assurdità, il tredicesimo e il quattordicesimo contrassegnarono.
I Popoli settentrionali del Nort, che conquistarono l'Impero Romano,
divenuti Cristiani, e coltivatori di fertili terreni insiem co' nativi,
a poco a poco si confusero con essi, e le antiche arti richiamarono a
vita. All'avvicinarsi del secolo di Carlomagno, già le loro istituzioni
incominciavano ad acquistare un certo grado di ordine e di consistenza,
allorchè i Normanni, i Saraceni[185] e gli Ungaresi, novelli sciami di
barbari invasori, nel primo stato di anarchia e di barbarie immersero
l'Occidente di Europa; seconda tempesta, che verso il principio
dell'undicesimo secolo, sedarono l'espulsione, o la conversione de'
nemici del Cristianesimo. La civiltà, che da sì lungo tempo parea
sminuirsi e ritirarsi dall'Europa, tornò con costante rapidità a
dilatarsi, schiudendo un nuovo campo di belle prove e di generosi sforzi
alla nascente generazione. Laonde, convenendo io che le arti ebbero
progressi rapidi e luminosi ne' due secoli delle Crociate, non ne
attribuisco a queste, siccome certi filosofi, il merito; anzi opino
avere esse tardati più che affrettati gli avanzamenti della coltura
europea[186]. La vita e le fatiche di tanti milioni d'uomini andate a
perdersi nell'Oriente, poteano con vantaggio venire impiegate al
miglioramento della nativa loro contrada. Animati allora dalle aumentate
produzioni del suolo e dell'industria, il commercio e la navigazione,
una corrispondenza amichevole co' popoli dell'Oriente avrebbe arricchiti
e nel medesimo tempo addottrinati i Latini. Non vedo che un aspetto,
sotto il quale le Crociate possano aver prodotto vantaggio, o almeno
fatto sparire un disordine. Gli abitatori d'Europa languivano schiavi
sulle native lor glebe, privi di proprietà, di libertà, di dottrine; i
Nobili e gli Ecclesiastici, ben picciola parte a confronto di tanta
popolazione, venivano riguardati quali soli meritevoli del titolo
d'uomini e di cittadini; sistema tirannico che gli artifizj del clero e
la spada de' Baroni manteneano in vigore. Ma quanto agli ecclesiastici
almeno la loro autorità aveva arrecato giovamento nei secoli della
barbarie; perchè e tennero accesa la luce delle scienze, che senza di
loro sarebbesi spenta del tutto, e mitigarono la ferocia de'
contemporanei, e offersero asilo e soccorsi nelle loro calamità al
debole e all'indigente: in somma andammo debitori ai medesimi
dell'ordine civile o mantenuto, o restituito alla società. Ma
l'independenza, il ladroneccio, le discordie de' Nobili a disordini e
flagelli sol diedero origine; e la mano ferrea dell'aristocrazia
militare qualunque speranza all'industria, ad ogni nobile sforzo
troncava. Possiam riguardare le Crociate siccome una delle cagioni che
più efficacemente contribuirono ad atterrare il gotico edifizio del
feudale sistema. Per esse i Baroni vendettero le lor signorie, per esse
una parte della loro schiatta sparita dall'Europa andò a disperdersi in
queste imprese dispendiose e piene di rischio. Ridotti finalmente ad
inopia, che umiliò il loro orgoglio, dovettero concedere quelle patenti
di libertà che le catene dello schiavo fecero men gravose, i fondi del
rustico e le officine dell'operaio affrancarono, e a gradi a gradi
restituirono l'esistenza alla parte più numerosa e più utile della
società. Laonde possiam dire che l'incendio distruggendo gli alberi
alti, sterile ingombro della foresta, arrecò aere libero e spazio per
vegetare alle piante umili e più vantaggiose di cui il terreno
vestivasi.
-Digressione sulla famiglia dei Courtenai.-
La porpora di tre imperatori, che regnarono a Costantinopoli
giustificherà, o scuserà almeno, una digressione sull'origine della Casa
di Courtenai, e sopra i singolare eventi di fortuna[187] cui
soggiacquero i tre rami della medesima, il primo di Edessa, il secondo
di Francia, il terzo d'Inghilterra, ultimo e solo sopravvissuto alle
vicissitudini di otto secoli.
[A. D. 1020]
Laddove il commercio non ha per anche versate le sue ricchezze, laddove
la luce del sapere non penetrò a sgombrare le tenebre del pregiudizio,
le prerogative della nascita con maggior forza colpiscono le menti degli
uomini, e ne ottengono venerazione. In tutti i secoli, le leggi e gli
usi dei Germani hanno distinti diversi gradi nella società; laonde i
Duchi e i Conti che si divisero fra loro l'Impero di Carlomagno,
istituirono ereditarj i loro uffizj, e in legato ai proprj figli
trasmisero il loro onore, la loro spada. Le famiglie, anche più
vanagloriose nel pretendere ad antica nobiltà, vedono con rassegnazione
perduto in mezzo all'oscurità del Medio Evo il ceppo del loro albero
genealogico, le cui radici, comunque profonde, certamente in un plebeo
mettono capo; nè v'è genealogista, che non sia costretto a discendere
dieci secoli dopo l'Era cristiana, per iscoprire in ordine a ciò qualche
indizio, dedotto dai soprannomi, dagli stemmi, e dagli archivj. I primi
crepuscoli di questa luce ci mostrano un Athon[188], cavaliere francese,
di una nobiltà provata dal grado che il padre di lui occupava, benchè
non se ne sappia il nome; quanto alla ricchezza del medesimo, ne abbiamo
la prova nel castello di Courtenai ch'ei fabbricò nel distretto del
Gatinese, situato ad ostro di Parigi in una distanza di circa
cinquantasei miglia. Incominciando dal regno di Roberto, figlio di Ugo
Capeto, i Baroni di Courtenai tengono distinta sede tra i vassalli che
immediatamente dipendevano dalla Corona; e Josselin, pronipote di Athon,
e figlio di madre nobile, vedesi registrato fra gli eroi della prima
Crociata, ove accompagnò Baldovino di Bruges, secondo Conte di Edessa, e
parente prossimo dello stesso Baldovino, poichè le loro madri erano
sorelle. Ottenuto in feudo un principato dal suo congiunto, se ne mostrò
meritevole col conservarlo degnamente; feudo che apparisce di molta
importanza dal numero de' guerrieri che sotto lo stesso Josselin
portarono l'armi.
[A. D. 1101-1152]
I. Poichè il cugino di Josselin partì per l'Europa, divenuto il secondo,
conte di Edessa, sopra entrambe le rive dell'Eufrate regnò. Per saggezza
di governare durante la pace, si acquistò grande numero di sudditi
venutogli dall'Europa e dalla Sorìa; mentre l'assennatezza della sua
amministrazione empieva i magazzini del suo Stato di grani, d'olio e di
vini, le castella di cavalli, d'anni e di danaro. Nel decorso di una
santa guerra di trent'anni, egli fu a vicenda vincitore e prigioniero;
morì da vero soldato, tratto in lettiga a capo delle sue truppe, e gli
occhi suoi moribondi si confortarono in veggendo la sconfitta de'
Turchi, che sugli anni e le infermità di questo guerriero aveano fondate
le loro speranze. Il figlio di lui ne ereditò il nome e i dominj; ma più
valoroso che accorto, dimenticò volersi altrettanta cura per conservare
uno Stato, quanta pur conquistarlo. Oltrechè, si fece a sfidare le forze
de' Turchi, senza essersi assicurati i soccorsi del principe di
Antiochia; trascurò fra i piaceri di Turbessel nella Sorìa[189] la
sicurezza della frontiera che disgiugnea i Cristiani dagl'Infedeli al di
là dell'Eufrate. Zenghi, primo degli Atabecchi, profittò della
lontananza del Conte per assediare e prendere d'assalto Edessa,
debolmente difesa da una truppa di timidi e perfidi Orientali. Sconfitti
i Franchi nel tentativo operato per rientrare in questa città, Courtenai
terminò nelle prigioni di Aleppo i suoi giorni. Comunque lasciasse
tuttavia un ampio patrimonio in morendo, la vedova di lui e il figlio,
ancora fanciullo, non potendo resistere agli sforzi de' vincitori,
cedettero per un assegnamento annuale all'imperatore di Costantinopoli
la cura di difendere e la vergogna di perdere gli ultimi possedimenti
asiatici de' Latini. La vedova contessa di Edessa co' suoi due figli a
Gerusalemme riparò. La figliuola di lei Agnese, divenne sposa e madre
d'un Re; il figlio Josselin III, accettò l'uffizio di Siniscalco che era
la primaria carica di quel regno. Obbligato, nella nuova Signoria di
Palestina che al suo titolo andava congiunta, ad un contingente militare
di cinquanta cavalieri, a capo de' medesimi meritò lode, e il nome di
Josselin vedesi con onore menzionato in tutte le negoziazioni di guerra
o di pace; ma sparito colla perdita di Gerusalemme il cognome dei
Courtenai del ramo di Edessa, pe' maritaggi di due donne di questa Casa
andò a perdersi nelle famiglie di due Baroni, uno alemanno, l'altro
francese[190].
