marito dovea per obbligo star presente allorchè il secondo godea della moglie ripudiata dall'altro (-Stato dell'Impero Ottomano-, Richauld, l. II, c. 21). [420] Arabshà attribuisce particolarmente ai Turchi il dilicato riguardo, comune a tutti gli Orientali, di non parlare mai in pubblico delle lor donne; ed è quasi da maravigliarsi che Calcocondila abbia avuta qualche conoscenza e sul pregiudizio de' Turchi, e sulla natura dell'insulto. [421] Circa allo stile de' Mongulli, -V.- le -Instituzioni- (p. 131-147), quanto ai Persiani, si consulti la -Biblioteca orientale- (p. 882); non trovo per altro nè che gli Ottomani abbiano assunto il titolo di Cesari, nè che gli Arabi lo abbiano mai dato ai medesimi. [422] -V.- i regni di Barkok e di Faragio nel De Guignes (t. IV, l. 22), che ha tolto dai testi di Abul-Mahasen, di Ebn-Sciunà e di Aintabi, alcuni fatti da noi aggiunti ai nostri materiali. [423] Intorno a questi fatti recenti ed interni, possiamo fidarci ad Arabshà, benchè in altre occasioni si mostri molto parziale (t. I, cap. 64-68; t. II, c. 1-14). Timur dovea certamente comparire odioso ad un uomo nato in Sorìa; ma la notorietà de' fatti era tale, che avrebbe obbligato questo scrittore a rispettare se non il suo nemico, la verità. Le invettive ch'ei move contro Timur servono a temperare la ributtante adulazione di Serefeddino. [424] Sembra che Arabshà abbia copiate queste curiose conversazioni (t. I, c. 68, p. 625-645) dal Cadì o storico Ebn-Sunà, uno de' principali attori; ma come potea questi viver settantacinque anni dopo le narrate cose? (d'Herbelot p. 772) [425] Serefeddino (l. V, c. 29-43) e Arabshà (t. II, c. 15-18) narrano le spedizioni e le conquiste di Timur nell'intervallo tra la guerra di Sorìa e l'ottomana. [426] Questo numero di ottocentomila è tolto da Arabshà, o piuttosto da Ebn-Sunà (-ex rationario Timuri-) che fonda i suoi racconti sulla testimonianza di un ufiziale carizmio (t. I, cap. 68, p. 617); ed è cosa meritevole di osservazione che Franza, Storico greco, non aggiugne a questo computo più di ventimila uomini. Il Poggio ne conta un milione; un altro contemporaneo latino (-Chron. Tarvisianum-, -V.- Muratori, t. IX, p. 800) ne conta un milione centomila; e un soldato alemanno che trovavasi alla battaglia di Angora, attesta il prodigioso numero di un milione seicentomila (Leunclavius, -ad- Calcocond., l. III, p. 82). Timur, nelle sue -Instituzioni-, non si è degnato calcolare nè le sue truppe, nè i suoi sudditi, nè le sue rendite. [427] Il Gran Mogol per vanità, e a profitto de' suoi ufiziali, lasciava immensi vôti negli specchi de' suoi eserciti. Il Sere di Bernier, Penge-Hazari, era comandante di cinquemila cavalli che si riducevano a cinquecento (-Voyages-, tom. I, p. 288, 289). [428] Lo stesso Timur fa ascendere a quattrocentomila uomini il numero degli Ottomani (-Istit.-, p. 153 ). Franza lo riduce a cencinquantamila (lib. I, c. 29), il Soldato alemanno lo vuole di un milione e quattrocentomila. Sembra evidente che l'esercito de' Mongulli fosse più numeroso. [429] Non è inutile il calcolare la distanza fra Angora e le città vicine colle giornate di carovana, ciascuna delle quali è di venticinque miglia. Da Angora a Smirne venti, a Kiotaia dieci, a Bursa dieci, a Cesarea otto, a Sinope dieci, a Nicomedia nove, a Costantinopoli dodici o tredici (-V.- i -Viaggi di Tournefort al Levante-, t. II, let. XXI). [430] -V.- I Sistemi di Tattica nelle -Instituzioni-; gli editori inglesi (p. 373-407) vi hanno aggiunte accuratissime Tavole per agevolarne l'intelligenza. [431] «Il Sultano medesimo, dice Timur, dee mettere coraggiosamente il suo piede nella -staffa della pazienza-»: Metafora tartara che è stata omessa nella traduzione inglese e conservata dal traduttor francese delle -Instituzioni- (p. 156, 157). [432] Serefeddino afferma che Timur si valse del fuoco greco (l. V, cap. 47); ma l'universale silenzio de' contemporanei combatte lo stravagante sospetto venuto al Voltaire, il quale suppone che Timur mandasse a Dely diversi cannoni su di cui si trovassero scolpiti ignoti caratteri. [433] Timur ha dissimulata questa sì rilevante negoziazione co' Tartari; ma la confermano evidentemente le testimonianze degli Annali arabi (t. I, c. 47, p. 391), degli Annali turchi (Leunclav. p. 321) e degli Storici persiani (Kondemir, presso il d'Herbelot, p. 882). [434] Nella guerra di Rum, o della Natolia, ho aggiunti alcuni fatti, tolti dalle -Instituzioni-, al racconto di Serefeddino (l. V, c. 44-65) e di Arabshà (tom. XI, c. 20-35). Sol in quanto si riferisce a questa parte della storia di Timur, si possono citare gli Storici turchi (Cantemiro, p. 53-55, -Annali- di Leunclavio, pag. 320-322) e i Greci (Franza, l. I, c. 29; Duca, c. 15-17; Calcocondila, l. III). [435] Il Voltaire che nella sua opera -Essai sur l'Histoire générale- (c. 88) ricusa questa favola popolare, dà una prova del suo scetticismo ordinario, per cui soprattutto è poco proclive a credere quanto è eccesso così nei vizj come nelle virtù; incredulità spesse volte fondata sulla ragione. [436] -V.- La Storia di Serefeddino (l. V, c. 49-52, 53-59, 60), Opera terminata a Siraz nell'anno 1424, e dedicata a Ibraim, figlio di Sarok, figlio di Timur, che, vivendo tuttavia il padre, regnava sul Farsistan. [437] Dopo aver letto Kondemir, Ebn-Sunà ec., il dotto d'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 882) può ben affermare a suo grado non trovarsi questa favola in nessuna autentica Storia; ma col negare che Arabshà l'abbia in modo aperto adottata, rendè assai dubbiosa la sua critica precisione. [438] «-Et fui lui-même- (Baiazetto) -pris et mené en prison, en laquelle mourut de- dure mort» (-Mém.- de Boucicault, parte I, c. 37). Queste Memorie vennero composte in tempo che il Maresciallo era tuttavia governatore di Genova, d'onde venne scacciato nel 1409 in conseguenza di una sedizione o sommossa del popolo (Muratori, -Ann. d'Ital.-, t. XII, p. 473, 474). [439] Il leggitore troverà un soddisfacente racconto della vita e delle opere del Poggi nella -Poggiana-, Opera aggradevole del signor Lenfant, e nella -Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis- di Fabrizio (t. V, pag. 305-308). Il Poggi nato nel 1380, morì nel 1459. [440] Il dialogo -De varietate fortunae-, del quale nel 1723 è stata pubblicata a Parigi una compiuta ed elegante edizione in 4., fu composta poco prima della morte di Papa Martino V (p. 5), e quindi verso l'anno 1430. [441] Vedi elogio luminoso ed eloquente di Timur! (p. 36-39) -Ipse enim novi-, dice il Poggi, -qui fuere in ejus castris.... Regem vivum cepit, caveaque in modum ferae inclusum per omnem Asiam circumtulit egregium admirandumque spectaculum fortunae-. [442] -Chronicon Tarvisianum- (in Muratori, -Script. rerum ital.-, t. XIX, pag. 800) e gli -Annales Estenses- (t. XVIII, p. 974). I due autori, Andrea De Redusii da Quero e Giacomo di Delaito, erano contemporanei, ed entrambi Cancellieri, l'uno di Treviso e l'altro di Ferrara. La testimonianza del primo è più asseverante. [443] -V.- Arabshà, t. II, c. 28-34, che viaggiò -in regiones Rumaeas-, A. H. 839; A. D. 1435, 27 Luglio (t. II, c. 2, pag. 13). [444] Busbequius, -in legatione turcica-, -epist.- 1, p. 52. Questa rispettabile autorità viene un poco indebolita dalle susseguenti nozze di Amurat II con una Serviana, e di Maometto II, con una Principessa dell'Asia (Cant., p. 83-93). [445] -V.- Giorgio Franza (l. 1, c. 29) e la sua vita in Hank (-De scriptor. byzant.- pag. 1, c. 40). Calcocondila e Duca parlano vagamente delle catene di Baiazetto. [446] -Annales- Leunclav., pag. 321. Pococke, -Prolegom. ad- Abulphar. -Dynast.