanzo
l'avvolse.
NOTE:
[263] Andronico che ha pronunziate tante invettive contro la parzialità
degli Storici (Niceforo Gregoras, l. 1, c. 1), preparò egli medesimo le
nostre scuse se or ci prendiamo qualche libertà nel parlare di lui: gli
è però vero che le censure del greco Principe andavano a ferire la
calunnia, anzichè l'adulazione.
[264] -Il timore dell'inferno, vale a dire di un luogo di castigo per le
colpe, deve essere in ognuno, ed era anche in Andronico.- (Nota di N.
N.)
[265] Circa l'anatema trovato nel nido de' colombi -V.- Pachimero (l.
IX, cap. 24). Questo scrittore racconta tutta la storia di Atanasio (l.
VIII, c. 13-16-20-24; l. X, c. 27-29-31-36; l. XI, c. 1-3-5, 6; l. XIII;
c. 8-10-20-35), e ove Pachimero finisce, continua Niceforo Gregoras (l.
VI, 5-7; l. VII, c. 1-9), che comprende nel suo racconto la seconda
ritirata di questo nuovo Grisostomo.
[266] Pachimero in sette libri di trecento settantasette pagine -in
folio-, narra la Storia de' trentasei primi anni del regno di Andronico
il Vecchio, e ne dà cognizione delle date col non omettere le novellette
o le menzogne correnti alla giornata (A. D. 1308). La morte o le
afflizioni gli impedirono di continuare.
[267] Dopo un intervallo di due anni, contati dall'istante ove l'opera
di Pachimero finisce, Cantacuzeno prende la penna, e il suo primo libro
(c. 6-59, p. 9-150) contiene il racconto delle guerre civili, e degli
otto ultimi anni del regno di Andronico il Vecchio. Il presidente
Cousin, che ha tradotta questa Storia è pur l'autore della leggiadra
comparazione tra Cantacuzeno, Mosè e Cesare.
[268] Niceforo Gregoras racconta in compendio il regno e tutta la vita
di Andronico il Vecchio (l. VI, cap. 1; l. X, c. 1, p. 96-291). Di tal
parte di Storia si duol Cantacuzeno, il quale vi trova una falsa e
maligna interpretazione della propria condotta.
[269] Fu coronato nel giorno 21 maggio 1295; morì ai 12 ottobre 1320
(Ducange, -Fam. byzant.- p. 239). Il fratello di lui Teodoro, erede, per
un secondo maritaggio, del marchesato di Monferrato, abbracciò la
religione e i costumi de' Latini (ότι και γνωμη και πιστει και σχηματι,
και γενειων κουρα και πασιν αθεσιν Λατινος ην ακραιφνης, -era Latino
puro, e nelle massime, e nella fede, e nell'abito, e nell'uso di
sbarbarsi le guancie-, Niceforo Gregoras, l. IX, c. 1), e fondò una
dinastia di Principi italiani che si estinse nel 1353 (Ducange, -Fam.
byzant.-, p. 249-253).
[270] Noi sappiamo da Niceforo Gregoras (lib. VIII, c. 1) questo tragico
avvenimento. Cantacuzeno nasconde con molto riguardo i vizj del giovine
Andronico, de' quali fu testimonio, e probabilmente anche complice (l.
I, c. 1 ec.).
[271] Andronico voleva eleggersi in successore Michele Cattaro, figlio
non legittimo di Costantino suo secondogenito. Niceforo Gregoras (l.
VIII, c. 3) e Cantacuzeno (l. I, c. 1 e 2) narrano entrambi il
divisamento di escludere dal trono il giovane Andronico.
[272] -V.- Niceforo Gregoras (l. VIII, cap. 6). Andronico il Giovane si
lamentava perchè gli era dovuta, da quattro anni e quattro mesi, una
somma di trecencinquantamila bisantini d'oro per le spese della sua casa
(Cantacuzeno, l. I, c. 48). Nondimeno sarebbe stato pronto a rimettere
questo debito, semprechè gli fosse stato permesso di mettere a
contribuzione gli appaltatori delle pubbliche rendite.
[273] Mi sono attenuto alla Cronologia di Niceforo perchè esattissima. È
cosa provata che Cantacuzeno ha commessi sbagli nelle date, fin delle
cose operate da lui, ovvero che il suo testo è stato alterato
dall'ignoranza de' copisti.
[274] Ho cercato di conciliare le ventiquattromila piastre di
Cantacuzeno (l. II, c. 1) colle diecimila di Niceforo Gregoras (l. IX,
c. 2). Il primo voleva nascondere, l'altro procurava di esagerare le
calamità del vecchio Imperatore.
[275] -V.- Niceforo Gregoras (lib. IX, 6, 7; 8-10-14; l. X, c. 1).
Questo Storico partecipò alla prosperità del suo benefattore, lo seguì
nel ritiro. «Un uomo che segue il suo padrone fino al talamo ferale, o
nel monastero, non dovrebbe essere con leggerezza qualificato, siccome
uom mercenario, e prostitutore d'elogi».
[276] Cantacuzeno (l. II, c. 1-40, p. 191-339) e Niceforo Gregoras (l.
IX, c. 7; l. XI, c. 11, pag. 262-371) hanno scritta la Storia del regno
d'Andronico il Giovane incominciando dalla rinunzia dell'avo.
