assurdità, il tredicesimo e il quattordicesimo contrassegnarono. I Popoli settentrionali del Nort, che conquistarono l'Impero Romano, divenuti Cristiani, e coltivatori di fertili terreni insiem co' nativi, a poco a poco si confusero con essi, e le antiche arti richiamarono a vita. All'avvicinarsi del secolo di Carlomagno, già le loro istituzioni incominciavano ad acquistare un certo grado di ordine e di consistenza, allorchè i Normanni, i Saraceni[185] e gli Ungaresi, novelli sciami di barbari invasori, nel primo stato di anarchia e di barbarie immersero l'Occidente di Europa; seconda tempesta, che verso il principio dell'undicesimo secolo, sedarono l'espulsione, o la conversione de' nemici del Cristianesimo. La civiltà, che da sì lungo tempo parea sminuirsi e ritirarsi dall'Europa, tornò con costante rapidità a dilatarsi, schiudendo un nuovo campo di belle prove e di generosi sforzi alla nascente generazione. Laonde, convenendo io che le arti ebbero progressi rapidi e luminosi ne' due secoli delle Crociate, non ne attribuisco a queste, siccome certi filosofi, il merito; anzi opino avere esse tardati più che affrettati gli avanzamenti della coltura europea[186]. La vita e le fatiche di tanti milioni d'uomini andate a perdersi nell'Oriente, poteano con vantaggio venire impiegate al miglioramento della nativa loro contrada. Animati allora dalle aumentate produzioni del suolo e dell'industria, il commercio e la navigazione, una corrispondenza amichevole co' popoli dell'Oriente avrebbe arricchiti e nel medesimo tempo addottrinati i Latini. Non vedo che un aspetto, sotto il quale le Crociate possano aver prodotto vantaggio, o almeno fatto sparire un disordine. Gli abitatori d'Europa languivano schiavi sulle native lor glebe, privi di proprietà, di libertà, di dottrine; i Nobili e gli Ecclesiastici, ben picciola parte a confronto di tanta popolazione, venivano riguardati quali soli meritevoli del titolo d'uomini e di cittadini; sistema tirannico che gli artifizj del clero e la spada de' Baroni manteneano in vigore. Ma quanto agli ecclesiastici almeno la loro autorità aveva arrecato giovamento nei secoli della barbarie; perchè e tennero accesa la luce delle scienze, che senza di loro sarebbesi spenta del tutto, e mitigarono la ferocia de' contemporanei, e offersero asilo e soccorsi nelle loro calamità al debole e all'indigente: in somma andammo debitori ai medesimi dell'ordine civile o mantenuto, o restituito alla società. Ma l'independenza, il ladroneccio, le discordie de' Nobili a disordini e flagelli sol diedero origine; e la mano ferrea dell'aristocrazia militare qualunque speranza all'industria, ad ogni nobile sforzo troncava. Possiam riguardare le Crociate siccome una delle cagioni che più efficacemente contribuirono ad atterrare il gotico edifizio del feudale sistema. Per esse i Baroni vendettero le lor signorie, per esse una parte della loro schiatta sparita dall'Europa andò a disperdersi in queste imprese dispendiose e piene di rischio. Ridotti finalmente ad inopia, che umiliò il loro orgoglio, dovettero concedere quelle patenti di libertà che le catene dello schiavo fecero men gravose, i fondi del rustico e le officine dell'operaio affrancarono, e a gradi a gradi restituirono l'esistenza alla parte più numerosa e più utile della società. Laonde possiam dire che l'incendio distruggendo gli alberi alti, sterile ingombro della foresta, arrecò aere libero e spazio per vegetare alle piante umili e più vantaggiose di cui il terreno vestivasi. -Digressione sulla famiglia dei Courtenai.- La porpora di tre imperatori, che regnarono a Costantinopoli giustificherà, o scuserà almeno, una digressione sull'origine della Casa di Courtenai, e sopra i singolare eventi di fortuna[187] cui soggiacquero i tre rami della medesima, il primo di Edessa, il secondo di Francia, il terzo d'Inghilterra, ultimo e solo sopravvissuto alle vicissitudini di otto secoli. [A. D. 1020] Laddove il commercio non ha per anche versate le sue ricchezze, laddove la luce del sapere non penetrò a sgombrare le tenebre del pregiudizio, le prerogative della nascita con maggior forza colpiscono le menti degli uomini, e ne ottengono venerazione. In tutti i secoli, le leggi e gli usi dei Germani hanno distinti diversi gradi nella società; laonde i Duchi e i Conti che si divisero fra loro l'Impero di Carlomagno, istituirono ereditarj i loro uffizj, e in legato ai proprj figli trasmisero il loro onore, la loro spada. Le famiglie, anche più vanagloriose nel pretendere ad antica nobiltà, vedono con rassegnazione perduto in mezzo all'oscurità del Medio Evo il ceppo del loro albero genealogico, le cui radici, comunque profonde, certamente in un plebeo mettono capo; nè v'è genealogista, che non sia costretto a discendere dieci secoli dopo l'Era cristiana, per iscoprire in ordine a ciò qualche indizio, dedotto dai soprannomi, dagli stemmi, e dagli archivj. I primi crepuscoli di questa luce ci mostrano un Athon[188], cavaliere francese, di una nobiltà provata dal grado che il padre di lui occupava, benchè non se ne sappia il nome; quanto alla ricchezza del medesimo, ne abbiamo la prova nel castello di Courtenai ch'ei fabbricò nel distretto del Gatinese, situato ad ostro di Parigi in una distanza di circa cinquantasei miglia. Incominciando dal regno di Roberto, figlio di Ugo Capeto, i Baroni di Courtenai tengono distinta sede tra i vassalli che immediatamente dipendevano dalla Corona; e Josselin, pronipote di Athon, e figlio di madre nobile, vedesi registrato fra gli eroi della prima Crociata, ove accompagnò Baldovino di Bruges, secondo Conte di Edessa, e parente prossimo dello stesso Baldovino, poichè le loro madri erano sorelle. Ottenuto in feudo un principato dal suo congiunto, se ne mostrò meritevole col conservarlo degnamente; feudo che apparisce di molta importanza dal numero de' guerrieri che sotto lo stesso Josselin portarono l'armi. [A. D. 1101-1152] I. Poichè il cugino di Josselin partì per l'Europa, divenuto il secondo, conte di Edessa, sopra entrambe le rive dell'Eufrate regnò. Per saggezza di governare durante la pace, si acquistò grande numero di sudditi venutogli dall'Europa e dalla Sorìa; mentre l'assennatezza della sua amministrazione empieva i magazzini del suo Stato di grani, d'olio e di vini, le castella di cavalli, d'anni e di danaro. Nel decorso di una santa guerra di trent'anni, egli fu a vicenda vincitore e prigioniero; morì da vero soldato, tratto in lettiga a capo delle sue truppe, e gli occhi suoi moribondi si confortarono in veggendo la sconfitta de' Turchi, che sugli anni e le infermità di questo guerriero aveano fondate le loro speranze. Il figlio di lui ne ereditò il nome e i dominj; ma più valoroso che accorto, dimenticò volersi altrettanta cura per conservare uno Stato, quanta pur conquistarlo. Oltrechè, si fece a sfidare le forze de' Turchi, senza essersi assicurati i soccorsi del principe di Antiochia; trascurò fra i piaceri di Turbessel nella Sorìa[189] la sicurezza della frontiera che disgiugnea i Cristiani dagl'Infedeli al di là dell'Eufrate. Zenghi, primo degli Atabecchi, profittò della lontananza del Conte per assediare e prendere d'assalto Edessa, debolmente difesa da una truppa di timidi e perfidi Orientali. Sconfitti i Franchi nel tentativo operato per rientrare in questa città, Courtenai terminò nelle prigioni di Aleppo i suoi giorni. Comunque lasciasse tuttavia un ampio patrimonio in morendo, la vedova di lui e il figlio, ancora fanciullo, non potendo resistere agli sforzi de' vincitori, cedettero per un assegnamento annuale all'imperatore di Costantinopoli la cura di difendere e la vergogna di perdere gli ultimi possedimenti asiatici de' Latini. La vedova contessa di Edessa co' suoi due figli a Gerusalemme riparò. La figliuola di lei Agnese, divenne sposa e madre d'un Re; il figlio Josselin III, accettò l'uffizio di Siniscalco che era la primaria carica di quel regno. Obbligato, nella nuova Signoria di Palestina che al suo titolo andava congiunta, ad un contingente militare di cinquanta cavalieri, a capo de' medesimi meritò lode, e il nome di Josselin vedesi con onore menzionato in tutte le negoziazioni di guerra o di pace; ma sparito colla perdita di Gerusalemme il cognome dei Courtenai del ramo di Edessa, pe' maritaggi