evitata la tirannide dei Pascià, mediante un espediente, che mitigandone la schiavitù, ha fatto maggiore l'obbrobrio della nazione. Verso la metà dello scorso secolo, gli Ateniesi scelsero per loro protettore il -Kislar-Agà-, ossia Capo degli eunuchi negri del Serraglio; e a questo schiavo di Etiopia, che gode di molta confidenza presso il Gran Signore, porgono un annuale tributo di trentamila scudi. Il Vevoda, luogotenente del Kislar-Agà, che per mantenersi nella sua carica, debbe esservi confermato ogni anno dal suo superiore, ha il diritto di gettare un'imposta d'altri cinque, o seimila scudi che sono per lui; e tale è l'accorta politica degli Ateniesi, che arrivano quasi sempre a far punire, o rimovere un Governatore contro del quale abbiano motivi di querelarsi. Nelle particolari loro contese prendono per giudice l'Arcivescovo, il più ricco di tutti i prelati della Chiesa greca, che gode una rendita di circa mille lire sterline. Evvi inoltre un tribunale di otto -geronti-, ossia vecchi scelti negli otto rioni della città. Le famiglie nobili non possono provare autenticamente una nobiltà più antica di tre secoli, ma i primarj fra essi distinguonsi ostentando portamento grave, la lor berretta foderata di pellicia, e il pomposo nome di Arconti. Coloro che si dilettano di trovare per ogni dove le antitesi, ne vogliono dar a credere che l'odierno gergo degli Ateniesi sia il più barbaro di tutti i settanta dialetti greci corrotti[261]. Avvi per vero dire esagerazione in ciò; ma non sarebbe cosa sì facile, nella patria di Platone e di Demostene, il trovare un leggitore degli ammirabili componimenti di questi sommi uomini, o forse neppure una copia di questi scritti medesimi. Gli Ateniesi calpestano con insultante indifferenza le gloriose rovine dell'Antichità, giunti a tal grado d'invilimento che li rende perfino incapaci di ammirare la sublimità delle menti de' loro predecessori[262]. NOTE: [203] Non abbiamo per descrivere i regni degl'Imperatori di Nicea, e principalmente di Vatace e del figlio di lui, altro Scrittore contemporaneo che Giorgio Acropolita, ministro d'entrambi i nominati Principi; però Giorgio Pachimero era tornato insieme co' Greci a Costantinopoli in età di diciannove anni (Hankius, -De Script. byzant.-, c. 33, 34, p. 564-578; Fabricius, -Bibl. graec.-, t. VI, pag. 448-460). Oltrechè, la Storia di Niceforo Gregoras, benchè scritta nel quattordicesimo secolo, è un'eccellente relazione di tutti gli avvenimenti accaduti incominciando dall'epoca di Costantinopoli presa dai Latini. [204] Niceforo Gregoras (l. II, cap. 1) fa distinzione tra la οξεια ορμη -impetuosità- di Lascaris, e la ευσταθεια -fermezza- di Vatace. Entrambi i ritratti sono effigiati a dovere. [205] -V.- Pachim. (l. I, cap. 23, 24); Nicef. Greg. (l. II, c. 6). Leggendo gli Storici di Bisanzo, ciascun potrà accorgersi, quanto sia raro il trovare in essi così preziose particolarità, come in questo periodo. [206] Μονοι γαρ απαντων ανθρωπων ονομασοτατοι βασιλευς και φιλοσοφος -i soli nomi più insigni fra tutti gli uomini sono re e filosofo- (Greg. Acropol., c. 32). Ne' suoi famigliari intertenimenti, l'Imperatore esaminava e ad un tempo incoraggiava gli studj del futuro suo Logoteto. [207] Si paragonino i due primi libri di Niceforo Gregoras con Acropolita (c. 18-52). [208] Correa un proverbio persiano: -Ciro padre-, -Dario padrone-; il qual proverbio venne applicato a Vatace e al figlio di Vatace; ma Pachimero ha confuso Dario, umano principe, con Cambise, despota e tiranno del popolo. Furono le gravose tasse imposte da Dario, che gli procacciarono il nome meno odioso e più spregevole di Καπελος, merciaiuolo o sensale (Erodoto, III, 89). [209] Direbbesi che Acropolita mena vanto della sua paziente fermezza nel ricevere le percosse, e della rassegnazione con cui si allontanò dal Consiglio fino al momento di venire richiesto di nuovo. Continua indi dal cap. 53 fino al 74 della sua Storia, narrando le geste di Teodoro e i successivi servigi che gli prestò. -V.- il terzo libro di Niceforo Gregoras. [210] Pachimero (l. I, c. 21) nomina e distingue quindici, o venti famiglie greche; και οσοι αλλοι, οις η μεγαλογενης σειρα και κρυση σογκεκροτητο -e quanti altri al collo de' quali sonava una magnifica catena d'oro-. Tal decorazione era ella, secondo lo Storico, una catena metaforica, o realmente una materiale catena d'oro? Forse entrambe le cose. [211] Gli antichi Geografi, nel qual novero è il Cellario, d'Anville e i nostri viaggiatori, massimamente Pocock e Chandler, ne insegnano a distinguere le due Magnesie dell'Asia Minore; l'una del Meandro, l'altra del monte Sipilo. La seconda, qui menzionata, se si consideri che appartiene ai Turchi, può dirsi tuttavia una fiorente città. Posta a greco di Smirne ne è lontana otto ore di cammino, ossia otto leghe (Tournefort, -Viaggi del Levante-, t. III, lett. XXII, -Viaggi di Chandler nell'Asia Minore-). [212] -V.- Acropolita (cap. 75, 76, ec.) che vivea in questi tempi, Pachimero (lib. I, cap. 13-25), Gregoras (lib. III, c. 3, 4, 5). [213] Il Ducange (-Fam. byzant.- p. 230, ec.) dà schiarimenti intorno alla genealogia di Paleologo. I fatti della vita privata di cotest'uomo leggonsi in Pachimero (l. I. c. 7-12) e in Gregoras (l. II, 8, l. III, 2-4, l. IV, 1) favorevole in aperto modo al fondatore della dinastia regnante. [214] Acropolita (c. 50) racconta le circostanze di questo fatto singolare, sfuggito, a quanto sembra, agli Storici più moderni. [215] Il Pachimero (l. I, c. 12) commemorando una sì barbara prova col disprezzo del quale è degna, afferma di avere vedute in sua gioventù persone che senza soffrirne alcun danno la superarono. Egli era Greco, e la credulità è retaggio dei Greci; ma può anche darsi che l'accorgimento connaturale di questa nazione avesse suggerito ai pazienti qualche rimedio, o qualche gherminella da opporre alla superstizione dei loro concittadini, o alle voglie crudeli de' loro tiranni. [216] Senza paragonare Pachimero a Tacito, o a Tucidide, mi è forza commendarne l'eloquenza, la chiarezza, ed anche, fino ad un certo punto la franchezza, adoperata allorchè racconta l'innalzamento di Paleologo (l. I, c. 13-32, l. II, c. 1-9). Più circospetto Acropolita, meno esteso Gregoras si dimostra. [217] S. Luigi abolì i combattimenti giudiziarj ne' suoi dominj; indi il suo esempio coll'andar del tempo prevalse in tutta la Francia (-Esprit des lois-, l. XXVIII, c. 29). [218] Nelle cause civili, Enrico II lasciava l'elezione al difensore. Glanville preferisce le prove testimoniali; il combattimento giudiziario è condannato nel Fleta: ma la legge inglese non ha mai abolita cotesta prova, e sull'incominciare del trascorso secolo vi fu il caso in cui venne ordinata dai giudici. [219] Cionnullameno, un amico mio, uomo d'ingegno mi ha addotte molte ragioni in difesa di una tal costumanza. 1. Essa conveniva forse a popoli che di recente toglieansi dalla barbarie; 2. moderava la licenza delle guerre fra' particolari e i furori delle arbitrarie vendette; 3. era meno assurda delle prove del fuoco, dell'acqua bollente o della croce, l'abolizione delle quali ad essa in parte è dovuta; e somministra per lo meno una prova di valore, pregio che rade volte all'abbiezione dei sentimenti va unito; si aggiugne che il timore della disfida potea divenire un freno alle persecuzioni della malevoglienza, e un ostacolo all'ingiustizia dal poter sostenuta. Il prode, quanto infelice Conte di Surrey avrebbe forse sfuggito un immeritato destino, se fosse stato accolto il partito del combattimento giudiziario ch'egli propose. [220] Le antiche e moderne geografie non accennano con precisione il luogo, ove era posta Ninfea; ma dai racconti che si riferiscono agli ultimi tempi dalla vita di Vatace, apparisce chiaramente che i palagi e i giardini preferiti da cotesto principe per abitarvi, erano in vicinanza di Smirne (Acropolita, cap. 52): nè dovremmo a un dipresso ingannarci collocando Ninfea nella Lidia (l. VI, 6). [221] Cotesto scettro, emblema della giustizia e della possanza, era un lungo bastone, siccome quello che usavano gli eroi di Omero. I Greci moderni lo chiamarono -dicanice-; ma il bastone ad uso di scettro imperiale distingueasi, non meno degli altri fregi del trono, dal suo colore di porpora. [222] Acropolita afferma (c. 87) che questo berrettone era foggiato alla francese; però il Ducange (-Hist. C. P.