[277] Agnese, o Irene era figlia del Duca Enrico il Maraviglioso, Capo
della Casa di Brunswick, e quanto discendente del famoso Enrico il
Lione, duca di Sassonia e di Baviera, e vincitore degli Slavi della
costa del Baltico. Erale fratello quell'Enrico che due viaggi in Oriente
fecero soprannomare il Greco; ma questi due viaggi essendo accaduti dopo
il matrimonio della sorella, io non so, nè come Andronico pensasse a
cercarsi una moglie in questo angolo dell'Alemagna, nè quai ragioni ei
s'abbia avute per formare un tal parentado (Rimius, -Mémoires de la
maison de Brunswick-, p. 126-137).
[278] Enrico il Maraviglioso fu ceppo del ramo di Grubenhagen, estinto
nell'anno 1596 (Rimius, p. 287). Egli abitava il castello di
Wolfenbuttel, possessore solamente di un sesto degli allodj di Brunswick
e di Luneburgo che la famiglia de' Guelfi avea salvati dalla
confiscazione de' grandi feudi. Gli spessi parteggiamenti tra fratelli
aveano pressochè annichilate le Case de' Principi di Alemagna, quando
finalmente i diritti di primogenitura vennero a gradi a gradi a toglier
di mezzo la legge delle divisioni, giusta, ma perniciosa. Il principato
di Grubenhagen, uno degli ultimi avanzi della foresta Ercinia, è un
paese sterile, pieno di boschi e di montagne (-Geografia di Busching-,
vol. 6).
[279] Il regale Autore delle Memorie di Brandeburgo ne fa conoscere,
quanto il Nort dell'Alemagna, anche ne' tempi più moderni, meritasse
l'epiteto di povero e di barbaro (-Saggio sui costumi- ec.). Nell'anno
1306 alcune bande di schiatta veneda che abitavano la foresta di
Luneburgo avevano la costumanza di seppellir vivi i vecchi e gli infermi
(Rimius, pag. 137).
[280] Sol con qualche restrizione, anche riferendosi al suo secolo, può
ammettersi l'asserzione di Tacito che vuole l'Alemagna affatto priva di
preziosi metalli (-Germania-, c. 5; -Annal.- 11, 20). Seconda lo Spener
(-Hist. Germaniae pragmatica-, t. I, p. 351), -Argentifodinae in
Hercyniis montibus imperante Othone magno- (A. D. 968) -primum apertae-,
-largam etiam opes augendi dederunt copiam-. Ma Rimio (p. 258, 259)
porta solamente all'anno 1016 la scoperta delle mine d'argento di
Grubenhagen o dello Hartz Superiore, che vennero scavate nel secolo XIV,
e che rendono tuttavia considerabili somme alla Casa di Brunswick.
[281] Cantacuzeno le rendè una onorevolissima testimonianza ην δ’εκ
Τερμανων αυτη θυγατηρ δουκος ντι μπρουζουικ, -era di Germania questa
moglie del Duca di Brunzuic-. (I Greci moderni si valgono del ντ invece
del δ e del μπ invece del β, e il tutto farà in italiano -di Brunzuic-),
του παρ’ αντοις επιφανεστατου, και λαμπροτητι παντας τους όμοφυλους
ύπερβαλλοντος του γενους, -gloriosissimo fra loro-, -e che per merito
superava tutti i suoi nazionali-. Encomio giusto e lusinghiero per un
Inglese.
[282] Anna o Giovanna, era una delle quattro figlie del grande Amedeo,
venutagli da un secondo maritaggio, e zia paterna del principe che gli
succedè, Odoardo Conte di Savoja (-Tavole di Anderson-, p. 650. -V.-
Cantacuzeno, l. 1, c. 40-42).
[283] Questo Re, sempre che il fatto sia vero, debbe essere stato Carlo
il Bello, che nello spazio di cinque anni prese tre mogli (1321-1326;
Anderson pag. 628). Anna di Savoia fu ricevuta in Costantinopoli nel
mese di febbraio dell'anno 1326.
[284] La nobile stirpe dei Cantacuzeni, illustre fin dopo l'undecimo
secolo negli annali di Bisanzo, traeva origine dai Paladini di Francia,
gli eroi di que' romanzi che vennero tradotti e letti dai Greci nel
secolo decimoterzo (Ducange, -Fam. byzant.- p. 258).
[285] -V.- Cantacuzeno, l. III, c. 24-30-36.
[286] Saserno nelle Gallie, e Columella nell'Italia, o nella Spagna
calcolano due paia di buoi, due conduttori, e sei giornalieri per ogni
dugento iugeri (125 acri inglesi) di terra da lavoro, e aggiungono tre
uomini di più, se il terreno è coperto di macchie (Columella, -De re
rustica-, l. II, cap. 13, p. 441, ediz. di Gessner).
[287] Nel tradurre questa specifica, il presidente Cousin ha commessi
tre errori palpabili ed essenziali. 1. Omesso mille paia di buoi da
lavoro, 2. traduce πεντακοσι αι προς δισχιλιαις, -cinquantaduemila-,
mille e cinquecento. 3. Confonde miriadi con chiliadi, in guisa che i
porci di Cantacuzeno non sarebbero stati più di cinquemila. Fidatevi
alle traduzioni!
[288] -V.- la Reggenza e il regno di Giovanni Cantacuzeno, e la guerra
civile cui diede origine, nella Storia scritta da lui medesimo (l. III,
c. 1-100, p. 348-700), e parimente nella Storia di Niceforo Gregoras
(lib. XII, c. 1, l. XV, c. 9, p. 353-482).
[289] Calzò scarpe, ossia coturni rossi, coprì il capo di una mitra
d'oro e di seta, sottoscrisse le sue lettere con inchiostro verde,
chiese per la nuova Roma tutti i privilegi che Costantino avea conceduti
all'antica (Cantacuzeno, lib. III, c. 36, Nicef. Greg. l. XIV, c. 3).
