Eccola (Baronio anno 809, e Baluzio Miscell., t. 7, p. 18).
Simbolo di ortodossa fede di Leone III Papa alle Chiese
orientali.
LEONE VESCOVO SERVO DEI SERVI DI DIO
A TUTTE LE CHIESE ORIENTALI.
-Vi mandiamo questo simbolo di fede ortodossa, acciocchè da voi,
e da tutti i credenti sia tenuta retta, ed inviolata fede,
secondo la santa romana cattolica, ed appostolica Chiesa.-
«-Crediamo la Santa Trinità, cioè Padre, Figlio, e Spirito
Santo, solo Dio onnipotenti, di una sola sostanza, di una sola
essenza, di una sola potenza, creatore di tutte le creature, da
cui, per cui ed in cui sono tutte la cose; il Padre da se
stesso, e non da altro, il figlio generato dal padre, Dio vero
da Dio vero, lume vero da lume vero, non però due lumi, ma un
solo lume; lo Spirito Santo dal Padre, e dal Figlio egualmente
procedente, consustanziale, coeterno al Padre, ed al Figlio. Il
Padre è pieno Dio in sè, il figlio è pieno Dio, generato dal
Padre, lo Spirito Santo è pieno Dio procedente dal Padre, e dal
Figlio. Non però sono tre Dei» ec.-
-Deposto Ignazio Patriarca di Costantinopoli, l'anno 858, per
disposizione della Corte Imperiale, fu eletto a lui successore
Fozio d'illustre nascimento, di grande ingegno, e di sapere
superiore a qualunque altro, che allora fosse in Europa. Siccome
era laico, gli furon dati tutti gli Ordini, ed in sei giorni fu
fatto Patriarca. Il deposto Patriarca Ignazio aveva grande
partito, ma un Concilio di trecento vescovi in Costantinopoli
confermò la deposizione d'Ignazio e l'elezione di Fozio. Nicolò
I papa, uomo intraprendente e fiero, in un Concilio provinciale
di Roma, annullò la sentenza del Concilio di Costantinopoli di
gran lunga più numeroso del romano, scomunicò Fozio- per
l'autorità di Dio, degli Appostoli, di tutti i Santi, delli sei
Concilj generali e del giudizio che lo Spirito Santo pronunzia
per bocca del Papa romano, -vale a dire di sè medesimo. Fozio
uomo pure non meno fiero, che avveduto, sdegnatosi di un atto
poco considerato, adunò un Concilio a Costantinopoli, scomunicò
e depose Nicolò I, e preso il titolo di Patriarca universale, e
pretendendo, secondo le idee ricevute da lungo tempo, che col
trasferimento della sede dell'Impero da Roma a Costantinopoli,
fosse stato anche trasferito il Primato nella Chiesa, concepì il
grande progetto di rendere indipendente la Chiesa greca
orientale dalla romana occidentale. E da uomo avvedutissimo,
conformandosi al pensare, ed al credere del popolo, fa accuse a'
Papi ed alla Chiesa di Roma, acconce a far grande impressione
sugli spiriti; loro rimprovera acerbamente d'aggiungere
illecitamente al- Credimus etc. -del Concilio ecumenico, ossia
generale di Costantinopoli dell'anno 481 e contro il decreto del
Concilio pure ecumenico di Calcedonia dell'anno 451, la parola-
filioque, -di sostenere, di prescrivere, d'insegnare cotale
aggiunta, di permettere il cacio ed il latte in quaresima,
d'imporre a' preti il celibato, seguitando in ciò il
Manicheismo: condanna il digiuno del Sabbato, ed il costume de'
Cherici di radersi la barba, e nomina empietà mostruosa,
distruggitrice del Cristianesimo, l'aggiunta- filioque.
-Fozio avendo coraggiosamente rimproverato Basilio di aver
ucciso l'Imperatore Michele III, e d'essersi per tal modo fatto
di lui successore, fu da Basilio discacciato. Un altro Concilio
di Costantinopoli, essendo Adriano II Papa, ed essendovi
presenti tre suoi Procuratori, o Legati, condannò Fozio e
ristabilì Ignazio. Sembrava il grande contrasto finito, ma
l'interesse e la superbia lo fecero risorgere. Il Re de'
Bulgari, la cui moglie era cristiana, erasi fatto cristiano, e
molta parte de' sudditi aveva seguito l'esempio del Re, siccome
suole avvenire, o la Storia ci mostra, tanto a favore che contro
il Cattolicismo, specialmente de' fatti della Germania
protestante, e de' re Gustavo Vasa, di Svezia, ed Enrico VIII
d'Inghilterra. Pretendeva Adriano II papa, che la Bulgaria
dovesse essere sotto la sua giurisdizione, e non sotto quella
del Patriarca di Costantinopoli Ignazio. Ma un Concilio di
Costantinopoli decise a favore del Patriarca; ed i Legati di
Adriano reclamarono contro la decisione del Concilio, e contro
Ignazio, (del Papa stesso prima sostenuto contro Fozio) ed il
Papa Giovanni VIII successore, minacciò di scomunicarlo e di
deporlo. Morì Ignazio; e Fozio avendo riavuto il credito alla
Corte, ed avendo Giovanni molto bisogno dell'Imperator Basilio
contro gli Arabi, che lo avevano obbligato ad un grosso tributo,
si determinò a riconoscere Fozio, per mezzo de' suoi Legati,
lusingandosi che questo Patriarca avrebbe per cotale
riconoscimento, rinunciato alla giurisdizioni della Bulgaria; ed
un Concilio di Costantinopoli di quasi quattrocento Vescovi,
nell'anno 879, ristabilì Fozio, annullando tutti gli atti fatti
contro di lui negli anteriori Concilj, composti dei medesimi
vescovi di quest'ultimo, il che non è senza ragionevole
maraviglia. Ma Fozio non rinunciò alla Bulgaria perchè riputava,
che il suo ristabilimento gli fosse dovuto; ed allora il Papa
Giovanni mutò condotta, adoperò le sue solite armi; scomunicò
Fozio, ed i successori di Giovanni, pel dominio della Bulgaria,
non lo vollero riconoscere; e poscia cacciato in bando
dall'Imperatore Leone, lasciò morendo il fondamento dello
scisma, che cento e cinquant'anni dopo assodossi sotto il
Patriarca Michele Cerulario, che aggiunse nuove accuse a' Papi
ed al Clero occidentale, fra le quali l'uso del pane azzimo
nella Messa, e sosteneva, negando il purgatorio, che i beati non
godono della presenza di Dio prima del Giudizio universale. Una
lettera molto forte del Papa Leone IX, accrebbe l'odio di
Cerulario contro i Papi, ed il loro Clero; Leone rimproverava
alla Chiesa cristiana d'Oriente più di novanta eresie, cioè
opinioni erronee, condannate dalla Chiesa occidentale, fra le
quali il permettere il matrimonio ai preti, che non è un'eresia,
e provava la sovranità temporale de' Papi colla falsa donazione
dell'imperator Costantino, allora creduta vera: un atto di
scomunica del Papa, portato da' suoi Legati a Costantinopoli,
diceva:- che Michele ed i suoi seguaci siano anatemi, co'
simoniaci, cogli eretici, col Diavolo e cogli Angeli suoi, se
non si convertono: -ed il Patriarca Michele Cerulario con questo
esordio cominciò la sua risposta.- Uomini empj, usciti dalle
tenebre dell'Occidente, sono venuti in questa divota città, da
cui la Fede ortodossa s'è diffusa per tutto il Mondo; hanno
tentato di corrompere la Fede ortodossa colla diversità dei loro
dogmi ec. -I Greci disprezzavano in quel tempo grandemente i
Romani, trattavanli da ignoranti, erano presi da sdegno per le
pretese de' Papi di generale dominazione. Gli odj per motivi
veri, o falsi di religione vera, o falsa, sono pur troppo
eterni, ed atroci perchè v'è chi ha interesse a fomentarli. Le
ragioni di Cerulario, per la natura della quistione non erano
niente più valide di quelle di Leone IX. ed il filosofo