-, l. V, c. 28, 29) a motivo del nastro che vi sovrastava, lo giudica un cappello all'usanza di quelli che i Greci portavano. Ma come supporre che, in ordine a ciò, Acropolita avesse preso un equivoco? [223] -V.- Pachimero (l. II, 28-33), Acropolita (c. 88), Niceforo Gregoras (l. IV, 7), e quanto al trattamento usato verso i sudditi latini, il Ducange (l. V, c. 30, 31). [224] Questo modo men barbaro di privar gli uomini della vista vuolsi trovato da Democrito, che stanco di vedere il Mondo, ne abbia fatta l'esperienza sopra sè stesso; ma è una favola. Il vocabolo -abbacinare-, latino e italiano, ha offerta occasione al Ducange (-Gloss. latin.-) di passare in rassegna i diversi modi adoperati per accecare. I più violenti erano, arderli con un ferro rosso o con aceto bollente, ovvero stringer la testa del paziente con una corda sin tanto che gli occhi ne uscissero. Come è ingegnosa la tirannide! [225] -V.- la prima ritirata e il ritorno di Arsenio, in Pachimero (lib. II, c. 15, l. III, c. 1-2 ), e in Niceforo Gregoras (l. III, c. 1, l. IV, c. 1). La posterità biasima giustamente in Arsenio αφελεια e ραθυμια -la frugalità e l'umiltà-, virtù in un eremita, vizj in un ministro (l. XII, c. 2). [226] Il delitto e la scomunica di Michele vengono raccontati con imparzialità da Pachimero (l. III, c. 10, 14, 19 ec.) e da Gregoras (l. IV, cap. 4). Essi dovettero la libertà alla confessione e alla penitenza del principe. [227] Pachimero da cui si ha il racconto dell'esilio di Arsenio (l. IV, c. 1-16) fu uno de' commissarj che lo visitarono nell'isola deserta ove fu confinato. Rimane tuttavia l'ultimo testamento dell'inflessibile Patriarca (Dupin, -Bibl. ecclés.-, t. X, p. 95). [228] Pachimero (l. VII, c. 22) serba contegno di filosofo nel raccontare questa prova miracolosa, e cita com eguale disprezzo una trama degli Arseniani, che si adoprarono a nascondere una rivelazione entro il sepolcro di qualche antico Santo (l. VII, c. 13); ma fa poi ammenda di tale sua incredulità co' successivi racconti di una Immagine che piange, di un'altra che manda sangue (l. VII, c. 30), e della cura miracolosa di un uomo sordo e muto dalla nascita (lib. XI, cap. 32). [229] Pachimero ha sparsa per tutti i suoi tredici libri la storia degli Arseniani; ma ha lasciata la cura di narrare la loro riunione e il loro trionfo a Niceforo (l. VII, 9), che non sentiva pur essi nè amore, nè stima. [230] I sei primi de' tredici libri di Pachimero, e il quarto e quinto di Niceforo Gregoras, contengono il regno di Michele Paleologo, il quale morì quando Pachimero avea quarant'anni. In vece di dividere la Storia scritta dal medesimo in due parti, come ha fatto l'editore di essa, il padre Poussin, mi è piaciuto seguire il Ducange e il Cousin, che ridussero i tredici libri in una sola serie. [231] -V.- Ducange (-Hist. C. P.-, l. V, c. 33, tolta dalle lettere di Urbano IV). [232] Attese le corrispondenze mercantili che passavano fra i Genovesi ed i Veneziani, i Greci chiamavano con insulto i Latini καπηλοι, βανανυσοι -merciaiuoli e meccanici- (Pachimero, l. V, c. 10). Gli uni sono eretici di nome, gli altri di fatto, come i Latini, dice il dotto Vecco (l. V, c. 12) che si convertì poco dopo (c. 15, 16), e fu fatto Patriarca (c. 24). [233] -Abbiamo già detto di questa aggiunta.- (Nota di N. N.) [234] In questo novero è da porsi lo stesso Pachimero il cui racconto compiuto ed imparziale occupa il quinto e sesto libro della sua Storia. Ciò non di meno egli non fa menzione del lionese Concilio, mostrandosi anzi persuaso che i Papi risedessero sempre a Roma, o nell'Italia. [235] -V.- gli Atti del Concilio di Lione dell'anno 1274, Fleury (-Hist. eccles.-, t. XVIII, p. 181-199); Dupin (-Biblioth. eccl.- t. X, p. 135). [236] Queste singolari istruzioni che il Wading e Leone Allazio hanno tolte, qual con maggiore, qual con minore esattezza, dagli archivj dei Vaticano, trovansi o compilate, o tradotte nel Fleury (t. XVIII, p. 252-258). [237] Questa confessione sincera ed autentica della estremità cui si vedea ridotto Michele, è stata scritta in un latino barbaro da Ogier, che s'intitola protonotario degl'interpreti; indi il Wading l'ha copiata dai manoscritti del Vaticano, A. D. 1278. n. 3. Dello stesso scrittore ho trovati a caso gli -Annali- dell'ordine Franciscano, -Fratres Minores-, in 17 volumi in folio, a Roma nell'anno 1741, in mezzo agli scartafacci d'un libraio. [238] -V.- il sesto libro di Pachimero, e soprattutto i capitoli 1, 11, 16, 18, 24, 27; tanto più meritevoli di fiducia, perchè, parlando di questa persecuzione, manifesta piuttosto il dolore che l'astio. [239] -V.- Pachimero (l. VII, c. 1-11-17). Il discorso tenuto da Andronico il Vecchio (l. XII, c. 2), è un monumento degno di curiosità, servendo a provare che se i Greci erano schiavi dell'Imperatore, questi non soggiacea meno alla superstizione e alla tirannide del Clero. [240] Le più esatte narrazioni della conquista di Napoli fatta da Carlo d'Angiò, le più contemporanee all'impresa, e ad un tempo compiute e dilettevoli, si trovano nelle Cronache fiorentine di Ricordano Malaspina (175-193), e di Giovanni Villani (l. VII, c. 1-10, 25, 30) pubblicate dal Muratori nell'ottavo e tredicesimo volume -degli Storici dell'Italia-; questo medesimo Scrittore ha compilati ne' suoi -Annali- (t. XI, p. 56-72) questi grandi avvenimenti raccontati ancora nella -Istoria civile- del Giannone (t. II, l. XIX, t. III, lib. XX). [241] -V.- Ducange, -Hist. C. P.-, l. V, c. 49-56; l. VI, c. 1-13, Pachimero, l. IV, c. 29; l. V, c. 7-10-25; l. VI, c. 30-32-33, e Niceforo Gregoras, l. IV. 5, l. V, 1, 6. [242] I lettori di Erodoto si ricorderanno, in qual modo miracoloso l'esercito assiro, condotto da Sennacherib, fu disarmato e distrutto (l. II, c. 141). [243] Giusta il dire di un Guelfo zelante, Saba Malaspina (-Storia di Sicilia-, l. III, c. 16) Muratori (t. VIII, p. 832), i sudditi di Carlo che avevano perseguito Manfredi, siccome un lupo, lo sospiravano come un agnello; lo stesso Scrittore giustifica il pubblico scontento descrivendo la tirannide del governo francese (l. VI, c. 2-7). -V.- il -manifesto Siciliano- in Nicola Speciale (l. I, c. 11, Muratori, t. X, p. 930). [244] -V.- il carattere e i pensamenti di Pietro Re d'Aragona nel Mariana (-Storia di Spagna-, l. XIV, c. VI, t. II). Il lettore perdonerà i difetti del Gesuita in grazia dello stile, e spesse volte in grazia del discernimento dello Storico. [245] Nicola Speciale dopo avere enumerati gli aggravj che i suoi compatriotti patirono, aggiunge ritraendo la vera indole della gelosia italiana: -Quae omnia et graviora quidem, ut arbitror, patienti animo Siculi tolerassent, nisi quod primum cunctis dominantibus cavendum est, alienas faeminas invasissent- (l. 1, c. 2, p. 924). [246] Fu ricordata per lungo tempo ai Francesi questa terribil lezione. «Se mi fanno montare la stizza, dicea Enrico IV, andrò a far colezione a Milano e a desinare a Napoli» -- «Vostra maestà, rispondea l'Ambasciatore spagnuolo, potrebbe arrivare in Sicilia all'ora del Vespero». [247] Due Scrittori del paese raccontano le particolarità di questa sommossa e della vittoria che ne venne in appresso, Bartolommeo di Neocastro (nel Muratori, t. XIII), e Nicola Speciale (nel Muratori, t. X) l'uno contemporaneo, l'altro vissuto nel secolo successivo. Lo Speciale animato da patriottici sentimenti si sdegna del vocabolo -ribelle-, e nega esservi stata una precedente corrispondenza con Pietro d'Aragona (-nullo communicato consilio-), il quale si trovò -a caso- con una flotta e con un esercito alla costa dell'Affrica (lib. 1, c. 4-9). [248] Niceforo Gregoras (l. V, c. VI) ammira la saggezza della Providenza in questo mutuo equilibrio degli Stati e dei Principi. Per l'onore di Paleologo gli augurerei che tale osservazione fosse stata fatta da un Italiano. [249] -V.