marito dovea per obbligo star presente allorchè il secondo godea della
moglie ripudiata dall'altro (-Stato dell'Impero Ottomano-, Richauld, l.
II, c. 21).
[420] Arabshà attribuisce particolarmente ai Turchi il dilicato
riguardo, comune a tutti gli Orientali, di non parlare mai in pubblico
delle lor donne; ed è quasi da maravigliarsi che Calcocondila abbia
avuta qualche conoscenza e sul pregiudizio de' Turchi, e sulla natura
dell'insulto.
[421] Circa allo stile de' Mongulli, -V.- le -Instituzioni- (p.
131-147), quanto ai Persiani, si consulti la -Biblioteca orientale- (p.
882); non trovo per altro nè che gli Ottomani abbiano assunto il titolo
di Cesari, nè che gli Arabi lo abbiano mai dato ai medesimi.
[422] -V.- i regni di Barkok e di Faragio nel De Guignes (t. IV, l. 22),
che ha tolto dai testi di Abul-Mahasen, di Ebn-Sciunà e di Aintabi,
alcuni fatti da noi aggiunti ai nostri materiali.
[423] Intorno a questi fatti recenti ed interni, possiamo fidarci ad
Arabshà, benchè in altre occasioni si mostri molto parziale (t. I, cap.
64-68; t. II, c. 1-14). Timur dovea certamente comparire odioso ad un
uomo nato in Sorìa; ma la notorietà de' fatti era tale, che avrebbe
obbligato questo scrittore a rispettare se non il suo nemico, la verità.
Le invettive ch'ei move contro Timur servono a temperare la ributtante
adulazione di Serefeddino.
[424] Sembra che Arabshà abbia copiate queste curiose conversazioni (t.
I, c. 68, p. 625-645) dal Cadì o storico Ebn-Sunà, uno de' principali
attori; ma come potea questi viver settantacinque anni dopo le narrate
cose? (d'Herbelot p. 772)
[425] Serefeddino (l. V, c. 29-43) e Arabshà (t. II, c. 15-18) narrano
le spedizioni e le conquiste di Timur nell'intervallo tra la guerra di
Sorìa e l'ottomana.
[426] Questo numero di ottocentomila è tolto da Arabshà, o piuttosto da
Ebn-Sunà (-ex rationario Timuri-) che fonda i suoi racconti sulla
testimonianza di un ufiziale carizmio (t. I, cap. 68, p. 617); ed è cosa
meritevole di osservazione che Franza, Storico greco, non aggiugne a
questo computo più di ventimila uomini. Il Poggio ne conta un milione;
un altro contemporaneo latino (-Chron. Tarvisianum-, -V.- Muratori, t.
IX, p. 800) ne conta un milione centomila; e un soldato alemanno che
trovavasi alla battaglia di Angora, attesta il prodigioso numero di un
milione seicentomila (Leunclavius, -ad- Calcocond., l. III, p. 82).
Timur, nelle sue -Instituzioni-, non si è degnato calcolare nè le sue
truppe, nè i suoi sudditi, nè le sue rendite.
[427] Il Gran Mogol per vanità, e a profitto de' suoi ufiziali, lasciava
immensi vôti negli specchi de' suoi eserciti. Il Sere di Bernier,
Penge-Hazari, era comandante di cinquemila cavalli che si riducevano a
cinquecento (-Voyages-, tom. I, p. 288, 289).
[428] Lo stesso Timur fa ascendere a quattrocentomila uomini il numero
degli Ottomani (-Istit.-, p. 153 ). Franza lo riduce a cencinquantamila
(lib. I, c. 29), il Soldato alemanno lo vuole di un milione e
quattrocentomila. Sembra evidente che l'esercito de' Mongulli fosse più
numeroso.
[429] Non è inutile il calcolare la distanza fra Angora e le città
vicine colle giornate di carovana, ciascuna delle quali è di venticinque
miglia. Da Angora a Smirne venti, a Kiotaia dieci, a Bursa dieci, a
Cesarea otto, a Sinope dieci, a Nicomedia nove, a Costantinopoli dodici
o tredici (-V.- i -Viaggi di Tournefort al Levante-, t. II, let. XXI).
[430] -V.- I Sistemi di Tattica nelle -Instituzioni-; gli editori
inglesi (p. 373-407) vi hanno aggiunte accuratissime Tavole per
agevolarne l'intelligenza.
[431] «Il Sultano medesimo, dice Timur, dee mettere coraggiosamente il
suo piede nella -staffa della pazienza-»: Metafora tartara che è stata
omessa nella traduzione inglese e conservata dal traduttor francese
delle -Instituzioni- (p. 156, 157).
[432] Serefeddino afferma che Timur si valse del fuoco greco (l. V, cap.
47); ma l'universale silenzio de' contemporanei combatte lo stravagante
sospetto venuto al Voltaire, il quale suppone che Timur mandasse a Dely
diversi cannoni su di cui si trovassero scolpiti ignoti caratteri.
[433] Timur ha dissimulata questa sì rilevante negoziazione co' Tartari;
ma la confermano evidentemente le testimonianze degli Annali arabi (t.
I, c. 47, p. 391), degli Annali turchi (Leunclav. p. 321) e degli
Storici persiani (Kondemir, presso il d'Herbelot, p. 882).
[434] Nella guerra di Rum, o della Natolia, ho aggiunti alcuni fatti,
tolti dalle -Instituzioni-, al racconto di Serefeddino (l. V, c. 44-65)
e di Arabshà (tom. XI, c. 20-35). Sol in quanto si riferisce a questa
parte della storia di Timur, si possono citare gli Storici turchi
(Cantemiro, p. 53-55, -Annali- di Leunclavio, pag. 320-322) e i Greci
(Franza, l. I, c. 29; Duca, c. 15-17; Calcocondila, l. III).
[435] Il Voltaire che nella sua opera -Essai sur l'Histoire générale-
(c. 88) ricusa questa favola popolare, dà una prova del suo scetticismo
ordinario, per cui soprattutto è poco proclive a credere quanto è
eccesso così nei vizj come nelle virtù; incredulità spesse volte fondata
sulla ragione.
[436] -V.- La Storia di Serefeddino (l. V, c. 49-52, 53-59, 60), Opera
terminata a Siraz nell'anno 1424, e dedicata a Ibraim, figlio di Sarok,
figlio di Timur, che, vivendo tuttavia il padre, regnava sul Farsistan.
[437] Dopo aver letto Kondemir, Ebn-Sunà ec., il dotto d'Herbelot
(-Bibl. orient.-, p. 882) può ben affermare a suo grado non trovarsi
questa favola in nessuna autentica Storia; ma col negare che Arabshà
l'abbia in modo aperto adottata, rendè assai dubbiosa la sua critica
precisione.
[438] «-Et fui lui-même- (Baiazetto) -pris et mené en prison, en
laquelle mourut de- dure mort» (-Mém.- de Boucicault, parte I, c. 37).
Queste Memorie vennero composte in tempo che il Maresciallo era tuttavia
governatore di Genova, d'onde venne scacciato nel 1409 in conseguenza di
una sedizione o sommossa del popolo (Muratori, -Ann. d'Ital.-, t. XII,
p. 473, 474).
[439] Il leggitore troverà un soddisfacente racconto della vita e delle
opere del Poggi nella -Poggiana-, Opera aggradevole del signor Lenfant,
e nella -Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis- di Fabrizio (t.
V, pag. 305-308). Il Poggi nato nel 1380, morì nel 1459.
[440] Il dialogo -De varietate fortunae-, del quale nel 1723 è stata
pubblicata a Parigi una compiuta ed elegante edizione in 4., fu composta
poco prima della morte di Papa Martino V (p. 5), e quindi verso l'anno
1430.
[441] Vedi elogio luminoso ed eloquente di Timur! (p. 36-39) -Ipse enim
novi-, dice il Poggi, -qui fuere in ejus castris.... Regem vivum cepit,
caveaque in modum ferae inclusum per omnem Asiam circumtulit egregium
admirandumque spectaculum fortunae-.
[442] -Chronicon Tarvisianum- (in Muratori, -Script. rerum ital.-, t.
XIX, pag. 800) e gli -Annales Estenses- (t. XVIII, p. 974). I due
autori, Andrea De Redusii da Quero e Giacomo di Delaito, erano
contemporanei, ed entrambi Cancellieri, l'uno di Treviso e l'altro di
Ferrara. La testimonianza del primo è più asseverante.