discuopre che le passioni, piuttosto che le prevenzioni,
animavano le loro penne e dirigevano le loro azioni
disapprovabili.-
-Gl'Imperatori greci ridotti a stato tristissimo, e povero da'
Turchi vittoriosi, proposero poscia alcune volte a' Papi (allora
per sè stessi ridondanti d'oro e d'ogni assoluta possanza, e
signori ancora delle armate e dei tesori dei popoli, e de'
sovrani d'Europa, de' quali disponevano) di riconoscere il loro
Primato, di ammettere il- filioque, -e di convenire intorno agli
altri articoli di controversia, per avere soccorsi in danari ed
in armate: e ciò specialmente avvenne nelle due seguenti
epoche.-
-Cominciò circa l'anno 1204, tempo in cui i Crociati cacciarono
dal trono imperiale di Costantinopoli Alessio III Comneno, e vi
posero Baldovino I latino, ad esservi comunione fra le due
Chiese greca e latina, e si costrinsero a fuggire quegli
ecclesiastici e laici greci, che non vollero acconsentirvi; ma
avendo indi Michele III Paleologo scacciato da Costantinopoli
l'ultimo Imperatore latino Baldovino II, e messosi in trono
intorno l'anno 1260, coll'aver fatto cavare gli occhi al
giovanetto Imperator greco Giovanni Lascari, di cui era tutore,
si rinovò lo scisma. E vedendo Michele, che il potente Carlo
d'Angiò, impadronitosi del Regno di Napoli, voleva rimettere sul
trono di Costantinopoli Baldovino fuggito in Italia, mostrò
accortamente disposizione al papa Clemente IV, che aveva
ordinato un gran numero di crociate, e donato il regno di Napoli
a Carlo, di riconoscere il primato de' Papi, e di accomodarsi
intorno le altre cose di dogma, e di disciplina, affinchè
distornasse Carlo dal divisamento; e Gregorio X, successo a
Clemente, colta la bella occasione, adunò a Lione un Concilio
generale nell'anno 1274. Michele Paleologo vi mandò ambasciatori
con lettere sue, e de' vescovi greci, nelle quali era ammesso
il- filioque, -in un col primato de' Papi in tutto, e
s'accordavano le altre cose credute e praticate in occidente; il
Papa disse la Messa, e quando si venne al passo del- Credimus
etc., -o- Credo ec. -di Costantinopoli, il Papa, e tutti i
vescovi e preti greci e latini cantarono ad alta voce per tre
volte il- filioque, -che il papa Leone III non aveva voluto, che
si cantasse cinque secoli prima. Si accordò anche al Papa il
diritto di giudicare in appellazione, ciò ch'era stato tanto
fortemente negato dalla Chiesa cattolica della province
d'Affrica nel quinto secolo, prima d'essere distrutta dai
Vandali a dagli Arabi.-
-Cessati i bisogni di Michele a de' Vescovi greci, lo scisma
ritornò come prima. Poscia nell'anno 1438, il Papa Eugenio IV
veneziano, combattendo col Concilio generale di Basilea, adunò
l'altro Concilio generale di Firenze, e l'imperator Giovanni
Paleologo, ridotto a misero stato in un co' suoi vescovi, dalle
vittoriose armate de' Turchi, chiedendo soccorsi al Papa, ed ai
Principi latini, propose ad Eugenio di aderire ad ogni cosa.
Venne a Firenze col Patriarca di Costantinopoli, e con vent'un
vescovi, e dopo lunghi contrasti per le espressioni del Decreto
d'unione, fu esso scritto e sottoscritto ammettendo il-
filioque, -il Primato, il Purgatorio, e le altre cose volute da
Eugenio, che manteneva l'Imperatore, il Patriarca, i Vescovi
greci; dava loro mensualmente danari, secondo il grado, e pagò
il viaggio di venuta, e di ritorno. Il Vescovo greco Bessarione,
che fu poi Cardinale, scrisse il Decreto, ed accortamente rimase
in Italia. Eugenio diede anche all'Imperatore i soccorsi
promessi. Il solo Marca vescovo d'Efeso, non volle sottoscrivere
il Decreto. Tornati in Grecia i vescovi greci ripigliarono le
loro prime opinioni direttamente contrarie al Decreto, e Marco
scrisse lettera circolare a' Vescovi greci ed orientali contro
il Concilio di Firenze; si mostrarono frodi fatte da' latini
nell'estendere il Decreto.- Vedi Pietro de Marca De Concordia
ec. -Lo scisma ritornò interamente come prima, e dura tutt'ora,
e l'imperatore Giovanni timoroso de' suoi sudditi, e bisognoso
de' Latini stette perplesso, morì poco dopo, e Costantinopoli
poi fu presa da' Turchi l'anno 1453.-
NOTE:
[1] Il Mosheim narra la storia dello scisma de' Greci incominciando dal
nono secolo e venendo sino al decimo ottavo, con erudizione, chiarezza
ed imparzialità. -V.- intorno al -filioque- (-Inst.-, -Hist. eccl.-, p.
277), Leone III (pag. 303), Fozio (p. 307, 308), Michele Cerulario (p.
370, 371).
[2] -È vero, che i primi sei o sette Concilj generali sono stati adunati
in Asia minore, o a Costantinopoli nell'Impero greco, e che la massima
parte de' Vescovi erano Greci, ovvero delle province d'Asia, e d'Egitto,
ma v'erano anche alcuni Vescovi Latini, cioè Occidentali, ad il
Pontefice romano vi fu rappresentato da' suoi due procuratori.- (Nota di
N. N.)
[3] -Se Fozio Patriarca di Costantinopoli e della Chiesa Orientale, così
diceva della Chiesa Occidentale, è altresì vero, che questa riteneva le
stesse interpretazioni, e decisioni de' primi sei o sette Concilj
generali intorno la Divinità, la persona, la natura, la volontà di Gesù
Cristo, tenuta pura dalla Chiesa Orientale. I Greci, ed in generale i
Cristiani Orientali, furono i primi ad avere erronee opinioni cioè
eresie; ma oltre a' Priscillianisti, che sorsero in Ispagna intorno al
principio del quarto secolo, si manifestarono anche nella Chiesa
Occidentale, nel decimo secolo, altri errori, che sebbene repressi dalla
forza dei Cattolici ricomparvero, e crebbero grandemente per opera de'
Protestanti, che li ridussero a sistema, e ad insegnamento metodico, e
ne persuasero, malgrado le persecuzioni de' Cattolici, prestamente
intere nazioni d'Europa, siccome sappiamo.- (Nota di N. N.)
[4] Ανδρες δυσσεβεις και αποτροποι, ανδρεε επ σκοτους, αναδυντες, της
γαρ ’Εσπεριου μοιρας ύπηρχον γεννηματα, -uomini empj ed abbominevoli,
uomini emersi dalle tenebre, poichè sono razza delle regioni esperie-,
(Fozio Epistola, p. 47, edizione di Montacut). -Il patriarca d'Oriente
continua ad adoperare le immagini del tuono, de' tremuoti, della
grandine, precursori dell'Anticristo ec.-
[5] -Vedi- la Nota di N. N. alla fine del presente Capitolo.
[6] Il Gesuita Petavio discute sul soggetto misterioso della
-processione- del Santo Spirito e sul significato che esso presenta alla
Storia, alla Teologia, alla controversia (-Dogmata theologica-, tom. II,
lib. VII, p. 362-440).
[7] -Rifletta il lettore a ciò che diciamo nella nota posta alla fine
del Capitolo. È vero poi che la Chiesa Greca Orientale non volle mai
aggiungere, siccome fece l'occidentale Latina, la parola -filioque-,
ritenendo, che lo Spirito Santo proceda da Dio Padre soltanto, e non
anche dal figlio, siccome noi crediamo.- (Nota di N. N.)
[8] Leone III pose sulla cattedra di s. Pietro due scudi di fino argento
pesanti ciascuno novantaquattro libbre e mezzo, su i quali inscrisse il
testo dei due Simboli (-utroque symbolo-) -pro amore et- cautela
-orthodoxae fidei- (Anastas., in Leon. III, nel Muratori, t. III, part.