- la -Cronaca- del Villani, il volume undecimo degli -Annali d'Italia- del Muratori, e i lib. XX, XXI della -Istoria civile- del Giannone. [250] I più valorosi di questa truppa di Catalani e Spagnuoli erano conosciuti dai Greci sotto il nome di Almugavares, nome che si davano da sè medesimi. Il Moncada li fa discender dai Goti, Pachimero (l. XI, c. 22) dagli Arabi. A malgrado di vanità nazionale e religiosa, credo che il secondo abbia ragione. [251] Per formarsi meglio un'idea sulla popolazione di queste città, si osservi che Tralle riedificata sotto il precedente regno, poi devastata dai Turchi, contenea trentaseimila abitanti. Pachimero (l. VI, c. 20, 21). [252] Ho raccolte queste particolarità da Pachimero (l. XI, c. 21, l. XII, c. 4, 5-8-14-19), il quale ne dà a conoscere le alterazioni che a mano a mano la moneta d'oro sofferse. Anche nei dì più felici del regno di Giovanni Duca Vatace, i bisantini conteneano una meta d'oro, e l'altra metà di lega. Michele Paleologo, costretto dalla povertà, fabbricò nuove monete, nelle quali entravano nove parti o caratti d'oro e quindici di rame. Dopo la morte di questo, il titolo si alzò a dieci caratti, fintantochè, cresciute oltre modo le pubbliche sciagure, venne ridotto a metà. Il principe ne ebbe un istantaneo sollievo, ma passeggiero sollievo che irreparabilmente distrusse il commercio e il credito della nazione. In Francia il titolo è di ventidue caratti, e di una dodicesima parte di lega; più alto ancora è il titolo d'Inghilterra, e d'Olanda. [253] Pachimero, ne' suoi libri XI, XII, XIII, fa un minutissimo racconto della guerra de' Catalani insino all'anno 1308; Niceforo, diffondendosi meno, la descrive più compiutamente (l. VII, 3-6). Il Ducange che riguarda questi venturieri come francesi, ne ha seguiti i passi colla esattezza ad esso connaturale (-Hist. C. P.- l. VI, c. 22-46): cita una Storia d'Aragona che ho letta con piacere, e che gli Spagnuoli esaltano siccome un modello di componimento e di stile (-Expedicion de los Catalanos y Aragones contra los Turcos y Griegos-; Barcellona 1623 in 4; Madrid 1777, in 8.). Don Francisco de Moncada, conte di Ossona, avrà imitato Cesare o Sallustio, avrà tradotti i contemporanei greci, o italiani; ma egli non addita mai le sue autorità, nè trovo veruna testimonianza nazionale che confermi le imprese de' suoi compatriotti. [254] -V.- la Storia del laborioso Ducange, e l'accurata tabella delle dinastie francesi; ove trovansi raccolti i trentacinque passi della stessa Storia che citano i Duchi d'Atene. [255] Il Villehardouin in due luoghi, fa menzione onorevole di Ottone De la Roche (n. 151-235), e nel primo d'essi il Ducange aggiugne tutto quanto si è potuto sapere intorno alla persona e alla famiglia di questo Duca d'Atene. [256] Da questi Principi latini del secolo XIV il Boccaccio, il Chaucer, il Shakespeare, hanno tolto il loro Teseo, Duca di Atene. Un secolo ignorante attribuisce ai tempi i più remoti la propria lingua e i proprj costumi. [257] Non in diversa guisa Costantino ha dato un Re alla Sicilia, alla Russia un -magnus dapifer- dell'Impero, a Tebe il -primicerius-. Il Ducange (-ad- Niceph. Gregor., l. VII, c. 5) parla di queste assurde favole col disprezzo che ad esse è dovuto. I Latini chiamavano per corruzione il signor di Tebe -Megas Kurios-, o -Gran Sire-. [258] -Quodam miraculo-, dice Alberico. Fu forse per merito di Michele il Coniate, Arcivescovo, che avea difesa Atene contro il tiranno Leone Sguro (Niceta, -in Balduino-). Michele era fratello dello storico Niceta, e il suo elogio di Atene conservasi ancor manoscritto nella Biblioteca Bodleana (Fabr., -Bibl. graec.- t. VI, p. 405). [259] Questi cenni intorno alla moderna Atene sono tolti dallo Spon (-Viaggio in Grecia-, t. II, p. 79-190), dal Wheeler (-Viaggio in Grecia-, p. 337-414), dallo Stuart (Antichità d'Atene, passim), dal Chandler (-Viaggio in Grecia-, p. 23-172). Il primo di questi viaggiatori visitò la Grecia nell'anno 1676, il secondo nel 1765; e il volgere di più d'un secolo non avea su questo tranquillo teatro operato alcun cambiamento. [260] Gli Antichi, o almeno gli Ateniesi credevano che tutte le Api del Mondo venissero dal monte Imeto, e che il mangiar mele e il fregarsi d'olio erano cose bastanti a conservar la salute e a prolungare la vita (-Geoponica-, l. XV, c. 7, p. 1089-1094, edizione di Niclas). [261] Il Ducange (-Gloss. graec. praef.- pag. VIII) cita per suo testo Teodosio Zigomalas, moderno gramatico. Nondimeno lo Spon (t. II, p. 194) e il Wheeler (p. 355), che possono aversi per giudici competenti, portano sul dialetto dell'Attica un'opinione più favorevole. [262] Non possiamo per altro tacciarli di avere corrotto il nome di Atene, che chiamano anche Atini. Dalle voci εις της Αθηνην, noi abbiamo formata la barbara denominazione -Setine-. CAPITOLO LXIII. -Guerre civili e rovine dell'Impero greco. Regni di Andronico il Vecchio, di Andronico il Giovane, e di Giovanni Paleologo. Reggenza, sommossa, regno e rinunzia di Giovanni Cantacuzeno. Fondazione di una colonia genovese a Pera e a Galata. Guerre de' Coloni contro l'Impero e la città di Costantinopoli.- [A. D. 1282-1320] Il lungo regno di Andronico il Vecchio[263] non è memorabile che per le dispute della Chiesa greca, per l'invasione de' Catalani, per l'aumento della grandezza ottomana. Benchè questo Principe sia stato celebrato come il sovrano più dotto e virtuoso del proprio secolo, la sua scienza e virtù non contribuirono nè a far lui più perfetto, nè a rendere più felice la società. Schiavo di assurdissime superstizioni, sempre trovandosi in mezzo a nemici, or reali, or fantastici, la sua immaginazione non era meno ferita dal timore delle fiamme dell'inferno,[264] che da quello de' Turchi o de' Catalani. Fu sotto il regno di Paleologo che la elezione di un patriarca riguardavasi come il più serio affar dello Stato. I Capi della Chiesa greca erano frati ambiziosi e fanatici, spregevoli e funesti egualmente pei lor vizj e per le loro virtù, per la loro ignoranza e per la loro dottrina. I rigorosi precetti del Patriarca Atanasio[265] mossero a sdegno il popolo e il clero, perchè fu udito intimare ai peccatori la necessità di bere sino al fondo il calice della penitenza, e sopra di lui spargeasi la ridicola novelletta dell'asino sacrilego, che egli punì per averlo trovato mangiando una lattuga nell'orto d'un chiostro. Scacciato il Patriarca dalla sua cattedra per calmare le pubbliche grida, compose prima di ritirarsi due scritti di un tenore affatto contraddittorio, perchè l'un d'essi, che era il suo testamento pubblico, spirava soltanto rassegnazione e carità: l'altro, codicillo particolare, lanciava tremendi anatemi sugli autori della sua disgrazia, escludendoli per sempre dalla comunione della Santissima Trinità, de' Santi e degli Angeli; il quale ultimo scritto, rinchiuso entro una pentola di terra, egli fece depositare sull'alto di un pilastro della cupola di S. Sofia, sperando che tal suo decreto, venendo