vita. Laonde per aver di che sostenere, giusta il loro grado, le spese
del viaggio, i Principi diedero in pegno i proprj allodj, ed anche le
loro province, i Nobili vendettero terre e castella, i contadini il
bestiame e gli strumenti d'agricoltura. Il numero e la fretta de'
venditori, inviliva il prezzo delle proprietà, intanto che i bisogni e
l'ampiezza dei compratori faceano salire ad esorbitante valore l'armi e
i cavalli. In questo mezzo, quelli che rimasero alle case loro, e
possedeano qualche danaro e l'accorgimento necessario a farlo fruttare,
nell'epidemia generale arricchirono[420]. I Sovrani acquistarono a buon
patto i dominj de' lor vassalli, e i compratori ecclesiastici, mettendo
a conto di pagamento la promessa di lor preghiere, minor danaro
sborsavano[421]. Alcuni zelanti Crociati, valendosi di un ferro caldo, o
di un liquor corrosivo che ne rendesse l'impronta indelebile, stampavano
sul proprio corpo la Croce che gli altri di portar sull'abito si
contentavano; e fuvvi uno scaltro frate, il quale, dando a credere che
un miracolo divino gli avesse impresso il santo marchio sul petto, la
venerazione dei popoli e i più ricchi benefizj della Palestina con
questa frode si procacciò[422].
[A. D. 1096]
Il Concilio di Clermont, come dicemmo, avea posto pel giorno della
partenza de' Crociati il 15 di Agosto; ma costrinse ad anticiparla il
numero e la straordinaria impazienza di pezzenti plebei a questa
spedizione raccoltisi. Racconterò brevemente e quanto costoro
soffersero, e quanto di malvagio operarono, prima d'incominciare il
racconto dell'impresa più rilevante e più felice de' lor condottieri. Al
comparire di primavera, oltre sessantamila persone di entrambi i sessi e
della feccia del popolo, dai confini della Francia e della Lorena sen
vennero, tutti accerchiando il primo missionario della Crociata, e
sollecitandolo con grida, e con ogni modo di importunità, perchè presto
al Santo Sepolcro li conducesse. Piero, trovatosi Generale, senza averne
o il sapere, o l'autorità, guidò, o piuttosto seguì i suoi ardenti
proseliti lungo le rive del Reno e del Danubio. Il numero e il bisogno
li costrinsero ben tosto a sbandarsi. Gualtieri -Senza Sostanze-,
luogotenente dell'Eremita, e soldato coraggioso, comunque oppresso
dall'indigenza, comandava l'antiguardo de' Crociati. Ci formeremo
facilmente un'idea di questo esercito di ciurmaglia osservando che per
ogni quindicimila pedoni vi si contavano appena otto uomini a cavallo.
Godescallo, altro frate fanatico, le cui prediche aveano arrolati
quindici o ventimila contadini de' villaggi dell'Alemagna, l'esempio e
le traccie di Piero eremita d'appresso seguì; e a tutti costoro ancora
si unirono dugentomila mascalzoni, la feccia più ributtante della
plebaglia di tutti i paesi, che delle pratiche di pietà, del
ladroneccio, dell'ubbriachezza, e d'ogni ribalderia, un orrendo
miscuglio faceano. Alcuni Conti o gentiluomini, condottieri di tremila
soldati a cavallo, trovarono espediente l'adattarsi alle costoro voglie
per partecipar con essi alle prede. Ma i veri comandanti, almeno da
questa bruzzaglia riconosciuti per tali (chi crederà oggimai ad un
eccesso tal di demenza?) erano un'oca e una capra, che costoro si
teneano a capo di tutte le squadre, e alle quali bestie questi
spettabili Cristiani attribuivano una ispirazione divina[423]. Contra
gli Ebrei, carnefici di Gesù Cristo, vennero adoperate le prime e men
difficili imprese di codeste bande fanatiche, e di quelli che le
secondavano. Le ricche e numerose colonie di tal nazione, stanziatesi
nelle città mercantili del Reno e della Mosella, ivi sotto la protezione
dell'Imperatore e de' Vescovi, di un libero esercizio del loro culto
godeano[424]. A Verdun, a Treveri, a Magonza, a Spira, a Worms più
migliaia di questi infelici furono spogliati e trucidati[425], nè dopo
la persecuzione di Adriano, altra più sanguinolenta ne aveano sofferta.
Ben la fermezza de' Vescovi salvò alcuni di essi che momentaneamente
finsero di abbracciare il Cristianesimo; ma gli Ebrei più ostinati,
fanatismo opposero a fanatismo, e sbarrate le proprie case, e
lanciandosi entro il fiume, o in mezzo alle fiamme, colle proprie
famiglie e co' proprj tesori la rabbia, o almen l'avarizia, de'
furibondi lor nemici delusero.