I, p. 208). Il linguaggio[*] tenuto da esso prova evidentemente che nè
il -filioque-, nè il Simbolo di Atanasio, erano riconosciuti a Roma
verso l'anno 830.
* -È certo, che il Simbolo, ossia professione di Fede d'Atanasio, era
riconosciuto a Roma, ed approvato, perchè egli già comprende gli stessi
sentimenti, più sviluppati, che sono nel -Credo ec.- del Concilio di
Nicea, dei quali il Papa Silvestro, ch'ebbe i suoi procuratori a quel
Concilio, ed i di lui successori, furono sempre sostenitori contro gli
Ariani, e contro i Semiariani. Sappiamo per altro da tutti gli Storici
ecclesiastici, che alcuni anni dopo, il Papa legittimo Liberio, stanco
dell'esilio e dolente della perdita della luminosa Sede Romana, cui
l'aveva condannato l'Imperatore Costanzo figlio di Costantino,
sostenitore degli Ariani contro gli Atanasiani, ossia Cattolici,
sottoscrisse una formula di Fede Ariana, contraria a quella del Concilio
di Nicea, non ammettendo il -consubstantialem-, scritto nel -Credimus
ec.-, di Nicea, e che il frutto ne fu il ricuperare il ricchissimo, e
potente Vescovato di Roma: ma sappiamo altresì, che poscia fu egli
dolente del suo fallo nella materia dogmatica, e ritornò a credere la
divinità di Gesù Cristo, ammettendo la parola -consubstantialem-;
siccome era stata dichiarata dal Concilio di Nicea nel -Credimus ec.-
coll'espressione -Jesum Christum Filium ejus consubstantialem Patri-. Il
fumoso Osio Vescovo di Cordova presidente del Concilio di Nicea,
principale sostenitore della divinità di Gesù Cristo, e
dell'espressione, -consubstantialem Patri- che la significava, e
confidente di Costantino che fu con pompa imperiale, e con soldatesche
al Concilio stesso, sottoscrisse pure la formula Ariana, negante la
divinità di Cristo, sotto lo stesso Imperatore Costanzo, per evitare
l'esilio, e per conservare l'immense ricchezze procacciatesi col favore
dell'antecessore Imperator Costantino. Liberio cedette alle
insinuazioni, e agli argomenti di due Vescovi Ariani, Arsacio e Valente:
abbiamo già le lettere e le risposte. Vedi- Lebbe, Collectio
Conciliorum. (Nota di N. N.).
[9] I -Missi- di Carlomagno sollecitarono vivamente il Pontefice,
affinchè chiarisse dannati senza remissione tutti coloro che rifiutavano
il -filioque-, o almeno la sua dottrina. Tutti, rispose il Papa, non
hanno la capacità di raggiugnere colla mente -altiora mysteria; qui
potuerit et non voluerit, salvus esse non potest- (Collect., Concil. t.
IX, pag. 277-286). Il -potuerit- lasciava grandi aiuti alla salute delle
anime.
[10] -Non può dirsi che Leone III, che viveva nel principio del secolo
nono, volesse precisamente cancellare il- filioque -ammesso dai Concilj
provinciali di Spagna, e da Leone I Vescovo di Roma; egli solamente non
voleva, che si aggiugnesse il- filioque -al- Credimus ec. -di
Costantinopoli, e che si cantasse nelle chiese. In conclusione, comunque
egli abbia creduto la procedenza dello Spirito Santo dal Padre ed anche
dal figlio, fu ammessa, creduta dalla Chiesa, Latina, ed integrata al
popolo, fino dal quinto secolo, ed il Concilio generale di Lione l'anno
1274 finalmente aggiunse il- filioque -al- Credimus ec., -del Concilio
generale di Costantinopoli, e perciò ogni buon credente della Chiesa
Latina, crede anche nella ultima aggiunta del- filioque. (Nota di N. N.)
[11] La disciplina ecclesiastica può dirsi oggidì ben rilassata in
Francia, confrontandola colla rigorosissima severità di alcuni
regolamenti. Già il latte, il burro, il formaggio son divenuti
nudrimento ordinario della Quaresima, e in questo tempo è permesso l'uso
delle uova mediante un concedimento annuale, che tien vece di
un'indulgenza perpetua (-Vie privée des Français-, t. II, p. 27, 38).
[12] I documenti originali dello scisma, e le accuse mosse dai Greci
contra i Latini trovansi nelle -Lettere- di Fozio (-Epist. Encyclica-,
II, pag. 47-61) e di Michele Cerulario (Canisii antiq. Lectiones, t.
III, part. I, pag. 281-324, ediz. Basnage colla prolissa risposta del
Cardinale Umberto).
[13] L'opera -i Concilj- (ediz. di Venezia) contiene tutti gli atti de'
Sinodi e la storia di Fozio. I compendj del Dupin e del Fleury lasciano
leggermente conoscere, ove stesse la ragione, ove il torto.
[14] Il Sinodo tenutosi a Costantinopoli nell'anno 869, ottavo fra i
Concilj generali, è l'ultima Assemblea dell'Oriente che dalla Chiesa
romana siasi riconosciuta. Questa non ammette i Sinodi di Costantinopoli
degli anni 867 e 879 non men copiosi e romorosi degli altri, ma che si
mostrarono favorevoli a Fozio.
[15] -V.- questo anatema nell'opera -I Concilj- (tom. XI, p. 1457-1460).
[16] -Lo scisma s'accrebbe non solamente per le ardite intraprese dei
Papi, ma anche per quelle de' Patriarchi Greci; la passione irritava, e
trasportava tanto una parte, che l'altra.- (Nota di N. N.)
[17] Anna Comnena (-Alexiad.-, l. I, p. 31-33) dipinge l'orrore che
concetto aveano, non solamente la Chiesa greca, ma anche la Corte,
contro Gregorio VII, i Papi, e la Comunione Romana. Più veemente ancor
lo stile di Cinnamo o di Niceta dimostrasi. Ciò nullameno quanto
comparisse mansueta e moderata a petto di quella de' Teologi, la voce
degli Storici!
[18] Lo Storico anonimo di Barbarossa (-De expedit. Asiat. Fred.- I, -in
Canisii Lection. antiq.- t. III. part. II, p. 511, ediz. di Basnage)
cita i Sermoni del Patriarca greco: -Quomodo Graecis injunxerat in
remissionem peccatorum Peregrinos occidere et delere de terra-. Taginone
osserva (-in Scriptores Freher-, t. I, pag. 409, ediz. di Struv.)
-Graeci haereticos nos appellant: clerici et monachi dictis et factis
persequuntur-. Noi possiamo aggiugnere la dichiarazione dell'Imperatore
Baldovino quindici anni dopo: -Haec est (gens) quae Latinos omnes non
hominum nomine, sed canum dignabatur, quorum sanguinem effundere pene
inter merita reputabant-. (-Gesta Innocent. III.- cap. 92, in Muratori,
-Script. rerum Italicar.- t. III: part. I, p. 536). Può esservi in tutto
ciò qualche esagerazione; ma non quindi contribuì con minore efficacia
alla azione e alla reazione dell'odio che era reale.
[19] -V.- Anna Comnena (-Alex.- l. VI, pag. 161-162) e un passo
singolare di Niceta sopra Manuele, l. V, cap. IX, che intorno ai
Veneziani osserva che κατα σμηνη και φρατριας την Κωνσταντινου πολιν της
οικειας ηλλαξαντο ec., -a sciami e per famiglie abbandonarono la patria
per Costantinopoli-.
[20] Ducange, -Fam. Byzant.- p. 186, 187.
[21] -Nicetas-, in Manuele l. VII, cap. 2, -Regnante enim- (Manuele)
-.... apud eum tantum Latinus populus repererat gratiam, ut neglectis
Graeculis suis tanquam viris mollibus, effoeminatis.... solis Latinis
grandia committeret negotia..... erga eos profusa liberalitate
abundabat..... ex omni orbe ad eum tanquam ad benefactorem nobiles et
ignobiles concurrebant- (Guglielmo di Tiro XXII, c. 10).
