piedi o a cavallo. Prudentemente convennesi nell'adoperare le due
nazioni in quel servigio che meglio fosse a ciascuna di esse addicevole.
Protetta dalla flotta l'armata, si condusse fino al fondo del porto,
avutasi diligente cura di restaurare il ponte di pietra posto sul fiume:
e i sei spartimenti de' Francesi accamparono rimpetto alla capitale
sulla base del triangolo che tiene quattro miglia dal Ponto alla
Propontide[71]. Situati in riva ad una fossa larga e profonda, e a piè
d'un altissimo baloardo, ebbero tutto l'agio di meditare la difficoltà
dell'impresa. Dalle porte della città uscivano continuamente, a destra e
sinistra del loro picciolo campo, drappelli di cavalleria e di fanteria
leggiera che trucidavano i soldati lontani dagli altri, devastavano la
campagna per affamar gli assedianti, costringeano questi a prendere
l'armi cinque o sei volte al giorno: per lo che i Francesi dovettero
provvedere alla loro sicurezza coll'ergere un palizzato, e scavare una
fossa. O i Veneziani non avessero somministrate bastanti vettovaglie ai
Francesi, o i secondi le avessero dissipate, incominciarono questi, cosa
non insolita, a lamentarsi della penuria, e fors'anche a soffrirla. Non
rimanea farina che per tre settimane, e i soldati stanchi di mangiar
carni salate incominciarono a prevalersi de' loro cavalli. Se un codardo
era l'usurpatore, il difendea però Teodoro Lascaris divenutogli genero,
giovine valorosissimo che aspirava a rendersi liberatore e padrone del
suo paese. I Greci mostratisi fino allora indifferenti per la lor
patria, furon ridesti dal pericolo che la religione correa, ma ogni
propria speranza fondavano sul coraggio delle guardie varangie,
composte, al narrar degli storici, di Danesi e di Inglesi[72]. Dopo
dieci giorni di un lavoro che posa non ebbe, la fossa nemica fu colma,
gli assedianti si accinsero alle fazioni regolari dell'assalto, e
dugentocinquanta macchine inalzate contro il baloardo, continuamente
adopravansi a scacciarne i difensori, a batterne le mura, a smoverne le
fondamenta. Alla prima apparenza di breccia, i Francesi piantarono le
scale, ma il numero e il vantaggio di sito all'audacia prevalsero. I
Latini furon rispinti, benchè imprimesse terrore e ammirazione ne' Greci
l'intrepidezza di quindici cavalieri o sergenti, che saliti sulle mura,
si mantennero in quel posto pericoloso sintanto che fossero precipitati
abbasso, o fatti prigionieri dalle guardie imperiali. Dal lato del
porto, i Veneziani, più felicemente l'assedio loro condussero. Questi
industriosi marinai posero in opera tutti gl'ingegni conosciuti prima
della invenzion della polvere. Le galee e i vascelli si schierarono in
doppia linea, il cui fronte estendevasi per tre gittate di dardo
all'incirca. Erano lo galee, ne' rapidi loro moti, sostenute dalla forza
e dal peso de' vascelli, i cui ponti, le poppe e le torri fornirono
altrettanti pianerottoli alle macchine che lanciarono sassi al di sopra
della prima linea. Appena i soldati dalle galee si lanciavano sulla
riva, piantavano le scale, e le ascendeano, intanto che i grossi legni
avanzandosi più lentamente fra gli intervalli, e calando altrettanti
ponti levatoi, presentavano ai soldati un cammino per aria, paralello
alla cima degli alberi delle navi, che di lì sui baloardi li
trasportava. Nel fervor della mischia, il venerabile e maestoso Doge,
armato di tutto punto, teneasi in piedi sul ponte della sua galea; la
bandiera di S. Marco sventolavagli innanzi; usava giusta l'uopo minacce,
preghiere, promesse per animare la solerzia de' suoi remiganti; la galea
che il conducea prima arrivò, e il Dandolo precedè tutti i suoi sulla
riva. I popoli ammirarono la magnanimità del cieco vegliardo, senza per
altro considerare che gli anni appunto e le sue infermità scemavano agli
occhi di lui il prezzo della vita, e quello della gloria che non perisce
mai aumentavano. D'improvviso una mano invisibile (che forse il
Porta-stendardo era stato ucciso) piantò sul baloardo la bandiera della
Repubblica. Ratti furono i Veneziani nell'impadronirsi delle venticinque
torri, e l'espediente crudele dell'incendio scacciò i Greci da tutte le
abitazioni che all'intorno vi stavano. Il Doge avea mandata ai
confederati la notizia de' riportati buoni successi, allorchè l'altra
del pericolo in cui questi si stavano venne a sospendergli il corso
della vittoria. Con nobiltà degna di lui protestò amar meglio perdersi
in lor compagnia che ottener trionfo a costo di vederli sagrificati.
Abbandonando gli avuti vantaggi, richiamò le truppe, e in soccorso degli
amici affrettossi. Trovò gli estenuati avanzi di quell'esercito tolti in
mezzo da sessanta squadroni di cavalleria greca, un sol de' quali
superava di numero ciascuno de' sei corpi di truppa in cui s'erano
distribuiti i Francesi, perchè la vergogna e la disperazione aveano
finalmente spinto Alessio a tentare l'ultimo sforzo di una generale
sortita: ma il fermo contegno de' Latini la sua speranza e le sue
risoluzioni fe' vôte. Dopo avere scaramucciato in lontananza, sparve sul
tramontar del giorno co' suoi soldati. Il silenzio, o il tumulto della
notte i costui terrori aumentò: dai quali finalmente vinto, ordinò si
trasportassero in una barca diecimila libbre d'oro, e abbandonando
vilmente il trono, la moglie e i suoi sudditi, attraversò il Bosforo,
colla protezione dell'ombre cercandosi ad un picciolo porto della Tracia
obbrobrioso rifugio. Saputasi appena questa fuga dai cortigiani di
Alessio, corsero per implorar perdono e pace a quel carcere, ove il
cieco Imperatore palpitava aspettandosi ad ogni istante i carnefici che
affrettassero il termine dei suoi giorni. Dalle sole vicissitudini della
fortuna fatto salvo e ritornato all'antica grandezza Isacco, vestì di
nuovo l'imperiale porpora, risalendo il trono, in mezzo ad una turba di
prostrati schiavi, ne' cui volti non gli era dato il leggere nè la
realtà dello spavento, nè l'ostentazion della gioia. Allo schiarire del
giorno gli atti ostili furono sospesi, e i Latini stessi maravigliarono
in ricevendo un messaggio del legittimo Imperatore, che restituito ne'
proprj diritti mostravasi impaziente di abbracciare il figlio e di
rendere dovuto guiderdone ai suoi generosi benefattori[73].
Questi generosi liberatori però non aveano in animo di lasciarsi sfuggir
di mano il giovine, loro ostaggio, prima di aver ottenuto dal padre il
pagamento, o almeno la formale promessa delle ricompense pattuite col
figlio. Elessero quattro ambasciatori, Mattia di Montmorenci, il nostro
storico Maresciallo della Sciampagna, e due Veneziani per portare le
loro congratulazioni all'Imperatore. Al loro avvicinare si apersero le
porte della città, una doppia schiera di guardie inglesi e danesi, colla
loro azza da guerra fra le mani, fiancheggiava entrambi i lati delle
strade; nella sala del trono abbagliava gli sguardi lo splendore
dell'oro e dello gemme preziose che mal teneano vece di perduta possanza
e virtù. La moglie di Isacco figlia del Re d'Ungheria, sedeasi a fianco
del marito, circondata da tutte le nobili matrone della Grecia,
convenute ivi alla prima notizia del nuovo esaltamento della sovrana, e
confuse in mezzo a molta mano di senatori, e soldati che facean cerchio
al trono. I Francesi, col ministero del Maresciallo favellarono, siccome
uomini persuasi di quanto ai loro servigi doveasi, ma che però
rispettavano l'opera delle lor mani, onde Isacco chiaramente comprese
come gli convenisse adempire senza titubazione, od indugio gli obblighi
che il figlio suo coi Veneziani e co' pellegrini aveva contratti. Dopo
aver fatto introdurre i quattro messaggeri in una stanza interna, ove si
trasferì, accompagnato dall'Imperatrice, da un ciamberlano, e da un
interprete, il padre del giovine Alessio chiese con inquietezza in che
si stessero le cose promesse dal figlio suo. Il maresciallo di
Sciampagna avendogli fatto noto che l'Imperatore greco dovea impor fine
allo scisma col sottomettersi egli e i suoi popoli alla supremazia del
Papa, contribuire coi proprj soccorsi alla liberazione di Terra Santa,
sborsare in contanti una contribuzione di dugentomila marchi d'argento:
«Questi patti son gravi, rispose accortamente il Monarca, duri da
accettare, difficili da adempire; nondimeno, non vi è cosa che possa
superare i vostri meriti e i vostri servigi». Soddisfatti di questa
risposta, i Baroni montarono a cavallo, e accompagnarono sino alla
reggia l'erede del trono, al quale la giovinezza e il tenore delle sue
avventure cattivavano tutti i cuori; insieme al padre fu coronato nella
Chiesa di S. Sofia. Nei primi giorni del nuovo regno, il popolo
esultante pel ritorno della pace e dell'abbondanza, godea che tal fosse
stato lo scioglimento della catastrofe. I Nobili nascondeano sotto la
maschera di giubilo e di fedeltà, il rincrescimento, l'astio, i timori.