[443] -V.- Arabshà, t. II, c. 28-34, che viaggiò -in regiones Rumaeas-,
A. H. 839; A. D. 1435, 27 Luglio (t. II, c. 2, pag. 13).
[444] Busbequius, -in legatione turcica-, -epist.- 1, p. 52. Questa
rispettabile autorità viene un poco indebolita dalle susseguenti nozze
di Amurat II con una Serviana, e di Maometto II, con una Principessa
dell'Asia (Cant., p. 83-93).
[445] -V.- Giorgio Franza (l. 1, c. 29) e la sua vita in Hank (-De
scriptor. byzant.- pag. 1, c. 40). Calcocondila e Duca parlano vagamente
delle catene di Baiazetto.
[446] -Annales- Leunclav., pag. 321. Pococke, -Prolegom. ad- Abulphar.
-Dynast.-; Cantemir, p. 55.
[447] Un Sapore, Re di Persia, essendo stato fatto prigioniero
Massimiano o Galerio Cesare, lo rinchiuse entro una vacca artificiale,
coperta della pelle di uno di questi animali. Tale è almeno la favola
raccontata da Eutichio (-Annal.-, tom. 1, p. 431, -vers.- Pococke). Il
racconto della vera Storia (-V.- il secondo volume della presente Opera)
ne insegnerà ad apprezzare l'erudizione orientale di tutt'i secoli che
precedettero l'Egira.
[448] Arabshà (t. II, c. 25) descrive come può farlo un viaggiatore
curioso e giudizioso ad un tempo, gli stretti di Gallipoli e di
Costantinopoli. Per procacciarmi una giusta idea di cotesti avvenimenti
ho confrontato i racconti de' pregiudizi dei Mongulli, de' Turchi, de'
Greci e degli Arabi. L'ambasciatore di Spagna parla dell'unione de'
Cristiani cogli Ottomani per la difesa comune (-Vita di Timur-, p. 96).
[449] Quando il titolo di Cesare passò nel Sultano di Rum, i Principi
greci di Costantinopoli (Serefeddino, l. V, cap. 54), vennero confusi
co' piccioli Sovrani cristiani di Gallipoli e di Tessalonica col titolo
di Tekkur, per corruzione da του κυριου, -signore- (Cantemiro, p. 51).
[450] -V.- Serefeddino (l. V, c. 4) che descrive in un esatto Itinerario
la strada della Cina, sol vagamente, e con frasi di retore, indicata da
Arabshà (t. II, c. 33).
[451] -V. Synopsis Hist. Sinicae-, pag. 74-76. Nella quarta parte delle
relazioni del Thevenot, Du Halde (-Hist. de la Chine-, t. I, p. 507,
508, ediz. -in-fol.-); e per la cronologia degl'Imperatori cinesi, il De
Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p. 71, 72).
[452] Circa al ritorno, al trionfo e alla morte di Timur, -V.-
Serefeddino (l. VI, c. 1-30) e Arabshà (t. II, c. 35-47).
[453] Serefeddino (l. VI, c. 24) accenna gli Ambasciatori di uno de' più
possenti Sovrani dell'Europa, che noi sappiamo essere stato Enrico III,
Re di Castiglia. La relazione delle due ambascerie di questo Monarca,
non priva di vaghezza, trovasi in Mariana (-Hist. Hispan.-, l. XIX, c.
11, p. 329, 330; -Osservazioni sulla Storia di Timur-Bek-, pag. 28-33).
Sembra ancora esservi stata qualche corrispondenza fra l'Imperatore
Mongul e la Corte di Carlo VII Re di Francia (-Hist. de France - par
Velli e Villaret, t. XII, p. 336).
[454] -V.- la traduzione della relazione persiana di questa ambasceria
nella quarta parte delle relazioni del Thevenot. Gli Ambasciatori
portarono in dono all'Imperatore della Cina un vecchio cavallo che Timur
avea cavalcato. Partirono dalla Corte di Herat nel 1419, e vi
ritornarono da Pechino nel 1422.
[455] -V.- Arabshà (t. II, c. 96). I colori più splendenti o più miti
son tolti da Serefeddino, dal d'Herbelot e dalle -Instituzioni-.
[456] Da trentadue pezzi e sessantaquattro case, egli portò il suo nuovo
giuoco a cinquantasei pezzi e centodieci o centotrenta case; ma, eccetto
la Corte di Timur, l'antico giuoco degli scacchi parve già composto
abbastanza. L'Imperatore Mongul mostravasi piuttosto contento che
corrucciato quando perdea con un de' suoi sudditi, e un giuocatore di
scacchi può apprezzare tutto il valore di questo elogio.
[457] -È vero che uomo- ortodosso -altro non vuol dire, che uomo di
retta opinione; ma, i Cristiani cattolici non applicano l'aggettivo
greco- ortodosso, -che ad un Cristiano cattolico, per qualificarlo di
retta opinione, o credenza, e per distinguerlo da eretico, che vuol dire
il contrario; questi vocaboli ebbero, ed hanno il potere di determinare
l'opinione generale senza esame, e ciò è cosa comodissima.- (Nota di N.
N.)
[458] -V.- Serefeddino (l. V, c. 13-25). Arabshà (t. II, c. 96, p.
801-803) accusa d'empietà l'Imperatore e i Mongulli che preferiscono
l'Yacsa, o la legge di Gengis (-cui Deus maledicat-) allo stesso Corano;
nè vuol credere che l'autorità e l'uso di questo codice Pagano sieno
stati da Sarok aboliti.
[459] Oltre ai passi di questo sanguinoso racconto, il leggitore può
ricordarsi la nota 2, pag. 382 del sesto volume di questa Storia, ove ho
parlato di Timur, e vi troverà un calcolo di circa trecentomila teste
che servirono di monumento alla sua crudeltà. Fuorchè nella tragedia di
Rowe del 5 novembre, io non mi sarei mai aspettato udir gli encomj
dell'-amabile moderazione- di Timur (-Prefaz.- di White, p. 7). Però si
può perdonare un impeto di generoso entusiasmo in chi legge, e molto più
in chi pubblica le -Instituzioni-.
[460] Vedansi gli ultimi Capitoli di Serefeddino, Arabshà e De Guignes
(-Hist. des Huns-, t. IV, l. XX; -Storia di Nadir-Sà- di Fraser, p.
1-62). La Storia dei discendenti di Timur vi è superficialmente narrata,
e mancano la seconda e terza parte di Serefeddino.
[461] Sà-Allum, attuale Mogol, è il decimoquarto discendente di Timur,
venuto da Miran-Sà, terzo figlio di questo conquistatore. -V.- Dow nel
secondo volume della -Storia dell'Indostano-.
[462] Il racconto delle guerre civili dalla morte di Baiazetto fino a
quella di Mustafà, trovasi in Demetrio Cantemiro (p. 58-82) presso i
Turchi; presso i Greci, in Calcocondila (l. IV e V); in Franza (l. I, c.
30-32) e in Duca (c. 18-27). Quest'ultimo Storico si mostra meglio
istrutto e racconta maggiori particolarità.
[463] -V.- Arabshà (t. II, c. 26), la cui testimonianza in questo luogo
non ammette eccezione. Anche Serefeddino attesta l'esistenza di Isa, del
quale i Turchi non fanno parola.
[464] Arabshà, -loc. cit.-; Abulfeda, -Geog. Tab.- XVII, p. 302,
Busbequius, -epist.- 1, pag. 96, 97, -in Itinere C. P. et Amasiano-.
[465] Duca, Greco contemporaneo, loda le virtù d'Ibraimo (c. 25). I suoi
discendenti sono i soli Nobili della Turchia, contenti di amministrare
le pie fondazioni dei loro antenati ed esenti da qualsivoglia pubblico
uffizio. Il Sultano va a visitarli due volte l'anno (Cantemiro, p. 77).
[466] -V.- Pachimero (l. V, 29), Niceforo Gregoras (l. II, c. 1),
Serefeddino (l. V, c. 57) e Duca (c. 25). L'ultimo di questi Scrittori,
osservatore esatto ed attento, merita fede soprattutto in quanto
all'Ionia e alle sue isole si riferisce. Fra le nazioni che abitavano la
novella Focide, nomina gli Inglesi (Ιγγληνοι, -Ingleni-). Citazione che
attesta l'antichità del commercio del Mediterraneo.
[467] Sul sistema di navigazione e sulla libertà dell'antica Focide, o
piuttosto de' Focei, si consultino il primo libro di Erodoto e l'Indice
geografico dell'ultimo e dotto traduttore francese di questo illustre
Greco, il sig. Larcher (t. VII, p. 299).