di due donne di questa Casa andò a perdersi nelle famiglie di due Baroni, uno alemanno, l'altro francese[190]. II. Intanto che Josselin III regnava oltre l'Eufrate, il fratello di lui primogenito, Milone, figlio di Josselin II e pronipote di Athon, godea pacificamente in riva alla Senna i suoi beni e il suo castello ereditario, che morendo trasmise al suo terzogenito Rinaldo, o Reginaldo. Negli annali delle antiche famiglie, trovansi pochi esempj di alto ingegno, o di virtù; ma l'orgoglio de' lor discendenti raccoglie accuratamente ogni atto di violenza ovver di rapina, purchè annunzii superiorità di valore o possanza. Un discendente di Rinaldo di Courtenai dovrebbe oggidì arrossire di noverare fra i suoi progenitori uno scorridore che spogliò e imprigionò alcuni mercatanti, comunque avessero pagati i diritti regali a Sens e ad Orleans; ma pure invanirà in pensando che fu d'uopo, per costringerlo alla restituzione un esercito messo a ciò in armi dal Conte di Sciampagna reggente del regno[191]. Questo Rinaldo, legando i proprj dominj alla figlia sua primogenita, la diede in isposa al settimo figlio di Luigi il Grosso, dal qual maritaggio altra numerosa discendenza è derivata. Sarebbe una naturale supposizione il credere che innalzatosi allor questo nome a pari de' regj nomi, i figli di Pietro di Francia e di Elisabetta di Courtenai avessero goduto i titoli e gli onori spettanti ai Principi del Sangue (A. D. 1150), ma le istanze da essi fatti a tal fine, trascurate da prima, ebbero indi un aperto rifiuto; i motivi della qual disgrazia formano la Storia del secondo ramo dei Courtenai. 1. Ne' secoli delle Crociate, la Casa reale di Francia veniva tenuta certamente in gran conto e nell'Oriente, e nell'Occidente. Pure, non essendo trascorsi che cinque regni, o generazioni da Ugo Capeto a Pietro, sembrava sì precario tuttavia il loro titolo, che ciascun Monarca credea necessario, durante la propria vita, far coronare il suo primogenito. I Pari di Francia hanno serbato per lungo tempo un diritto di supremazia sui rami non primogeniti della famiglia regnante; onde i Principi del Sangue non godeano nel dodicesimo secolo di tutto quello splendore, ai nostri tempi esteso ai Principi anche i più lontani dal succedere alla Corona. 2. Sarebbe stato d'uopo che i Baroni di Courtenai tenessero in troppo conto il proprio nome, e che altrettanto l'opinione pubblica lo rispettasse, affinchè potessero al figlio di un Monarca che sposava una donna del lor casato porre il patto di trasfondere in essa e ne' futuri figli il nome e gli stemmi regali. Accade bensì, che allorquando la erede di una famiglia si sposa ad un inferiore, o anche ad un eguale, la donna, di comune patto o consenso porti al marito le sue gentilizie prerogative. In questo caso affatto contrario, i discendenti di Luigi il Grosso, tralignando dal regio ceppo, si trovarono gradatamente confusi cogli antenati della madre, e i nuovi Courtenai meritarono forse di perdere quegli onori di nascita, cui per motivo d'interesse i lor padri avevano rinunziato. L'invilimento derivato da tali nozze fu senza confronto più durevole della ricompensa, e la grandezza passeggiera cui diedero origine andò a perdersi in una lunga abbiezione. Il primo figlio di queste nozze, Pietro di Courtenai, aveva sposata, come fu detto la sorella dei Conti di Fiandra, i due primi Imperatori latini di Costantinopoli. Cedendo imprudentemente alle sollecitazioni de' Baroni della Romania, egli e i figli di lui, Roberto e Baldovino, occuparono successivamente il trono di Bisanzo, e perdettero gli ultimi avanzi dell'Impero latino dell'Oriente. Le nozze contratte dalla pronipote di Baldovino II unirono una seconda volta il sangue dei Courtenai a quello di Francia e dei Valois. Per sostenere le spese di un regno precario e tempestoso, questi discendenti di Pietro di Francia si videro costretti a vendere gli antichi loro possedimenti, e gli ultimi Imperatori di Costantinopoli a mendicare dalle elemosine di Roma e di Napoli la lor sussistenza. Intanto che i primogeniti dissipavano le loro sostanze, nel correre romanzesche avventure, intanto che un plebeo profanava il castello di Courtenai, gli altri rami di questo nome adottivo, si moltiplicavano ed estendeano; ma il tempo e la povertà oscurarono lo splendore de' lor natali. Dopo la morte di Roberto -Gran Bottigliere- della corona di Francia, dal grado di Principi discesero a quel di Baroni; e confondendosi le successive generazioni coi semplici gentiluomini, ne' Signori campagnuoli di Tanlai e di Champinelles, uom non ravvisa più i discendenti di Ugo Capeto. I più avventurosi di essi si diedero onoratamente al mestiere delle armi; gli altri, men facoltosi e meno solerti, si perdettero, non meno de' lor cugini del ramo di Dreux, in mezzo all'umile classe dei contadini. Durante un oscuro periodo di quattrocent'anni, ne divenne ogni dì più dubbiosa l'origine regale; talchè la loro genealogia, invece di trovarsi registrata negli annali del regno, è divenuta argomento faticoso di ricerche agli studiosi del Blasone. Sol verso la fine del secolo decimosesto, allorchè videro salire sul trono di Francia, una famiglia non molto più vicina di loro ai Valois, i Courtenai rimembrarono la propria nascita. Essendo nate alcune contestazioni che metteano per fino in dubbio, se legittima fosse la lor nobiltà, si accinsero a provare la regia discendenza, e dopo avere ottenuti i suffragi di venti giureconsulti dell'Italia e dell'Alemagna, implorarono la giustizia e la compassione di Enrico IV, modestamente paragonandosi ai discendenti di David, le prerogative de' quali non erano state annichilate nè dal volger de' secoli, nè dal praticato mestiere di falegname[192]. Ma tutte le circostanze furon contrarie, tutti gli orecchi sordi ai giusti loro reclami. L'indifferenza dei Valois a quella dei Borboni faceva le scuse, i Principi del Sangue di un ramo regnante disdegnarono un parentado così privo di lustro. I Parlamenti però non impugnarono le prove rassegnate dai Courtenai. Ma per non metter mano ad un esempio pericoloso, inventarono l'arbitraria decisione che faceva il solo S. Luigi, vero ceppo della famiglia reale di Francia[193]. I Courtenai continuarono sempre, e colla stessa fortuna, le loro lagnanze e i loro reclami, sol terminati nel presente secolo dalla morte dell'ultimo maschio di questa famiglia[194]. Quel sentimento di nobile orgoglio che è inspirato dalla virtù, addolcì il rigore di lor condizione; sempre rifiutarono con disdegno ogni offerta di ricchezza o di subalterni favori; e un Courtenai, al letto di morte, protestava che avrebbe sagrificato il suo unico figlio se lo avesse creduto capace di cambiare nel più luminoso destino i suoi titoli e diritti ad essere riconosciuto principe legittimo della Casa di Francia[195]. III. Giusta gli antichi registri dell'Abbazia di Ford, i Courtenai della Contea di Devon, discendono dal principe Floro, secondogenito di Pietro, e pronipote di Luigi il Grosso[196]. Questa favola inventata dalla gratitudine, o dalla venalità de' monaci, venne con troppa facilità ammessa dai nostri antiquarj Cambden[197] e Dugdale[198]; ma si accomoda così poco ai tempi, ed è sì palesemente contraria alla verità, che la stessa famiglia di Devon per un principio di giudizioso orgoglio questo immaginario fondatore ricusa. Gli Storici più meritevoli di fiducia, credono che Rinaldo di Courtenai, dopo avere maritata la propria figlia al figliuolo del re di Francia, abbandonasse i possedimenti avuti in quel regno, si trasferisse nell'Inghilterra, ed una seconda moglie, e nuove signorie da questo Monarca ottenesse. Ella è cosa per lo meno sicura che Enrico II onorò ne' campi e ne' consigli un Reginaldo del medesimo cognome, insignito dei medesimi stemmi, e che può ragionevolmente riguardarsi come appartenente alla schiatta de' Courtenai francesi. Il diritto di tutela conferiva all'immediato Sovrano la facoltà di premiare il vassallo col concedergli in isposa una ricca e nobile erede. Intanto Courtenai era divenuto possessore di ricchi terreni nella Contea di Devon, ove, da oltre seicento anni soggiornano i suoi discendenti[199]. Havisa, moglie di Rinaldo, aveva ereditato da Baldovino di Briones, Barone normanno, la ragguardevole signoria di Okehampton, che