Ad evitare gl'inconvenienti che avrebbe potuto produrre nella città la
mescolanza delle due nazioni, vennero assegnate ai Veneziani e ai
Francesi le stanze ne' sobborghi di Pera e di Galata, lasciata però ad
essi ogni libertà di diportarsi a trafficare entro le mura di
Costantinopoli. La divozione e la curiosità conducea ogni giorno un gran
numero di pellegrini a visitarne le chiese e i palagi. Non mossi forse
dalla perfezione dell'arti che in questi edifizj signoreggiava, i nostri
ruvidi antenati sentivano però il prezzo della magnificenza che in essi
ammiravasi. La povertà delle città ove erano nati, rendea più splendente
ai loro sguardi il fasto e la popolazione della prima metropoli della
Cristianità[74]. Abbandonandosi, non con bastante cautela ai sentimenti
della giustizia e della gratitudine, il giovine Alessio dimenticava
spesse fiate l'imperiale dignità rendendo visite famigliari ai suoi
benefattori, e in mezzo alla libertà della mensa i Francesi, spinti da
leggiera vivacità, non pensavano sempre che si trovavano a petto
dell'imperator d'Oriente[75]. In più gravi parlamenti, ognuno era
rimasto d'accordo che l'unione delle due Chiese poteva essere l'opera
unicamente del tempo, e che tornava l'aspettar questo tempo
pazientemente. Ma l'avarizia fu men maneggevole dello zelo religioso, nè
l'Imperator greco trovò modi per dispensarsi dal pagare una fortissima
somma che i bisogni e i gridori de' Crociati sedasse[76]. Alessio vedea
però mal volentieri avvicinarsi il momento della partenza di questi
ospiti; perchè, se per una parte la lontananza de' medesimi lo avrebbe
sciolto da molesti pensieri sopra un debito che per allora non era abile
a soddisfare, ei si vedea per essa esposto, senza chi il soccorresse, ai
capricci di una nazione dedita al tradimento. Quindi Alessio si offerse
di compensarli d'ogni spesa, e pagare anche quanto essi dovevano ai
Veneziani pel somministrato navilio, sempre che la partenza da
Costantinopoli differissero ancor per un anno. La proposta fu nel
consiglio dei Baroni agitata: dopo nuove discussioni e nuovi scrupoli, i
Capi de' Francesi all'opinione del Doge e alle preghiere del giovine
Imperatore una seconda volta cedettero. Il Marchese di Monferrato,
mediante lo sborso di mille seicento libbre d'oro, acconsentì a condurre
il figlio d'Isacco con un esercito in tutte le province europee, onde
far più salda su di quelle la sua autorità ed inseguire lo zio; nel qual
tempo la presenza di Baldovino, e degli altri confederati terrebbe in
dovere gli abitanti di Costantinopoli. La spedizione sortì buon esito; e
gli adulatori che stavansi attorno al trono, non mancarono di predire al
cieco monarca che la Providenza, poichè era giunta a trarlo dal carcere,
lo guarirebbe dalla gotta, gli restituirebbe la vista, e veglierebbe
alla prosperità del suo impero. Il padre di Alessio superbendo del buon
successo delle proprie armi, con fiducia ascoltavali; però la gloria
sempre crescente del figlio, incominciò a crucciargli l'animo, proclive
per solito al sospetto ne' vecchi: nè tutto il suo orgoglio bastava per
nascondere a questo padre invidioso, che gli encomj i più universali, i
più sinceri erano per Alessio, per lui qualche debole plauso di
formalità, a stento ancor conceduto[77].
L'invasione de' Francesi dissipò un prestigio che durava da nove secoli.
I Greci attoniti videro non essere la capitale dell'Impero romano
inaccessibile ad un esercito di nemici. Gli Occidentali dopo averne
presa per forza la città, arbitrarono sul trono di Costantino; ed i
sovrani che per la protezione degli estranei vi tornarono, divennero
odiosi al popolo non meno di chi ve gli avea collocati. Le infermità
d'Isacco cresceano il disprezzo che i suoi vizj gli meritavano; e la
nazione non riguardava nel giovine Alessio che un apostata de' costumi e
della religione de' suoi antenati; perchè noti erano, o almeno si
supponevano, i patti che avea promessi ai Latini. Sempre tenerissimo del
culto e delle patrie superstizioni il popolo Greco, e gli ecclesiastici
soprattutto, i conventi, le case, le officine sol rintronavano della
tirannide del Papa, e de' pericoli della Chiesa[78]. L'esausto erario al
fasto della Corte, e alle pretensioni de' confederati mal rispondea.
Tutte le classi di abitanti manifestavano la ritrosia loro ad un
generale tributo, siccome unica via per evitare gl'imminenti pericoli
del saccheggio e della schiavitù. Col far cadere il peso delle tasse su
i ricchi temeasi eccitare astj più pericolosi e personali; traendo
soccorsi dal fondere gli argenti delle Chiese paventavansi i rimproveri
di eresia e di sacrilegio. Nel tempo della lontananza di Bonifazio e del
giovine Imperatore, Costantinopoli fu afflitta da una calamità, di cui
giustamente potè accagionarsi l'imprudente zelo de' pellegrini
fiamminghi[79]. Costoro, trascorrendo un giorno la capitale, rimasero
scandalezzati all'aspetto di una moschea o sinagoga, ove naturalmente
prestavasi alla divinità un culto che non poteva essere il loro; e
poichè non aveano altro metodo di argomentare contra gl'Infedeli, che
brandendo la spada, e mettendo in cenere le case di chi professava
diversa credenza da essi, si attennero a questo espediente che feriva
anche i fedeli cristiani di quelle vicinanze, alcuni de' quali si
armarono in difesa delle loro proprietà e delle lor vite. Ma le fiamme
accese dal fanatismo consunsero indistintamente i più ortodossi edifizj.
Otto giorni e otto notti durò l'incendio, per cui rimase consunta quanta
parte di città (ed era la più popolata di Costantinopoli) pel tratto di
una lega dal porto alla Propontide si estendea. Non fu sì agevole cosa
calcolare il numero delle chiese e de' palagi inceneriti, il valore
delle merci consunte o saccheggiate, la moltitudine delle famiglie ad
indigenza ridotte. Cotale oltraggio che invano il Doge e i Baroni con
ostentata solennità riprovarono, crebbe nel popolo l'esecrazione del
nome latino; laonde una colonia di Occidentali stanziatasi nella città,
e composta di oltre quindicimila uomini si credè in necessità di
provvedere alla propria sicurezza col ripararsi prestamente al sobborgo
di Pera, sotto la protezione delle bandiere confederate. Il giovine
Imperatore vittorioso tornava; ma il più fermo e antiveggente politico
avrebbe naufragato allo scoppio della tempesta che a lui e al suo
governo portò rovina. E per propria inclinazione, e pe' consigli del
padre, affezionato ai proprj benefattori, ciò nullameno perplesso
stavasi fra la gratitudine e l'amore di patria, fra il timore che gli
davano i sudditi, e quello inspiratogli dai confederati[80]. Questo
contegno debole ed irresoluto gli tolse la stima di entrambe le parti.
Intantochè sollecitato da lui medesimo, il marchese di Monferrato
abitava la reggia, comportava che i Nobili cospirassero, che il popolo
si mettesse in armi per discacciar gli stranieri. Senza far qualche
grazia allo stato in cui si trovava, i Latini insistevano presso di lui,
onde i patti del Trattato adempisse; e irritatisi degl'indugi, ne
presero le intenzioni in sospetto, talchè gl'intimarono si chiarisse con
una risposta decisiva, se volea la pace, o la guerra. Questo superbo
messaggio gli fu arrecato da tre Cavalieri francesi, e da tre Nobili
veneziani, che apertosi il varco su i lor cavalli e cignendo le spade
per mezzo alle minaccevoli turbe, pervennero in risoluto atteggiamento
al cospetto dell'Imperatore. Ivi in perentorio tuono recapitolati e i
servigi ch'essi gli aveano prestati, e le obbligazioni ch'egli avea
contratte con essi, con alterigia gli notificarono; che se immantinente
e compiutamente non venivano soddisfatte le giuste loro domande, nè per
un amico, nè per un sovrano, d'allora in poi lo avrebbero avuto. Dopo sì
fatta intimazione, la prima di tal genere da cui gli orecchi
degl'imperatori fossero mai stati feriti, sen partirono senza che si
scorgesse il menomo sintomo di timore in essi, ma veramente maravigliati
di avere potuto uscir dal palagio di un despota in tal guisa offeso, e
da una città concitata a furore. La tornata de' Cavalieri al campo
latino fu per entrambe le parti segnale di guerra.