[A. D. 1096]
Tra i confini dell'Austria e la capitale dell'Impero d'Oriente i
Crociati dovettero attraversare, per un intervallo di seicento miglia, i
selvaggi deserti della Ungheria e della Bulgaria[426]. Fertile oggidì, e
frastagliato da fiumi è quel suolo; ma in quella età non vi si
incontravano che paludi, e quelle vastità di foreste, la cui estensione
non conosce più limiti, allorchè l'uomo è schifo di assoggettare alla
propria solerzia la terra. Avendo entrambe le nazioni ricevuti i
principj del Cristianesimo, gli Ungari obbedivano ad un principe nato
fra essi; un luogotenente del greco Imperatore i Bulgari governava. Ma
la feroce indole di queste genti, al più lieve pretesto di scontento,
destavasi, nè lievi pretesti i ladronecci de' Crociati ad essi
fornirono. Queste ignoranti popolazioni, presso le quali, come si è
veduto, l'agricoltura mal regolata languìa, abbandonavano nella state le
lor città, fabbricate di legno e di canne, per portarsi sotto le tende,
più consuete abitazioni di popoli pastori e cacciatori. I Pellegrini
crociati dopo aver chieste con arroganza alcune vettovaglie di cui
mancavano, se ne impadronirono colla forza, voracemente le dissiparono,
e dopo il primo contrasto che ebbero, a tutto l'impeto della vendetta e
della indignazione si diedero. Ma l'assoluta ignoranza del paese ove
trovavansi, e dell'arte della guerra e della disciplina a cadere in
tutti gli agguati gli avventurava. Il prefetto di Bulgaria avea truppe
regolari sotto i suoi ordini, e allo squillar primo della tromba
guerriera, l'ottava, o decima parte degli Ungaresi corse all'armi, e in
un corpo formidabile di cavalleria si ordinò; le quali truppe ai
-pietosi- masnadieri tendendo insidie, sovr'essi ottennero una
sanguinosa e memorabil vendetta[427]. Un terzo all'incirca di questa
masnada, spogliata di tutto ed ignuda, ebbe a ventura il potersi riparar
nella Tracia: Piero l'Eremita fu tra quelli che si salvarono. Il Greco
imperatore che rispettava i motivi del viaggio impresosi dai Latini, e
desideroso inoltre de' loro soccorsi, fece scortar questi avanzi per una
strada sicura e facile infino alla sua Capitale, ove li consigliò
stessero ad aspettare l'arrivo de' lor compatriotti. La ricordanza delle
commesse irregolarità, e dei danni che ne erano ad essi avvenuti, li
tenne in dovere, sin tantochè incoraggiati della liberale accoglienza
che a costoro fecero i Greci, la solita cupidigia tornò a dominarli, nè
risparmiarono gli stessi benefattori; e giardini e palagi e chiese
divennero scopo alle loro devastazioni. Alessio, che per la propria
sicurezza incominciò a paventare, tanto fece che li persuase a
trasferirsi sulla sponda asiatica del Bosforo; ma spinti da cieco
impeto, abbandonarono ben tosto il campo che il Principe greco aveva ad
essi additato come il migliore, e senza pensare alle conseguenze, si
precipitarono addosso ai Turchi che la via di Gerusalemme tenevano.
L'Eremita, vergognandosi di far sì trista comparsa, dal campo de'
Crociati a Costantinopoli si trasferì, e il luogotenente del medesimo
Gualtieri, ben degno di comandare a migliori truppe, si adoperò, ma
indarno, per introdurre qualche poco di ordine e di disciplina in mezzo
a questi selvaggi. Tornati a sbandarsi per avidità di saccheggio,
caddero facilmente negli agguati che apparecchiò loro il sultano
Solimano. Questi fece spargere destramente la voce, che una parte di
Crociati marciata innanzi, della capitale de' Turchi erasi impadronita.
Tutti gli altri corsero allora sullo spianato di Nicea, impazienti di
raggiugnere i compagni, e star con essi a parte di preda; ma caduti
vittime de' turchi dardi, cumuli d'ossa annunziarono la sconfitta de'
primi a quelli che vennero dopo[428]; e già trecentomila Crociati avean
trovato il lor sepolcro nell'Asia, prima che una sola città agl'Infedeli
si fosse tolta, prima che i Capi e i Nobili della Cristianità, gli
apparecchi della santa impresa avesser compiti[429].
| CROCIATI |CAPI|VIAGGIO A | ALESSIO | NICEA E
| | |COSTANTIN.| |ASIA MIN.
------------------------------------------------------------------------
I. -Gesta |p. 1, 2|p. 2|p. 2, 3|p. 4, 5|p. 5-7
Francorum- | | | | |
| | | | |
II. Roberto il|p. 33, 34 |p. 35, 36 |p. 36, 37 |p. 37, 38 |p. 39-45
Monaco| | | | |
| | | | |
III. -Baldricus- |p. 89 |..........|p. 91-93 |p. 91-94 |p. 94-101
| | | | |
IV. Raimondo |..........|..........|p. 139,|p. 140,|p. 142
d'Agiles | | |140 |141 |
| | | | |
V. Alberto d'Aix |l. j, |..........|l. ij, |l. ij, |l. ij,
|c. 7, 31 | |c. 1-8 |c. 9, 19 |c. 20-43;
| | | | |l. iij,
| | | | |c. 1-4
| | | | |
VI. Foulcher di |p. 384 |..........|p. 385,|p. 386 |p. 387,
Chartres | | |396 | |389
| | | | |
VII. Giberto |p. 482,|..........|p. 485,|p. 485,|p.
|485 | |489 |490 |491-493,
| | | | |498
| | | | |
VIII. Guglielmo |l. j, |l. j, |l. ij, |l. ij, |l. iij,
di Tiro |c. 18, 30 |c. 17 |c. 1, 4, |c. 5-23|c. 1-12;
| | |13, 17, 22| |l. iv,
| | | | |c. 13-25
| | | | |
IX. -Radulphus|..........|c. 1, 3, |c. 4-7,|c. 8-13, |c. 14-16,
Cadomensis- | |15 |17 |18, 19 |21-47
| | | | |
X. -Bernardo |c. 7, 11 |..........|c. 11-20 |c. 11-20 |c. 21-25
Thesaurarius- | | | | |
------------------------------------------------------------------------
| EDESSA |ANTIOCHIA |BATTAGLIA | SANTA|CONQUISTA
| | | | LANCIA|DI GERUS.
