NOTE:
[320] Prego il leggitore a riandare que' capitoli della presente Storia
ove sono descritti i costumi delle nazioni pastorali e le conquiste di
Attila e degli Unni, e da me composti in un tempo in cui io desiderava,
più di quanto sperassi, di condurre a termine questo lavoro.
[321] I Kan dei Keraiti molto probabilmente non sarebbero stati capaci
di leggere le eloquenti epistole composte a loro nome dai missionarj
nestoriani, che presentavano il loro regno di tutte le favolose
maraviglie attribuite alle indiane Monarchie. Può darsi che questi
Tartari (da essi nominati Pretejanni) si fossero sottomessi al Battesimo
e agli Ordini sacri (-V.- Assem., -Bibl. Orient.-, t. III, part. II, p.
487-503).
[322] Dopo che il Voltaire ha pubblicate la sua Storia e la sua
Tragedia, il nome di Gengis, almeno in francese, sembra essere stato
generalmente ricevuto. Nondimeno Abulgazi-Kan dovea sapere il vero nome
del suo antenato, e sembra giusta l'etimologia ch'egli ha offerta;
-Zim-, in lingua dei Mongulli, significa grande, e -Gis- è la desinenza
del superlativo (-Hist. généalog. des Tartares-, part. III, p. 194,
195). Non abbandonando quindi il significato di grandezza, fu da quei
popoli chiamato -Zingis l'Oceano-.
[323] Il nome di Mongul, prevalso fra gli Orientali, è divenuto il
titolo del sovrano dell'Indostan, del -Gran Mogol-.
[324] I Tartari, o propriamente i -Tatar-, discendenti di Tatar-kan,
fratello di Mougul-kan (-V.- Abulgazi, prima e seconda parte) si
collegarono in un'orda di settantamila famiglie sulle rive del Kitay (p.
103-112), nella grande invasione d'Europa (A. D. 1238); sembra che
marciassero all'antiguardo, e la somiglianza del loro nome colla parola
-Tartarei-, rendè più famigliare ai Latini la denominazione di -Tartari-
(Paris, p. 398).
[325] Scorgesi una singolare somiglianza tra il codice religioso di
Gengis-kan e quello del Locke. (-V. le Costituzioni della Carolina-,
nelle sue Opere, vol. IV, p. 535, edizione in 4., 1777).
[326] Raccolta eseguita nell'anno 1294, per ordine di Chasan, Kan di
Persia, e quarto discendente di Gengis. Sul fondamento di queste
tradizioni, Fadlallà, Visir del ridetto Kan, compose la -Storia dei
Mongulli- in lingua persiana; della quale si è valso Petis de la Croix,
nella sua -Storia di Gengis-kan-. La -Storia genealogica de' Tartari-,
pubblicata a Leida nel 1726 in due volumi in 12, è una traduzione che
gli Svedesi, andati prigionieri in Siberia, fecero sul manoscritto
Mongul di Abulgazj-Bahadar-kan, discendente di Gengis, che regnava sugli
Usbek di Carasme, o Carizme, tra gli anni 1644-1663; opera assai
preziosa per l'esattezza dei nomi delle genealogie e dei descritti
costumi della nazione. Essa è divisa in nove parti: la prima delle quali
contiene un intervallo che da Adamo giunge sino a Mongul-kan; la seconda
da Mongul fino a Gengis; la terza è la vita di Gengis; la quarta,
quinta, sesta e settima narra la storia generale de' quattro figli di
Gengis e della loro posterità, l'ottava e la nona, la storia particolare
de' discendenti di Scibani-kan, che regnò ne' paesi di Morenahar e di
Carizme.
[327] -Storia di Gengis-kan, e di tutta la dinastia de' Mongulli suoi
successori, conquistatori della Cina, tolta dalla Storia Cinese-, opera
del R. P. Gaubil Gesuita missionario a Pechino; Parigi 1739 in 4. Questa
traduzione porta l'impronta cinese, cioè la scrupolosa esattezza nel
raccontare i fatti domestici, e l'assoluta ignoranza in tutto quanto
agli estranei si riferisce.
[328] -Histoire du grand Gengis-khan premier empereur des Mongouls et
des Tartares-, par M. Petis de la Croix, -à Paris-, 1710, in 12. Tale
Opera costò all'Autore dieci anni di fatica, ed è tolta in gran parte
dagli Scrittori persiani, fra gli altri da Nisavi, segretario del
Sultano Gelaleddin che ha i pregi e i pregiudizj di un contemporaneo. O
il compilatore, o gli originali hanno dato luogo alla censura di
scrivere in istile alquanto romanzesco. -V.- anche gli articoli di
-Gengis-kan-, -Mohammed-, -Gelaleddin- ec., nella Biblioteca orientale
del d'Herbelot.
[329] Aitono, principe armeno, indi Fra Premonstrato (Fabricius, -Bibl.
lat. med. aevi-, t. I, pag. 34), dettò in francese la storia de' Tartari
suoi antichi commilitoni; la quale venne immediatamente tradotta in
latino, ed è l'opera -De Tartaris-, inserita nel -Novus Orbis- di Simone
Grineo (Basilea, 1555 in foglio).
[330] Gengis-kan e i primi suoi successori tengono verso il fine la nona
dinastia di Abulfaragio (-Vers.- Pococke, Oxford, 1663, in 4); la decima
dinastia è quella dei Mongulli di Persia. L'Assemani, -Bibl. orient.-,
t. II, ha tolti alcuni fatti dai suoi scritti siriaci e dalla vita de'
Mafriani, giacobiti o primati dell'Oriente.
[331] Fra gli Arabi, tali di lingua e di religione, merita di essere
distinto Abulfeda, Sultano di Hamà nella Sorìa, che combattè in persona
contro i Mongulli, seguendo le bandiere dei Mammalucchi.
[332] Niceforo Gregoras (l. II, c. 5, 6) intendendo la necessità di
collegare la storia degli Sciti con quella di Bisanzo, ha descritto con
eleganza ed esattezza i costumi de' Mongulli dal momento che si
stanziarono nella Persia, ma non si mostra istrutto della loro origine,
e altera i nomi di Gengis e de' suoi figli.
[333] Il Signor Levesque (-Hist. de Russie-, t. II) ha narrata la
conquista della Russia operata dai Tartari, sulle tracce del patriarca
Nicone e delle Cronache antiche.
[334] Quanto alla Polonia, mi basta la -Sarmatia Asiatica et Europaea-,
di Mattia di Micou, o Michovia, medico e canonico di Cracovia (A. D.
1506), inserita nel -Novus Orbis- di Grineo (Fabricius, -Bibl. lat.
mediae et infimae aetatis-, t. V, p. 56).
[335] Citerei Turoczio, il più antico scrittore di questa Storia
generale (parte 2, c. 74, p. 150) nel primo volume dei -Scriptor. rerum
hungaricarum-, se questo stesso volume non contenesse l'originale
racconto di un contemporaneo che fu testimonio e vittima dell'invasione
de' Tartari (-M. Rogerii Hungari, varidiensis capituli canonici, carmen
miserabile, seu Historia super destructionem regni Hungariae, temporibus
Belae IV regis per Tartaros facta-, pag. 292-321); pittura eccellente,
fra quante io ne conosca, delle circostanze che alla invasione de'
Barbari vanno congiunte.
[336] Mattia Paris, fondandosi sopra autentici documenti, ha narrati i
terrori e i pericoli dell'Europa. -V.- il suo voluminoso indice alla
parola -Tartari-. Due frati, Giovanni -de Plano- Carpini e Guglielmo
Rubruquis, e il Nobile veneto Marco Polo, mossi da zelo, ovvero da
curiosità, visitarono nel secolo decimoterzo la Corte del Gran Kan. Le
relazioni latine de' due primi leggonsi inserite nel primo volume di
Hackluyt; l'originale italiano, o la traduzione della terza si trova nel
secondo tomo del Ramusio (Fabricius, -Bibl. lat. medii aevi-, t. II, p.
198, t. V, p. 25).
[337] Il Signor De Guignes nella sua grande Storia degli Unni ha
ragionato fondatamente sopra Gengis-kan e i suoi successori (-V.- t.
III, l. XV-XIX, e negli articoli de' Selgiucidi di Rum, t. IV, l. XI,
de' Carizmj, l. XIV, e de' Mammalucchi, t. IV, l. XXI, e anche le
-Tavole- del primo volume). Comunque l'Autore dia saggio ivi di molta
istruzione ed esattezza, non ne ho tolto che alcune osservazioni
generali, e alcuni passi di Abulfeda, il testo de' quali non è ancora
stato tradotto dall'arabo.
