Mongulli e agli Ottomani era comune. Ma se l'una delle due nazioni avesse adottata dagli Europei la recente invenzione della polvere e de' cannoni, questo fulmine artifiziale avrebbe forse accertata la vittoria a quella delle due parti che ne avesse fatto uso[432]. In quest'azione, Baiazetto, e come Generale e come soldato, si segnalò: ma alla prevalenza del rivale gli fu forza di cedere, soprattutto perchè la maggior parte delle sue truppe, cedendo a diversi motivi, in quel rilevante momento lo abbandonò. Per rigore ed avarizia egli avea eccitate sedizioni, in mezzo ai Turchi, e troppo presto ritirato erasi dal campo lo stesso figlio di Baiazetto, Solimano. Le milizie della Natolia, fedeli nel ribellarsi, sotto le bandiere de' lor Principi legittimi ritornarono. Que' Tartari che si erano collegati coi Turchi, si lasciarono sedurre dalle lettere e dai messi di Timur[433], il quale rimprocciando ad essi l'obbrobrio di servire sotto gli schiavi de' loro antenati, li confortava colla speranza o di liberare l'antica loro patria, o fors'anche di regnar nella nuova. All'ala destra di Baiazetto, i corazzieri europei, fedeli alle proprie bandiere, fecero valorosamente impeto sui Tartari; ma la simulata e rapida fuga di costoro mise in iscompiglio questi uomini gravati dalle loro armadure di ferro, che si diedero ad inseguirli imprudentemente, lasciando intanto i giannizzeri, soli, privi di cavalleria e di frecce, esposti ai dardi di uno sciame di cacciatori mongulli. Abbattuto finalmente il loro coraggio dalla sete, dal caldo, e dalla moltitudine de' nemici, il misero Baiazetto, al quale un assalto di gotta toglieva il libero uso delle mani e delle gambe, venne trasportato fuori del campo da uno de' suoi più rapidi corridori, ma il Kan titolare del Zagatai, corsogli dietro, il fermò. Disfatti i Turchi e prigioniero il Sultano, tutta la Natolia si sottomise al vincitore, che piantato il suo stendardo a Kiotaia, mandò per ogni banda i suoi ministri di rapina e di strage. Mirza, Mehemmed, Sultano primogenito, e il più favorito tra i nipoti di Timur, corse a Bursa seguìto da trentamila uomini a cavallo, e aggiugnendosi in lui l'ardore della giovinezza, in cinque giorni di cammino, sol però con quattromila di coloro che seco partirono, giunse alle porte dalla Capitale, distante dugentotrenta miglia dal campo di Angora; ma più rapide ancora sono le corse suggerite dallo spavento, onde Solimano figlio di Baiazetto, erasi già rifuggito in Europa col tesoro di suo padre. Ciò nullameno Mirza trovò immense spoglie nel palagio e nella città, che prima era rimasta vota d'abitanti. La maggior parte delle case, fabbricate di legno, vennero incenerite. Da Bursa, Mehemmed s'inoltrò fino a Nicea, città tuttavia ricca e fiorente, nè le truppe de' Mongulli arrestaronsi prima di essere in riva alla Propontide. Così agli Emiri, come a Mirza tutte queste scorrerie ben tornarono. La sola Smirne, difesa dallo zelo e dal valore de' cavalieri di Rodi, meritò la presenza degli Imperatori. Dopo avere ostinatissimamente resistito, i Mongulli la preser d'assalto passando a fil di spada indistintamente tutti gli abitanti, e valendosi delle macchine d'assedio per lanciar le teste degli eroi cristiani sopra due caracche europee che in quel porto aveano gettate le ancore. I Musulmani dell'Asia si allegrarono nel vedersi liberi da un pericoloso nemico domestico; nella quale occasione, instituendo parallelo fra i due rivali, osservato venne come Timur in quattordici giorni riducesse una Fortezza che avea sostenuto per sette anni l'assedio, o almeno il blocco degli eserciti di Baiazetto[434]. I moderni scrittori escludono, qual favola adottata dalla credulità[435], la storia, per sì lungo tempo ripetuta come una lezion di morale, la storia della gabbia di ferro, entro cui, diceasi, Tamerlano fece rinchiudere Baiazetto; e fondano con fiducia la loro opinione sulla Storia persiana di Serefeddino Alì, della quale abbiamo oggi giorno una traduzione francese, e da cui ho tolta e compilata la più verosimile relazione di questo memorabile avvenimento. Timur avvertito che il Sultano prigioniero stavasi all'ingresso della sua tenda, uscì per riceverlo, e fattolo sedere a sè vicino, nel volgergli giusti rimproveri, usò un tuono riguardoso, addicevole al grado e alla commiserazione che i disastri del vinto si meritavano: «Oimè! diceagli Timur; per colpa vostra i decreti del destino furono compiuti; è quella stessa rete che avete ordita; son le spine dell'albero che avete piantato. Io desiderava risparmiare, ed anche soccorrere il campione de' Musulmani; voi avete sfidate le nostre minacce, sdegnata la nostra amicizia, costretto noi ad entrare ne' vostri Stati a capo de' nostri invincibili eserciti. Consideratene le conseguenze. Non ignoro la sorte che avevate riserbata a me e a' miei soldati, se foste stato voi vincitore. Ma disdegno la vendetta; la vostra vita e il vostro onore sono sicuri; dimostrerò la mia gratitudine a Dio, usando clemenza all'uomo.» Il Sultano prigioniero manifestò alcuni segni di pentimento, si sommise all'umiliante dono d'una veste d'onore, e abbracciò colle lagrime agli occhi il figlio suo Musa che, cedendo alle preghiere di Baiazetto, Timur avea fatto ricercare; e trovato erasi sul campo di battaglia fra i prigionieri. I Principi ottomani vennero alloggiati in un magnifico padiglione, e il rispetto che lor tributavasi pareggiava la vigilanza con cui erano custoditi. Giunto lo -harem- di Bursa, Timur restituì al Monarca prigioniero la moglie Despina e la figlia; pretese però piamente che questa Principessa serviana, la quale fino allora avea professata la fede di Cristo, abbracciasse tosto la religione maomettana. In mezzo alle feste della vittoria, cui Baiazetto veniva invitato, l'Imperatore Mongul concedè al suo prigioniero i distintivi di uno scettro e di una corona, aggiugnendo la promessa di condurlo sul trono dei suoi antenati, più splendente di gloria che mai stato nol fosse; ma l'immatura morte di Baiazetto prevenne l'adempimento di tali promesse. Tornarono vane le cure de' più abili medici per riaverlo da un colpo di apoplesia per cui morì in Akser, l'Antiochia di Pisidia, nove anni circa dopo la sua sconfitta. Il vincitore versò alcune lagrime sulla tomba del vinto. Il corpo di Baiazetto venne pomposamente trasportato nel mausoleo ch'egli si era fatto innalzare a Bursa; e Musa, figlio di lui, oltre a molti preziosi donativi di ornamenti d'oro, d'armi e cavalli, ottenne, con patente scritta in rosso, dal vincitore la sovranità della Natolia. Tal ritratto di un vincitor generoso, è stato tolto dalle sue stesse Memorie, che gli si fanno dedicare al figlio e al nipote diciannove anni dopo la sua morte[436]. In tale epoca, mentre migliaia di testimonj conoscevano perfettamente la verità, una manifesta menzogna sarebbe stata una satira della effettiva condotta dell'encomiato; laonde le prove dedotte da simile manoscritto, e da tutti gli Storici persiani adottate, parrebbero d'un gran peso[437]; ma vuolsi anche considerare che l'adulazione, massime fra gli Orientali, è vile ed impudente oltre ogni credere, e che in vece Baiazetto abbia sofferto un trattamento ignominioso e crudele, è cosa attestata da una lunga serie di testimonj, de' quali ne citeremo alcuni seguendo l'ordine de' tempi e de' paesi. I. Il leggitore non ha certamente dimenticata la guernigione di Francesi che il Maresciallo Boucicault lasciò in difesa di Costantinopoli quand'ei ne partì. Essi erano in istato di saper per li primi, e in modo esattissimo, la sorte del formidabile loro avversario, ed è assai probabile che alcuni di essi accompagnassero gli Ambasciatori greci al campo di Tamerlano. Si fonda pertanto sui racconti di questi Francesi l'uom del seguito del Maresciallo che ne ha scritta la Storia, e attesta i rigori della prigionia e l'aspro tenore della morte di Baiazetto, sette anni circa dopo i fatti accaduti[438]. II. Il nome dell'Italiano Poggi[439] viene giustamente collocato fra quelli de' restauratori dell'erudizione nel secolo decimoquinto. Egli compose il suo elegante dialogo sulle vicende della fortuna[440] in età di cinquant'anni, e