[22] Ben si sarebbero confermati ne' loro sospetti i Greci, se avessero
vedute le lettere politiche che Manuele scriveva al papa Alessandro III,
nemico del suo nemico Federico I, manifestandogli desiderio di unire i
Greci e i Latini in un sol gregge sotto i pastori medesimi (-V.- Fleury,
-Hist. ecclés.- t. XV, p. 187, 213-243).
[23] -V.- le relazioni de' Greci e de' Latini in Niceta (Alessio Comneno
c. 10) e in Guglielmo di Tiro (l. XXII; c. 10, 11, 12, 13); moderata e
concisa la prima, verbosa, veemente e tragica la seconda.
[24] Il senatore Niceta ha composta in tre libri la storia del regno
d'Isacco l'Angelo, p. 228-290, e pensando che ei fu -Logoteto- ossia
primo -Segretario e Giudice del Velo-, o del palagio, grande
imparzialità non ci possiamo aspettare da lui. Gli è però vero che sol
dopo la caduta e la morte del suo benefattore, questa storia avea
scritta.
[25] -V.- Boadino (-Vit. Saladin-, pag. 129-131-226, traduzione dello
Sculthens). L'ambasciadore d'Isacco parlava indifferentemente il
francese, il greco e l'arabo, cosa che in quel secolo può riguardarsi
come un fenomeno. Il messaggio del Greco trovò alla Corte del Sultano
accoglienza onorevole, ma il molto scandalo che produsse nell'Occidente
ne fu il solo effetto.
[26] Ducange, -Fam. Dalmat.- p. 318, 319, 320. La corrispondenza tra il
Pontefice romano e il Re de' Bulgari, leggesi nell'Opera -Gesta
Innocentii III-, c. 66-82, p. 513-525.
[27] Il Papa riconobbe questa origine italiana di Giovannizio. -A nobili
urbis Romae prosapia genitores tui originem traxerunt-. Il d'Anville
(-Etats de l'Europe-, p. 258-262) spiega questa tradizione, e la grande
somiglianza che si ravvisa fra la lingua latina e l'idioma de' Valacchi.
Il torrente delle migrazioni avea trasportate dalle rive del Danubio a
quelle del Volga le colonie poste da Traiano nella Dacia; e una seconda
ondata dal Volga al Danubio, giusta il d'Anville, le avea ricondotte. La
cosa è possibile, ma si toglie molto dall'ordinario.
[28] Questa parabola non disdice, per vero dire, allo stil di un
Selvaggio; ma piaciuto sarebbemi che il Valacco non vi avesse frammessi
il nome classico de' Misj, le esperienze della calamita, e la citazione
di un antico poeta comico (Niceta, in -Alex. Com.- l. 1, p. 299-300).
[29] I Latini aggravano l'ingratitudine di Alessio supponendo che Isacco
lo avesse liberato dalla schiavitù in cui lo tenevano i Turchi. So che
questo patetico racconto è stato spacciato a Venezia ed a Zara, e non ne
trovo orma in alcuno degli Storici greci.
[30] -V.- il regno d'Alessio l'Angelo o Comneno ne' tre libri di Niceta,
p. 291-352.
[31] -V.- Fleury, -Hist. eccles.- t. XVI, p. 26 ec., e Villehardouin n.
1, colle osservazioni del Ducange, non mai disgiunte dal testo originale
di cui mi valgo.
[32] -La vita contemporanea del Papa Innocenzo III-, pubblicata dal
Ballazio e dal Muratori, (-Script. rer. Ital.- t. III, part. I, p.
486-568) è preziosa per l'importanza delle istruzioni inserite nel
testo: ivi si può leggere ancora la Bolla della Crociata, c. 84-85.
[33] -Porce cil pardon fut issi gran, se s'en esmeurent mult li cuers
des genz, et mult s'en croisièrent, porce que li pardons ere si gran.-
Villehardouin n. 1. I nostri filosofi possono sottilizzare a lor grado
sulle cagioni delle crociate, ma tali erano i veraci sentimenti di un
cavaliere francese.
[34] Questo numero di feudi, mille e ottocento de' quali, doveano ligio
omaggio, trovavasi registrato nella Chiesa di S. Stefano di Troyes, e
venne attestato nel 1213 dal maresciallo della Sciampagna (Ducange,
-Observ.- p. 254).
[35] -Campania.... militiae privilegio singularis excellit.... in
tyrociniis... prolusione armorum-, etc. (Ducange, p. 249), tratto
dall'antica Cronaca di Gerusalemme A. D. 1177-1199.
[36] Il nome di Villehardouin trae la sua origine da un villaggio o
castello della diocesi di Troyes fra Bar e Arcy. Nobile ed antica era
questa famiglia; il cui ramo primogenito durò sino al 1400: il ramo
secondogenito divenuto possessore del principato d'Acaia, andò a
terminarsi nella Casa di Savoia (Ducange, p. 235-245).
[37] Il padre di questo Goffredo e i suoi discendenti possedettero tale
carica; ma il Ducange non ha seguito il corso delle cose colla sua
diligenza ordinaria. Trovo che nel 1356 la stessa carica passò nella
Casa di Conflans. Questi marescialli di provincia sono, è lungo tempo,
ecclissati dai marescialli di Francia.
[38] Questo idioma del quale presenterò alcuni saggi, è stato spiegato
dal Vigenere e dal Ducange in una Versione e in un Glossario. Il
presidente Brosses (-Mechanisme des langues-, t. II, p. 83) lo vuole un
modello di una lingua che ha perduta l'essenza di lingua francese, e che
i soli grammatici possono intendere.
[39] L'età in cui visse e l'espressione, -moi qui ceste oeuvre dicta-
(n. 62, ec.) possono far nascere un sospetto, più fondato di quello del
Wood intorno ad Omero, che il predetto maresciallo non sapesse nè
leggere, nè scrivere. Nondimeno la Sciampagna può gloriarsi di avere
prodotti i due primi Storici, i nobili padri della prosa francese,
Villehardouin e Joinville.
[40] La Crociata, i regni del Conte di Fiandra, di Baldovino e di Enrico
suo fratello, formano il particolare argomento di una storia composta
dal Doutremens, gesuita (-Constantinopolis belgica-, Tournai, 1638, in
4); Opera che io conosco solamente da quanto ne ha detto il Ducange.
[41] T. VI di questa storia.
[42] Il Pagi (-Critica-, t. III, A. D. 810, n. 4 ec.) tratta sulla
fondazione e l'independenza di Venezia e sull'invasione di Pipino (-V.-
la -diss.- del Beretti, -Cron. It. medii aevi-, in Muratori, -Script.-
t. X, p. 153). I due critici mostrano qualche parzialità. Il Francese
contro la Repubblica, l'Italiano in favore di essa.
[43] Allorchè il figlio di Carlomagno armò i suoi diritti dì sovranità,
i fedeli Veneziani gli risposero: οτι ημεις διπλος θελσμεν ειναι του
Ρομαιων βασιλεως, -perchè noi vogliamo essere secondi sudditi del Re dei
Romani- (Costantino Porfirogeneta, -De admin. imper.- part. II, c. 28,
p. 85); tradizione del nono secolo che rende ragione de' fatti del
decimo, confermati dall'ambasceria di Liutprando di Cremona. Il tributo
annuale che l'Imperatore permise si pagasse al Re d'Italia dai
Veneziani, raddoppia la servitù di questi sotto aspetto di alleggerirla;
ma l'odioso διουλοι vuol essere tradotto come nel chirografo dell'anno
827 (Laugier, -Hist. de Venise-, t. I, p. 67 ec.) co' più miti vocaboli
-subditi- o -fideles-.
[44] -V.- la venticinquesima e trentesima dissertazione delle Antichità
del Medio Evo del Muratori. La Storia del commercio composta da Anderson
non fa incominciare il traffico de' Veneziani coll'Inghilterra che
nell'anno 1323. L'Abate Dubos (-Hist. da la ligue de Cambrai-, t. II, p.
443-480) offre una allettevole descrizione del fiorente stato del loro
commercio e delle loro ricchezze nel principio del secolo XV.