[338] O più giustamente Yen-king, antica città, le cui rovine vedonsi
tuttavia in qualche distanza a scilocco della moderna città di Pechino,
fabbricata da Cublai-kan (Gaubil, pag. 146). -Nan-king- e -Pé-king-,
sono nomi vaghi indicanti la corte d'ostro e la corte di tramontana.
Nella geografia cinese troviamo continui impacci or dalla somiglianza,
or dalla alterazione de' nomi.
[339] Voltaire, (-Essai sur l'Histoire génerale-, tom. III, c. 60, p.
8). Nella parte che si riferisce alla Storia di Gengis e dei Mongulli,
trovansi, come in tutte le opere di questo scrittore, molte
considerazioni giudiziose e verità generali mescolate con alcuni
particolari errori.
[340] Zagatai diede il proprio nome ai suoi Stati di Maurenahar, o
Transossiana, e i Persiani chiamano -Zagatai- i Tartari che migrarono da
quel paese. Tale autentica etimologia e l'esempio degli Usbek, de' Nogai
ec., debbono farci istrutti a non negare affermativamente che alcune
nazioni abbiano assunti nomi proprj di persone.
[341] Marco Polo, e i Geografi orientali distinguono gl'Imperi del Nort
e del Mezzogiorno co' nomi di Catai e di Mangi; così la Cina rimase
divisa fra il Gran-Kan e i Cinesi dall'A. di G. C. 1234 al 1279. Dopo
scoperta la Cina la ricerca del Catai sviò i nostri navigatori del
secolo XVI, voltisi -a scoprire un passaggio a greco-.
[342] Mi fido nell'erudizione e nell'esattezza del padre Gaubil, il
quale traduce il testo cinese degli Annali mongulli, o di Yuen (p.
71-93-153); ma ignoro in qual tempo questi Annali fossero composti e
pubblicati. I due zii di Marco Polo, che militarono come ingegneri
all'assedio di Siengiangfu (l. II, c. 61, in Ramusio, t. II; -V.-
Gaubil, p. 155, 157), dovrebbero aver conosciuto e raccontati gli
effetti di cotesta polvere struggitrice, e il loro silenzio è una
obbiezione che sembra pressochè decisiva. Io sospetto che la recente
scoperta della polvere, nata invece in Europa, sia stata trasportata
alla Cina dalle carovane del secolo XV, e falsamente adottata dai Cinesi
come antica loro scoperta, precedente all'arrivo de' Portuguesi e de'
Gesuiti. Pure il padre Gaubil afferma che l'uso della polvere da sedici
secoli era noto in quelle contrade.
[343] Tutto quanto possiamo sapere intorno agli -Assassini- della Persia
e della Sorìa, lo dobbiamo al sig. Falconet. -V.- le due Memorie
copiosissime di squisita erudizione dal medesimo lotto all'Accademia
delle Iscrizioni (t. XVII, p. 127-170).
[344] Gl'Ismaeliti della Sorìa o -Assassini- in numero di quarantamila,
aveano acquistate, o fabbricate dieci Fortezze nelle montagne sopra
Tortosa, e vennero sterminati dai Mammalucchi verso l'anno 1280.
[345] Alcuni storici Cinesi estendono le conquiste fatte da Gengis sino
a Medina, patria di Maometto (Gaubil, p. 42); asserzione atta quanto mai
a provare l'ignoranza di quei popoli su tutto ciò che alla storia del
loro paese non si riferisce.
[346] Il -Dastè-Kipsak-, ossia la pianura di Kipsak, tiene sulle due
rive del Volga uno spazio immenso che si estende verso i fiumi Iaik e
Boristene, e credesi terra natale de' Cosacchi, che dal paese abbiano
preso il lor nome.
[347] Nell'anno 1238 gli abitanti della Gotia, oggidì Svezia, e della
Frisia, per timore de' Tartari, non osarono spedire le loro navi nelle
acque inglesi alla pesca delle arringhe, che non venendo in quell'anno
asportate fuori dell'Inghilterra si vendeano uno scellino per ogni
quaranta o cinquanta (Mattia Paris, p. 396). Ella è cosa assai singolare
che gli ordini di un Kan de' Mongulli, il cui regno era ai confini della
Cina, abbiano fatto abassare il prezzo delle arringhe ne' mercati
dell'Inghilterra.
[348] Trascrivo gli epiteti caratteristici o lusinghieri, co' quali
questo ecclesiastico addita le diverse nazioni europee. -Furens ac
fervens ad arma Germania-, -strenuae militiae genitrix et alumna
Francia-, -bellicosa et audax Hispania-, -virtuosa viris et classe
munita fertilis Anglia-, -impetuosis bellatoribus referta Alemannia-,
-navalis Dacia-, -indomita Italia-, -pacis ignara Burgundia-, -inquieta
Apulia-, -cum maris Graeci-, -Adriatici-, -et Thirrheni insulis
piraticis et invictis Creta-, -Cypro-, -Sicilia-, -cum Oceano
conterminis insulis et regionibus-, -cruenta Hibernia-, -cum agili
Wallia-, -palustris Scotia-, -glacialis Norwegia-, -suam electam
militiam sub vexillo crucis destinabant-, etc. (Mattia Paris, p. 498).
[349] -V.- in Ackluyt la relazione di Carpino, vol. I, p. 30. Abulgazi
ne offre la genealogia dei Kan della Siberia (part. 8, p. 485-495). Gli
stessi Russi non hanno trovata una qualche Cronaca tartara a Tobolsk?
[350] La Carta del Danville e gl'Itinerarj cinesi del De Guignes (t. I,
part. II, p. 57) pongono, a quanto sembra, il sito di Holin, o Caracora
circa seicento miglia a maestro di Pechino. La distanza fra Selinginsky
e Pechino è di duemila -verste- russe, ossia mille trecento, o mille
quattrocento miglia inglesi (-Viaggi di Bell.-, vol. 2, p. 67).
[351] Rubruquis incontrò a Caracora il suo concittadino Guglielmo
Boucher, orefice di Parigi, che avea fabbricato pel Gran Kan un albero
d'argento, sostenuto da quattro lioni che gettavano quattro liquori
diversi. Abulgazi (parte IV, p. 367) cita i pittori del Kitay e della
Cina.
[352] L'affezione dei Kan verso i Bonzi e i Lama della Cina, tanto
odiati dai Mandarini (Dubalde, -Hist. de la Chine-, tom. I, pag. 502,
503), parrebbe una prova che i ridetti Bonzi e Lama fossero sacerdoti
del Fò, divinità dell'India, il culto della quale prevalse appo le Sette
dell'Indostan, di Siam, del Tibet, della Cina e del Giappone. Ma questo
misterioso argomento è avvolto fra nubi, che forse le sole ricerche
della nostra società asiatica potranno giungere a dileguare.
[353] Alcuni disastri che i Mongulli soffersero nell'Ungheria (Mattia
Paris, pag. 545-546) hanno potuto dare origine alla voce di una unione
de' Re franchi, e d'una vittoria dai medesimi riportata sui confini
della Bulgaria. Non è difficile che Abulfaragio (-Dynast.- p. 310)
quaranta anni dopo, e standosi di là dal Tigri sia stato indotto in
errore.
[354] -V.- Pachimero (l. III, c. 25, e l. X, c. 26, 27) e il timor
panico de' Niceni (lib. III, c. 27); Niceforo Gregoras (l. IV, c. 6).
[355] -V.- G. Acropolita, pag. 36, 37, e Niceforo Gregoras, l. II, c. 6;
l. IV, c. 5.
[356] Abulfaragio, che scriveva nel 1284, afferma che dopo la favolosa
sconfitta di Batù, i Mongulli non aveano assaliti nè i Greci, nè i
Franchi, e in questo luogo può essere riguardato come testimonio
maggiore d'ogni eccezione. Hayton, principe armeno, si gloria parimente
dell'amicizia che a lui, e alla sua nazione mostrarono i Tartari.
[357] Pachimero tratteggia con colori favorevolissimi Kasan-kan,
facendolo rivale di Alessandro e di Ciro (l. II, c. 1); e nella
conclusione della sua Storia (lib. XIII, c. 36) manifesta la speranza di
veder giungere trentamila Toccari o Tartari che respingano i Turchi
dalla Bitinia.
[358] L'origine della dinastia Ottomana viene dottamente rischiarata
dagli eruditissimi De Guignes (-Histoire des Huns-, t. IV, p. 329-337) e
d'Anville (-Empire turc-, p. 14-22), due abitanti di Parigi, da cui gli
Orientali potrebbero imparare la Storia e la geografia del loro proprio
paese.