un giorno alla luce, lo vendicasse. Di fatto, dopo quattro anni, alcuni fanciulli arrampicandosi sopra scale da architetti per cercar nidi di colombi, il fatale segreto scopersero; onde Andronico che si trovava compreso nella scomunica, tremò sull'orlo dell'abisso perfidamente scavato sotto i suoi passi. Fatto immediatamente assembrare un sinodo di vescovi a fine di discutere questo punto importante, venne unanimemente riprovato quell'impeto di stizza che avea suggerito il clandestino anatema al Prelato; ma poichè la forza di un anatema non poteva essere sciolta che da chi l'avea pronunziato, e un Patriarca rimosso dalla sua sede non godea la facoltà di concedere una tale assoluzione, si giudicò non esservi potenza sulla terra che potesse togliere il suo valore a quella sentenza. Venne costretto l'autor del disordine a manifestare qualche debole contrassegno di aver perdonato, e di essere pentito di quell'atto del proprio sdegno; ma non quindi tranquilla la coscienza dell'Imperatore, il debole principe non desiderava, men d'Atanasio medesimo, di veder riascendere il soglio patriarcale a quel solo Prelato che gli poteva restituire la pace. Nel mezzo di una notte, un frate dopo avere urtato aspramente contro la porta della stanza ove l'Imperatore dormiva, gli annunziò una rivelazione di peste, fame, tremuoto e innondazione. Atterrito Andronico, balza dal letto, passa il rimanente della notte in preghiere, e intanto sentì o gli parve sentir tremare la terra. Immantinente, seguìto da un corteggio di Vescovi, si trasferì alla celletta di Atanasio, e questo Santo, per opera di cui era il messaggio che aveva empiuto di spavento l'Imperatore, dopo essersi fatto convenevolmente pregare, acconsentì di assolvere il Principe e di ritornare al governo della Chiesa di Costantinopoli; ma invece che le passate disgrazie ne avessero ammollito l'animo, l'indole sua era divenuta ancor più aspra nella solitudine, onde il pastore si fece nuovamente abborrire dalla sua greggia. I nemici di lui idearono e misero ad effetto un metodo singolar di vendetta. Levato di notte tempo lo strato che stava a piedi della sua cattedra, tornarono indi a metterlo a suo luogo, coll'aggiunta di un disegno in caricatura che rappresentava il Sovrano colla briglia in bocca, e Atanasio che tenendo le redini, conducea la docile bestia a' piè dell'altare. Scoperti gli autori dell'insulto vennero puniti, ma non colla morte; laonde il Patriarca sdegnato perchè gli parea troppo mite la pena, cercò una seconda volta la sua celletta, e Andronico aperse gli occhi per un istante, ma tornò poi a chiuderli sotto il successor di Atanasio. Se nel durare d'un regno di cinquant'anni non sono accadute bisogne più rilevanti di questa or raccontata, non posso almeno dolermi della scarsezza di materiali, allorchè riduco in poche pagine gli enormi volumi in foglio di Pachimero[266], di Cantacuzeno[267] e di Niceforo Gregoras[268], autori della prolissa e languida Storia di que' giorni. Il nome di Giovanni Cantacuzeno, e le circostanze, fra le quali questo Principe si trovò, son fatte certamente per chiamare sugli scritti del medesimo una viva curiosità. Ma ne' suoi Comentarj che comprendono un intervallo di quarant'anni dalla ribellione d'Andronico il Giovine, fino al momento in cui rassegnò egli stesso l'impero, si è dovuto osservare essere egli, non men di Cesare e di Mosè, l'attor principale delle scene che imprende a descrivere; e per altra parte nella sua eloquente opera cercheremmo invano la sincerità d'un eroe, o d'un penitente. Benchè ritirato in un chiostro, e lontano dai vizj e dalle passioni del secolo, egli ne ha offerto meno una confessione che una apologia della vita di un ambizioso politico. Anzichè dipingere i caratteri e i divisamenti de' suoi personaggi, ne presenta soltanto agli sguardi, una superficie speciosa e sfumata degli avvenimenti, colorita dalle lodi che dispensa a sè medesimo e a suoi partigiani. I motivi di questa gente son sempre -puri-, i fini, -legittimi-; se cospirano, se ribellano, -nol fanno mai con mire di interesse-, le violenze o commesse, o tollerate da essi sono -atti lodevoli-, son -naturali conseguenze della ragione e della virtù-. [A. D. 1320] Ad imitazione del primo fra i Paleologhi, Andronico il Vecchio collegò agli onori della porpora il proprio figlio Michele; riguardato, dalla età di diciotto anni fino alla sua morte immatura (intervallo di cinque lustri) come secondo Imperatore de' Greci[269]. Condottiero degli eserciti nè diede ai nemici inquietudine, nè gelosie alla Corte: incapace di colpevoli desiderj, non calcolò mai gli anni della vita del padre, nè questo padre o ne' vizj, o nelle virtù del figlio trovò motivi di pentirsi d'averlo innalzato. Il figlio di Michele portava il nome dell'avolo Andronico, che per questa circostanza lo avea preso di buon'ora in grandissimo affetto; e lo spirito e l'avvenenza del giovinetto accrebbero la tenerezza del vecchio, venuto nella speranza che i suoi voti delusi nel primo suo discendente, sarebbero nel secondo compiuti. Questo nipote adunque fu educato nella reggia, come erede dell'Impero e favorito dell'Imperatore, e ne' giuramenti e nelle acclamazioni del popolo, i nomi del padre e del figlio e del pronipote formavano un'augusta Trinità. Ma tale immatura grandezza ben presto corruppe Andronico, il quale con puerile impazienza considerava il doppio ostacolo che poneasi, e potea opporsi per lungo tempo, agli slanci della sua ambizione. Non che la sete di ottenere gloria, o di potere adoperarsi alla felicità de' suoi popoli, questa sua impazienza movesse; perchè la ricchezza e l'impunità delle azioni erano agli occhi di lui le più preziose prerogative di cui godesse un Monarca. Laonde incominciò a farsi conoscere qual era colla domanda di alcune fertili e ricche isole, ove poter condurre la sua vita in seno alla independenza e ai piaceri; diede indi motivi di scontento all'Imperatore pe' clamorosi disordini che, grazie alle sregolatezze del medesimo, turbavano la Capitale. Avendo egli preso ad imprestito dai Genovesi di Pera quelle somme di danaro che la parsimonia dell'avo gli ricusava, intantochè questi debiti gli avean giovato ad assicurarsi una fazione di partigiani, erano cresciuti a tale che solamente una rivoluzione pagar li poteva. Una donna avvenente e di chiari natali, ma pe' suoi costumi vera cortigiana, avea fornite le prime lezioni d'amore al giovine Andronico, e venuto questi in sospetto che ella ricevesse di notte tempo un rivale, pose in agguato dinanzi alla casa della medesima le proprie guardie, che trapassarono colle lor frecce un estranio mentre passava per quella strada; estranio che fu riconosciuto da lì a poco essere il principe Manuele, il quale più non si riebbe, ed infine morì per gli effetti di quella ferita. Otto giorni dopo tal morte, Michele la cui salute era andata declinando continuamente, morì deplorando la perdita d'un figlio, il traviamento dell'altro[270]. Benchè l'intenzione del giovine Andronico nella morte del fratello non fosse concorsa, ei non dovea riguardar meno, e in questa e in quella del padre gli effetti della sua viziosa condotta; onde gli uomini capaci di meditare e sentire videro con profondo dolore come il ridetto Principe, anzichè manifestare tristezza o rimorsi, dissimulava a fatica la gioia per trovarsi libero da due competitori. Tai funesti avvenimenti, e altri disordini che accaddero ancora, distolsero a grado a grado dal nipote l'animo dell'avolo che dopo avere sperimentati vani i consigli e i rimproveri, trasportò sopra un terzo figlio del defunto Michele le sue speranze ed affezioni[271]; cambiamento politico che venne annunziato col chiamare il popolo a dar nuovo giuramento di fedeltà al