[45] I Veneziani tardarono assai nel pubblicare e scrivere la loro
storia. I più antichi loro monumenti sono: I. l'arida Cronaca composta,
come sembra, da Giovanni Sagornino (Venezia 1765 in 8), ove si
dimostrano lo stato e i costumi di Venezia nell'anno 1028; II. la storia
più voluminosa del Doge Andrea Dandolo 1342-1354, pubblicata per la
prima volta nel duodecimo tomo del Muratori, A. D. 1728. La Storia di
Venezia scritta dall'Abate Laugier (Parigi 1728) è un'Opera non priva di
merito, e della quale io mi sono principalmente giovato per la parte che
alla costituzione della Repubblica si riferisce.
[46] Enrico Dandolo compiea gli ottantaquattro anni quando fu eletto
Doge, A. D. 1192, e ne avea novantasette all'atto della sua morte, A. D.
1205. -V.- le -osservazioni- del Ducange sopra Villehardouin, n. 204. Ma
gli storici originali non mettono attenzione a questa straordinaria
lunghezza di vita. È questo, cred'io, il primo esempio d'un eroe
pervenuto quasi ai cento anni. Teofrasto potrebbe somministrar l'esempio
di uno scrittore quasi nonagenario: ma invece di εννενκοντα -novanta-
(-Prooem. ad Character.-) sarei piuttosto inclinato a leggere
επδομεκοντα -settanta- come hanno pensato l'ultimo editore di Teofrasto,
il Fischer, ed anche il Casaubono. Egli è quasi impossibile che in tanto
avanzata età il corpo e l'immaginazione conservino il loro vigore.
[47] I moderni Veneziani (Laugier, t. II, p. 219) accusano della cecità
del Dandolo l'Imperator Manuele, calunnia confutata dal Villehardouin e
dagli antichi storici, secondo i quali il veneto Doge per conseguenza
d'una ferita, perdè la vista (n. 34 e Ducange).
[48] -V.- il Trattato originale nella Cronaca di Andrea Dandolo p.
323-326.
[49] Leggendo il Villehardouin non possiamo far di meno di osservare che
questo Maresciallo e i cavalieri suoi confratelli piangevano molto
spesso. «-Sachiez que la ot mainte lerme plorée de pitié- (n. 17): -mult
plorant- (ibid.); -mainte lerme plorée- (n. 34) -si orent mult pitié et
plorérent mult durement- (n. 60); -i ot maint lerme plorée de pitié- (n.
202)». In somma piangevano in tutte le occasioni, ora per afflizione,
ora per gioia, e se non altro per divozione.
[50] Questo Marchese di Monferrato, segnalato erasi per una vittoria
contro gli Astigiani (A. D. 1191), per una crociata in Palestina, per
una legazione pontificia presso gli alemanni principi sostenuta
(Muratori, -Annali d'Italia-, t. X, p. 163-202).
[51] -V.- la Crociata degli Alemanni nella -Historia C. P.- di Gunther
(-Can. Antiq. lect.- t. IV, p. V-VIII) che celebra il pellegrinaggio di
Martino, uno fra i predicatori rivali di Folco di Neuilly. Apparteneva
all'Ordine di Citeaux, e il suo monastero era situato nella diocesi di
Basilea.
[52] Indera, oggidì Zara, colonia romana che riconosce Augusto per suo
fondatore, ai dì nostri ha un circuito di due miglia, e contiene fra i
cinque e i seimila abitanti; ottimamente fortificata, un ponte la
congiunge alla terra ferma (-V.- -i viaggi- di Spon e di Wheeler,
-viaggi di Dalmazia-, -di Grecia-, ec. t. I, p. 64-70; -viaggio in
Grecia- p. 8-14). L'ultimo di questi viaggiatori, confondendo -Sestertia
e Sestertii-, valuta dodici lire sterline un arco di trionfo decorato di
colonne e di statue. Se a que' giorni non v'erano alberi nei dintorni di
Zara, convien dire che quegli abitanti non avessero ancora pensato a
piantare i ciliegi, dai quali oggidì si ritrae il famoso maraschino di
Zara.
[53] Il Katona (-Hist. crit. reg. Hungar. Stirpis Arpad.- t. IV, p.
536-558) unisce fatti e testimonianze, oltre ogni dire, sfavorevoli ai
conquistatori di Zara.
[54] -V.- tutta la transazione e i sentimenti del Papa nelle -Epistole
di Innocenzo III-, -Gesta-, c. 86, 87, 88.
[55] Un leggitore moderno farà le maraviglie nel veder dato il nome di
-valletto di Costantinopoli- al giovine Alessio. Questo titolo degli
eredi del trono corrispondeva all'-Infante- degli Spagnuoli, al
-nobilissimus puer- de' Romani. I paggi o valletti de' Cavalieri non
erano men nobili de' loro padroni (-Villehar. e Duc.- n. 36).
[56] Il Villehardouin (n. 38) chiama l'Imperatore Isacco Sarsach forse
dalla voce francese Sire, o dalla greca Κυρ, κυριος, -Sire-, -Signore-,
formata colla terminazione del nome proprio: le denominazioni corrotte
di Tursac e di Conserac che troveremo in appresso, ne forniranno un'idea
della libertà che in ordine a ciò si prendeano le antiche dinastie della
Sorìa e dell'Egitto.
[57] Ranieri e Corrado: l'uno sposò Maria, figlia dell'Imperatore
Manuele Comneno, l'altro Teodora Angela sorella degli Imperatori Isacco
ed Alessio. Corrado abbandonò la Corte di Bisanzo e la moglie per
accorrere in difesa di Tiro minacciata da Saladino (Ducange, -Fam.
Byzant.-, p. 187-203).
[58] Niceta in -Alex. Comn.-, (l. III, c. IX), accusa il Doge e i
Veneziani, come autori della guerra mossa a Costantinopoli, e riguarda
come κυμα υπερ κυματι, -procella sopra procella-, l'arrivo e le
ignominiose offerte del Principe esigliato.
[59] Il Villehardouin e il Gunther spiegano i sentimenti dell'una e
dell'altra fazione. L'Abate Martino, che abbandonando l'esercito a Zara
si trasferì in Palestina, venne inviato come ambasciatore a
Costantinopoli, trovatosi a proprio dispetto spettatore del secondo
assedio.
[60] La nascita e le dignità che si univano in Andrea Dandolo gli
somministravano e modi e motivi di cercare negli archivj di Venezia la
storia del suo illustre antenato. Il laconismo ch'ei serba ne' proprj
racconti rende alquanto sospette le moderne e verbose relazioni di
Sanuto (Muratori -script. rer. it.- t. XXII), del Sabellico e del
Ramnusio.
[61] -V.- Villehardouin, n. 62. In cotest'uomo, originali appaiono i
sentimenti quanto il modo di esprimerli. Proclive alle lagrime, non
quindi meno allegrasi della gloria e del pericolo delle pugne con tale
entusiasmo, che ad uno scrittore sedentario non può appartenere.
[62] In questo viaggio, quasi tutti i nomi geografici trovansi svisati
dai Latini: il nome moderno di Calcide, e di tutta l'Eubea deriva
dall'-Euripus- d'onde -Evripo-, -Negripo-, -Negroponte-, che alle nostre
carte geografiche fanno disdoro. (D'Anville, -Geogr. anc.- t. I, p.
263).
[63] -Et Sachiez que il ne ot si hardi cui le cuer ne fremist- (c. 67)
... -Chascuns regardoit ses armes... que par tems en arunt mestier- (c.
68). Tale è l'ingenuità caratteristica del vero coraggio.
[64] «-Eandem urbem plus in solis navibus piscatorum abundare, quam
illos in toto navigio. Habebat enim mille et sexcentas piscatorias
naves.... Bellicas autem sive mercatorias habebat infinitae multitudinis
et portum tutissimum-». Gunther, -Hist C. P.-, c. 8, p. 10.
[65] Καθαπερ ιεερω, ειπειν δε και θεοψυτευτων παραδεισων εφειδοντο
τουτωνι, -come ad un sacro bosco parlavano-, -e risparmiavanlo quasi un
giardino piantato da Dio-. Niceta, -in Alex. Comn.-, l. III, c. 9, p.