II. Intanto che Josselin III regnava oltre l'Eufrate, il fratello di lui
primogenito, Milone, figlio di Josselin II e pronipote di Athon, godea
pacificamente in riva alla Senna i suoi beni e il suo castello
ereditario, che morendo trasmise al suo terzogenito Rinaldo, o
Reginaldo. Negli annali delle antiche famiglie, trovansi pochi esempj di
alto ingegno, o di virtù; ma l'orgoglio de' lor discendenti raccoglie
accuratamente ogni atto di violenza ovver di rapina, purchè annunzii
superiorità di valore o possanza. Un discendente di Rinaldo di Courtenai
dovrebbe oggidì arrossire di noverare fra i suoi progenitori uno
scorridore che spogliò e imprigionò alcuni mercatanti, comunque avessero
pagati i diritti regali a Sens e ad Orleans; ma pure invanirà in
pensando che fu d'uopo, per costringerlo alla restituzione un esercito
messo a ciò in armi dal Conte di Sciampagna reggente del regno[191].
Questo Rinaldo, legando i proprj dominj alla figlia sua primogenita, la
diede in isposa al settimo figlio di Luigi il Grosso, dal qual
maritaggio altra numerosa discendenza è derivata. Sarebbe una naturale
supposizione il credere che innalzatosi allor questo nome a pari de'
regj nomi, i figli di Pietro di Francia e di Elisabetta di Courtenai
avessero goduto i titoli e gli onori spettanti ai Principi del Sangue
(A. D. 1150), ma le istanze da essi fatti a tal fine, trascurate da
prima, ebbero indi un aperto rifiuto; i motivi della qual disgrazia
formano la Storia del secondo ramo dei Courtenai. 1. Ne' secoli delle
Crociate, la Casa reale di Francia veniva tenuta certamente in gran
conto e nell'Oriente, e nell'Occidente. Pure, non essendo trascorsi che
cinque regni, o generazioni da Ugo Capeto a Pietro, sembrava sì precario
tuttavia il loro titolo, che ciascun Monarca credea necessario, durante
la propria vita, far coronare il suo primogenito. I Pari di Francia
hanno serbato per lungo tempo un diritto di supremazia sui rami non
primogeniti della famiglia regnante; onde i Principi del Sangue non
godeano nel dodicesimo secolo di tutto quello splendore, ai nostri tempi
esteso ai Principi anche i più lontani dal succedere alla Corona. 2.
Sarebbe stato d'uopo che i Baroni di Courtenai tenessero in troppo conto
il proprio nome, e che altrettanto l'opinione pubblica lo rispettasse,
affinchè potessero al figlio di un Monarca che sposava una donna del lor
casato porre il patto di trasfondere in essa e ne' futuri figli il nome
e gli stemmi regali. Accade bensì, che allorquando la erede di una
famiglia si sposa ad un inferiore, o anche ad un eguale, la donna, di
comune patto o consenso porti al marito le sue gentilizie prerogative.
In questo caso affatto contrario, i discendenti di Luigi il Grosso,
tralignando dal regio ceppo, si trovarono gradatamente confusi cogli
antenati della madre, e i nuovi Courtenai meritarono forse di perdere
quegli onori di nascita, cui per motivo d'interesse i lor padri avevano
rinunziato.
L'invilimento derivato da tali nozze fu senza confronto più durevole
della ricompensa, e la grandezza passeggiera cui diedero origine andò a
perdersi in una lunga abbiezione. Il primo figlio di queste nozze,
Pietro di Courtenai, aveva sposata, come fu detto la sorella dei Conti
di Fiandra, i due primi Imperatori latini di Costantinopoli. Cedendo
imprudentemente alle sollecitazioni de' Baroni della Romania, egli e i
figli di lui, Roberto e Baldovino, occuparono successivamente il trono
di Bisanzo, e perdettero gli ultimi avanzi dell'Impero latino
dell'Oriente. Le nozze contratte dalla pronipote di Baldovino II unirono
una seconda volta il sangue dei Courtenai a quello di Francia e dei
Valois. Per sostenere le spese di un regno precario e tempestoso, questi
discendenti di Pietro di Francia si videro costretti a vendere gli
antichi loro possedimenti, e gli ultimi Imperatori di Costantinopoli a
mendicare dalle elemosine di Roma e di Napoli la lor sussistenza.
Intanto che i primogeniti dissipavano le loro sostanze, nel correre
romanzesche avventure, intanto che un plebeo profanava il castello di
Courtenai, gli altri rami di questo nome adottivo, si moltiplicavano ed
estendeano; ma il tempo e la povertà oscurarono lo splendore de' lor
natali. Dopo la morte di Roberto -Gran Bottigliere- della corona di
Francia, dal grado di Principi discesero a quel di Baroni; e
confondendosi le successive generazioni coi semplici gentiluomini, ne'
Signori campagnuoli di Tanlai e di Champinelles, uom non ravvisa più i
discendenti di Ugo Capeto. I più avventurosi di essi si diedero
onoratamente al mestiere delle armi; gli altri, men facoltosi e meno
solerti, si perdettero, non meno de' lor cugini del ramo di Dreux, in
mezzo all'umile classe dei contadini. Durante un oscuro periodo di
quattrocent'anni, ne divenne ogni dì più dubbiosa l'origine regale;
talchè la loro genealogia, invece di trovarsi registrata negli annali
del regno, è divenuta argomento faticoso di ricerche agli studiosi del
Blasone. Sol verso la fine del secolo decimosesto, allorchè videro
salire sul trono di Francia, una famiglia non molto più vicina di loro
ai Valois, i Courtenai rimembrarono la propria nascita. Essendo nate
alcune contestazioni che metteano per fino in dubbio, se legittima fosse
la lor nobiltà, si accinsero a provare la regia discendenza, e dopo
avere ottenuti i suffragi di venti giureconsulti dell'Italia e
dell'Alemagna, implorarono la giustizia e la compassione di Enrico IV,
modestamente paragonandosi ai discendenti di David, le prerogative de'
quali non erano state annichilate nè dal volger de' secoli, nè dal
praticato mestiere di falegname[192]. Ma tutte le circostanze furon
contrarie, tutti gli orecchi sordi ai giusti loro reclami.
L'indifferenza dei Valois a quella dei Borboni faceva le scuse, i
Principi del Sangue di un ramo regnante disdegnarono un parentado così
privo di lustro. I Parlamenti però non impugnarono le prove rassegnate
dai Courtenai. Ma per non metter mano ad un esempio pericoloso,
inventarono l'arbitraria decisione che faceva il solo S. Luigi, vero
ceppo della famiglia reale di Francia[193]. I Courtenai continuarono
sempre, e colla stessa fortuna, le loro lagnanze e i loro reclami, sol
terminati nel presente secolo dalla morte dell'ultimo maschio di questa
famiglia[194]. Quel sentimento di nobile orgoglio che è inspirato dalla
virtù, addolcì il rigore di lor condizione; sempre rifiutarono con
disdegno ogni offerta di ricchezza o di subalterni favori; e un
Courtenai, al letto di morte, protestava che avrebbe sagrificato il suo
unico figlio se lo avesse creduto capace di cambiare nel più luminoso
destino i suoi titoli e diritti ad essere riconosciuto principe
legittimo della Casa di Francia[195].