[468] Plinio (-Hist. natur.-, XXXV, 52) non comprende la Focide fra i
paesi che producono l'allume. Egli nomina primieramente l'Egitto, indi
l'isola di Melos, le cui miniere di allume sono state descritte dal
Tournefort (t. I, let. IV), uomo del pari commendevole e come
viaggiatore, e come naturalista. Dopo avere perduta la Focide, i
Genovesi scopersero nel 1459 questo prezioso minerale nell'isola
d'Ischia (Ismaël Bouillaud, -ad Ducam-, c. 25).
[469] Fra tutti gli Scrittori che hanno vantata la favolosa generosità
di Timur, quegli che ha maggiormente abusato di una tale supposizione, è
senza dubbio l'ingegnoso Ser Guglielmo Temple, ammiratore per massima
d'ogni virtù posta fuori del suo paese. Dopo avere conquistata la
Russia, e passato il Danubio, a udir lui, l'Eroe tartaro libera, visita,
ammira e ricusa la Capitale di Costantino. Qual disgrazia che il
seducente pennello di questo Scrittore si scosti ad ogni linea dalla
storica verità! pur le sue ingegnose finzioni si possono ancora perdonar
meglio de' grossolani errori del Principe Cantemiro (-V.- le sue
-Opere-, vol. III, pag. 349, 350, edizione in 8.).
[470] Intorno i regni di Manuele e di Giovanni, di Maometto I e di
Amurat II, V. la -Storia ottomana- di Cantemiro (p. 70-95), e i tre
scrittori greci Calcocondila, Franza e Duca, da preferirsi sempre
quest'ultimo ai suoi rivali.
[471] L'-aspro- de' Turchi derivato dalla parola greca (ασπρος) è,
o era una piastra di metallo bianco, o d'argento, il cui prezzo
è assai invilito ai dì nostri; ma che allora valeva almeno la
cinquantaquattresima parte di un ducato, o zecchino di Venezia, e i
trecentomila -aspri-, si riguardino come pensione, o come tributo,
equivalgono in circa a duemila cinquecento lire sterline (Leunclavius,
-Pandect. turc.- p. 407, 408).
[472] Intorno all'assedio di Costantinopoli del 1422, -V.- la
-relazione- distinta e contemporanea di Giovanni Canano, pubblicata da
Leone Allazio in fine della sua ediz. di Acropolita (p. 188, 189).
[473] Cantemiro (pag. 80). Canano che indica Seid-Besciar senza dirne il
nome, suppone che l'amico di Maometto si prendesse qualche libertà
erotica sullo stile del suo maestro, e che al Santo e ai suoi discepoli
fossero state promesse le più avvenenti monache di Costantinopoli.
[474] Il -traviamento del- Dervis -è l'effetto o d'una immaginazione
riscaldata e ingannata dalla propria credulità, o un'impostura
artificiosa; ma la Madonna, che noi crediamo aver fatto molti miracoli,
poteva fare anche l'indicato, e non v'era bisogno di scherzi.- (Nota di
N. N.)
[475] Per farne credere questa miracolosa apparizione, Canano si riporta
alla testimonianza medesima del Santo dei Turchi; ma chi si farà
mallevadore a noi per questo Santo?
[476] -V.- Rychauld (l. I, c. 13). I Sultani turchi si danno il titolo
di Kan. Non pare per altro che Abulgazi riconosca gli Ottomani per suoi
cugini.
[477] Il terzo fra i Visiri, Kiuperli, ucciso alla battaglia di
Salankanen nel 1691 (Cantemiro, p. 382), osò dire che tutti i successori
di Solimano erano stati imbecilli, o tiranni, e venuto il tempo di
spegnerne la discendenza (Marsigli, -Stato militare-, pag. 28). Questo
eretico in politica era uno zelante repubblicano, che sostenea la causa
della Rivoluzione inglese contro l'Ambasciatore di Francia (Mignot,
-Hist. des Ottomans-, t. III, pag. 434); osava ancora mettere in
ridicolo il singolare privilegio che rende le cariche e le dignità
ereditarie nelle famiglie.
[478] Calcocondila (l. V) e Duca (cap. 23) ne offrono un grossolano
abbozzo della politica ottomana, dandone ad un tempo a conoscere la
metamorfosi de' fanciulli cristiani in soldati turchi.
[479] Questo saggio della disciplina e della educazione dei Turchi è
tolto principalmente dall'-Etat de l'Empire ottoman- di Richaut, dallo
-Stato militare dell'Impero ottomano- del Conte Marsigli, (ediz.
dall'Aia, 1732 -in folio-) e da una -Description du Sérail-, approvata
dallo stesso sig. Greaves, attento viaggiatore, e pubblicata nel secondo
volume della sua Opera.
[480] Osservando la Nota dei centoquindici Visiri stati fino al momento
dell'assedio di Vienna (Marsigli, pag. 13), la loro carica può
riguardarsi come un contratto per tre anni e mezzo.
[481] -V.- le giudiziose e dilettevoli lettere del Busbek.
[482] Il primo e secondo volume de' -Saggi chimici- del Dottore Watson
contengono due preziosi discorsi intorno alla scoperta e alla
composizione della polvere.
[483] Intorno a ciò non possiamo gran che fidarci sull'autorità de'
moderni. È vero che il Ducange ha raccolti i passi originali (-Gloss.
lat.-, t. I, pag. 675, -Bombarda-); ma in mezzo alla luce dubbiosa che
da questi primi Scrittori ne vien tramandata, osserviamo che le
denominazioni, i contrassegni dello strepito, del fuoco, e d'altri
effetti che sembrano indicare la nostra artiglieria, potrebbero ancora
convenire alle macchine degli Antichi e al fuoco greco. Quanto al
cannone, di cui gli Inglesi, dicesi, fecero uso alla battaglia di Crécy,
l'autorità di Giovanni Villani (-Cron.-, l. XII, c. 65) parmi
contrabbilanciata dal silenzio del Froissard. Nondimeno il Muratori
(-Antiq. Italiae medii aevi-, t. II, -Dissert.- 26, p. 514, 515) ne
offre un passo decisivo del Petrarca (-De remediis utriusque Fortunae
dialog.-), il quale nell'anno 1344 malediceva questa folgore
artifiziale, -nuper rara, nunc communis-.
[484] Il cannone de' Turchi che Duca fa comparire (c. 30) per la prima
volta dinanzi a Belgrado nel 1436, giusta Calcocondila (l. V, p. 123),
servì nel 1422 all'assedio di Costantinopoli.
CAPITOLO LXVI.
-Sollecitazioni degl'Imperatori d'Oriente appo i Pontefici.
Viaggi di Giovanni Paleologo I, di Manuele e di Giovanni II alle
Corti dell'Occidente. Unione delle Chiese greca e latina
proposta nel Concilio di Basilea, ed eseguita a Ferrara e a
Firenze. Stato della letteratura a Costantinopoli. Suo
rinascimento in Italia, ove i Greci fuggiaschi la trasportarono.