[359] -V.- Pachimero (l. X, c. 25, 26; l. XIII, c. 33, 34-36), e intorno
alle montagne lasciate indifese (l. I, c. 3-6), Niceforo Gregoras (l.
VII, c. 1), e il primo libro di Laonico Calcocondila l'Ateniese.
[360] Ignoro se i Turchi abbiano Storici che si portino a' tempi
anteriori a Maometto II, nè ho potuto su quei tempi far le mie indagini
che valendomi di una meschinissima Cronaca (-Annales Turcici ad annum-
1550), tradotta da Giovanni Gaudier e pubblicata dal Leunclavio (-ad
calcem- Laonic. Calcocondyles, p. 311, 350) con copiosi comentari. La
Storia dei progressi e della declinazione dell'Impero ottomano (A. D.
1300-1683) è stata tradotta in inglese dal manoscritto di Demetrio
Cantemiro principe di Moldavia (Londra 1734, in folio). L'autore va
soggetto a grandi abbagli intorno alla Storia orientale, ma sembra
istrutto dell'idioma, degli annali e delle istituzioni de' Turchi. Egli
trae una parte de' suoi materiali dalla -Synopsis- di Saadi, Effendi di
Larissa, dedicata nel 1696 al Sultano Mustafà, compilazione preziosa di
opere di scrittori originali. Il dottor Johnson loda Knolles (-Storia
generale dei Turchi- fino al presente anno, Londra 1603) come il primo
fra gli Storici, notando però che sfortunatamente ha scelto uno
sgradevol soggetto. Ma io non so persuadermi che una compilazione
voluminosa degli Scrittori latini, ove trovansi mille trecento pagine
-in folio- di aringhe e battaglie, possa istruire, allettare la
posterità che pretende da uno Storico qualche poco di sana critica e di
filosofia.
[361] Benchè Cantacuzeno racconti le battaglie e l'eroica fuga di
Andronico il Giovane (lib. II, c. 6, 7, 8), dissimula la presa di Prusa,
di Nicea e di Nicomedia, perdite che Niceforo Gregoras in chiare note
confessa (l. VIII, 15; IX, 9, 13; XI, 6). Dagli scritti di questo
Storico apparirebbe che Nicea avesse ceduto ad Orcano nel 1330,
Nicomedia nel 1339, date che però non si accordano al giusto con quelle
de' Turchi.
[362] La divisione degli Emiri turchi è tolta da due contemporanei, il
greco Niceforo Gregoras (l. VII, 1) e l'arabo Marakeschi (De Guignes, t.
II, parte II, pag. 76, 77). -V.- anche il primo libro di Laonico
Calcocondila.
[363] -V.- Pachimero, l. XIII, c. 13.
[364] -L'Autore allude qui all'Apocalisse, cioè rivelazioni di S.
Giovanni, diretta alle sette società cristiane della Grecia, cioè
d'Efeso, di Smirne, di Pergamo, di Filadelfia, di Tiasira, di Laodicea e
di Sardi; ma bisognava scrivere, siccome pure nella Nota che segue, in
modo più riguardoso. La religione di Gengis è il Deismo, religione
naturale e semplice di molti filosofi antichi, e di alcuni moderni, e
contro la quale molto scrissero i nostri teologi, sostenendo la
rivelazione contenuta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento.- (Nota di N.
N.)
[365] -V.- i viaggi del Wheeler e dello Spon, del Pococke e del
Chandler, e principalmente le -Ricerche- dello Smith intorno alle Sette
Chiese dell'Asia. I più devoti antiquarj si studiano di conciliare le
promesse e le minacce del primo autore delle rivelazioni collo stato
attuale delle Sette Città. Sarebbe cosa più savia il limitare le proprie
predizioni agli avvenimenti del secolo in cui si vive.
[366] -L'Autore disegna qui colla parola- figli -Gesù Cristo, che noi
crediamo appunto figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, e colla parola-
rivali -il Demonio; ma è una maniera impropria il chiamare il- Demonio
-rivale di Dio, benchè si creda che sia sua cura il condurre al male gli
uomini colle seduzioni. Si sa poi che il dogma, insegnato da Maometto
contro l'idolatria dell'Arabia, era il Deismo, cioè l'unità, e non la
trinità dell'Esser Supremo, nè ammetteva per conseguenza che Gesù Cristo
fosse figlio dell'Esser Supremo, cioè di Dio, nè che fosse una delle
persone della nostra Trinità perchè non vi credeva; si sa pure che
nemmeno ammetteva un cattivo essere, seduttore occulto, origine del
male, cioè il- Demonio. (Nota di N. N.)
[367] Si consulti il quarto libro della -Storia di Malta- dell'Abate di
Vertot. Questo leggiadro scrittore dà a divedere alquanta ignoranza,
supponendo che Otmano, un partigiano dei colli della Bitinia, abbia
potuto assediar Rodi per terra e per mare.
[368] Niceforo Gregoras si è diffuso volentieri nel descrivere
l'amabilità dell'indole di Amiro (l. XII, 7; l. XIII, 4-10; XIV, 1-9;
XVI, 6). Cantacuzeno parla con onore del suo confederato (l. III, c. 56,
57-63, 64-66, 67, 68-86, 89-96); ma protesta contro l'accusa datagli di
propensione verso i Turchi negando in tal qual modo la possibilità di
una così poco naturale amicizia (l. IX, c. 40).
[369] Dopo che i Latini ebbero conquistata Smirne, il Papa assegnò
l'incarico di difenderla ai Cavalieri di Rodi (-V.- Vertot, l. V).
[370] -V.- Cantacuzeno (l. III c. 95). Niceforo Gregoras che, ove
parlasi della luce del Tabor, largheggia all'Imperatore degli ingiuriosi
nomi di -Tiranno- e di -Erode-, sembra però propenso a scusar queste
nozze, anzichè a biasimarle, allegando la passione e la possanza di
Orcano, εγγυτατος και τη δυναμει τους κατ’αυτον ηδη Περσικους (Turos)
υπεραιρων Σατραπας, -avvicinando e per potenza superando i Satrapi
persi- (Turchi) (l. XV, 5). Esalta in appresso il governo civile e
militare di Orcano. -V.- il regno di questo Principe in Cantemiro, p.
24-30.
[371] Può leggersi in Duca (c. 8) una pittura animata e concisa di
questo fatto che, colla confusione di un colpevole, Cantacuzeno attesta.
[372] Cantemiro, e in questo luogo, e quando parlasi delle prime
conquiste dell'Europa, ne dà assai cattiva opinione dei suoi testi
turchi, nè io ho molto maggiore fiducia in Calcocondila (l. I, p. 12). E
l'uno e l'altro hanno dimenticato di consultare il quarto libro di
Cantacuzeno che in ordine a ciò può riguardarsi come un monumento
autentico più di tutti. Duolmi sempre degli ultimi libri di Niceforo
Gregoras, non ancor pubblicati, benchè siavi il lor manoscritto.
[373] Incominciando dall'epoca ove Gregoras e Cantacuzeno finiscono la
loro Storia, s'incontra una lacuna di più di un secolo. Giorgio Franza,
Michele Duca e Laonico Calcocondila, non iscrissero che dopo la presa di
Costantinopoli.
[374] -V.- Cantemiro p. 37-41 e le rilevanti sue note.
[375] -Volto bianco- e -volto nero- sono, in lingua turca, espressioni,
di lode l'una, e di rimprovero l'altra. -Hic niger est, hunc tu Romane
caveto-, era anche un apoftegma de' latini.
[376] -V.- la vita e la morte di Morad o Amurat I in Cantemiro (pag.
33-45), nel primo libro di Calcocondila e negli Annali turchi di
Leunclavio. Un'altra Storia racconta che il Sultano fu trafitto nella
sua tenda da un Croatto; il quale avvenimento venne citato
all'ambasciatore Busbek (ep. 1, p. 98) come una scusa della cautela
insultante che usavasi verso gli ambasciatori delle Corti straniere, non
ammessi alla presenza del Sovrano, se non se in mezzo a due guardie
turche che gli tenevano le braccia.
[377] La Storia del regno di Baiazetto I, o Ilderim Bayazid trovasi in
Cantemiro (p. 46), nel secondo libro di Calcocondila e negli Annali
turchi. Il soprannome di -Ilderim-, o -lampo-, sembra una prova che i
conquistatori e i poeti hanno mai sempre sentita la verità di questa
massima, starsi nel terrore il principio del sublime.
[378] Cantemiro che esalta le vittorie riportate sopra i Turchi da
Stefano il Grande (pag. 47) ha composta una descrizione del Principato
antico e moderno della Moldavia, opera la cui pubblicazione è stata
promessa da lungo tempo e ancor non si vede.