-; Cantemir, p. 55. [447] Un Sapore, Re di Persia, essendo stato fatto prigioniero Massimiano o Galerio Cesare, lo rinchiuse entro una vacca artificiale, coperta della pelle di uno di questi animali. Tale è almeno la favola raccontata da Eutichio (-Annal.-, tom. 1, p. 431, -vers.- Pococke). Il racconto della vera Storia (-V.- il secondo volume della presente Opera) ne insegnerà ad apprezzare l'erudizione orientale di tutt'i secoli che precedettero l'Egira. [448] Arabshà (t. II, c. 25) descrive come può farlo un viaggiatore curioso e giudizioso ad un tempo, gli stretti di Gallipoli e di Costantinopoli. Per procacciarmi una giusta idea di cotesti avvenimenti ho confrontato i racconti de' pregiudizi dei Mongulli, de' Turchi, de' Greci e degli Arabi. L'ambasciatore di Spagna parla dell'unione de' Cristiani cogli Ottomani per la difesa comune (-Vita di Timur-, p. 96). [449] Quando il titolo di Cesare passò nel Sultano di Rum, i Principi greci di Costantinopoli (Serefeddino, l. V, cap. 54), vennero confusi co' piccioli Sovrani cristiani di Gallipoli e di Tessalonica col titolo di Tekkur, per corruzione da του κυριου, -signore- (Cantemiro, p. 51). [450] -V.- Serefeddino (l. V, c. 4) che descrive in un esatto Itinerario la strada della Cina, sol vagamente, e con frasi di retore, indicata da Arabshà (t. II, c. 33). [451] -V. Synopsis Hist. Sinicae-, pag. 74-76. Nella quarta parte delle relazioni del Thevenot, Du Halde (-Hist. de la Chine-, t. I, p. 507, 508, ediz. -in-fol.-); e per la cronologia degl'Imperatori cinesi, il De Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p. 71, 72). [452] Circa al ritorno, al trionfo e alla morte di Timur, -V.- Serefeddino (l. VI, c. 1-30) e Arabshà (t. II, c. 35-47). [453] Serefeddino (l. VI, c. 24) accenna gli Ambasciatori di uno de' più possenti Sovrani dell'Europa, che noi sappiamo essere stato Enrico III, Re di Castiglia. La relazione delle due ambascerie di questo Monarca, non priva di vaghezza, trovasi in Mariana (-Hist. Hispan.-, l. XIX, c. 11, p. 329, 330; -Osservazioni sulla Storia di Timur-Bek-, pag. 28-33). Sembra ancora esservi stata qualche corrispondenza fra l'Imperatore Mongul e la Corte di Carlo VII Re di Francia (-Hist. de France - par Velli e Villaret, t. XII, p. 336). [454] -V.- la traduzione della relazione persiana di questa ambasceria nella quarta parte delle relazioni del Thevenot. Gli Ambasciatori portarono in dono all'Imperatore della Cina un vecchio cavallo che Timur avea cavalcato. Partirono dalla Corte di Herat nel 1419, e vi ritornarono da Pechino nel 1422. [455] -V.- Arabshà (t. II, c. 96). I colori più splendenti o più miti son tolti da Serefeddino, dal d'Herbelot e dalle -Instituzioni-. [456] Da trentadue pezzi e sessantaquattro case, egli portò il suo nuovo giuoco a cinquantasei pezzi e centodieci o centotrenta case; ma, eccetto la Corte di Timur, l'antico giuoco degli scacchi parve già composto abbastanza. L'Imperatore Mongul mostravasi piuttosto contento che corrucciato quando perdea con un de' suoi sudditi, e un giuocatore di scacchi può apprezzare tutto il valore di questo elogio. [457] -È vero che uomo- ortodosso -altro non vuol dire, che uomo di retta opinione; ma, i Cristiani cattolici non applicano l'aggettivo greco- ortodosso, -che ad un Cristiano cattolico, per qualificarlo di retta opinione, o credenza, e per distinguerlo da eretico, che vuol dire il contrario; questi vocaboli ebbero, ed hanno il potere di determinare l'opinione generale senza esame, e ciò è cosa comodissima.- (Nota di N. N.) [458] -V.- Serefeddino (l. V, c. 13-25). Arabshà (t. II, c. 96, p. 801-803) accusa d'empietà l'Imperatore e i Mongulli che preferiscono l'Yacsa, o la legge di Gengis (-cui Deus maledicat-) allo stesso Corano; nè vuol credere che l'autorità e l'uso di questo codice Pagano sieno stati da Sarok aboliti. [459] Oltre ai passi di questo sanguinoso racconto, il leggitore può ricordarsi la nota 2, pag. 382 del sesto volume di questa Storia, ove ho parlato di Timur, e vi troverà un calcolo di circa trecentomila teste che servirono di monumento alla sua crudeltà. Fuorchè nella tragedia di Rowe del 5 novembre, io non mi sarei mai aspettato udir gli encomj dell'-amabile moderazione- di Timur (-Prefaz.- di White, p. 7). Però si può perdonare un impeto di generoso entusiasmo in chi legge, e molto più in chi pubblica le -Instituzioni-. [460] Vedansi gli ultimi Capitoli di Serefeddino, Arabshà e De Guignes (-Hist. des Huns-, t. IV, l. XX; -Storia di Nadir-Sà- di Fraser, p. 1-62). La Storia dei discendenti di Timur vi è superficialmente narrata, e mancano la seconda e terza parte di Serefeddino. [461] Sà-Allum, attuale Mogol, è il decimoquarto discendente di Timur, venuto da Miran-Sà, terzo figlio di questo conquistatore. -V.- Dow nel secondo volume della -Storia dell'Indostano-. [462] Il racconto delle guerre civili dalla morte di Baiazetto fino a quella di Mustafà, trovasi in Demetrio Cantemiro (p. 58-82) presso i Turchi; presso i Greci, in Calcocondila (l. IV e V); in Franza (l. I, c. 30-32) e in Duca (c. 18-27). Quest'ultimo Storico si mostra meglio istrutto e racconta maggiori particolarità. [463] -V.- Arabshà (t. II, c. 26), la cui testimonianza in questo luogo non ammette eccezione. Anche Serefeddino attesta l'esistenza di Isa, del quale i Turchi non fanno parola. [464] Arabshà, -loc. cit.-; Abulfeda, -Geog. Tab.- XVII, p. 302, Busbequius, -epist.- 1, pag. 96, 97, -in Itinere C. P. et Amasiano-. [465] Duca, Greco contemporaneo, loda le virtù d'Ibraimo (c. 25). I suoi discendenti sono i soli Nobili della Turchia, contenti di amministrare le pie fondazioni dei loro antenati ed esenti da qualsivoglia pubblico uffizio. Il Sultano va a visitarli due volte l'anno (Cantemiro, p. 77). [466] -V.- Pachimero (l. V, 29), Niceforo Gregoras (l. II, c. 1), Serefeddino (l. V, c. 57) e Duca (c. 25). L'ultimo di questi Scrittori, osservatore esatto ed attento, merita fede soprattutto in quanto all'Ionia e alle sue isole si riferisce. Fra le nazioni che abitavano la novella Focide, nomina gli Inglesi (Ιγγληνοι, -Ingleni-). Citazione che attesta l'antichità del commercio del Mediterraneo. [467] Sul sistema di navigazione e sulla libertà dell'antica Focide, o piuttosto de' Focei, si consultino il primo libro di Erodoto e l'Indice geografico dell'ultimo e dotto traduttore francese di questo illustre Greco, il sig. Larcher (t. VII, p. 299). [468] Plinio (-Hist. natur.-, XXXV, 52) non comprende la Focide fra i paesi che producono l'allume. Egli nomina primieramente l'Egitto, indi l'isola di Melos, le cui miniere di allume sono state descritte dal Tournefort (t. I, let. IV), uomo del pari commendevole e come viaggiatore, e come naturalista. Dopo avere perduta la Focide, i Genovesi scopersero nel 1459 questo prezioso minerale nell'isola d'Ischia (Ismaël Bouillaud, -ad Ducam-, c. 25). [469] Fra tutti gli Scrittori che hanno vantata la favolosa generosità di Timur, quegli che ha maggiormente abusato di una tale supposizione, è senza dubbio l'ingegnoso Ser Guglielmo Temple, ammiratore per massima d'ogni virtù posta fuori del suo paese. Dopo avere conquistata la Russia, e passato il Danubio, a udir lui, l'Eroe tartaro libera, visita, ammira e ricusa la Capitale di Costantino. Qual disgrazia che il seducente pennello di questo Scrittore si scosti ad ogni linea dalla storica verità! pur le sue ingegnose finzioni si possono ancora perdonar meglio de' grossolani errori del Principe Cantemiro (-V.