[A. D. 1204]
In mezzo ai Greci, la prudenza e l'autorità vedeansi costrette a cedere
all'impeto di un popolo che tenea in conto di valore la propria rabbia,
di forza il proprio numero, di celeste ispirazione gl'impulsi del
fanatismo. E Latini e Greci, Alessio sprezzavano, e nel divulgarlo
spergiuro si univano. Il popolo che soprattutto facea sonar alto il
vilipendio in cui avea una dinastia, da esso chiamata vile e bastarda,
accerchiò il Senato, chiedendo fra le grida che un più degno sovrano
venisse eletto. Tutti i Senatori più ragguardevoli per nascita, o per
dignità, si videro uno per uno offerta la porpora, nè fuvvi tra loro chi
questo mortale onore volesse accettare. Per tre giorni le sollecitazioni
durarono, e lo storico Niceta, membro di quell'assemblea, ne fa
conoscere che la debolezza e lo spavento sostennero la fedeltà de' suoi
confratelli. La plebaglia a viva forza acclamò un fantasma d'Imperatore,
poi ben tosto lo abbandonò[81]; ma un Alessio, principe della famiglia
di Duca, era il vero autor del tumulto e il fomite della guerra. Gli
Storici lo contraddistinguono col soprannome di -Murzuflo-[82], che nel
volgare linguaggio indicavane le sopracciglia nere, folte nè disgiunte
fra loro. Ostentando ad un tempo popolarità e cortigianeria, artifizioso
e in un coraggioso, il perfido Murzuflo oppose la sua eloquenza e la sua
spada ai Latini, si guadagnò la confidenza di Alessio e ne ottenne
l'uffizio di ciamberlano, e le insegne della sovranità. Nel silenzio
della notte, cercò precipitosamente la stanza del giovine Imperatore, e
con tuono spaventato gli diede a credere che i nemici avean sedotte le
guardie e forzati i ricinti del palagio. Di nulla diffidando il misero
Alessio, e commettendosi nelle mani dell'iniquo che gli tramava rovina,
discese in compagnia del medesimo per una scala segreta, e questa
metteva ad un carcere: colà impadronitisi del principe gli scherani, lo
spogliarono e caricarono di catene: poi dopo avergli fatte provare per
più giorni tutte le possibili angosce, il barbaro Murzuflo volle essere
spettatore di una morte che assicurarono le percosse, il laccio, o il
veleno. Alla morte del figlio non tardò a succedere la morte naturale
del padre. La fortuna risparmiò a Murzuflo l'inutil delitto di
affrettarla ad un vecchio cieco e privo di modi per farsi temere.
La morte degl'Imperatori e l'usurpazione di Murzuflo aveano cambiato la
natura della contesa, che non era più contesa di confederati, una parte
de' quali esagerasse i prestati servigi, un'altra mancasse alle
promesse. Così i Francesi come i Veneziani, dimenticati i dispareri che
ebbero con Alessio, deplorarono la funesta sorte del loro amico, e
giurarono vendicarlo sulla perfida nazione che l'assassino di lui avea
coronato. Pure l'avvisato Dandolo al negoziare ancor propendea. Pose ai
Greci il partito di sborsare, la riguardassero poi come sussidio, o come
pagamento di debito, o come ammenda, ai Latini una somma equivalente a
cinquantamila libbre d'oro, due milioni sterlini all'incirca; nè la
negoziazione sarebbe stata sì precipitosamente sciolta, se Murzuflo,
mosso da politica, o da zelo, non avesse ricusato di sagrificare la
Chiesa greca, e anteposto alla salvezza l'onore de' suoi
concittadini[83]. Di mezzo alle invettive che i nemici stranieri e
domestici di Murzuflo non gli risparmiarono, apparisce costui non essere
stato affatto indegno del personaggio di difensore del suo paese. Il
secondo assedio di Costantinopoli molto maggiori difficoltà offerse del
primo. Mercè un severo sindacato sugli abusi del precedente regno,
l'usurpatore avea colmato l'erario e ricondotto l'ordine
nell'amministrazione. Armata la mano di una mazza di ferro, visitava in
persona i posti militari, e assunto andamento e contegno di guerriero,
ebbe almeno la virtù di farsi rispettare da' suoi soldati e da' suoi
concittadini. E prima e dopo la morte di Alessio, i Greci aveano con
vigorose e ben concertate imprese tentato per due volte di ardere la
flotta latina nel porto; ma i Veneziani, sostenuti da intelligenza e
valore, allontanarono le navicelle incendiarie, che senza arrecare ai
loro legni il minimo danno in pieno mare abbruciarono[84]. Enrico,
fratello del Conte di Fiandra, respinse in una sortita notturna
l'Imperator greco, che avendo per sè il vantaggio del numero e della
sorpresa fatta al nemico, tanto maggior vergogna dalla sconfitta
ritrasse. Si trovarono sul campo di battaglia lo scudo di Murzuflo e lo
stendardo imperiale, che presentando una immagine miracolosa della
Vergine, venne di poi come trofeo e come reliquia consegnato nelle mani
de' monaci di Citeaux, discepoli di S. Bernardo[85]. Circa tre mesi
trascorsero in apparecchi e scaramucce, che l'esser tempo di quaresima
non sospese, senza che i Latini pensassero a venire ad un assalto
generale. La città era stata conosciuta inespugnabile dal lato di terra.
I piloti veneziani rimostravano che non essendovi luogo sicuro per
gettar le ancore verso le rive della Propontide, la corrente avrebbe
potuto trascinar le navi fino allo stretto dell'Ellesponto, difficoltà
che oltre modo piaceano ad una parte di que' pellegrini, desiderosi di
un pretesto per abbandonare l'armata. Ciò nullameno un assalto fu
risoluto dalla banda del porto; assalto cui si aspettavano gli
assediati; laonde l'Imperatore avea posta la sua tenda color di
scarlatto sopra una vicina eminenza d'onde regolava e animava gli sforzi
de' suoi soldati. Uno spettatore intrepido e capace di gustare in tale
momento la bellezza e la magnificenza di quella vista, avrebbe ammirato
il vasto apparato di questi due eserciti ordinati in battaglia, ciascun
de' quali offeriva un fronte di una mezza lega all'incirca, formato da
una banda dalle navi e dalle galee, dall'altra dai baloardi e dalle alte
torri, il cui numero era aumentato da nuove torri di legno anche più
alte e di molti piani composte. Incominciò l'assalto da scambievoli
gittate di fuoco, di sassi, di dardi; profonde erano l'acque; i Francesi
audaci; abili i Veneziani; i Latini furono sotto le mura, e sui ponti
tremolanti, che univano le batterie mobili de' Francesi alle batterie
ferme de' Greci, accadde terribil battaglia colla spada, coll'azza,
colla lancia. Seguivano in un medesimo punto cento assalti diversi,
tutti sostenuti con egual vigore fino al momento che, il vantaggio del
sito e la superiorità del numero decidendo della vittoria, i Latini si
videro alla ritirata costretti. Alla domane con egual valore e sfortuna
di successo rinovarono l'assalto. Nella vegnente notte, il Doge e i
Baroni tenner consiglio, unicamente dal pericolo pubblico spaventati; ma
una voce non si innalzò che proferisse la parola di negoziazione, o di
ritirata. Ciascun guerriero, giusta l'indole sua, non si fondò sopra
altra speranza che di vincere o di gloriosamente morire[86]. Se
l'esperienza del primo assedio aveva istrutti i Greci, di altrettanto
maggior coraggio accendeva i Latini, pe' quali la certezza che
Costantinopoli poteva essere presa, diveniva un più forte vantaggio di
quanti ne somministrasse al nemico l'acquistata conoscenza di nuove
cautele locali di difesa da porsi in pratica. Al terzo assalto vennero
incatenate insieme due navi onde raddoppiarne la forza: mandate queste
all'antiguardo cui comandavano i Vescovi di Troyes e Soissons, i nomi
delle due navi, il -Pellegrino- e il -Paradiso-, come favorevole augurio
risonavano lungo la linea della battaglia[87]. Le bandiere episcopali
finalmente sventolarono sulle mura, la cui scalata assicurava un premio
di cento marchi d'argento ai primi che la eseguivano; e se la morte
privò questi campioni del lor guiderdone, s'ebbero invece quel della
gloria che fece i loro nomi immortali. Furono indi scalate quattro
torri, atterrate le porte: e i cavalieri francesi, che sull'Oceano forse
non si tenean troppo sicuri, si credettero invincibili sugli arcioni de'
loro cavalli, e liberi di dispiegare in terra ferma il proprio valore.