[290] Niceforo Gregoras (l. XII, c. 5) attesta l'innocenza e le virtù di
Cantacuzeno, gli obbrobriosi vizj e il delitto di Apocauco; nè dissimula
i motivi d'inimicizia personale e religiosa verso del primo: νον δε δια
κακιαν αλλων, αιτιος ό πραοτατος της των αλων οδοξον ειναι ωθορας, -ora
per la malvagità degli altri quest'uomo mansuetissimo parve colpevole
della strage di tutti-.
[291] I principi della Servia, Ducange, -Fam. Dalmat.- etc., c. 2, 3,
4-9, venivano nomati -despoti- in lingua greca, -Cral- nell'idioma
serviano nativo (Ducange -gloss. graec.-, p. 751). Questo titolo,
equivalente a quello di Re, trae a quanto sembra l'origine dalla
Schiavonia; d'onde passò fra gli Ungaresi, fra i Greci, ed anche fra i
Turchi, che serbano il nome di -Padisà- all'Imperatore (Leunclavius,
-Pandect. turc.- p. 422). Ottenere il titolo di -Cral- invece di quello
di -Padisà-, è l'ambizione de' Francesi a Costantinopoli (-Avvertimento
intorno alla Storia di Timur-Bec-, p. 39).
[292] Niceforo Gregoras, l. XII, c. 14. È cosa sorprendente che
Cantacuzeno non abbia inserito ne' suoi scritti questa giusta ed
ingegnosa comparazione.
[293] Intorno alla morte di Apocauco, -V.- Cantacuzeno (l. III, c. 86) e
Niceforo Gregoras (l. XIV, c. 10).
[294] Cantacuzeno dà tutte le colpe al Patriarca, risparmiando
l'Imperatrice madre del suo Sovrano (l. III, 33, 34), contro della quale
Niceforo mostra una singolare avversione (l. XIV; 10, 11; XV, 5); però
questi due autori alludono a tempi diversi.
[295] Niceforo Gregoras svela il tradimento e il nome del traditore (l.
XV, c. 8); ma Cantacuzeno (l. III, c. 99) ha la circospezione di tacere
il nome di un uomo che egli aveva onorato dell'incarico di suo complice.
[296] Niceforo Gregoras (l. XV, 11) dice che vi erano però rimaste
alcune perle fine, ma radamente sparse; quanto al rimanente delle gemme
παντοδαπην χρσιαν προς το διαυγες, -un vario colore di trasparenza-.
[297] Cantacuzeno continua la Storia di sè e dell'Impero, incominciando
dal suo ritorno a Costantinopoli fino all'anno successivo alla rinunzia
di Mattia, figlio dello stesso Cantacuzeno (A. D. 1357, l. IV, c. 1-50,
p. 705-911). Niceforo Gregoras termina la sua Storia al Sinodo di
Costantinopoli nell'anno 1351 (l. XXII, c. 3, p. 660), perchè il
rimanente sino alla fine del libro vigesimoquarto, p. 617, non tratta
che di controversie. Gli ultimi quattordici libri di Niceforo si trovano
tuttavia in manoscritto, nella Biblioteca nazionale di Francia a Parigi.
[298] L'imperatore Cantacuzeno (lib. IV, c. 1) parla delle proprie
virtù, e Niceforo Gregoras delle lagnanze di que' partigiani che le
virtù del lor Capo riducevano alla miseria. Ho attribuito a questi
infelici le espressioni, che dopo la restaurazione si adoperavano dai
nostri poveri cavalieri, o partigiani di Carlo.
[299] Può rimediarsi alla manifesta confusione con cui Cantacuzeno nella
sua ridicola Apologia racconta la propria disgrazia (l. IV, c. 39-42),
col leggere la relazione men compiuta, ma più sincera di Mattia Villani
(lib. IV, cap. 46 -in Script. rer. ital.-, tom. XIV, pag. 268) e quella
di Duca (c. 10, 11).
[300] Cantacuzeno ricevè nell'anno 1375 una lettera del Papa (Fleury,
-Hist. eccles.- t. XX, p. 250), e varie autorità rispettabili mettono la
sua morte ai 20 novembre 1419 (Duc., -Fam. byzant.- pag. 260). Ma se fu
coetaneo di Andronico il Giovane, statogli compagno nella giovinezza e
ne' diporti, converrebbe attribuirgli una vita di cento sedici anni,
longevità, che trattandosi di un personaggio tanto famoso, non avrebbe
sfuggito alle osservazioni generali, se fosse stata vera.
[301] I quattro discorsi di Cantacuzeno vennero pubblicati colle stampe
a Basilea nel 1543 (Fabricius, -Bibl. graec.- t. VI, p. 473). Li compose
a quiete di un proselito che i suoi amici tribolavano coll'importunità
di continue lettere. Egli avea letto il Corano; ma mi accorgo, leggendo
il Maracci, che egli ammettea tutte le favole spacciate contra Maometto
e l'Islamismo.
[302] -V. i viaggi di Bernier t. I, p. 127.-
[303] -V.- Mosheim (-Istit. eccles.-, p. 522, 523), e Fleury, (-Ist.
eccl.- t. XX, p. 22-24-107-114 ec.). Il primo esamina filosoficamente le
cause, il secondo trascrive e traduce[304] dominato dai pregiudizj di un
prete cattolico.