[379] Leunclavio, -Annal. Turcici-, p. 318, 319. La venalità dei Cadì è
da lungo tempo un argomento di querele e di scandali. E se non vogliamo
prestar fede ai nostri viaggiatori, possiamo crederlo ai medesimi Turchi
(d'Herbelot, -Bibliot. orient.-, p. 216, 217-229-230).
[380] Un tal fatto attestato nella Storia araba di Ben-Sciunà, nativo di
Sorìa, e contemporaneo di Baiazetto (de Guignes, -Hist. des Huns-, t.
IV, pag. 336), annulla la testimonianza di Saad Effendi, e di Cantemiro
(pag. 14, 15), i quali pretendono che Otmano fosse stato innalzato alla
dignità di Sultano.
[381] -V.- le -Decades rerum hungaricarum- (-Dec.- III, l. II, p. 379)
del Bonfini, Italiano, che nel secolo XV fu chiamato in Ungheria per
comporre ivi la sua eloquente Storia di quel reame. Le preferirei per
altro una rozza cronica del paese scritta in que' tempi, se sapessi che
vi fosse, e come procacciarmela.
[382] Non dovrei molto dolermi delle molestie e delle cure che
mi costa quest'opera, se potessi trarre tutti i miei materiali da
libri simili alla Cronaca del dabbenuomo Froissard (vol, IV, c.
67-69-72-74-79-83-85-87-89), che leggea poco, facea molte
interrogazioni, e tutto credeva. Le memorie del maresciallo di
Boucicault (parte 1, c. 22-28) aggiungono alcuni fatti, ma sembrano
aridi e non compiuti a petto della ingenua loquacità del Froissard.
[383] Il Barone di Zurlauben (-Hist. de l'Acad. des inscript.-, t. XXV)
ne ha offerte le Memorie compiute della vita di Engherando VII, Sere di
Couci, chiaro per distinto grado e per ragguardevoli possedimenti che
ebbe così in Francia come in Inghilterra. Nel 1375, egli condusse nella
Svizzera un corpo di venturieri per ricuperare un vasto patrimonio che
ei pretendeva appartenergli, come erede della sua bisavola, figlia
dell'Imperatore Alberto I di Austria (Sinner, -Viaggio nella Svizzera
occidentale-, t. I, p. 118-124).
[384] La carica militare di Maresciallo, tanto rispettabile anche ai dì
nostri, lo era maggiormente quando due soli personaggi la sosteneano
(Daniel, -Histoire de la Milice française-, t. II, pag. 5). Uno di
questi due, il famoso Boucicault, era Maresciallo della Crociata. Difese
indi Costantinopoli, governò la repubblica di Genova, s'impadronì di
tutta la costa dell'Asia, fu ucciso alla battaglia di Azincourt.
[385] Al proposito di questo odioso racconto, l'abate di Vertot cita la
Storia anonima di S. Dionigi, l. XVI, c. 10-11; -Ordre de Malte-, t. II,
p. 310.
[386] Serefeddin-Alì (-Storia di Timur-Bec-, l. V, c. 13) fa sommare
fino a dodicimila gli ufiziali e i servi spettanti al treno di caccia di
Baiazetto. Timur in una sua caccia, sfoggiò con una parte delle spoglie
dei Principe turco; 1. diversi cani da corsa colle copertine di raso; 2.
più leopardi coi collari tempestati di gemme; 3. cani levrieri della
Grecia; 4. mastini d'Europa, che pareggiavano in forza i leoni
dell'Affrica (-idem-, l. VI, c. 15). Baiazetto si dilettava
principalmente di dar coi falchi la caccia alle grue (Calcocondila, l.
II, pag. 35).
[387] Intorno ai regni di Giovanni Paleologo e del figlio di lui Manuele
dal 1354 al 1402, si consultino Duca (c. 9-15), Franza (l. I, c. 16-21)
e il primo e secondo libro di Calcocondila, che in mezzo ad una
moltitudine di episodj annegò il suo principale argomento.
[388] -V.- Cantemiro, p. 50-53. Duca (c. 13-15) è il solo che confessi
l'istituzione di un Cadì a Costantinopoli e dissimula anche l'affare
della Moschea.
[389] -Mémoires du bon messire Jean-le-Maingre, dit Boucicault, maréchal
de France-, parte prima, c. 30-35.
CAPITOLO LXV.
-Innalzamento di Timur, o Tamerlano al trono di Samarcanda. Sue
conquiste nella Persia, nella Georgia, nella Tartaria, nella
Russia, nell'India, nella Sorìa e nella Natolia. Sue guerre
contra i Turchi. Sconfitta e cattività di Baiazetto. Morte di
Timur. Guerra civile de' figli di Baiazetto. Restaurazione della
Monarchia de' Turchi sotto Maometto I. Costantinopoli assediata
da Amurat II.-
Il primo voto dell'ambizioso Timur si fu quello di conquistare e domar
l'Universo; l'altro, poichè aveva sortita un'anima generosa, di vivere
nella ricordanza e nella stima de' posteri. I segretarj di questo
Principe raccolsero accuratamente tutte le -Transazioni civili e
militari- del suo regno[390]; racconto autentico che fu poi riveduto da
uomini ottimamente istrutti di ciascuna particolarità. Si è creduto e si
crede generalmente nella famiglia e nell'Impero di Timur che questo
Monarca abbia composto egli stesso i Comentarj[391] della sua vita e le
Instituzioni[392] del suo Governo[393]; ma non furono queste cure che
contribuissero a tramandare sino a noi la rinomanza di Timur; perchè tai
preziosi monumenti scritti in lingua mongulla o persiana, rimasero
sconosciuti all'Universo, o almeno all'Europa. Ma le nazioni da lui
soggiogate usarono contr'esso una impotente e spregevol vendetta, per
cui l'ignoranza ha ripetute lungo tempo le invenzioni della
calunnia[394] che ne adulterò i natali, il carattere, la persona, e fino
il nome, trasformato in quello di -Tamerlano-[395]; benchè non sarebbe
per esso che un diritto maggiore alla stima generale, se fosse in realtà
passato dall'aratro al trono, e lo zoppicar di una gamba non avrebbe
potuto apporsegli a taccia, a meno che non avesse avuta la debolezza di
vergognarsi di una infermità naturale, o fors'anche onorevole.
I Mongulli religiosamente affezionati alla famiglia di Gengis,
ravvisavano, senza dubbio, un suddito ribelle in Timur, benchè dalla
nobile tribù di Berlass ei scendesse. Carasar Nevian, quinto nella linea
ascendente di questo guerriero, era stato Visir nel nuovo regno della
Transossiana acquistato da Zagatai, e risalendo per alcune altre
generazioni il ramo di Timur, almeno per parte di donne[396], si
congiunge al ceppo imperiale[397]. Egli ebbe vita nel villaggio di
Sebsar, posto quaranta miglia ad ostro di Samarcanda, e parte del
fertile territorio di Cas, antico dominio de' suoi maggiori; e comandava
un Toman di diecimila uomini a cavallo[398]. Il caso lo fe' nascere[399]
in uno di que' momenti di anarchia, che annunziano la caduta delle
dinastie asiatiche, ed offrono novelli campi all'ardimentosa ambizione.
Estinta essendo la famiglia de' Kan di Zagatai, gli Emiri aspiravano
alla independenza, e le lor dissensioni vennero solamente sospese dalla
conquista e dalla tirannide dei Kan di Kasgar, che, sostenuti da un
esercito di Geti o di Calmucchi[400], avevano invasa la Transossiana.
Toccava i dodici anni Timur quando incominciò la milizia (A. D.