Curiosità ed emulazione de' Latini.-
[A. D. 1339]
Durante i quattro ultimi secoli dell'Impero, i contrassegni or di
considerazione, or di nimistà che verso il Pontefice i greci Principi
manifestarono, potrebbero riguardarsi come il termometro delle loro
angustie, o della loro prosperità, dell'innalzamento, o della caduta
delle barbare dinastie. Allorchè i Turchi Selgiucidi, invadendo l'Asia,
minacciarono Costantinopoli, abbiamo veduto gli Ambasciatori d'Alessio
implorare al Concilio di Piacenza la protezione del Padre comune de'
Cristiani. Non appena i pellegrini francesi ebbero respinto ad Iconium
il Sultano di Nicea, gl'Imperatori di Bisanzo riassunsero, o dal
dissimularlo si stettero, il loro astio e connaturale disprezzo verso
gli scismatici dell'Occidente: imprudenza che la caduta del loro Impero
affrettò. Il tuono mansueto ed affettuoso di Vatace contrassegna l'epoca
dell'invasione de' Mongulli. Dopo la presa di Costantinopoli, e fazioni,
ed estranei nemici crollarono il trono del primo Paleologo. Finchè la
spada di Carlo gli stette sospesa sul capo, corteggiò abbiettamente il
Pontefice, sacrificando al pericolo del momento la sua fede, la virtù e
l'affetto de' sudditi. Dopo la morte di Michele, il Principe e il popolo
sostennero l'independenza della loro Chiesa e la purezza del greco
simbolo. Andronico il Vecchio nè temeva, nè amava i Latini: nell'ultime
sue sventure, l'orgoglio francheggiò le sue superstizioni, perchè non
potea decentemente ritrattare, sul finir di sua vita, le opinioni che
avea con fermezza negli anni della gioventù sostenute. Andronico il
Giovane, invilito e dallo stato in cui si trovava, e per indole propria,
al primo vedere la Bitinia invasa dai Turchi, sollecitò una Lega
spirituale e temporale co' Principi dell'Occidente. Dopo cinquant'anni
di separazione e silenzio, il frate Barlamo venne segretamente deputato
al Papa Benedetto XII con insidiose istruzioni, che scritte pareano
dall'abile mano del Gran Domestico[485]. «Santissimo Padre, il monaco
gli dicea, l'Imperatore non desidera meno di voi l'unione delle due
Chiese: ma in un'impresa sì delicata si vede costretto a rispettare la
propria dignità e i pregiudizj de' sudditi. Due temperamenti sonovi da
adoprarsi, la forza, o la persuasione. L'insufficienza del primo è già
dimostrata abbastanza dalla esperienza, perchè i Latini hanno soggiogato
l'Impero senza poter cambiare l'opinione degli abitanti. La persuasione,
più lenta, offre ad un tempo una via più salda e sicura. Trenta, o
quaranta de' nostri dottori deputati appo voi, si accorderebbero forse
con quelli del Vaticano nell'amore della verità e nell'unità del
Simbolo. Ma di ritorno alla patria, qual sarebbe il frutto, o il
guiderdone delle loro pratiche? Lo sprezzo de' confratelli, e i
rimproveri di una cieca ed ostinata nazione. Cionnullameno i Greci han
per costume di rispettare i Concilj generali, da cui determinati vennero
gli articoli di nostra Fede; e se i decreti di Lione ricusano[486], ne è
stata cagione il non volere nè ascoltare, nè ammettere i rappresentanti
della Chiesa orientale in quest'arbitraria adunata. A compiere una così
pia impresa, gioverà e farà anzi mestieri che un Legato intelligente,
trasferendosi in Grecia, colà raccolga i Patriarchi di Costantinopoli,
di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, e si concerti con essi
per convocare un Sinodo libero e universale. Ma in tale momento,
aggiugnea lo scaltrito messo de' Greci, l'Impero può tutto temere
dall'invasione de' Turchi, già impadronitisi di quattro principali città
della Natolia. Quegli abitanti manifestano ardentissimi voti per tornare
sotto l'obbedienza del loro Monarca e in seno alla religione dei lor
padri; però non bastando a renderli paghi in ciò le forze e le rendite
dell'Imperatore, sarebbe da desiderarsi che il Legato appostolico
venisse scortato e preceduto da un esercito di Franchi, a fine di
scacciar gl'Infedeli e riaprire la via del Santo Sepolcro». Prevedendo
il caso che i sospettosi Latini pretendessero anticipatamente qualche
mallevadore, o pegno della fedeltà de' Greci, Barlamo avea preparata una
ragionevole e convincente risposta. «1. L'unione delle due Chiese
potendo solamente avverarsi colla convocazione di un Sinodo generale, si
rende questa impossibile prima di aver liberato dal giogo de' Maomettani
i tre Patriarchi dell'Oriente e un gran numero d'altri Prelati. 2.
L'inasprimento degli animi de' Greci derivando da antiche ingiurie e da
una lunga tirannide, a cattivarli di nuovo fa d'uopo di qualche
fratellevole atto, di qualche efficace soccorso che invigorisca
l'autorità e gli argomenti dell'Imperatore e de' partigiani della unione
proposta. 3. Quand'anche rimanesse qualche differenza, o intorno a
minori punti di fede, o alle cerimonie, non quindi i Greci dovrebbero
men riguardarsi i discepoli di Gesù Cristo, mentre i Turchi sono i
comuni nemici di chiunque porti il titolo di Cristiano. E l'Armenia e
l'isola di Cipro sono egualmente assalite; che sarebbe la pietà de'
Principi franchi, se non si armassero tutti alla difesa generale della
comune religione? 4. Supponendo perfino che eglino considerassero i
sudditi di Andronico come i più odievoli fra gli scismatici, fra gli
eretici, fra gli stessi Pagani, non è interesse de' Principi
dell'Occidente l'acquistarsi un utile confederato, il proteggere un
Impero vacillante, in cui stassi il baloardo delle frontiere d'Europa,
l'unirsi ai Greci contro i Turchi, nè aspettare che questi ultimi,
conquistata la Grecia, le forze e i tesori della medesima adoperino per
portare le armi lor vincitrici in seno dell'Europa?». I Latini con
fredda e disdegnosa indifferenza pararono le offerte, gli argomenti e le
domande di Andronico. I Re di Francia e di Napoli rifiutarono i pericoli
e la gloria di una Crociata. Il Papa negò questa necessità di convocare
un nuovo Concilio per regolare articoli di fede già stabiliti; ed anzi
per rispetto alle antiche pretensioni dell'Imperator d'Occidente e del
Clero latino, nel rispondere all'Imperator greco usò di un soprascritto
irritante: «Al -Moderator-[487] (che equivaleva a -governatore-) de'
Greci, e ai sedicenti Patriarchi della Chiesa d'Oriente». Per una tale
ambasceria i Greci non potevano scontrarsi in una circostanza e in
un'indole d'uomo men favorevole. Benedetto XII[488] era uno screanzato
villano, sempre pieno di scrupoli, e fatto più stupido dal vino e dalla
pigrizia. Sia pure riuscito colla sua vanità ad arricchire di una terza
corona la tiara; ma era egualmente inabile a governare il regno e la
Chiesa.
[A. D. 1348]
Dopo la morte di Andronico, i Greci, in preda alle guerre civili, non
ebbero il tempo di pensare all'unione generale de' Cristiani. Ma poichè
Cantacuzeno ebbe vinti e graziati i suoi nemici, si accinse a
giustificare, o almeno ad attenuare la colpa di avere introdotti i
Turchi in Europa, e maritata la propria figlia ad un Principe musulmano.
Due imperiali ministri, accompagnati da un interprete latino, per ordine
di lui trasferironsi alla Corte del Pontefice romano, trapiantata nella
città d'Avignone in riva al Rodano, ove per settant'anni rimase. Dopo
essersi adoperati a dimostrare la crudele necessità che avea costretto
il loro Monarca a mettersi in lega cogl'Infedeli, fecero, a norma delle
ricevute istruzioni, sonare all'orecchio del Pontefice le speciose ed
edificanti parole di -Crociata- e di -Unione-. Il Pontefice Clemente
VI[489], successore di Benedetto XII, gli accolse con affabilità e
onorevolmente, mostrandosi commosso dalle sventure, convinto del merito,
persuaso dell'innocenza di Cantacuzeno; ed ottimamente istrutto dello
stato e delle vicissitudini del greco Impero, che gli erano state
descritte minutamente da una matrona savoiarda del seguito
dell'Imperatrice Anna[490]. Se mancavano a Clemente le virtù di un
sacerdote, possedeva almeno l'elevatezza o la magnificenza di un
Principe, distribuendo colla stessa facilità i benefizj e i reami.
Regnando esso, Avignone fu la residenza del fasto e dei piaceri.
Giovine, avea superato in licenziosità di costumi qualunque Barone:
Pontefice, il suo palagio e la sua stanza da letto vedeansi
continuamente abbelliti, o disonorati[491] dalla presenza di favorite.
Le guerre tra l'Inghilterra e la Francia non permetteano si pensasse a
Crociate; pur questo luminoso disegno lusingò la vanità di Clemente che
deputò due Prelati latini per accompagnare gli Ambasciadori di
Cantacuzeno in Grecia. Giunti a Costantinopoli, l'Imperatore e i Nunzj
si fecero scambievoli complimenti sulla comune eloquenza e pietà; sicchè
i continui lor parlamenti si aggirarono in lodi e promesse con cui si
piaggiavano mutuamente senza fidarsene nè l'un, nè gli altri. «Non
capisco in me per la gioia, il divoto Cantacuzeno lor diceva, in
pensando alla nostra -guerra santa-; essa farà la mia gloria personale
ad un tempo, e il bene di tutt'i Cristiani. I miei Stati offriranno agli
eserciti francesi un libero e sicuro passaggio; i miei soldati, le mie
galee, i miei tesori consagrati alla causa comune; e, oh come sarebbe
invidiabile il mio destino, se giungessi a meritarmi ed ottenere la
corona di martire! Mi mancano i termini per dipingervi con quanto ardore
io desideri questa unione de' membri sparsi della Chiesa di Gesù Cristo.