a questo avea conferita Guglielmo il Conquistatore con obbligo di fornire ai servigi della guerra novantatre cavalieri. Questa Havisa, comunque donna, aveva anche il diritto di assumere le cariche maschili di Visconte ereditario, o Seriffo, e di governatore del Castello reale di Exeter. Roberto, figlio di Rinaldo e di Havisa, si sposò ad una sorella del Conte di Devon. Circa un secolo dopo, ed estinta la famiglia di Rivers[200], Ugo II, pronipote di Roberto, ereditò un titolo, che veniva riguardato come dignità territoriale, e dodici Conti di Devon, del cognome di Courtenai, vi furono successivamente in un periodo di dugento venti anni. Avuti nel novero dei più possenti Baroni del regno, sol dopo un ostinato contrasto, cedettero al feudo di Arundel il primo posto nel Parlamento d'Inghilterra. I Courtenai si imparentarono colle più illustri famiglie, siccome erano quelle dei Vere, dei Despenser, dei S. John, dei Talbot, dei Bohun, ed anche dei Plantageneti. In una contesa con Giovanni di Lancastre, un Courtenai, Vescovo di Londra, indi Arcivescovo di Cantorbery, manifestò una profana fiducia nel numero e nella possanza della sua famiglia e de' suoi partigiani. Durante la pace, i Conti di Devon viveano nelle numerose loro castella e signorie di Ponente, adoperando le immense ricchezze di cui godevano in atti di divozione e di ospitalità; ed è famoso l'epitafio di Odoardo, detto il Cieco in conseguenza di una infermità sofferta dal medesimo, e il Buono per le virtù che il fregiarono, epitafio che ingenuamente ne addita una sentenza di morale, di cui però una imprudente generosità potrebbe abusare. Dopo una tenera commemorazione di cinquanta anni di unione e di felicità, da esso trascorsi colla sua moglie Mabel, così il buon Conte parla dal fondo del suo sepolcro: -What we gave, we have;- -What we spent, we had;- -What we left, we lost.[201].- «Quanto largii posseggo: quel ben che feci, è mio Sol perdei quel che lascio nel dire al mondo addio.» Ma le -perdite- della famiglia di Devon, giusta questo significato, superarono d'assai i doni e le spese del buon vegliardo il quale, non men dei poveri, fece scopo delle sue paterne cure gli eredi. Le somme che questi sborsarono per prendere il diritto di possessione attestano l'ampiezza de' loro fondi; e molte signorie, godute anche al dì d'oggi da questa famiglia, vi si trovano fino dal quattordicesimo e dal tredicesimo secolo. Nelle guerre, i Courtenai adempierono con onore i doveri al grado di cavalieri congiunti; spesso fu ad essi fidata la cura di reclutare e comandare le milizie della Contea di Devon e della Cornovaglia: spesse volte seguirono il lor Signore sulle frontiere della Scozia, alcune volte ancora offersero a prezzo i lor servigi militari allo straniero, condottieri di ottanta armigieri e di altrettanti arcieri. Combattettero per terra o per mare sotto gli Eduardi e gli Enrichi, e il loro nome splende famoso nelle battaglie, ne' tornei, e nella prima lista de' Cavalieri della -Giarrettiera-. Tre fratelli della stessa famiglia agevolarono nella Spagna la vittoria del Principe Nero. Dopo che sei generazioni di Courtenai ebbero soggiornato in Inghilterra, presero non meno de' lor compatriotti, in avversione il paese d'onde traevano la propria origine. Nella contesa delle Due Rose, i Conti di Devon essendosi posti dalla parte della Casa di Lancastre, tre fratelli successivamente perirono, o nel campo di battaglia, o sul palco. Enrico VII restituì loro i titoli e i beni; una figlia di Eduardo IV non disdegnò prendere per marito un Courtenai; il figlio di queste nozze, marchese di Exeter, vissuto per certo tempo in favore del proprio cugino Enrico VIII, nel campo dello Stendardo d'Oro ruppe lancia contro il francese Monarca; ma il favore di Enrico VIII era preludio di disgrazia, e la disgrazia, di morte; onde il marchese di Exeter si annovera fra le più illustri ed innocenti vittime della gelosia del tiranno: lo stesso figlio del marchese, Eduardo, morì, in esilio a Padova dopo aver languito lungo tempo prigioniero nella Torre di Londra. Il segreto amore che avea per esso concepito Maria, e che egli non curò forse per un riguardo ad Elisabetta, ha sparsa una vernice romanzesca sulla storia di questo giovine Conte, rinomato per sua avvenenza. Gli avanzi del suo retaggio passarono in diverse famiglie a motivo di parentele di quattro zie del medesimo. I principi che si succedettero nel trono d'Inghilterra fecero rivivere gli onori del suo grado per via di patenti, come se fossero stati legalmente aboliti. Durava intanto un altro ramo secondogenito della Casa di Courtenai, che discendeva da Ugo I, conte di Devon, famiglia, che da Eduardo III ai dì nostri, vale a dire per quattro secoli circa, è sempre rimasta nel suo castello di Powderham. Aumentato di patrimonio per regali concedimenti, e terre da dissodare ottenute nell'Irlanda, ha riacquistato di recente l'onore di appartenere alle famiglie dei Pari. Ciò nullameno i Courtenai conservano tuttavia la divisa lagrimevole che deplora lo scadimento della lor Casa e l'ingiustizia di un tale destino[202]. Non si creda però che la dolorosa rimembranza della passata grandezza li tolga al godimento della presente prosperità. Negli Annali dei Courtenai, l'epoca più luminosa è pur quella delle maggiori sciagure per essi; e un dovizioso Pari della Gran Brettagna non dee portare invidia a quegl'imperatori di Costantinopoli che trascorreano l'Europa sollecitando elemosine pel sostegno della propria dignità, per la difesa della loro Capitale. NOTE: [110] -V.- l'originale del Trattato di parteggiamento nella Cronaca di Andrea Dandolo, p. 328-330, e la elezione che ne conseguì, nel Villehardouin (n. 136-140), le -Osservazioni- del Ducange e il primo libro della -Storia di Costantinopoli sotto l'impero de' Francesi-. [111] Dopo aver parlato di un Elettore francese che avea dato il suo voto al Doge, Andrea Dandolo parente dello stesso Doge ne trova ragionevole l'esclusione. -Quidam venetorum, fidelis et nobilis senex usus oratione satis probabili-, etc., Orazione che gli scrittori moderni dal Biondi al Le Beau hanno accomodata ciascuno a lor fantasia. [112] Niceta, p. 384, vano e ignorante, quanto un Greco di que' tempi doveva esserlo, indica il Marchese di Monferrato come Capo di una potenza maritima λαμπαρδιαν δε οικεισθαι παραλιον, -abitava- (o governava) -la Lombardia marittima-. Forse lo ha indotto in errore il tema bisantino della Lombardia situata sulle coste della Calabria. [113] I Veneziani pretesero che il Morosini si obbligasse con giuramento a non ammettere nel capitolo di S. Sofia, cui spettava il diritto delle elezioni, altri individui fuor de' Veneziani, e di quelli inoltre che avessero abitato dieci anni in Venezia. Ma ingelosito il Clero della prerogativa che questi arrogavansi, il Papa non la confermò, onde fra sei patriarchi Latini che ebbe Costantinopoli, solamente il primo e l'ultimo furono Veneziani. [114] Niceta p. 383. [115] Le lettere d'Innocenzo III somministrano ricchi materiali alla Storia delle istituzioni civili ecclesiastiche dell'impero Latino di Costantinopoli. La più importante di tali lettere (delle quali Stefano Baluzio ha pubblicata la raccolta in due volumi in folio) trovasi nell'opera, -Gesta script. rer. ital.-, Muratori, t. III, part. I, c. 94-105. [116] Nel Trattato di parteggiamento hanno alterati quasi tutti i nomi proprj. Non sarebbero difficili le correzioni, e una buona Carta corrispondente all'ultimo secolo dell'Impero di Bisanzo sarebbe di grande soccorso alla geografia; ma sfortunatamente d'Anville più non vive. [117] Il loro stile d'intitolarsi era -Dominus quartae partis et dimidiae imperii romani-, e così continuarono fino all'anno 1356, in cui Giovanni Dolfino fu eletto Doge (Sanut., p. 430-641). Quanto al governo di Costantinopoli, -V.- Ducange, -Hist. C. P.- 1-37. [118] Il Ducange (-Hist. C. P.- 11, 6) ha enumerate le conquiste fatte dalla Repubblica o dai Nobili veneziani, le isole di Candia, di Corfù, Cefalonia, Zante, Nasso, Paro, Melos, Andros, Micone, Siro, Ceos e Lemno. [119] Bonifazio vendè l'isola di Candia ai 12 agosto dell'anno 1204. -V.