vent'otto anni dopo la vittoria di Tamerlano[441], paragonato da questo scrittore ai più illustri Barbari dell'antichità; e molti testimonj di vista aveano istrutto il Poggi sulle imprese e il saper militare di questo guerriero. Ora ei non omette di citare in prova del suo assunto l'esempio dell'ottomano Monarca, che il Tartaro racchiuse in una gabbia di ferro a guisa di belva, offrendolo siccome spettacolo a tutta l'Asia. Potrei aggiungere l'autorità di due Cronache italiane, di data più moderna, ma atte forse a provare che cotesta Storia, o vera o falsa, si era diffusa per tutta l'Europa colla prima notizia del grande cambiamento politico avvenuto nell'Asia[442]. III. Intanto che il Poggi fioriva a Roma, Amed-Ebn Arabshà, componeva a Damasco la sua elegante e maligna Storia di Timur, i cui materiali avea raccolti ne' suoi viaggi in Turchia e in Tartaria[443]. Lo Scrittore latino e l'arabo, fra i quali sembra impossibile sia stata corrispondenza, concordano entrambi sul fatto della gabbia di ferro, il quale accordo mostra evidentemente la loro veracità. Arabshà racconta ancora che Baiazetto sofferse un oltraggio d'altra natura e moralmente più doloroso. Le espressioni incaute di una lettera di Baiazetto intorno alle mogli e ai divorzj, avendo grandemente offeso il geloso Tartaro, volle questi, dice lo Storico arabo, che in un banchetto, ove la sua vittoria si festeggiava, le donne mescessero ai convitati, e il Sultano ebbe il cordoglio di vedere e le sue concubine e le sue mogli legittime confuse fra le schiave, ed esposte senza velo alla licenza de' pubblici sguardi. Pretendesi che per evitare in avvenire un'umiliazione tanto crudele, i successori di Baiazetto, eccetto un solo, si siano astenuti dal matrimonio; e Busbek[444] nel secolo XVI Ambasciatore di Vienna alla Porta, e attentissimo osservatore, assicura, che una tale pratica ed opinione durava tuttavia presso gli Ottomani. IV. La differenza d'idioma rende la testimonianza d'un Greco independente al pari di quella di un Arabo e di un Latino. Volendosi anche rifiutare le testimonianze di Calcocondila e di Duca che viveano in tempi meno lontani da noi, e che con tuono meno affermativo raccontano un tale fatto, non vi sarebbe alcuna buona ragione per negare ogni fiducia allo Storico Giorgio Franza[445], -Proto-vestiario- degli ultimi Imperatori, e nato un anno prima della battaglia di Angora. Ventidue anni dopo di questa, venne spedito Ambasciatore alla Corte di Amurat II, ed ebbe campo di conversare con diversi giannizzeri che aveano partecipato alla schiavitù di Baiazetto e veduto il Sultano nella sua gabbia di ferro. V. L'ultima e migliore di tutte le autorità si è quella degli Annali turchi, consultati e copiati da Leunclavio, Pococke e Cantemiro[446]. Essi deplorano unanimemente la cattività della gabbia di ferro; e vuolsi in ordine a ciò concedere qualche fiducia a questi Storici nazionali, che non poteano incolpare il Tartaro senza scoprire ad un tempo l'obbrobrio del loro Principe e della loro patria. Da queste discordanti premesse può trarsi una conclusione probabile, e che sta di mezzo fra l'una e l'altra opinione. Mi piace supporre che Serefeddino Alì abbia fedelmente raccontato il primo colloquio di formalità, durante il quale, il vincitore, cui i buoni successi suggerivano di assumere più nobil contegno, avrà ostentati sentimenti di generosità. Ma l'arroganza mostrata fuor di proposito da Baiazetto lo inacerbì; i Principi della Natolia detestavano questo Sultano, e giuste erano le loro lagnanze. Si seppe che Timur avea divisato di condursi dietro in trionfo il suo prigioniero in Samarcanda, intanto che una buca, scavata sotto la tenda di Baiazetto per agevolargli la fuga, mise in riguardo l'Imperatore, e a meglio cautelarsi il costrinse. La gabbia di ferro portata in quelle continue corse sopra di un carro, forse era fatta meno per insultar Baiazetto che per assicurarsene. Timur avea forse letto in qualche storia favolosa un simile trattamento usato contra un Re di Persia suo predecessore. Condannò Baiazetto a rappresentare comicamente la parte d'Imperatore romano e ad espiare in tal guisa gl'insulti che ne avea ricevuti[447]. Ma il coraggio e le forze del Sultano a così dura prova non resistettero, e si può senza ingiustizia attribuire alla severità di Timur la morte immatura di Baiazetto (A. D. 1403). Timur non faceva la guerra ai morti; e alcune lagrime e un sepolcro erano il meno ch'ei potesse concedere ad un prigioniere, sciolto per sempre dalla podestà del vincitore: e se Musa, figlio di Baiazetto, ottenne la permissione di regnare sulle rovine di Bursa, la maggior parte però della Natolia fu ai suoi Sovrani legittimi restituita. Timur possedeva in Asia tutto il paese che dall'Irtis e dal Volga fino al golfo Persico, dal Gange fino all'Arcipelago e a Damasco si estende. Invincibile ne era l'esercito, illimitata l'ambizione. Il suo zelo lo faceva aspirare a render soggetti e convertire i regni cristiani dell'Oriente che il suo nome solo empiea di spavento. Ei già toccava i limiti del Continente; ma uno stretto braccio di mare, disgiungeva l'Asia dall'Europa[448], ostacolo per lui insuperabile, perchè il padrone di tanti -toman-, o miriadi di soldati a cavallo non possedeva una sola galea. I due passaggi del Bosforo e dell'Ellesponto, di Costantinopoli e di Gallipoli, stavano l'uno in poter dei Cristiani, l'altro in poter de' Turchi, che in sì imminente pericolo dimenticarono la differenza delle religioni per riunirsi di mutuo accordo, e con fermezza, in difesa della causa comune. E vascelli, e fortificazioni guernirono i due stretti; entrambi i popoli ricusarono a Timur i navigli che ad essi chiedè successivamente, col pretesto di valersene a far guerra ai loro nemici. Nel medesimo tempo l'orgoglio del Tartaro lusingavano, or per via di tributi, or per via di supplichevoli ambascerie, che gli concedeano anticipatamente il merito della vittoria, ma tutte intese con prudenza ad indurlo ad una ritirata. Solimano, figlio di Baiazetto, che implorò la clemenza del vincitore pel proprio padre e per sè medesimo, e mostrò opportunamente ardente desiderio di prostrarsi in persona ai piedi del Monarca dell'Universo, ne ottenne, con patente scritta in rosso, l'investitura del regno di Romania già da lui posseduto per diritto di conquista. Anche l'Imperatore greco, fosse Giovanni, o Manuele[449], si sottomise a pagargli il tributo precedentemente pattuito col Sultano de' Turchi; il qual Trattato confermò con giuramento d'obbedienza, da cui potè credersi sciolto, appena il Tartaro ebbe fatta sgombera la Natolia. Alterate da quel terrore che invase avea le nazioni le fantasie degli uomini, attribuirono all'ambizioso Timur il romanzesco disegno di conquistare l'Egitto e l'Affrica, dal Nilo all'Oceano Atlantico, poi di entrare in Europa per lo stretto di Gibilterra, tornando pei deserti della Russia e della Tartaria nei suoi Stati, dopo avere soggiogate tutte le potenze della Cristianità. La cura di ridurre in soggezione l'Egitto, distolse dall'Europa questo pericolo lontano, o immaginario fors'anche. Al Cairo, le commemorazioni nelle pubbliche preci e i conj delle monete attestarono la supremazia del Principe de' Mongulli: e Samarcanda pose il suggello alla sommessione dell'Affrica coll'assicurargli il tributo di nove struzzi e di una giraffa, o cammeleopardo, raro dono e prezioso. La nostra immaginazione non rimane meno sorpresa in pensando che un conquistatore mongul abbia potuto meditare ed eseguire, quasi senza moversi dal suo campo, dinanzi a Smirne, l'invasione dell'Impero cinese[450]. Lo zelo religioso e l'onore del nome maomettano lo allettavano a questa impresa; e pareagli non si potesse espiare il sangue versato di tanti Ottomani che con una proporzionata strage d'Infedeli: giunto alle soglie del paradiso, voleva assicurarsi un ingresso più trionfale coll'aver prima distrutti gl'idoli della Cina, fondate moschee in ogni città, e fatto sì che tutta quella vasta Monarchia credesse ad un solo Dio e al suo Profeta. Si arroge che il disastro dei discendenti di Gengis, scacciati di recente della Cina, offendeva l'orgoglio dei