348.
[66] Seguendo la traduzione del Vigenere, mi valgo del sonoro vocabolo
di -palandra-, usato credo tuttavia lungo il littorale del mediterraneo.
Se però scrivessi in Francese, adoprerei la parola originaria ed
espressiva di -vessiery- o -huissiers-, tolta da -huis-, voce vieta che
significava una porta atta a sbassarsi a guisa de' ponti levatoi, ma che
per gli usi di mare collo stesso meccanismo si alzava nella parte
interna del navilio. (Ducange, Villehardouin, n. 14, e Joinville, p.
27-28, ediz. del Louvre).
[67] Per evitare l'espressione vaga di seguito o seguaci ec., ho
adoperata, seguendo il Villehardouin la voce -sergente-, per indicare
tutti gli uomini a cavallo che non erano cavalieri. Vi erano sergenti
d'armi e sergenti di toga. Assistendo alla -parata- e alle adunate di
Westminster può vedersi la bizzarra conseguenza di una tal distinzione
(-Ducange-, -Gloss. lat. Servientes- etc. t. VI, p. 226-231).
[68] È inutile l'annotare che intorno a Galata, alla catena del porto
ec., il racconto del Ducange è compiuto e minutamente esatto. -V.- anche
i capitoli particolari dell'opera -C. P. Christiana- dello stesso
autore. L'ignoranza o la vanità degli abitanti di Galata era sì grande,
che appropiavano a sè medesimi l'Epistola di S. Paolo ai Galati.
[69] La galea che ruppe la catena chiamavasi l'Aquila (-Dandolo-,
-Chron.-, p. 322), che il Biondi (-de Gestis Venet.-) ha trasformata in
-Aquilo-, vento boreale. Il Ducange (n. 83) ammette la seconda
sposizione; ma egli non conosceva il testo autentico del Dandolo, e
trascurò inoltre di esaminare la topografia del porto. Avrebbe veduto
allora che il vento di scilocco era infinitamente più favorevole del
vento di tramontana a questa spedizione dei Crociati.
[70] -Quatre cent mille hommes ou plus- (Villehardouin, n. 134) vuole
intendersi d'uomini in istato di portar l'armi. -Il Le Beau- (-Hist. du
Bas-Empire-, t. XX, p. 417), concede a Costantinopoli un milione
d'abitanti, sessantamila uomini di cavalleria e una moltitudine
innumerabile di soldati. Nel suo stato d'invilimento la capitale
dell'Impero ottomano contiene oggidì quattrocentomila abitanti.
(-Voyages de Bell-, vol. II, p. 401-402). Ma non tenendo i Turchi alcun
registro nè de' morti, nè delle nascite, ed essendo intorno a ciò
sospette tutte le relazioni che abbiamo, egli è impossibile il
verificare la vera loro popolazione (Niebuhr, -Voyag. en Arab.-, t. I,
p. 18, 19).
[71] Regolandomi colle piante più esatte di Costantinopoli, non posso
ammettere un'estensione maggiore di quattromila passi; nondimeno il
Villehardouin (n. 86) la fa di tre leghe. Se i suoi occhi non lo hanno
ingannato, è duopo credere che ei contasse a leghe degli antichi Galli,
di mille cinquecento passi l'una, colle quali forse anche oggidì si
regolano le misure de' terreni nella Sciampagna.
[72] Il Villehardouin (n. 89-95) indica le guardie imperiali o i Varangi
coi nomi di -Anglais et Danois avec leurs haches-. Qualunque si fosse la
loro origine, un pellegrino francese non potea fare sbaglio sulla
qualità delle nazioni che formavano questa guardia.
[73] Intorno al primo assedio e alla conquista di Costantinopoli giova
consultare la lettera originale de' Crociati ad Innocenzo III,
Villehardouin (n. 75-99), Niceta (-in Alex. Com.- l. III c. X, p.
349-352), Dandolo (-Chron.-, p. 322). Gunther e l'Abate Martino non
erano anche tornati dal lor primo pellegrinaggio a Gerusalemme o a S.
Giovanni d'Acri, ove ostinatamente fermaronsi, benchè la maggior parte
de' loro compagni vi fosse morta di peste.
[74] Il Villehardouin colla sua grossolana eloquenza, n. 66-100, ne fa
comprendere, quale impressione provassero i Crociati al vedere
Costantinopoli e i suoi dintorni: -cette ville-, dic'egli, -que de
toutes les autres ere Souveraine-. -V.- i tratti di questa descrizione
in Foulcher di Chartres (-Hist. Hieros.-, t. I, c. 4), e in Guglielmo di
Tiro (II, 5, XX, 26).
[75] Giocando ai dadi, i Latini gli tolsero il suo diadema, mettendogli
in capo un berrettone di lana o di pelo. Το μεγαλοπρεπες κς παγκλειστον
κατερρυπινεν ονομα, -infamavano un nome dignitoso e gloriosissimo-
(Nicetas, p. 358). Se un tale scherzo gli fu fatto dai Veneziani, vi si
vedeva la conseguenza dell'audacia naturale ai repubblicani e ai
trafficanti.
[76] -V.- Villehardouin, n. 181; Dandolo, p. 322. Il Doge afferma che i
Veneziani furono pagati più lentamente de' Francesi, osservando però che
la storia delle due nazioni in ordine a ciò non si trova d'accordo.
Aveva egli letti gli scritti del Villehardouin? I Greci si lamentarono
-quod totius Graeciae opes transtulisset- (-Gunther-, -Hist.-, C. P. c.
13). -V.- le querimonie e le invettive di Niceta (p. 355).
[77] Il regno di Alessio Comneno occupa tre interi libri di Niceta, che
impiega solo cinque capitoli a narrare la corta restaurazione d'Isacco e
del giovine Alessio (p. 352-362).
[78] Mentre Niceta rimprovera ad Alessio l'empia lega che questi avea
co' Latini contratta, insulta con termini ingiuriosi la religione del
romano Pontefice, μειζον και ατοσοπτόν.... παρεκτροπμν σιρτεως.... των
του παπα προνομιων καινιεμον.... γεταθεειο τε και μεταποιμεν των πσλαιων
φωμαιοις εθων, -deviò grandemente e in modo indegno dalla fede.... la
novità delle massime del Papa.... mandava ai Romani cangiate e
trasfigurate le massime antiche-, (p. 348). Così tutti i Greci si
espressero fino al punto della compiuta sovversione di questo impero.
[79] Niceta (pag. 355) non esita nell'accusare particolarmente i
Fiaminghi (φλαμιονες) -Flamiones-; ma a torto riguarda siccome antico il
lor nome. Il Villehardouin (n. 107) difende i Baroni, e ignora o mostra
ignorare i nomi de' colpevoli.
[80] Si paragonino le lamentele e i sospetti di Niceta (p. 359-362)
colle accuse positive di Baldovino di Fiandra. (-Gesta Innocentii III-,
cap. 92, p. 534) -cum pathriarca et mole nobilium-, -nobis promissis
perjurus et mendax-.
[81] Nicolao Canabo era questo fantasma. Niceta ne fa encomj; Murzuflo
alla propria vendetta lo sagrificò p. 362.
[82] Il Villehardouin (n. 116) parla di questo Murzuflo come di un
favorito, e sembra ignorare che egli fosse principe del sangue
imperiale, e pertenente alla casa di Duca. Il Ducange celebre nel
razzolare ogni genere di erudizione, crede che questo Alessio fosse
figlio d'Isacco Duca Sebastocrator, e cugino germano del giovine
imperatore Alessio.
[83] Niceta accerta il fatto di una tale negoziazione che sembra per
altra parte molto probabile (p. 365): ma il Villehardouin e il Dandolo
la riguardano come obbrobriosa, e non ne fanno parola.
[84] Baldovino commemora questi due tentativi contro la flotta (-Gesta-,
c. 92, p. 534-535): il Villehardouin (n. 113-115) non accenna che il
primo. È cosa degna d'osservazione che nessuno di questi guerrieri si
ferma a descrivere qualche particolare proprietà del fuoco greco.