1361-1370); di venticinque, imprese la liberazione della sua patria. Gli
sguardi e i voti de' popoli si volsero verso un eroe che soffriva per la
lor causa, e i primarj ufiziali civili e militari aveano giurato sulla
salute delle loro anime, di sostenerlo a rischio delle proprie sostanze
e vite; ma, giunto l'istante del pericolo, tremarono e si tennero
silenziosi. Dopo averli aspettati invano per sette giorni sulle colline
di Samarcanda, si ritrasse con sessanta uomini della sua cavalleria nel
Deserto. Raggiunto nel fuggire da un corpo di mille Geti, si volse a
respingerli, e fe' di essi inaudita strage, per cui dovettero esclamare:
«Timur è un uomo maraviglioso; Dio e la fortuna sono con lui». Ma questa
sanguinosa impresa ridusse il suo picciolo drappello a soli dieci
uomini, sminuito ancora dalla fuga di tre Carizmj. Trascorse, con questi
sette compagni, e soli quattro cavalli e colla moglie, il Deserto, indi,
rinchiuso in tetro carcere, vi rimase sessantadue giorni, sintanto che
il suo coraggio e i rimorsi del suo oppressore nel liberarono. Dopo
avere attraversata a nuoto la larga e rapida corrente del Gihoon, o
Osso, condusse per molti mesi, sulle frontiere dei vicini Stati, la vita
errante di un esule e d'un proscritto; ma l'avversità gli contribuì al
più grande splendore di fama; perchè egli apprese a discernere fra i
compagni della sua fortuna coloro che per amore di lui gli erano
affezionati, e a valersi dell'ingegno, o del carattere degli uomini in
vantaggio loro e proprio soprattutto. Rientrato nella sua patria Timur,
gli si unirono a mano a mano diverse fazioni di confederati che l'aveano
cercato con ansietà nel Deserto. Non posso ristarmi dall'offerire in
questo luogo, senza privarla della sua ingenua semplicità, la narrazione
di uno di questi felici incontri, occorso a Timur, allorquando lo
chiesero in loro Duce tre Capi seguìti da settanta uomini a cavallo.
«Allorchè, egli dice, volsero gli occhi sopra di me, non potevano capire
in sè medesimi dalla gioia, e scesero giù dai lor cavalli, e vennero e
s'inginocchiarono dinanzi a me e baciarono le mie staffe. Smontai
anch'io da cavallo e me li strinsi fra le braccia l'un dopo l'altro, e
misi il mio turbante sulla testa del primo Capo, e passai attorno ai
lombi del secondo un cinturino tempestato di gemme e lavorato in oro, e
vestii del mio abito il terzo; ed essi piangevano e piangeva ancor io; e
l'ora della preghiera era giunta, e pregammo insieme. E noi rimontammo
sui nostri cavalli e venimmo alla mia abitazione; e adunai il mio
popolo, e feci un convito». Le più valorose tribù non tardarono ad
unirsi a queste fedeli bande, che Timur guidò contro un nemico superiore
di numero. Varj furono gli avvenimenti di cotal guerra, ma finalmente
dalla Transossiana respinti vennero i Geti. Molto già avea operato Timur
per la sua gloria; ma molto ancora gli rimaneva a compire; di molta
destrezza eragli d'uopo; molto sangue doveva esser versato prima ch'ei
costringesse quei suoi eguali a considerarlo come padrone. Per riguardi
alla nascita e al potere dell'emiro Hussein, della cui sorella inoltre
era tenero consorte Timur, si vide questi costretto a riconoscerlo per
collega, comunque fosse un uomo indegno e vizioso. Spesso turbata dalla
gelosia questa Lega, ne' frequenti litigi che nacquero, Timur ebbe
sempre l'accorgimento di far ricadere sul rivale i rimproveri di
perfidia e di ingiustizia. Finalmente dopo una sconfitta, che fu
l'ultima per Timur, alcuni amici del medesimo, la sagacità de' quali li
trasse a disobbedire il lor Capo per non disobbedirlo più mai, uccisero
Hussein. I suffragi unanimi di una Dieta (A. D. 1370), o -Corultai-,
conferirono al vincitore, in età di trentaquattro anni[401], l'imperiale
comando; ma ostentò rispetto verso la Casa di Gengis, e intanto che
l'emiro Timur regnava sul Zagatai e l'Oriente, un Kan titolare serviva,
come semplice ufiziale, negli eserciti del proprio servo. Un fertile
reame, lungo e largo cinquecento miglia, avrebbe potuto soddisfare
l'ambizione di un suddito: ma Timur aspirava al trono del Mondo, e prima
della sua morte avea aggiunte ventisei corone a quella del Zagatai.
Senza diffondermi sulle vittorie di trentacinque azioni campali, o
seguitare Timur nelle sue continue corse sul continente dell'Asia,
racconterò in succinto le sue conquiste. I, in Persia; II, in Tartaria;
III, nell'India[402]; d'onde procederò al racconto più rilevante, della
guerra che contro i Turchi sostenne.
I. La giurisprudenza de' conquistatori somministra abbondantemente
motivi di sicurezza, d'indispensabil vendetta, di gloria, di zelo, di
diritto e di convenienza a tutte le guerre che imprendono. Non appena
Timur avea unito la Carizmia e il Candahar al suo patrimonio del
Zagatai, volse i suoi pensieri ai regni dell'Yran, o della Persia. La
vasta contrada che dall'Osso al Tigri si estende, non riconosceva più
alcun Sovrano legittimo dopo la morte di Abusaid, ultimo discendente del
grande Holagoù. Essendo da quarant'anni esuli da questo paese la
giustizia e la pace, parea che Timur, coll'invaderlo, esaudisse i voti
di un popolo oppresso. I piccioli tiranni che tribolavan la Persia, e
che, collegati, avrebbero potuto difendersi, combattettero
disgiuntamente, e soggiacquero tutti, senz'altra differenza ne' loro
destini, fuor quella che potè derivare dalla prontezza loro nel
sottomettersi, o dalla pertinacia nel resistere. Ibraim, Principe di
Sirvan, o d'Albania, baciando i gradini del trono imperiale, offerse al
Sovrano donativi di seta, di cavalli e di arredi, e secondo l'uso de'
Tartari, erano nove capi di ciascun genere. Osservò uno spettatore non
essere che otto gli schiavi. «Sono io il nono», rispose Ibraim che già
erasi apparecchiato a siffatta censura; la quale adulazione Timur
compensò d'un sorriso[403]. Sa-Mansur, Principe del Fars, o della
Persia, così propriamente detta, il men potente fra i nemici di Timur,
fu quegli che si mostrò il più formidabile, in una battaglia datasi
sotto le mura di Siray; disordinò con tre o quattromila soldati il
-Cul-, o corpo di battaglia, di trentamila uomini di cavalleria, in
mezzo al quale Timur combatteva in persona. Ridotto Mansur a non avere
attorno di sè che quattordici, o quindici guardie, rimanea fermo come
scoglio, benchè ricevesse due colpi di scimitarra sull'elmo[404].
Riunitisi finalmente i Mongulli, fecero cadere ai lor piedi il capo del
tremendo Mansur; e il vincitore die' a divedere quale spavento una
popolazione sì intrepida gl'incutesse, col farne sterminar tutt'i
maschi. Da Sirai innoltratesi fino al golfo Persico le truppe di Timur,
la città di Ormuz[405] die' a divedere la sua opulenza e la sua
debolezza ad un tempo, coll'obbligarsi a pagare un tributo annuale di
seicentomila -dinar- d'oro. Bagdad non era più la città della pace e il
soggiorno del Califfo; ma la più luminosa fra le conquiste operate da
Holagoù, doveva eccitare l'ambizione del successore. Dalle foci
dell'Eufrate e del Tigri fino alla loro sorgente, tutt'i paesi
innaffiati da questi due fiumi si sottomisero al vincitore. Entrato in
Edessa, punì i sacrileghi Turcomani per una pecora nera che alla
carovana della Mecca avean tolta. I Cristiani dalla Georgia disfidavano
ancora fra i lor dirupi le armi e la legge de' Maomettani. Ma ottenuto,
con tre successive spedizioni, l'onor di -Gazi-, o Santo guerriero, si
fece nel Principe di Teflis un amico e un proselito.
[A. D. 1370-1383]
II. L'invasione del Turkestan, o della Tartaria orientale potè
riguardarsi come una vendetta legittima. L'impunità de' Geti trafiggea
l'orgoglio di Timur, che varcato il Gihoon, soggiogò il regno di Kasgar
e penetrò sette volte nel cuore del lor paese. Il campo più lontano di
Timur, distò due mesi, ossia quattrocento ottanta leghe a greco da
Samarcanda, e i suoi Emiri, dopo attraversato l'Irtis, scolpirono nelle
foreste della Siberia un rozzo monumento delle loro imprese. La
conquista del Kipsak[406], o della Tartaria occidentale, ebbe per
duplice scopo il soccorso degli oppressi, e la punizione degl'ingrati.