Sovrano, ed al successore al trono che questi disegnerebbe. Al mal umore manifestato dall'escluso si unirono nuove colpe, per le quali, tornando sempre indarno i rimproveri, all'ignominia di un processo pubblico si vide esposto. Ma quando stava per profferirsi la sentenza, che forse avrebbe condannato il colpevole a condurre il rimanente de' suoi giorni rinchiuso in un carcere, o in un monastero, l'Imperatore ricevè la notizia che i partigiani armati del nipote, tutti i cortili del palagio tenevano. Allora acconsentì a cambiare il solenne giudizio in un Trattato di riconciliazione, la qual vittoria incoraggiò a nuove colpe il giovane Andronico e i suoi amici. Ciò nullostante la Capitale, il Clero e il Senato parteggiando tuttavia pel vecchio Imperatore o almeno pel suo governo, i turbolenti non poteano fondare le loro speranze di trionfare e di rovesciare il trono che sopra la fuga e il soccorso degli stranieri. Il Gran Domestico, Giovanni Cantacuzeno era l'anima della colpevole impresa. Dal punto che egli abbandonò fuggendo Costantinopoli, incominciano i suoi Comentarj e gli atti che lo danno a conoscere. Il suo amore verso la patria, è egli solo che il lodi; quanto poi allo zelo e alla destrezza di cui diè prova a favore del suo protetto, anche uno Storico della parte contraria gli rende giustizia. Il giovine Andronico adunque fuggito dalla Capitale col pretesto di andare alla caccia, spiegò, giunto ad Andrinopoli lo stendardo della ribellione, ed ebbe in breve sotto di sè un esercito di cinquantamila uomini, che, per sentimento di dovere o di onore, contra i Barbari non avrebbero prese l'armi. Una forza sì ragguardevole era quanto bastava per salvar l'Impero, o per imporgli la legge; ma dominando la discordia ne' consigli de' ribellanti, procedeano lenti ed incerti, intanto che la Corte di Costantinopoli con sorde pratiche e negoziati le costoro fazioni impacciava. Laonde avvenne che i due Andronici durarono sette anni protraendo, sospendendo, rinovando le disastrose loro contestazioni. Con un primo Trattato si spartirono fra loro gli avanzi dell'impero, rimanendo Costantinopoli, Tessalonica e le isole al vecchio Andronico, e divenendo il Giovine indipendente Sovrano di quasi tutta la Tracia, da Filippi fino alle pertenenze di Bisanzo. Mediante un secondo Trattato (A. D. 1325) il giovine Andronico si assicurò l'immediata incoronazione, il pagamento di quanto era dovuto al suo esercito, un parteggiamento eguale di rendite e di potere coll'avo. Colla sorpresa di Costantinopoli e colla ritirata definitiva del vecchio Andronico terminando la terza guerra civile, il giovine vincitore tenne solo l'Impero. La ragione di tali lentezze può trovarsi esaminando il carattere degli uomini e l'indole del secolo. Allorchè l'erede del trono fe' palesi i primi torti che avea ricevuti e i timori concetti, i popoli lo ascoltarono con sollecitudine e gli fecero plauso. I messi del giovine ribelle notificarono per ogni dove che il nuovo Sovrano avrebbe aumentati gli stipendj delle milizie e alleggeriti di una parte di tasse i suoi sudditi; nè si badò, come queste due promesse si distruggessero l'una coll'altra. Tutti gli abbagli commessi durante un regno di quarant'anni apparvero buone ragioni per una sommossa: e la nuova generazione vedea con dispetto protraersi all'infinito il regno d'un Principe, le cui massime e i favoriti a un altro secolo apparteneano, e la vecchiezza del quale non inspirava rispetto, perchè mancò d'energia la sua gioventù. Di fatto le pubbliche tasse fruttandogli una rendita di cinquecentomila libbre d'oro, e facendolo il più ricco di tutti i Principi cristiani, egli non era stato capace di mettere in armi tremila uomini a cavallo e trenta galee per impedire i progressi e i devastamenti de' Turchi; laonde il suo nipote Andronico soleva esclamare[272]. «Oh! come è diversa la mia condizione da quella del figlio di Filippo! Alessandro si dolea che suo padre non gli lascerebbe nulla da conquistare; quanto a me, il mio avo non mi lascerà nulla da perdere.» Ma i Greci ben tosto s'avvidero non essere la guerra civile un buon rimedio ai mali che li premevano, nè trovarsi nel giovane da lor prediletto le qualità necessarie a divenire il salvatore di un Impero che declinava. Alla prima sconfitta che questi soffersero, la fazione de' suoi incominciò a sciogliersi per la spensieratezza del condottiero, per le discordie che insorsero fra i partigiani, e per le pratiche della vecchia Corte che seppe indurre i mal contenti a far diffalte o a tradire la causa de' ribelli. Andronico il Giovane lasciatosi vincere dai rimorsi, già stanco degli affari, ingannato fors'anche dalle negoziazioni, o più avido di piaceri che di possanza, calò a patti sì fattamente che l'ottenuta facoltà di mantenere mille cani da caccia, mille falchi, e mille cacciatori, bastò a disarmare la sua ambizione, come a coprir d'obbrobrio il suo nome. Consideriamo ora la catastrofe di questo intreccio sì avviluppato, e lo stato definitivo de' principali personaggi[273]. Andronico l'avo trascorse tutta la vecchiezza in mezzo alle civili discordie; i variati eventi della guerra, o de' Trattati lo diminuirono a mano a mano e di potere e di fama, sino alla fatal notte in cui il giovine Andronico s'impadronì, senza trovar resistenza, della città e della reggia. Il Comandante in capo disdegnando gli avvisi che sull'imminente pericolo gli venivano dati, dormiva tranquillamente sul proprio letto abbandonandosi ad una sicurezza figlia dell'ignoranza, intanto che il debol Monarca, non mai sgombro l'animo d'inquietudini, stavasi in mezzo alle sue turbe di paggi e d'ecclesiastici. Non andò guari che i suoi terrori prendendo un fondamento reale, si udirono per ogni intorno le acclamazioni che gridavano il nome e la vittoria dal giovine Andronico. Prostrato a' piedi di una immagine della Madonna, inviò umilmente messi per consegnare lo scettro al vincitore e chiedergli in dono la vita. Convenevole e rispettosa fu la risposta di questo: egli s'incaricava, dicea, del governo per arrendersi ai voti del popolo; ma non quindi il suo avo rimarrebbe privo della propria dignità e supremazia. Il vincitore gli lasciava il suo palagio, assegnandogli ventiquattromila piastre d'oro, la metà della qual somma l'imperiale erario avrebbe fornita, l'altra metà si leverebbe dalle pesche di Costantinopoli. Ma spogliato Andronico del potere, cadde ben presto in dimenticanza e in dispregio. Il silenzio del suo palagio non era più interrotto che dalle bestie domestiche e dai polli del vicinato che i cortili solitarj ne ingombravano impunemente. Il suo assegnamento fu ridotto a diecimila piastre d'oro[274] che a stento gli venivan pagate. Ad aggravarne i patimenti si aggiunse l'indebolimento della vista. Ciascun giorno, diveniva più rigorosa la sua prigionia; e nel tempo di un'assenza e di una infermità del suo nipote, i barbari carcerieri con minaccia di morte il costrinsero a dimettere la porpora per abbracciare l'abito e la professione monastica. Il frate Antonio (che l'infelice assunse un tal nome) avea bensì rinunziato alle vanità del Mondo, ma si trovò alla necessità di chiedere che la sua rozza lana da frate fosse foderata di pelliccia per difendersi dai rigori del verno: il vino gli era proibito dal confessore, l'acqua dal medico; onde fu obbligato a non usar d'altra bevanda fuor del sorbetto d'Egitto; e l'antico Imperator de' Romani, non senza fatica giunse a procurarsi tre o quattro piastre d'oro per provvedere a sì modesti bisogni. Se poi è vero che di questo poco danaro egli si valse ad alleviare i mali d'un amico che si trovava in angustie anche maggiori, un tal sagrifizio non è privo di merito agli occhi della religione e della umanità. Quattro