[85] Il Ducange (n. 119) ne inonda di un torrente di erudizione intorno
al gonfalone imperiale. Ella è cosa singolare che questa bandiera della
Madonna è parimente un trofeo e una reliquia che fanno vedere i
Veneziani. Se essi possedono la vera, convien dire che il pietoso
Dandolo abbia ingannati i monaci di Citeaux.
[86] Il Villehardouin (n. 126) confessa che -mult ere grant péril-: e il
Gunther (-Hist.- C. P. cap. 13) afferma che -nulla spes victoriae
arridere poterat-. Però e il Cavaliere parla con disprezzo di coloro che
pensavano alla ritirata, e il monaco loda que' suoi compatriotti che
erano risoluti di morire coll'armi alla mano.
[87] Baldovino e tutti gli Storici cristiani onorano il nome di quelle
due galee coll'aggiunto -felici auspicio-.
[88] Facendo allusione ad Omero, Niceta lo chiama εννεα οργυιας, alto
nove orgie, ossia diciotto verghe inglesi, circa cinquanta piedi. Una
tale statura difatti sarebbe stata una scusa molto legittima al terrore
de' Greci. In questa occasione l'autore si mostra più dominato dalla
passione di contar maraviglie che dall'interesse del suo paese, o
dall'amore della storica verità. Baldovino sclama colla parole del
Salmista, -Persequitur unus ex nobis centum alienos-.
[89] Il Villehardouin (n. 130) ignora ancora gli autori di un tale
incendio men condannevole del primo, e del quale secondo il Gunther è
reo, -quidam comes Theutonicus- (cap. 14). Sembra che gl'incendiarj
arrossiscano di confessarlo.
[90] Intorno al secondo assedio, o alla conquista di Costantinopoli -V.-
Villehardouin (n. 113-132), la seconda lettera di Baldovino ad Innocenzo
III (-Gesta-, cap. 92, p. 534-537), e l'intero regno di Murzuflo in
Niceta (p. 363-375). Possono ancora consultarsi alcuni passi del Dandolo
(-Chron. venet.-, p. 323-330) e -Gunther-, -Hist.- (C. P. cap. 14-18), i
quali aggiungono ai loro racconti il maraviglioso delle visioni e delle
profezie. Il primo di essi cita un oracolo della Sibilla Eritrea, che
annunzia un grande armamento sull'Adriatico, condotto da un generale
greco, spedito contro Bisanzo ec., maravigliosissima predizione, se non
fosse posteriore all'avvenimento.
[91] -Ceciderunt tamen eo die civium quasi duo millia-. Gunther (c. 18).
L'aritmetica è una pietra di paragone per valutare le passioni e
l'ampollosità delle figure rettoriche.
[92] -Quidam- (dice Innocenzo III, Gesta, c. 94, p. 538) -nec religioni,
nec aetati, nec sexui pepercerunt, sed fornicationes, adulteria, et
incestus in oculis omnium exercentes, non solum maritatas et viduas, sed
et matronas et virgines deoque dicatas exposuerunt spurcitiis
garcionum-. Il Villehardouin non fa parola di questi fatti troppo soliti
ad accadere nelle guerre.
[93] Niceta salvò, indi sposò una nobile vergine, che un soldato, επι
μαρτυτι πολλοις ονηδον επιβρωμωμενος, -lascivamente smanioso in faccia a
molti testimonj-, quasi violò senza riguardo a εντολαι, ενταλματα ευ
γεγονοτων, -alle massime od ai precetti delle persone ben nate-.
[94] Intorno al valor generale di tutto lo spoglio il Gunther lo
riguarda tale, -ut de pauperibus et advenis cives ditissimi redderentur-
(-Hist. C. P.- c. 18); il Villehardouin (n. 132) osserva che dopo la
creazione del mondo -ne fu tant gaignié dans une ville-, e Baldovino
(-Gesta-, c. 92) -ut tantum tota non videatur possidere Latinitas-.
[95] -V.- Villehardouin (n. 133-135). Evvi una variante nel testo, per
cui può leggersi e -cinquecentomila- e -quattrocentomila-. I Veneziani
aveano fatta la profferta di prendersi per sè tutto lo spoglio, indi
sborsare quattrocento marchi a cadaun cavaliere, dugento a cadaun
sergente, cento a cadaun soldato; contratto che non sarebbe stato
vantaggioso per la Repubblica (Le Beau, -Hist. du bas-Empire-, l. XX, p.
506, non so poi su qual fondamento).
[96] Nel Concilio di Lione (A. D. 1295) gli ambasciatori d'Inghilterra
valutarono la rendita della Corona, inferiore a quella del clero
straniero, che ascendeva a sessantamila marchi annuali (Mattia Paris, p.
451; Hume -Storia d'Inghilterra-, vol. II).
[97] Niceta descrive in patetica guisa il saccheggio di Costantinopoli e
le sciagure che personalmente il percossero (p. 367-369, e -Status
urbis- C. P., p. 375-384). Innocenzo III, -Gesta-, c. 92 conferma
perfino la realtà de' sacrilegj deplorati da Niceta: ma Villehardouin
non lascia scorgere nè pietà, nè rimorsi.
[98] Se ho ben inteso il testo greco di Niceta, le loro vivande
predilette eran cosce di manzo a lesso, maiale salato condito coi ceci,
zuppa con aglio ed erbe forti, o acide (p. 582).
[99] Niceta si vale di espressioni durissime αγραμματοις βαρβαροις, και
τελεον αναλφαβητοις -Barbari illetterati, e totalmente ignari
dell'abbicì-. (Fragm. -apud- Fabricium, -Bibl. Graec.-, t. VI, p. 414).
Vero è che questo rimprovero si riferisce principalmente alla loro
ignoranza della lingua greca e delle sublimi opere di Omero. I Latini
del dodicesimo e tredicesimo secolo non mancavano di opere di
letteratura nella propria lingua. -V.- le -Ricerche filologiche- di
Harris, p. 3, c. IX, X, XI.
[100] Niceta, nativo di Cona in Frigia (antico Colosso di S. Paolo) era
pervenuto al grado di Senatore, di Giudice del Velo e di gran Logoteta.
Dopo la rovina dell'Impero, di cui fu vittima e testimonio, si ritrasse
a Nicea, ove compose una compiuta e accurata storia che procede dalla
morte di Alessio Comneno insino al regno di Enrico.
[101] Un manoscritto di Niceta (nella biblioteca Bodleana) contiene
questo singolare frammento che riguarda lo stato di Costantinopoli, e
che o ad arte, o per vergogna, o piuttosto per trascuratezza è stato
ommesso nelle precedenti edizioni. Lo ha pubblicato il Fabrizio (-Bibl.
graec.-, t. VI, p. 405-416), e l'ingegnoso Harris di Salisbury non ha
limiti nel lodarlo (-Ricerche filologiche- part. III, cap. V).
[102] Per darne un'idea della statua di Ercole il sig. Harris ha citato
un epigramma, e presentata la figura scolpita in una bella pietra; ma
questa non offre l'atteggiamento di un Ercole, senza clava, col braccio
e la gamba stesa siccome di questa statua vien detto.
[103] Ho trascritte letteralmente le proporzioni indicate da Niceta, le
quali mi sembrano oltre modo ridicole, e forse ne condurranno a
giudicare che il preteso buon gusto di questo senatore ad ostentazione e
vanità riducensi.
[104] -V.- Niceta, ove parla d'Isacco l'Angelo e di Alessio (cap. 3, p.
339). L'Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico
greco coll'enfasi del suo stile suol fare -ex pulice elephantem-.
[105] Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408)
rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανεραστοι Βαρβαροι, -Barbari
nemici del bello-, e indica in precisi termini quanto fossero avidi del
bronzo. Non può però negarsi ai Veneziani il merito di avere trasportati
quattro cavalli di bronzo da Costantinopoli alla piazza di S. Marco
(Sanuto, -Vite dei Dogi-, Muratori, -Script. rer. ital.- t. XX, pag.
534).
[106] Winkelmann, Storia dell'arti, t. III, p. 269-270.