- la transazione in Sanuto p. 533; ma non so comprendere come quest'Isola fosse il patrimonio della madre di Bonifazio, o come questa madre esser potesse la figlia d'un Imperatore di nome Alessio. [120] Nel 1212, il Doge Pietro Zani inviò nell'isola di Candia una colonia tolta dai differenti rioni di Venezia: ma i nativi Candiotti, per la salvatichezza de' lor costumi, e per le frequenti ribellioni, poteano essere paragonati ai Corsi sotto il dominio de' Genovesi; e allorchè io metto in paragone i racconti del Belon, e quelli del Tournefort, non ravviso molte differenze tra la Candia de' Veneziani, e la Candia de' Turchi. [121] Il Villehardouin (n. 159, 160, 173-177) e Niceta (p. 387-394) raccontano la spedizione del Marchese Bonifazio in Grecia. Il secondo ha potuto essere informato di queste particolarità dal suo fratello Michele, arcivescovo di Atene, che ei ne dipinge siccome un eloquente oratore, un uomo di Stato abilissimo, e soprattutto siccome un santo. Dai manoscritti di Niceta, che trovansi nella biblioteca bodleana, avrebbero potuto ritrarsi l'elogio che egli fa di Atene, e la descrizione di Tempe (Fabricius, -Bibl. graec.-, t. VI, p. 405), cose che sarebbero state degne delle indagini del sig. Harris. [122] Napoli di Romania, o Nauplia, l'antico porto di Argo è tuttavia una Fortezza assai rilevante; giace sopra una penisola circondata di scogli, e gode di un ottimo porto. -V.- i viaggi di Chandler nella Grecia, p. 227. [123] Ho mitigata l'espressione di Niceta che si studia di ampliare colle sue tinte la presunzione de' Franchi (-V. de rebus post. C. P. expugnatam- 375-384). [124] Questa città, bagnata dall'Ebro, distante sei miglia da Andrinopoli, a motivo del suo doppio muro ottenne da' Greci il nome di Didymoteicos, cambiato a poco a poco in quelli di Dimot o Demotica. Ho preferito il nome moderno di Demotica. Fu l'ultima città abitata da Carlo XII soggiornando in Turchia. [125] Il Villehardouin con tuono di franchezza e di libertà ne dà conto de' litigi di questi due Principi (n. 146-158). Lo Storico greco (p. 387) non defrauda di lodi il merito e la fama del Maresciallo μεγα παρα Λατινον δυναμενου στρατευμσσι, -molto potente fra gli eserciti latini-: in ciò dissimile da certi moderni eroi, le imprese de' quali, sol pe' loro comentarj son conosciute. [126] -V.- la morte di Murzuflo in Niceta (pag. 393), Villehardouin (n. 141-145-163) e Gunther (cap 20, 21). Nè il Maresciallo, nè il frate mostrano la menoma compassione sulla sorte di questo usurpatore o ribelle, benchè condannato ad un supplizio di un genere più nuovo ancora de' suoi delitti. [127] La colonna d'Arcadio, che ne' bassi rilievi raffigura la vittoria di lui, o quella del padre del medesimo Teodosio, vedesi tuttavia a Costantinopoli. Viene descritta, colle sue proporzioni, nelle opere del Gillio (-Topograph.- IV, 7), dal Banduri (l. I, -antiquit. C. P.- p. 507 ec.), e dal Tournefort (-Viaggio in Levante- t. II, lett. 12, p. 231). [128] La ridicola novella del Gunther intorno la -columna fatidica- non merita che le si porga attenzione. Ella è però straordinaria cosa, che cinquant'anni prima della conquista de' Latini, il poeta Tzetze (Chiliad., IX, 277) abbia raccontato il sogno di una matrona, la quale avea veduto un esercito nel Foro, e un uom seduto sulla cima della colonna che battea le mani una contro l'altra e metteva un forte grido. [129] Il Ducange (-Fam. byzant.-) ha esaminate, e con accuratezza descritte le dinastie di Nicea, di Trebisonda e d'Epiro, delle quali Niceta vide i primordj, senza però concepirne grandi speranze. [130] Eccetto alcuni fatti contenuti in Pachimero e Niceforo Gregoras, che noi citeremo in appresso, gli Storici bisantini, non si degnano far parola dell'impero di Trebisonda, o del principato de' Lazi. Nè manco i Latini ne parlano, se non se ne' romanzi de' secoli XIV, XV. Nondimeno l'instancabile Ducange ha scoperto a tale proposito (-Fam. byzant.- p. 192) due passi autentici negli scritti di Vincenzo di Beauvais (l. XXXI, c. 144) e del protonotario Ogier. (V. Wadding, A. D. 1279 n. 4). [131] Niceta fa un ritratto de' Francesi-Latini, ove scorgesi per ogni dove l'impronta dell'astio e del pregiudizio ουδεν των αλλων εθνων εις Αρεος εργα παρασυμβεβλησθαι ηνειχοντο αλλ’ουδε τις των χαριτων η των μουσων παρα τοις βαρβαροις τουτοις επεξενιζετο, και παρα τουτο οιμαι την φυσιν ησαν ανημεροι, και τον χολον ειχον του λογου προτρεχοντα. -Non tolleravano che alcun'altra nazione concorresse con essi alle imprese marziali; ma niuna della Grazie o delle Muse aveva ospizio da quei Barbari, ed inoltre erano, io credo, crudeli per natura, e aveano una bile che preveniva il discorso-. [132] Qui incomincio a valermi con fiducia e libertà degli otto libri della -Hist. C. P.- (-sotto l'Impero de' Francesi-) composti dal Ducange come supplimento alla storia del Villehardouin, i quali comunque scritti in barbaro stile, hanno tutto il merito che all'opere classiche e originali appartiene. [133] Nella risposta che Giovannizio fece al Pontefice, possono vedersi le rimostranze e le querele di questo principe (-Gesta In.- III, c. 108-109). I Romani amavano Giovannizio, e come il figliuol prodigo lo riguardavano. [134] I Comani erano un'orda di Tartari o Turcomanni che, nel duodecimo o nel tredicesimo secolo, accampavano sulle frontiere della Moldavia. Trovavansi fra essi un grande numero di Pagani ed alcuni Maomettani. Luigi, Re d'Ungheria, nel 1370, convertì l'intera tribù al Cristianesimo. [135] Niceta, sia per odio, sia per ignoranza, accagiona di questa rotta la viltà del Doge (p. 383); ma il Villehardouin chiama a parte della propria gloria il suo venerabile amico, -qui viels home ère et gote ne vecit, mais mult ere sages et preus et vigueros- (n. 193). [136] La Geografia esatta e il testo originale del Villehardouin (n. 194), mettono Rodosto lontano tre giornate (-Trois journées-) da Andrinopoli. Ma il Vigenere, nella sua versione, ha sostituito goffamente tre ore; abbaglio che il Ducange non ha corretto ed ha tratti in grossolani equivoci molti moderni, i nomi de' quali mi piace il tacere. [137] Il Villehardouin e Niceta (p. 386-416) raccontano il regno e la morte di Baldovino; il Ducange supplisce alle loro ommissioni nelle -Osservazioni-, e sul finire del suo primo libro. [138] Dopo avere allontanate tutte le circostanze sospette e improbabili possiamo trar prove pella morte di Baldovino, I. Dall'opinione de' Baroni che non ne dubitavano (Villehardouin n. 230). II. Dall'affermazione di Giovannizio o Calo-Giovanni che si scusa sul non avere posto in libertà l'imperatore, -quia debitum carnis exsolverat cum carcere teneretur- (-Gesta Innocentii III-, c. 109). [139] Vedasi come raccontino la storia di questo impostore gli scrittori francesi e fiamminghi, nel Ducange (-Hist. C. P.- III, 9), e le ridicole favole avutesi per vere dai monaci di S. Albano, in Mattia Paris (-His. maj.-, p. 271-272). [140] Villehardouin (n. 257). Trista conclusione che a me pur duole il citare. Noi perdiamo ad un tempo l'originale della storia di Villehardouin, e i preziosi comentarj del Ducange. Le due lettere di Enrico al Papa Innocenzo III portano qualche schiarimento alle ultime pagine del nostro Autore (-Gesta-, c. 106, 107). [141] Il Maresciallo viveva ancora nel 1212; ma è probabile che ei sia morto poco dopo, nè mai tornato in Francia (Ducange, -Osservazioni sopra Villehardouin- p. 238). Il feudo di Messinopoli, conferitogli da Bonifazio, era l'antica -Maximianopolis-, fiorente fra le città della Tracia ai giorni di Amiano Marcellino (n. 141). [142] Il servigio della Chiesa di questo S. Avvocato di Tessalonica era fatto dai Canonici del santo Sepolcro. Essa era famosa per un olio santo che continuamente vi distillava e operava portenti (Ducange, -Hist. de Const.- II, 4). [143] Acropolita, c. 17, racconta la persecuzione del Legato, e la tolleranza usata da Enrico (come egli la chiama) κλυδωνα κατεστορεσε, -sedò la procella-. [144] -V.- il regno di Enrico in Ducange (-Hist.- di C. P. l. I, c. 35-41, l. XI, c. 1-12) che sapeva dalle lettere dei Papi trar grande profitto per la sua Storia. Le Beau (-Hist. du Bas-Empire-, t. 21, p. 120-122), ha trovate, forse nel Doutremens, alcune leggi di Enrico sul servigio de' feudi e sulle prerogative imperiali. [145] Acropolita (cap. 14) afferma che Pietro Courtenai morì di ferro (εργον μαχαιραε γενεσθαι) stravagante frase che corrisponde all'italiana, -divenne fattura della spada-; ma le oscure espressioni di questo scrittore danno a credere che prima di una tal morte ei fosse stato prigioniero, ως παντας αρδκν δεσματας ποιησαι συν πασι σαευεσι -furon fatti tutti prigionieri con tutte le navi-. La Cronaca di Auxerre, paese posto ne' dintorni di Courtenai, assegna per epoca a questa morte l'anno 1219. [146] -V.