- le sue -Opere-, vol. III, pag. 349, 350, edizione in 8.). [470] Intorno i regni di Manuele e di Giovanni, di Maometto I e di Amurat II, V. la -Storia ottomana- di Cantemiro (p. 70-95), e i tre scrittori greci Calcocondila, Franza e Duca, da preferirsi sempre quest'ultimo ai suoi rivali. [471] L'-aspro- de' Turchi derivato dalla parola greca (ασπρος) è, o era una piastra di metallo bianco, o d'argento, il cui prezzo è assai invilito ai dì nostri; ma che allora valeva almeno la cinquantaquattresima parte di un ducato, o zecchino di Venezia, e i trecentomila -aspri-, si riguardino come pensione, o come tributo, equivalgono in circa a duemila cinquecento lire sterline (Leunclavius, -Pandect. turc.- p. 407, 408). [472] Intorno all'assedio di Costantinopoli del 1422, -V.- la -relazione- distinta e contemporanea di Giovanni Canano, pubblicata da Leone Allazio in fine della sua ediz. di Acropolita (p. 188, 189). [473] Cantemiro (pag. 80). Canano che indica Seid-Besciar senza dirne il nome, suppone che l'amico di Maometto si prendesse qualche libertà erotica sullo stile del suo maestro, e che al Santo e ai suoi discepoli fossero state promesse le più avvenenti monache di Costantinopoli. [474] Il -traviamento del- Dervis -è l'effetto o d'una immaginazione riscaldata e ingannata dalla propria credulità, o un'impostura artificiosa; ma la Madonna, che noi crediamo aver fatto molti miracoli, poteva fare anche l'indicato, e non v'era bisogno di scherzi.- (Nota di N. N.) [475] Per farne credere questa miracolosa apparizione, Canano si riporta alla testimonianza medesima del Santo dei Turchi; ma chi si farà mallevadore a noi per questo Santo? [476] -V.- Rychauld (l. I, c. 13). I Sultani turchi si danno il titolo di Kan. Non pare per altro che Abulgazi riconosca gli Ottomani per suoi cugini. [477] Il terzo fra i Visiri, Kiuperli, ucciso alla battaglia di Salankanen nel 1691 (Cantemiro, p. 382), osò dire che tutti i successori di Solimano erano stati imbecilli, o tiranni, e venuto il tempo di spegnerne la discendenza (Marsigli, -Stato militare-, pag. 28). Questo eretico in politica era uno zelante repubblicano, che sostenea la causa della Rivoluzione inglese contro l'Ambasciatore di Francia (Mignot, -Hist. des Ottomans-, t. III, pag. 434); osava ancora mettere in ridicolo il singolare privilegio che rende le cariche e le dignità ereditarie nelle famiglie. [478] Calcocondila (l. V) e Duca (cap. 23) ne offrono un grossolano abbozzo della politica ottomana, dandone ad un tempo a conoscere la metamorfosi de' fanciulli cristiani in soldati turchi. [479] Questo saggio della disciplina e della educazione dei Turchi è tolto principalmente dall'-Etat de l'Empire ottoman- di Richaut, dallo -Stato militare dell'Impero ottomano- del Conte Marsigli, (ediz. dall'Aia, 1732 -in folio-) e da una -Description du Sérail-, approvata dallo stesso sig. Greaves, attento viaggiatore, e pubblicata nel secondo volume della sua Opera. [480] Osservando la Nota dei centoquindici Visiri stati fino al momento dell'assedio di Vienna (Marsigli, pag. 13), la loro carica può riguardarsi come un contratto per tre anni e mezzo. [481] -V.- le giudiziose e dilettevoli lettere del Busbek. [482] Il primo e secondo volume de' -Saggi chimici- del Dottore Watson contengono due preziosi discorsi intorno alla scoperta e alla composizione della polvere. [483] Intorno a ciò non possiamo gran che fidarci sull'autorità de' moderni. È vero che il Ducange ha raccolti i passi originali (-Gloss. lat.-, t. I, pag. 675, -Bombarda-); ma in mezzo alla luce dubbiosa che da questi primi Scrittori ne vien tramandata, osserviamo che le denominazioni, i contrassegni dello strepito, del fuoco, e d'altri effetti che sembrano indicare la nostra artiglieria, potrebbero ancora convenire alle macchine degli Antichi e al fuoco greco. Quanto al cannone, di cui gli Inglesi, dicesi, fecero uso alla battaglia di Crécy, l'autorità di Giovanni Villani (-Cron.-, l. XII, c. 65) parmi contrabbilanciata dal silenzio del Froissard. Nondimeno il Muratori (-Antiq. Italiae medii aevi-, t. II, -Dissert.- 26, p. 514, 515) ne offre un passo decisivo del Petrarca (-De remediis utriusque Fortunae dialog.-), il quale nell'anno 1344 malediceva questa folgore artifiziale, -nuper rara, nunc communis-. [484] Il cannone de' Turchi che Duca fa comparire (c. 30) per la prima volta dinanzi a Belgrado nel 1436, giusta Calcocondila (l. V, p. 123), servì nel 1422 all'assedio di Costantinopoli. CAPITOLO LXVI. -Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici. Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina proposta nel Concilio di Basilea, ed eseguita a Ferrara e a Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono. Curiosità ed emulazione de' Latini.- [A. D. 1339] Durante i quattro ultimi secoli dell'Impero, i contrassegni or di considerazione, or di nimistà che verso il Pontefice i greci Principi manifestarono, potrebbero riguardarsi come il termometro delle loro angustie, o della loro prosperità, dell'innalzamento, o della caduta delle barbare dinastie. Allorchè i Turchi Selgiucidi, invadendo l'Asia, minacciarono Costantinopoli, abbiamo veduto gli Ambasciatori d'Alessio implorare al Concilio di Piacenza la protezione del Padre comune de' Cristiani. Non appena i pellegrini francesi ebbero respinto ad Iconium il Sultano di Nicea, gl'Imperatori di Bisanzo riassunsero, o dal dissimularlo si stettero, il loro astio e connaturale disprezzo verso gli scismatici dell'Occidente: imprudenza che la caduta del loro Impero affrettò. Il tuono mansueto ed affettuoso di Vatace contrassegna l'epoca dell'invasione de' Mongulli. Dopo la presa di Costantinopoli, e fazioni, ed estranei nemici crollarono il trono del primo Paleologo. Finchè la spada di Carlo gli stette sospesa sul capo, corteggiò abbiettamente il Pontefice, sacrificando al pericolo del momento la sua fede, la virtù e l'affetto de' sudditi. Dopo la morte di Michele, il Principe e il popolo sostennero l'independenza della loro Chiesa e la purezza del greco simbolo. Andronico il Vecchio nè temeva, nè amava i Latini: nell'ultime sue sventure, l'orgoglio francheggiò le sue superstizioni, perchè non potea decentemente ritrattare, sul finir di sua vita, le opinioni che avea con fermezza negli anni della gioventù sostenute. Andronico il Giovane, invilito e dallo stato in cui si trovava, e per indole propria, al primo vedere la Bitinia invasa dai Turchi, sollecitò una Lega spirituale e temporale co' Principi dell'Occidente. Dopo cinquant'anni di separazione e silenzio, il frate Barlamo venne segretamente deputato al Papa Benedetto XII con insidiose istruzioni, che scritte pareano dall'abile mano del Gran Domestico[485]. «Santissimo Padre, il monaco gli dicea, l'Imperatore non desidera meno di voi l'unione delle due Chiese: ma in un'impresa sì delicata si vede costretto a rispettare la propria dignità e i pregiudizj de' sudditi. Due temperamenti sonovi da adoprarsi, la forza, o la persuasione. L'insufficienza del primo è già dimostrata abbastanza dalla esperienza, perchè i Latini hanno soggiogato l'Impero senza poter cambiare l'opinione degli abitanti. La persuasione, più lenta, offre ad un tempo una via più salda e sicura. Trenta, o quaranta de' nostri dottori deputati appo voi, si accorderebbero forse con quelli del Vaticano nell'amore della verità e nell'unità del Simbolo. Ma di ritorno alla patria, qual sarebbe il frutto, o il guiderdone delle loro pratiche? Lo sprezzo de' confratelli, e i rimproveri di una cieca ed ostinata nazione. Cionnullameno i Greci han per costume di rispettare i Concilj generali, da cui determinati vennero gli articoli di nostra Fede; e se i decreti di Lione ricusano[486], ne è stata cagione il non volere nè ascoltare, nè ammettere i rappresentanti della Chiesa orientale in quest'arbitraria adunata. A compiere una così pia impresa, gioverà e farà anzi