------------------------------------------------------------------------
I. -Gesta |..........|p. 9-15|p. 15-22 |p. 18-20 |p. 26-29
Francorum- | | | | |
| | | | |
II. Roberto il|..........|p. 45, 55 |p. 56-66 |p. 61-62 |p. 74-81
Monaco| | | | |
| | | | |
III. -Baldricus- |..........|p. |p. |p. |p.
| |101-111|111-122|116-119|130, 138
| | | | |
IV. Raimondo |..........|p. |p. |p. 151,|p.
d'Agiles | |142-149|149-155|152, 156 |173-183
| | | | |
V. Alberto d'Aix |l. iij,|l. iij,|l. iv, |l. iv, |l. v, c.
|c. 5-32; |c. 33-66; |c. 7-56|c. 43 |45, 46;
|l. iv, 9, |iv, 1-26 | | |l. vj, c.
|12; l. v, | | | |1-50
|15-22 | | | |
| | | | |
VI. Foulcher di |p. |p. |p. |p. 392 |p.
Chartres |389-390|390-392|392-395| |396-400
| | | | |
VII. Giberto |p. 496,|p. 498,|p. |p. 520,|p.
|497 |506, 512 |512-523|530, 533 |523-537
| | | | |
VIII. Guglielmo |l. iv, |l. iv, |l. vj, |l. vj, |l. vij,
di Tiro |c. 1-6 |9-24; |c. 1-23|c. 14 |c. 1-25;
| |l. v, 1-23| | |l. viij,
| | | | |c. 1-24
| | | | |
IX. -Radulphus|..........|c. 48-71 |c. 72-91 |c. 100,|c.
Cadomensis- | | | |109 |111-138
| | | | |
X. -Bernardo |c. 26 |c. 27-38 |c. 39-52 |c. 45 |c. 54-77
Thesaurarius- | | | | |
------------------------------------------------------------------------
La prima Crociata non contò alcun monarca europeo che vi marciasse in
persona. L'imperatore Enrico IV avea tutt'altra voglia che di obbedire
alle prescrizioni del Papa. Filippo I, re di Francia, pensava a
ricrearsi, Guglielmo il Rosso, re d'Inghilterra, a conservare una
recente conquista; bastanti brighe offeriva ai re di Spagna la guerra
guerreggiata nell'interno del lor paese co' Mori; i Sovrani
settentrionali della Scozia e della Danimarca[430], della Svezia e della
Polonia, manteneansi tuttavia indifferenti agli interessi e alle
passioni de' popoli del Mezzogiorno. Il fervor religioso si fece con più
efficacia sentire ai principi di secondo ordine, che nel sistema feudale
una rilevante sede occupavano; e fu una tal circostanza che, come
naturalmente, sotto quattro principali condottieri, i Crociati raccolse.
Nel dipingere i caratteri di ognuno di questi duci molte inutili
ripetizioni potrò evitare, osservando che il coraggio e le consuetudini
dell'armi, attributi generali erano di tutti i venturieri cristiani.
I. Goffredo di Buglione, e nella guerra, e ne' consigli, meritò il primo
grado, e felici i Crociati se la condotta generale della impresa fosse
stata unicamente affidata a questo eroe, degno di rappresentar
Carlomagno, da cui per linea femminile scendea. Il padre di lui
apparteneva alla nobile schiatta de' Conti di Bologna marittima. La
madre era erede del Brabante, ossia Bassa Lorena[431], l'investitura del
qual paese, l'Imperatore conferì a Goffredo con titolo di Ducato,
applicato poi impropriamente a Buglione nelle Ardenne, patrimonio
primitivo dei Signori di Buglione[432]. Militando sotto Enrico IV e
portando egli il grande stendardo dell'Impero, il cuore di Rodolfo il
Ribelle, colla lancia sua trapassò. Stato egli il primo a scalar le mura
di Roma, una infermità sopraggiuntagli, un voto fatto nel durare della
medesima, o fors'anche il rimorso di avere portate l'armi contra il
sommo Pontefice, lo confermarono nella risoluzione, più antica in esso,
di visitare, non a guisa di pellegrino, ma di liberatore, il Santo
Sepolcro. Il valor suo temperavano la prudenza e la moderazione; e
comunque cieca la sua pietà, era però verace, e in mezzo al tumulto de'
campi, tutte le virtù reali ed immaginarie di un cenobita in lui si
scorgevano. Superiore alle fazioni che fra gli altri duci spargean la
discordia, ai soli nemici di Cristo i suoi sdegni serbava[433]; e benchè
cotale impresa gli fruttasse un regno, non evvi alcuno fra i medesimi
suoi rivali che alla purezza del suo zelo, o al suo disinteresse non
abbia fatta giustizia. Due fratelli in questa spedizione lo
accompagnarono: Eustachio il primogenito, erede della contea di Bologna,
e Baldovino il minore, le cui virtù da contrarj sospetti non andarono
immuni. Ad entrambe le rive del Reno ripettavasi il Duca di Lorena; e la
nascita e l'educazione, le lingue francese e teutonica gli rendeano
famigliari egualmente. Allor quando i Baroni di Francia, di Alemagna e
di Lorena i lor vassalli assembrarono, l'esercito confederato che militò
sotto la bandiera di Goffredo ad ottantamila fantaccini, e a diecimila
uomini a cavallo sommò.