- quanto si riferisce al regno e alla morte di Pietro di Courtenai nel Ducange (-Hist. di C. P.- l. II, c. 22-28 ), che fa deboli sforzi per iscusare Onorio III circa l'indifferenza mostrata sull'infelice destino dell'Imperatore. [147] Marino Sanuto (-Secreta fidelium crucis-, l. II, part. IV, c. 18, p. 73) trova sì ammirabile questa scena d'orrore, che la trascrive in margine, siccome -bonum exemplum-. Nondimeno egli riconosce la donzella per moglie legittima di Roberto. [148] -V.- il regno di Roberto nel Ducange (-Hist. di Costantinopoli- l. III, c. 1-12). [149] -Rex igitur Franciae, deliberatione habita respondit nuntiis, se daturum hominem Syriae partibus aptum; in armis probum- (prode), -in bellis securum, in agendis providum. Johannem comitem Brennensem- (Sanut., -Secret. fidel.-, l. III, part. XI, c. 4, p. 205, Mattia Paris, p. 159). [150] Il Giannone (-Istoria civile-, t. II, l. XVI, p. 380-385) parla lungamente intorno al maritaggio di Federico II colla figlia di Giovanni di Brienne, e la doppia unione delle corone di Napoli o di Gerusalemme. [151] -V.- Acropolita, c. 27. Lo storico, allor fanciullo, ebbe in Costantinopoli la sua educazione. Aveva undici anni, quando il padre del medesimo per sottrarsi al giogo dei Latini abbandonò ricchi possedimenti, riparando alla Corte di Nicea, ove il figlio di lui ai primi onori venne innalzato. [152] Filippo Mousches vescovo di Tournai (A. D. 1274-1282) ha composto una spezie di poema, in antico dialetto fiammingo, o piuttosto una cronaca in versi degl'Imperatori di Costantinopoli; e il Ducange in fine alla storia di Villehardouin, (-V.- p. 224), le imprese di Giovanni di Brienne. -N'Aie, Ector, Roll'ne Ogiers- -Ne Judas Machabeus li fiers- -Tant ne fit d'armes en estors- -Com fist li rois Jehans cel jors- -Et il defors et il dedans- -La paru sa force et ses sens- -Et li hardiment qu'il avait.- [153] -V.- il regno di Giovanni di Brienne nel Ducange, -Hist.- di -C. P.- l. III, c. 13-26. [154] -V.- il regno di Baldovino II fino al momento in cui fu scacciato da Costantinopoli, nel Ducange (-Hist. C. P.- l. IV, c. 1-34; l. V, c. 1-33). [155] Mattia Paris racconta le due visite fatte da Baldovino II alla Corte d'Inghilterra (p. 396-637), il ritorno in Grecia -armata manu- (p. 407), le lettere dello stesso Baldovino e il -nomen formidabile-, ec. (p. 481); espressione cui non ha posto mente il Ducange (-V.- l'espulsione di Baldovino p. 850). [156] -Chiamano i teologi soddisfazione le opere penose, fatte con umiltà da' peccatori, ed imposte dalla Chiesa, in riguardo al fervore de' penitenti, o ad altre buone opere, ch'ella loro prescrive; queste indulgenze poi sono principalmente date dal Papa anche per eccitare i credenti a certe azioni, od intraprese. Se poi alcune volte si ha fatto uso non conveniente delle indulgenze, sarà cosa da disapprovarsi.- (Nota di N. N.) [157] Luigi IX si oppose, disapprovandola, alla vendita di Courtenai (Ducange l. IV, c. 23). Questa Signoria fa oggidì parte de' dominj della Corona; ma è stata ipotecata per un certo tempo alla famiglia di Boulainvilliers. Courtenai, giurisdizione di Nemours nell'isola di Francia, è una città che contiene in circa novecento abitanti: vi si vedono tuttavia gli avanzi d'un castello (-Mélanges tirés d'une grande Bibliothèque-, t. X, l. V, p. 74-77). [158] Un principe Comano, morto senza battesimo, fu sepolto innanzi alle porte di Costantinopoli, e in compagnia di lui un certo numero di Schiavi e di cavalli vivi. [159] Sanut., -Secret. fidel. crucis-, l. IV, c. 18, p. 73. [160] -Non era immaginario quel valore pei credenti.- (Nota di N. N.) [161] -È vero che le mummie erano pure un pegno di grande importanza pegli Egizj, ma non doveva farsi questo paragone.- (Nota di N. N.) [162] Il Ducange interpreta col vocabolo vago -monetae genus- le parole -perparus-, -perpera-, -hyperperum-. Dopo avere consultato un passo del Gunther (-Hist. C. P.- c. 8, p. 10) mi do a credere che il -perpera- sia il -nummus aureus- o la quarta parte d'un marco di argento, circa dieci scellini sterlini; se si fosse inteso di marco di piombo troppo tenue sarebbe stata la somma. [163] Intorno al trasporto della Santa Corona da Costantinopoli a Parigi, V. Ducange (-Hist. C. P.-, l. IV, c. 11-14, 24-35) e Fleury (-Hist. eccl.- t. XVII, p. 201-204). [164] -Mélanges tirés d'une grande bibliothèque-, t. XLIII, p. 201-205. Il -Lutrin- di Boileau mostra l'interno, gli uffizj, le consuetudini de' ministri della Santa Cappella; i comentatori Brossette e Saint-Marc hanno uniti e spiegati molti fatti che alla istituzione della medesima si riferiscono. [165] Questa cura venne operata ai 24 di Marzo dell'anno 1656 sopra la nipote del celebre Pascal. Quest'uomo di altissimo ingegno, Arnaud e Nicole erano presenti per vedere ed attestare un miracolo che confuse i Gesuiti e salvò Portoreale, (-Oeuvres de Racine-, t. VI, p. 176-187, nell'eloquente storia di Portoreale). [166] -Se per antidoto s'intende una ragionevole critica intorno ai fatti di questa specie, particolarmente quando non sono stati assoggettati al processo solito a farsi, non sarebbe da condannarsi, bisognava spiegarsi meglio.- (Nota di N. N.) [167] Il Voltaire (-Siècle de Louis XIV-, c. 37, -Oeuvres-, t. IX, p. 178, 179) mette il suo studio a distruggere la verità de' fatti: ma l'Hume (-Saggi-, vol. II) con maggiore abilità e buon successo impadronendosi della batteria volta il cannone contra i nemici. [168] Possono vedersi ne' libri 3, 4, 5 della compilazione del Ducange, le perdite successivamente sofferte dai Latini; ma questo storico si è lasciato sfuggire molte circostanze che si riferiscono alle conquiste de' Greci, e che giova il rintracciare nella più compiuta storia di Giorgio Acropolita, e ne' tre primi libri di Niceforo Gregoras, due scrittori della storia bisantina, ai quali è toccata la buona sorte di avere per editori Leone Allazio a Roma, e Giovanni Boivin Membro della Accademia delle iscrizioni a Parigi. [169] -V.- Giorgio Acropolita, c. 78, p. 89, 90, edizione di Parigi. [170] I Greci, vergognando di avere avuto ricorso agli stranieri, dissimularono la Lega coi Genovesi e gli aiuti che ne ricevettero; ma il fatto è provato dalle testimonianze di Giovanni Villani (-Cron.- l. VI, c. 71), del Muratori (-Script. rer. ital.- t. XIII, p. 202, 203) e di Guglielmo di Nangis (-Annali di S. Luigi-, p. 248, nel Joinville del Louvre); tanto Nangis quanto Joinville, stranieri alla disputa, poteano parlare con imparzialità. Urbano IV minacciò i Genovesi di privarli del loro arcivescovo. [171] Fa d'uopo di non poca diligenza a conciliare le sproporzioni di numero; gli ottocento soldati di Niceta, i venticinquemila di Spandugino (Duc. l. V, c. 24), gli Sciti e i Greci di Acropolita, il numeroso esercito di Michele, quale apparirebbe dalle lettere di Papa Urbano IV (1-129). [172] Θεληματαριοι, -Volontarj-. Pachimero ne gl'indica e descrive nel medesimo tempo (l. II, c. 14). [173] A che ricercare questi Comani ne' deserti della Tartaria, o anche nella Moldavia? una parte di essa tribù si era sottomessa a Giovanni Vatace, e probabilmente avea posto un vivaio di soldati in qualche deserto della Tracia (Cantacuzeno, l. I, c. 2). [174] I Latini raccontano brevemente la perdita di Costantinopoli la cui conquista è stata in modo più soddisfacente descritta dai Greci, vale a dire da Acropolita (c. 85), da Pachimero (l. II, c. 26-27), da Niceforo Gregoras (lib. IV, c. 1, 2). -V.- Ducange, -Hist. C. P.-, l. V, c. 19-27. [175] -V.- i tre ultimi libri (l. V-VIII) e le tavole genealogiche del Ducange. Nell'anno 1382, l'Imperatore titolare di Costantinopoli era Giacomo di Bangs Duca di Andria, nel regno di Napoli, figlio di Margherita, figlia di Catterina di Valois, figlia questa di un'altra Catterina, che avea per padre Filippo figlio di Baldovino II (Ducange, l. VIII, c. 37,38). Ignorasi se egli abbia lasciato posterità. [176] Abulfeda che vide l'ultimo periodo delle Crociate, parla del regno de' Franchi e di quello de' Negri, come di cose sconosciute egualmente (-Proleg. ad geogr.