III. Giusta gli antichi registri dell'Abbazia di Ford, i Courtenai della
Contea di Devon, discendono dal principe Floro, secondogenito di Pietro,
e pronipote di Luigi il Grosso[196]. Questa favola inventata dalla
gratitudine, o dalla venalità de' monaci, venne con troppa facilità
ammessa dai nostri antiquarj Cambden[197] e Dugdale[198]; ma si accomoda
così poco ai tempi, ed è sì palesemente contraria alla verità, che la
stessa famiglia di Devon per un principio di giudizioso orgoglio questo
immaginario fondatore ricusa. Gli Storici più meritevoli di fiducia,
credono che Rinaldo di Courtenai, dopo avere maritata la propria figlia
al figliuolo del re di Francia, abbandonasse i possedimenti avuti in
quel regno, si trasferisse nell'Inghilterra, ed una seconda moglie, e
nuove signorie da questo Monarca ottenesse. Ella è cosa per lo meno
sicura che Enrico II onorò ne' campi e ne' consigli un Reginaldo del
medesimo cognome, insignito dei medesimi stemmi, e che può
ragionevolmente riguardarsi come appartenente alla schiatta de'
Courtenai francesi. Il diritto di tutela conferiva all'immediato Sovrano
la facoltà di premiare il vassallo col concedergli in isposa una ricca e
nobile erede. Intanto Courtenai era divenuto possessore di ricchi
terreni nella Contea di Devon, ove, da oltre seicento anni soggiornano i
suoi discendenti[199]. Havisa, moglie di Rinaldo, aveva ereditato da
Baldovino di Briones, Barone normanno, la ragguardevole signoria di
Okehampton, che a questo avea conferita Guglielmo il Conquistatore con
obbligo di fornire ai servigi della guerra novantatre cavalieri. Questa
Havisa, comunque donna, aveva anche il diritto di assumere le cariche
maschili di Visconte ereditario, o Seriffo, e di governatore del
Castello reale di Exeter. Roberto, figlio di Rinaldo e di Havisa, si
sposò ad una sorella del Conte di Devon. Circa un secolo dopo, ed
estinta la famiglia di Rivers[200], Ugo II, pronipote di Roberto,
ereditò un titolo, che veniva riguardato come dignità territoriale, e
dodici Conti di Devon, del cognome di Courtenai, vi furono
successivamente in un periodo di dugento venti anni. Avuti nel novero
dei più possenti Baroni del regno, sol dopo un ostinato contrasto,
cedettero al feudo di Arundel il primo posto nel Parlamento
d'Inghilterra. I Courtenai si imparentarono colle più illustri famiglie,
siccome erano quelle dei Vere, dei Despenser, dei S. John, dei Talbot,
dei Bohun, ed anche dei Plantageneti. In una contesa con Giovanni di
Lancastre, un Courtenai, Vescovo di Londra, indi Arcivescovo di
Cantorbery, manifestò una profana fiducia nel numero e nella possanza
della sua famiglia e de' suoi partigiani. Durante la pace, i Conti di
Devon viveano nelle numerose loro castella e signorie di Ponente,
adoperando le immense ricchezze di cui godevano in atti di divozione e
di ospitalità; ed è famoso l'epitafio di Odoardo, detto il Cieco in
conseguenza di una infermità sofferta dal medesimo, e il Buono per le
virtù che il fregiarono, epitafio che ingenuamente ne addita una
sentenza di morale, di cui però una imprudente generosità potrebbe
abusare. Dopo una tenera commemorazione di cinquanta anni di unione e di
felicità, da esso trascorsi colla sua moglie Mabel, così il buon Conte
parla dal fondo del suo sepolcro:
-What we gave, we have;-
-What we spent, we had;-
-What we left, we lost.[201].-
«Quanto largii posseggo: quel ben che feci, è mio Sol perdei quel che
lascio nel dire al mondo addio.»
Ma le -perdite- della famiglia di Devon, giusta questo significato,
superarono d'assai i doni e le spese del buon vegliardo il quale, non
men dei poveri, fece scopo delle sue paterne cure gli eredi. Le somme
che questi sborsarono per prendere il diritto di possessione attestano
l'ampiezza de' loro fondi; e molte signorie, godute anche al dì d'oggi
da questa famiglia, vi si trovano fino dal quattordicesimo e dal
tredicesimo secolo. Nelle guerre, i Courtenai adempierono con onore i
doveri al grado di cavalieri congiunti; spesso fu ad essi fidata la cura
di reclutare e comandare le milizie della Contea di Devon e della
Cornovaglia: spesse volte seguirono il lor Signore sulle frontiere della
Scozia, alcune volte ancora offersero a prezzo i lor servigi militari
allo straniero, condottieri di ottanta armigieri e di altrettanti
arcieri. Combattettero per terra o per mare sotto gli Eduardi e gli
Enrichi, e il loro nome splende famoso nelle battaglie, ne' tornei, e
nella prima lista de' Cavalieri della -Giarrettiera-. Tre fratelli della
stessa famiglia agevolarono nella Spagna la vittoria del Principe Nero.
Dopo che sei generazioni di Courtenai ebbero soggiornato in Inghilterra,
presero non meno de' lor compatriotti, in avversione il paese d'onde
traevano la propria origine. Nella contesa delle Due Rose, i Conti di
Devon essendosi posti dalla parte della Casa di Lancastre, tre fratelli
successivamente perirono, o nel campo di battaglia, o sul palco. Enrico
VII restituì loro i titoli e i beni; una figlia di Eduardo IV non
disdegnò prendere per marito un Courtenai; il figlio di queste nozze,
marchese di Exeter, vissuto per certo tempo in favore del proprio cugino
Enrico VIII, nel campo dello Stendardo d'Oro ruppe lancia contro il
francese Monarca; ma il favore di Enrico VIII era preludio di disgrazia,
e la disgrazia, di morte; onde il marchese di Exeter si annovera fra le
più illustri ed innocenti vittime della gelosia del tiranno: lo stesso
figlio del marchese, Eduardo, morì, in esilio a Padova dopo aver
languito lungo tempo prigioniero nella Torre di Londra. Il segreto amore
che avea per esso concepito Maria, e che egli non curò forse per un
riguardo ad Elisabetta, ha sparsa una vernice romanzesca sulla storia di
questo giovine Conte, rinomato per sua avvenenza. Gli avanzi del suo
retaggio passarono in diverse famiglie a motivo di parentele di quattro
zie del medesimo. I principi che si succedettero nel trono d'Inghilterra
fecero rivivere gli onori del suo grado per via di patenti, come se
fossero stati legalmente aboliti. Durava intanto un altro ramo
secondogenito della Casa di Courtenai, che discendeva da Ugo I, conte di
Devon, famiglia, che da Eduardo III ai dì nostri, vale a dire per
quattro secoli circa, è sempre rimasta nel suo castello di Powderham.
Aumentato di patrimonio per regali concedimenti, e terre da dissodare
ottenute nell'Irlanda, ha riacquistato di recente l'onore di appartenere
alle famiglie dei Pari. Ciò nullameno i Courtenai conservano tuttavia la
divisa lagrimevole che deplora lo scadimento della lor Casa e
l'ingiustizia di un tale destino[202]. Non si creda però che la dolorosa
rimembranza della passata grandezza li tolga al godimento della presente
prosperità. Negli Annali dei Courtenai, l'epoca più luminosa è pur
quella delle maggiori sciagure per essi; e un dovizioso Pari della Gran
Brettagna non dee portare invidia a quegl'imperatori di Costantinopoli
che trascorreano l'Europa sollecitando elemosine pel sostegno della
propria dignità, per la difesa della loro Capitale.