II. Fra i principi che si chiarirono campioni della Croce al parlamento
tenutosi alla presenza del Re di Francia, circa due mesi dopo il
Concilio di Clermont, può riguardarsi come il più illustre, Ugo, conte
di Vermandois; ma più che il merito, o i possedimenti comunque sotto
entrambi questi riguardi ei meritasse venir distinto, gli ottenne il
soprannome di Grande, la sua qualità di fratello del francese
Monarca[434]. Roberto duca di Normandia, e figlio primogenito di
Guglielmo il Conquistatore, per propria indolenza, e per altrettanta
solerzia del fratello del medesimo Guglielmo il Rosso, avea perduto,
alla morte del padre, il trono dell'Inghilterra. Indole leggiera e animo
debole, molt'altre prerogative di Roberto offuscavano. Per umore
naturalmente gioviale, abbandonavasi di soverchio ai piaceri: le sue
profusioni rovinavano lui come i popoli: per una mal intesa clemenza,
incoraggiava i delitti, onde le virtù amabili di un privato, funesti
vizj divenivano in un sovrano. Risoluto di partirsi per la Palestina,
diede in pegno, per la picciola somma di diecimila marchi, il Ducato di
Normandia all'usurpatore dell'Inghilterra[435]: ma la sua spedizione a
Terra Santa, e il contegno da esso tenutosi durante la guerra,
tutt'altro uomo in lui dimostrarono, e in qualche modo l'opinione
pubblica gli rendettero. -- Eravi un altro Roberto, conte di Fiandra,
regale provincia che diede in quel secolo tre regine ai troni di
Francia, d'Inghilterra, e di Danimarca. Veniva soprannomato -la Lancia o
la Spada de' Cristiani-: ma abbandonandosi all'impeto di un soldato, gli
obblighi di un generale talvolta dimenticava. -- Stefano, conte di
Chartres, di Blois e Trojes, uno de' più ricchi principi del suo secolo,
talchè il numero de' suoi castelli, co' trecento sessantacinque giorni
dell'anno solea confrontarsi; avea, mediante lo studio delle Lettere, la
mente sua ingentilita, onde nel consiglio dei duci, l'eloquente Stefano
elessero a presidente[436]. Erano questi i quattro principali Capi che i
Franchi, i Normanni e i pellegrini delle isole Britanniche conducevano;
ma un registro di tutti i Baroni crociati che tre o quattro città sol
possedeano, oltrepasserebbe, dice un autore contemporaneo, il catalogo
de' comandanti della spedizione troiana[437].
III. Nel mezzodì della Francia si spartirono fra loro il comando
Ademaro, vescovo di Puy, Legato pontificio, e Raimondo conte di
San-Gille e di Tolosa, che a questi titoli i più luminosi di Duca di
Narbona, e di Marchese di Provenza aggiugnea. Il primo d'essi,
rispettabile prelato, le virtù necessarie alla felicità temporale ed
eterna in sè stesso accoglieva; il secondo, guerriero veterano, dopo
avere già combattuti i Saracini di Spagna, gli ultimi suoi giorni alla
liberazione e alla difesa del Santo Sepolcro fe' sacri. Perizia del pari
e ricchezze, gli acquistarono somma prevalenza nel campo de' Cristiani
che spesso di soccorsi da esso abbisognarono, e qualche volta gli
ottennero; ma più agevole cosa riusciva a Raimondo il costringere gli
Infedeli ad ammirarne il valore, che serbarsi l'affetto de' suoi
vassalli e de' suoi compagni d'armi: l'indole di lui arrogante,
invidiosa, ostinata oscurava l'altre prerogative dell'animo suo; onde a
malgrado di avere egli abbandonato per la causa di Dio un ricco
patrimonio, la pietà sua, nell'opinione pubblica, apparve non disgiunta
dai sentimenti dell'avarizia e dell'ambizione[438]. I Provenzali hanno
fama di essere più mercatanti assai che guerrieri, e sotto nome di
Provenzali[439], gli abitanti dell'Alvernia e della Linguadoca[440], e i
vassalli del regno di Borgogna e di Arles venivan compresi. Raimondo
trasse dalle frontiere della Spagna una banda d'intrepidi venturieri, e
passando per la Lombardia, una folla d'Italiani, che sotto le sue
bandiere arrolaronsi; onde a centomila combattenti, di fanteria e
cavalleria, le forze del medesimo in tutto sommavano. Se Raimondo, primo
ad assumere il vessillo della Croce, fu l'ultimo a mettersi in cammino,
la grandezza degli apparecchi da esso fatti, e il disegno di dire eterno
addio alla sua patria, possono riguardarsi come una scusa legittima di
tale tardanza.
IV. Una doppia vittoria, sul greco imperator riportata, avea già fatto
celebre il nome di Boemondo, figliuolo di Roberto Guiscardo; ma il
testamento paterno al principato di Taranto, e alla sola ricordanza de'
trofei orientali lo avea ridotto, allorchè la fama eccitata dalla santa
impresa, e il passaggio de' Pellegrini franchi il destarono. È
meritevole di attenzione il carattere di questo Duca normanno, in cui
più che in altri ravviseremo grande ambizione, congiunta a fredda
politica, nè però affatto scevra di religioso fanatismo. La condotta da
lui tenutasi dà luogo a credere, ch'egli avesse regolati di nascosto i
disegni del Sommo Pontefice, e finto in appresso di venirli a saper con
sorpresa, e di secondarli con zelo. Nell'assedio di Amalfi, co' discorsi
e coll'esempio, il fervore de' confederati maggiormente infiammò; si
lacerava le vesti per presentar di Croci coloro che al suo esercito si
ascrivevano, e già comandava diecimila uomini a cavallo, e ventimila
fanti, quando a visitar Costantinopoli e l'Asia s'apparecchiò. Molti
Principi normanni seguirono ansiosamente l'antico lor Generale; ma il
cugino di esso, Tancredi[441], più di suo compagno che di soggetto ai
suoi ordini in questa impresa le parti sostenne. Il carattere di
Tancredi, nobile sotto ogni aspetto alle virtù che ad eccellente
cavaliere si addicono[442], univa quel vero spirito di cavalleria, che
inspira al guerriero sentimenti di beneficenza e di generosità, ben da
preferirsi alla spregevole larva di filosofia, ed alla divozione ancor
più spregevole di que' tempi.