-). Se questo principe della Sorìa non avesse disdegnata la lingua latina, sarebbesi procurati facilmente libri ed interpreti. [177] -I Maomettani così chiamarono, e chiamano i Cristiani cattolici a cagione del culto che prestano alle Immagini, perchè non sanno, che quelli non prestano culto alle Immagini, che riferendosi agli esemplari di esse.- (Nota di N. N.) [178] L'Uezio nell'opera -De interpretatione et de claris interpretibus- (p. 131-135) dà una contezza succinta e superficiale di queste traduzioni dal latino in greco. Massimo Planude, frate di Costantinopoli (A. D. 1327-1353), ha tradotti i Comentarj di Cesare, il Sogno di Scipione, le Metamorfosi e le Eroidi d'Ovidio (Fabricius, -Bibl. graec.-, t. X, pag. 533). [179] I mulini a vento, che furono la prima volta inventati nell'Asia Minore, contrada di acqua scarsissima, vennero posti in uso nella Normandia l'anno 1105 (-Vie privée des Français-, l. I, pag. 42, 43; Ducange. -Gloss. lat.-, l. IV, pag. 474). -V.- L'Inghilterra, antica traduzione del Boulard, pag. 282. [180] -V.- le lamentanze di Ruggero Bacone (-Biograph. Britannica-, vol. I, pag. 418, edizione di Kippis). Se Bacone, o Gerberto, intendevano alcuni autori greci, potevano riguardarsi come prodigi del loro secolo, nè certamente doveano questo merito proprio al commercio dell'Oriente. [181] Tal si era l'opinione del grande Leibnitz (-Oeuvres de Fontenelle-, t. V, p. 458) uno fra i sommi maestri della storia del medio evo. Non citerò che la genealogia da' Carmelitani, e il miracolo della casa di Loreto, cose che vennero entrambe dalla Palestina. [182] -La credenza de' Cattolici, contenuta ne' libri del Nuovo Testamento, e nelle spiegazioni e decisioni intorno ai dogmi, fatte successivamente dai Concilj generali, soltanto fu alcune volte con nuovi vocaboli sviluppata, e meglio determinata: è poi vero che sono venute al tempo delle Crociata dall'Oriente nuove leggende, vite de' Santi, e si sono introdotte nuove pratiche, e cerimonie; ma ciò nulla ha a fare co' dogmi già stabiliti molto prima.- (Nota di N. N.) [183] -Si è già veduto in più di una nota la sinistra applicazione che de' vocaboli- Idolatra, Idolatria -fa il nostro Autore.- (Nota di N. N.) [184] -Non però intorno ai dogmi fondamentali contenuti nel Vangelo, e svolti dai Concilj. La buona critica, pur troppo poco più recente di un secolo ci ha mostrati gl'inganni corsi in alcune leggende.- (Nota di N. N.) [185] Se fra le nazioni barbare annovero i Saraceni, gli è in rispetto alle loro guerre, o piuttosto correrie nell'Italia e nella Francia, il solo scopo delle quali erano il saccheggio e la devastazione. [186] Un luminoso raggio di filosofica luce uscito ai dì nostri dal fondo della Scozia, ha arrichita la letteratura di nuove nozioni sull'importante argomento de' progressi della società in Europa. Procuro un piacere a uno stesso, e adempio un debito di giustizia nel citare i rispettabili nomi di Hume, Robertson e Adamo Smith. -V.- le due opere di G. Stuart tradotte da B. [187] Mi sono prevalso senza però limitarmi a questa opera sola della -Storia genealogica della nobile ed illustre Casa di Courtenai-, composta da Ezra Cleaveland, tutore del Cavaliere Guglielmo di Courtenai, e rettore di Honiton, Oxford, 1735, -in folio-. La prima parte è tolta da Guglielmo di Tiro, la seconda dalla Storia di Francia del Bouchet; la terza da diverse memorie pubbliche e particolari dei Courtenai della Contea di Devon. Il Rettore di Honiton, si mostra più condotto da gratitudine che da secondi fini, e più da secondi fini che da discernimento. [188] I primi schiarimenti intorno a questa famiglia è un passo del continuatore di Aimoin, frate di Fleury, scrittore del dodicesimo secolo. -V.- la sua Cronaca negli storici di Francia, t. XI, p. 276. [189] Il d'Anville colloca Turbessel, o come viene nominata oggi giorno Telbesher, ad una distanza di ventiquattro miglia dal grande tragetto dell'Eufrate a Zeugma. [190] Nelle -Assise- di Gerusalemme (c. 326), i possedimenti di Josselin III, trovansi registrati fra le pertenenze della Corona, compilazione che debb'essere stata eseguita tra gli anni 1153, 1187. La genealogia del medesimo può vedersi nei -Lignages d'Outre-mer-, c. 16. [191] L'abate Suger ministro di Stato, racconta in assurdo modo la rapina e la riparazione, nelle sue lettere (144-116), che sono ciò nullameno i migliori Annali del dodicesimo secolo (Duchesne, -Scriptor. Hist. Fr.- t. IV, p. 530). [192] Di tante istanze, apologie etc., pubblicate dai -Principi- di Courtenai, ho veduto soltanto le tre seguenti tutte in 8. -De Stirpe et Origine Domus- di Courtenai: -addita sunt responsa celeberrimorum Europae jurisconsultorum-, Parigi, 1607. 2. -Représentation du procédé tenu à l'instance faite devant le roi par M. de Courtenai, pour la conservation de l'honneur et dignité de leur maison, branche de la royale maison de France-, Parigi 1613. 3. -Représentation du subject qui a porté messieurs de Salle et de Franville, de la maison de Courtenai, à se retirer hors du royaume-, 1614. Il soggetto di questa era un omicidio, per cui i Courtenai chiedevano, o processo, o grazia; ma che si tenesse verso di loro lo stile che coi Principi del Sangue si praticava. [193] Il De Thou esprime in questa guisa l'opinione de' Parlamenti: -Principis nomen nusquam in Gallia tributum nisi iis qui per mares e regibus nostris originem repetunt: qui nunc tantum a Ludovico Nono beatae memoriae numerantur: nam- Cortinaei -et Drocenses, a Ludovico Crasso genus ducentes, hodie inter eos minime recensentur-. Distinzione che era un temperamento, anzichè un atto di giustizia. La santità di Luigi IX non potea conferirgli alcuna prerogativa particolare, che lo distinguesse dagli altri discendenti di Ugo Capeto nel patto primitivo che gli univa alla nazione francese. [194] L'ultimo maschio della Casa di Courtenai, fu Carlo Ruggero, morto senza figli nell'anno 1730; l'ultima femmina, Elena di Courtenai, che sposò Luigi di Baufremont. Il titolo di Principessa del Sangue reale di Francia, le fu tolto con decreto 7 febbraio 1737 del Parlamento di Parigi. [195] Il fatto singolare quivi accennato trovasi nell'opera -Recueil des Pièces interessantes et peu connues- (Maestricht 1786, in quattro volumi in 12); e l'editore ignoto cita chi lo narrò avendolo inteso dal labbro medesimo di Elena di Courtenai, marchesa di Beaufremont. [196] Dugdale (-Monasticon anglicanum-, vol. 1, pag. 786). Cotesta favola però dovrebbe essere stata architettata prima di Odoardo III. I pietosi scialacquamenti fattisi dalle tre prime generazioni dei Courtenai a favore dell'abbazia di Ford, vennero seguìte da tirannide per una parte, da ingratitudine per l'altra; quando si fu alla sesta generazione i monaci non tennero più registro nè delle nascite, nè degli atti, nè delle morti de' lor protettori. [197] Nella -Britannia- del Cambden ove trovasi l'albero genealogico dei Conti di Devon, leggasi però una espressione che mette in dubbio l'origine regia, -e regio sanguine ortos credunt-. [198] Il Dugdale nel suo -Baronnage- (part. I, p. 634), rimette i leggitori al suo -Monasticon-. Non avrebbe egli dovuto correggere i registri dell'abbazia di Ford, e togliere di mezzo questo fantasma del -principe Floro-, distrutto dall'autorità saldissima degli Storici francesi? [199] Oltre al terzo, che è anche il migliore libro, della storia di Cleaveland, ho consultato il Dugdale, padre della nostra scienza genealogica (-Baronnage-, part. 1. p. 634-643). [200] Questa grande famiglia de Ripuariis, Redvers o Rivers finì sotto il regno di Eduardo I in Isabella De Fortibus, famosa erede di un ricco dominio, la quale sopravvisse lungo tempo al fratello e al marito (Dugdale, -Baronnage-, part. 1, p. 254-257). [201] -V.- Cleaveland, p. 142. Alcuni attribuiscono tale epitafio ad un Rivers, conte di Devon; ma questo stile inglese sembra appartenere piuttosto al quindicesimo che al tredicesimo secolo. [202] -Ubi Lapsus! quid feci?