[304] -Gli articoli di credenza non possono essere dichiarati che da un
Concilio generale, e questo fu particolare. Del resto è molto tempo che
la ricerca intorno alla luce del monte Tabor non occupa neppur i
teologi, fatti più ragionevoli: era un soggetto da Greci del secolo
decimoquarto, in cui menti oziose, e ad entusiasmo composte, prendendo
le forme de' lor sillogismi per principj sodi, e per argomenti sicuri,
studiavansi, facendo distinzioni arbitrarie e ricerche vane affatto, a
farsi più ignoranti di prima, con una ridicola apparente vernice di
dottrina, o ad incamminarsi verso la pazzia.- (Nota di N. N.)
[305] Il Basnage (Canizii, -antiq. lect.- t. IV, pag. 363-368) ha
esaminato la storia e il carattere di Barlamo. La contraddizione delle
opinioni in più circostanze osservata ha dato motivi a dubbj
sull'identità della persona. -V.- anche Fabrizio, -Bibl. graec.-, t. X,
p. 427-432.
[306] -Era meglio dire che Fleury riguardava queste cose nel modo
teologico e ascetico, e non nel filosofico e fisico. Del resto i
Quietisti, Setta cristiana, il cui Capo fu il prete spagnuolo Molinos,
furono condannati. Bisogna poi considerare che certe contemplazioni
fatte da menti ad entusiasmo composte, danno alle menti stesse illusioni
bene spesso vivissime; fanno traviare la ragione, perchè infiammano
l'immaginazione, portandola a idee vane, ma ardenti, e ne vengono spesso
anche visioni.- (Nota di N. N.)
[307] -V.- Cantacuzeno (l. II, c. 39, 40, l. IV, c. 3-23, 24, 25) e
Niceforo Gregoras (lib. XI, c. 10, l. XV, 3-7), gli ultimi libri del
quale, dal diciannovesimo al ventiquattresimo, non riguardano che questo
argomento sì rilevante. Boivin (-Vit.- Nicef. Greg.), seguendo i libri
che sono stati pubblicati, e Fabrizio (-Biblioth. graec.- t. X, pag.
462-473), o piuttosto il Montfaucon, giovandosi de' manoscritti della
Biblioteca di Coislin, hanno aggiunti alcuni fatti e documenti.
[308] Pachimero (l. V, cap. 10) traduce ottimamente γιξιους (-ligios-)
per ιδιους -proprj o dependenti-. Il Ducange spiega diffusamente l'uso
di queste parole in greco e in latino sotto il regno feudale (-Graec.-,
p. 811-812; -Latin.-, t. IV, p. 109-111).
[309] Il Ducange descrive la fondazione e i progressi della colonia
genovese a Pera o Galata (-C. P. Cristiana-, lib. I, pag. 68, 69),
seguendo gli Storici di Bisanzo, Pachimero (l. II, c. 35, l. V, 10-30,
l. IX, 15, l. XII, 6-9), Niceforo Gregoras (l. V, c. 4, l. VI, c. 11; l.
IX, c. 5; l. XI, cap. 1; l. XV, c. 1-6) e Cantacuzeno (l. I, c. 12; l.
II, c. 29 ec.).
[310] Pachimero (lib. III, c. 3, 4, 5) e Niceforo Gregoras sentono e
deplorano entrambi gli effetti d'una sì perniziosa condiscendenza.
Bibaras, Sultano d'Egitto, e Tartaro di nazione, ma zelante Musulmano,
ottenne dai figli di Zingis la permissione di fabbricare una moschea
nella capitele della Crimea (De Guignes, -Ist. degli Unni- t. III, p.
343).
[311] Chardin a Caffa (-Viaggi in Persia-, t. I, p. 48) fu assicurato
che questi pesci, lunghi talvolta sin ventisei piedi, pesavano ottocento
e novecento libbre, e produceano tre o quattro quintali di caviale o
d'uova. Ai tempi di Demostene, il Bosforo mantenea di grani la città di
Atene.
[312] -V.- De Guignes (-Storia degli Unni-, t. III, p. 343, 344; -Viaggi
di Ramusio-, t. I, fog. 400). Ma questa condotta per terra, o per mare
non potè eseguirsi che quando le bande de' Tartari furono unite sotto il
governo di un Principe saggio e potente.
[313] Niceforo Gregoras (l. XIII, cap. 12) mostra discernimento e
cognizioni ad un tempo nel descrivere il commercio e le colonie del mar
Nero. Chardin descrive le rovine di Caffa, ove in quaranta giorni vide
più de quattrocento vele impiegate al commercio di pesce e di grano.
(-Viaggio di Persia-, t. I, p. 46-48).
[314] -V.- Niceforo Gregoras, t. XVII, c. 1.
[315] Cantacuzeno, l. IV, c. 11, racconta gli avvenimenti di questa
guerra; oscura però e confusa è la sua narrazione; chiara e fedele
quella di Niceforo Gregoras (l. XVII, c. 1, 7); ma il prete non dovea,
come il Principe, render conto de' suoi abbagli e della perdita di una
flotta.
[316] Cantacuzeno non mostra maggior chiarezza nel racconto della
seconda guerra (l. IV, c. 18, pag. 24, 25-28-32), e traveste i fatti che
non osa negare. Mi auguro quella parte di Niceforo Gregoras che rimane
tuttavia manoscritta a Parigi.
[317] Il Muratori (-Annali d'Italia-, t. XII, p. 144) ne rimette alle
antiche Cronache di Venezia (Caresino, continuatore di Andrea Dandolo,
t. XII, p. 421, 422), e di Genova (Giorgio Stella, -Annales Genuenses-,
t. XVII, pag. 1091, 1092). Ho consultate accuratamente l'una e l'altra
di queste cronache nella grande Raccolta degli storici dell'Italia dello
stesso Muratori.