Toctamis, Principe esule dai suoi Stati, aveva ottenuto protezione e
asilo nella Corte di Timur, il quale rimandò sdegnosamente gli
Ambasciatori di Auruss-Kan, Principe nemico di Toctamis; e fattili
inseguire in quel medesimo giorno dagli eserciti del Zagatai, e
vittorioso, rimise il suo protetto nell'Impero settentrionale dei
Mongulli; ma dopo dieci anni di regno, il nuovo Kan, dimentico dei
servigi e della possanza del suo benefattore, non vide più in esso che
l'usurpatore dei sacri diritti della Casa di Gengis. Penetrato in Persia
per le gole di Derbent, e condottiero di novantamila uomini a cavallo e
di tutte le forze del Kipzak, della Bulgaria, della Circassia o della
Russia, passò il Gihoon, arse i palagi di Timur, e lo costrinse, in
mezzo al verno, a difendere Samarcanda e sè stesso. Dopo alcuni mansueti
rimproveri, cui venne appresso una luminosa vittoria, Timur si risolvè
alla vendetta. Invase due volte il Kipzak a levante e a ponente del
Caspio e del Volga, con forze sì sterminate, che il fronte del suo
esercito occupava uno spazio di tredici miglia. Per cinque mesi di
cammino, questo esercito trovò appena orme d'uomo lungo la strada, e
dovette più volte dipendere dalle contingibilità della caccia per
vivere. Finalmente questo, e l'esercito di Toctamis si scontrarono; il
tradimento del portastendardi del Kipsak, che rovesciò la bandiera in
mezzo all'azione, diede ai Zagatai la vittoria, e Toctamis (così si
esprimono le -Instituzioni-) -abbandonò la tribù di Tusi al vento della
desolazione-[407]. Rifuggitosi presso il Gran Duca di Lituania, ritornò
ancora sulle rive del Volga, e dopo quindici battaglie date ad un
rivale, che già la massima parte degli Stati aveagli presa, nei deserti
della Siberia perì. Fin nelle province tributarie della Russia
inseguillo Timur, e fece prigioniere un Duca della Casa regnante in
mezzo alle rovine della sua Capitale; la vanità e l'ignoranza orientale
possono aver di leggieri confusa Yeletz colla Capitale del russo Impero.
L'avvicinar de' Tartari empiè di spavento la città di Mosca; nè questa
avrebbe opposta vigorosa resistenza, poichè i Russi poneano tutte le
loro speranze in una immagine miracolosa della Vergine, cui diedero
merito della ritirata o volontaria, o accidentale del conquistatore. La
prudenza e l'ambizione del pari lo richiamavano ad ostro; nulla eravi
più che raccogliere in quello stremato paese, e già i soldati mongulli
ivano carichi di preziose pellicce, di tele d'Antiochia[408], di verghe
d'oro e d'argento[409]. Giunto allo rive del Don o Tanai, ricevè colà
l'umile deputazione dei Consoli e dei mercatanti d'Egitto[410], di
Venezia, di Genova, di Catalogna e di Biscaglia, che trafficavano con
Tana, o Azoph, città situata alla foce del fiume; i quali gli offersero
donativi, ne ammirarono la magnificenza, e nella parola di lui si
affidarono. Ma un formidabile esercito venne dopo la pacifica visita di
un Emiro, che aveva esaminato accuratamente la situazione e la ricchezza
de' magazzini; indi i Tartari ridussero in cenere la città. Quanto ai
Musulmani, si contentarono, dopo averli spogliati, di rimandarli; ma
tutti que' Cristiani che nelle loro navi non si erano rifuggiti, vennero
condannati a morte o schiavitù[411]. Un impeto di vendetta trasse Timur
ad ardere la città di Astrakan e Siray, monumenti di una nascente
civiltà. In questa spedizione si gloriò d'aver penetrato in un paese,
ove regna il giorno perpetuo, straordinario fenomeno, in grazia del
quale i dottori maomettani, crederono poterlo dispensare dalla preghiera
vespertina[412].
[A. D. 1398-1399]
Allorchè Timur propose ai suoi Principi ed Emiri la conquista
dell'India, o dell'Indostan[413], un bisbiglio di scontento si udì; «e i
fiumi! sclamarono; e le montagne! e i deserti! e i soldati armati di
tutto punto! e gli elefanti che distruggono gli uomini!». Ma la collera
dell'Imperatore era cosa da temersi più di tutti questi pericoli; e la
sua mente di una natura superiore gli facea comprendere la facilità di
una spedizione che ad essi parea sì tremenda. I suoi messi segreti lo
aveano ragguagliato della debolezza e dell'anarchia dell'Indostan, della
ribellione dei Subà nelle province, e dell'infanzia perpetua del Sultano
Mamud, da tutti sprezzato fin entro il suo -Harem- di Dely. L'esercito
dei Mongulli marciò in tre ordini, al qual proposito Timur si compiace,
osservando che i suoi novantadue squadroni, ciascun composto di mille
uomini a cavallo, corrispondevano ai novantadue nomi, o attributi del
Profeta Maometto. Fra il Gihoon e l'Indo, varcarono una di quelle catene
di monti che i Geografi arabi chiamano -le Cinture di pietra della
Terra-. I masnadieri che le abitavano furono vinti e sterminati, ma
molto numero d'uomini e di cavalli perì in mezzo alle nevi; e
l'Imperatore stesso dovè farsi calare in un precipizio sopra un sedile
pensile, raccomandato a corde che aveano cento cinquanta cubiti di
lunghezza, e prima ch'ei fosse al fondo, dovette per cinque volte
ripetersi una così rischiosa fazione. Varcato l'Indo ad Attok,
attraversò successivamente e seguendo l'orme di Alessandro il -Pungiab-,
ossia le -Cinque Riviere-[414] che mettono foce nella primaria corrente.
Da Attok a Dely non si contano che cinquecento miglia per la via
ordinaria; ma i due conquistatori se ne distolsero verso scilocco, e
Timur il fece per raggiugnere il suo pronipote che tornava dopo avere,
per ordine di lui, conquistata Multan. L'Eroe macedone, arrestatosi
sulla riva orientale dell'Ifasi all'ingresso del Deserto, versò qualche
lagrima, ma il Mongul procedendo innanzi, ridusse la Fortezza di Batnir,
e a capo del suo esercito si mostrò alle porte di Dely, città vasta e
fiorente, e da re maomettani, volgean tre secoli, posseduta. L'assedio
di questa e soprattutto della Rocca un lungo indugio avrebbe portato; ma
Timur, nascondendo le sue forze, adescò a scendere nella pianura il
sultano Mamud, cui seguivano il suo Visir, diecimila corazzieri,
quarantamila guardie e centoventi elefanti, le cui difese erano, si
dice, armate di lame taglienti e venefiche. Timur si abbassò a munirsi
di alcune cautele contro cotesti mostri, o piuttosto contro il terrore
che inspiravano alle sue truppe. Fatti accendere diversi fuochi e
scavare una fossa, ordinò si ergesse una trincea di scudi e punte di
ferro; ma l'evento dimostrò ai Mongulli quanto risibile fosse la loro
tema; e appena questi mal destri animali furon fugati, la specie
inferiore, gl'Indiani, sparve senza combattere. Timur fece il suo
trionfale ingresso nella Capitale dell'Indostan, ove ammirata
l'architettura della grande moschea, manifestò il disegno di fabbricarne
una simile; ma l'ordine, o la permissione di un saccheggio e di una
strage generale contaminò le feste della vittoria. Risolvè poscia di
purificare i suoi soldati nel sangue degl'idolatri, o -gentili-, che
superavano di numero i Musulmani nella proporzione di dieci a uno; e per
mandare ad effetto questa pia brama, portatosi a greco di Dely, passò il
Gange, diede molte battaglie per terra e per mare, innoltrandosi fino
alla famosa roccia di Cupela, che sotto forma di giovenca, sembra
vomitare quel fiume, la cui sorgente scaturisce dalle montagne del
Tibet[415]. Indi tornò addietro costeggiando i monti a tramontana; la
qual rapida corsa di un solo anno non potea giustificare la tema
stravagante mostratasi dagli Emiri che i climi australi facessero
tralignare i lor figli sino a divenire una schiatta d'Indù.
[A. D. 1400]
Standosi sulle rive del Gange, Timur seppe dai suoi celeri messaggeri le
turbolenze insorte sui confini della Georgia e della Natolia, la
ribellione dei Cristiani, gli ambiziosi disegni del Sultano Baiazetto.