Se potesse a ciò contribuir la mia morte, offrirei con giubilo il mio
capo e la spada mia per ferirlo; e se questa spirituale fenice dovesse
nascere dalle mie ceneri, m'innalzerei la mia pira io medesimo e le
metterei fuoco colle mie proprie mani». In mezzo a questi discorsi però
l'Imperator greco si prese la libertà di notare che l'orgoglio e
l'inconsideratezza de' Latini aveva inseriti quegli articoli di Fede,
per cui le due Chiese divise trovavansi; biasimò la condotta servile e
tirannica del primo Paleologo, protestando che non sommetterebbe mai la
propria coscienza se non se ai liberi decreti di un Sinodo generale. «Le
circostanze, egli continuava, son tali da non permettere nè al Papa, nè
a me, di unirci o a Costantinopoli, o a Roma; ma ben può scegliersi una
città marittima sui confini d'entrambi gl'Imperi per adunare i Vescovi e
istruire i Fedeli dell'Oriente, e dell'Occidente». Contenti a tali
proposizioni si mostrarono i Nunzj; e Cantacuzeno ostentò il massimo
dolore nel vedere le sue speranze distrutte per la morte di Clemente, e
pel diverso animo del successor di Clemente. Cantacuzeno visse ancor
lungo tempo, ma rinchiuso in un chiostro, d'onde l'umile monaco non
potea, che con preghiere a Dio, adoperare influenza sulla condotta del
suo pupillo e sui destini dell'Impero[492].
[A. D. 1355]
Ciò nulla meno di tutti i Principi di Bisanzo, niuno fuvvene più del
pupillo Giovanni Paleologo proclive a ritornare all'obbedienza del
romano Pontefice. La madre di lui, Anna di Savoia, era stata battezzata
nel grembo della Chiesa latina, e se le nozze contratte con Andronico
l'aveano costretta a cambiar nome, forme d'abito e culto, il cuor della
medesima al suo paese e alla sua religione si manteneva fedele.
Incaricatasi ella stessa di educare il proprio figlio, quando questi
divenne adulto, almen di statura, se non di mente, continuò a lasciarsi
governar dalla madre. Allorchè, per la rinunzia di Cantacuzeno, ei si
trovò solo padrone della Monarchia greca, i Turchi comandavano
sull'Ellesponto. Il figlio di Cantacuzeno adunava ribelli ad
Andrinopoli, e questo Imperatore non potea fidarsi nè del suo popolo, nè
di sè stesso. Così consigliato dalla madre, e colla speranza d'uno
straniero soccorso, sagrificò i diritti della Chiesa e dello Stato; e
s'incaricò un Italiano di portar segretamente al Pontefice l'atto di
schiavitù[493] che l'Imperatore avea sottoscritto con inchiostro
purpureo, e suggellato con bolla d'oro. Il primo articolo del Trattato
stavasi in un giuramento di fedeltà e d'obbedienza ad Innocenzo VI e a'
suoi successori Pontefici supremi della Chiesa cattolica e romana.
Promettea l'Imperatore di porgere ai Nunzj, o Legati pontifizj, ogni
sorte d'onori legittimamente ad essi dovuti, di far allestire un palagio
per riceverli, una chiesa per le loro cerimonie; per ultimo di
consegnare il suo secondogenito Manuele, come ostaggio e mallevadore di
fedeltà. In contraccambio di tali concedimenti, chiedeva un pronto
soccorso di quindici galee, di cinquecento armigeri, di mille arcieri
che contro i suoi nemici Cristiani e Musulmani lo difendessero. Promise
inoltre di far sottomessi i suoi popoli e il suo Clero all'autorità
spirituale del romano Pontefice; e per vincere la resistenza ch'ei
prevedeva per parte de' Greci, propose i due efficaci espedienti della
educazione e della seduzione. Il Legato ottenea facoltà di distribuire i
benefizi vacanti a quegli ecclesiastici che avrebbero sottoscritto il
simbolo del Vaticano. Instituite tre scuole per insegnare alla gioventù
di Costantinopoli la lingua e la dottrina dei Latini; il nome di
Andronico, figlio dell'Imperatore ed erede dell'Impero, sarebbe comparso
il primo nella lista degli studenti. In conclusione Paleologo,
protestava che se tutte le sue sollecitudini fossero divenute superflue,
se la forza e la persuasione non avessero bastato, egli si sarebbe
reputato immeritevole della corona, trasferendo in tal caso ad Innocenzo
tutta la sua autorità imperiale e paterna, e ampio potere di regolare la
famiglia cesarea e l'Impero, e di prescrivere quelle nozze che ei
giudicasse meglio ad Andronico, successore della greca Corona. Ma un
tale Trattato non fu mai nè pubblicato, nè eseguito; e il soccorso de'
Romani e la sommessione de' Greci non si stettero che nell'immaginazione
di un imbelle Sovrano, salvato, pel solo segreto con cui si passarono le
cose, dal pubblico disdoro di una inutile umiliazione.
[A. D. 1369]
Non andò guari ch'egli si vide cinto per ogni banda dall'esercito
vittorioso de' Turchi, e perduta Andrinopoli e la Romania, ridotto alla
sola Capitale, dovette prostrarsi vassallo dell'orgoglioso Amurat colla
meschina speranza di essere l'ultima fra le prede di questo Selvaggio.
In tale stato d'invilimento, si abbandonò alla risoluzione di veleggiare
a Venezia, d'onde corse a gettarsi a' piedi del Santo Padre. Fu egli il
primo Sovrano greco di Bisanzo che avesse ancora visitate le regioni
incognite dell'Occidente; ma come sperar altrove consolazioni e
soccorsi? E per altra parte, ei trovava minore umiliazione alla sua
dignità il presentarsi dinanzi al Sacro Collegio, che alla Porta
Ottomana. Dopo esserne stati per lungo tempo lontani, i Pontefici
ritornavano allora dalle rive del Rodano a quelle del Tevere. Urbano
V[494], Pontefice di un'indole mansueta e virtuosa, avendo incoraggiata,
o permessa la peregrinazione dal Principe greco, il palagio del Vaticano
ricevette nel medesimo anno due fantasmi d'Imperatori che
rappresentavano, l'uno la maestà di Costantino, l'altro quella di
Carlomagno. In tal supplichevole visita, il Sovrano di Costantinopoli,
in cui ogni sentimento di vanità cancellato aveano le sciagure, portò la
sommessione dei detti e delle forme oltre a quanto non potesse
immaginare. Obbligato primieramente a sottoporsi ad un esame, riconobbe
da buon cattolico, alla presenza di quattro Cardinali, la supremazia del
Pontefice e la doppia successione dello Spirito Santo. Dopo questa
purificazione, introdotto ad una udienza pubblica nella chiesa di S.
Pietro; ove Urbano sedeasi in trono, circondato da un corteggio di
Cardinali, il Principe greco, dopo tre genuflessioni, baciò devotamente
il piede, indi la mano e finalmente la guancia del Santo Padre che
celebrò alla presenza di lui una Messa solenne, gli permise tener la
briglia della sua mula, e lo convitò a lauto banchetto nel Vaticano. A
malgrado di questo amichevole a decoroso ricevimento, Urbano concedè
qualche preferenza all'Imperator d'occidente[495], nè Paleologo ottenne
il raro privilegio di cantar, come diacono, l'Evangelio[496]. Non si
stette Urbano dall'eccitare lo zelo del Re di Francia e degli altri
Sovrani d'Europa a favore del suo proselito: ma in troppe faccende li
teneano i loro particolari litigi perchè alla causa generale volgessero
la mente. Quindi l'Imperator greco si vide costretto a fondare le ultime
sue speranze sopra un mercenario inglese Giovanni Hawkwood[497], o
Acuto, che seguito da una banda di venturieri, intitolata la
-Confraternita Bianca-, avea devastata tutta l'Italia dalle Alpi sino
alla Calabria, vendeva i proprj servigi a chi pagar li voleva, ed era
incorso in una giusta scomunica per avere assalita la residenza del
Papa. A mal grado di ciò, fu autenticata dal consenso di Urbano tal
negoziazione col masnadiero; ma trovatesi inferiori all'impresa le forze
o il coraggio di Hawkwood, fu probabilmente ventura per Paleologo il
rimanere privo di un soccorso, giusta ogni apparenza dispendioso, del
certo insufficiente e forse pericoloso[498]. L'infelice Greco
accingevasi ad abbandonare l'Italia[499], quando un umiliante ostacolo
vel rattenne. Nel passar da Venezia, egli avea prese somme ragguardevoli
ad esorbitante interesse; e il suo vôto erario non somministrandogli i
modi di restituirle, gl'inquieti creditori lo arrestarono per sicurezza
del lor pagamento. Invano l'Imperatore scriveva al suo primogenito
reggente del Regno, di prevalersi d'ogni via, e di spogliare, se facea
d'uopo, gli altari per sottrar suo padre ad una ignominiosa schiavitù.