Mongulli, e che le turbolenze di quell'Impero, una opportunità offerivano alla vendetta. Quattro anni prima della battaglia di Angora, essendo morto l'illustre Hongvu, fondatore della dinastia dei -Ming-, il pronipote di lui, debole e misero giovinetto, fu bruciato nel suo palagio, dopo una guerra civile che avea costato la vita ad un milione di Cinesi[451]. Non aveva anche sgombrata la Natolia, quando Timur inviò oltre al Gihoon un esercito, o piuttosto una colonia de' suoi antichi e nuovi sudditi per agevolarsi l'ingresso nel paese de' Calmucchi, e de' -Mongulli idolatri-, ch'egli divisava soggiogare, e per fabbricare magazzini e città nel deserto; nè andò guari che per le cure del suo luogo-tenente ottenne una Carta e una descrizione esatta de' paesi sconosciuti che si estendono dalle sorgenti dell'Irtis fino al muraglione della Cina. Nel durare di tali apparecchi, l'Imperatore compiè la conquista della Georgia, passò il verno sulle rive dell'Arasse, sedò le turbolenze della Persia, e tornò lentamente nella sua Capitale dopo una guerra di quattro anni e nove mesi. [A. D. 1404-1405] In un breve intervallo di pace, Timur die' a divedere sul trono di Samarcanda[452] tutta la magnificenza e l'autorità di un ricco e poderoso Monarca. Ascoltò le istanze de' popoli, distribuì con giuste proporzioni i premj o i gastighi, innalzò templi e palagi, diede udienza agli Ambasciatori dell'Egitto, dell'Arabia, dell'India, della Tartaria, della Russia e della Spagna; presentato da quest'ultimo Ambasciatore di tappezzerie, che per disegno e colori superavano le più belle de' manifattori dell'Oriente. Celebrò le nozze di sei nipoti, la qual cosa venne riguardata, siccome atto di religione e tenerezza paterna ad un tempo. Queste feste, nelle quali si ammirò tutta la pompa di cui sfoggiarono gli antichi Califfi, accaddero nei giardini di Canigul, decorati d'un gran numero di tende e di padiglioni, ove si alternavano e gli arredi del lusso di una grande Capitale, e i trofei di un esercito vittorioso. Intere foreste furono atterrate per uso delle cucine; coperti vedeansi gli spianati di piramidi di vivande, e di vasi colmi di varj liquori; le persone venivano convitate a migliaia, e con cortesi modi, ai banchetti. Schierati vidersi intorno alla mensa reale i diversi Ordini dello Stato, i rappresentanti delle diverse nazioni del Globo, senza escluderne, osserva il superbissimo Storico persiano, gli Ambasciatori di Europa. «Nella stessa guisa, soggiunge costui, le -casse-, i più piccioli di tutti i pesci, trovano posto nel grande Oceano[453]». Il popolo manifestò il suo giubilo con illuminazioni e mascherate. Tutti gli operai di Samarcanda contribuirono col loro ingegno alle feste, nè vi fa maestranza che non procurasse di segnalarsi con qualche nuovo trovato, o singolare spettacolo suggerito dalla natura dell'arte professata. Poichè i Cadì ebbero ratificati i contratti delle nozze, i Principi si ritirarono colle loro spose nelle stanze nuziali, ove, giusta la costumanza degli Asiatici, cambiarono nove volte di vesti. Ad ogni nuovo abbigliamento, le perle e le gemme, di cui s'erano fregiata la testa, venivano disdegnosamente gettate alle persone del seguito. Fu pubblicato un editto di generale perdono, sospesa in quel tempo la forza delle leggi, permesso ogni genere di piaceri; il popolo si trovò libero, e in ozio il Sovrano; e sia pur lecito allo Storico di Timur l'aggiungere, che dopo aver questi consagrati cinquant'anni della sua vita ad ampliare i limiti dell'Impero, non conobbe vera felicità, fuorchè nei due mesi ne' quali interruppe l'uso del suo potere. La verità si è, che non tardò lungo tempo a riprenderlo, e a pensare agli apparecchi di una nuova guerra. L'imperiale stendardo fu dispiegato, e gridata la spedizione contro la Cina. Gli Emiri apersero i registri per mettere in campo un esercito di dugentomila uomini, tutti soldati scelti, e di quelli che aveano fatte le guerre di Iran e di Turan. Cinquecento capacissimi carriaggi, e un immenso traino di cavalli e di cammelli, vennero allestiti per trasportare i viveri e le bagaglie; le truppe comandate a questo tragetto, che le carovane più felici non compievano in men di sei mesi, a star lungo tempo lontane dalla patria si preparavano. Non rattenuto nè dagli anni, nè dal rigore del verno, Timur montò a cavallo (A. D. 1405), e attraversato il Gihoon sul diaccio, si era già scostato settanta -parasanghe-, ossia trecento miglia dalla Capitale, e avea posto campo nei dintorni di Otrar, ove lo aspettava l'Angelo della morte. Le fatiche, e l'imprudente uso dell'acqua gelata avendo accresciuta la febbre da cui era stato assalito, il conquistatore dell'Asia spirò nel settantesimo anno dell'età sua, trentacinque anni dopo essere stato innalzato al trono del Zagatai. Con esso i suoi disegni disparvero, i suoi eserciti si sbandarono, la Cina fu salva, e quattordici anni dopo, il più potente dei figli di Timur, sollecitò per via di Ambasciatori, un Trattato di commercio e di lega colla Corte di Pechino[454]. Per l'Oriente e per l'Occidente il nome di Timur risonò. I discendenti di lui portano tuttavia il nome d'Imperatori; e l'ammirazione de' suoi sudditi che quasi eguale a una divinità il riguardarono, è in qualche modo giustificata dalle lodi, o dalla confessione de' suoi più accaniti nemici[455]. Benchè difettoso ad una gamba e ad un braccio, nulla d'ignobile presentavano la sua statura e il suo portamento. La sobrietà e l'esercizio gli mantennero lungamente il vigore della salute, così necessaria a lui come alle sue soldatesche; grave e riservato nelle conversazioni famigliari, parlava con facilità ed eleganza gl'idiomi turchi e persiani; l'arabo non conosceva; assai lo dilettava l'intertenersi con uomini dotti sopra argomenti di scienza, o di storia, e dava molte ore di passatempo al giuoco degli scacchi, da lui perfezionato con un'aggiunta di pezzi, e per conseguenza di combinazioni[456]. Mostratosi zelante musulmano, benchè forse poco ortodosso[457], la profondità del suo ingegno ne dà diritto a credere, che la superstiziosa venerazione da lui prestata agli astrologi, ai Santi, e alle profezie della religione maomettana, fosse unicamente un giuoco di sua politica[458]. Governò solo e dispoticamente un Impero vastissimo. Finchè regnò, non si videro nè ribelli che contro l'autorità di lui attentassero, nè favoriti che seducessero gli affetti, nè Ministri che ne ingannassero la giustizia. Tenea per massima invariabile, che a qual si sia costo, un Principe nè dee ritrattare i comandi dati, nè permettere che altri sovr'essi discutano. Ma i nemici di lui osservavano venir più esattamente adempiuti gli ordini di distruzione da lui messi nell'impeto della collera, che non i comandi di beneficenza. I suoi figli e nipoti, che dopo la sua morte si trovavano in numero di trentasei, erano stati, finchè egli visse, i primi e i più subordinati suoi sudditi. Mancando questi al loro dovere, giusta le leggi di Gengis, venivano corretti con bastone, indi restituiti ai primi onori e al loro comando rimessi. Forse il cuore di Timur alle virtù sociali non era chiuso, forse non era incapace di amare i suoi amici, e di perdonare ai suoi nemici; ma le regole della morale sull'interesse pubblico sono fondate, e basterebbe forse all'encomio della saggezza di un Principe il poter dire di lui, che le liberalità non lo impoverirono, e la giustizia ne aumentò le ricchezze e il potere. Certamente è debito d'un Sovrano il mantenere l'accordo fra l'ubbidienza e l'autorità, il punire l'orgoglio, il soccorrere la debolezza, il dar premio al merito, il bandire l'ozio e il vizio da' suoi dominj, l'essere largo di protezione al viaggiatore e al mercatante, il frenare la licenza militare, favoreggiando le fatiche del coltivatore, l'incoraggiare le scienze e l'industria, e mercè una moderata ripartizione, aumentare le rendite senza crescere le tasse, i quali doveri ampio e pronto guiderdone retribuiscono al Principe che gli adempie; allorchè Timur ascese il trono, le fazioni, il ladroneccio e l'anarchia straziavano l'Asia. Sotto al governo di lui, un fanciullo avrebbe potuto, senza timore o