Nè una età di sessantatre anni, nè innumerabili fatiche, aveano alterato
in esso il vigor del corpo, o dell'animo; tornato a Samarcanda, e goduti
alcuni mesi di riposo nel suo palagio, annunziò una nuova spedizione di
sette anni ne' paesi occidentali dell'Asia[416]. I soldati che fecero
seco lui le guerre dell'India ebbero la scelta di rimanersi alle proprie
case o di seguire il lor Principe. Ma tutte le truppe delle province e
de' regni della Persia ricevettero l'ordine di unirsi ad Ispahan, e di
aspettare ivi l'arrivo dell'Imperatore. Si fece primieramente ad
assalire i Cristiani della Georgia, difesi dalle loro rupi, dalle loro
Fortezze, e dal rigore del verno; ma la perseveranza di Timur superando
tutti gli ostacoli, i ribelli si sottomisero al tributo, ovvero alle
leggi del Corano. Entrambe le religioni poterono inorgoglirsi di proprj
martiri; ma meglio s'addicea questo titolo ai prigionieri cristiani,
perchè fra il morire e l'abbiurare avevano scelta. Scendendo dalle
montagne, l'Imperatore diede udienza ai primi Ambasciadori di Baiazetto,
e incominciò quella vicenda di rimproveri e minacce, che a mano a mano
s'inasprì per due anni, sinchè in aperta guerra scoppiasse. Due
confinanti ambiziosi e rivali mancano rade volte di pretesto per venire
all'armi un contro l'altro. Le conquiste de' Mongulli e degli Ottomani,
si toccano nelle vicinanze di Erzerum e dell'Eufrate; nè Trattati, nè un
lungo possedimento aveano determinati quegli incerti confini. Ognuno de'
due Sovrani potea rampognar l'altro, averne invaso il territorio, o
minacciati i vassalli, o protetti i ribelli; e ribelli in loro sentenza
erano tutti que' Principi fuggitivi, de' quali usurpavano i regni,
perseguendone inoltre accanitamente la vita e la libertà. Però
l'opposizione d'interessi fra questi due Principi era anche meno
malaugurosa dell'eguaglianza delle loro indoli. Nel corso della
vittoria, Timur non voleva soffrire eguali; Baiazetto non voleva
riconoscere alcun superiore. La prima lettera scritta dall'Imperatore
Mongul[417] al Sultano de' Turchi, tutt'altro che conciliatrice, dovea
moverlo a furore, perchè ostentava in essa disprezzo e per la famiglia,
e per la nazione di Baiazetto[418]. «Non sai tu che la maggior parte
dell'Asia conquistata dalle nostre armi obbedisce alle nostre leggi? che
si stendono da un mare all'altro le nostre invincibili forze? che i
potentati della terra stanno rispettosamente schierati dinanzi alla
nostra Porta, e che noi abbiamo costretta la stessa fortuna a vegliare
alla prosperità del nostro Impero? Sopra di che fondi la tua insolenza e
il tuo delirio? Tu hai vinte alcune battaglie nelle foreste della
Natolia; meschini trofei! Hai riportata qualche vittoria sui Cristiani
d'Europa, perchè la tua spada era benedetta dall'Appostolo di Dio; e
ringrazia l'obbedienza che hai mostrata ai precetti del Corano
guerreggiando gl'Infedeli, se non ci siamo portati a distruggere il tuo
paese, frontiera e baloardo del Mondo musulmano. Fa senno fin che ne hai
tempo; medita, pentiti, e allontana il fulmine della nostra vendetta che
ti sta ancora sospeso sul capo. Non sei che una formica; perchè ti
avvisi di provocar gli elefanti? Infelice! li schiacceranno sotto i lor
piedi». La risposta di Baiazetto spirava l'indignazione d'un uomo
profondamente trafitto da uno sprezzo al quale non poteva mai essere
stato avvezzo. Dopo avere chiamato Timur masnadiero, ladrone del
Deserto, viene recapitolando le vittorie di lui cotanto vantate
nell'Iran, nel Turan, nell'Indie; poi s'adopera a provargli che solo per
l'arti della perfidia, o per la dappocaggine de' suoi avversarj, ha
trionfato. «I tuoi eserciti sono innumerabili; voglio crederlo; ma osi
tu mettere a confronto le frecce de' tuoi Tartari che non sanno se non
fuggire, colle sciabole de' miei intrepidi e non mai vinti giannizzeri?
Sì, difenderò sempre i Principi che hanno implorata la mia protezione,
vienli a cercare sotto le mie tende. Le città di Erzerum e di Arzingano
mi appartengono; e se non mi pagano esattamente il tributo, verrò a
farmi scontare il mio credito sotto le mura di Tauride e di Sultania».
L'eccesso della collera trasportò Baiazetto a dettare un'ingiuria che
feriva più di fronte Timur. «S'io fuggo dinanzi a te, possano le mie
mogli venire allontanate dal mio letto con tre divorzj! Ma se tu non hai
il coraggio di aspettarmi sullo spianato, che tu non riveda le tue
mogli, se non se dopo che avranno per tre volte soddisfatte le brame di
uno straniero»[419]. Presso i Turchi, una ingiuria di fatto, o di
parole, diviene offesa imperdonabile, se ai misteri dello -Harem- si
riferisce[420]; quindi il risentimento personale invelenì la querela
politica dei due Monarchi. Ciò nullameno, la prima spedizione di Timur
si limitò a distruggere la Fortezza di Sivas, o di Sebaste, situata
sulla frontiera della Natolia; e quattromila Armeni sepolti vivi per
avere adempiuto con valore e fedeltà il proprio dovere l'imprudenza del
Principe ottomano espiarono. Sembrava che Timur, come buon Musulmano,
usasse tuttavia un tal quale rispetto alla pia impresa di Baiazetto, il
quale in allora interteneasi bloccando Costantinopoli: onde pago
d'avergli dato un primo saggio, contro l'Egitto e la Sorìa volgea
l'armi. Narrasi che gli Orientali e lo stesso Timur chiamassero
Baiazetto -Kaissar di Rum- ossia Cesare dei Romani, titolo che si potea
quasi legittimamente, o in via di breve anticipazione attribuire ad un
Principe il quale possedea le province de' successori di Costantino e
minacciava la lor Capitale[421].
La repubblica militare dei Mammalucchi regnava tuttavia nell'Egitto e
nella Sorìa; ma la dinastia de' Turchi era stata scacciata dalla
dinastia de' Circassi[422]; e Barkok lor favorito, passò una prima volta
dalla schiavitù, una seconda volta dal carcere, al trono. In mezzo alla
ribellione e alla discordia sfidò le minacce del Sovrano Mongul,
mantenne una corrispondenza co' suoi nemici, e fece arrestarne gli
ambasciatori. L'altro aspettò pazientemente la morte di Barkok, per
vendicarsi poi sul debole Faragio che ne era figlio e successore. A
respingere questa invasione si assembrarono in Aleppo gli Emiri della
Sorìa[423], che ogni loro fiducia fondavano sulla disciplina e la
rinomanza de' Mammalucchi, sulla buona tempera delle loro lancie e delle
loro spade fabbricate coll'acciaio miglior di Damasco, sulla forza delle
loro città cinte di muri, sulla popolazione composta di sessantamila
villaggi. Anzichè sostenere un assedio, credettero miglior partito
aprire le porte e distendersi sulla pianura. Ma la forza di queste genti
non era corroborata dall'unione e dalle virtù, sicchè alcuni de' più
potenti Emiri sedotti da Timur aveano abbandonati, o traditi i più
fedeli de' lor compagni. Il fronte dell'esercito di Timur vedeasi munito
da una linea di elefanti, che portavano torri piene d'arcieri e di fuoco
greco. Le rapide fazioni della cavalleria di Timur avendo accresciuto
oltre ogni dire lo scompiglio e il terrore de' suoi nemici, questi si
addossavano gli uni agli altri, a talchè vennero affogati o trucidati a
migliaia sull'ingresso della maggiore strada di Aleppo; ed i Mongulli
entrando nella città mescolati coi fuggitivi, i vili, o corrotti
difensori di quella insuperabile Rocca, la rendettero dopo avere opposta
una debolissima resistenza. Fra i supplichevoli e i prigionieri, i
Dottori della Legge ottennero un maggior riguardo da Timur che gli
ammise al pericoloso onore di un parlamento[424]. Benchè zelante
musulmano, il Principe de' Mongulli avea imparato nelle scuole della
Persia a rispettare la memoria di Alì e di Hosein, e a riguardare i
popoli della Sorìa, siccome nemici giurati del pronipote di Maometto. A
questi Dottori egli fece una interrogazione capziosa, che i casisti di
Bocara, di Samarcanda e di Herat non erano buoni a risolvere. Chi sono,
lor chiese egli, i veri martiri? «I soldati uccisi dalla mia banda, o
quelli che muoiono nelle file dei miei nemici?» Ma uno di que' Cadì
seppe accortamente sciogliere la quistione, o per meglio dire chiuder la
bocca all'interrogatore, col rispondere valendosi delle espressioni di
Maometto medesimo: «essere l'intenzione che forma i martiri, e i
Musulmani d'entrambe le parti potersi del pari meritar questo, se per la
gloria di Dio hanno combattuto». La successione legittima del Califfo
sembrava un punto più difficile da decidersi, e Timur irritato dalla
franchezza di un dottore che, atteso il suo stato attuale, si mostrava
troppo sincero, esclamò: «Tu non sei men falso di quelli di Damasco:
Moavìa non era che un usurpatore, Yesid un tiranno; Alì solo è il vero
successore di Maometto». Una prudente interpretazione, avendone calmato
lo sdegno, passò ad argomenti di conversazione più famigliari: «Quanti
anni avete voi?» diss'egli al Cadì -- «Cinquant'anni.» -- «Il mio
primogenito sarebbe della vostra età. Voi mi vedete, continuò Timur; io
non sono che un misero mortale, zoppo e decrepito; nondimeno ha piaciuto
all'Altissimo di scegliermi per soggiogare i regni d'Iran, di Turan, e
delle Indie. Non son già io un uomo feroce. Iddio m'è testimonio che
nelle mie differenti guerre, io non sono mai stato l'aggressore; e che i
miei nemici sono eglino stessi gli autori delle loro calamità». Ma
durante questo tranquillo colloquio, il sangue scorreva a fiumi per le
strade di Aleppo, e si udivano da ogni banda grida di madri, di
fanciulli, e di vergini che veniano prostituite. Certamente il ricco
bottino abbandonato ai soldati era un grande incentivo alla loro
avidità; ma la crudeltà de' medesimi, avea un fondamento nel comando
assoluto, che ricevettero dall'Imperatore, di presentargli un certo
numero di teste, le quali, giusta il solito, fece accuratamente disporre
in colonne e piramidi. I Mongulli trascorsero la notte celebrando con
allegrezza la riportata vittoria, mentre que' Musulmani che rimaneano,
la passarono nelle catene e fra i pianti. Io non seguirò ora il cammino
del devastatore di Aleppo fino a Damasco, ove gli eserciti di Egitto
vigorosamente lo assalirono, e pressochè affatto lo misero in rotta.