Non curante del paterno obbrobrio, lo snaturato figlio in suo cuor ne
rideva. Lo Stato era povero, ostinato il Clero, qualche scrupolo
religioso veniva a proposito per servir di pretesto ad una colpevole
indifferenza. Manuele, fratello minore, dopo avere acremente rampognato
il fratel primogenito di una negligenza così contraria alla natura e a
tutti i doveri, vendè, o impegnò ogni suo possedimento, e imbarcatosi
per Venezia, liberò il padre suo, offerendo la sua persona medesima per
guarentigia delle somme da questo dovute (A. D. 1370). Di ritorno a
Costantinopoli, e come Imperatore, e come padre, Paleologo usò con
entrambi i figli a norma di quanto aveano meritato. Ma il pellegrinaggio
di Roma, non avendo cambiati in alcuna guisa nè la Fede, nè i costumi di
questo indolente Monarca, la sua apostasia, o conversione inefficace,
quanto poco sincera, fu dai Greci e dai Latini dimenticata
egualmente[500].
Trent'anni dopo il ritorno di Paleologo, gli stessi motivi fecero
imprendere un viaggio in Occidente, ma più rilevante al Principe che gli
succedè. Ho raccontato nel precedente capitolo il Trattato ch'ei fece
con Baiazetto, la violazione di questo Trattato, l'assedio o blocco di
Costantinopoli, e i soccorsi che gli spedirono i Francesi sotto i
comandi del valoroso Boucicault[501]. Benchè Manuele avesse per via
d'Ambasciatori implorato il soccorso de' Principi latini, fu creduto che
la presenza di un Monarca infelice, moverebbe alle lagrime i più duri
cuori[502] e ne otterrebbe soccorsi; nella quale speranza il
Maresciallo, che insinuava questo viaggio all'Imperatore, lo precedè per
disporre gli animi a ben accoglierlo. Comunque le comunicazioni di terra
fossero interrotte dai Turchi, la navigazione di Venezia era aperta e
sicura. Ricevuto in Italia, siccome primo, o almen secondo fra i
Principi cristiani, eccitò la compassione che un -Confessore- e campion
della fede si meritava, e tanto era il decoro di sua condotta, che una
tal compassione in disprezzo non tralignò. Dopo Venezia, cercò Padova e
Pavia, d'onde il Duca di Milano, benchè segretamente collegato con
Baiazetto, lo fece accompagnare onorevolmente (A. D. 1400) sino alle
frontiere de' suoi Stati[503]. Entrato nelle terre di Francia[504], gli
ufiziali del Re s'incaricarono di scortarlo e di pensare a tutte le
spese del suo viaggio. Una cavalcata di duemila de' più spettabili
cittadini di Parigi, essendogli venuta incontro sino a Charenton, trovò
a complimentarlo alle porte di Parigi il Cancelliere e il Parlamento, e
Carlo VI, in mezzo ai Principi e a' suoi Nobili, abbracciò cordialmente
il fratello. Il successore di Costantino fu vestito di un abito di seta
bianca, e presentato di un sontuoso bianco palafreno, cerimoniale non
indifferente presso i Francesi, che riguardano il color bianco come
simbolo della Sovranità. Di fatto, l'Imperator d'Alemagna che nella sua
ultima visita a quella Corte, avea chiesto con alterigia il medesimo
onore, provò un rifiuto, e fu costretto a contentarsi di cavalcare un
cavallo nero. Alloggiato al Louvre, Manuele godè di danze e di feste che
l'una all'altra si succedevano, e dei piaceri della caccia e della
tavola; perchè studiosissimi si mostrarono i Francesi di sfoggiare agli
occhi del Principe straniero d'ogni magnificenza che potesse alcun poco
divagarlo da' suoi dolorosi pensieri. Gli fu conceduto l'uso particolare
di una cappella, onde molto maravigliarono, e si scandalezzarono forse i
dottori della Sorbona, in udendo gli accenti, in vedendo le cerimonie e
le vesti del Clero greco. A malgrado di ciò, ei potè fin dal primo
istante accorgersi che ei non avea soccorsi a sperare dalla Francia.
L'infelice Carlo VI non godea che di alcuni momenti di lucido
intervallo, ricadendo subito nello stato di frenesia, o di stupidezza.
Il Duca d'Orleans, fratello del Re, e il Duca di Borgogna, suo zio,
s'impadronivano a vicenda delle, redini del governo, fatal concorrenza,
da cui nacque ben presto la guerra civile. Il primo di questi due
Principi, giovine e d'indole ardente, si abbandonava con impeto alla sua
passione che il traeva alle donne e ai piaceri. Avrebbe potuto più
giovare a Manuele il secondo; del quale era figlio Giovanni, conte di
Nevers, liberato di recente dalla sua cattività presso i Turchi, e
giovine intrepido che avrebbe di buon grado affrontati nuovi pericoli
per cancellar questa taccia; ma più prudente il padre si era prefisso di
starsene alle spese e ai pericoli della prima esperienza. Soddisfatta
che ebbe Manuele la sua curiosità, e stancata fors'anche la pazienza dei
Francesi, risolvè d'andarsene in Inghilterra. Nel trasferirsi da Douvres
a Londra, ebbe onorevole accoglimento del Priore e dei monaci di S.
Agostino di Cantorbery. A Blackheath, trovò il Re Enrico IV, che
accompagnato da tutta la sua Corte, si portò a salutare il greco Eroe,
così dice il nostro vecchio Storico, del quale trascrivo esattamente le
espressioni, e per più giorni ricevè a Londra tale trattamento, quale
all'Imperator d'Oriente addiceasi[505]. Ma l'Inghilterra era anche men
della Francia in istato d'imprendere una Crociata, la questo medesimo
anno, il Sovrano legittimo era stato privato del trono e messo a morte.
L'ambizioso usurpatore, Enrico di Lancastre, divorato dall'inquietudine
e da' rimorsi, non osava allontanar le sue truppe da un trono ognor
vacillante per sommosse e cospirazioni; compianse, lodò, accarezzò
l'Imperatore di Costantinopoli: ma se fece voto di prender la croce, fu
senza dubbio per calmare il suo popolo, e fors'anche la sua coscienza,
col darsi merito di questo pietoso disegno[506]. Colmato però di
donativi e d'onori, il Principe greco vide una seconda volta Parigi, e
dopo avere trascorsi due anni nelle Corti d'Occidente, e attraversata
l'Alemagna e l'Italia, s'imbarcò a Venezia, aspettando pazientemente
nella Morea l'istante della sua liberazione, o della sua rovina. Uno
scisma intanto straziava la Chiesa latina. Due Papi, l'uno a Roma e
l'altro ad Avignone, si disputavano l'obbedienza dei Re, delle nazioni,
e delle corporazioni dell'Europa. L'Imperatore greco sollecito di non
inimicarsi veruna fazione, si astenne da ogni corrispondenza con questi
due rivali, immeritevoli entrambi e poco favoriti dalla pubblica
opinione. Partì in tempo di Giubbileo, nè pensò attraversando l'Italia a
chiedere, o a meritarsi l'Indulgenza plenaria, che cancella, senza
obbligarli a penitenza, i peccati de' Fedeli. Offeso di questa
trascuratezza il Papa di Roma, accusò Manuele di poco rispetto
all'immagine di Gesù Cristo, esortando i Principi italiani ad
abbandonare un pertinace scismatico[507].
[A. D. 1402]
In tempo delle Crociate i Greci aveano considerato con terrore e
sorpresa eguali il corso delle migrazioni che continue erano dai paesi
per loro incogniti dell'Occidente. Le peregrinazioni degli ultimi
Imperatori, avendo squarciato questo velo di separazione, impararono a
conoscere meglio le poderose nazioni dell'Europa, nè più osarono
insultarle colla denominazione di barbare. Uno Storico greco di quel
secolo[508] ha conservate le considerazioni fatte dal Principe Manuele,
e dai più curiosi osservatori che lo accompagnarono. Ho raccolte queste
sparse idee per offrirle in compendio ai miei leggitori, ai quali forse
non dispiacerà il vedere questo grossolano abbozzo di pittura
dell'Alemagna, della Francia e dell'Inghilterra, lo stato antico e
moderno de' quali paesi è a noi così noto. «1. L'Alemagna, dice
Calcocondila, è un vasto paese, che si estende da Vienna fino
all'Oceano, da Praga in Boemia sino al fiume Tartesso e ai Pirenei[509].
(Non dubito che questa geografia ne parrà alquanto strana). Il suolo è
assai fertile, benchè non produca nè fichi, nè olive: sano l'aere, gli
uomini ben complessi e di vigorosa salute. Rare volte si provano in
queste settentrionali contrade i flagelli della peste e del tremuoto.