pericolo, portare una borsa d'oro dall'oriente all'occidente del fortunato reame. Timur credeva che il merito di una tale riforma bastasse a giustificarne le conquiste e il diritto alla sovranità dell'Universo. Ma le quattro seguenti osservazioni ne gioveranno a calcolare quanto ei potesse pretendere la gratitudine de' popoli, e forse a concludere che l'Imperatore Mongul fu il flagello, anzichè il benefattore, del Genere umano, 1. Allorchè la spada di Timur correggeva alcuni abusi, o alcune particolari tirannidi distruggea, il rimedio era infinitamente più funesto del male. Certamente la discordia, l'avarizia e la crudeltà de' piccioli tiranni della Persia, opprimevano i loro sudditi; ma il riformatore schiacciò sotto i suoi passi intere nazioni. Per lui sparvero fiorenti città, e spesso il luogo ove furono, venne contrassegnato da colonne, o piramidi di umani cranj, trofei abominevoli della sua vittoria. Astrakan, Carizme, Dely, Ispahan, Bagdad, Aleppo, Damasco, Bursa, Smirne, e mille altre città vennero saccheggiate, o arse, o affatto distrutte, alla presenza di lui, dalle sue soldatesche. Il restauratore dell'ordine e della pace avrebbe forse fremuto, se un sacerdote o un filosofo avesse osato calcolare, dinanzi a lui, i milioni di vittime che a quest'uopo egli avea sagrificate[459]. 2. Le più sanguinose guerre di Timur, furono piuttosto scorrerie che conquiste. Dopo avere successivamente invaso il Turkestan, il Kipzak, la Russia, l'Indostan, la Sorìa, la Natolia, l'Armenia e la Georgia, senza avere la speranza, o il desiderio di conservare queste rimote province, ne usciva carico di spoglie, non lasciando dietro a sè nè soldati per tenere in freno i ribelli, nè magistrati per proteggere i sudditi sottomessi e fedeli. Rovesciava l'edifizio del loro antico governo, abbandonandoli poscia alle calamità o prodotte, o fatte più gravi dalla sua invasione, calamità non compensate da alcun vantaggio presente, o possibile. 3. Le sue cure principali intendeano alla prosperità e all'interno splendore de' regni della Transossiana e della Persia, da lui riguardati come gli Stati ereditarj di sua famiglia. Ma le sue frequenti e lunghe lontananze, interrompevano e spesse volte struggevano l'effetto dei lavori da esso operati in tempo di pace; e intanto che trionfava sulle rive del Volga, o del Gange, i suoi servi ed anche i suoi figli, il lor padrone e i proprj doveri dimenticavano. Il tardo rigore de' processi e delle punizioni, sol riparava imperfettamente i disordini particolari e pubblici; onde siam costretti a non ravvisare nelle -Instituzioni- di Timur, che il seducente disegno di una perfetta Monarchia. 4. Quali che possano essere state le beneficenze dell'amministrazione di Timur, colla morte del medesimo si dileguarono. I figli e nipoti di lui, più ambiziosi di regnare che di governare[460], furono nemici gli uni degli altri, e nemici del popolo. Sarok, il più giovine di questi, sostenne con qualche gloria un fragmento dell'Impero; ma dopo la morte di lui, il paese ove regnò, fattosi prima teatro di stragi, cadde indi nella oscurità e nell'avvilimento; nè vôlto era un secolo, che gli Usbek del Settentrione e i Turcomani -dalla Pecora bianca-, e i Turcomani -dalla Pecora nera- aveano invasa la Persia e la Transossiana. La stirpe di Timur più non sarebbe, se un eroe, discendente della medesima al quinto grado, scacciato dagli Usbek, non avesse intrapresa la conquista dell'Indostan[461]. I Gran Mogol, successori di questo, dilatarono il loro Impero dai monti di Casmir al capo Comorin, e dal Candahar fino al golfo del Bengala. Dopo il regno di Aurengzeb, scioltosi quest'Impero, uno scorridore persiano ha saccheggiato il territorio di Dely, e una compagnia di mercatanti cristiani, nati in un'isola dell'Oceano settentrionale, possede oggidì il più ricco fra i reami del Gran Mogol. [A. D. 1403-1421] Non così accadde all'Impero ottomano; simile ad albero vigoroso, curvato dalla tempesta, si rialzò al dissiparsi del nembo, e vigor nuovo e vegetazione riprese. Sgombrando la Natolia, Timur avea lasciate le città vôte di palagi, spogliate di ricchezze, prive del loro Sovrano; i pastori e i masnadieri tartari, o turcomani occuparono le campagne. Gli Emiri tornarono ne' lor Cantoni, di recente usurpati da Baiazetto, e un d'essi usò la vile vendetta di demolirne il sepolcro; le discordie de' cinque figli del Sultano, rapidamente spersero gli avanzi del loro patrimonio. Citerò i nomi di questi giusta l'ordine dell'età e delle cose da essi operate[462]. 1. È cosa incerta, se l'uomo, del quale in primo luogo accennerò rapidamente la storia, fosse il vero Mustafà, o un impostore che ne avesse assunto il nome. Il Mustafà, indubitatamente vero, combattè a fianco del padre alla battaglia di Angora; ma allorchè il Sultano prigioniero ottenne dal vincitore la permissione di mandare in traccia dei figli, il solo Musa fu ritrovato, e gli Storici turchi, schiavi della fazion trionfante, assicurano che il fratello di Musa fu rinvenuto tra i morti. Ammettendolo fuggito, sarebbe rimasto per dodici anni nascosto agli amici e ai nemici, perchè sol dopo questo tempo comparve in Tessaglia, ove una numerosa fazione riconobbe in lui il figlio e il successore di Baiazetto. Sofferse una sconfitta, per cui avrebbe terminati i suoi giorni, se non fosse stato salvato per opera de' Greci, che dopo la morte di Maometto, altro figlio di Baiazetto, gli restituirono la libertà e l'Impero. L'abbiezione de' costui sentimenti confermava l'opinione di chi un impostore il credeva. Dopo avere sul trono di Andrinopoli ricevuti gli onori di Sultano legittimo degli Ottomani, un'obbrobriosa fuga, e prigionia, e infame supplizio, allo sprezzo pubblico lo abbandonarono. Trenta successivi impostori sostennero la medesima parte, e fecero lo stesso fine; la quale ripetizione di avvenimenti potrebbe forse servir di prova che la morte del vero Mustafà non era bene avverata. 2. Isa[463], altro figlio di Baiazetto, allorchè questi cadea prigioniero, regnava in Sinope e sulle coste del mar Nero in vicinanza di Angora; e Timur ne accolse favorevolmente gli Ambasciatori, rimandandoli con molti donativi e lusinghevoli promesse: ma vittima della gelosia del fratello Sovrano di Amasia, Isa perdè le province e la vita. La conclusione della querela stata fra questi due fratelli, diede luogo ad osservare con pia allusione, che la legge di Mosè e di Gesù, -Isa- e -Musa- era stata abolita dall'autorità suprema di -Maometto-. 3. Solimano (altro fratello) non vien posto nel novero degl'Imperatori turchi (A. D. 1403-1410); cionnullameno arrestò i progressi de' Mongulli, e dopo la loro ritirata, unì per alcuni istanti i troni di Andrinopoli e di Bursa. Coraggioso, solerte e fortunato in guerra, univa la clemenza alla intrepidezza; ma lasciatosi dominare dalla presunzione, e corrompere dalla intemperanza e dall'ozio, allentò la disciplina in un governo, ove, se il suddito non trema, fa tremare il Sovrano. Si inimicò i Capi dell'esercito e della legge co' suoi sregolamenti, e soprattutto coll'ubbriachezza, divenutagli abituale; vizio turpe in ogni uomo, più in un Sovrano; doppiamente odievole in un discepolo di Maometto. Il fratello di lui Musa, sorprese Andrinopoli mentre il Principe avvinazzato stava immerso nel sonno; e datosi questo alla fuga, non fu difficile all'altro il raggiugnerlo sulla strada di Bisanzo, ove lo fece morire entro un bagno. Sette anni e dieci mesi durato erane il regno (A. D. 1410). 4. Ma Musa, possessore di una picciola parte della Natolia, vile apparve agli occhi de' sudditi sin d'allora che accettò dai Mongulli, l'investitura di questo regno; oltrechè le sue timide soldatesche e un erario estenuato, non gli bastavano a respingere i veterani cui comandava il Sovrano della Romania. Egli abbandonò, travestito, il palagio di Bursa, e attraversata la Propontide in uno schifo scoperto, pervenne con alcuni sforzi a salire sul trono di Andrinopoli, che avea recentemente lordato del sangue di suo fratello Solimano. Durante un regno di tre anni e mezzo, riportò alcune vittorie sui Cristiani dell'Ungheria e della Morea; ma la sua timidezza, e la clemenza usata fuor di proposito, lo perdettero. Dopo avere rinunziato alla Sovranità della Natolia, fu vittima della perfidia de' suoi Ministri, e della prevalenza che il fratello di lui Maometto si era acquistata. 