anni dopo la sua rinunzia, Andronico, ossia frate Antonio, spirò nella sua celletta in età di settantaquattro anni, e quanto gli poterono promettere gli ultimi discorsi dell'adulazione si stette in una corona più splendida di quella che in questo corrotto Mondo aveva portata[275]. [A. D. 1332] Il regno di Andronico il Giovane non fu nè più glorioso, nè più fortunato di quello dell'avo[276]. Non godè che per pochi istanti, e misti di amarezza, i frutti della sua ambizione. Spogliatosi nell'ascendere il trono, di quanto dell'antica popolarità rimanevagli, allora i difetti dell'indole sua si scorsero più chiaramente. I lamenti del pubblico contro di lui lo costrinsero a guerreggiare in persona i Turchi; nè nell'istante del pericolo difettava già di coraggio; ma dalla sua spedizione non riportò miglior trofeo di una ferita, e gli Ottomani vincitori consolidarono vie più la loro monarchia. Giunti all'estremo i disordini della amministrazione civile, la sprezzante negligenza con cui Andronico riguardava le consuetudini della nazione, lo trasse ad introdurre riforme nel modo di vestire del paese, cosa che i Greci deplorarono, come funesto sintomo dello scadimento dell'Impero. Gli stravizj della gioventù gli avevano affrettata l'età de' malori; onde riavutosi appena, fosse per opera della natura, o de' medici, o d'un miracolo della Beata Vergine, da una pericolosissima infermità, morì quasi d'improvviso giunto al quarantacinquesimo anno della sua vita. Ebbe due mogli, alemanna l'una, italiana l'altra, perchè i progressi de' Latini, così nell'arti come nella guerra, aveano mitigati i pregiudizj della Corte di Bisanzo. La prima di queste, conosciuta nella sua patria col nome d'Agnese, e con quello d'Irene in Grecia, era figlia del Duca di Brunswick. Il padre della medesima,[277] picciolo Sovrano[278] d'un paese povero e selvaggio del Nort dell'Alemagna[279], traeva qualche rendita dalla sue mine d'argento[280], benchè i Greci ne abbiano esaltata la famiglia, come la più antica e la più nobile fra le schiatte teutoniche[281]. Morta Irene non lasciando prole, Andronico sposò Giovanna sorella del Conte di Savoia[282], negata, per maritarla ad un Imperator greco, al Re di Francia[283]. Il Conte, onorando in sua sorella il titolo d'Imperatrice, la fe' accompagnare da numeroso seguito di nobili donzelle e di cavalieri: fu rigenerata e coronata nella chiesa di S. Sofia col nome più ortodosso di Anna. In occasione di tali nozze, i Greci e gl'Italiani si disputarono ne' tornei, e con giostre militari, il premio della destrezza e del valore. [A. D. 1341-1391] L'Imperatrice Anna di Savoia sopravvisse al marito. Giovanni Paleologo, erede del trono in età di nove anni, ebbe per protettore della sua infanzia il più illustre e il più virtuoso fra i Greci. La sincera e tenera amicizia che il padre del giovinetto conservò mai sempre a Cantacuzeno fa onore del pari al Principe ed al ministro. Erano presso che eguali per nobiltà di nascita il padrone ed il suddito[284]. Nato lo scambievole loro affetto fra' comuni passatempi della giovinezza, i pregi d'un animo ingentilito da colta educazione privata teneano nel suddito vece del nuovo lustro che dalla porpora il Principe ricevea. Noi abbiam veduto Cantacuzeno sottrare il giovine Imperatore alla vendetta dell'avo, e dopo sei anni di guerra civile, ricondurlo trionfante al palazzo imperiale di Costantinopoli. Sotto il regno d'Andronico il Giovane, il Gran Domestico governò l'Imperatore e l'Impero; ricuperò l'Isola di Lesbo, e il principato di Etolia; gli stessi nemici di Cantacuzeno son ridotti a confessare che in mezzo ai depredatori delle pubbliche sostanze, egli solo si conservò moderato e riguardoso. Osservando di fatto che egli spontaneo ne dà a conoscere lo stato di sue ricchezze,[285] vi è luogo a presumere che ei le abbia ricevute per eredità, non aumentate per via di rapine. Per vero dire, egli non ispecifica lo stato della sua cassa, il valore dei suoi vasellami ed arredi. Nondimeno dopo il dono volontario ch'ei fece di dugento vasi d'argento, dopo tutti quelli ch'ei mise in deposito presso gli amici, dopo quel molto che i nemici gli tolsero, i suoi tesori confiscati bastarono ad allestire una flotta di settanta galee. Cantacuzeno non ne offre una minuta descrizione de' suoi dominj; ma i granai del medesimo racchiudevano immensa copia di orzo e di frumento; e regolando i calcoli colla pratica dell'antica agricoltura, le mille paia di buoi adoperati alla coltivazione de' suoi terreni indicavano almeno sessantaduemila cinquecento acri di terreno dissodato[286]. I pascoli di Cantacuzeno manteneano mille cinquecento cavalli, dugento cammelli, trecento muli, cinquecento asini, cinquemila buoi, cinquantamila porci e settantamila pecore[287]. Una sì immensa ricchezza rurale dee parerne sorprendente ne' giorni dello scadimento dell'Impero, e massimamente nella Tracia, provincia devastata a mano a mano da tutte le fazioni. Il favore del Sovrano superò ancora la ricchezza del suddito, perchè in alcuni momenti di famigliarità, e durante la malattia di Andronico, questi mostrò il desiderio di toglier di mezzo la distanza che li separava, pregando il suo amico ad accettare il diadema e la porpora. Il Gran Domestico ebbe virtù bastante per resistere ad una offerta così seducente; almeno egli lo afferma nella sua Storia. L'ultimo testamento di Andronico il Giovane nominò Cantacuzeno tutore del figlio e Reggente dell'Impero. [A. D. 1341] Se in compenso de' prestati servigi, il Reggente avesse ottenuta una giusta retribuzione di gratitudine e di docilità, la purezza del suo zelo per gl'interessi del pupillo non si sarebbe forse smentita[288]. Cinquecento scelti soldati difendevano la persona del giovine Imperatore e la reggia; vennero celebrate con decoro le esequie del defunto Andronico; la tranquillità della Capitale ne annunciava la sommessione; cinquecento lettere inviate nelle province entro il primo mese che seguì la morte del Monarca, le fecero istrutte delle ultime volontà del medesimo. Ma questa felice prospettiva di una tranquilla minorità fu distrutta dall'ambizione del Gran Duca o ammiraglio Apocauco, la cui perfidia vien dipinta sotto le più odievoli forme dall'augusto Storico che confessa la propria imprudenza nell'avere innalzato Apocauco alla dignità di Gran Duca, a malgrado dell'opinione contraria del defunto Sovrano che avea più acume di lui. Audace e scaltro, prodigo e dominato dalla cupidigia, l'Ammiraglio faceva obbedire i proprj vizj alle mire della sua ambizione, il proprio ingegno alla rovina della sua patria. Fatto orgoglioso dal comando di una Fortezza, e dall'altro degli eserciti navali di tutto l'Impero, Apocauco congiurava contro il proprio benefattore, largheggiandogli nel medesimo tempo di assicurazioni di affetto e di fedeltà. Vendute a costui tutte le matrone della Corte dell'Imperatrice, ogni divisamento del medesimo secondavano. Essendo pertanto riescito far sì che Anna di Savoia ridomandasse la tutela del proprio figlio, quest'atto ebbe colore di materna sollecitudine; giacchè l'esempio del primo Paleologo ne instruiva i posteri a tutto paventare dalla perfidia di un tutore. Il patriarca Giovanni d'Apri, vecchio vanaglorioso, debole e attorniato da una turba di congiunti indigenti, mise in campo una antica lettera di Andronico, colla quale «l'Imperatore legava alle sue pietose cure il Principe e il popolo. Il destino del suo predecessore Arsenio lo persuadeva a prevenire il delitto di un usurpatore, anzichè vedersi alla necessità di punirlo». Lo stesso Apocauco non potè starsi dal sorridere sul buon successo delle proprie arti adulatrici in veggendo il Vescovo di Bisanzo sfoggiare con pompa eguale a quella del romano