NOTE:
[110] -V.- l'originale del Trattato di parteggiamento nella Cronaca di
Andrea Dandolo, p. 328-330, e la elezione che ne conseguì, nel
Villehardouin (n. 136-140), le -Osservazioni- del Ducange e il primo
libro della -Storia di Costantinopoli sotto l'impero de' Francesi-.
[111] Dopo aver parlato di un Elettore francese che avea dato il suo
voto al Doge, Andrea Dandolo parente dello stesso Doge ne trova
ragionevole l'esclusione. -Quidam venetorum, fidelis et nobilis senex
usus oratione satis probabili-, etc., Orazione che gli scrittori moderni
dal Biondi al Le Beau hanno accomodata ciascuno a lor fantasia.
[112] Niceta, p. 384, vano e ignorante, quanto un Greco di que' tempi
doveva esserlo, indica il Marchese di Monferrato come Capo di una
potenza maritima λαμπαρδιαν δε οικεισθαι παραλιον, -abitava- (o
governava) -la Lombardia marittima-. Forse lo ha indotto in errore il
tema bisantino della Lombardia situata sulle coste della Calabria.
[113] I Veneziani pretesero che il Morosini si obbligasse con giuramento
a non ammettere nel capitolo di S. Sofia, cui spettava il diritto delle
elezioni, altri individui fuor de' Veneziani, e di quelli inoltre che
avessero abitato dieci anni in Venezia. Ma ingelosito il Clero della
prerogativa che questi arrogavansi, il Papa non la confermò, onde fra
sei patriarchi Latini che ebbe Costantinopoli, solamente il primo e
l'ultimo furono Veneziani.
[114] Niceta p. 383.
[115] Le lettere d'Innocenzo III somministrano ricchi materiali alla
Storia delle istituzioni civili ecclesiastiche dell'impero Latino di
Costantinopoli. La più importante di tali lettere (delle quali Stefano
Baluzio ha pubblicata la raccolta in due volumi in folio) trovasi
nell'opera, -Gesta script. rer. ital.-, Muratori, t. III, part. I, c.
94-105.
[116] Nel Trattato di parteggiamento hanno alterati quasi tutti i nomi
proprj. Non sarebbero difficili le correzioni, e una buona Carta
corrispondente all'ultimo secolo dell'Impero di Bisanzo sarebbe di
grande soccorso alla geografia; ma sfortunatamente d'Anville più non
vive.
[117] Il loro stile d'intitolarsi era -Dominus quartae partis et
dimidiae imperii romani-, e così continuarono fino all'anno 1356, in cui
Giovanni Dolfino fu eletto Doge (Sanut., p. 430-641). Quanto al governo
di Costantinopoli, -V.- Ducange, -Hist. C. P.- 1-37.
[118] Il Ducange (-Hist. C. P.- 11, 6) ha enumerate le conquiste fatte
dalla Repubblica o dai Nobili veneziani, le isole di Candia, di Corfù,
Cefalonia, Zante, Nasso, Paro, Melos, Andros, Micone, Siro, Ceos e
Lemno.
[119] Bonifazio vendè l'isola di Candia ai 12 agosto dell'anno 1204.
-V.- la transazione in Sanuto p. 533; ma non so comprendere come
quest'Isola fosse il patrimonio della madre di Bonifazio, o come questa
madre esser potesse la figlia d'un Imperatore di nome Alessio.
[120] Nel 1212, il Doge Pietro Zani inviò nell'isola di Candia una
colonia tolta dai differenti rioni di Venezia: ma i nativi Candiotti,
per la salvatichezza de' lor costumi, e per le frequenti ribellioni,
poteano essere paragonati ai Corsi sotto il dominio de' Genovesi; e
allorchè io metto in paragone i racconti del Belon, e quelli del
Tournefort, non ravviso molte differenze tra la Candia de' Veneziani, e
la Candia de' Turchi.
[121] Il Villehardouin (n. 159, 160, 173-177) e Niceta (p. 387-394)
raccontano la spedizione del Marchese Bonifazio in Grecia. Il secondo ha
potuto essere informato di queste particolarità dal suo fratello
Michele, arcivescovo di Atene, che ei ne dipinge siccome un eloquente
oratore, un uomo di Stato abilissimo, e soprattutto siccome un santo.
Dai manoscritti di Niceta, che trovansi nella biblioteca bodleana,
avrebbero potuto ritrarsi l'elogio che egli fa di Atene, e la
descrizione di Tempe (Fabricius, -Bibl. graec.-, t. VI, p. 405), cose
che sarebbero state degne delle indagini del sig. Harris.
[122] Napoli di Romania, o Nauplia, l'antico porto di Argo è tuttavia
una Fortezza assai rilevante; giace sopra una penisola circondata di
scogli, e gode di un ottimo porto. -V.- i viaggi di Chandler nella
Grecia, p. 227.
[123] Ho mitigata l'espressione di Niceta che si studia di ampliare
colle sue tinte la presunzione de' Franchi (-V. de rebus post. C. P.
expugnatam- 375-384).
[124] Questa città, bagnata dall'Ebro, distante sei miglia da
Andrinopoli, a motivo del suo doppio muro ottenne da' Greci il nome di
Didymoteicos, cambiato a poco a poco in quelli di Dimot o Demotica. Ho
preferito il nome moderno di Demotica. Fu l'ultima città abitata da
Carlo XII soggiornando in Turchia.
[125] Il Villehardouin con tuono di franchezza e di libertà ne dà conto
de' litigi di questi due Principi (n. 146-158). Lo Storico greco (p.
387) non defrauda di lodi il merito e la fama del Maresciallo μεγα παρα
Λατινον δυναμενου στρατευμσσι, -molto potente fra gli eserciti latini-:
in ciò dissimile da certi moderni eroi, le imprese de' quali, sol pe'
loro comentarj son conosciute.
[126] -V.- la morte di Murzuflo in Niceta (pag. 393), Villehardouin (n.
141-145-163) e Gunther (cap 20, 21). Nè il Maresciallo, nè il frate
mostrano la menoma compassione sulla sorte di questo usurpatore o
ribelle, benchè condannato ad un supplizio di un genere più nuovo ancora
de' suoi delitti.
[127] La colonna d'Arcadio, che ne' bassi rilievi raffigura la vittoria
di lui, o quella del padre del medesimo Teodosio, vedesi tuttavia a
Costantinopoli. Viene descritta, colle sue proporzioni, nelle opere del
Gillio (-Topograph.- IV, 7), dal Banduri (l. I, -antiquit. C. P.- p. 507
ec.), e dal Tournefort (-Viaggio in Levante- t. II, lett. 12, p. 231).
[128] La ridicola novella del Gunther intorno la -columna fatidica- non
merita che le si porga attenzione. Ella è però straordinaria cosa, che
cinquant'anni prima della conquista de' Latini, il poeta Tzetze
(Chiliad., IX, 277) abbia raccontato il sogno di una matrona, la quale
avea veduto un esercito nel Foro, e un uom seduto sulla cima della
colonna che battea le mani una contro l'altra e metteva un forte grido.
[129] Il Ducange (-Fam. byzant.-) ha esaminate, e con accuratezza
descritte le dinastie di Nicea, di Trebisonda e d'Epiro, delle quali
Niceta vide i primordj, senza però concepirne grandi speranze.
[130] Eccetto alcuni fatti contenuti in Pachimero e Niceforo Gregoras,
che noi citeremo in appresso, gli Storici bisantini, non si degnano far
parola dell'impero di Trebisonda, o del principato de' Lazi. Nè manco i
Latini ne parlano, se non se ne' romanzi de' secoli XIV, XV. Nondimeno
l'instancabile Ducange ha scoperto a tale proposito (-Fam. byzant.- p.
192) due passi autentici negli scritti di Vincenzo di Beauvais (l. XXXI,
c. 144) e del protonotario Ogier. (V. Wadding, A. D. 1279 n. 4).