5. Quest'ultimo dalla prudenza e dalla moderazione, una concludente vittoria si meritò (A. D. 1413-1421). Prima di rimaner prigioniero, Baiazetto gli avea confidato il governo di Amasia, propugnacolo de' Turchi contra i Cristiani di Trebisonda e della Georgia, e circa trenta giornate lontana da Costantinopoli. Questa città egualmente bipartita dal fiume Iride, sorge dai suoi due lati a guisa di anfiteatro[464], somministrando nella sua picciolezza un'idea di Bagdad, e difesa da una Rocca che aveasi per insuperabile dagli Asiatici. Parea che Timur, nel corso delle sue rapide spedizioni, avesse dimenticato quest'angolo oscuro e ribelle della Natolia. Maometto, ben astenendosi dal provocare il vincitore, conservò in silenzio la sua independenza, nè ebbe altra briga fuor quella di scacciare dalle sue province alcuni sbandati scorridori tartari che non avean seguito l'esercito di Timur. Scioltosi dall'incomoda vicinanza di Isa, gli altri fratelli di lui più potenti, rispettarono in mezzo alle loro contese la neutralità, ch'ei parimente serbò per riguardo loro fino al momento del trionfo di Musa; e allora si chiarì il vendicatore ed erede di Solimano. Acquistò, per via d'un Trattato, la Natolia, coll'armi la Romania. Guiderdonò, qual benefattore della corona e de' popoli, il soldato che gli presentò il reciso capo di Musa. Negli otto anni che regnò solo e pacifico, pensò a ristorare i danni derivati dalle civili discordie, e a dar più solida base alla ottomana Monarchia. Sul finir de' suoi giorni, scelse due Ministri fidati, che incaricò di soccorrere alla inesperienza del suo giovine figlio Amurat. Tal fu la prudenza e l'accordo de' due Visiri Ibraim e Baiazetto, che tennero nascosta per più di quaranta giorni la morte dell'Imperatore, fino all'arrivo del figlio di lui che accolsero entro al palagio di Bursa. Il Principe Mustafà, o un impostore che si era dato un tal nome, riaccese in Europa una nuova guerra, che costò la vita sul campo di battaglia al primo de' due Visiri. Fu più fortunato[465] Ibraim, e i Turchi riveriscono tuttavia il nome e la famiglia di quell'uomo che terminò le guerre civili colla morte dell'ultimo pretendente al trono di Baiazetto. Durante le accennate discordie, i più saggi fra i Turchi, e in generale la nazione, desideravano con ardore veder congiunte le smembrate parti di quell'Impero. La Romania e la Natolia sì frequentemente dilacerate dall'ambizione de' privati, a questa unione grandemente agognavano, e gli sforzi che fecero a tal uopo, offerivano una lezione alle Potenze cristiane. Se le flotte di queste si fossero unite per occupare lo stretto di Gallipoli, ben presto gli Ottomani sarebbero stati annichilati, almeno in Europa; ma lo scisma dell'Occidente, le fazioni e le guerre della Francia e dell'Inghilterra, da sì generosa impresa stoglieano i Latini. Contenti di una passeggiera tranquillità, neghittosi sull'avvenire, l'interesse del momento li spinse più d'una volta a servire il nemico della lor religione. Una colonia di Genovesi[466] dimorante a Focea[467], sulla costa del mar Ionio, arricchendosi col commercio privilegiato dell'allume[468], pagava la sua tranquillità con un tributo annuale agli Ottomani. Nell'ultima guerra civile, il giovine e ambizioso Adorno, governatore de' Genovesi, avendo abbracciata la causa di Amurat, armò sette galee per trasportarlo d'Asia in Europa; onde il Sultano, accompagnato da cinquecento guardie, entrò a bordo della nave ammiraglia, guernita da ottocento valorosissimi Franchi, nelle cui mani era la vita e la libertà dell'Ottomano; nè senza ripugnanza facciamo plauso alla fedeltà di Adorno, che in mezzo al tragetto, gli si prostrò innanzi, manifestandogli gratitudine perchè un debito arretrato dei tributi perdonò ai Genovesi. Sbarcati tutti a veggente di Mustafà e di Gallipoli, duemila Italiani, armati di lancie e di azze da guerra, accompagnarono Amurat alla conquista di Andrinopoli, venale servigio, di cui fu ben tosto guiderdone la rovina del commercio e della colonia della Focide. [A. D. 1402-1425] Se la guerra che Timur fece a Baiazetto fosse stata mossa dalla generosa intenzione di soccorrere l'Imperator greco, ei si sarebbe meritata la gratitudine e gli encomj de' Cristiani[469]; ma un Musulmano che portava morte e distruzione nella Georgia, rispettando ad un tempo la -santa guerra- di Baiazetto, non poteva essere propenso a compiangere, o a proteggere gl'-idolatri- europei. Non ascoltando il Tartaro che le voci della propria ambizione, la liberazione di Costantinopoli fu sol conseguenza indiretta delle sue imprese. Allorchè Manuele rassegnò il governo, chiedea, senza sperarlo, al Cielo, fosse differita sin dopo il termine de' suoi miseri giorni la rovina della Chiesa e dell'Impero. Mentre di ritorno dall'Occidente, ei s'aspettava ogni dì la notizia di tale catastrofe, udì con sorpresa eguale alla gioia la partenza, la sconfitta e la cattività dell'Imperatore ottomano. Partitosi tosto da Modone nella Morea[470], rivide Costantinopoli, ove risalì il suo trono, assegnando al Principe di Selimbria un temperato esilio nell'isola di Lesbo. Vennero ammessi alla sua presenza gli ambasciatori del figlio di Baiazetto che assunsero modesto tuono, quale al fiaccato loro orgoglio addiceasi; oltrechè li tenea in giusto riguardo il timore che i Greci agevolassero ai Mongulli l'ingresso in Europa. Solimano salutò l'Imperatore col nome di Padre, e sollecitando da lui l'investitura del governo della Romania, promettea meritarsi un tale favore, con essergli inviolabilmente collegato, e col restituirgli Tessalonica, e le piazze più rilevanti situate sulle rive dello Strimone, della Propontide e del mar Nero: ma questa alleanza con Solimano, espose Manuele al risentimento e alla vendetta di Musa. Comparve alle porte di Costantinopoli un nuovo esercito di Turchi, che però vennero e per terra, e per mare respinti; e certamente, a meno che truppe straniere non difendessero la Capitale, i Greci dovettero maravigliare della riportata vittoria. Cionnullameno anzichè tenere in bilancio le discordie delle Potenze ottomane, Manuele credè secondar meglio o la sua politica, o le inclinazioni dell'animo suo, col mettersi dalla banda di quello tra i figli di Baiazetto che era il più formidabile. Conchiuse quindi un Trattato con Maometto, i cui progressi erano impacciati dall'antemurale insuperabile di Gallipoli. Navi greche trasportarono il Sultano e le sue truppe di qua dal Bosforo; ricevuto amichevolmente in Andrinopoli, la vittoria da lui riportata contro il rivale Musa, gli fu primo gradino a conquistare la Romania. Dopo la morte di Musa, la rovina di Costantinopoli venne ancor differita per la prudenza e la moderazione del vincitore. Fedele Maometto ai proprj obblighi e a quelli contratti da Solimano, rispettò la pace e le leggi della gratitudine; e all'atto della sua morte confidò la tutela di due de' suoi figli all'Imperatore greco, mosso da vana speranza di assicurare ad essi un protettore contro la crudeltà del lor fratello Amurat; ma l'esecuzione di un simile testamento avrebbe offeso l'onore e la religione de' Maomettani. Il Divano sentenziò unanimemente non potersi abbandonare la cura e l'educazione de' reali giovanetti ad un -cane- di Cristiano. Udito il rifiuto, Manuele adunò i suoi Consigli; divisi furono i pareri; ma la prudenza del vecchio Manuele dovette cedere alla presunzione di Giovanni figlio del medesimo, e adoperando un'arme pericolosissima alla vendetta, restituì la libertà al vero o falso Mustafà, ch'ei tenea da lungo tempo o ostaggio, o prigioniero, e per cui la Porta Ottomana gli pagava ogni anno trecentomila -aspri-[471]. Per uscir di schiavitù, Mustafà acconsentì a qualunque patto, e la restituzione delle Fortezze di Gallipoli, vale a dire delle chiavi d'Europa, fu il prezzo posto alla sua liberazione. Ma appena sedutosi sul trono della Romania, rimandò con disdegnoso sorriso gli Ambasciatori greci, piamente chiarendo