mestieri che un Legato intelligente, trasferendosi in Grecia, colà raccolga i Patriarchi di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, e si concerti con essi per convocare un Sinodo libero e universale. Ma in tale momento, aggiugnea lo scaltrito messo de' Greci, l'Impero può tutto temere dall'invasione de' Turchi, già impadronitisi di quattro principali città della Natolia. Quegli abitanti manifestano ardentissimi voti per tornare sotto l'obbedienza del loro Monarca e in seno alla religione dei lor padri; però non bastando a renderli paghi in ciò le forze e le rendite dell'Imperatore, sarebbe da desiderarsi che il Legato appostolico venisse scortato e preceduto da un esercito di Franchi, a fine di scacciar gl'Infedeli e riaprire la via del Santo Sepolcro». Prevedendo il caso che i sospettosi Latini pretendessero anticipatamente qualche mallevadore, o pegno della fedeltà de' Greci, Barlamo avea preparata una ragionevole e convincente risposta. «1. L'unione delle due Chiese potendo solamente avverarsi colla convocazione di un Sinodo generale, si rende questa impossibile prima di aver liberato dal giogo de' Maomettani i tre Patriarchi dell'Oriente e un gran numero d'altri Prelati. 2. L'inasprimento degli animi de' Greci derivando da antiche ingiurie e da una lunga tirannide, a cattivarli di nuovo fa d'uopo di qualche fratellevole atto, di qualche efficace soccorso che invigorisca l'autorità e gli argomenti dell'Imperatore e de' partigiani della unione proposta. 3. Quand'anche rimanesse qualche differenza, o intorno a minori punti di fede, o alle cerimonie, non quindi i Greci dovrebbero men riguardarsi i discepoli di Gesù Cristo, mentre i Turchi sono i comuni nemici di chiunque porti il titolo di Cristiano. E l'Armenia e l'isola di Cipro sono egualmente assalite; che sarebbe la pietà de' Principi franchi, se non si armassero tutti alla difesa generale della comune religione? 4. Supponendo perfino che eglino considerassero i sudditi di Andronico come i più odievoli fra gli scismatici, fra gli eretici, fra gli stessi Pagani, non è interesse de' Principi dell'Occidente l'acquistarsi un utile confederato, il proteggere un Impero vacillante, in cui stassi il baloardo delle frontiere d'Europa, l'unirsi ai Greci contro i Turchi, nè aspettare che questi ultimi, conquistata la Grecia, le forze e i tesori della medesima adoperino per portare le armi lor vincitrici in seno dell'Europa?». I Latini con fredda e disdegnosa indifferenza pararono le offerte, gli argomenti e le domande di Andronico. I Re di Francia e di Napoli rifiutarono i pericoli e la gloria di una Crociata. Il Papa negò questa necessità di convocare un nuovo Concilio per regolare articoli di fede già stabiliti; ed anzi per rispetto alle antiche pretensioni dell'Imperator d'Occidente e del Clero latino, nel rispondere all'Imperator greco usò di un soprascritto irritante: «Al -Moderator-[487] (che equivaleva a -governatore-) de' Greci, e ai sedicenti Patriarchi della Chiesa d'Oriente». Per una tale ambasceria i Greci non potevano scontrarsi in una circostanza e in un'indole d'uomo men favorevole. Benedetto XII[488] era uno screanzato villano, sempre pieno di scrupoli, e fatto più stupido dal vino e dalla pigrizia. Sia pure riuscito colla sua vanità ad arricchire di una terza corona la tiara; ma era egualmente inabile a governare il regno e la Chiesa. [A. D. 1348] Dopo la morte di Andronico, i Greci, in preda alle guerre civili, non ebbero il tempo di pensare all'unione generale de' Cristiani. Ma poichè Cantacuzeno ebbe vinti e graziati i suoi nemici, si accinse a giustificare, o almeno ad attenuare la colpa di avere introdotti i Turchi in Europa, e maritata la propria figlia ad un Principe musulmano. Due imperiali ministri, accompagnati da un interprete latino, per ordine di lui trasferironsi alla Corte del Pontefice romano, trapiantata nella città d'Avignone in riva al Rodano, ove per settant'anni rimase. Dopo essersi adoperati a dimostrare la crudele necessità che avea costretto il loro Monarca a mettersi in lega cogl'Infedeli, fecero, a norma delle ricevute istruzioni, sonare all'orecchio del Pontefice le speciose ed edificanti parole di -Crociata- e di -Unione-. Il Pontefice Clemente VI[489], successore di Benedetto XII, gli accolse con affabilità e onorevolmente, mostrandosi commosso dalle sventure, convinto del merito, persuaso dell'innocenza di Cantacuzeno; ed ottimamente istrutto dello stato e delle vicissitudini del greco Impero, che gli erano state descritte minutamente da una matrona savoiarda del seguito dell'Imperatrice Anna[490]. Se mancavano a Clemente le virtù di un sacerdote, possedeva almeno l'elevatezza o la magnificenza di un Principe, distribuendo colla stessa facilità i benefizj e i reami. Regnando esso, Avignone fu la residenza del fasto e dei piaceri. Giovine, avea superato in licenziosità di costumi qualunque Barone: Pontefice, il suo palagio e la sua stanza da letto vedeansi continuamente abbelliti, o disonorati[491] dalla presenza di favorite. Le guerre tra l'Inghilterra e la Francia non permetteano si pensasse a Crociate; pur questo luminoso disegno lusingò la vanità di Clemente che deputò due Prelati latini per accompagnare gli Ambasciadori di Cantacuzeno in Grecia. Giunti a Costantinopoli, l'Imperatore e i Nunzj si fecero scambievoli complimenti sulla comune eloquenza e pietà; sicchè i continui lor parlamenti si aggirarono in lodi e promesse con cui si piaggiavano mutuamente senza fidarsene nè l'un, nè gli altri. «Non capisco in me per la gioia, il divoto Cantacuzeno lor diceva, in pensando alla nostra -guerra santa-; essa farà la mia gloria personale ad un tempo, e il bene di tutt'i Cristiani. I miei Stati offriranno agli eserciti francesi un libero e sicuro passaggio; i miei soldati, le mie galee, i miei tesori consagrati alla causa comune; e, oh come sarebbe invidiabile il mio destino, se giungessi a meritarmi ed ottenere la corona di martire! Mi mancano i termini per dipingervi con quanto ardore io desideri questa unione de' membri sparsi della Chiesa di Gesù Cristo. Se potesse a ciò contribuir la mia morte, offrirei con giubilo il mio capo e la spada mia per ferirlo; e se questa spirituale fenice dovesse nascere dalle mie ceneri, m'innalzerei la mia pira io medesimo e le metterei fuoco colle mie proprie mani». In mezzo a questi discorsi però l'Imperator greco si prese la libertà di notare che l'orgoglio e l'inconsideratezza de' Latini aveva inseriti quegli articoli di Fede, per cui le due Chiese divise trovavansi; biasimò la condotta servile e tirannica del primo Paleologo, protestando che non sommetterebbe mai la propria coscienza se non se ai liberi decreti di un Sinodo generale. «Le circostanze, egli continuava, son tali da non permettere nè al Papa, nè a me, di unirci o a Costantinopoli, o a Roma; ma ben può scegliersi una città marittima sui confini d'entrambi gl'Imperi per adunare i Vescovi e istruire i Fedeli dell'Oriente, e dell'Occidente». Contenti a tali proposizioni si mostrarono i Nunzj; e Cantacuzeno ostentò il massimo dolore nel vedere le sue speranze distrutte per la morte di Clemente, e pel diverso animo del successor di Clemente. Cantacuzeno visse ancor lungo tempo, ma rinchiuso in un chiostro, d'onde l'umile monaco non potea, che con preghiere a Dio, adoperare influenza sulla condotta del suo pupillo e sui destini dell'Impero[492]. [A. D. 1355] Ciò nulla meno di tutti i Principi di Bisanzo, niuno fuvvene più del pupillo Giovanni Paleologo proclive a ritornare all'obbedienza del romano Pontefice. La madre di lui, Anna di Savoia, era stata battezzata nel grembo della Chiesa latina, e se le nozze