Racconterò io le migliaia di soldati che circondavano l'Imperatore, e
che all'avvicinarsi d'un sol guerriero si diedero a fuga? Una tal fuga
obbrobriosa viene attestata da Niceta concittadino de' fuggitivi; un
esercito di spettri, all'udir lui, accompagnava l'eroe francese; egli
apparve al guardo de' Greci un gigante[88]. Intanto che i vinti
abbandonavano, gettando l'armi, i lor posti, i Latini sotto le bandiere
de' loro Capi penetravano nella città. Allora tutti gli ostacoli per
questi si dileguarono, e, fosse a disegno, o a caso, un terzo incendio
consumò in brev'ora una parte di città, eguale in estensione a tre delle
maggiori città della Francia[89]. Sul far della sera, i Baroni,
richiamate le truppe, ne' varj lor campi si trincearono, spaventandoli
la vastità e la popolazione di questa capitale, i cui templi e palagi,
se i cittadini ne avessero conosciuta l'importanza, poteano per un mese
dar briga ai Latini e tardar loro il vanto di aver compiutamente ridotta
Costantinopoli. Ma innoltratosi il mattino del successivo giorno, una
processione di supplicanti, che portando croci ed immagini, imploravano
la clemenza dei vincitori, fu il segnale dell'assoluta sommessione de'
Greci. L'usurpatore prese per la Porta d'Oro la fuga, il Marchese di
Monferrato e il Conte di Fiandra occuparono i palagi di Blacherna di
Bucoleone e le armi de' Pellegrini rovesciarono un impero, che portava
tuttavia il titolo d'Impero Romano e il nome di Costantino[90].
Costantinopoli era già presa d'assalto, nè le leggi della guerra
imponevano ai vincitori più di quanto la religione e l'umanità potessero
loro inspirare. Questi continuarono a riconoscere per generale il
marchese di Monferrato; e i Greci che credeano vedere in esso il lor
futuro Sovrano gridavano in lamentevole tuono. «-Santo Marchese Re-
abbiate misericordia di noi». Fosse prudenza o compassione, ordinò si
aprissero ai fuggitivi le porte della città, esortando i soldati della
Croce a risparmiare la vita de' Cristiani. I fiumi di sangue che fa
sgorgare Niceta, possono ridursi alla strage di duemila Greci uccisi
senza che opponessero resistenza[91]; nè di tale strage medesima possono
in tutto venire accusati i conquistatori; la maggior parte di que'
meschini fu immolata dalla colonia latina che i Greci avevano scacciata
dalla città, e che disfogava il proprio risentimento, come a ciò le
fazioni trionfanti son solite. Nondimeno alcuni di questi esuli si
mostrarono più memori delle beneficenze che degli oltraggi, perchè lo
stesso Niceta per la generosità di un mercatante veneto ebbe salva la
vita. Papa Innocenzo rampogna i Pellegrini per non avere,
nell'accecamento delle loro sregolatezze, rispettato nè sesso, nè età,
nè professioni religiose; deplora amaramente che stupri, adulterj,
incesti, e altre opere delle tenebre sieno state in pieno giorno
commesse: si duole di nobili matrone, e di sante monache disonorate
dagli staffieri e dai villani di cui l'armata cattolica ringorgava[92].
Certamente egli è probabile che la licenza della vittoria servisse a
molti peccati e di occasione, e di scusa. Ma la capitale dell'Oriente
contenea senza dubbio un numero di beltà venali, o compiacenti che
bastavano ad appagare le voglie di ventimila Pellegrini, e il diritto, o
l'abuso della schiavitù, in quei giorni, sulle femmine non si estendea.
Il marchese di Monferrato mostravasi il modello della disciplina e della
decenza; il Conte di Fiandra venia chiamato specchio della castità. Che
anzi questi due guerrieri decretarono pena di morte contra i violatori
di donne maritate, o vergini, o religiose; e accadde talvolta che i
vinti implorassero la protezione di un tale decreto[93], e che i
vincitori lo rispettassero. La dissolutezza e la crudeltà trovarono un
freno nell'autorità de' Capi ed anche ne' sentimenti naturali de'
soldati. Questi per ultimo non erano più i Selvaggi del Settentrione, e
comunque feroci in quella età potessero ancora sembrar gli Europei, il
tempo, la politica e la religione aveano le costumanze de' Francesi e
soprattutto degli Italiani addolcite. Ma la loro avarizia ebbe libero
campo a disbramarsi nel saccheggio di Costantinopoli, senza riguardo che
corresse allora la Settimana Santa. Tutte le ricchezze pubbliche e
private appartenevano ai Latini pel diritto di guerra, non temperato in
tal circostanza da veruna promessa o Trattato; e ciascun braccio giusta
la propria potestà e forza, aveva eguale facoltà per eseguire la
sentenza, o appropiarsi le cose in confiscazione cadute. L'oro e
l'argento, monetati e non monetati, somministravano materia di
universale baratto; ed essendo cose portatili, ciascuno poteva, o nel
medesimo luogo, o altrove, convertirle nella guisa al suo stato e al suo
carattere meglio addicevole. Fra le ricchezze che il lusso e il
commercio avevano accumulate nella capitale, i drappi di seta, i
velluti, le pellicce, e gli aromi, erano le più preziose, perchè nelle
parti meno ingentilite dell'Europa il danaro stesso non le potea
procacciare. Fu prescritto un ordine da serbarsi nel saccheggio; nè
lasciavasi al caso, o alla destrezza de' singoli vincitori il regolare
la parte che a ciascuno competea; tre chiese vennero scelte a
ricettacoli degli spogli, ove fu ingiunto ai pellegrini di portar per
intero le loro prede, senza alienarne parte veruna sotto quelle stesse
terribili pene in cui cadeano gli spergiuri, gli omicidi, o quelli che
dall'anatema eran percossi. Divisa in porzioni eguali la somma del
bottino, ne toccavano una al semplice soldato, due al sergente, o
soldato a cavallo, quattro al cavaliere, e questo numero di parti a
proporzione dei gradi e de' meriti de' Baroni e de' principi si
aumentava. Un cavaliere del conte di S. Paolo, convinto di aver
trasgredito questo sacro dovere appropiandosi parte indebita dello
spoglio, colla sua armadura e col suo scudo al collo venne appiccato. Un
esempio tanto severo dovea rendere più circospetti gli altri, benchè
sovente l'avidità al timor prevalesse; onde, giusta la generale
opinione, fu il bottino segreto di gran lunga superiore a quello che
venne pubblicamente distribuito[94]. Dopo un eguale parteggiamento tra i
Francesi ed i Veneziani, i primi scemarono di cinquantamila marchi la
propria parte generale per soddisfare il debito che aveano tuttavia
colla repubblica di Venezia, rimanendo nullameno ad essi
quattrocentomila marchi d'argento[95] (circa ottocentomila lire
sterline). Non mi soccorre miglior modo d'indicare il valore
corrispondente in quel secolo ad una sì fatta somma del dire che
pareggiava sette anni della rendita del regno d'Inghilterra[96].