loro, che preferiva la necessità di render conto d'un giuramento falso nel dì del giudizio, all'indegno atto di consegnare una città musulmana fra le mani degl'Infedeli. Così Manuele divenne il nemico d'entrambi gli emuli, all'un de' quali avea fatto ingiuria, dall'altro l'avea ricevuta. Vincitore Amurat, imprese nella seguente primavera l'assedio di Costantinopoli[472]. [A. D. 1422] Il religioso disegno di sottomettere la città de' Cesari trasse dall'Asia una folla di volontarj che alla corona del martirio aspiravano, e il cui militare ardore non era meno infiammato dalla speranza di possedere ricca preda e belle schiave; oltrechè l'Imperatore ottomano vedea consagrati i suoi ambiziosi disegni dalle predizioni e dalla presenza di Seid-Besciar discendente del Profeta[473], che giunse al campo cavalcando una mula, e seguìto da una rispettabile comitiva di cinquecento discepoli; ma dovette arrossire, se d'arrossire è capace un fanatico, della mentita che l'esito diede alle sue profezie. La saldezza delle mura di Costantinopoli resistette ad un esercito di dugentomila Turchi; ed ogni assalto veniva rispinto da felici sortite de' Greci e de' mercenarj stranieri; alle nuove arti di guerreggiare le antiche di difendersi vennero opposte; e l'entusiasmo del Dervis[474], innalzato miracolosamente al Cielo per conversare con Maometto, fu contrabbilanciato dalla credulità de' Cristiani, che videro la Vergine Maria vestita di color paonazzo trascorrendo i baloardi e incoraggiando i suoi fedeli alla pugna[475]. Dopo due mesi d'assedio, una ribellione eccitata dai Greci, costrinse il Sultano a ritornare affrettatamente a Bursa, ove estinse la sommossa, versando il sangue di suo fratello che ne era colpevole. Intanto che Amurat conduceva i suoi giannizzeri a nuove conquiste (A. D. 1425-1448) nell'Europa e nell'Asia, Bisanzo godè per trent'anni il riposo precario della servitù. Dopo la morte di Manuele, Giovanni Paleologo ottenne la permissione di regnare, mediante un tributo di trecentomila -aspri-, e la cessione di quasi tutto il territorio che oltrepassava i sobborghi di Costantinopoli. Chiunque considera che i principali avvenimenti della vita dipendono spesse volte dal carattere di un sol personaggio, vedesi costretto ad attribuire alle qualità personali de' Sultani il primo merito della fondazione e della restaurazione dell'Impero ottomano. Possono osservarsi fra essi diversi gradi di saggezza e virtù; ma dall'innalzamento di Otmano fino alla morte di Solimano, vale a dire in un periodo di nove regni e di dugento sessantacinque anni, il trono, fatta una sola eccezione, fu occupato da una sequela di Principi prodi e operosi, rispettati dai sudditi e temuti dagl'inimici. Invece di trascorrere la giovinezza in mezzo alla fastosa indolenza di un Serraglio, gli eredi dell'Impero, ne' campi e ne' consigli educavansi. Per tempo i lor padri fidavano ad essi il comando degli eserciti e delle province; nobile istituzione che, comunque stata origine d'infinite guerre civili, la disciplina e il vigore dell'Impero francò. Certamente gli Ottomani non possono, come gli antichi Califfi dell'Arabia, intitolarsi i discendenti, o i successori dell'Appostolo di Dio; e il parentado che reclamavano coi Principi tartari della Casa di Gengis, sembra fondato meno sulla verità che sull'adulazione[476]. Oscura è la loro origine; ma ben presto acquistarono nella opinione de' sudditi quel sacro e incontrastabile diritto, che il tempo non può cancellare, nè la violenza distruggere. Accade che un Sultano debole o vizioso venga rimosso o strozzato, ma il figlio di lui, sia pur fanciullo o imbecille, succede all'Impero, nè il più audace fra i ribelli ha per anco osato assidersi sul trono del suo Monarca[477]. Intanto che Visiri perfidi, o Generali vittoriosi atterravano le vacillanti dinastie dell'Asia, un possedimento di cinque secoli confermava la successione ottomana, e la stabilità in essa della corona entra ora fra i principj fondamentali cui l'esistenza della nazione turca va collegata. Il vigore e la costituzione di questo popolo sono in gran parte dovuti ad una assai straordinaria cagione. I primi sudditi di Otmano stavansi in quelle quattrocento famiglie erranti di Turcomani che ne aveano seguiti gli antenati dall'Osso al Sangario; onde le pianure della Natolia vedonsi tuttavia coperte di loro compatriotti, che sotto tende, o bianche, o nere, ne' campi dimorano; ma il primo numero di que' pochi si mescolò ben presto colla popolazione de' popoli vinti, e assunto il nome di Turchi, coi comuni vincoli di costumanze, di lingua e di religione, e quelli e questi si collegarono. Perciò in tutte le città, da Erzerum fino a Belgrado, con tal denominazione si appellano tutti que' Musulmani che come primi e più spettabili fra i cittadini vengono considerati: ma hanno abbandonato, almeno nella Romania, i villaggi e la coltivazione dei terreni ai contadini cristiani. Che anzi nel vigor primo dell'Impero ottomano, i medesimi Turchi erano esclusi dagli onori militari e civili; e la disciplina della educazione avea creato da una classe di schiavi un popolo fattizio, atto ad obbedire, a combattere e a comandare[478]. Da Orcano fino al primo Amurat, i Sultani ebbero per massima che un governo militare debbe a ciascuna generazione rinnovellare i suoi soldati, nè far di mestieri il cercar questi fra gli effeminati abitatori dell'Asia, poichè le sole bellicose nazioni europee li potevano somministrare. Le province della Tracia, della Macedonia, dell'Albania, e della Servia divennero vivai degli eserciti ottomani; e allorchè le conquiste ebbero diminuito la quinta parte che apparteneva al Sultano sul numero de' prigionieri, i Cristiani vennero sottomessi ad una barbara tassa che si riscoteva ogni cinque anni, e li privava del quinto de' loro figli. Giunti all'età di dodici, o quattordici anni i giovinetti più vigorosi erano staccati dalle braccia paterne, ascritti ai registri militari, e da quell'istante vestiti, nudriti, educati a spese del Pubblico, cui doveano prestare servigio. Quelli di essi che davano di sè migliori speranze, venivano con adeguata proporzione scelti per le scuole reali di Bursa, di Pera e d'Andrinopoli, o affidati alla custodia dei Pascià; gli altri confusi nelle famiglie dei contadini della Natolia. I lor padroni aveano per prima cura l'ammaestrarli nel turco idioma, e l'addestrarne i corpi a tutte le fatiche che giovavano a renderli più robusti; alla lotta, al salto, alla corsa, al maneggio dell'arco e al tiro dell'archibuso; nelle quali cose doveano essere istrutti quando entravano nelle compagnie e nelle camerate de' giannizzeri, per fare ivi severo noviziato della vita monastica, o militare dell'Ordine. I più distinti per ingegno, per forme o per nascita passavano nella classe degli -Agiamoglani-, o venivano promossi al grado maggiore d'-Iconoglani-; i primi prestavano servigio nel palagio, i secondi immediatamente alla persona del Sovrano. Sotto la sferza degli eunuchi bianchi, si avvezzavano in quattro successive scuole a cavalcare e a lanciare il giavellotto. Quelli che si mostravano d'indole più propensa agli studj, doveano applicare la mente loro al Corano e alla lingua araba e persiana. A proporzione di merito e di età otteneano impieghi militari, civili, o ecclesiastici. Quanto più lunga la loro educazione, tanto era maggiore la speranza di un grado distinto. In età matura, vedeansi ammessi nel numero dei quaranta -Agà- che accompagnavano l'Imperatore; da quel grado promossi, secondo la scelta dell'Imperatore, al governo delle province e ai primi onori dello Stato[479]. Cotale instituzione ammirabilmente addiceasi alla forma e ai principj di una dispotica Monarchia. I Ministri e i Generali, schiavi a tutto rigor di termine del Monarca, riconosceano dalla bontà di lui la loro esistenza e istruzione. Giunti all'istante di abbandonare il Serraglio e di lasciarsi crescere la barba, come simbolo di affrancamento, si trovavano insigniti di una carica rilevante, scevri d'amor di parte e di vincoli d'amicizia, privi di parenti e d'eredi; soggetti in tutto e per tutto alla mano che gli avea tolti dalla polvere, e che