[131] Niceta fa un ritratto de' Francesi-Latini, ove scorgesi per ogni
dove l'impronta dell'astio e del pregiudizio ουδεν των αλλων εθνων εις
Αρεος εργα παρασυμβεβλησθαι ηνειχοντο αλλ’ουδε τις των χαριτων η των
μουσων παρα τοις βαρβαροις τουτοις επεξενιζετο, και παρα τουτο οιμαι την
φυσιν ησαν ανημεροι, και τον χολον ειχον του λογου προτρεχοντα. -Non
tolleravano che alcun'altra nazione concorresse con essi alle imprese
marziali; ma niuna della Grazie o delle Muse aveva ospizio da quei
Barbari, ed inoltre erano, io credo, crudeli per natura, e aveano una
bile che preveniva il discorso-.
[132] Qui incomincio a valermi con fiducia e libertà degli otto libri
della -Hist. C. P.- (-sotto l'Impero de' Francesi-) composti dal Ducange
come supplimento alla storia del Villehardouin, i quali comunque scritti
in barbaro stile, hanno tutto il merito che all'opere classiche e
originali appartiene.
[133] Nella risposta che Giovannizio fece al Pontefice, possono vedersi
le rimostranze e le querele di questo principe (-Gesta In.- III, c.
108-109). I Romani amavano Giovannizio, e come il figliuol prodigo lo
riguardavano.
[134] I Comani erano un'orda di Tartari o Turcomanni che, nel duodecimo
o nel tredicesimo secolo, accampavano sulle frontiere della Moldavia.
Trovavansi fra essi un grande numero di Pagani ed alcuni Maomettani.
Luigi, Re d'Ungheria, nel 1370, convertì l'intera tribù al
Cristianesimo.
[135] Niceta, sia per odio, sia per ignoranza, accagiona di questa rotta
la viltà del Doge (p. 383); ma il Villehardouin chiama a parte della
propria gloria il suo venerabile amico, -qui viels home ère et gote ne
vecit, mais mult ere sages et preus et vigueros- (n. 193).
[136] La Geografia esatta e il testo originale del Villehardouin (n.
194), mettono Rodosto lontano tre giornate (-Trois journées-) da
Andrinopoli. Ma il Vigenere, nella sua versione, ha sostituito
goffamente tre ore; abbaglio che il Ducange non ha corretto ed ha tratti
in grossolani equivoci molti moderni, i nomi de' quali mi piace il
tacere.
[137] Il Villehardouin e Niceta (p. 386-416) raccontano il regno e la
morte di Baldovino; il Ducange supplisce alle loro ommissioni nelle
-Osservazioni-, e sul finire del suo primo libro.
[138] Dopo avere allontanate tutte le circostanze sospette e improbabili
possiamo trar prove pella morte di Baldovino, I. Dall'opinione de'
Baroni che non ne dubitavano (Villehardouin n. 230). II.
Dall'affermazione di Giovannizio o Calo-Giovanni che si scusa sul non
avere posto in libertà l'imperatore, -quia debitum carnis exsolverat cum
carcere teneretur- (-Gesta Innocentii III-, c. 109).
[139] Vedasi come raccontino la storia di questo impostore gli scrittori
francesi e fiamminghi, nel Ducange (-Hist. C. P.- III, 9), e le ridicole
favole avutesi per vere dai monaci di S. Albano, in Mattia Paris (-His.
maj.-, p. 271-272).
[140] Villehardouin (n. 257). Trista conclusione che a me pur duole il
citare. Noi perdiamo ad un tempo l'originale della storia di
Villehardouin, e i preziosi comentarj del Ducange. Le due lettere di
Enrico al Papa Innocenzo III portano qualche schiarimento alle ultime
pagine del nostro Autore (-Gesta-, c. 106, 107).
[141] Il Maresciallo viveva ancora nel 1212; ma è probabile che ei sia
morto poco dopo, nè mai tornato in Francia (Ducange, -Osservazioni sopra
Villehardouin- p. 238). Il feudo di Messinopoli, conferitogli da
Bonifazio, era l'antica -Maximianopolis-, fiorente fra le città della
Tracia ai giorni di Amiano Marcellino (n. 141).
[142] Il servigio della Chiesa di questo S. Avvocato di Tessalonica era
fatto dai Canonici del santo Sepolcro. Essa era famosa per un olio santo
che continuamente vi distillava e operava portenti (Ducange, -Hist. de
Const.- II, 4).
[143] Acropolita, c. 17, racconta la persecuzione del Legato, e la
tolleranza usata da Enrico (come egli la chiama) κλυδωνα κατεστορεσε,
-sedò la procella-.
[144] -V.- il regno di Enrico in Ducange (-Hist.- di C. P. l. I, c.
35-41, l. XI, c. 1-12) che sapeva dalle lettere dei Papi trar grande
profitto per la sua Storia. Le Beau (-Hist. du Bas-Empire-, t. 21, p.
120-122), ha trovate, forse nel Doutremens, alcune leggi di Enrico sul
servigio de' feudi e sulle prerogative imperiali.
[145] Acropolita (cap. 14) afferma che Pietro Courtenai morì di ferro
(εργον μαχαιραε γενεσθαι) stravagante frase che corrisponde
all'italiana, -divenne fattura della spada-; ma le oscure espressioni di
questo scrittore danno a credere che prima di una tal morte ei fosse
stato prigioniero, ως παντας αρδκν δεσματας ποιησαι συν πασι σαευεσι
-furon fatti tutti prigionieri con tutte le navi-. La Cronaca di
Auxerre, paese posto ne' dintorni di Courtenai, assegna per epoca a
questa morte l'anno 1219.
[146] -V.- quanto si riferisce al regno e alla morte di Pietro di
Courtenai nel Ducange (-Hist. di C. P.- l. II, c. 22-28 ), che fa deboli
sforzi per iscusare Onorio III circa l'indifferenza mostrata
sull'infelice destino dell'Imperatore.
[147] Marino Sanuto (-Secreta fidelium crucis-, l. II, part. IV, c. 18,
p. 73) trova sì ammirabile questa scena d'orrore, che la trascrive in
margine, siccome -bonum exemplum-. Nondimeno egli riconosce la donzella
per moglie legittima di Roberto.
[148] -V.- il regno di Roberto nel Ducange (-Hist. di Costantinopoli- l.
III, c. 1-12).
[149] -Rex igitur Franciae, deliberatione habita respondit nuntiis, se
daturum hominem Syriae partibus aptum; in armis probum- (prode), -in
bellis securum, in agendis providum. Johannem comitem Brennensem-
(Sanut., -Secret. fidel.-, l. III, part. XI, c. 4, p. 205, Mattia Paris,
p. 159).
[150] Il Giannone (-Istoria civile-, t. II, l. XVI, p. 380-385) parla
lungamente intorno al maritaggio di Federico II colla figlia di Giovanni
di Brienne, e la doppia unione delle corone di Napoli o di Gerusalemme.
[151] -V.- Acropolita, c. 27. Lo storico, allor fanciullo, ebbe in
Costantinopoli la sua educazione. Aveva undici anni, quando il padre del
medesimo per sottrarsi al giogo dei Latini abbandonò ricchi
possedimenti, riparando alla Corte di Nicea, ove il figlio di lui ai
primi onori venne innalzato.
[152] Filippo Mousches vescovo di Tournai (A. D. 1274-1282) ha composto
una spezie di poema, in antico dialetto fiammingo, o piuttosto una
cronaca in versi degl'Imperatori di Costantinopoli; e il Ducange in fine
alla storia di Villehardouin, (-V.- p. 224), le imprese di Giovanni di
Brienne.
-N'Aie, Ector, Roll'ne Ogiers-
-Ne Judas Machabeus li fiers-
-Tant ne fit d'armes en estors-
-Com fist li rois Jehans cel jors-
-Et il defors et il dedans-
-La paru sa force et ses sens-
-Et li hardiment qu'il avait.-
[153] -V.- il regno di Giovanni di Brienne nel Ducange, -Hist.- di -C.
P.- l. III, c. 13-26.
[154] -V.- il regno di Baldovino II fino al momento in cui fu scacciato
da Costantinopoli, nel Ducange (-Hist. C. P.- l. IV, c. 1-34; l. V, c.
1-33).
[155] Mattia Paris racconta le due visite fatte da Baldovino II alla
Corte d'Inghilterra (p. 396-637), il ritorno in Grecia -armata manu- (p.