contratte con Andronico l'aveano costretta a cambiar nome, forme d'abito e culto, il cuor della medesima al suo paese e alla sua religione si manteneva fedele. Incaricatasi ella stessa di educare il proprio figlio, quando questi divenne adulto, almen di statura, se non di mente, continuò a lasciarsi governar dalla madre. Allorchè, per la rinunzia di Cantacuzeno, ei si trovò solo padrone della Monarchia greca, i Turchi comandavano sull'Ellesponto. Il figlio di Cantacuzeno adunava ribelli ad Andrinopoli, e questo Imperatore non potea fidarsi nè del suo popolo, nè di sè stesso. Così consigliato dalla madre, e colla speranza d'uno straniero soccorso, sagrificò i diritti della Chiesa e dello Stato; e s'incaricò un Italiano di portar segretamente al Pontefice l'atto di schiavitù[493] che l'Imperatore avea sottoscritto con inchiostro purpureo, e suggellato con bolla d'oro. Il primo articolo del Trattato stavasi in un giuramento di fedeltà e d'obbedienza ad Innocenzo VI e a' suoi successori Pontefici supremi della Chiesa cattolica e romana. Promettea l'Imperatore di porgere ai Nunzj, o Legati pontifizj, ogni sorte d'onori legittimamente ad essi dovuti, di far allestire un palagio per riceverli, una chiesa per le loro cerimonie; per ultimo di consegnare il suo secondogenito Manuele, come ostaggio e mallevadore di fedeltà. In contraccambio di tali concedimenti, chiedeva un pronto soccorso di quindici galee, di cinquecento armigeri, di mille arcieri che contro i suoi nemici Cristiani e Musulmani lo difendessero. Promise inoltre di far sottomessi i suoi popoli e il suo Clero all'autorità spirituale del romano Pontefice; e per vincere la resistenza ch'ei prevedeva per parte de' Greci, propose i due efficaci espedienti della educazione e della seduzione. Il Legato ottenea facoltà di distribuire i benefizi vacanti a quegli ecclesiastici che avrebbero sottoscritto il simbolo del Vaticano. Instituite tre scuole per insegnare alla gioventù di Costantinopoli la lingua e la dottrina dei Latini; il nome di Andronico, figlio dell'Imperatore ed erede dell'Impero, sarebbe comparso il primo nella lista degli studenti. In conclusione Paleologo, protestava che se tutte le sue sollecitudini fossero divenute superflue, se la forza e la persuasione non avessero bastato, egli si sarebbe reputato immeritevole della corona, trasferendo in tal caso ad Innocenzo tutta la sua autorità imperiale e paterna, e ampio potere di regolare la famiglia cesarea e l'Impero, e di prescrivere quelle nozze che ei giudicasse meglio ad Andronico, successore della greca Corona. Ma un tale Trattato non fu mai nè pubblicato, nè eseguito; e il soccorso de' Romani e la sommessione de' Greci non si stettero che nell'immaginazione di un imbelle Sovrano, salvato, pel solo segreto con cui si passarono le cose, dal pubblico disdoro di una inutile umiliazione. [A. D. 1369] Non andò guari ch'egli si vide cinto per ogni banda dall'esercito vittorioso de' Turchi, e perduta Andrinopoli e la Romania, ridotto alla sola Capitale, dovette prostrarsi vassallo dell'orgoglioso Amurat colla meschina speranza di essere l'ultima fra le prede di questo Selvaggio. In tale stato d'invilimento, si abbandonò alla risoluzione di veleggiare a Venezia, d'onde corse a gettarsi a' piedi del Santo Padre. Fu egli il primo Sovrano greco di Bisanzo che avesse ancora visitate le regioni incognite dell'Occidente; ma come sperar altrove consolazioni e soccorsi? E per altra parte, ei trovava minore umiliazione alla sua dignità il presentarsi dinanzi al Sacro Collegio, che alla Porta Ottomana. Dopo esserne stati per lungo tempo lontani, i Pontefici ritornavano allora dalle rive del Rodano a quelle del Tevere. Urbano V[494], Pontefice di un'indole mansueta e virtuosa, avendo incoraggiata, o permessa la peregrinazione dal Principe greco, il palagio del Vaticano ricevette nel medesimo anno due fantasmi d'Imperatori che rappresentavano, l'uno la maestà di Costantino, l'altro quella di Carlomagno. In tal supplichevole visita, il Sovrano di Costantinopoli, in cui ogni sentimento di vanità cancellato aveano le sciagure, portò la sommessione dei detti e delle forme oltre a quanto non potesse immaginare. Obbligato primieramente a sottoporsi ad un esame, riconobbe da buon cattolico, alla presenza di quattro Cardinali, la supremazia del Pontefice e la doppia successione dello Spirito Santo. Dopo questa purificazione, introdotto ad una udienza pubblica nella chiesa di S. Pietro; ove Urbano sedeasi in trono, circondato da un corteggio di Cardinali, il Principe greco, dopo tre genuflessioni, baciò devotamente il piede, indi la mano e finalmente la guancia del Santo Padre che celebrò alla presenza di lui una Messa solenne, gli permise tener la briglia della sua mula, e lo convitò a lauto banchetto nel Vaticano. A malgrado di questo amichevole a decoroso ricevimento, Urbano concedè qualche preferenza all'Imperator d'occidente[495], nè Paleologo ottenne il raro privilegio di cantar, come diacono, l'Evangelio[496]. Non si stette Urbano dall'eccitare lo zelo del Re di Francia e degli altri Sovrani d'Europa a favore del suo proselito: ma in troppe faccende li teneano i loro particolari litigi perchè alla causa generale volgessero la mente. Quindi l'Imperator greco si vide costretto a fondare le ultime sue speranze sopra un mercenario inglese Giovanni Hawkwood[497], o Acuto, che seguito da una banda di venturieri, intitolata la -Confraternita Bianca-, avea devastata tutta l'Italia dalle Alpi sino alla Calabria, vendeva i proprj servigi a chi pagar li voleva, ed era incorso in una giusta scomunica per avere assalita la residenza del Papa. A mal grado di ciò, fu autenticata dal consenso di Urbano tal negoziazione col masnadiero; ma trovatesi inferiori all'impresa le forze o il coraggio di Hawkwood, fu probabilmente ventura per Paleologo il rimanere privo di un soccorso, giusta ogni apparenza dispendioso, del certo insufficiente e forse pericoloso[498]. L'infelice Greco accingevasi ad abbandonare l'Italia[499], quando un umiliante ostacolo vel rattenne. Nel passar da Venezia, egli avea prese somme ragguardevoli ad esorbitante interesse; e il suo vôto erario non somministrandogli i modi di restituirle, gl'inquieti creditori lo arrestarono per sicurezza del lor pagamento. Invano l'Imperatore scriveva al suo primogenito reggente del Regno, di prevalersi d'ogni via, e di spogliare, se facea d'uopo, gli altari per sottrar suo padre ad una ignominiosa schiavitù. Non curante del paterno obbrobrio, lo snaturato figlio in suo cuor ne rideva. Lo Stato era povero, ostinato il Clero, qualche scrupolo religioso veniva a proposito per servir di pretesto ad una colpevole indifferenza. Manuele, fratello minore, dopo avere acremente rampognato il fratel primogenito di una negligenza così contraria alla natura e a tutti i doveri, vendè, o impegnò ogni suo possedimento, e imbarcatosi per Venezia, liberò il padre suo, offerendo la sua persona medesima per guarentigia delle somme da questo dovute (A. D. 1370). Di ritorno a Costantinopoli, e come Imperatore, e come padre, Paleologo usò con entrambi i figli a norma di quanto aveano meritato. Ma il pellegrinaggio di Roma, non avendo cambiati in alcuna guisa nè la Fede, nè i costumi di questo indolente Monarca, la sua apostasia, o conversione inefficace, quanto poco sincera, fu dai Greci e dai Latini dimenticata egualmente[500]. Trent'anni dopo il ritorno di Paleologo, gli stessi motivi fecero imprendere un viaggio in Occidente, ma più rilevante al Principe che gli succedè. Ho raccontato nel precedente capitolo il Trattato ch'ei fece con Baiazetto, la violazione di questo Trattato, l'assedio o blocco