In questa grande vicissitudine politica, abbiamo il vantaggio di poter
confrontare fra loro le relazioni di Villehardouin e di Niceta, i
giudizj opposti che il Maresciallo di Sciampagna e il Senatore di
Bisanzo portavano[97]. Parrebbe a primo aspetto che le ricchezze di
Costantinopoli non avessero fatto altro cambiamento fuor quello di
passare da una nazione ad un'altra, e che il danno e il cordoglio de'
Greci dal vantaggio e dalla gioia de' Latini stati fossero pareggiati;
ma nel funesto giuoco della guerra non è mai eguale alla perdita il
guadagno, e a petto delle calamità sono deboli i godimenti. Illusorio e
passeggiero fu il giubilo de' Latini. Intanto che i Greci deplorando
l'irreparabile scempio della loro patria, vedeano rincalzati i loro
affanni dallo scherno e dal sacrilegio de' vincitori. Ma di qual
profitto furono a questi i tre incendj che una sì gran parte de' tesori
e degli edifizj di Bisanzo distrussero? Qual vantaggio ebbero dalle cose
che infransero, o fecero tronche perchè non le potevano trasportare? Che
fruttò ad essi l'oro nel giuoco e nelle crapule prodigalizzato? Quante
preziose suppellettili i soldati vendettero a vile prezzo per non
conoscerne il valore, o perchè impazienti di spacciarsene; talchè
sovente il più abbietto mariuolo greco tolse ad essi il prezzo della
vittoria! Fra i Greci di fatto sol quella classe di gente che non potea
perdere nulla, vantaggiò alcun poco nella pubblica calamità. Tutti gli
altri a deplorabilissimo stato furon ridotti. Le sventure di Niceta ce
ne porgono un saggio. Incenerito, per effetto del secondo incendio, il
magnifico palagio ove dianzi dimorava, questo misero Senatore, seguìto
dalla famiglia e dagli amici, si riparò ad una picciola casa che in
vicinanza alla chiesa di S. Sofia tuttora rimanevagli. Fu alla porta di
questa casa, ove il mercatante veneziano, vestito da soldato, diede a
Niceta il modo di salvare con una precipitosa fuga la castità della
figlia, e i miseri avanzi de' posseduti tesori. Questi sciagurati
fuggitivi già avvezzi a nuotare nella abbondanza, partirono a piedi nel
cuore del verno. La moglie di Niceta era incinta; pur furono costretti,
essendone disertati gli schiavi, ella e il marito a portar sugli omeri
le proprie bagaglie. Le donne di questa famiglia poste in mezzo alla
comitiva, venivano esortate a nascondere la propria avvenenza, col
bruttar di fango il volto, che dianzi erano use ad imbellettarsi; perchè
ciascun passo le avventurava ad insulti e pericoli; ma le minacce degli
stranieri, lor pareano anche meno insopportabili dell'insolenza de'
plebei, che divenuti eguali ad essi si riguardavano. Finalmente
respirarono con più sicurezza a Selimbria, città lontana quaranta miglia
da Costantinopoli, e che fu termine di quel doloroso pellegrinaggio.
Cammin facendo, incontrarono il Patriarca, solo, mezzo ignudo, a cavallo
ad un asino, e ridotto a quell'appostolica indigenza, che se fosse stata
volontaria, avrebbe potuto non andar priva di merito. In questo medesimo
tempo i Latini, trascinati da licenza e spirito di fazione, spogliavano
e profanavano le sue chiese, e strappate dai calici le perle e le gemme
che li fregiavano, ad uso di nappi convivali sen valsero. Giocavano e
gavazzavano, seduti a quelle tavole, ove effigiato vedeasi Cristo co'
suoi appostoli: calpestavano co' piedi i più venerabili arredi del culto
cristiano. Nella chiesa di S. Sofia, i soldati fecero in brani il velo
del Santuario, per torgli la frangia d'oro; buttarono in pezzi, e se lo
spartirono, l'altar maggiore monumento dell'arte e della ricchezza de'
Greci; stavano in mezzo alle chiese i muli e i cavalli per caricare
sovr'essi i fregi d'oro e d'argento che staccavano dalle porte e dalla
cattedra del Patriarca; e quando questi animali si curvavano sotto il
peso, gl'impazienti conduttori ne li punivano coi lor pugnali, e di quel
sangue rosseggiava il pavimento del tempio. Una meretrice andò ad
assidersi sullo scanno del Patriarca, e questa figlia di Belial, dice lo
Storico, cantò e ballò nella chiesa per porre in derisione gl'inni e le
processioni degli Orientali: l'avidità condusse indi costoro nella
chiesa degli Appostoli, ove stavano le tombe de' Sovrani; al qual
proposito si vuol far credere, che il corpo di Giustiniano, sepolto dopo
sei secoli, venne trovato intatto e senza dare alcun segno di
putrefazione. I Francesi e i Fiamminghi correvano le strade della città,
avvolti i capi in cuffie di veli ondeggianti, e vestiti di abiti
sacerdotali variamente dipinti, e de' quali persin bardamentavano i
proprj cavalli: la selvaggia intemperanza delle loro orgie[98],
insultava la fastosa sobrietà degli Orientali, e per deridere le armi
più adatte ad un popolo di scribacchini e studenti, si trastullavano con
penne, calamai, carta alla mano; nè s'accorgevano certo che gli
strumenti della Scienza, adoperati dai moderni Greci, divenivano per
essi deboli ed inutili quanto quelli del valore lo erano stati.
Nondimeno l'idioma che parlavano i Greci e l'antica rinomanza,
sembravano attribuir loro un qualche diritto di schernire l'ignoranza
dei Latini e i deboli progressi del loro ingegno[99], e quanto ad amore
e rispetto per le Belle Arti, la diversità fra le due nazioni più
manifesta ancor si mostrava. I Greci serbavano tuttavia con venerazione
i monumenti de' loro antenati che imitar non sapevano; nè noi possiamo
starci dal partecipare al dolore e all'ira di Niceta, a quella parte di
racconto ove narra la distruzione delle statue di Costantinopoli[100].
Abbiam già veduto nel corso della presente opera come il dispotismo e
l'orgoglio di Costantino, avessero incessantemente contribuito ad
abbellire la sua nascente Metropoli. E Dei ed Eroi sopravvissuti alla
rovina del Paganesimo, e molti resti di un secolo più fiorente, ornavano
ancora il Foro e l'Ippodromo. Dalla descrizione pomposa e
ricercatissima, che di parecchi fra questi monumenti ne ha lasciata
Niceta[101], sonomi studiato di ritrarre il seguente specchio delle cose
più meritevoli d'intertenere una erudita curiosità. I. Le immagini de'
condottieri dei carri, che aveano riportato il premio, venivano, a spese
loro, o del pubblico, scolpite in bronzo, e nell'Ippodromo collocate.
Vedeansi questi in piedi sul loro carro nella postura di correre ancora
alla lizza; e gli spettatori, ammirandone l'attegiamento, poteano
giudicare della somiglianza fra le statue e gli originali. Le più
preziose fra queste immagini erano state, giusta ogni apparenza,
trasportate dallo stadio olimpico. II. La sfinge, il cavallo marino, e
il coccodrillo, si annunziavano, per sè medesimi, lavori egiziani e
prede fatte in Egitto. III. La lupa che allattò Romolo e Remo, soggetto
egualmente piacevole ai Romani antichi e moderni, non potea però essere
stato trattato, prima del declinare della greca scoltura. IV. Un'aquila
che tenea fra gli artigli e straziava un serpente, monumento particolare
alla città di Bisanzo, veniva dai Greci attribuito alla potenza magica
del filosofo Apollonio, che, giusta la lor tradizione, adoperò questo
talismano per liberare da velenosi rettili la città. V. Un asino e il
suo conduttore, monumento posto da Augusto nella sua colonia di
Nicopoli, rammemorava il presagio che aveva annunziata la vittoria di
Azio al dominatore del Mondo. VI. Una statua equestre rappresentava
giusta la credenza del popolo, il capitano degli Ebrei, Giosuè, nel
momento di stendere il braccio per fermare il corso del sole; ma una più
classica tradizione soccorreva a scorgere in questo gruppo, Bellerofonte
e il caval Pegaseo: e di fatto il libero atteggiamento del corridore, lo
mostrava più inclinato a spingersi nell'aere, che a camminare per terra.