L'atto ch'ei fece di ritirarsi, fu attribuito ad angustia estrema cui
fosse pervenuto, e giudicato effetto della disperazione; già un nipote
di Timur era passato nelle file nemiche; già i popoli della Sorìa si
allegravano della vittoria, allorchè una ribellione de' Mammalucchi
costrinse il Sultano di Damasco a rifuggirsi precipitosamente; e con
obbrobrio, nel suo palagio del Cairo. Benchè abbandonati dal loro
Sovrano, gli abitanti di Damasco sì valorosamente difesero le proprie
mura, che Timur offeriva di liberare questa città dall'assedio, purchè i
cittadini acconsentissero a pagare un riscatto con varj donativi, tutti
regolati colla proporzione del numero nove che già si additò. Ma appena,
sotto la fede di una tregua, gli fu permesso introdursi nella città,
violò perfidamente il Trattato, esigendo una contribuzione di dieci
milioni in oro, ed incoraggiando i suoi soldati a castigare i popoli
della Sorìa come discendenti di coloro che aveano eseguita, o approvata
la morte del pronipote del Profeta; nè eccettuò dall'eccidio generale
fuorchè una famiglia che avea data onorevole sepoltura alla testa di
Hosein, e una colonia di operai, o artigiani che trasportò a Samarcanda
(A. D. 1279). Dopo un'esistenza di sette secoli, la città di Damasco fu
ridotta in cenere per lo zelo religioso di un Tartaro che davasi vanto
di vendicare il sangue di un Arabo. Le perdite e i disagi di questa
guerra costrinsero Timur ad abbandonare l'idea di conquistare l'Egitto e
la Palestina; ma rivolgendosi all'Eufrate, consegnò alle fiamme la città
di Aleppo, e autenticò la pietà de' motivi che a tale atto il condussero
col concedere libertà e ricompensa a duemila Alìdi che divisavano di
visitare la tomba del figlio suo. Mi sono diffuso su queste
particolarità che giovano a far conoscere il carattere personale di
cotesto Eroe de' Mongulli; ma racconterò brevemente[425] che egli
innalzò una piramide di novantamila teste sulle rovine di Bagdad, e che
dopo avere devastata nuovamente la Georgia (A. D. 1401), sulle rive
dell'Arasse accampò, facendo ivi nota la sua risoluzione di movere
l'armi contra l'Imperatore ottomano. Conoscendo egli di quanto momento
una tal guerra si fosse, radunò per essa le forze di tutte le sue
province; onde ottocentomila uomini diedero ai registri militari il lor
nome[426]; e l'ordine dato per cinque o diecimila cavalli, indica
piuttosto il grado e gli attributi dei Capi che il numero effettivo de'
soldati[427]. I Mongulli aveano acquistate immense ricchezze nel
saccheggio della Sorìa, ma la distribuzione de' loro stipendj arretrati
di sette anni, gli affezionò con più certezza ai loro stendardi.
[A. D. 1402]
Intanto che il Principe Mongul si era intertenuto nelle spedizioni
dianzi descritte, Baiazetto aveva avuti due interi anni per raccogliere
le sue forze che stavansi in quattrocentomila combattenti così di
cavalleria come di fanteria[428]; ma tutti questi diversi corpi, per lor
fedeltà e valore non meritavano la medesima confidenza. Ne conviene
primieramente far menzione de' giannizzeri che furono successivamente
portati al numero di quarantamila uomini; viene indi una cavalleria
nazionale, conosciuta ne' moderni tempi col nome di -spai-; ventimila
corazzieri europei, coperti di negre e impenetrabili armadure; le truppe
della Natolia, i cui Principi nel campo di Timur si erano rifuggiti; e
una colonia di Tartari che lo stesso Timur scacciò dal Kipzak, e ai
quali Baiazetto avea conceduto, per abitarvi, un terreno nelle pianure
di Andrinopoli. L'intrepido Sultano marciava all'incontro del suo
rivale; dispiegò le sue tende presso le rovine della sfortunata città di
Sivas, il qual campo pareva avesse scelto a bella posta a teatro di sua
vendetta. In questo mezzo, Timur, varcato l'Arasse, attraversava tutta
l'Armenia e la Natolia, non omettendo veruna delle cautele suggerite
dalla prudenza. Rapida, quanto ordinata, e retta da un'esatta disciplina
fu la sua corsa. Era antiguardo la cavalleria leggiera, che oltre
all'additare il cammino, esplorava accuratamente le montagne, ogni
foresta, ogni fiume. Deliberato di combattere gli Ottomani nel centro
del loro Impero, il Principe de' Mongulli evitò destramente il lor
campo, tenendosi alla sinistra; ed occupata Cesarea, e passato il
deserto Salè, e il fiume Haly, la città di Angora strinse d'assedio.
Intanto il Sultano, immobile nel suo campo, e ignaro di quanto accadeva,
credea ragionar giusto nel paragonare il marciare, che è sì rapido, de'
Tartari a quello delle lumache[429]. Ma l'indegnazione il fornì ben
tosto di ali per correre in soccorso di Angora; essendo impazienti di
combattere così l'uno come l'altro Generale, le pianure di que' dintorni
divennero scena della memoranda battaglia che l'obbrobrio di Baiazetto e
la gloria di Timur fece immortali.
L'Imperatore de' Mongulli dovette questa vittoria a sè medesimo, alla
prontezza e alla sicurezza del suo vedere, a una pratica di trent'anni.
Egli aveva ridotto a perfezione l'arte militare fra i suoi, senza andar
contro alle antiche costumanze della nazione[430], le cui forze stavansi
tuttavia nella destrezza degli arcieri, e nelle rapide fazioni di una
numerosa cavalleria. O guidasse alla pugna una picciola truppa, o un
copioso esercito, il modo dell'assalto era sempre il medesimo. La prima
linea, facendo immantinente impeto, la sosteneano ordinatamente gli
squadroni dell'antiguardo. Il Generale tenea d'occhio la mischia, e
seguendone gli ordini, le due ale si avanzavano successivamente in più
divisioni, collocandosi in linea diritta od obbliqua, secondo che
l'Imperatore giudicava più, o meno necessario il lor soccorso. Incalzava
così il nemico con diciotto, o venti assalti, ognun de' quali una
speranza di vittoria offeriva; e ove tutti avessero mancato di buon
successo, l'Imperatore credendo quell'opportunità degna di lui, metteva
innanzi il suo stendardo e il corpo di battaglia, da lui condotto in
persona[431]. Però nella giornata di Angora anche questo corpo di
battaglia fu retto ai fianchi e alle spalle dalle migliori truppe di
riserva, comandate dai figli e dai nipoti di Timur. Il distruttore
dell'Indostan dispiegava in orgogliosa foggia una linea di elefanti,
trofeo anzichè strumento delle sue vittorie. L'uso del fuoco greco ai
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