di Costantinopoli, e i soccorsi che gli spedirono i Francesi sotto i comandi del valoroso Boucicault[501]. Benchè Manuele avesse per via d'Ambasciatori implorato il soccorso de' Principi latini, fu creduto che la presenza di un Monarca infelice, moverebbe alle lagrime i più duri cuori[502] e ne otterrebbe soccorsi; nella quale speranza il Maresciallo, che insinuava questo viaggio all'Imperatore, lo precedè per disporre gli animi a ben accoglierlo. Comunque le comunicazioni di terra fossero interrotte dai Turchi, la navigazione di Venezia era aperta e sicura. Ricevuto in Italia, siccome primo, o almen secondo fra i Principi cristiani, eccitò la compassione che un -Confessore- e campion della fede si meritava, e tanto era il decoro di sua condotta, che una tal compassione in disprezzo non tralignò. Dopo Venezia, cercò Padova e Pavia, d'onde il Duca di Milano, benchè segretamente collegato con Baiazetto, lo fece accompagnare onorevolmente (A. D. 1400) sino alle frontiere de' suoi Stati[503]. Entrato nelle terre di Francia[504], gli ufiziali del Re s'incaricarono di scortarlo e di pensare a tutte le spese del suo viaggio. Una cavalcata di duemila de' più spettabili cittadini di Parigi, essendogli venuta incontro sino a Charenton, trovò a complimentarlo alle porte di Parigi il Cancelliere e il Parlamento, e Carlo VI, in mezzo ai Principi e a' suoi Nobili, abbracciò cordialmente il fratello. Il successore di Costantino fu vestito di un abito di seta bianca, e presentato di un sontuoso bianco palafreno, cerimoniale non indifferente presso i Francesi, che riguardano il color bianco come simbolo della Sovranità. Di fatto, l'Imperator d'Alemagna che nella sua ultima visita a quella Corte, avea chiesto con alterigia il medesimo onore, provò un rifiuto, e fu costretto a contentarsi di cavalcare un cavallo nero. Alloggiato al Louvre, Manuele godè di danze e di feste che l'una all'altra si succedevano, e dei piaceri della caccia e della tavola; perchè studiosissimi si mostrarono i Francesi di sfoggiare agli occhi del Principe straniero d'ogni magnificenza che potesse alcun poco divagarlo da' suoi dolorosi pensieri. Gli fu conceduto l'uso particolare di una cappella, onde molto maravigliarono, e si scandalezzarono forse i dottori della Sorbona, in udendo gli accenti, in vedendo le cerimonie e le vesti del Clero greco. A malgrado di ciò, ei potè fin dal primo istante accorgersi che ei non avea soccorsi a sperare dalla Francia. L'infelice Carlo VI non godea che di alcuni momenti di lucido intervallo, ricadendo subito nello stato di frenesia, o di stupidezza. Il Duca d'Orleans, fratello del Re, e il Duca di Borgogna, suo zio, s'impadronivano a vicenda delle, redini del governo, fatal concorrenza, da cui nacque ben presto la guerra civile. Il primo di questi due Principi, giovine e d'indole ardente, si abbandonava con impeto alla sua passione che il traeva alle donne e ai piaceri. Avrebbe potuto più giovare a Manuele il secondo; del quale era figlio Giovanni, conte di Nevers, liberato di recente dalla sua cattività presso i Turchi, e giovine intrepido che avrebbe di buon grado affrontati nuovi pericoli per cancellar questa taccia; ma più prudente il padre si era prefisso di starsene alle spese e ai pericoli della prima esperienza. Soddisfatta che ebbe Manuele la sua curiosità, e stancata fors'anche la pazienza dei Francesi, risolvè d'andarsene in Inghilterra. Nel trasferirsi da Douvres a Londra, ebbe onorevole accoglimento del Priore e dei monaci di S. Agostino di Cantorbery. A Blackheath, trovò il Re Enrico IV, che accompagnato da tutta la sua Corte, si portò a salutare il greco Eroe, così dice il nostro vecchio Storico, del quale trascrivo esattamente le espressioni, e per più giorni ricevè a Londra tale trattamento, quale all'Imperator d'Oriente addiceasi[505]. Ma l'Inghilterra era anche men della Francia in istato d'imprendere una Crociata, la questo medesimo anno, il Sovrano legittimo era stato privato del trono e messo a morte. L'ambizioso usurpatore, Enrico di Lancastre, divorato dall'inquietudine e da' rimorsi, non osava allontanar le sue truppe da un trono ognor vacillante per sommosse e cospirazioni; compianse, lodò, accarezzò l'Imperatore di Costantinopoli: ma se fece voto di prender la croce, fu senza dubbio per calmare il suo popolo, e fors'anche la sua coscienza, col darsi merito di questo pietoso disegno[506]. Colmato però di donativi e d'onori, il Principe greco vide una seconda volta Parigi, e dopo avere trascorsi due anni nelle Corti d'Occidente, e attraversata l'Alemagna e l'Italia, s'imbarcò a Venezia, aspettando pazientemente nella Morea l'istante della sua liberazione, o della sua rovina. Uno scisma intanto straziava la Chiesa latina. Due Papi, l'uno a Roma e l'altro ad Avignone, si disputavano l'obbedienza dei Re, delle nazioni, e delle corporazioni dell'Europa. L'Imperatore greco sollecito di non inimicarsi veruna fazione, si astenne da ogni corrispondenza con questi due rivali, immeritevoli entrambi e poco favoriti dalla pubblica opinione. Partì in tempo di Giubbileo, nè pensò attraversando l'Italia a chiedere, o a meritarsi l'Indulgenza plenaria, che cancella, senza obbligarli a penitenza, i peccati de' Fedeli. Offeso di questa trascuratezza il Papa di Roma, accusò Manuele di poco rispetto all'immagine di Gesù Cristo, esortando i Principi italiani ad abbandonare un pertinace scismatico[507]. [A. D. 1402] In tempo delle Crociate i Greci aveano considerato con terrore e sorpresa eguali il corso delle migrazioni che continue erano dai paesi per loro incogniti dell'Occidente. Le peregrinazioni degli ultimi Imperatori, avendo squarciato questo velo di separazione, impararono a conoscere meglio le poderose nazioni dell'Europa, nè più osarono insultarle colla denominazione di barbare. Uno Storico greco di quel secolo[508] ha conservate le considerazioni fatte dal Principe Manuele, e dai più curiosi osservatori che lo accompagnarono. Ho raccolte queste sparse idee per offrirle in compendio ai miei leggitori, ai quali forse non dispiacerà il vedere questo grossolano abbozzo di pittura dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, lo stato antico e moderno de' quali paesi è a noi così noto. «1. L'Alemagna, dice Calcocondila, è un vasto paese, che si estende da Vienna fino all'Oceano, da Praga in Boemia sino al fiume Tartesso e ai Pirenei[509]. (Non dubito che questa geografia ne parrà alquanto strana). Il suolo è assai fertile, benchè non produca nè fichi, nè olive: sano l'aere, gli uomini ben complessi e di vigorosa salute. Rare volte si provano in queste settentrionali contrade i flagelli della peste e del tremuoto. Dopo gli Sciti, o i Tartari, gli Alemanni, o Germani possono venir riguardati come le più numerose delle nazioni. Valorosi e pazienti, se tutte le loro forze obbedissero ad un solo Capo, non vi sarebbe popolo che ai medesimi potesse resistere. Hanno ottenuto dal Papa il privilegio di eleggere l'Imperator de' Romani[510]; e il Patriarca latino, non ha sudditi più zelanti o sottomessi degli Alemanni. La maggior parte di questi paesi è divisa fra Principi e Prelati. Ma Strasburgo, Colonia, Amburgo, e più di dugento città libere, formano altrettante Repubbliche confederate, rette da leggi giuste e sagge, e conformi all'interesse e alla volontà generale. I duelli, o singolari certami a piedi, vi sono in grande uso così in tempo di pace come di guerra. Eccellenti in tutte l'arti meccaniche i Germani, dobbiamo alla loro industria il trovato della polvere e de' cannoni, conosciuti oggidì dalla maggior parte de' popoli. 