- Impresa che fu, non v'ha dubbio, adottata dal ramo di Powderham dopo la perdita di Devon. Lo stemma dei Courtenai era da prima uno scudo d'oro con tre cialde vermiglie che sembrano indicare una parentela con Goffredo di Buglione e cogli antichi Conti di Bologna marittima. CAPITOLO LXII. -Gl'Imperatori greci di Nicea e di Costantinopoli. Innalzamento e regno di Michele Paleologo. Finta riconciliazione del medesimo col Papa e colla Chiesa latina. Divisamenti ostili del Duca d'Angiò. Ribellioni della Sicilia. Guerra dei Catalani nell'Asia e nella Grecia. Sommossa di Atene, e stato presente di questa città.- Il dispetto di avere perduta Costantinopoli rianimò alcun poco il vigore de' Greci. I Principi e i Nobili, dimenticato il lusso de' lor palagi, corsero all'armi, e i più forti, o i più abili di questi s'impadronirono degli avanzi della monarchia. Sarebbe difficil cosa il trovare ne' lunghi e sterili volumi degli Annali di Bisanzo[203] due principi degni di essere paragonati a Teodoro Lascaris, e a Giovanni Duca Vatace[204], che collocarono e mantennero sulle mura di Nicea nella Bitinia il romano stendardo. Diversi d'indole, l'uno dall'altro, i due principi, questa medesima diversità alle condizioni in cui posti erano conveniva. Nel tempo de' suoi primi sforzi (A. D. 1204-1222), il fuggitivo Lascaris non possedea che tre città, non comandava che a duemila soldati; ma una generosa disperazione in tutti gli atti del regno suo lo sostenne; in ogni sua fazion militare, pose la sua vita e la sua corona in pericolo. Sorprese per solerzia i suoi nemici dell'Ellesponto e del Meandro; per intrepidezza pervenne a ridurli; regnando e continuando a vincere per diciotto anni diede al principato di Nicea tale estensione che ad un impero addiceasi. Fondato sopra base più salda e sostenuto da più abbondanti forze, questo trono pervenne a Vatace, genero e successore di Teodoro Lascaris. Così l'indole sua propria, come le cambiate circostanze di questo regno, condussero Vatace a calcolare ponderatamente i pericoli, a spiar le occasioni, a preparare il buon successo de' suoi ambiziosi disegni. Nel narrare la caduta dell'Impero latino, ho accennate di volo le vittorie de' Greci, il contegno prudente e i successivi progressi di un conquistatore, che nel durare di trentatre anni di regno, liberò le province dalla tirannide de' nativi e degli stranieri, e strinse per ogni lato una Capitale, divenuta ignudo tronco, smosso dalle radici, e presto a cadere al primo colpo di scure. Ma più degni ancora di encomio e di ammirazione sono l'interna economia, e il pacifico governo del successore di Teodoro[205]. Egli ne assunse le redini in tempo che le calamità della guerra aveano scemata la popolazione, e toltele pressochè tutte le vie di sussistenza; perchè non vi essendo più nè modi nè allettamenti a coltivare la terra, i fondi più fertili rimanevano abbandonati e sol coperti di ginestre e di rovi. L'imperatore ne fe' dissodare una parte a suo conto, talchè fra le sue mani, e per la sua vigilanza, diedero più copiosi ricolti di quanti sperar ne potesse la sollecitudine di un fittaiuolo. Divenuti i dominj reali il giardino e il granaio dell'Asia, il Principe non ebbe d'uopo di vessare i popoli per assicurarsi una fonte di ricchezze perenni e legittime. Giusta la natura dei terreni, questi divenivano, per le imperiali cure, o campi da grano, o selve, o vigneti, o prati, ove numerose greggie andavano al pascolo. Nel presentare l'Imperatrice di una corona ricca di perle e di diamanti, l'Imperatore le fece intendere sorridendo che questo prezioso ornamento era stato comperato coi danari ricavati dalla vendita delle uova del suo immenso pollaio. La rendita dei dominj imperiali bastava alle spese del palagio, al mantenimento degli ospitali, al sostegno della dignità e del lusso del trono, e più vantaggiosa di questa rendita divenne allo Stato la forza del buon esempio. Tornarono i primi onori e l'antica sicurezza all'aratro. Schifi allora i Nobili di riparare la fastosa loro indigenza o colle spoglie involate al povero, o con favori mendicati alla Corte, una rendita più certa e non abbietta si procacciarono dai propri dominj. Affrettatisi i Turchi a comperare il superfluo delle biade, e delle mandrie dello Stato, Vatace si mantenne accuratamente in corrispondenza con essi, ma non quindi incoraggiò l'introduzione delle produzioni dell'industria straniera e della seta del Levante, come tenne lontane da' suoi dominj le manifatture dell'Italia. «I bisogni della natura, solea dire Vatace, sono indispensabili da soddisfare: ma il capriccio della moda in un giorno nasce e perisce» con tai precetti e col proprio esempio, il saggio Monarca e la semplicità de' costumi, e l'industria del popolo, e l'economia domestica, favoriva. Primo scopo di premure gli furono l'educazione della gioventù e lo splendore delle lettere[206]: solito a dire con verità che un principe ed un filosofo sono i due più eminenti personaggi della società umana, non si arrogava decidere qual dei due avesse la preferenza. La prima sposa del medesimo, Irene, figlia di Teodoro Lascaris, più illustre per merito personale e per le virtù del suo sesso, che pel sangue Comneno trasfuso nelle sue vene, avea dato in dote al marito l'Impero. Dopo la morte di lei, Vatace sposò Anna, o Costanza, figlia naturale dell'imperatore Federico II. Ma non essendo questa ancor giunta alla pubertà, l'Imperatore accolse nel proprio letto una Italiana del suo seguito: e i vezzi e le arti della concubina ottennero dall'amante, tranne il titolo, tutti gli onori ad una Imperatrice dovuti; debolezza del Monarca, che come enorme delitto divulgarono i frati; ma la violenza delle costoro invettive, non giovò che a far risplendere maggiormente la pazienza del Sovrano. La filosofia del nostro secolo perdonerà, non v'ha dubbio, a questo principe una debolezza cui compensava un complesso raro di virtù; e quegli stessi contemporanei che mitemente giudicarono le più impetuose e fatali passioni di Lascaris, non seppero negare ai falli di Vatace un'indulgenza ai restauratori degl'Imperi dovuta[207]. Que' Greci, i quali, privi di leggi e di tranquillità, gemevano tuttavia sotto il giogo latino, invidiavano la felicità di quei lor confratelli che già riacquistata aveano la civile libertà; e Vatace con una politica non condannevole, metteva ogni sollecitudine a persuaderli de' vantaggi che migrando al regno di lui avrebbero trovati. [A. D. 1255-1259] Appena ci facciamo a paragonare i regni di Giovanni Vatace, e di Teodoro, figlio di lui e successore, appaiono manifesti il tralignamento e la differenza tra il fondatore, poi reggitore dell'Impero fondato, e l'erede in cui non era che lo splendore a lui preparato dal padre[208]. Non vuole cionnullameno negarsi qualche forza d'animo a Teodoro; allevato alla scuola paterna, addestrato nella caccia e nella guerra, poteva egli del tutto mancarne? Benchè Costantinopoli non abbia ceduto all'armi di questo principe, pure ne' tre anni che il suo regno durò, ei condusse per tre volte i suoi eserciti vittoriosi fin nel cuore della Bulgaria. Ma ogni pregio da lui posseduto oscuravano l'ira e la diffidenza, il primo dei quali difetti può attribuirsi alla consuetudine di non essere stato mai contraddetto; l'altro forse gli derivava da alcune confuse e vaghe nozioni sulla depravazione dell'uman genere. Stando in cammino per una delle sue spedizioni nella Bulgaria, consultò sopra un caso di politica i suoi principali ministri, fra i quali, il , . 1 2 , ' , 3 , ' , 4 , 5 . ' , 6 , 7 , [ ] , 8 , 9 ' ; , 10 ' , ' , ' 11 . , 12 ' , 13 , 14 . , 15 ' , 16 , , ; 17 18 [ ] . ' 19 ' , 20 . 21 ' , , 22 ' ' 23 . , 24 , 25 . ' 26 , , , ; 27 , 28 , 29 ' ; 30 ' . 31 32 ; , 33 , ' 34 , 35 ' : 36 ' , . 37 ' , , ' 38 ; ' 39 ' , 40 . 41 42 . , 43 ' 44 . 45 , , 46 , 47 ' , 48 ' 49 . ' 50 , , 51 52 . 53 54 - . - 55 56 , 57 , , ' 58 , [ ] 59 , , 60 , ' , 61 . 62 63 [ . . ] 64 65 , 66 , 67 68 , . , 69 ; 70 ' , 71 , 72 , . , 73 , 74 ' 75 , , , 76 ; ' , 77 ' , 78 , , , . 79 [ ] , , 80 , 81 ; , 82 ' 83 , 84 . , 85 , 86 ; , , 87 , 88 , , , 89 , 90 . , 91 ; 92 ' 93 ' . 94 95 [ . . - ] 96 97 . ' , , 98 , ' . 99 , 100 ' ; ' 101 , ' 102 , , ' . 103 ' , ; 104 , , 105 ' 106 , 107 . ; 108 , 109 , . , 110 ' , 111 ; [ ] 112 ' 113 ' . , , 114 ' , 115 . 116 , 117 . 118 , , 119 , ' , 120 ' 121 122 ' . ' 123 . , 124 ' ; , ' 125 . , 126 , 127 , ' , 128 129 ; 130 , ' 131 , , ' 132 [ ] . 