Dopo gli Sciti, o i Tartari, gli Alemanni, o Germani possono venir
riguardati come le più numerose delle nazioni. Valorosi e pazienti, se
tutte le loro forze obbedissero ad un solo Capo, non vi sarebbe popolo
che ai medesimi potesse resistere. Hanno ottenuto dal Papa il privilegio
di eleggere l'Imperator de' Romani[510]; e il Patriarca latino, non ha
sudditi più zelanti o sottomessi degli Alemanni. La maggior parte di
questi paesi è divisa fra Principi e Prelati. Ma Strasburgo, Colonia,
Amburgo, e più di dugento città libere, formano altrettante Repubbliche
confederate, rette da leggi giuste e sagge, e conformi all'interesse e
alla volontà generale. I duelli, o singolari certami a piedi, vi sono in
grande uso così in tempo di pace come di guerra. Eccellenti in tutte
l'arti meccaniche i Germani, dobbiamo alla loro industria il trovato
della polvere e de' cannoni, conosciuti oggidì dalla maggior parte de'
popoli. 2. Il regno di Francia si estende all'incirca quindici, o venti
giorni di cammino dall'Alemagna alla Spagna, e dalle Alpi sino al mare
che separa la Francia dall'Inghilterra. Vi si trova grande copia di
fiorenti città. Parigi, residenza dei Re, supera tutte le altre città in
lusso e ricchezze. Molta mano di Principi e Signori si conducono
alternativamente al palagio del Monarca, e lo riconoscono per loro
Sovrano. I più potenti sono i Duchi di Brettagna e di Borgogna; il
secondo di questi possede le ricche province della Fiandra, i cui porti
veggonsi frequentati dai nostri trafficanti e da quelli de' più remoti
paesi. La Nazione francese è antica ed opulenta; la sua lingua e le sue
costumanze, benchè con qualche differenza, non si allontanano del tutto
da quelle degl'Italiani. La dignità imperiale di Carlomagno, le vittorie
riportate dai Francesi sui Saracini, le imprese de' loro eroi Olivieri
ed Orlando[511] li fanno tanto superbi, che si credono il primo popolo
dell'Occidente, ma tale insensata vanità è stata di recente umiliata dal
sinistro esito della loro guerra contro gli Inglesi, abitatori
dell'isola della Brettagna. 3. La Brettagna di rincontro alle coste di
Fiandra, in mezzo all'Oceano, può considerarsi come una o tre isole
congiunte per uniformità di costumi e di lingua sotto uno stesso
Governo. La sua circonferenza è di cinquemila stadj; coperto il paese di
un gran numero di città e di villaggi, produce poche frutta, e privo di
viti, abbonda di orzo, di frumento, di mele e di lana. Vi si fabbricano
da quegli abitanti molti tessuti di panni e di drappi. Londra[512]
capitale, per lusso, ricchezza e popolazioni, vince tutte le altre città
di Occidente. È situata sul Tamigi, fiume largo e rapido, che dopo
trenta miglia sbocca nel mar della Gallia. Il flusso e il riflusso
offrono ogni dì ai navigli di commercio la facilità di entrare in quel
porto, e di uscirne senza pericolo. Il Re è Capo di una possente e
torbida aristocrazia. I primarj vassalli possedono i loro feudi come
franchi allodj ereditarj; le leggi determinano per essi i limiti
dell'autorità e della obbedienza. Cotesto reame fu spesse volte lacerato
dalle fazioni e conquistato dagli stranieri; pur gli abitanti ne sono
coraggiosi, robusti, famosi in armi e vittoriosi alla guerra. I loro
scudi somigliano a quelli degl'Italiani; le loro spade alle greche; il
nerbo delle forze è posto nella molta abilità degli arcieri. Il loro
linguaggio non ha veruna affinità cogli altri del Continente; ma nelle
consuetudini del vivere, poco dai Francesi diversano. La principale
singolarità delle lor costumanze, è il disprezzo della castità delle
donne e dell'onor coniugale. Nelle visite scambievoli che si fanno, il
primo atto di ospitalità è permettere agli ospiti gli amplessi delle
mogli e delle figlie. Fra amici, si veggono chieste e date ad imprestito
senza vergogna, e senza che siavi chi si formalizzi di questo
stravagante commercio, e delle conseguenze inevitabili che ne
derivano[513]». Istrutti siccome lo siamo noi degli usi dell'antica
Inghilterra e certi della virtù delle nostre matrone, non possiamo
starci dal sorridere sulla credulità, o dallo sdegnarci dell'ingiustizia
dello Storico greco, che ha confuso, non v'ha dubbio, un decente
amplesso di cerimonia[514] colle colpevoli dimestichezze, ma questa
medesima ingiustizia, o credulità possono esserne utili coll'insegnarci
ad aver per dubbie le descrizioni che, sui paesi stranieri e lontani da
lor visitati, i viaggiatori ne offrono, e a non credere sì di leggieri
que' fatti che ripugnano all'indole dell'uomo e ai sentimenti della
natura[515].
[A. D. 1402-1417]
Dopo la vittoria riportata da Timur, Manuele, tornato in Bisanzo, vi
regnò diversi anni felicemente ed in pace; e finchè i figli di Baiazetto
lo cercarono in amicizia e ne rispettarono i piccioli Stati, si tenne
alla vecchia religione de' Greci, componendo ne' suoi ozj venti dialoghi
teologici in difesa del suo passato contegno. Ma miglioratosi lo stato
de' suoi vicini, gli Ambasciatori greci portarono al Concilio di
Costanza[516] la contemporanea notizia del risorgimento della Potenza
ottomana e della Chiesa latina in Costantinopoli. Le conquiste di Amurat
e di Maometto aveano tornato ad avvicinare l'Imperatore al Vaticano;
l'assedio di Costantinopoli lo fe' quasi convenire sulla duplice
processione dello Spirito Santo; talchè appena Martino V spacciatosi da'
suoi rivali, occupò solo la Cattedra Pontificia, tornò ad esservi fra
l'Oriente e l'Occidente un'amichevole corrispondenza di lettere e di
ambascerie (A. D. 1417-1425). L'ambizione da una banda, la sfortuna
dall'altra, dettavano accenti di pace e di carità. Manuele ostentando la
brama di maritare i sei Principi suoi figli con altrettante Principesse
italiane, il Pontefice, non meno accorto di lui, s'adoprò tanto di far
giungere a Costantinopoli la figlia del marchese di Monferrato, seguìta
da un seducente corteggio di donzelle d'alto legnaggio, i cui vezzi
pareano fatti per vincere la scismatica ostinatezza; sotto apparenze
esterne di zelo era però facile accorgersi che non regnava se non se la
falsità e alla Corte e presso la Chiesa di Costantinopoli. Secondo che
più, o meno premeva il pericolo, l'Imperatore affrettava, o prolungava
le sue negoziazioni; allargava, o restrigneva la facoltà dei suoi
Ministri; si sottraeva da' Latini, se gli sembravano troppo incalzanti,
coll'allegare il bisogno di consultare i Patriarchi e i Prelati, e
l'impossibilità di adunarli in tempo che i Turchi teneano stretta la
Capitale. Dall'esame degli atti pubblici, apparisce che i Greci
insistessero su questi tre punti successivi, un soccorso, un Concilio,
poi l'unione delle due Chiese; e che i Latini intanto, scansando il
secondo, non volessero obbligarsi al primo, limitandosi a riguardarlo
come conseguenza, e premio volontario del terzo; ma la relazione di un
intertenimento privato di Manuele, ne spiegherà con maggior chiarezza
l'enigma della condotta da esso tenuta, e le sue vere intenzioni. Verso
il finir de' suoi giorni, l'Imperatore avea vestito della porpora
Giovanni Paleologo II, figlio suo primogenito, nel quale fidavasi per la
maggior parte delle cose spettanti al Governo. Trovandosi a colloquio
col figlio collega (era sol presente lo storico Franza, ciamberlano
favorito di Manuele[517]), lo stesso Manuele dilucidò al successore i
veri motivi delle negoziazioni intavolate col Pontefice di Roma[518].