2. Il regno di Francia si estende all'incirca quindici, o venti giorni di cammino dall'Alemagna alla Spagna, e dalle Alpi sino al mare che separa la Francia dall'Inghilterra. Vi si trova grande copia di fiorenti città. Parigi, residenza dei Re, supera tutte le altre città in lusso e ricchezze. Molta mano di Principi e Signori si conducono alternativamente al palagio del Monarca, e lo riconoscono per loro Sovrano. I più potenti sono i Duchi di Brettagna e di Borgogna; il secondo di questi possede le ricche province della Fiandra, i cui porti veggonsi frequentati dai nostri trafficanti e da quelli de' più remoti paesi. La Nazione francese è antica ed opulenta; la sua lingua e le sue costumanze, benchè con qualche differenza, non si allontanano del tutto da quelle degl'Italiani. La dignità imperiale di Carlomagno, le vittorie riportate dai Francesi sui Saracini, le imprese de' loro eroi Olivieri ed Orlando[511] li fanno tanto superbi, che si credono il primo popolo dell'Occidente, ma tale insensata vanità è stata di recente umiliata dal sinistro esito della loro guerra contro gli Inglesi, abitatori dell'isola della Brettagna. 3. La Brettagna di rincontro alle coste di Fiandra, in mezzo all'Oceano, può considerarsi come una o tre isole congiunte per uniformità di costumi e di lingua sotto uno stesso Governo. La sua circonferenza è di cinquemila stadj; coperto il paese di un gran numero di città e di villaggi, produce poche frutta, e privo di viti, abbonda di orzo, di frumento, di mele e di lana. Vi si fabbricano da quegli abitanti molti tessuti di panni e di drappi. Londra[512] capitale, per lusso, ricchezza e popolazioni, vince tutte le altre città di Occidente. È situata sul Tamigi, fiume largo e rapido, che dopo trenta miglia sbocca nel mar della Gallia. Il flusso e il riflusso offrono ogni dì ai navigli di commercio la facilità di entrare in quel porto, e di uscirne senza pericolo. Il Re è Capo di una possente e torbida aristocrazia. I primarj vassalli possedono i loro feudi come franchi allodj ereditarj; le leggi determinano per essi i limiti dell'autorità e della obbedienza. Cotesto reame fu spesse volte lacerato dalle fazioni e conquistato dagli stranieri; pur gli abitanti ne sono coraggiosi, robusti, famosi in armi e vittoriosi alla guerra. I loro scudi somigliano a quelli degl'Italiani; le loro spade alle greche; il nerbo delle forze è posto nella molta abilità degli arcieri. Il loro linguaggio non ha veruna affinità cogli altri del Continente; ma nelle consuetudini del vivere, poco dai Francesi diversano. La principale singolarità delle lor costumanze, è il disprezzo della castità delle donne e dell'onor coniugale. Nelle visite scambievoli che si fanno, il primo atto di ospitalità è permettere agli ospiti gli amplessi delle mogli e delle figlie. Fra amici, si veggono chieste e date ad imprestito senza vergogna, e senza che siavi chi si formalizzi di questo stravagante commercio, e delle conseguenze inevitabili che ne derivano[513]». Istrutti siccome lo siamo noi degli usi dell'antica Inghilterra e certi della virtù delle nostre matrone, non possiamo starci dal sorridere sulla credulità, o dallo sdegnarci dell'ingiustizia dello Storico greco, che ha confuso, non v'ha dubbio, un decente amplesso di cerimonia[514] colle colpevoli dimestichezze, ma questa medesima ingiustizia, o credulità possono esserne utili coll'insegnarci ad aver per dubbie le descrizioni che, sui paesi stranieri e lontani da lor visitati, i viaggiatori ne offrono, e a non credere sì di leggieri que' fatti che ripugnano all'indole dell'uomo e ai sentimenti della natura[515]. [A. D. 1402-1417] Dopo la vittoria riportata da Timur, Manuele, tornato in Bisanzo, vi regnò diversi anni felicemente ed in pace; e finchè i figli di Baiazetto lo cercarono in amicizia e ne rispettarono i piccioli Stati, si tenne alla vecchia religione de' Greci, componendo ne' suoi ozj venti dialoghi teologici in difesa del suo passato contegno. Ma miglioratosi lo stato de' suoi vicini, gli Ambasciatori greci portarono al Concilio di Costanza[516] la contemporanea notizia del risorgimento della Potenza ottomana e della Chiesa latina in Costantinopoli. Le conquiste di Amurat e di Maometto aveano tornato ad avvicinare l'Imperatore al Vaticano; l'assedio di Costantinopoli lo fe' quasi convenire sulla duplice processione dello Spirito Santo; talchè appena Martino V spacciatosi da' suoi rivali, occupò solo la Cattedra Pontificia, tornò ad esservi fra l'Oriente e l'Occidente un'amichevole corrispondenza di lettere e di ambascerie (A. D. 1417-1425). L'ambizione da una banda, la sfortuna dall'altra, dettavano accenti di pace e di carità. Manuele ostentando la brama di maritare i sei Principi suoi figli con altrettante Principesse italiane, il Pontefice, non meno accorto di lui, s'adoprò tanto di far giungere a Costantinopoli la figlia del marchese di Monferrato, seguìta da un seducente corteggio di donzelle d'alto legnaggio, i cui vezzi pareano fatti per vincere la scismatica ostinatezza; sotto apparenze esterne di zelo era però facile accorgersi che non regnava se non se la falsità e alla Corte e presso la Chiesa di Costantinopoli. Secondo che più, o meno premeva il pericolo, l'Imperatore affrettava, o prolungava le sue negoziazioni; allargava, o restrigneva la facoltà dei suoi Ministri; si sottraeva da' Latini, se gli sembravano troppo incalzanti, coll'allegare il bisogno di consultare i Patriarchi e i Prelati, e l'impossibilità di adunarli in tempo che i Turchi teneano stretta la Capitale. Dall'esame degli atti pubblici, apparisce che i Greci insistessero su questi tre punti successivi, un soccorso, un Concilio, poi l'unione delle due Chiese; e che i Latini intanto, scansando il secondo, non volessero obbligarsi al primo, limitandosi a riguardarlo come conseguenza, e premio volontario del terzo; ma la relazione di un intertenimento privato di Manuele, ne spiegherà con maggior chiarezza l'enigma della condotta da esso tenuta, e le sue vere intenzioni. Verso il finir de' suoi giorni, l'Imperatore avea vestito della porpora Giovanni Paleologo II, figlio suo primogenito, nel quale fidavasi per la maggior parte delle cose spettanti al Governo. Trovandosi a colloquio col figlio collega (era sol presente lo storico Franza, ciamberlano favorito di Manuele[517]), lo stesso Manuele dilucidò al successore i veri motivi delle negoziazioni intavolate col Pontefice di Roma[518]. «Non ci rimane, egli dicea, altro salvamento contra i Turchi, fuor del timore che essi hanno di vederci uniti coi Latini, con quelle bellicose nazioni dell'Occidente, che al credere de' Maomettani, potrebbero collegarsi per la nostra liberazione. Tutte le volte, pertanto, che vi vedrete posto alle strette dagl'Infedeli, mostrate loro lo spauracchio di questa unione, proponete un Concilio, entrate in negoziazioni col Papa di Roma, ma traetele sempre in lungo, e tenete lontana la convocazione di quest'Assemblea, che non vi porterebbe alcuno vantaggio nè spirituale, nè temporale. Già nessuna delle due fazioni vorrebbe rimoversi addietro d'un passo, o ritrattarsi; superbi i Latini, ed ostinati i Greci. Volendo voi avverare l'unione delle due Chiese, non fareste che confermare lo scisma, inimicarle, ed esporci, senza rimedio, o speranza, alla discrezione de' Barbari». Poco soddisfatto di questa lezione, in cui però molto avvedimento scorgeasi, il giovine Principe si alzò, e, senza profferir parola, partì. -- Il prudente Monarca, continua il Franza, si pose a guardarmi, ripigliando indi così il suo discorso: -- «Mio figlio si crede una grande cosa, ed ha le idee vestite all'eroica; e, meschino! non sa che in questo sfortunato secolo niuna cosa offre campo nè all'eroismo, nè alla grandezza. Il