Nel tempo trascorso fra il secolo di Carlomagno e le Crociate, fatto
erasi presso gli Spagnuoli, i Normanni, i Franchi, un cambiamento che
per tutta l'Europa rapidamente si dilatò e fu quello di commettere ai
soli plebei il servigio dell'infanteria. Divenuta nerbo degli eserciti
la sola cavalleria, il nome onorevole di -miles- fu riserbato ai
gentiluomini[443] che combatteano a cavallo, dopo essere stati insigniti
del carattere di cavaliere. I Duchi e i Conti, dopo essersi arrogati i
diritti della sovranità, coi fedeli loro Baroni le province si
scompartivano: e i Baroni a lor volta, distribuirono ai proprj vassalli
i feudi e i benefizi della giurisdizione da essi goduta. Di questi
vassalli militari, riguardati pari l'uno a petto dell'altro, e persino
pari al Signore, da cui la primitiva autorità derivava, era composto
l'Ordine equestre, ossia l'Ordine de' Nobili, che avrebbero arrossito di
ravvisare nel contadino o nel borghese un ente della loro spezie.
Manteneano la dignità de' natali con una scrupolosa sollecitudine di non
contrar parentadi fuori del loro ceto; e i figli de' medesimi non
poteano venire ammessi nell'Ordine de' cavalieri, se quattro quarti, o
generazioni immuni da taccia, o rimprovero non provavano. Ciò nullameno
un valoroso plebeo poteva arricchirsi, nobilitarsi nell'armi, divenire
ceppo d'una nuova prosapia. Un semplice cavaliere avea diritto di
istituirne un altro, cui di questo onore militare credesse degno; e i
bellicosi monarchi dell'Europa, più di questa distinzion personale che
dello splendor del diadema, invanirono. Una tal cerimonia, di cui
troviamo le tracce nelle opere di Tacito e nei boschi della
Germania[444], fu semplice nella sua origine, e dalle idee religiose
disgiunta. Dopo alcune prove d'uso, venivano adattati alla gamba del
candidato gli speroni, e cintagli la spada, dopo di che ricevea una
lieve percossa sulla spalla, o sulla guancia, come per avvertirlo essere
questo l'ultimo affronto che ei non potea sopportare senza volerne
vendetta; ma la superstizione, ben tosto, in tutti gli atti della vita
privata, o pubblica si frammise. Dalle guerre sante consacrata la
professione dell'armi, i diritti e i privilegi degli Ordini Sacri del
sacerdozio, all'Ordine cavalleresco divenner comuni. Il bagno, e la
tonaca bianca di cui vestito era il novizio, una sconvenevole imitazione
della rigenerazion battesimale divennero. I ministri della Chiesa
benedivano la spada, che sull'altare, il cavaliere nuovamente creato
posava. Preghiere e digiuni precedevano la cerimonia, e armato era
cavaliere a nome di Dio, di S. Giorgio e dell'Arcangelo S. Michele. Ei
profferiva il voto di adempire i doveri della sua professione; della
qual promessa l'educazione, l'esempio, l'opinion pubblica si facevano
mallevadori. Come campione di Dio e delle donne (arrossisco nel
collegare insieme queste due idee così disparate) egli obbligavasi a non
mai tradire la verità, a mantenere la giustizia, a proteggere gli
infelici, ad usare la -cortesia-, (virtù agli antichi men famigliare) a
combattere gli Infedeli, a sprezzare le lusinghe di una vita molle e
pacifica, a difendere, in tutte le occasioni pericolose, l'onore della
cavalleria, l'abuso della quale, il disprezzo dell'arti, della pace e
dell'industria ben tosto fra i cavalieri introdusse. Riguardatisi
questi, come i soli giudici, e vendicatori competenti delle proprie
ingiurie, le leggi della società civile e della militar disciplina
rifiutarono parimente; ciò non ostante sonosi provati spesse volte, e
ravvisati con molta evidenza, i felici effetti che una tale istituzione
operò, nell'ammansare l'indole feroce de' barbari, e nell'inspirare ai
medesimi i principj della buona fede, dell'umanità e della giustizia.
Dileguatesi a poco le ingiuste nimistà prodotte da differenza di patria,
la fraternità d'armi, o di religione, introdusse uniformità di massime,
e gara di virtù fra i Cristiani. I guerrieri di ogni nazione aveano ad
ogni istante motivi di assembrarsi, per pellegrinaggi al di fuori, per
imprese, o esercizj militari nelle interne parti d'Europa; e un giudice
imparziale, ai Giuochi olimpici, tanto nell'Antichità rinomati[445], i
tornei de' Goti certamente preferirà. Negli spettacoli del primo genere
che corrompeano i costumi de' Greci anzichè no, la modestia bandiva
necessariamente dallo stadio le vergini e le matrone; ne' secondi in
vece, nobili ed avvenenti donne accresceano co' vezzi di lor presenza la
pomposa decorazione della lizza, e il vincitore ricevea il premio
dell'agilità e del coraggio dalle lor mani medesime. La forza e la
destrezza che nella lotta e nel pugilato voleansi, hanno corrispondenze
sol lontane ed incerte, co' pregi ad un soldato essenziali: ma i tornei,
siccome inventati vennero in Francia, e nell'Oriente e nell'Occidente
imitati, una vera immagine delle militari fazioni presentano. I
particolari certami, le generali scaramucce, le difese di un passo o di
un castello, nel modo medesimo che alla guerra vi si eseguivano, e in
entrambe le circostanze dall'abilità del guerriero nel regolare il suo
corridore, e nell'adoperare la sua lancia, i buoni successi pendeano.