VII. Un obelisco di forma quadrata, colle sue superficie scolpite in
rilievo, offeriva una varietà di scene pittoresche e campestri; augelli
che cantavano; villani intenti alle rustiche loro fatiche, o in atto di
sonare la cornamusa; pecore che belavano, saltellanti agnelli, il mare,
un paese, una pesca, e moltitudine di pesci diversi; amorini ignudi che
ridevano, folleggiavano, e gettavansi l'un l'altro le pome; sulla cima
dell'obelisco una immagine di donna, che il menomo fiato di vento facea
volgere, nominata perciò la Seguace del Vento. VII. Il pastore di Frigia
presentava a Venere il premio della beltà, ossia la poma della
discordia. IX. Veniva indi l'incomparabile statua di Elena. Niceta
descrive col tuono della ammirazione e dell'amore, il piè di lei
delicato, le braccia d'alabastro, il labbro di rosa, l'incantatore
sorriso, il languore degli occhi, la bellezza delle arcate sopracciglia,
la perfetta armonia delle forme, la leggerezza del panneggiamento, la
capigliatura che ondeggiar sembrava a grado de' venti. Tanti pregi di
avvenenza congiunti insieme, avrebbero dovuto destar pietà o rimorso nel
cuore de' Barbari che la distrussero. X. La figura virile, o piuttosto
divina di Ercole[102], animata dalla dotta mano di Lisippo, avea sì
sterminata dimensione, che il pollice era grosso, la gamba alta, quanto
è grosso ed alto un uomo di ordinaria statura[103]. Larghissimi ne erano
il petto e le spalle, nerborute le membra, increspati i capelli,
imperioso l'aspetto; non gli si vedea nè clava, nè arco, o turcasso, sol
la pelle di lione gli ammantava negligentemente le spalle; egli era
assiso; stavasi seduto colla gamba e col braccio destri, stesi quanto
eran lunghi; il ginocchio sinistro piegato ne sosteneva il gomito, e la
testa appoggiata alla mano sinistra: i suoi sguardi pensierosi
annunziavano indignazione. XI. Vi si vedeva un'altra statua colossale di
Giunone, antico monumento del Tempio samio di questa Dea; solo a
trasportarne l'enorme testa sino al palagio, vi vollero quattro paia di
buoi. XII. Eravi un terzo colosso di Pallade, o Minerva, alto trenta
piedi, che con ammirabile energia, l'indole e gli attributi di questa
vergine marziale esprimea. Ragion di giustizia vuole che qui non si
tacia, essere stati i Greci medesimi, i quali dopo il primo assedio,
mossi da timore e da superstizione, questo monumento distrussero[104]. I
Crociati nella lor cupidigia, incapaci d'ogni gentil sentimento,
infransero o fusero le altre statue che ho qui descritte, e il prezzo e
il merito lor di lavoro in un momento disparvero. L'ingegno postovi
dagli artisti svaporò in fumo, e la materia metallica, convertita in
moneta, servì a pagare i soldati. I monumenti di bronzo non sono mai i
più durevoli. Di fatto i Latini ben distolsero con stupido disprezzo i
loro sguardi, dai marmi animati da Fidia e da Prassitele[105]; ma
eccetto il caso di straordinarj avvenimenti, questi massi inutili alla
barbarie sui lor piedestalli rimasero[106]. I più ingentiliti fra que'
pellegrini, quelli che ai diletti affatto barbari de' lor compagni non
parteciparono, fecero pietoso uso del diritto conquistato sulle reliquie
de' Santi[107]; laonde cotesta guerra procurò alle chiese d'Europa, una
immensità di teste, di ossa, di croci, e d'immagini, e pel numero de'
pellegrinaggi ed offerte che queste reliquie produssero, divennero forse
la parte più lucrosa dell'orientale bottino[108]. Molta parte d'antichi
scritti, perduti ai dì nostri, eranvi ancora nel dodicesimo secolo; ma
poca vaghezza aveano i Latini di conservare, o trasportar volumi in
idioma straniero composti. La sola moltiplicità delle copie, può
perpetuare carte o pergamene, che ogni eventualità la più lieve basta a
distruggere. La letteratura de' Greci racchiudeasi quasi per intero
entro i recinti della Capitale[109]; onde, comunque non conosciamo tutta
l'estensione della nostra perdita, certamente non sarebbe fuor di
ragioni per noi, il versar qualche lagrima sulle biblioteche, che i tre
incendj di Bisanzo distrussero.
-Il primo Concilio- (V. p. 7) -generale di Nicea, l'anno 325,
adunato per ordine di Costantino, sostenendo contro i Vescovi
Ariani, e contro tutti i loro numerosissimi seguaci la negata
divinità di Gesù Cristo, e volendo esprimerla, e determinarla
(dopo avere lungamente discussi e sostenuti i motivi di
credibilità, contenuti sì nell'antica, che nella nuova
Scrittura) col vocabolo- consubstantialem -da porsi in una
solenne, e scritta professione di Fede, fu questa nel Concilio
medesimo distesa alla presenza del potentissimo Imperator
Costantino, avverso agli Ariani, per dover essere, siccome fu,
ed è la regola di fede de' Cristiani di retta regione, vale a
dire ortodossi, e che leggesi in Greco, e tradotta in Latino
nella grande Collezione de' Concilj del Lebbe, T. 2, p. 31,
edizione Veneta del Coletti: eccola.-
Credimus in unum Deum patrem omnipotentem, omnium visibilium, et
invisibilium factorem: et in unum dominum Jesum Christum filium
Dei, ex patre natum unigenitum, idest ex substantia patris, Deum
ex Deo, lumen de lumine, Deum verum ex Deo vero; natum non
factum, -consubstantialem- patri, per quem omnia facta sunt, et
quae in coelo, et quae in terra. Qui propter nos homines, et
propter nostram salutem descendit, et incarnatus est, et homo
factus est; passus est, et resurrexit tertia die, et ascendit in
coelos, et iterum venturus est judicare vivos, et mortuos: et in
Spiritum Sanctum.
-Circa quarant'anni dopo, cioè intorno all'anno 365, il greco
vescovo Basilio (nel suo libro dello Spirito Santo scritto al
vescovo Anfilochio) disse:- Primum igitur, quis auditis spiritus
appellationibus, animo non erigitur, et ad supremam naturam
cogitationem non attulit? Nam spiritus Dei dictus est, et
spiritus veritatis, qui ex patre procedit (Joan. cap. 15),
spiritus rectus etc., (Ps. 50). -E lo stesso Basilio, che così
scrisse al cap. 9 del libro suddetto, ne intitola il cap. 19.-
Adversus eos qui dicunt non esse glorificandum; -e sostiene, che
lo Spirito Santo è da glorificarsi. E nell'anno 372, essendo
Papa Damaso nel provinciale Concilio Romano II, trattandosi- de
explanatione fidei, -fu scritto;- nominato itaque patre et
filio, intelligitur Spiritus Sanctus, de quo ipse filius in
evangelio dicit «quia Spiritus Sanctus a patre procedit; et de
meo accipiet, et annunciabit vobis» (Jo. 15) Collect. Conc.
Labbe.
-E nel Concilio provinciale d'Iconio, l'anno 379- (Labbe, ediz.
Coletti t. 2, p. 1076-1080), -Ansilochio vescovo appunto
d'Iconio, ed amico dell'altro vescovo Basilio, disse e scrisse
in una lettera sinodale, vale a dire fatta a nome del Concilio,
ed approvata, che per malattia Basilio non era venuto al
Concilio, e soggiunge:- Neque vero sanctam nostram ecclesiam
passi sumus etiam illius vocis carere, sed habentes Librum
ipsius (De Spiritu Sancto), quem de hoc peculiariter argumento
elaboravit, ipsum pariter nobiscum in scripto loquentem
obtinemus; -e venendo a professare il- Credimus etc. -di Nicea,
e indi a sostenere i detti di Basilio intorno lo Spirito Santo,
dice:- Docuerunt enim (cioè i vescovi del Concilio di Nicea
nell'anno 325), sicut credi debet in patrem, et filium, ita
etiam credendum esse in Spiritum: Quaenam ergo est nostrae fidei
perfectio? Domini traditio, quam postquam resurrexisset a
mortuis mandavit sanctis suis discipulis praecipiens: euntes
docete omnes gentes, baptizantes in nomine Patris, et Filii, et
Spiritus Sancti; -e da queste parole Ansilochio poscia deduce;-
sed et oportet in doxologiis Spiritum una cum Patre et Filio
conglorificare.
-Indi l'anno 381, s'adunò il Concilio generale II in
Costantinopoli particolarmente contro i Vescovi, preti, e
secolari Macedoniani (così detti da Macedonio loro Capo ed
Arcivescovo di quella Città, allora sede degl'Imperatori, e del
Senato) che negavano la divinità dello Spirito Santo. Volevano i
Vescovi cattolici, che i Vescovi Macedoniani confermassero il-
Credimus ec. -di Nicea, ma i Macedoniani, ch'erano anche
semi-Ariani, dichiaravano fermamente, ch'essi non ammettevano la
parola- consubstantialem -contenuta nel- Credimus etc., -di
Nicea, e quindi venivano a negare la divinità di Gesù Cristo, e
si ritirarono dal Concilio, e dalla Città. Questo Concilio di
cento e cinquanta Vescovi, confermò il- Credimus etc. -di Nicea,
e v'aggiunse molte altre espressioni per dilucidare e
determinare quella credenza che dovevasi avere, siccome si può
rilevare paragonando parola per parola il- Credimus etc., -di
Nicea, col seguente scritto in questo Concilio di
Costantinopoli.-
Credimus in unum Deum patrem omnipotentem factorem coeli, et
terrae, visibilium omnium, et invisibilium: Et in unum dominum
Jesum Christum, filium Dei unigenitum, ex patre natum, ante
omnia saecula, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum ex Deo
vero natum non factum homousion (-parola greca che vuol dire-
consubstantialem) patri, hoc est ejusdem cum patre substantiae,
per quem omnia facta sunt, qui propter nos homines, et propter
nostram salutem descendit de coelis, et incarnatus est ex
Spiritu Sancto, ex Maria Virgine, et homo factus est. Crucifixus
etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus, ac sepultus, et
tertia die resurrexit secundum scripturas, ascendit in coelus,
sedet ad dexteram patris inde venturus est cum gloria judicare
vivos, et mortuos; cujus regnum non erit finis. Credimus in
Spiritum Sanctum dominum, et vivificantem ex patre procedentem,
et cum Patre, et Filio adorandum, et conglorificandum qui
locutus est per prophetas: et unam sanctam catholicam, et
apostolicam ecclesiam. Confitemur unum baptisma in remissionem
peccatorum; expectamus resurectionem mortuorum et vitam venturi
saeculi. Amen.