[318] -V.- la Cronaca di Matteo Villani di Firenze (lib. II, c. 59, 60,
p. 145-147; c. 74-75, p. 156, 157, nella Raccolta del Muratori t. XIV).
[319] L'abate di Sade (-Mémoires sur la vie de Petrarque-, t. III, p.
257-263) ha tradotta questa lettera che egli avea copiata in un
manoscritto della Biblioteca del Re di Francia. Benchè affezionato al
Duca di Milano, il Petrarca non nasconde nè la sua maraviglia, nè la sua
afflizione sulla sconfitta successiva de' Genovesi, e sullo stato
lagrimevole in cui si trovarono nel seguente anno (p. 223-332).
CAPITOLO LXIV.
-Conquiste di Gengis-kan e de' Mongulli dalla Cina sino alla
Polonia. Pericolo in cui si trovano i Greci a Costantinopoli.
Origine de' Turchi Ottomani in Bitinia. Regni e vittorie, di
Otmano, Orcano, Amurat I, e Baiazetto I. Fondazione e progressi
della monarchia de' Turchi, in Asia e in Europa. Situazione
critica di Costantinopoli e del greco Impero.-
Dai minuti litigi di una Capitale co' suoi sobborghi, dalle fazioni e
dalla viltà de' tralignati Greci, passo a narrare le vittorie luminose
de' Turchi, di quel popolo, la cui schiavitù civile nobilitavano
disciplina militare, religioso entusiasmo e forza d'indole nazionale.
L'origine e i progressi degli Ottomani, oggidì padroni di
Costantinopoli, sono un argomento collegato colle più rilevanti scene
della storia moderna; ma a ben comprenderlo fa mestieri innanzi tutto il
conoscere la grande invasione e le rapide conquiste de' Mongulli e de'
Tartari; genere di avvenimenti che può stare a petto di quelle prime
convulsioni della natura che scossero e cambiarono la superficie del
Globo; e poichè mi son fatto lecito di dar luogo in questa mia opera a
tutte quelle particolarità, che, comunque ad altre nazioni spettassero,
o più o meno immediatamente contribuirono alla caduta dell'Impero
romano, io non poteva risolvermi a passar sotto silenzio que' fatti che
per la non volgare loro grandezza, chiamano l'attenzione del filosofo
anche sulla storia delle distruzioni e delle stragi[320].
[A. D. 1206-1227]
Tutte queste migrazioni, uscivano a mano a mano dalle vaste montagne
situate fra la Cina, la Siberia e il mar Caspio. Que' paesi ove
anticamente dimorarono gli Unni ed i Turchi, erano abitati nel duodecimo
secolo da quelle -orde- o tribù di pastori, che discendendo dalla
medesima origine, serbavano gli stessi costumi de' loro proavi; e le
riunì e le condusse a vittoria il formidabile Gengis-kan. Questo
Barbaro, conosciuto da prima col nome di Temugino, innalzatosi sulla
rovina de' suoi eguali all'apice della grandezza, derivava da nobil
prosapia: ma sol nell'ebbrezza de' trionfi, o egli, o i suoi popoli
immaginarono di attribuire l'origine della sua famiglia ad una vergine
immacolata, della quale ei sarebbe stato, di padre in figlio, il settimo
discendente. Il padre di questo conquistatore avea regnato sopra tredici
-orde- che formavano in circa trenta, o quarantamila famiglie: due terzi
e più delle quali, ricusarono prestare obbedienza e tributo a Temugino,
ancora fanciullo. Compiva questi il tredicesimo anno, quando si vide
costretto a battaglia co' suoi sudditi ribelli, ed essendone stati
infelici gli eventi, il futuro conquistatore dell'Asia dovette cedere
alla necessità e darsi alla fuga. Ma mostratosi indi maggiore della
fortuna, Temugino, giunto all'età di quarant'anni, facea rispettare il
suo nome e la sua possanza a tutte le confinanti tribù. Nello stato
nascente delle società, ove grossolana è la politica, generale il
valore, uom non può fondare la sua prevalenza che sul potere e sulla
volontà di gastigare i nemici, di premiare i partigiani. Allorchè
Temugino la sua prima lega militare conchiuse, le cerimonie di questa si
ridussero al sagrificio di un cavallo, e all'atto di attingere in
comunione all'acqua di un ruscello. In quel momento il Capo promise ai
compagni di star con essi a parte delle sciagure, come de' favori della
fortuna, lor distribuendo in prova di ciò le sue suppellettili e i suoi
cavalli, nè altra ricchezza serbandosi che la gratitudine e le speranze
de' collegati. Dopo la prima vittoria ch'ei riportò, vennero per ordine
del medesimo collocate sopra una fornace settanta caldaie, ed immersi
nell'acqua bollente settanta ribelli riconosciuti per maggiormente
colpevoli. Continuando di sì fatto tenore, la sua preponderanza aumentò
sterminando chi resisteva, ricevendo gli omaggi di chi avea la prudenza
di sottomettersi. Anco i più ardimentosi tremarono contemplando
incastrato in argento il cranio del Kan de' Keraiti[321], che sotto nome
di Pretejanni, avea mantenuta una corrispondenza col Pontefice e co'
Principi dell'Europa. Però l'ambizioso Temugino il potere della
superstizione non pose in non cale; laonde da un profeta di quelle
selvagge orde, che sopra un cavallo bianco saliva in cielo, ricevè il
titolo di Gengis[322] -(il più grande)-, e il diritto venutogli da Dio
di conquistare e governar l'Universo. In una -curultai-, o Dieta