Quasi sempre della lancia il cavaliere valeasi. E nel momento del
maggior pericolo, cavalcava un grande ed impetuoso corridore, che nel
tempo rimanente della giostra veniva condotto a mano; ed intanto un
palafreno, avvezzo a più mite andatura, il suo ufizio al combattente
prestava. Superflua cosa or sarebbe il descrivere la foggia degli elmi,
delle spade, de' cosciali, degli scudi, e mi basterà a tal proposito
annotare che invece di pesanti corazze, i giacchi, o saj da guerra, il
petto de' combattenti coprirono. Dopo aver messa in resta la lunga
lancia, e spronato violentemente il suo cavallo di battaglia, il
cavaliere faceva impeto sull'avversario, impeto tanto forte ed
immediato, che rade volte la cavalleria de' Turchi e degli Arabi il
potea sostenere. Ciascun cavaliere veniva nel campo di battaglia
accompagnato dal suo fedele scudiero, giovine, per lo più, eguale di
nascita al proprio Capo, e che faceva a canto di lui il noviziato della
milizia. I suoi arcieri ed armigeri gli venivano dopo, nè men di quattro
o cinque soldati erano necessarj a formare una -lancia- compiuta. I
patti del servigio feudale, alle spedizioni straniere, o di Terra Santa,
non obbligavano. In tali guerre, l'opera de' cavalieri e del lor seguito
ottenevasi unicamente dal loro zelo e dalla loro affezione alla causa
che doveasi difendere, ovvero per via di ricompense e promesse. Il
numero de' combattenti era proporzionato alla possanza, alle ricchezze,
alla celebrità di ciascuno de' Capi independenti, i quali gli uni degli
altri si discerneano allo stendardo, alle imprese, al grido di guerra;
onde le più antiche famiglie d'Europa, fra questi segnali, l'origine e
le prove della vetusta loro nobiltà van rintracciando. Questa
compendiosa descrizione della cavalleria mi ha fatto portare indugio
alla storia delle Crociate che di una tale istituzione furono effetti e
cagioni ad un tempo[446].
[A. D. 1097]
Tali furono le milizie, e tali i duci che assunsero l'impresa della
Croce per correre a liberare il Santo Sepolcro. Era già partita la
flotta de' vagabondi, descritti dianzi, allorchè quelli mutuamente
s'incoraggiarono, per via di lettere e parlamenti, ad adempiere i
giurati voti, e ad affrettar la partenza. Le mogli, le sorelle di questi
campioni entrar vollero a parte del merito e de' rischi del santo
pellegrinaggio. Tutte le preziose suppellettili in verghe d'oro e
d'argento vennero convertite; i principi e baroni si condussero dietro e
cani, e falchi, per non perdere lungo la strada il piacere della caccia,
e per essere certi di tener provvedute le proprie mense. La difficoltà
di procurar nudrimento a sì grande numero d'uomini e di cavalli, a
separare le loro forze costrinsegli; l'elezione loro, o le circostanze
di sito, additarono il compartimento delle strade, e rimasero d'accordo
di convenir tutti nelle vicinanze di Costantinopoli, e colà incominciar
tosto le fazioni belliche contra i Turchi. Dalle rive della Mosella,
Goffredo di Buglione attraversò in linea retta l'Alemagna, l'Ungheria, e
il paese de' Bulgari, e sintantochè egli comandò solo, il suo esercito
non fece passo, che non comprovasse la prudenza e le virtù del
condottiero. Ai confini dell'Ungheria, lo arrestò per tre settimane, una
popolazione di Cristiani, che il nome della Croce, o piuttosto, nè in
ciò avean torto, l'abuso che di cotal nome erasi fatto, abborrivano.
Recenti essendo le ingiurie che dai primi pellegrini ricevettero gli
Ungaresi, questi che a lor volta oltre ogni confine spinta avevano la
vendetta, temeano a ragione un eroe da sdegno di patria congiunto co'
loro offensori, e con essi ad un'impresa medesima accinto; ma dopo
l'esame de' motivi e degli avvenimenti, il virtuoso Goffredo,
limitandosi a deplorare i delitti e le sciagure de' suoi indegni
compatriotti, dodici deputati, quai messaggeri di pace inviò, onde a
nome di esso, domandassero libero il passaggio, e a moderato prezzo le
vettovaglie. Che anzi per togliere ogni argomento d'inquietezza, o
sospetto a queste genti, Goffredo diede in ostaggio sè, indi il proprio
fratello a Carlomanno, principe di Bulgaria, che con modi semplici, ma
amichevoli, co' medesimi usò. Sul Vangelo, in cui gli uni e gli altri
credevano, giurarono scambievolmente di mantenere i patti, intantochè un
bando, che pronunziava contra chi il violasse la morte, e la licenza e
l'audacia de' latini soldati frenò. Dall'Austria fino a Belgrado, senza
commettere, o ricevere la menoma ingiuria, attraversarono le pianure
dell'Ungheria, e la presenza di Carlomanno, che con numerosa cavalleria
a fianco di questi armati veniva, alla sicurezza loro in uno, e a quella
de' suoi Stati giovò. Così pervennero i Crociati sino alle sponde della
Sava, il qual fiume varcato, Carlomanno gli ostaggi restituì, e gli
accompagnò nel separarsi da essi con sinceri voti pel buon esito della
loro spedizione. Nel modo medesimo, e serbando egual disciplina,
Goffredo trascorse le foreste della Bulgaria, e i confini della Tracia,
potendo congratularsi con sè medesimo di essere quasi aggiunto al
termine del suo pellegrinaggio senza l'uopo di sguainare contra un
Cristiano la spada. Intanto Raimondo, co' suoi Provenzali, dopo aver
seguìte da Torino ad Aquilea le strade dilettevoli e facili della
Lombardia, camminò quaranta giorni per le inospite contrade della
Dalmazia[447] e della Schiavonia, ove ai disgusti che offeriva un paese
sterile e montagnoso, quelli di un cielo sempre annuvolato si
aggiunsero. Gli abitanti davansi alla fuga, o quai nemici si