-Confermando il- Credimus -di Nicea e ripigliandolo,
v'aggiunsero i Vescovi del Concilio alcune espressioni intorno
l'incarnazione,- ex Spiritu Sancto, ex Maria Virgine -contro gli
Apolinaristi; ed alcune altre, spiegando più ampiamente
l'articolo dello Spirito Santo,- dominum et vivificantem ex
patre procedentem, et cum patre, et filio adorandum, et
conglorificandum, qui locutus est per prophetas, -contro i
Macedoniani, e poi v'aggiunsero tutte l'altre cose fino al fine.
Ed il Concilio poscia ordinò che nessuno poteva rifiutare il-
Credimus etc. -di Nicea, e ch'egli rimaneva nella sua autorità,
e che si diceva anatema a tutti gli errori specialmente degli
Eunomiani, degli Ariani, dei Semi-Ariani, dei Sabelliani, dei
Fotiniani, e degli Apolinaristi; trattò poi d'altre materie, e
fece alcuni canoni di giurisdizione, e di disciplina.-
-Prima, o intorno all'epoca del Concilio suddetto di
Costantinopoli, molti scrittori ecclesiastici, detti SS. Padri,
che moltissimo influivano a determinare la credenza, così si
espressero intorno lo Spirito Santo, indicando proceder egli dal
Padre, e dal Figlio.-
Tam vero cum Christus ex patre credatur Deus ex Deo, et Spiritus
ex Christo, sive ab ambobus; ut Christus his verbis asserit;
«qui a patre procedit, et hic de meo accipiet etc.» (Jo: c. 15.
16) Epifane in Ancor. n. 71.
Spiritus Sanctus, Spiritus veritatis est lumen tertium a Patre,
et filio. -Epifane Haeres. n. 74, e nello stesso libro:- Porro
Spiritus Sanctus ex ambobus: Spiritus e Spiritu; Deus enim est
Spiritus.
Nam ut patri conjunctus est filius, et cum ex illo esse debeat
non tamen posterius existit; sic etiam Spiritus Sanctus proximo
haeret filio, qui sola cogitatione, secundum rationem principii,
prius consideratur productione Spiritus. Greg. lib. I. con.
Canom.
-E Didimo, spiegando le parole di Cristo, disse.- «Non enim
loquetur a semetipso»: hoc est non sine me, et patris arbitrio,
quia inseparabilis a mea et patris est voluntate, quia non ex
se, sed ex Patre, et me est. Lib. 2, de S. Sancto.
-E lo stesso altrove;- neque alia substantia est Spiritus Sancti
praeter id quod datur ei a Filio.
Cum ergo Spiritus Sanctus in nobis existens conformes nos
efficiat Deo, procedat autem ex Patre, et Filio; perspicuum est
divinae ipsum esse substantiae, substantialiter in ipsa, et ex
ipsa procedentem; quemadmodum utique flatus ille, qui ex ore
hominis excurrit. -S. Cyrillo in Thesauro. lib. 34. E lo
stesso:- Si quidem est Dei, et Patris, et Filii ille, qui,
substantialiter ex utroque, nimirum ex Patre per Filium,
profluit Spiritus. -Lib. I.-
-Da questi, e da altri passi più, o meno chiari di scrittori
ecclesiastici, si dedusse in quel tempo, e si continuò sempre a
sostenere, ed a credere specialmente da' teologi Latini, fra i
quali il P. Petavio, che ne ricava il senso,- (Dogmata
theologica, lib. 7, c. 3) -che lo Spirito Santo procede non solo
dal Padre, come già era nel- Credimus -di Costantinopoli, ma
anche dal figlio, cioè da Gesù Cristo, contro i teologi Greci,
che quasi tutti sostennero sempre, e sostengono a torto, che lo
Spirito Santo procede soltanto dal Padre, per mezzo del figlio:
ecco la differenza che costituì, e costituisce principalmente lo
scisma fra i Cristiani Greci, ed i Latini.-
-A' passi de' Greci scrittori favorevoli al dogma della prima e
della seconda procedenza bisogna aggiugnere anche quelli dei
Latini, fra' quali leggonsi:- Spiritus quoque Sanctus cum
procedit a patre, et filio, non separatur a patre, non separatur
a filio. -Così verso la fine del quarto secolo scrisse S.
Ambrogio.- Liber de Spir. San. c. 10.
Non possumus dicere quod Spiritus Sanctus et a filio non
procedat, neque enim frustra idem Spiritus et Patris et filii
Spiritus dicitur. -S. August. de Trinitate.-
-Per altro v'erano alcuni S. Padri da eccettuarsi, per esempio
Teodoreto. Avendo S. Cirillo Patriarca d'Alessandria detto
anatema a Nestorio Patriarca di Costantinopoli, ed a tutti
quelli che dicessero, aver Gesù Cristo usato dello Spirito
Santo, come di una forza altrui, per far i miracoli, e non
riconoscessero essergli quello proprio, Teodoreto affermollo,
(Teod. in confut. Anath.) se s'intendeva procedere lo Spirito
dal Padre; ma disse esser cosa empia, se s'intendesse avere lo
Spirito Santo l'eccellenza sua dal Figlio, o pel Figlio. Cirillo
che credeva appunto averla, dissimulò questa risposta, perchè
bastavagli in quel momento lo stabilire contro Nestorio, non
essere lo Spirito Santo avventizio al figlio, ma proprio (Petav.
ibid).-
-Intorno all'anno 400, i Cristiani-Priscillianisti, così detti
da Priscilliano Vescovo, e principal loro Capo, unito ai
Vescovi, Instanzio e Salviano, sorsero e prosperarono in
Ispagna. Professavano l'antichissimo dogma orientale dei due
Principj, ossia delle due Divinità, una origine del bene,
l'altra del male morale e fisico, dogma detto anche Manicheismo,
ed inoltre sostenevano, come prima avevano fatto co' loro
seguaci, Prasea, Nocto, Sabellio, Fotino, ec. che il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo erano la medesima cosa e sostanza;
senza alcuna distinzione reale di persone credevano, che Gesù
Cristo fosse risuscitato in apparenza, ed avevano altri errori.
Molti altri Vescovi di Spagna fra' quali Igino (che divenne
poscia priscillianista), Idacio e Turibio si mossero fieramente
contro di loro; ed il persecutore Idacio non si ristette che
allor ch'ebbe, coll'autorità del tiranno Massimo, fatto mozzar
il capo a Priscilliano, uomo per altro disinteressato, sobrio,
umile, di bel naturale, ed eloquente; la sua morte, e la
persecuzione sanguinaria de' suoi seguaci, fatta da' Cattolici,
fecero, accesosi il fanatismo, quasi tutta la Gallizia
priscillianista, provincia allora molto più estesa d'oggidì.-
-Furono condannati i Priscillianisti da alcun Concilio
provinciale. Indi Turibio scrisse al Papa Leone I una lettera in
cui condannava i Priscillianisti, e Leone poco dopo gli risponde
con un'altra colla quale riassumendola, e confermandola, così si
esprime: Leone Vescovo a Turibio Vescovo d'Astorga.-
Capo I. «-Perciò nel primo capitolo si dimostra quanto
empiamente pensino- (i Priscillianisti) -intorno la Divina
Trinità, asserendo essere il Padre, il Figlio, e lo Spirito
Santo una medesima persona, nominando lo stesso Dio ora Padre,
ora Figlio, ora Spirito Santo; e quindi altra cosa non sia colui
che generò, altra chi è generato, altra colui che da ambedue
procede; e dicono doversi intendere bensì la sola Unità con tre
vocaboli, ma non in tre persone; il qual genere di bestemmia
presero da Sabellio ec.» (Labbe, T. 4, p. 658 e Fleury, Hist.
eccl. T. 6). Ricevuta, questa Lettera, si tennero tosto in
Ispagna uno, o due Concilj provinciali; uno di 19 Vescovi, in
cui si condannarono ancora i Priscillianisti, ed i Vescovi
dichiararono, che lo Spirito Santo procede dal Padre ed anche
dal Figlio, prendendo ciò dalla lettera di Leone, scritta a
Turibio. Il P. Quesnel pensa che quei Vescovi abbiano ricevuta
cotale credenza cioè filioque, da S. Agostino, ma ciò non sembra
(Tillemont, Hist. t. 15, p. 455). Quei Vescovi non ordinarono
per altro che si cantasse nelle chiese il- Credimus etc. -di
Costantinopoli coll'aggiunta del- filioque, -la quale allora non
vi si fece; soltanto era creduta, e s'insegnava al popolo.