generale, si assise sopra uno strato di feltro che venne per lungo tempo
venerato siccome reliquia; e da quel posto, solennemente acclamato gran
Kan o Imperatore de' Mongulli[323] e de' Tartari[324]. Di questi nomi
divenuti rivali, benchè da una stessa origine derivanti, il primo si è
perpetuato nell'imperiale dinastia, il secondo, o per errore, o a caso,
è divenuto comune a tutti gli abitanti dei deserti del Settentrione. Il
codice di leggi dettato da Gengis ai suoi sudditi, proteggea la pace
domestica, e incoraggiava la guerra cogli stranieri. L'adulterio,
l'assassinio, lo spergiuro, il furto di un cavallo, o di un bue,
venivano puniti di morte, onde, comunque ferocissimi quegli uomini, fra
di loro si comportavano con moderazione ed equità. L'elezione del Gran
Kan fu serbata per l'avvenire ai Principi di sua famiglia, e ai Capi
delle tribù. In questo codice si trovavano regolamenti per la caccia,
fonti di diletti e di esistenza ad un campo di Tartari. Una nazione
vincitrice avrebbe avuto per obbrobrio il sommettersi a servili lavori,
de' quali incaricati erano gli schiavi e gli stranieri; ed ogni lavoro,
eccetto la professione dell'armi, a quelle genti pareva servile. Quanto
alla disciplina e agli studj militari, vedeasi che l'esperienza di un
provetto comandante ne avea instituite le regole. Armati d'archi, di
scimitarre, e di mazze di ferro quelle milizie, venivano divise in corpi
di cento, di mille, di diecimila. Ciascun ufiziale o soldato facea
garante la propria vita della sicurezza, o dell'onore de' suoi compagni,
e sembra suggerita dal genio della vittoria la legge che proibisce il
far pace col nemico, o non vinto, o non ridotto all'atto di
supplichevole. Ma soprattutto è meritevole de' nostri elogi e della
nostra ammirazione la religione di Gengis. Intanto che gli inquisitori
della Fede cristiana sostenevano colla ferocia l'assurdità, un Barbaro,
prevenendo le lezioni della filosofia, poneva colle sue leggi le basi di
un puro deismo e di una perfetta tolleranza[325]. Per Gengis ora primo e
solo articolo di fede l'esistenza di un Dio, autor d'ogni bene, la cui
presenza tiene tutto lo spazio della terra e de' cieli che la sua
possanza ha creati. I Tartari e i Mongulli adoravano gl'idoli
particolari di lor tribù; e missionarj stranieri aveano convertito un
grande numero di questi alla legge di Cristo, o di Mosè, o di Maometto.
Ma concedendosi a ciascuno di darsi liberamente e senza disputare, alle
pratiche della propria religione entro il ricinto del medesimo campo, il
Bonzo, l'Imano, il Rabbino, il Prete o nestoriano, o cattolico, godeano
del pari l'onorevole immunità dal prestar servigio militare e dal pagare
tributo. Laonde, se nella moschea di Boccara, l'impetuoso conquistatore,
permise che i suoi cavalli calpestassero il Corano in tempo di pace, il
saggio legislatore rispettò i Profeti e i Pontefici di tutte le Sette.
La ragione di Gengis nulla doveva ai libri, perchè questo Kan non sapea
nè leggere, nè scrivere; ed eccetto la tribù degl'Iguri, pressochè tutti
i Mongulli o Tartari, pareggiavano in ignoranza il loro Sovrano; talchè
la ricordanza delle loro geste si è conservata sol per via di tradizioni
state raccolte e scritte sessant'otto anni dopo la morte di Gengis[326].
Alla insufficienza di questi annali possono supplire quelli de'
Cinesi[327], de' Persiani[328], degli Armeni[329], dei Siriaci[330],
degli Arabi[331], de' Greci[332], de' Russi[333], de' Polacchi[334],
degli Ungaresi[335], e dei Latini[336]; ognuna delle quali nazioni è
degna di fede allorchè racconta o sofferti svantaggi, o sconfitte[337].
[A. D. 1210-1214]
Le armi di Gengis e de' suoi capitani sottomisero a mano a mano tutte le
orde del deserto, che stavano accampate tra il muraglione della Cina ed
il Volga. L'Imperatore Mongul, divenuto Monarca del Mondo pastorale,
comandava a più milioni di guerrieri pastori, superbi della loro lega, e
impazienti di sperimentare le loro forze contro i ricchi e pacifici
abitatori del Mezzogiorno. Già stati tributarj degli Imperatori cinesi,
gli antenati di Temugino, egli stesso umiliato erasi a ricevere da essi
un titolo d'onore e di servitù. Qual si fu la sorpresa della Corte di
Pechino in veggendo venire a sè un'ambasceria dell'antico vassallo, che
in tuono di Re pretendea imporle un tributo di sussidj e di obbedienza
da lui prestato poc'anzi, e ostentare disprezzo verso il Monarca -figlio
del Cielo-? I Cinesi sotto il velo di una orgogliosa risposta palliarono
i proprj timori; timori avverati ben tosto dall'impeto di un grande
esercito che ruppe per ogni banda la fragile sbarra del lor muraglione,
Novanta delle loro città o per fame, o vinte in assalto si arrendettero
ai Mongulli. Le dieci ultime di queste persistendo a difendersi con buon
successo, Gengis che conoscea la pietà filiale de' Cinesi, mise al suo
antiguardo i lor Maggiori presi in battaglia; indegno abuso della virtù
de' nemici, che a poco a poco non rispose più al fine cui era inteso.