dimostravano; poco frenati dalla lor religione, o dal lor governo,
ricusavano viveri e scorte a que' passaggieri, e se scontravansi in
soldati sbandati gli uccideano; talchè, nè giorno, nè notte, ebbe pausa
la vigilanza del Conte, il quale più profitto ritrasse dal far
giustiziare alcuni di cotesti ospiti scorridori, che da un parlamento e
da un negoziato convenuto col Principe di Scodra[448]. Innoltre nel suo
cammino fra Durazzo e Costantinopoli, lo tribolarono, senza però
arrestarne il viaggio, i soldati e i contadini del greco Imperatore; i
quali, con alcune equivoche ostilità, s'accigneano parimente a turbare
il passaggio degli altri Capi che sulla costa d'Italia per valicare
l'Adriatico mare imbarcavansi. Boemondo, ben provveduto d'armi e di
navi, era di più previdente, sollecito di mantenere la militar
disciplina, nè le province dell'Epiro e della Tessaglia doveano per
anche aver dimenticato il nome di questo guerriero; onde il suo saper
militare e il valore di Tancredi tutti gli ostacoli superavano. Benchè
il Principe normanno molto riguardo inverso i Greci ostentasse, permise
il saccheggio del castello d'un eretico a' suoi soldati[449]. I nobili
Franchi affrettarono il lor cammino con quell'ardore cieco e presuntuoso
che alla nazion loro viene sì spesso rimproverato. Dall'alpi fino alla
Puglia, la corsa di Ugo il Grande, de' due Roberti e di Stefano di
Chartres, per mezzo ad un florido paese, e fra le acclamazioni de'
Cattolici, ad una processione trionfale paragonar si potea. Baciarono i
piedi del Pontefice Romano, dalle cui mani il fratello del Re di Francia
ricevè lo stendardo dorato del Principe degli Appostoli[450]; ma per
questa visita di divozione e diporto trascurarono di calcolar le
stagioni e di procacciarsi quanto era necessario all'imbarco. Perduto
inutilmente il verno, i soldati Franchi dispersi per le città
dell'Italia corruppersi. Per più riprese si veleggiò senza avere la
debita cura alla sicurezza della flotta, e alla dignità de' condottieri.
Nove mesi dopo la festa dell'Assunzione, assegnata dal Papa qual giorno
della partenza, tutti i Principi latini ne' dintorni di Bisanzo
convennero; ma il Conte di Vermandois vi comparve in forma di
prigioniero, perchè la tempesta avendo separate le prime navi della sua
flotta, i luogotenenti di Alessio, tutte le leggi delle nazioni
infrangendo, della persona del principe francese si erano impadroniti.
Intanto ventiquattro cavalieri in armadura d'oro splendenti, aveano
annunziato l'arrivo di Ugo, e intimato all'Imperatore di rispettare il
Generale dei cristiani latini, e il fratello del Re dei Re[451].
[A. D. 1096-1097]
Ho letta in una novelletta orientale, la favola di un pastore, che per
avere appunto veduto pago un suo voto, ogni cosa perdè. Questo meschino
chiedeva acqua, e il Gange, innondandogli il podere, la mandria e la
capanna del supplicante, seco si trascinò. Una sorte non molto diversa,
sovrastò ad Alessio Comneno, che non per la prima volta in questa Storia
è nominato, e la condotta del quale viene in così diverso modo dipinta
da Anna Comnena, figlia del medesimo[452], e dagli scrittori
latini[453]. Gli Ambasciatori di questo Sovrano, nel Concilio di
Piacenza, aveano pregato per ottenere un mediocre sussidio, forse non
maggiore di diecimila uomini; ma all'arrivo di tanti poderosi Capi, e di
tante nazioni fanatiche in armi, atterrito rimase. Fra la speranza e il
timore, fra il coraggio e la pusillanimità, l'Imperatore ondeggiava;
pure non giungerò mai a persuadermi, nè veggo alcuna ragione di credere,
che nella sua tortuosa politica, da lui ravvisata siccome prudenza, egli
abbia mai cospirato contro la vita, o l'onore de' Francesi. Le bande,
condotte da Piero Eremita, un miscuglio di selvagge fiere, anzi che
d'uomini ragionevoli, presentavano, onde Alessio non potè nè prevenirne,
nè deplorarne la perdita. Le truppe comandate da Goffredo, e dai
compagni di esso, meritevoli di maggior rispetto, non di maggior
fiducia, sembrarongli. Comunque pietosi e puri riguardar si potessero i
fini che li guidavano, l'Imperator greco paventava del pari l'ambizione
conosciuta di Boemondo, e la mal cognita indole degli altri Capi. Cieco
ed impetuoso era il coraggio de' Franchi; le ricchezze della Grecia
potevan sedurli; fiancheggiati da eserciti numerosi, il convincimento
delle lor forze, trarli in maggiore orgoglio, e incoraggiarne la
cupidigia; in somma, non sarebbe stato strano che per Costantinopoli,
Gerusalemme avessero dimenticata. Dopo un lungo cammino e una penosa
astinenza, le soldatesche di Goffredo nelle pianure della Tracia
accamparono, ove intesero la cattività del Conte di Vermandois, colla
massima indignazione; indignazione cui lo stesso Generale non potè
impedire qualche sfogo di rappresaglie e rapine. Ma gli ammansò la
sommessione di Alessio, che promise vettovagliare il lor campo; e poichè
i soldati negavano tragittare il Bosforo fra i rigori del verno, vennero
assegnate stanze ai medesimi per mezzo ai giardini e ai palagi, che
questo braccio di mare coprivano. Intanto durava sempre un germe
inestinguibile di nimistà fra le due nazioni, che i predicati di schiavi
e di barbari, mutuamente si compartivano. Della ignoranza è figlio il
sospetto; dal sospetto alle provocazioni giornaliere, è breve il
tragitto; le preoccupazioni dell'animo sono cieche; la fame non ascolta
ragioni. Venne apposta ad Alessio l'accusa di aver divisato affamare i
Latini, in un posto pericoloso, cinto per ogni lato dall'acque[454].