Pontefice, e gli stessi temporali diritti pretendere[289]. Fra questi tre personaggi, d'indole e stato così diversi, una segreta lega si strinse; e restituita al Senato un'ombra di autorità, col nome di libertà il popolo fu adescato. Questa possente confederazione assalì il Gran Domestico, per vie obblique da prima, indi con forza aperta. Si disputò sulle prerogative del medesimo; i consigli di lui venivano respinti, gli amici perseguitati, e più d'una volta corse rischio di vita in mezzo della Capitale, e a capo ancor degli eserciti. Mentre lo tenea lontano da Costantinopoli il servigio dello Stato fu accusato di tradimento, chiarito nemico dell'Impero e della Chiesa greca, egli e i suoi partigiani consagrati alla spada della giustizia, alla vendetta del popolo, alle potenze infernali. Confiscatine i beni, confinata in una prigione la madre di lui innoltrata negli anni, egli si vide dalla violenza e dalla ingiustizia costretto a commettere quel delitto di cui veniva accusato[290]. Nulla avvi nella precedente condotta di Cantacuzeno che ne dia motivo per giudicarlo reo di aver premeditato alcun disegno colpevole; e se qualche cosa potesse renderlo sospetto, sarebbe soltanto l'ostentazione da esso posta nel reiterare le proteste della sua innocenza, e gli encomj che egli non risparmiava alla sublime purezza di sua virtù. Sintanto che l'Imperatrice e il Patriarca serbarono seco lui le apparenze dell'amicizia, egli sollecitò per più riprese la permissione di abbandonare la reggenza e di ritirarsi in un monastero. Allorchè un bando lo promulgò pubblico nemico, la prima risoluzione di Cantacuzeno era stata quella di correre ai piedi del Principe, e offrire senza querelarsi, o resistere il suo capo alla scure; solamente con ripugnanza si fece infine ad ascoltare la voce della ragione, e a meditare che essendo proprio dovere il salvare la sua famiglia e gli amici, non potea riuscire in questo senza impugnar l'armi e assumere il titolo di Sovrano. [A. D. 1341] Nella Fortezza di Demotica, suo retaggio particolare, l'Imperatore Giovanni Cantacuzeno i purpurei coturni vestì; nella qual cerimonia i Nobili suoi congiunti gli calzarono la gamba destra, e la sinistra que' condottieri latini, ai quali lo stesso Giovanni avea conferito l'ordine della cavalleria. Ma sollecito, ancor ribellando, di serbare le forme della fedeltà, volle che prima del proprio nome e di quello d'Irene sua moglie, venissero acclamati quelli di Paleologo e di Anna di Savoia; e benchè una vana cerimonia mal giovi a palliare la ribellione, nè veruna ingiuria personale ricevuta divenga valevole scusa al suddito che brandisce l'armi contra il Sovrano, i pochi apparecchi che precedettero questa fazione, e il mal successo che la seguì, possono servir di conferma a quanto Cantacuzeno accerta, cioè essere egli stato condotto ad un passo così decisivo men dalla scelta che dalla necessità. Costantinopoli si mantenne fedele al giovine Imperatore; il Re de' Bulgari fu sollecitato a venire in soccorso della città di Andrinopoli. Le principali città della Tracia e della Macedonia, dopo avere esitato per qualche tempo, abbandonarono le parti del Gran Domestico; perchè i comandanti delle truppe e delle province giudicarono miglior interesse per loro il restar sottoposti al debole governo di una donna e d'un prete. L'esercito di Cantacuzeno, diviso in sedici squadre, accampò sulle rive del Melas, per tenere in freno di lì, o intimorire la Capitale. Ma il terrore, o il tradimento ne sbandarono le soldatesche, e gli uffiziali, principalmente i Latini mercenarj, adescati dai doni della Corte di Bisanzo, passarono ad essa. Dopo il quale avvenimento, l'Imperatore ribelle, poichè la fortuna di esso oscillava fra questi due titoli, coi soldati scelti che gli rimanevano, ver Tessalonica si ritrasse; tornati vani i suoi tentativi per impadronirsi di questa rilevante Fortezza, il nemico di lui Apocauco, condottiero di forze molto maggiori, per mare e per terra lo perseguì. Scacciato dalla costa, Cantacuzeno si ritirò, o piuttosto fuggì nelle montagne della Servia, ove adunò i suoi soldati, deliberato di non conservare in propria difesa, se non quelli che si offrirebbero volontarj a sostenere la sua pericolante fortuna. Ma sotto diversi pretesti, la maggior parte di costoro avendolo abbandonato, i fedeli alle sue bandiere si ridussero prima a duemila, poi a soli cinquecento. Il -Cral-, o despota dei Serviani[291], lo accolse con umanità; ma dal personaggio di confederato, Giovanni Cantacuzeno a mano a mano discese a quello di supplicante, di ostaggio e di prigioniero, ridotto a mendicare udienza da un Barbaro, arbitro in quel momento della vita e della libertà d'un Imperatore romano. Nondimeno, non vi furono seducenti offerte che potessero movere il Cral a violare le leggi dell'ospitalità; e solamente vedutosi costretto a seguir la parte di chi era più forte, rimandò, senza fargli verun insulto, l'amico suo Cantacuzeno, che si trasferì in altre bande a correre nuove vicissitudini di pericoli e di speranze. Le fazioni (A. D. 1341-1347) de' Cantacuzeni e de' Paleologhi, de' Nobili e de' plebei, infestavano le città delle loro dissensioni, e sollecitavano, or l'una, or l'altra, i Bulgari, i Serviani, i Turchi ad ultimare, chè fu questa la conclusione, l'esterminio di entrambe. Cantacuzeno intanto deplorava le calamità, delle quali fu autore e vittima in uno; e da una fatale esperienza di sè medesimo dedusse una giusta ed arguta osservazione intorno alla differenza che avvi tra le guerre civili e le guerre straniere; «le straniere, dic'egli, somigliano ai calori estivi dell'atmosfera, sempre tollerabili, talvolta utili; ma le civili non possono venir paragonate che ad una febbre ardente che i principj della vita diminuisce e distrugge[292]». L'imprudenza commessa dalle nazioni venute a civiltà, allorchè hanno frammesse nelle proprie contese le popolazioni de' Barbari o de' Selvaggi, partorì mai sempre effetti non men funesti che obbrobriosi per esse; tristo espediente che può giovar talvolta all'interesse dell'istante, ma che ripugna del pari ai principj della umanità e della ragione. È uso prevalso fra le due parti belligeranti che l'una rampogni l'altra di essere stata la prima a contrarre una lega sì mostruosa; e d'ordinario la parte accusatrice è quella cui tornò male siffatta negoziazione, e pure si mostra inorridita di un cattivo esempio, che se essa non diede, fu solamente perchè l'esito ai suoi tentativi non corrispose. I Turchi dell'Asia erano forse men barbari de' pastori della Bulgaria e della Servia, ma la lor religione li facea nemici implacabili di Roma e de' Cristiani. Le due fazioni adoperarono or donativi, ora atti di avvilimento per cattivarsi l'amicizia degli Emiri. Cantacuzeno fu sì accorto, che ebbe in questo la preferenza; ma le nozze della figlia del medesimo con un Infedele, e la cattività di più migliaia di Cristiani, furono l'odioso guiderdone del soccorso degli Ottomani; e una vittoria riportata colle loro armi, avendo aperto ad essi il cammin dell'Europa, affrettò la rovina de' crollanti avanzi dell'Impero romano. Le cose presero più favorevole aspetto per Cantacuzeno, cui liberò da un implacabil nemico, la morte di Apocauco, ben da costui meritata e in singolar modo accaduta. Arrestati furono per suo ordine nella Capitale e nelle province molti Nobili e plebei che odiava, o temeva, e tenendoli rinchiusi nel vecchio palagio di Costantinopoli, stava solertemente adoprandosi a farne alzare le mura, ristringer le stanze, e a tutto quanto potea rendere più sicura e più aspra la lor prigionia. Un dì che avendo lasciato alla porta le proprie guardie, s'intertenea nel cortile interno per sollecitare colla sua presenza il lavoro degli