407), le lettere dello stesso Baldovino e il -nomen formidabile-, ec.
(p. 481); espressione cui non ha posto mente il Ducange (-V.-
l'espulsione di Baldovino p. 850).
[156] -Chiamano i teologi soddisfazione le opere penose, fatte con
umiltà da' peccatori, ed imposte dalla Chiesa, in riguardo al fervore
de' penitenti, o ad altre buone opere, ch'ella loro prescrive; queste
indulgenze poi sono principalmente date dal Papa anche per eccitare i
credenti a certe azioni, od intraprese. Se poi alcune volte si ha fatto
uso non conveniente delle indulgenze, sarà cosa da disapprovarsi.- (Nota
di N. N.)
[157] Luigi IX si oppose, disapprovandola, alla vendita di Courtenai
(Ducange l. IV, c. 23). Questa Signoria fa oggidì parte de' dominj della
Corona; ma è stata ipotecata per un certo tempo alla famiglia di
Boulainvilliers. Courtenai, giurisdizione di Nemours nell'isola di
Francia, è una città che contiene in circa novecento abitanti: vi si
vedono tuttavia gli avanzi d'un castello (-Mélanges tirés d'une grande
Bibliothèque-, t. X, l. V, p. 74-77).
[158] Un principe Comano, morto senza battesimo, fu sepolto innanzi alle
porte di Costantinopoli, e in compagnia di lui un certo numero di
Schiavi e di cavalli vivi.
[159] Sanut., -Secret. fidel. crucis-, l. IV, c. 18, p. 73.
[160] -Non era immaginario quel valore pei credenti.- (Nota di N. N.)
[161] -È vero che le mummie erano pure un pegno di grande importanza
pegli Egizj, ma non doveva farsi questo paragone.- (Nota di N. N.)
[162] Il Ducange interpreta col vocabolo vago -monetae genus- le parole
-perparus-, -perpera-, -hyperperum-. Dopo avere consultato un passo del
Gunther (-Hist. C. P.- c. 8, p. 10) mi do a credere che il -perpera- sia
il -nummus aureus- o la quarta parte d'un marco di argento, circa dieci
scellini sterlini; se si fosse inteso di marco di piombo troppo tenue
sarebbe stata la somma.
[163] Intorno al trasporto della Santa Corona da Costantinopoli a
Parigi, V. Ducange (-Hist. C. P.-, l. IV, c. 11-14, 24-35) e Fleury
(-Hist. eccl.- t. XVII, p. 201-204).
[164] -Mélanges tirés d'une grande bibliothèque-, t. XLIII, p. 201-205.
Il -Lutrin- di Boileau mostra l'interno, gli uffizj, le consuetudini de'
ministri della Santa Cappella; i comentatori Brossette e Saint-Marc
hanno uniti e spiegati molti fatti che alla istituzione della medesima
si riferiscono.
[165] Questa cura venne operata ai 24 di Marzo dell'anno 1656 sopra la
nipote del celebre Pascal. Quest'uomo di altissimo ingegno, Arnaud e
Nicole erano presenti per vedere ed attestare un miracolo che confuse i
Gesuiti e salvò Portoreale, (-Oeuvres de Racine-, t. VI, p. 176-187,
nell'eloquente storia di Portoreale).
[166] -Se per antidoto s'intende una ragionevole critica intorno ai
fatti di questa specie, particolarmente quando non sono stati
assoggettati al processo solito a farsi, non sarebbe da condannarsi,
bisognava spiegarsi meglio.- (Nota di N. N.)
[167] Il Voltaire (-Siècle de Louis XIV-, c. 37, -Oeuvres-, t. IX, p.
178, 179) mette il suo studio a distruggere la verità de' fatti: ma
l'Hume (-Saggi-, vol. II) con maggiore abilità e buon successo
impadronendosi della batteria volta il cannone contra i nemici.
[168] Possono vedersi ne' libri 3, 4, 5 della compilazione del Ducange,
le perdite successivamente sofferte dai Latini; ma questo storico si è
lasciato sfuggire molte circostanze che si riferiscono alle conquiste
de' Greci, e che giova il rintracciare nella più compiuta storia di
Giorgio Acropolita, e ne' tre primi libri di Niceforo Gregoras, due
scrittori della storia bisantina, ai quali è toccata la buona sorte di
avere per editori Leone Allazio a Roma, e Giovanni Boivin Membro della
Accademia delle iscrizioni a Parigi.
[169] -V.- Giorgio Acropolita, c. 78, p. 89, 90, edizione di Parigi.
[170] I Greci, vergognando di avere avuto ricorso agli stranieri,
dissimularono la Lega coi Genovesi e gli aiuti che ne ricevettero; ma il
fatto è provato dalle testimonianze di Giovanni Villani (-Cron.- l. VI,
c. 71), del Muratori (-Script. rer. ital.- t. XIII, p. 202, 203) e di
Guglielmo di Nangis (-Annali di S. Luigi-, p. 248, nel Joinville del
Louvre); tanto Nangis quanto Joinville, stranieri alla disputa, poteano
parlare con imparzialità. Urbano IV minacciò i Genovesi di privarli del
loro arcivescovo.
[171] Fa d'uopo di non poca diligenza a conciliare le sproporzioni di
numero; gli ottocento soldati di Niceta, i venticinquemila di Spandugino
(Duc. l. V, c. 24), gli Sciti e i Greci di Acropolita, il numeroso
esercito di Michele, quale apparirebbe dalle lettere di Papa Urbano IV
(1-129).
[172] Θεληματαριοι, -Volontarj-. Pachimero ne gl'indica e descrive nel
medesimo tempo (l. II, c. 14).
[173] A che ricercare questi Comani ne' deserti della Tartaria, o anche
nella Moldavia? una parte di essa tribù si era sottomessa a Giovanni
Vatace, e probabilmente avea posto un vivaio di soldati in qualche
deserto della Tracia (Cantacuzeno, l. I, c. 2).
[174] I Latini raccontano brevemente la perdita di Costantinopoli la cui
conquista è stata in modo più soddisfacente descritta dai Greci, vale a
dire da Acropolita (c. 85), da Pachimero (l. II, c. 26-27), da Niceforo
Gregoras (lib. IV, c. 1, 2). -V.- Ducange, -Hist. C. P.-, l. V, c.
19-27.
[175] -V.- i tre ultimi libri (l. V-VIII) e le tavole genealogiche del
Ducange. Nell'anno 1382, l'Imperatore titolare di Costantinopoli era
Giacomo di Bangs Duca di Andria, nel regno di Napoli, figlio di
Margherita, figlia di Catterina di Valois, figlia questa di un'altra
Catterina, che avea per padre Filippo figlio di Baldovino II (Ducange,
l. VIII, c. 37,38). Ignorasi se egli abbia lasciato posterità.
[176] Abulfeda che vide l'ultimo periodo delle Crociate, parla del regno
de' Franchi e di quello de' Negri, come di cose sconosciute egualmente
(-Proleg. ad geogr.-). Se questo principe della Sorìa non avesse
disdegnata la lingua latina, sarebbesi procurati facilmente libri ed
interpreti.
[177] -I Maomettani così chiamarono, e chiamano i Cristiani cattolici a
cagione del culto che prestano alle Immagini, perchè non sanno, che
quelli non prestano culto alle Immagini, che riferendosi agli esemplari
di esse.- (Nota di N. N.)
[178] L'Uezio nell'opera -De interpretatione et de claris interpretibus-
(p. 131-135) dà una contezza succinta e superficiale di queste
traduzioni dal latino in greco. Massimo Planude, frate di Costantinopoli
(A. D. 1327-1353), ha tradotti i Comentarj di Cesare, il Sogno di
Scipione, le Metamorfosi e le Eroidi d'Ovidio (Fabricius, -Bibl.
graec.-, t. X, pag. 533).
[179] I mulini a vento, che furono la prima volta inventati nell'Asia
Minore, contrada di acqua scarsissima, vennero posti in uso nella
Normandia l'anno 1105 (-Vie privée des Français-, l. I, pag. 42, 43;
Ducange. -Gloss. lat.-, l. IV, pag. 474). -V.- L'Inghilterra, antica
traduzione del Boulard, pag. 282.