suo animo audace potea giovare ne' tempi migliori de' nostri antenati. Lo stato presente ha men bisogno di un Imperatore, che d'un massaio ben attento a tener conto degli avanzi di questo nostro povero patrimonio. Non ho già dimenticate le vaste speranze ch'egli fondava sulla lega con Mustafà, e temo che l'imprudente ardimento di questo giovine, e, per dir tutto, anche la pietosa sua buona fede, affrettino il precipizio della nostra Casa e della nostra Monarchia». Intanto l'esperienza e l'autorità di Manuele valsero a scansare il Concilio, e a conservar la pace fino al settantottesimo anno della sua età, nel quale anno ci morì vestito d'abito monastico, dopo avere distribuite le sue preziose suppellettili ai figli, ai poveri, ai suoi medici e servi più favoriti. Andronico[519], secondogenito di Manuele, che aveva avuto per sua parte il principato di Tessalonica, morì di lebbra, poco dopo aver venduta questa città ai Veneziani, che ne furono con altrettanta prestezza spogliati dai Turchi. Per alcuni buoni successi de' Greci, accaduti ne' giorni più felici di Manuele, essendo tornato all'Impero il Peloponneso, ossia la Morea, quell'Imperatore avea fortificato l'Istmo per una estensione di sei miglia[520], circondandolo di una salda muraglia, fiancheggiata da cencinquantatre torri, che all'atto della prima invasione ottomana disparve. La fertile penisola avrebbe potuto bastare ai quattro giovani principi, Teodoro, Costantino, Demetrio e Tommaso; ma avendo questi estenuati gli avanzi delle loro forze in guerre civili, i vinti si rifuggirono nel palagio di Costantinopoli, ove vissero sotto la protezione e la dependenza del loro fratello Giovanni Paleologo II. [A. D. 1425-1437] Questo Principe, primogenito de' figli di Manuele, riconosciuto dopo la morte del padre solo Imperatore de' Greci, pensò per prima cosa a ripudiare la moglie, e a contrar nuove nozze colla Principessa di Trebisonda. La bellezza, agli occhi di questo Principe, era la più essenziale prerogativa che ornar dovesse una Imperatrice. Per ottenere il consenso del suo Clero, lo minacciò, se gli veniva negato il divorzio, di ritirarsi in un chiostro, e di rassegnare il trono al fratello suo Costantino. La prima, o per meglio dire la sola vittoria riportata da Paleologo, fu sopra un Ebreo[521], cui dopo una lunga e dotta disputa, convertì alla fede cristiana; rilevante conquista che venne accuratamente registrata nella Storia di que' tempi; ma tornò ben tosto nel disegno di unire le due Chiese, e senza riguardo ai suggerimenti lasciatigli dal padre, porse orecchio, a quanto apparve, di buona fede, alla proposta di venire a parlamento col Pontefice in un Concilio generale, da tenersi al di là del mare Adriatico. Martino V incoraggiava questo pericoloso divisamento; Eugenio, successor di Martino, diede freddamente opera a tale bisogna, sintanto che dopo una languida negoziazione, l'Imperatore ricevè una intimazione per parte di un'Assemblea che assumeva diverso carattere, l'Assemblea de' Prelati independenti di Basilea[522], intitolatisi i giudici e i rappresentanti della Chiesa cattolica. Il Pontefice romano avea difesa e guadagnata la causa della ecclesiastica libertà; ma il Clero vittorioso, si trovò ben tosto esposto alla tirannide del suo liberatore, che dalla dignità del suo carattere era posto in sicurezza contro quell'armi che sì efficacemente adoperava a danno delle civili magistrature. Le appellazioni annichilavano la -Grande Carta-, ossia il diritto di elezione del Pontefice; diritto cui le -commende-, e le sopravvivenze, toglievano forza; onde il clero si trovava obbligato a cedere a clausole arbitrarie[523] le proprie prerogative. La Corte di Roma instituì una vendita pubblica, intesa ad arricchire i Cardinali e i favoriti del Pontefice delle spoglie di tutte le nazioni, che vedeano i principali benefizj de' lor territorj accumularsi su persone straniere e lontane. Intantochè dimorarono ad Avignone, l'ambizione de' Papi in avarizia e dissolutezza si trasformò[524]. Rigidi nell'imporre sul Clero il tributo delle decime e de' primi frutti, tolleravano poi apertamente l'impunità dei vizj, dei disordini, della corruttela; i quali scandali, il grande scisma di Occidente (A. D. 1377-1429), durante oltre un mezzo secolo, moltiplicò. Ne' violenti loro litigi, i Pontefici di Roma e di Avignone pubblicavano scambievolmente i vizj del loro rivale, e intantochè il precario stato loro inviliva l'autorità, allentava il freno della disciplina, i lor bisogni e le loro vessazioni aumentava. A guarire i mali della Chiesa e a rialzarne la dignità, vennero tenuti successivamente i Sinodi di Pisa e di Costanza[525], le quali grandi Assemblee (A. D. 1414-1418), sentendo la propria forza, deliberarono restituire alla cristiana Aristocrazia i suoi privilegi. Laonde i Padri di Costanza, pronunciata una personale sentenza contra due Pontefici cui non vollero riconoscere, rimossero, con una nuova sentenza, quel medesimo, che aveano chiarito loro Sovrano. Proceduti indi a limitare l'autorità del Pontefice, non si separarono prima di aver sottomesso il Capo della Chiesa alla supremazia di un Concilio generale. Venne sancito che a fine di riformare e mantenere la Chiesa, si convocherebbero regolarmente queste Assemblee ad un tempo prefisso, e che ciascun Sinodo prima di sciogliersi, additerebbe il tempo e il luogo dell'adunata futura. Non riuscì difficile alla Corte romana lo scansarsi dal convocare il Concilio di Siena, ma la vigorosa fermezza (A. D. 1431-1443) del Concilio di Basilea[526], non fu per poco fatale ad Eugenio IV, Pontefice regnante. I Padri che i disegni di lui aveano presentiti, si affrettarono a pubblicare con un primo decreto, che i rappresentanti della Chiesa militante, aveano giurisdizione spirituale, o divina su tutti i Cristiani, non eccettuato da questi il Pontefice, chiarendo inoltre non potersi sciogliere, protrarre, o trasferire da un luogo ad un altro un Concilio, se non se dopo una discussione libera e il consenso degli adunati. Non essendosi perciò Papa Eugenio ristato dal fulminare la sua Bolla di scioglimento, osarono indirigere intimazioni, rimproveri e minacce al ribelle successor di S. Pietro[527]; e poichè gli ebbero dato con lunghe dilazioni il tempo a pentirsi, gli notificarono che se prima di un termine perentorio di sessanta giorni non si sommettea, intendeano interrotta ogni autorità temporale ed ecclesiastica del medesimo; e affinchè la loro giurisdizione comprendesse il Sovrano ed il Sacerdote, impadronitisi del governo di Avignone, promulgarono invalida l'alienazione del patrimonio sacro, e proibirono il farsi in Roma qualunque riscossione d'imposte a nome del Papa; ardimento che ebbe per se non solo l'opinione generale del Clero, ma l'approvazione e la protezione de' primarj fra i Monarchi della Cristianità. L'Imperatore Sigismondo si professò servo e difensore del Sinodo; l'esempio di lui l'Alemagna e la Francia seguirono; il Duca di Milano era personale nemico di Eugenio; una sommossa del popolo di Roma 1 ' ( - ' - , , . 2 , . ) . 3 4 [ ] 5 , , 6 ; 7 ' , 8 ' . 9 10 [ ] ' , - . - - - ( . 11 - ) , , - - ( . 12 ) ; 13 , . 14 15 [ ] - . - ( . , . ) , 16 - , - , 17 . 18 19 [ ] , 20 , ( . , . 21 - ; . , . - ) . 22 ; ' , 23 , . 24 ' 25 . 26 27 [ ] ( . 28 , . , . - ) - , ' 29 ; 30 ? ( ' . ) 31 32 [ ] ( . , . - ) ( . , . - ) 33 ' 34 ' . 35 36 [ ] , 37 - ( - - ) 38 ( . , . , . ) ; 39 , , 40 . ; 41 ( - . - , - . - , . 42 , . ) ; 43 , 44 ( , - - . , . , . ) . 45 , - - , 46 , , . 47 48 [ ] , ' , 49 ' . , 50 - , 51 ( - - , . , . , ) . 52 53 [ ] 54 ( - . - , . ) . 55 ( . , . ) , 56 . 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