[107] -V.- nel Gunther (-Hist. C. P.- c. 19-23, 24) il pietoso furto
dell'abate Martino, che trasportò un ricco fardello di questi tesori
religiosi nel suo convento. Nondimeno il Santo non andò immune dalla
scomunica, e forse dalla taccia di avere violato un giuramento.
[108] Fleury, -Hist. eccles.- t. XVI, p. 139-145.
[109] Conchiuderò questo capitolo con alcuni cenni sopra una Storia
moderna che descrive colle sue particolarità la presa di Costantinopoli
per opera dei Latini; ma venutami fra le mani alquanto tardi. Paolo
Ramusio figlio del Compilatore de' Viaggi, ebbe dal Senato di Venezia la
commissione di scrivere questa Storia: ma ricevè un tal ordine in
gioventù e lo eseguì solamente anni dopo, pubblicando un'opera
ingegnosamente scritta che ha per titolo, -De bello Constantinopolitano
et imperatoribus Comnenis per Gallos et Venetos restitutis- (Venezia
1635 in folio). Il Ramusio o Ramnusio, trascrive e traduce, -seguitur ad
unguem-, un manoscritto che ei possedeva del Villehardouin; ma ha
inoltre arricchito il suo racconto di materiali greci e latini, e gli
andiamo pur debitori della descrizione esatta della flotta, dei nomi di
cinquanta nobili Veneziani che comandavano le galee della Repubblica, e
per lui sappiamo le circostanze delle opposizioni che, spinto da amore
di patria, mosse Pantaleone Barbi contro la scelta del Doge a Imperatore
di Costantinopoli.
CAPITOLO LXI.
-I Francesi e i Veneziani si dividono fra loro l'Impero. Cinque
Imperatori latini delle Case di Fiandra e di Courtenai. Loro
guerre contro i Bulgari e i Greci. Debolezza e povertà
dell'Impero latino. Costantinopoli ripresa dai Greci.
Conseguenza generale delle Crociate.-
Dopo la morte de' Principi legittimi di Bisanzo, i Francesi e i
Veneziani credettero abbastanza giustificati e la loro causa, e i
prosperi successi ottenuti, per ripartirsi anticipatamente fra loro le
province del greco Impero[110]. Mediante un Trattato, accordaronsi a
nominare dodici Elettori, sei per nazione, e a riconoscere Imperator
d'Oriente quell'individuo che accoglierebbe in sè un maggior numero di
suffragi. Stipularono inoltre i confederati che accadendo parità nel
numero de' voti, la sorte deciderebbe fra i due candidati; e
concedettero a quello che sarebbe eletto, i titoli e le prerogative de'
precedenti Imperatori, i due palagi di Blacherna e di Bucoleone, e la
quarta parte di tutti i possedimenti che la monarchia de' Greci
formavano. Le tre altre parti divise in due porzioni eguali, vennero
tenute da banda per essere divise fra i Veneziani e i Baroni francesi.
Fu risoluto che tutti i feudatarj, dai quali, per una distinzione
d'onore venne eccettuato il Doge, presterebbero al nuovo Sovrano,
omaggio di fedeltà e giuramento di servigio militare, come a Capo
supremo dell'Impero; che quella fra le due nazioni cui toccherebbe la
sorte di dare all'Oriente un Imperatore, cederebbe all'altra la nomina
del Patriarca; che per ultimo tutti i Pellegrini, comunque impazienti
fossero di visitar Terra Santa, dovessero consagrare anche un anno a
conquistare e difendere le province del greco Impero. Appena
impadronitisi di Bisanzo i Latini, un tale Trattato confermarono e
misero ad effetto, divenuta prima e più rilevante fra le loro cure
l'elezione di un Imperatore. Tutti ecclesiastici erano i sei Elettori
francesi: l'Abate di Loces, l'Arcivescovo eletto di Acri in Palestina, e
i Vescovi di Soissons, di Troyes, di Halberstadt e di Betlemme; l'ultimo
de' quali Prelati gli uffizj di Legato del Papa adempiea. Rispettabili
per sapere e per santità del loro carattere, tanto più idonei a tale
scelta mostravansi che su di essi non poteva cadere. Fra i primarj
ministri dello Stato, vennero creati i sei Elettori Veneti, onde le
illustri famiglie de' Querini e de' Contarini, s'inorgogliscono tuttavia
di trovare in quell'Assemblea i nomi de' loro antenati. Radunatisi nella
cappella del palagio i dodici Elettori, procedettero alla elezione, dopo
avere invocato solennemente lo Spirito Santo. Ragioni di rispetto e di
gratitudine unirono primieramente i voti di tutti i congregati a favore
del Doge. Autore egli stesso di quell'impresa, per tali azioni erasi
segnalato, che, a malgrado degli anni e della cecità, poteano renderlo
ammirazione ed invidia de' più giovani cavalieri. Ma il Dandolo non mai
abbastanza per virtù cittadine lodato, e disdegnando tutto ciò che a
personale ambizione si riferiva, fu pago dell'onor de' suffragi, che
degno il promulgavano di regnare. I suoi concittadini, e fors'anche i
suoi amici si opposero eglino stessi a questa nomina[111], facendo
coll'eloquenza della verità, manifesti i danni che alla libertà di
Venezia e alla causa comune doveano temersi dall'incompatibile
collegamento della prima magistratura della Repubblica, e della
Sovranità dell'Oriente. L'esclusione del Doge lasciò libero il campo a
Bonifazio ed a Baldovino. I meriti di questi due candidati si
contrabbilanciavano scambievolmente, ma tanto sovrastavano a quello
degli altri, che a questi due cedettero rispettosamente le loro
pretensioni. Maturità di anni, splendida rinomanza, l'opinione più
generale de' Pellegrini, il voto dei Greci, stavano soprattutto pel
Marchese di Monferrato; nè mi è sì agevole il credere che i piccioli
possedimenti di questo Principe, posti a piedi dell'Alpi[112], dessero
inquietudine alla Repubblica di Venezia padrona del mare. Ma il Conte di
Fiandra, in età di trentadue anni, valoroso, pio e casto, Capo d'un
popolo ricco e bellicoso, discendente da Carlomagno, cugino del Re di
Francia, contava fra i suoi Pari, Baroni e Prelati, che avrebbero mal
tollerato di sottomettersi all'Impero di uno straniero. Questi Baroni,
il Doge, e a capo d'essi il Marchese di Monferrato, stavansi alla porta
della cappella, aspettando la risoluzione degli Elettori. Venne
finalmente a nome de' suoi colleghi annunziandolo il Vescovo di
Soissons. «Voi avete giurato, disse egli, obbedire al Principe che
avremmo scelto. Per l'unanimità de' nostri suffragi, Baldovino Conte di
Fiandra e di Hainaut, è vostro Sovrano ed Imperator d'Oriente». Il nuovo
Monarca venne salutato fra romorose acclamazioni, che la gioia de'
Latini e la tremante adulazione de' Greci per tutta la città ripeterono.
Primo fu Bonifazio a baciar la mano al rivale e ad innalzarlo sul
proprio scudo. Baldovino fu trasportato nella Cattedrale ove
solennemente calzò i coturni di porpora. Tre settimane dopo l'elezione,
il Legato del Papa che gli uffizj di Patriarca adempiea, lo coronò; ma
prestamente s'impadronì del coro di S. Sofia il Clero veneziano, che fu
sollecito a porre sul trono ecclesiastico Tommaso Morosini, nè trascurò
alcuna diligenza per mantenere alla sua nazione gli onori e i benefizj
della Chiesa greca[113]. Non indugiò il successore di Costantino a far
noto per messi, questo memorabile cambiamento politico alla Palestina,
alla Francia, a Roma. Le porte di Costantinopoli, le catene del porto
vennero, per suo ordine, trasportate in Palestina come trofei[114], e
dalle -Assise- di Gerusalemme tolse le leggi e gli statuti, che meglio
ad una colonia francese e ad una conquista d'Oriente addicevansi.
Sollecitò indi per lettere tutti i Francesi, perchè venissero ad
ingrossare questa colonia, a popolare una capitale vasta e magnifica, a
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