[180] -V.- le lamentanze di Ruggero Bacone (-Biograph. Britannica-, vol.
I, pag. 418, edizione di Kippis). Se Bacone, o Gerberto, intendevano
alcuni autori greci, potevano riguardarsi come prodigi del loro secolo,
nè certamente doveano questo merito proprio al commercio dell'Oriente.
[181] Tal si era l'opinione del grande Leibnitz (-Oeuvres de
Fontenelle-, t. V, p. 458) uno fra i sommi maestri della storia del
medio evo. Non citerò che la genealogia da' Carmelitani, e il miracolo
della casa di Loreto, cose che vennero entrambe dalla Palestina.
[182] -La credenza de' Cattolici, contenuta ne' libri del Nuovo
Testamento, e nelle spiegazioni e decisioni intorno ai dogmi, fatte
successivamente dai Concilj generali, soltanto fu alcune volte con nuovi
vocaboli sviluppata, e meglio determinata: è poi vero che sono venute al
tempo delle Crociata dall'Oriente nuove leggende, vite de' Santi, e si
sono introdotte nuove pratiche, e cerimonie; ma ciò nulla ha a fare co'
dogmi già stabiliti molto prima.- (Nota di N. N.)
[183] -Si è già veduto in più di una nota la sinistra applicazione che
de' vocaboli- Idolatra, Idolatria -fa il nostro Autore.- (Nota di N. N.)
[184] -Non però intorno ai dogmi fondamentali contenuti nel Vangelo, e
svolti dai Concilj. La buona critica, pur troppo poco più recente di un
secolo ci ha mostrati gl'inganni corsi in alcune leggende.- (Nota di N.
N.)
[185] Se fra le nazioni barbare annovero i Saraceni, gli è in rispetto
alle loro guerre, o piuttosto correrie nell'Italia e nella Francia, il
solo scopo delle quali erano il saccheggio e la devastazione.
[186] Un luminoso raggio di filosofica luce uscito ai dì nostri dal
fondo della Scozia, ha arrichita la letteratura di nuove nozioni
sull'importante argomento de' progressi della società in Europa. Procuro
un piacere a uno stesso, e adempio un debito di giustizia nel citare i
rispettabili nomi di Hume, Robertson e Adamo Smith. -V.- le due opere di
G. Stuart tradotte da B.
[187] Mi sono prevalso senza però limitarmi a questa opera sola della
-Storia genealogica della nobile ed illustre Casa di Courtenai-,
composta da Ezra Cleaveland, tutore del Cavaliere Guglielmo di
Courtenai, e rettore di Honiton, Oxford, 1735, -in folio-. La prima
parte è tolta da Guglielmo di Tiro, la seconda dalla Storia di Francia
del Bouchet; la terza da diverse memorie pubbliche e particolari dei
Courtenai della Contea di Devon. Il Rettore di Honiton, si mostra più
condotto da gratitudine che da secondi fini, e più da secondi fini che
da discernimento.
[188] I primi schiarimenti intorno a questa famiglia è un passo del
continuatore di Aimoin, frate di Fleury, scrittore del dodicesimo
secolo. -V.- la sua Cronaca negli storici di Francia, t. XI, p. 276.
[189] Il d'Anville colloca Turbessel, o come viene nominata oggi giorno
Telbesher, ad una distanza di ventiquattro miglia dal grande tragetto
dell'Eufrate a Zeugma.
[190] Nelle -Assise- di Gerusalemme (c. 326), i possedimenti di Josselin
III, trovansi registrati fra le pertenenze della Corona, compilazione
che debb'essere stata eseguita tra gli anni 1153, 1187. La genealogia
del medesimo può vedersi nei -Lignages d'Outre-mer-, c. 16.
[191] L'abate Suger ministro di Stato, racconta in assurdo modo la
rapina e la riparazione, nelle sue lettere (144-116), che sono ciò
nullameno i migliori Annali del dodicesimo secolo (Duchesne, -Scriptor.
Hist. Fr.- t. IV, p. 530).
[192] Di tante istanze, apologie etc., pubblicate dai -Principi- di
Courtenai, ho veduto soltanto le tre seguenti tutte in 8. -De Stirpe et
Origine Domus- di Courtenai: -addita sunt responsa celeberrimorum
Europae jurisconsultorum-, Parigi, 1607. 2. -Représentation du procédé
tenu à l'instance faite devant le roi par M. de Courtenai, pour la
conservation de l'honneur et dignité de leur maison, branche de la
royale maison de France-, Parigi 1613. 3. -Représentation du subject qui
a porté messieurs de Salle et de Franville, de la maison de Courtenai, à
se retirer hors du royaume-, 1614. Il soggetto di questa era un
omicidio, per cui i Courtenai chiedevano, o processo, o grazia; ma che
si tenesse verso di loro lo stile che coi Principi del Sangue si
praticava.
[193] Il De Thou esprime in questa guisa l'opinione de' Parlamenti:
-Principis nomen nusquam in Gallia tributum nisi iis qui per mares e
regibus nostris originem repetunt: qui nunc tantum a Ludovico Nono
beatae memoriae numerantur: nam- Cortinaei -et Drocenses, a Ludovico
Crasso genus ducentes, hodie inter eos minime recensentur-. Distinzione
che era un temperamento, anzichè un atto di giustizia. La santità di
Luigi IX non potea conferirgli alcuna prerogativa particolare, che lo
distinguesse dagli altri discendenti di Ugo Capeto nel patto primitivo
che gli univa alla nazione francese.
[194] L'ultimo maschio della Casa di Courtenai, fu Carlo Ruggero, morto
senza figli nell'anno 1730; l'ultima femmina, Elena di Courtenai, che
sposò Luigi di Baufremont. Il titolo di Principessa del Sangue reale di
Francia, le fu tolto con decreto 7 febbraio 1737 del Parlamento di
Parigi.
[195] Il fatto singolare quivi accennato trovasi nell'opera -Recueil des
Pièces interessantes et peu connues- (Maestricht 1786, in quattro volumi
in 12); e l'editore ignoto cita chi lo narrò avendolo inteso dal labbro
medesimo di Elena di Courtenai, marchesa di Beaufremont.
[196] Dugdale (-Monasticon anglicanum-, vol. 1, pag. 786). Cotesta
favola però dovrebbe essere stata architettata prima di Odoardo III. I
pietosi scialacquamenti fattisi dalle tre prime generazioni dei
Courtenai a favore dell'abbazia di Ford, vennero seguìte da tirannide
per una parte, da ingratitudine per l'altra; quando si fu alla sesta
generazione i monaci non tennero più registro nè delle nascite, nè degli
atti, nè delle morti de' lor protettori.
[197] Nella -Britannia- del Cambden ove trovasi l'albero genealogico dei
Conti di Devon, leggasi però una espressione che mette in dubbio
l'origine regia, -e regio sanguine ortos credunt-.
[198] Il Dugdale nel suo -Baronnage- (part. I, p. 634), rimette i
leggitori al suo -Monasticon-. Non avrebbe egli dovuto correggere i
registri dell'abbazia di Ford, e togliere di mezzo questo fantasma del
-principe Floro-, distrutto dall'autorità saldissima degli Storici
francesi?
[199] Oltre al terzo, che è anche il migliore libro, della storia di
Cleaveland, ho consultato il Dugdale, padre della nostra scienza
genealogica (-Baronnage-, part. 1. p. 634-643).
[200] Questa grande famiglia de Ripuariis, Redvers o Rivers finì sotto
il regno di Eduardo I in Isabella De Fortibus, famosa erede di un ricco
dominio, la quale sopravvisse lungo tempo al fratello e al marito
(Dugdale, -Baronnage-, part. 1, p. 254-257).
[201] -V.- Cleaveland, p. 142. Alcuni attribuiscono tale epitafio ad un
Rivers, conte di Devon; ma questo stile inglese sembra appartenere
piuttosto al quindicesimo che al tredicesimo secolo.