133 134 . ' , 135 , , , 136 137 , , 138 . , 139 , ; ' ' 140 , 141 . 142 143 , 144 ; 145 ' , 146 [ ] . 147 , , 148 , 149 . 150 ' 151 , 152 153 ( . . ) , , 154 , ; 155 . . ' 156 , 157 ' , ' . , 158 , , 159 , , 160 , . 161 162 ; 163 , 164 . . 165 ' 166 , ' , 167 168 ' 169 . , 170 , , , 171 . 172 , , 173 , 174 , 175 , ' 176 . 177 178 ' 179 , 180 . , 181 , , 182 , . 183 ' , 184 , , 185 , ' 186 ' . 187 188 . , 189 190 , 191 . 192 193 , 194 , 195 , , 196 ; ' 197 . - - 198 , ; 199 , ' 200 , 201 . 202 ; , 203 , , ' , 204 ' . 205 ' , ' ; 206 , 207 , 208 . , 209 , 210 , . 211 , 212 , , 213 ' 214 ' , , 215 , ' 216 ' , 217 [ ] . 218 , . 219 ' , 220 221 . 222 . , 223 ' . , 224 [ ] . 225 , , , 226 ' 227 [ ] . 228 , ; 229 ; 230 , , 231 232 233 [ ] . 234 235 . ' , 236 , , , 237 [ ] . 238 , ' , 239 [ ] [ ] ; 240 , , 241 242 . , 243 , 244 , 245 , ' , , 246 . 247 ' ' 248 , , 249 ' 250 . ' 251 252 . 253 , , 254 [ ] . , , 255 , , 256 , 257 . 258 , , 259 , , 260 . , , 261 . , 262 [ ] , , , 263 , , 264 , , 265 . 266 , , 267 268 ' . , 269 , , . , , 270 , . 271 , , , 272 , 273 ' . , 274 , 275 276 ; ' , 277 , 278 , 279 , 280 . 281 , , 282 : 283 284 - , ; - 285 - , ; - 286 - , . [ ] . - 287 288 « : , 289 . » 290 291 - - , , 292 ' , 293 , . 294 295 ' ' ; , ' 296 , 297 . , 298 ; 299 300 : 301 , 302 , 303 . 304 , , ' , 305 ' - - . 306 . 307 , 308 ' , ' 309 . , 310 , 311 , , . 312 ; 313 ; , 314 , 315 , ' 316 ; , 317 , ; 318 : 319 , , , 320 . 321 , 322 , 323 , . 324 325 . ' 326 , 327 . 328 , , 329 , , , 330 , . 331 , 332 ' , ' 333 . 334 335 ' [ ] . 336 337 . , ' 338 ; 339 ' 340 ' 341 , . 342 343 : 344 345 [ ] - . - ' 346 , . - , , 347 ( . - ) , - - 348 - ' ' - . 349 350 [ ] 351 , 352 ' . - , 353 - , . , 354 . 355 356 [ ] , . , , ' 357 , 358 , - - ( 359 ) - - . 360 . 361 362 [ ] 363 . , 364 , ' , 365 . 366 , , 367 , 368 ' . 369 370 [ ] . . 371 372 [ ] ' 373 ' 374 . ( 375 ) 376 ' , - . . . - , , . , . , . 377 - . 378 379 [ ] 380 . , 381 ' ' 382 ; ' 383 . 384 385 [ ] ' - 386 - , ' , 387 ( . , . - ) . 388 , - . - , - . . . - - . 389 390 [ ] ( - . . . - , ) 391 , , , 392 , , , , , , , , 393 . 394 395 [ ] ' ' . 396 - . - . ; 397 ' , 398 ' . 399 400 [ ] , ' 401 : , 402 ' , , 403 ' ; 404 , 405 , ' , 406 ' . 407 408 [ ] ( . , , - ) ( . - ) 409 . 410 411 , , 412 , , . 413 , , 414 ' , 415 ( , - . . - , . , . ) , 416 . . 417 418 [ ] , , ' 419 ; 420 , . - . - 421 , . . 422 423 [ ] ' 424 ' ( - . . . . 425 - - ) . 426 427 [ ] , ' , 428 , ' 429 , . 430 . ' 431 . 432 433 [ ] 434 ' ( . - ) . ( . 435 ) 436 , - - : 437 , ' , ' 438 . 439 440 [ ] - . - ( . ) , ( . 441 - - ) ( , ) . , 442 443 , 444 ' . 445 446 [ ] ' , ' 447 , , 448 . , , 449 ( - . - , ) , ( . , - . . . - . 450 . ) , ( - - . , . , . ) . 451 452 [ ] - - 453 . , 454 ' ' , 455 ( . , , ) , 456 , 457 ' . 458 459 [ ] ( - . . - ) , 460 , ' , 461 , . 462 463 [ ] , 464 , , 465 ' , ' . 466 , ' ' , . 467 ' ( - . . - . 468 ) ( . , 469 . ) . ( . , . . . ) . 470 471 [ ] ' - , 472 ' ' 473 474 , 475 , . - 476 ' 477 ; 478 , , , , 479 - . 480 481 [ ] 482 - . . . - ( - ' ' - ) 483 , 484 , ' 485 . 486 487 [ ] , 488 ( - . - , . 489 - ) . , 490 . 491 492 [ ] ' , 493 , . 494 . 495 , ' , , ' 496 . 497 498 [ ] , , , 499 ( . ) ; 500 , - 501 , - ( . ) . 502 503 [ ] ( . 504 ) , ( - - ) 505 . , , 506 ; 507 , ' 508 . 509 510 [ ] ( . - ) 511 ; 512 - - , . 513 514 [ ] 515 , . ' ' 516 ( . ) . . 517 ' - 518 ' , - 519 - ( - - , . ) . 520 521 [ ] 522 , ( - . . . - , ) , 523 . , ( - . 524 . - , . - ) . 525 526 [ ] ( . ) . 527 . ' 528 , . 529 530 ( - - , . , ) . 531 532 [ ] ; 533 , ( , - 534 - . ) . , 535 , ' - - , 536 ( . ) . 537 538 [ ] . 539 . 540 ( , - . 541 . - , ) . 542 543 [ ] , . , , 544 ( ) , 545 - - . 546 547 [ ] - . - ( - . - . . . , . 548 - , . , . - ) 549 . ( - . - - , . , . 550 - ) , , , 551 ' . 552 553 [ ] ( . ) 554 ( ) 555 ' , - - ; 556 557 , 558 - - . 559 , ' , 560 ' . 561 562 [ ] - . - 563 ( - . . . - . , . - ) , 564 ' 565 ' ' . 566 567 [ ] ( - - , . , . , . , 568 . ) ' , 569 , - - . 570 . 571 572 [ ] - . - ( - . - . 573 , . - ) . 574 575 [ ] - , , 576 ; - ( ) , - 577 , . - 578 ( . , - . . - , . , . , . , . , , 579 . ) . 580 581 [ ] ( - - , . , . , . - ) 582 583 , . 584 585 [ ] - . - , . . , , 586 . , 587 588 , , 589 . 590 591 [ ] ( . . - ) 592 , , 593 ' ; 594 , ( - . - . ) , 595 . 596 597 - ' , , ' - 598 - - 599 - ' - 600 - - 601 - - 602 - - 603 - ' . - 604 605 [ ] - . - , - . - - . 606 . - . , . - . 607 608 [ ] - . - 609 , ( - . . . - . , . - ; . , . 610 - ) . 611 612 [ ] 613 ' ( . - ) , - - ( . 614 ) , - - , . 615 ( . ) ; ( - . - 616 ' . ) . 617 618 [ ] - , 619 ' , , 620 ' , , ' ; 621 622 , . 623 , . - ( 624 . . ) 625 626 [ ] , , 627 ( . , . ) . ' 628 ; 629 . , ' 630 , : 631 ' ( - ' 632 - , . , . , . - ) . 633 634 [ ] , , 635 , 636 . 637 638 [ ] . , - . . - , . , . , . . 639 640 [ ] - . - ( . . ) 641 642 [ ] - 643 , . - ( . . ) 644 645 [ ] - - 646 - - , - - , - - . 647 ( - . . . - . , . ) - - 648 - - ' , 649 ; 650 . 651 652 [ ] 653 , . ( - . . . - , . , . - , - ) 654 ( - . . - . , . - ) . 655 656 [ ] - ' - , . , . - . 657 - - ' , , ' 658 ; - 659 660 . 661 662 [ ] ' 663 . ' , 664 665 , ( - - , . , . - , 666 ' ) . 667 668 [ ] - ' 669 , 670 , , 671 . - ( . . ) 672 673 [ ] ( - - , . , - - , . , . 674 , ) ' : 675 ' ( - - , . ) 676 . 677 678 [ ] ' , , , 679 ; 680 681 ' , 682 , ' , 683 , 684 , 685 . 686 687 [ ] - . - , . , . , , . 688 689 [ ] , , 690 ; 691 ( - . - . , 692 . ) , ( - . . . - . , . , ) 693 ( - . - , . , 694 ) ; , , 695 . 696 . 697 698 [ ] ' 699 ; , 700 ( . . , . ) , , 701 , 702 ( - ) . 703 704 [ ] , - - . ' 705 ( . , . ) . 706 707 [ ] ' , 708 ? 709 , 710 ( , . , . ) . 711 712 [ ] 713 , 714 ( . ) , ( . , . - ) , 715 ( . , . , ) . - . - , - . . . - , . , . 716 - . 717 718 [ ] - . - ( . - ) 719 . ' , ' 720 , , 721 , , ' 722 , ( , 723 . , . , ) . . 724 725 [ ] ' , 726 ' ' , 727 ( - . . - ) . 728 , 729 . 730 731 [ ] - , 732 , , 733 , 734 . - ( . . ) 735 736 [ ] ' ' - - 737 ( . - ) 738 . , 739 ( . . - ) , , 740 , ' ( , - . 741 . - , . , . ) . 742 743 [ ] , ' 744 , , 745 ' ( - - , . , . , ; 746 . - . . - , . , . ) . - . - ' , 747 , . . 748 749 [ ] - . - ( - . - , . 750 , . , ) . , , 751 , , 752 ' . 753 754 [ ] ' ( - 755 - , . , . ) 756 . ' , 757 , . 758 759 [ ] - ' , ' 760 , , 761 , 762 , : 763 ' , ' , 764 , ; ' 765 . - ( . . ) 766 767 [ ] - 768 ' - , - . - ( . . ) 769 770 [ ] - , 771 . , 772 ' . - ( . 773 . ) 774 775 [ ] , 776 , ' , 777 . 778 779 [ ] 780 , 781 ' ' . 782 , 783 , . - . - 784 . . 785 786 [ ] 787 - - , 788 , 789 , , , , - - . 790 , 791 ; 792 . , 793 , 794 . 795 796 [ ] 797 , , 798 . - . - , . , . . 799 800 [ ] ' , 801 , 802 ' . 803 804 [ ] - - ( . ) , 805 , , 806 ' , . 807 - ' - - , . . 808 809 [ ] ' , 810 , ( - ) , 811 ( , - . 812 . . - . , . ) . 813 814 [ ] , . , - - 815 , . - 816 - : - 817 - , , . . - 818 ' . , 819 ' , 820 - , . . - 821 , , 822 - , . 823 , , , ; 824 825 . 826 827 [ ] ' ' : 828 - 829 : 830 : - - , 831 , - . 832 , . 833 , 834 835 . 836 837 [ ] ' , , 838 ' ; ' , , 839 . 840 , 841 . 842 843 [ ] ' - 844 - ( , 845 ) ; ' 846 , . 847 848 [ ] ( - - , . , . ) . 849 . 850 851 ' , 852 , ' ; 853 , 854 , ' . 855 856 [ ] - - ' 857 , 858 ' , - - . 859 860 [ ] - - ( . , . ) , 861 - - . 862 ' , 863 - - , ' 864 ? 865 866 [ ] , , 867 , , 868 ( - - , . . . - ) . 869 870 [ ] , 871 , 872 , 873 ( , - - , . , . - ) . 874 875 [ ] - . - , . . 876 , ; 877 . 878 879 [ ] - ! ? - , ' , 880 . 881 ' 882 883 . 884 885 886 887 888 . 889 890 - ' . 891 . 892 . 893 ' . . ' 894 . , 895 . - 896 897 898 899 ' . , ' , 900 ' , , ' 901 . ' 902 [ ] 903 , [ ] , 904 905 . ' , ' ' , , 906 . 907 ' ( . . - ) , 908 , ; 909 ; 910 , . 911 ' ; 912 ; 913 914 . 915 , , 916 . ' , 917 , 918 , , 919 ' . ' 920 , ' , 921 , 922 , ' 923 , , 924 , , . 925 ' , 926 [ ] . 927 928 , ; 929 , 930 . 931 ' ' , 932 , , 933 . 934 ' , ' 935 936 . , , 937 , , , , , 938 . ' 939 , ' 940 941 . 942 , 943 , , 944 945 . ' ' . 946 947 , , 948 . 949 , 950 , , 951 ' ' 952 , ' 953 ' . « , , 954 : 955 » , 956 ' , ' , 957 ' , . 958 ' [ ] : 959 960 , 961 . , , 962 , 963 , , 964 ' . , , 965 , ' . 966 , ' 967 : 968 ' , , 969 ; , 970 ; , 971 . 972 , ' , 973 ; 974 975 , 976 ' ' [ ] . ' , 977 , , 978 , 979 ; 980 , ' 981 . 982 983 [ . . - ] 984 985 , 986 , , 987 , ' , 988 ' [ ] . 989 ' ; 990 , , 991 ? 992 ' , ' , 993 994 . ' 995 , 996 ; ' 997 ' . 998 , 999 , , 1000