architetti, due coraggiosi prigionieri della famiglia de' Paleologhi, armati di bastoni, e dalla disperazione animati, si scagliarono sull'Ammiraglio che stesero morto ai loro piedi[293]. Grida di vendetta e di libertà rintronarono d'ogn'intorno, tutti i prigionieri infransero le lor catene, e sbarrati gl'ingressi di quell'edifizio esposero sui merli la testa di Apocauco, sperando ottenere l'approvazione del popolo e la clemenza dell'Imperatrice, cui forse non dispiaceva tanto il vedersi sciolta d'un arrogante ed ambizioso ministro; ma mentre questa nelle sue deliberazioni esitava, la plebe, e soprattutto le ciurme de' marinai, eccitate dalla vedova dell'Ammiraglio, atterrarono gli ostacoli che ad entrar nella prigione opponeansi, facendo man bassa sui primi che lor si offerivano. Que' prigionieri, in gran numero innocenti della morte di Apocauco, o che piuttosto non parteciparono alla gloria di averlo punito, rifuggitisi in un tempio, vennero trucidati a piè degli altari; talchè la morte di questo scellerato non produsse effetti men sanguinosi della sua vita. Ciò nulla meno al solo ingegno di costui reggeasi la causa del giovine Imperatore, perchè i partigiani di Apocauco, gelosi gli uni degli altri, trasandavano le cose della guerra, e nel tempo stesso ricusavano ogni offerta di pace. Fin sul principio delle civili discordie, l'Imperatrice avea compreso e confessato ella stessa che i nemici di Cantacuzeno la ingannavano, ma il Patriarca, dopo avere predicato con forza contro il perdono delle offese, obbligò la Principessa con giuramento di eterno odio, minacciandola delle tremende folgori della scomunica se questo giuramento infrangea[294]. Anna di Savoia, confermatasi ne' sentimenti dell'odio per timore dell'anatema, nol paventò in appresso, quando sembrava che il Patriarca mutasse d'avviso; perchè all'odio si aggiunse la gelosia, mossa dal pensare che una riconciliazione con Cantacuzeno la esponeva a vedersi in competenza di un'altra Imperatrice. Un tal pensier tormentoso rendendola indifferente sulle calamità dell'Impero, ella minacciò a sua volta il Patriarca, mostratosi proclive alla pace, di radunare un Sinodo e rimoverlo dalla sua dignità. Di cotali dissensioni e di questa incapacità de' nemici avrebbe potuto in concludente modo vantaggiar Cantacuzeno; ma la debolezza delle due fazioni non valse che a protrarre la guerra civile, e a tal proposito la moderazione dello stesso Cantacuzeno fu qualificata d'indolenza e di timidezza. Ciò nonostante datogli tempo di occupare a mano a mano le città e le province, i dominj dell'Imperatore pupillo al solo recinto di Costantinopoli vedeansi ridotti. Ma in quello stato di cose, la sola Capitale contrabbilanciava il rimanente dell'Impero, e prima di accingersi a così rilevante conquista, l'Imperatore esterno volle procacciarsi e partigiani e segrete intelligenze al di dentro. Un Italiano, di cognome Facciolati[295] (A. D. 1347) succeduto alla dignità di Gran Duca comandava la flotta, le guardie e la Porta d'Oro; ma più perfido che ambizioso, non disdegnò i premj del tradimento, dal qual tradimento per altro derivò che lo stato politico delle cose cambiasse senza veruno spargimento di sangue. Sfornita d'ogni modo di resistenza e d'ogni speranza di soccorso l'inflessibile Anna di Savoia, volea tuttavia, difendendo la reggia, contrastare l'ingresso in Bisanzo alla rivale, dimostratasi pronta a veder in cenere la Capitale anzichè un'altra Imperatrice sul trono; ma tanto furore nè a una parte, nè all'altra piaceva, onde il vincitore dettò le condizioni del Trattato, in cui rinnovellò le sue proteste di zelo e di affetto verso il figliuolo del suo antico benefattore. In quella occasione seguirono le nozze della figlia di Cantacuzeno con Giovanni Paleologo, i cui diritti ereditarj vennero stipulati nel Trattato, con che l'amministrazione dell'Impero rimanesse per dieci anni all'Imperatore tutore; onde si videro ad un tempo due Imperatori e tre Imperatrici sedersi sul trono di Costantinopoli. Una generale amnistia avendo calmati i timori e assicurate le proprietà de' sudditi più colpevoli, vennero celebrate le nozze, e la coronazione, con una esteriorità di concordia e di magnificenza, poco reali ad una stessa maniera. Nel tempo delle ultime turbolenze, erano stati dissipati i tesori dello Stato, e fin guasti, o venduti gli arredi del palagio. Sulla mensa imperiale non vidersi che vasellami di terra e peltro, e la vanità sostituì alle gemme e all'oro il vetro e i rami dorati[296]. Or mi affretto a terminare la storia individuale di Giovanni Cantacuzeno[297], divenuto per la sua vittoria padron dell'Impero. Lo scontento di entrambe le fazioni ne turbò il regno, e i suoi trionfi oscurò. I partigiani di lui riguardarono nell'amnistia generale un atto di perdono ai nemici, di dimenticanza degli amici[298]. Laonde dopo aver veduto per la causa di Cantacuzeno confiscati o saccheggiati i proprj beni, o ridotti allora ad elemosinare per le strade di Costantinopoli, imprecavano l'interessata magnanimità del loro Capo, che salito al trono dell'Impero, del suo patrimonio particolare s'era spogliato. Intanto gli amici della Imperatrice arrossendo di dovere le sostanze e le vite al favor precario di un usurpatore, palliavano il desiderio della vendetta sotto maschera di tenera sollecitudine per gl'interessi e per la stessa conservazione del giovine Monarca. Diede un'arme a queste inquietudini la domanda fatta dai partigiani di Cantacuzeno per essere sciolti dal giuramento di fedeltà verso i Paleologhi, e posti in possesso di alcune piazze forti ove condur sicuri i lor giorni; al qual fine i faziosi perorarono con molta eloquenza, ma non ottennero dall'imperator Cantacuzeno, in questi termini ce lo narra egli stesso, che un -rifiuto dalla mia virtù sublime e quasi incredibile-. Per cotal guisa, continue sedizioni e congiure turbarono il suo governo e il ridussero a paventare ad ogni istante che un nemico straniero, o domestico si portasse via il Principe legittimo, e il nome di questo, e i torti che si asserivano ad esso arrecati, servissero di pretesto alla ribellione. Col crescer negli anni, incominciando il figlio di Andronico ad operare e a sentire da sè medesimo, i vizj che avea ereditati dal padre accelerarono, anzichè ritardare i progressi della sua nascente ambizione; benchè Cantacuzeno, se possiamo credere alle sue proteste, si adoperò con sincero zelo a liberarlo dall'obbrobrio delle sensuali inclinazioni che il dominavano, e a sollevarne l'animo all'altezza della regal dignità. Nella spedizione della Servia, i due Imperatori, ostentando entrambi di essere in ottimo accordo fra loro, si mostrarono congiuntamente agli eserciti e alle province, e Cantacuzeno ammaestrò il suo giovine collega nelle scienze della guerra e della amministrazione. Conchiusa la pace, lasciò il , , 1 , ' . 2 , 3 - - - , ; 4 , , 5 . , 6 - , , 7 , 8 ' ' , ; 9 ' , 10 , 11 . 12 ' , , 13 . 14 - - , . 15 16 , 17 , , 18 . 19 , ' 20 [ ] . 21 ; , 22 , 23 , 24 . 25 ' , 26 ' 27 ' [ ] . 28 29 : 30 31 [ ] ' , 32 , 33 , ' 34 ; ' 35 ( , - . . - , 36 . , , . - ; , - . . - , . , . - ) . 37 , , 38 , ' 39 ' 40 . 41 42 [ ] ( . , . ) 43 - - , - - . 44 . 45 46 [ ] - . - . ( . , . , ) ; . . ( . , . ) . 47 , , 48 , 49 . 50 51 [ ] - 52 - ( . 53 . , . ) . ' , ' 54 . 55 56 [ ] 57 ( . - ) . 58 59 [ ] : - - , - - ; 60 ; 61 , , , 62 . , 63 , 64 ( , , ) . 65 66 [ ] 67 , 68 . 69 . , 70 . - . - 71 . 72 73 [ ] ( . , . ) , 74 ; , 75 - ' 76 ' - . , , 77 , ' ? 78 . 79 80 [ ] , , ' 81 , , 82 ' ; ' , ' 83 . , , 84 , . 85 , 86 ( , - - , . , . , - 87 ' - ) . 88 89 [ ] - . - ( . , , . ) , 90 ( . , . - ) , ( . , . , , ) . 91 92 [ ] ( - . . - . , . ) 93 . 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