Centomila Kitani posti alla custodia de' confini ribellarono unendosi ai
Tartari. Nondimeno, il vincitore acconsentì di venire a patti, e furono
prezzo della sua ritirata una Principessa cinese, tremila cavalli,
cinquecento giovinetti, altrettante vergini, e un tributo d'oro e di
drappi di seta. In una seconda spedizione, Gengis costrinse l'Imperatore
della Cina a trasportarsi oltre al fiume Giallo in una delle sue
residenze imperiali che più avvicinavansi ad ostro; ma lungo e difficile
fu l'assedio di Pechino[338], perchè gli abitanti, benchè costretti
dalla fame, consentirono piuttosto a decimarsi fra loro per divenirsi
scambievol pastura, e giunti a non avere più sassi, lanciavano verghe
d'oro e d'argento sull'inimico. Ma i Mongulli fecero saltare in mezzo
della città una mina che pose in fiamme l'Imperiale palagio, incendio
che per trenta giorni durò. Oltre alla distruzione che i Tartari
portarono in quello sfortunato paese, le interne fazioni lo
dilaceravano; laonde con minore difficoltà Gengis aggiunse al suo
dominio cinque province settentrionali di quel reame.
[A. D. 1218-1224]
Verso ponente, i possedimenti di Gengis pervenivano ai confini degli
Stati di Carizme, che si estendevano dal golfo Persico fino ai limiti
dell'India e del Turkestan, e governavali il Sultano Mohammed, il quale
ambizioso d'imitare Alessandro il Grande, avea dimenticato che i suoi
Maggiori fossero stati sudditi, e dovessero gratitudine ai Selgiucidi.
Gengis deliberato di mantenersi in lega di commercio e d'amistà col più
poderoso fra i Principi musulmani, non diè ascolto alle segrete
sollecitazioni del Califfo di Bagdad; che voleva sagrificare alla sua
vendetta personale la religione e lo Stato; ma un atto di violenza e
d'inumanità commesso da Mohammed, trasse con giustizia l'armi de'
Tartari nell'Asia Meridionale. Costui fece arrestare e trucidare ad
Otrar una carovana composta di tre ambasciatori e di cencinquanta
mercatanti. Ciò nullameno, sol dopo avere chiesta soddisfazione e
vedersela ricusata, sol dopo orato, e digiunato tre giorni sopra d'una
montagna, l'Imperator de' Mongulli si appellò al giudizio di Dio e della
sua spada. «Le nostre battaglie d'Europa, dice uno scrittore
filosofo[339], non sono che deboli scaramucce, se poniam mente agli
eserciti che combattettero e perirono nelle pianure dell'Asia».
Settecentomila Mongulli, o Tartari mossi, dicesi, sotto il comando di
Gengis e de' quattro suoi figli, incontrarono nelle vaste pianure poste
a tramontana del Shion o dell'Jaxarte, il Sultano Mohammed a capo di
quattrocentomila guerrieri; e nella prima battaglia, che durò fino a
notte, censessantamila Carizmj rimasero morti sul campo. Mohammed,
sorpreso dal numero e dal valore de' suoi nemici, fe' sonare a ritratta,
distribuendo le sue truppe nelle città di frontiera, perchè persuadeasi
che cotesti Barbari, invincibili sul campo di battaglia, non la
durerebbero contro la lunghezza e la difficoltà de' tanti assedj
regolari che per ridurlo era mestieri intraprendere; ma Gengis avea
saggiamente instituito un corpo di meccanici e di ingegneri cinesi,
instrutti forse del segreto della polvere, e capaci, sotto un tal
condottiero, di assalire estranei paesi con quel vigore che nel
difendere la loro patria non dimostrarono, e di ottenere miglior
successo. Gli Storici persiani narrano gli assedj e le rese di Otrar,
Cogenda, Boccara, Samarcanda, Carizme, Herat, Meroù, Nisabour, Balc, e
Candahar, la conquista delle ricche e popolose contrade della
Transossiana, di Carizme, e del Korazan. Ma poichè le devastazioni
operate da Gengis e dai Mongulli vennero da noi descritte nel volere
offrire un'idea de' tremendi effetti che dovettero conseguire dalle
invasioni degli Unni e di Attila, mi limiterò in questo luogo ad
osservare che dal mar Caspio insino all'Indo, i conquistatori
trasformarono in deserto uno spazio di oltre a più centinaia di miglia,
cui l'opera umana avea coltivato e adorno di numerose abitazioni; nè il
volgere di cinque secoli successivi ha bastato a riparare quel guasto
che durò quattro anni. L'Imperatore tartaro incoraggiava, o tollerava il
furore dei suoi soldati, che sitibondi di strage e saccheggio, e
pensando all'istante, dimenticavano ogni idea di futuro godimento; e
fatti più feroci dalla natura di quella guerra che i pretesti di una
giusta vendetta sancivano. La caduta e la morte del sultano Mohammed,
che abbandonato da tutti e non compianto da alcuno, in una deserta isola
del Caspio finì sua vita, sono una debole espiazione a fronte delle
calamità di cui fu l'origine. Il figlio di lui, Gelaleddino, più d'una
volta arrestò i Tartari in mezzo al corso della vittoria, ma il valore
di un solo eroe per salvar l'impero de' Carizmj era poco. Oppresso dal
numero nel ritirarsi verso le rive dell'Indo, Gelaleddino, spinse entro
l'onde il cavallo, e intrepido attraversando il più rapido ed ampio
fiume dell'Asia, costrinse il suo vincitore ad ammirarlo. Dopo una tale
vittoria, l'Imperator tartaro, cedendo a stento alle importunità de'
suoi soldati fatti ricchi e stanchi di battersi, consentì ricondurli
nella nativa contrada. Onusto delle spoglie dell'Asia, tornò lentamente
addietro, dando a divedere qualche lampo di compassione sulla sventura
de' vinti, e mostrandosi deliberato a rifabbricare le città per la sua
invasione distrutte. Raggiunsero il suo esercito i due Generali, che con
trentamila uomini di cavalleria avea spediti oltre i fiumi Osso e
Jassarte per ridurre le province australi della Persia. Così dopo avere
atterrato tutto quanto gli si opponea nel cammino, superate le gole di
Derbend, attraversato il Volga e il Deserto, compiuto l'intero giro del
mar Caspio, questo esercito tornava trionfante da una spedizione di cui
l'antichità non offre esempj, e che niuno più mai a rinnovellare si
accinse. Gengis segnalò il suo ritorno debellando quanti ribelli, o
popoli independenti erano rimasti fra i Tartari; indi, carico d'anni e
di gloria, morì esortando i suoi figli a conquistare per intero la Cina.