[202] -Ubi Lapsus! quid feci?- Impresa che fu, non v'ha dubbio, adottata
dal ramo di Powderham dopo la perdita di Devon. Lo stemma dei Courtenai
era da prima uno scudo d'oro con tre cialde vermiglie che sembrano
indicare una parentela con Goffredo di Buglione e cogli antichi Conti di
Bologna marittima.
CAPITOLO LXII.
-Gl'Imperatori greci di Nicea e di Costantinopoli. Innalzamento
e regno di Michele Paleologo. Finta riconciliazione del medesimo
col Papa e colla Chiesa latina. Divisamenti ostili del Duca
d'Angiò. Ribellioni della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia
e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato presente di questa
città.-
Il dispetto di avere perduta Costantinopoli rianimò alcun poco il vigore
de' Greci. I Principi e i Nobili, dimenticato il lusso de' lor palagi,
corsero all'armi, e i più forti, o i più abili di questi s'impadronirono
degli avanzi della monarchia. Sarebbe difficil cosa il trovare ne'
lunghi e sterili volumi degli Annali di Bisanzo[203] due principi degni
di essere paragonati a Teodoro Lascaris, e a Giovanni Duca Vatace[204],
che collocarono e mantennero sulle mura di Nicea nella Bitinia il romano
stendardo. Diversi d'indole, l'uno dall'altro, i due principi, questa
medesima diversità alle condizioni in cui posti erano conveniva. Nel
tempo de' suoi primi sforzi (A. D. 1204-1222), il fuggitivo Lascaris non
possedea che tre città, non comandava che a duemila soldati; ma una
generosa disperazione in tutti gli atti del regno suo lo sostenne; in
ogni sua fazion militare, pose la sua vita e la sua corona in pericolo.
Sorprese per solerzia i suoi nemici dell'Ellesponto e del Meandro; per
intrepidezza pervenne a ridurli; regnando e continuando a vincere per
diciotto anni diede al principato di Nicea tale estensione che ad un
impero addiceasi. Fondato sopra base più salda e sostenuto da più
abbondanti forze, questo trono pervenne a Vatace, genero e successore di
Teodoro Lascaris. Così l'indole sua propria, come le cambiate
circostanze di questo regno, condussero Vatace a calcolare
ponderatamente i pericoli, a spiar le occasioni, a preparare il buon
successo de' suoi ambiziosi disegni. Nel narrare la caduta dell'Impero
latino, ho accennate di volo le vittorie de' Greci, il contegno prudente
e i successivi progressi di un conquistatore, che nel durare di
trentatre anni di regno, liberò le province dalla tirannide de' nativi e
degli stranieri, e strinse per ogni lato una Capitale, divenuta ignudo
tronco, smosso dalle radici, e presto a cadere al primo colpo di scure.
Ma più degni ancora di encomio e di ammirazione sono l'interna economia,
e il pacifico governo del successore di Teodoro[205]. Egli ne assunse le
redini in tempo che le calamità della guerra aveano scemata la
popolazione, e toltele pressochè tutte le vie di sussistenza; perchè non
vi essendo più nè modi nè allettamenti a coltivare la terra, i fondi più
fertili rimanevano abbandonati e sol coperti di ginestre e di rovi.
L'imperatore ne fe' dissodare una parte a suo conto, talchè fra le sue
mani, e per la sua vigilanza, diedero più copiosi ricolti di quanti
sperar ne potesse la sollecitudine di un fittaiuolo. Divenuti i dominj
reali il giardino e il granaio dell'Asia, il Principe non ebbe d'uopo di
vessare i popoli per assicurarsi una fonte di ricchezze perenni e
legittime. Giusta la natura dei terreni, questi divenivano, per le
imperiali cure, o campi da grano, o selve, o vigneti, o prati, ove
numerose greggie andavano al pascolo. Nel presentare l'Imperatrice di
una corona ricca di perle e di diamanti, l'Imperatore le fece intendere
sorridendo che questo prezioso ornamento era stato comperato coi danari
ricavati dalla vendita delle uova del suo immenso pollaio. La rendita
dei dominj imperiali bastava alle spese del palagio, al mantenimento
degli ospitali, al sostegno della dignità e del lusso del trono, e più
vantaggiosa di questa rendita divenne allo Stato la forza del buon
esempio. Tornarono i primi onori e l'antica sicurezza all'aratro. Schifi
allora i Nobili di riparare la fastosa loro indigenza o colle spoglie
involate al povero, o con favori mendicati alla Corte, una rendita più
certa e non abbietta si procacciarono dai propri dominj. Affrettatisi i
Turchi a comperare il superfluo delle biade, e delle mandrie dello
Stato, Vatace si mantenne accuratamente in corrispondenza con essi, ma
non quindi incoraggiò l'introduzione delle produzioni dell'industria
straniera e della seta del Levante, come tenne lontane da' suoi dominj
le manifatture dell'Italia. «I bisogni della natura, solea dire Vatace,
sono indispensabili da soddisfare: ma il capriccio della moda in un
giorno nasce e perisce» con tai precetti e col proprio esempio, il
saggio Monarca e la semplicità de' costumi, e l'industria del popolo, e
l'economia domestica, favoriva. Primo scopo di premure gli furono
l'educazione della gioventù e lo splendore delle lettere[206]: solito a
dire con verità che un principe ed un filosofo sono i due più eminenti
personaggi della società umana, non si arrogava decidere qual dei due
avesse la preferenza. La prima sposa del medesimo, Irene, figlia di
Teodoro Lascaris, più illustre per merito personale e per le virtù del
suo sesso, che pel sangue Comneno trasfuso nelle sue vene, avea dato in
dote al marito l'Impero. Dopo la morte di lei, Vatace sposò Anna, o
Costanza, figlia naturale dell'imperatore Federico II. Ma non essendo
questa ancor giunta alla pubertà, l'Imperatore accolse nel proprio letto
una Italiana del suo seguito: e i vezzi e le arti della concubina
ottennero dall'amante, tranne il titolo, tutti gli onori ad una
Imperatrice dovuti; debolezza del Monarca, che come enorme delitto
divulgarono i frati; ma la violenza delle costoro invettive, non giovò
che a far risplendere maggiormente la pazienza del Sovrano. La filosofia
del nostro secolo perdonerà, non v'ha dubbio, a questo principe una
debolezza cui compensava un complesso raro di virtù; e quegli stessi
contemporanei che mitemente giudicarono le più impetuose e fatali
passioni di Lascaris, non seppero negare ai falli di Vatace
un'indulgenza ai restauratori degl'Imperi dovuta[207]. Que' Greci, i
quali, privi di leggi e di tranquillità, gemevano tuttavia sotto il
giogo latino, invidiavano la felicità di quei lor confratelli che già
riacquistata aveano la civile libertà; e Vatace con una politica non
condannevole, metteva ogni sollecitudine a persuaderli de' vantaggi che
migrando al regno di lui avrebbero trovati.
[A. D. 1255-1259]
Appena ci facciamo a paragonare i regni di Giovanni Vatace, e di
Teodoro, figlio di lui e successore, appaiono manifesti il tralignamento
e la differenza tra il fondatore, poi reggitore dell'Impero fondato, e
l'erede in cui non era che lo splendore a lui preparato dal padre[208].
Non vuole cionnullameno negarsi qualche forza d'animo a Teodoro;
allevato alla scuola paterna, addestrato nella caccia e nella guerra,
poteva egli del tutto mancarne? Benchè Costantinopoli non abbia ceduto
all'armi di questo principe, pure ne' tre anni che il suo regno durò, ei
condusse per tre volte i suoi eserciti vittoriosi fin nel cuore della
Bulgaria. Ma ogni pregio da lui posseduto oscuravano l'ira e la
diffidenza, il primo dei quali difetti può attribuirsi alla consuetudine
di non essere stato mai contraddetto; l'altro forse gli derivava da
alcune confuse e vaghe nozioni sulla depravazione dell'uman genere.
Stando in cammino per una delle sue spedizioni nella Bulgaria, consultò
sopra un caso di politica i suoi principali ministri, fra i quali, il
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