potea, giusta il detto di un turco proverbio, infrangere queste statue di vetro a suo grado[480]. Durante il corso di una educazione lenta e penosa, non era difficile alla sagacità lo scorgere la loro indole; perchè vedeasi in ciascun d'essi l'uomo isolato, privo d'ogni proprietà, e ridotto al solo suo merito personale, e se il Principe avea l'accortezza necessaria a scegliere rettamente, niun riguardo gl'impacciava la libertà della scelta. Le privazioni preparavano i candidati all'amore della fatica, la consuetudine dell'obbedire al comando. D'onde addivenne che gli eserciti erano tutti animali da un medesimo spirito, e gli stessi Cristiani che fecero la guerra ai Turchi, non poterono defraudar di lodi la sobrietà, la pazienza, la silenziosa modestia de' giannizzeri[481]. La vittoria non doveva sembrare dubbiosa, ponendo in confronto la disciplina e l'educazione de' Turchi coll'indocilità de' cavalieri, coll'orgoglio inspirato lor dalla nascita, coll'ignoranza delle reclute, coll'indole sediziose de' veterani, colla intemperanza e co' disordini che hanno regnato per sì lungo tempo negli eserciti dell'Europa. L'impero greco e i vicini non avrebbero potuto difendersi se non se col soccorso di qualche nuova arme, di qualche trovato nell'arte della guerra che desse loro una preminenza decisiva sui Turchi; e di quest'arme divennero possessori per una scoperta fattasi nel momento che dovea risolvere sul loro destino. I Chimici dell'Europa, o della Cina, fosse caso, o effetto d'indagini, si erano avveduti che una mescolanza di nitro, di zolfo e di carbone, coll'apprestarle una sola scintilla di fuoco, producea un formidabile scoppio. Nè tardarono indi ad accorgersi che questa forza espansiva compressa entro un tubo di salda materia, potea lanciare una palla di terra, o di ferro con violenza e rapidità impareggiabili. La vera epoca in cui venne adattata la polvere all'uso dell'armi[482], si è perduta in mezzo ad incerte tradizioni e ad equivoche dilucidazioni, ma sembra bastantemente provato che l'uso della medesima si conoscea verso la metà del secolo XIV, e che prima del finir del medesimo, l'artiglieria veniva continuamente adoperata nelle battaglie e negli assedj, per terra e per mare, dai popoli dell'Alemagna, dell'Italia, della Spagna, della Francia e dell'Inghilterra[483]. È cosa affatto indifferente qual di queste nazioni se ne giovasse la prima, perchè tutte ben presto possedettero tale vantaggio in comune, ed essendo stato ridotto ad una perfezione eguale pei diversi popoli, la bilancia del potere e della scienza militare rimase nello stato in cui era prima. Tale scoperta non poteva a lungo essere la privilegiata proprietà dei Cristiani; la perfidia degli apostati, e l'imprudente politica della rivalità, la portarono ben tosto fra i Turchi, i cui Sovrani ebbero bastante ingegno per adottarla, e bastanti ricchezze per prendere al loro servigio ingegneri cristiani. Grande taccia si meritarono i Genovesi, che, trasportando Amurat in Europa, gl'insegnarono questo segreto, ed avvi molta probabilità che essi fondassero e regolassero i cannoni di cui si valsero per assediare Costantinopoli[484]. Benchè mal tornasse ai Turchi tal prima impresa, nel progresso delle guerre di questo secolo, ebbero necessariamente il vantaggio, perchè furono sempre essi gli assalitori. Non appena il primo ardore dell'assalto e della difesa si rallentavano, le fulminanti batterie venivano appuntate contro torri e mura, non fabbricate che per resistere alle men possenti macchine da guerra, cui gli Antichi aveano inventate. I Veneziani insegnarono, nè può farsene ad essi un rimprovero, l'uso della polvere ai Sultani dell'Egitto, loro collegati contro la Potenza ottomana. Divenuto indi comune agli estremi abitatori dell'Asia questo formidabil soccorso, il vantaggio degli Europei si trovò ben tosto limitato a facili vittorie riportate sui Selvaggi del Nuovo Mondo. Paragonando i rapidi progressi di questa infausta scoperta co' lenti e penosi delle scienze, della ragione e dell'arti della pace, un filosofo non potrà starsi dal ridere, o dal piangere sulle follie del Genere umano. NOTE: [390] Questi Giornali vennero comunicati a Serefeddino, o Scerefeddin-Alì, che compose in lingua persiana la Storia di Timur-Bek, tradotta in francese dal sig. Petis de la Croix, Parigi 1722, in quattro volumi in 12; autore che ho preso per mia guida, seguendolo fedelmente. Si mostra esattissimo nella geografia e nella cronologia, e merita confidenza ne' raccontati fatti, benchè talvolta con un linguaggio da schiavo encomj la fortuna e le virtù del suo eroe. Può scorgersi dalle Instituzioni di Timur, quanto questo Principe fosse sollecito di procurarsi cognizioni e nel proprio paese, e dagli stranieri (-Instit. de Timur-, p. 215-217, 349, 351). [391] Questi Comentarj non sono ancor conosciuti in Europa, ma il signor White ne fa sperare la traduzione per cura del suo amico, Maggiore Davy, che ha letto in Asia questo -racconto fedele e minuto- delle cose attenenti ad un'epoca rilevante e feconda d'avvenimenti. [392] Non so se l'originale di queste -Instituzioni-, scritte in lingua turca o mongulla, rimanga tuttavia. Il Maggiore Davy, col soccorso del signor White professore di lingua araba, ha pubblicata in Oxfort nel 1783 in 4, la traduzione persiana, unendovi una traduzione inglese, e un prezioso indice. Quest'opera è stata da poco in qua tradotta in francese (Parigi 1787) dal signor Langlès, versatissimo nelle antichità dell'Oriente, che vi ha aggiunta una vita di Timur e varie note di molto pregio. [393] Shaw Allum, il presente Mogol, legge, apprezza, ma non può imitare le Instituzioni del suo illustre antenato: il traduttore inglese crede giustificata l'autenticità delle medesime dalle prove inserite nell'opera; ma per chi formasse alcuni sospetti di frode o finzione, la lettera del Maggiore Davy non sarebbe atta a distruggerli. Gli Orientali non hanno mai coltivata l'arte della critica. La protezione di un Principe non è men lucrosa di quella di un libraio, nè può riguardarsi come cosa incredibile che un Persiano fosse stato il vero autore dell'Opera, e avesse rinunziato all'onore di comparir tale per aumentare il prezzo e il valore della medesima. [394] Trovasi l'originale delle favole raccontate intorno a Timur nella seguente opera assai apprezzata per pomposa eleganza di stile: -Ahmedis Arabsiadae- (Ahmed-Ebn-Arabshà) -vitae et rerum gestarum Timuri, arabice et latine. Edidit Samuel Henricus Manger. Franequerae, 1768, 2 t. in 4-. In questo autore nativo della Sorìa si ravvisa un nemico sempre malevolo, e spesse volte ignorante: i titoli stessi de' suoi capitoli portano l'impronta dell'astio; tai sono i seguenti. -In qual modo il malvagio; in qual modo l'empio; in qual modo la vipera ec.- Il copioso articolo -Timur-, inserito nella -Biblioteca Orientale-, offre un miscuglio di opinioni, perchè il d'Herbelot ha tolti indifferentemente i suoi materiali (p. 887-888) da Kondemir, da Eb-Sciunà, e da Lebtarik. [395] -Demir- o -Timur-, significa in lingua turca ferro; e -Beg- è la denominazione di un gran signore, o di un principe. Il cambiamento di una lettera o di un accento produce il vocabolo -leng- o -zoppo-, e gli Europei, per corruzione, hanno confuso i due vocaboli nell'unico Tamerlano. [396] Dopo avere raccontate alcune ridicole favole, Arabshà è costretto a riconoscere Timur-Lenc, siccome un discendente di Gengis -per mulieres-, aggiugnendo con mal umore -laqueos Satanae- (part. I, c. 1, p. 25). La testimonianza di Abulgazi-kan (part. 2, c. 5; part. 5, c. 4) è chiara, irrefragabile e decisiva. [397] Giusta una genealogia, il quarto antenato in linea ascendente di Gengis e il nono di Timur erano due fratelli; i quali convennero che la posterità del primogenito succederebbe alla dignità di Kan, e che i discendenti del più giovine sosterrebbero le cariche di ministri e di generali; tradizione che servì almeno a giustificare le prime imprese dell'ambizioso Timur (-Instituzioni-, p. 24-25, compilate dai fragmenti manoscritti della -Storia di Timur-). [398] -V.- la -Prefazione- di Serefeddino e la -Geografia- di Abulfeda (-Chorasmiae- ec., -Descriptio-, pag. 60, 61) nel secondo volume di Hudson. [399] -V.