[A. D. 1227]
Lo -Harem- di Gengis contenea cinquecento donne o concubine, e nella
numerosa sua posterità avea scelti quattro de' suoi figli, chiari per
merito come lo erano per natali, affinchè sotto i comandi del padre
sostenessero i primarj impieghi militari e civili dello Stato. Tusi era
il Gran Cacciatore, Zagatai[340] il Giudice, Octai il Ministro, Tuli il
Generale. I loro nomi e le geste si fanno scorgere di frequente nella
storia delle conquiste di Gengis. Costantemente collegati e dal proprio
e dal pubblico interesse, tre di questi fratelli si contentarono
unanimemente per sè e per le loro famiglie, di un retaggio di regni
dipendenti dal Capo supremo dello Stato. Octai venne acclamato Gran-Kan,
o Imperatore de' Mongulli, o dei Tartari. Gli succedè Gayuk, per la cui
morte lo scettro dell'Impero passò nelle mani de' cugini di lui, Mangoù
e Cublay, figli di Tuli e pronipoti di Gengis. Ne' sessant'anni che
seguirono la morte di questo conquistatore, i quattro primi Principi che
gli succedettero, sottomisero quasi tutta l'Asia e una gran parte
dell'Europa. Senza farmi ligio all'ordine de' tempi, o estendermi sulla
descrizione degli avvenimenti, offrirò, come in un quadro generale, il
progresso delle loro armi, primo ad oriente, secondo ad ostro, terzo a
ponente ad e settentrione.
[A. D. 1234]
I. Prima dell'invasione di Gengis, la Cina dividevasi in due Imperi o
dinastie, una del Nort, l'altra del Mezzogiorno[341], e la conformità
delle leggi, del linguaggio e de' costumi temperava gli inconvenienti
che venivano dalla differenza di origine e d'interessi. La conquista
dell'impero settentrionale, già smembrato da Gengis, fu, sette anni dopo
la morte del medesimo, affatto compiuta. Costretto ad abbandonare
Pechino, l'Imperatore avea posta la sua residenza a Laifiong; città il
cui recinto formava una circonferenza di molte leghe, e che, volendo
credere agli Annali cinesi, contenea un milione e quattrocentomila
famiglie, tra antichi abitanti e fuggitivi che vi ripararono. Ma fu
mestieri a questo Sovrano il darsi nuovamente alla fuga; onde seguito da
sette cavalieri si rifuggì ad una terza capitale, ove in veggendo
perduta ogni speranza di salvare la vita, salì sopra un rogo, attestando
la propria innocenza, imprecando il destino che lo perseguiva, e dando
ordine che appena si fosse trafitto, venisse incenerita la pira. La
dinastia dei -Song-, antichi Sovrani nativi di tutto l'Impero,
sopravvisse circa quarantacinque anni alla caduta degli usurpatori del
Nort, nè l'assoluta conquista della Cina accadde che sotto il regno di
Cublai. In questo intervallo, i Tartari, oltrechè ebbero divagamenti di
estranie guerre, non sì facilmente vinsero la resistenza dei Cinesi, i
quali, se nella pianura non osavano far fronte ai lor vincitori,
trincerati ne' monti, li costrinsero ad una innumerabile sequela
d'assalti, e porsero milioni di vittime ai loro ferri. Così per gli
assalti, come per le difese adoperavansi a vicenda le macchine da guerra
degli antichi, e il fuoco greco; e a quanto sembra non era peregrino a
queste genti l'uso della polvere, delle bombe, e de' cannoni[342].
Regolati venivan gli assedj dai Maomettani e dai Franchi che Cublai
colle sue larghezze allettava a prender servigio sotto di lui. Dopo
avere valicato il gran fiume, le truppe e l'artiglieria furono per
lunghi e diversi canali trasportate fino alla residenza reale di
Hamchen, o Quisnay, paese famoso pei suoi lavori di seta, e per essere
sotto il clima più delizioso di tutta la Cina. L'Imperatore, principe
giovine e pauroso, si arrendè senza oppor resistenza, e prima di
trasferirsi al luogo del suo esilio, in fondo della Tartaria, toccò nove
volte il suolo col fronte, fosse per implorare la clemenza del Gran Kan,
o per rendergli grazie. Ciò nullameno la guerra (A. D. 1279), che
d'allora in poi prese il nome di ribellione, durava nelle province
meridionali di Quisnay fino a Canton, e coloro che più coraggiosamente
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