(Petavius, Dogm. theol. lib. 7).-
-Ma il Concilio generale di Calcedonia tenutovi l'anno 451,
avendo confermato il- Credimus etc. -di Nicea e di
Costantinopoli e le decisioni ancora del Concilio generale
d'Efeso contro Nestorio, ed avendo approvato gli scritti del
Papa Leone I contro Nestorio, e contro Eutiche, e condannate
anche le opinioni teologiche di quest'ultimo decretò per mezzo
de' suoi Presidenti: «il vero e santo Concilio tiene questa Fede
e la segue; non vi si può nè aggiungere, nè togliere cosa
alcuna» e letto questo decreto i Vescovi esclamavano: »così
crediamo; così siamo battezzati; così battezziamo; così
crediamo, così crediamo; si scriva che Santa Maria è Madre di
Dio, e ciò s'aggiunga al simbolo, siano discacciati i Cristiani
Nestoriani, che ciò non credono, anatema a chi pensa
diversamente«. I consiglieri di Stato dissero, le vostre
approvazioni ed acclamazioni saranno recate all'Imperatore
(Tillemont, Histoire etc.).-
-Ma insorse ancora contrarietà, intorno alla Fede; si convenne
di trattare per mezzo di Commissarj la definizione di essa; e
questi furono ventidue Metropolitani, ossia Arcivescovi, che
esaminate le cose che dovevansi proporre da credere, ne
scrissero finalmente la definizione, che letta dall'Arcidiacono
di Costantinopoli, così veniva a conchiudere:-
«-Secondo i SS. Padri, noi dichiariamo d'una voce, che si deve
confessare un solo e stesso Gesù Cristo, nostro Signore, lo
stesso perfetto nella Divinità e perfetto nella umanità,
veramente Dio e veramente uomo; lo stesso composto d'un'anima
ragionevole, e di un corpo consustanziale al Padre, secondo la
Divinità, e consustanziale a noi, secondo l'umanità; in tutto
simile a noi, eccettuato il peccato; generato dal Padre, avanti
tutti i secoli, secondo la Divinità, e negli ultimi tempi nato
dalla Vergine Maria, Madre di Dio, secondo l'umanità, per noi, e
per nostra salute; un solo e stesso Gesù Cristo, figlio unico,
Signore in due nature (contro i Cristiani Eutichiani), senza
confusione, senza cangiamento, senza divisione, senza
separazione, senza che l'unione tolga la differenza delle
nature; al contrario la proprietà di ciascuna è conservata, e
concorre in una sola persona, (contro i Cristiani Nestoriani) e
in una sola ipostasi, di modo ch'egli non è diviso, o separato
in due persone (contro pure i Cristiani Nestoriani) ma egli è un
solo e stesso figlio unico, Dio Verbo, nostro Signor Gesù
Cristo». Il Concilio proibisce a chiunque d'insegnare, e pensare
altrimenti, sotto pena ai Vescovi e preti d'esser deposti, ai
monaci e laici d'essere scomunicati, vale a dire scacciati dalla
società cristiana cattolica. I Vescovi gridarono: «questa è la
fede; che i Metropolitani la sottoscrivano»; e così fu fatto.
(Labbe Actio IV, et V. Concil. Chalched., e Fleury Hist.
Eccles.).-
-Le cose intorno la credenza della procedenza anche filioque
rimasero nel medesimo stato per quasi quattro secoli nei paesi
cristiani occidentali, che già i cristiani dei paesi orientali
s'attenevano strettamente alla veduta, decisione del Concilio
generale di Calcedonia, che non si dovesse nè levare, nè
aggiungere cosa alcuna alla credenza espressa nel- Credimus -di
Costantinopoli, e ciò costituiva separazione, o scisma fra le
due Chiese orientale, ed occidentale.-
-Dal fatto seguente, avvenuto l'anno 809 si rileva, che si
cantava nelle Chiese delle Gallie, ed in altre, prima che nella
romana, il- Credimus etc. -di Costantinopoli e coll'aggiunta
del- filioque; -nè si sa quando, ed in che occasione abbiasi
cominciato a cantare il- Credimus etc. -con quell'aggiunta,
nella Chiesa romana, quantunque, almeno fino dalla Lettera di
Leone I a Turibio, debbasi pensare che cotale aggiunta fosse
credenza dogmatica.-
-Il Concilio d'Aquisgrana, dell'anno 809 (Concilia gallicana t.
2, p. 256, e Labbe t. 9, p. 277, an. 809), regnando Carlomagno,
mandò alcuni Vescovi, come Legati al Papa Leone III per udir il
suo parere intorno l'aggiunta già introdotta del- filioque. -Il
Baronio (Annales ad an. 809, t. 13) dice, che non si dubitò, e
trattò in questo Concilio, se lo Spirito Santo procedesse, o no
oltre dal Padre anche dal Figlio; ma che avendo gli Spagnuoli,
ed i Francesi aggiunto al- Credimus etc. -le quattro sillabe-
filioque, additae fuerunt symbolo illae syllabae filioque,
-(Baronio, ivi) disputossi se fosse bene che il- Credimus etc.
-con quell'aggiunta si continuasse a cantare, o no nelle chiese;
ma egli ciò dice contro le espressioni degli atti del Concilio
medesimo, che ci dicono chiaramente: «nel qual Concilio si
trattò la questione della processione dello Spirito Santo; cioè,
se siccome procede dal Padre, così proceda anche dal Figlio»
(Labbe t. 9, p. 277;- in qua Synodo de processione etc.-). Ed a
maggior dimostrazione, che nel Concilio d'Aquisgrana dell'anno
809, si discusse precisamente la questione della procedenza-
filioque, -e non solo di continuare a cantare, o no l'aggiunta,
il dotto P. Pagi adduce altre prove storiche, come leggasi nella
sua- Critica, -al luogo suddetto dagli Annali del Baronio.-
-Vedasi in Labbe (t. 9, p. 277), ed anche in Baronio, (Annales
an. 809) il dialogo fra i Legati, e Leone III. Questi disse, che
si deve credere alla procedenza dello Spirito Santo anche-
filioque -se non si vuole esser dannato eternamente: i Legati
dissero; se la cosa è così, domandiamo se sia lecito o no
cantare nelle chiese il- Credimus etc. -di Costantinopoli
coll'aggiunta del- filioque, -onde sia da tutti udita: il Papa
disse che non tutte le cose, che si credono si cantano nel-
Credimus etc., -non accordando con ciò il canto dall'aggiunta
del- filioque: -i Legati, (cui sembrava doversi cantare il-
filioque, -posto, che dalla credenza in queste quattro sillabe,
dipendeva la salvezza eterna) ripigliano, per qual ragione non
si potrà cantare il- filioque, -e cantando insegnarlo al popolo,
se ciascuno è obbligato a crederlo, e se il crederlo è di fede?
ed il Papa risponde: noi qui in Roma non lo cantiamo, ma
soltanto lo leggiamo e leggendolo lo insegniamo, ma leggendolo,
e insegnandolo, non osiamo aggiungere alcuna cosa al- Credimus
etc. -di Costantinopoli: i Legati riconoscendo la proibizione
d'aggiungere, o levare fatta dal Concilio generale di
Calcedonia, insistono a domandare definitivamente se si possa
cantare l'aggiunta- filioque, -o no; ma il Papa ripete di non
cantarla, conchiudendo:- «Si prius quam ita cantaretur etc., ut
quod jam nunc a quibusque prius nescientibus recte creditur,
credatur, et tamen illicita cantandi cousuetudo, cujusque fidei
laesione, tollatur.»
-Leggesi poi tanto in Baronio, che in Pagi, che Leone III fece
porre due tavole d'argento nella Chiesa di S. Pietro, in una
delle quali in greco, e nell'altra in latino, era scritto il-
Credimus etc., -senza il- filioque. -Per le cose seguite e
riferite l'erudito Vescovo Mansi pose una picciola nota al
Baronio, dicendo: «non voglio disputare se Leone III abbia o no
disapprovato l'aggiunta del- filioque; -è certo per altro, che
Leone stesso inviò a' Vescovi delle province d'Asia una
professione di fede in cui si legge, che lo Spirito Santo
procede dal Padre, ed anche dal Figlio».-
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