- al proposito della nascita di Timur e dell'avviso che intorno ad essi portarono gli Astrologi, il Dottor Hyde (-Synt. Dissert.-, t. II, pag. 466). Nacque l'anno di Grazia 1336, 9 aprile, 11°, 57', P. M. lat. 36. Non so se abbiano avverata al giusto la grande congiunzion de' pianeti, da cui Timur, come altri conquistatori, hanno tratto il soprannome di Shach-Keran, o -Padrone delle Congiunzioni- (-Bibl. orient.- pag. 878). [400] Le -Instituzioni- di Timur danno assai impropriamente ai sudditi del Kan di Kasgar il nome di Uzbeg, o Uzbek; nome che perteneva ad un'altra popolazione di Tartari dimorante in una diversa contrada (Abulgazi, part. V, cap. 5, part. VII, c. 5). Se fossi ben sicuro che questo equivoco di nome si trovasse anche nell'originale turco, non esiterei da inferirne che le -Instituzioni- furono composte un secolo dopo la morte di Timur, e successivamente alla migrazione degli Uzbek nella Transossiana. [401] Il primo libro di Serefeddino è consacrato alla vita privata del suo eroe; e lo stesso Timur, ovvero il suo segretario, si diffonde con compiacenza (-Instit.-, p. 3-77) sulle tredici spedizioni che fanno maggiore onore al merito personale di questo Principe, merito personale che traluce anche in mezzo ai racconti di Arabshà (part. 1, c. 1-12). [402] Il secondo e il terzo Libro di Serefeddino narrano le conquiste della Persia, della Tartaria, e dell'India; parimente Arabshà (c. 13-35). V. anche il prezioso -Indice- delle -Instituzioni-. [403] Abulgazi-kan commemora la venerazione che hanno i Tartari pel misterioso numero 9, e divide per questa sola ragione in nove parti la sua Storia Genealogica. [404] Arabshà (parte I, c. 28, pag. 183) racconta che il -codardo- Timur fuggì nella sua tenda; che per non essere inseguito da Mansur si travestì da donna. Chi sa che per un vizio contrario, Serefeddino non abbia esagerato il valor del suo eroe. (-V.- l. III, c. 25). [405] L'Istoria di Ormuz somiglia assai a quella di Tiro. La vecchia città situata sul Continente, fu distrutta dai Tartari e venne fabbricata la nuova in un'isola sterile e priva di acqua dolce. I Re di Ormuz arricchiti dal commercio dell'India e dalla pesca delle perle, possedevano vasto territorio in Persia e in Arabia; tributarj indi de' Sultani di Kerman, e oppressi sotto la tirannide de' lor Visiri, ne furono nell'anno 1505 liberati, per cadere sotto nuova tirannide, dai Portoghesi. V. Marco Polo (l. I, c. 15-16, fol. 7, 8), Abulfeda (-Geogr., Tab.- XI, p. 261, 262), una Cronaca originale di Ormuz nella -Storia della Persia- di Stephen (p. 376-416) ovvero in Texeira; e gl'-Itinerarj- inseriti nel primo volume di Ramusio, o Lodovico Bartema (1503, fol. 167), di Andrea Corsali (1517, fol. 202, 203) e di Odoardo Barbessa (1516, fol. 315-318). [406] Arabshà avea viaggiato nel Kipsak e acquistate grandi conoscenze della geografia e delle vicissitudini di quel paese settentrionale (parte I, c. 45-49). [407] -Instit. di Timur-, pag. 123-125. Il White, l'editore, si lagna del racconto sterile e superficiale di Serefeddino (l. III, c. 12, 13, 14), che ignorava i disegni di Timur e i veri motivi che lo guidavano nelle sue azioni. [408] È cosa più facile il persuadersi delle pellicce di Russia, che delle verghe d'oro e d'argento; ma inoltre, Antiochia non è mai stata famosa per le sue tele, e in quel tempo era già rovinata. Penso piuttosto che queste tele di manifattura europea, vi fossero state portate per la strada di Novogorod, e forse da alcuni mercanti delle città anseatiche. [409] Il signor Levesque (-Hist. de Russie-, l. II, pag. 247; -Vie de Timur-, p. 64-67, pubblicata prima della traduzione francese delle -Instituzioni-) ha corretti gli errori di Serefeddino e contrassegnati i veri limiti delle conquiste di Timur, o Tamerlano. Sono superflui i suoi argomenti; e gli Annali di Russia bastano per provare che Mosca stata presa sei anni prima di quest'epoca da Toctamis, si sottrasse all'armi d'un più formidabile conquistatore. [410] Il viaggio di Barbaro a Tana seguito nel 1436, dopo che la città era stata rifabbricata, cita un Console egiziano del Gran Cairo (-Ramusio-, t. II, folio 92). [411] Trovasi la relazione del saccheggio di Azoph in Serefeddino (l. III, c. 55), e più minutamente ancor lo descrive l'autore di una Cronaca italiana (Andrea de Redusiis de Quero, -in Chron. Tarvisiano-, in Muratori, -Script. rer. italic.-, t. XIV, pag. 802-805). Egli avea conversato co' Miani, due fratelli veneziani, uno de' quali era stato delegato al campo di Timur, e l'altro avea perduti ad Azoph i suoi tre figli e dodicimila ducati. [412] Serefeddino dice semplicemente (l. III, cap. 13) che poteva appena discernersi un intervallo fra la sera e il mattino. Può facilmente risolversi questo problema, nella latitudine di Mosca posta al 56.°, col soccorso di un'aurora boreale e di un lungo crepuscolo: ma una giornata solare di quaranta giorni (Kondemiro, -presso- d'Herbelot, p. 880) ci restringerebbe a tutto rigore nel Cerchio polare. [413] Circa la guerra dell'India, -V.- le (-Instit.- p. 129-139), il quarto libro di Serefeddino, e la Storia di Ferista in Dow, (vol. II, pag. 1-20) che offre idee generali sugli affari dell'Indostan. [414] L'impareggiabile Carta dell'Indostan delineata dal Maggior Rennel, ha per la prima volta stabilito, con verità ed esattezza, la situazione e il corso del -Pungiab-, ossia de' cinque rami orientali dell'Indo; e la Memoria Critica dello stesso geografo spiega con discernimento e chiarezza la spedizione di Alessandro, e l'altra di Timur. [415] I due grandi fiumi, il Gange e il Burampooter, traggono la loro sorgente nel Tibet dai fianchi opposti della catena delle stesse montagne, alla distanza di milledugento miglia l'uno dall'altro, e dopo un corso tortuoso di duemila miglia si congiungono presso al golfo del Bengala. Tale però si è il capriccio della fama, che il Burampooter sol di recente è stato scoperto, e il Gange, da un gran numero di secoli è famoso nella Storia antica e moderna. Cupela, ove Timur riportò l'ultima sua vittoria, debb'essere situata presso Loldong lontano mille cento miglia da Calcuta. Gl'Inglesi vi accamparono nel 1774 (-Memoria di Rennel-, pag. 7-59-90, 91-99). [416] -V.- le -Instituzioni- (p. 141) sino alla fine del primo libro, e Serefeddino (l. V, c. 1-16) fino all'arrivo di Timur nella Sorìa. [417] Noi abbiamo tre diverse copie di queste lettere minacciose, nelle -Instituzioni- (p. 147), in Serefeddino (l. V, c. 14) e in Arabzà (t. II, c. 19, p. 183-201), le quali s'accordano più nella sostanza che nello stile. Vi è apparenza che sieno state tradotte, con più o meno libertà, dal turco in lingua araba e in lingua persiana. [418] L'Emiro Mongul dà a sè medesimo e a' suoi compatriotti il nome di Turchi, e avvilisce Baiazetto e la sua nazione valendosi del nome meno onorevole di -Turcomani-. Però io non comprendo in qual maniera gli Ottomani potessero trarre origine da un piloto turcomano. Questi pastori si trovavano, avuta considerazione al loro soggiorno, ben lungi dal mare e da ogni affare marittimo. [419] Giusta il Corano (c. 2, pag. 27, e i -Discorsi- di Sale, p. 134) un Musulmano che avesse ripudiato tre volte la moglie, cioè ripetuta per tre volte la formola del divorzio, non poteva ripigliarla se prima un altro non la sposava e ripudiava nuovamente. Una tal cerimonia è assai umiliante di per sè stessa, senza il bisogno di aggiugnere che il primo . ' 1 ' 2 , 3 [ ] . ' , 4 , , : 5 , 6 , , 7 . 8 , , 9 , . 10 , , ' 11 . ' , 12 [ ] , 13 ' ' 14 , ' 15 , ' . ' , 16 , , 17 ; 18 , 19 , , 20 , , 21 . , 22 , ' , , 23 , 24 ' , 25 , , . 26 , 27 , , 28 . , , 29 , , 30 , ' 31 , , 32 , , 33 ; 34 , , 35 . 36 , 37 ' . , , 38 . , ' , 39 , ' 40 . , 41 . , 42 ' , . 43 , ' 44 , 45 ' 46 . 47 ' 48 ; , 49 , 50 ' , 51 [ ] . 52 53 , 54 [ ] , , 55 , , , , 56 ; 57 , 58 , 59 . 60 ' 61 , , , 62 , , 63 : « ! 64 ; ; 65 ; ' 66 . , ' 67 ; , 68 , ' ' 69 . . 70 ' , 71 . ; 72 ; , 73 ' . » , 74 ' ' ' , 75 , 76 , ; 77 . 78 , 79 . - - , 80 ; 81 , 82 , 83 . , 84 , ' 85 , 86 , 87 ; ' ' 88 . 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