«Non ci rimane, egli dicea, altro salvamento contra i Turchi, fuor del
timore che essi hanno di vederci uniti coi Latini, con quelle bellicose
nazioni dell'Occidente, che al credere de' Maomettani, potrebbero
collegarsi per la nostra liberazione. Tutte le volte, pertanto, che vi
vedrete posto alle strette dagl'Infedeli, mostrate loro lo spauracchio
di questa unione, proponete un Concilio, entrate in negoziazioni col
Papa di Roma, ma traetele sempre in lungo, e tenete lontana la
convocazione di quest'Assemblea, che non vi porterebbe alcuno vantaggio
nè spirituale, nè temporale. Già nessuna delle due fazioni vorrebbe
rimoversi addietro d'un passo, o ritrattarsi; superbi i Latini, ed
ostinati i Greci. Volendo voi avverare l'unione delle due Chiese, non
fareste che confermare lo scisma, inimicarle, ed esporci, senza rimedio,
o speranza, alla discrezione de' Barbari». Poco soddisfatto di questa
lezione, in cui però molto avvedimento scorgeasi, il giovine Principe si
alzò, e, senza profferir parola, partì. -- Il prudente Monarca, continua
il Franza, si pose a guardarmi, ripigliando indi così il suo discorso: --
«Mio figlio si crede una grande cosa, ed ha le idee vestite all'eroica;
e, meschino! non sa che in questo sfortunato secolo niuna cosa offre
campo nè all'eroismo, nè alla grandezza. Il suo animo audace potea
giovare ne' tempi migliori de' nostri antenati. Lo stato presente ha men
bisogno di un Imperatore, che d'un massaio ben attento a tener conto
degli avanzi di questo nostro povero patrimonio. Non ho già dimenticate
le vaste speranze ch'egli fondava sulla lega con Mustafà, e temo che
l'imprudente ardimento di questo giovine, e, per dir tutto, anche la
pietosa sua buona fede, affrettino il precipizio della nostra Casa e
della nostra Monarchia». Intanto l'esperienza e l'autorità di Manuele
valsero a scansare il Concilio, e a conservar la pace fino al
settantottesimo anno della sua età, nel quale anno ci morì vestito
d'abito monastico, dopo avere distribuite le sue preziose suppellettili
ai figli, ai poveri, ai suoi medici e servi più favoriti.
Andronico[519], secondogenito di Manuele, che aveva avuto per sua parte
il principato di Tessalonica, morì di lebbra, poco dopo aver venduta
questa città ai Veneziani, che ne furono con altrettanta prestezza
spogliati dai Turchi. Per alcuni buoni successi de' Greci, accaduti ne'
giorni più felici di Manuele, essendo tornato all'Impero il Peloponneso,
ossia la Morea, quell'Imperatore avea fortificato l'Istmo per una
estensione di sei miglia[520], circondandolo di una salda muraglia,
fiancheggiata da cencinquantatre torri, che all'atto della prima
invasione ottomana disparve. La fertile penisola avrebbe potuto bastare
ai quattro giovani principi, Teodoro, Costantino, Demetrio e Tommaso; ma
avendo questi estenuati gli avanzi delle loro forze in guerre civili, i
vinti si rifuggirono nel palagio di Costantinopoli, ove vissero sotto la
protezione e la dependenza del loro fratello Giovanni Paleologo II.
[A. D. 1425-1437]
Questo Principe, primogenito de' figli di Manuele, riconosciuto dopo la
morte del padre solo Imperatore de' Greci, pensò per prima cosa a
ripudiare la moglie, e a contrar nuove nozze colla Principessa di
Trebisonda. La bellezza, agli occhi di questo Principe, era la più
essenziale prerogativa che ornar dovesse una Imperatrice. Per ottenere
il consenso del suo Clero, lo minacciò, se gli veniva negato il
divorzio, di ritirarsi in un chiostro, e di rassegnare il trono al
fratello suo Costantino. La prima, o per meglio dire la sola vittoria
riportata da Paleologo, fu sopra un Ebreo[521], cui dopo una lunga e
dotta disputa, convertì alla fede cristiana; rilevante conquista che
venne accuratamente registrata nella Storia di que' tempi; ma tornò ben
tosto nel disegno di unire le due Chiese, e senza riguardo ai
suggerimenti lasciatigli dal padre, porse orecchio, a quanto apparve, di
buona fede, alla proposta di venire a parlamento col Pontefice in un
Concilio generale, da tenersi al di là del mare Adriatico. Martino V
incoraggiava questo pericoloso divisamento; Eugenio, successor di
Martino, diede freddamente opera a tale bisogna, sintanto che dopo una
languida negoziazione, l'Imperatore ricevè una intimazione per parte di
un'Assemblea che assumeva diverso carattere, l'Assemblea de' Prelati
independenti di Basilea[522], intitolatisi i giudici e i rappresentanti
della Chiesa cattolica.
Il Pontefice romano avea difesa e guadagnata la causa della
ecclesiastica libertà; ma il Clero vittorioso, si trovò ben tosto
esposto alla tirannide del suo liberatore, che dalla dignità del suo
carattere era posto in sicurezza contro quell'armi che sì efficacemente
adoperava a danno delle civili magistrature. Le appellazioni
annichilavano la -Grande Carta-, ossia il diritto di elezione del
Pontefice; diritto cui le -commende-, e le sopravvivenze, toglievano
forza; onde il clero si trovava obbligato a cedere a clausole
arbitrarie[523] le proprie prerogative. La Corte di Roma instituì una
vendita pubblica, intesa ad arricchire i Cardinali e i favoriti del
Pontefice delle spoglie di tutte le nazioni, che vedeano i principali
benefizj de' lor territorj accumularsi su persone straniere e lontane.
Intantochè dimorarono ad Avignone, l'ambizione de' Papi in avarizia e
dissolutezza si trasformò[524]. Rigidi nell'imporre sul Clero il tributo
delle decime e de' primi frutti, tolleravano poi apertamente l'impunità
dei vizj, dei disordini, della corruttela; i quali scandali, il grande
scisma di Occidente (A. D. 1377-1429), durante oltre un mezzo secolo,
moltiplicò. Ne' violenti loro litigi, i Pontefici di Roma e di Avignone
pubblicavano scambievolmente i vizj del loro rivale, e intantochè il
precario stato loro inviliva l'autorità, allentava il freno della
disciplina, i lor bisogni e le loro vessazioni aumentava. A guarire i
mali della Chiesa e a rialzarne la dignità, vennero tenuti
successivamente i Sinodi di Pisa e di Costanza[525], le quali grandi
Assemblee (A. D. 1414-1418), sentendo la propria forza, deliberarono
restituire alla cristiana Aristocrazia i suoi privilegi. Laonde i Padri
di Costanza, pronunciata una personale sentenza contra due Pontefici cui
non vollero riconoscere, rimossero, con una nuova sentenza, quel
medesimo, che aveano chiarito loro Sovrano. Proceduti indi a limitare
l'autorità del Pontefice, non si separarono prima di aver sottomesso il
Capo della Chiesa alla supremazia di un Concilio generale. Venne sancito
che a fine di riformare e mantenere la Chiesa, si convocherebbero
regolarmente queste Assemblee ad un tempo prefisso, e che ciascun Sinodo
prima di sciogliersi, additerebbe il tempo e il luogo dell'adunata
futura. Non riuscì difficile alla Corte romana lo scansarsi dal
convocare il Concilio di Siena, ma la vigorosa fermezza (A. D.
1431-1443) del Concilio di Basilea[526], non fu per poco fatale ad
Eugenio IV, Pontefice regnante. I Padri che i disegni di lui aveano
presentiti, si affrettarono a pubblicare con un primo decreto, che i
rappresentanti della Chiesa militante, aveano giurisdizione spirituale,
o divina su tutti i Cristiani, non eccettuato da questi il Pontefice,
chiarendo inoltre non potersi sciogliere, protrarre, o trasferire da un
luogo ad un altro un Concilio, se non se dopo una discussione libera e
il consenso degli adunati. Non essendosi perciò Papa Eugenio ristato dal
fulminare la sua Bolla di scioglimento, osarono indirigere intimazioni,
rimproveri e minacce al ribelle successor di S. Pietro[527]; e poichè
gli ebbero dato con lunghe dilazioni il tempo a pentirsi, gli
notificarono che se prima di un termine perentorio di sessanta giorni
non si sommettea, intendeano interrotta ogni autorità temporale ed
ecclesiastica del medesimo; e affinchè la loro giurisdizione
comprendesse il Sovrano ed il Sacerdote, impadronitisi del governo di
Avignone, promulgarono invalida l'alienazione del patrimonio sacro, e
proibirono il farsi in Roma qualunque riscossione d'imposte a nome del
Papa; ardimento che ebbe per se non solo l'opinione generale del Clero,
ma l'approvazione e la protezione de' primarj fra i Monarchi della
Cristianità. L'Imperatore Sigismondo si professò servo e difensore del
Sinodo; l'esempio di lui l'Alemagna e la Francia seguirono; il Duca di
Milano era personale nemico di Eugenio; una sommossa del popolo di Roma
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