Goffredo ordinò si sonasse a raccolta, forzò una trincea, coperse col
suo esercito la pianura, ai sobborghi di Costantinopoli fece oltraggio;
ma sì agevole cosa non era il rompere le porte della città, o dar la
scalata a baluardi, guerniti di soldatesche. Dopo una pugna d'esito
incerto, le voci della pace e della ragione, entrambe le parti
ascoltarono. I donativi e le promesse del Principe greco, a mano, a mano
i violenti animi degli Occidentali ammollirono, e, guerriero cristiano
egli pure, Alessio studiossi rianimare l'ardore per la santa impresa,
promettendo le sue milizie e i suoi tesori per secondarla. Giunta la
primavera, condiscese Goffredo ad occupare un adatto e ben provveduto
campo nell'Asia, e varcato ch'egli ebbe il Bosforo, i legni greci alla
riva opposta tornarono; greca politica che fu successivamente adoperata
cogli altri Capi venuti da poi, i quali assicurati dall'esempio de' loro
predecessori, e stremati dalle fatiche del viaggio, usarono egual
compiacenza ad Alessio, che con accorgimento e solerzia, evitò sempre
l'unione di due eserciti sotto le mura di Costantinopoli; onde dopo la
festa della Pentecoste, un sol Crociato sulla riva d'Europa non
rimaneva.
Certamente questi eserciti cotanto formidabili, avrebbero potuto liberar
l'Asia, e rispingere i Turchi dalle vicinanze del Bosforo e
dell'Ellesponto; recentissima viveva ancora la rimembranza delle fertili
province che da Nicea ad Antiochia, erano state tolte al Principe greco,
il quale in sè trasfusi sentiva gli antichi diritti, che il romano
Impero sulla Siria e sull'Egitto avea conquistati. Compreso da questo
entusiasmo Alessio si abbandonò, o finse abbandonarsi all'ambiziosa
speranza di vedere rovesciati i troni dell'Asia, dai suoi novelli
confederati; ma dopo alcune meditazioni, la ragione in parte, in parte
la sua indole al sospettare propensa, il distolsero dal confidare la
sicurezza della sua persona nelle mani di Barbari sconosciuti, o che
freno di disciplina non rispettavano. Si limitò quindi ad esigere, fosse
per prudenza o per orgoglio, dai pellegrini Franchi un vano omaggio, o
giuramento di fedeltà, e la promessa di restituirgli quanto nell'Asia
conquisterebbero, oppure di protestarsi, in ciò che a tali possedimenti
spettavasi, umili e fedeli vassalli del greco Impero. L'alterezza de'
Crociati si mostrò sulle prime irritata dalla proposta di una volontaria
servitù; ma ai seducenti artifizj dell'adulazione e della liberalità a
grado a grado cedettero, e quei primi che ad umiliazione soggiacquero ad
insinuarla ai proprj compagni cooperarono. L'orgoglio di Ugo di
Vermandois, fu men forte nell'animo suo degli onori che durante la
cattività ricevette, e l'esempio d'un fratello del re di Francia, tutti
gli altri a sommessione eccitò. Quanto a Goffredo, tutte le
considerazioni semplicemente umane, a quella che ei credeva gloria
divina, e al buon successo dell'armi sue posponeva, laonde costantemente
respinse le sollecitazioni di Raimondo e di Boemondo, che con ardore gli
consigliavano il tentare la conquista di Costantinopoli. Da siffatta
virtù il greco Imperatore commosso, nominò, e giustamente, Goffredo il
campion dell'Impero, e nobilitonne il titolo di vassallo coll'altro di
figlio adottivo, che con tutte le solenni cerimonie gli conferì[455].
Boemondo contro cui da prima tutto l'odio di Alessio si rivolgea, venne
accolto come un antico e fedele confederato da questo Principe, il
quale, se gli ricordò le antiche ostilità, il fece soltanto per
encomiare il valore e la gloria, che nelle pianure di Durazzo e di
Larissa, questo figlio di Guiscardo si procacciò. Venne quindi Boemondo
alloggiato, mantenuto e servito con reale magnificenza; ma un dì, mentre
questi attraversava una loggia del palagio, una porta, come a caso
rimastane aperta, gli lasciò vedere un cumulo d'oro e d'argento, di
suppellettili e arredi preziosi, ammucchiati con apparente disordine e
d'un'altezza, che tenea lo spazio frapposto tra il pavimento e la
soffitta. «Quai conquiste, meditò fra sè stesso l'avaro ambizioso,
potrebbero farsi col soccorso di questo tesoro! -- È vostro, si affrettò
a dire un Greco che gli leggea negli occhi, i sentimenti dell'animo:»
Boemondo, dopo avere titubato un istante, si degnò accettare un così
magnifico donativo; e gli si fece inoltre sperare un principato
independente: ma Alessio senza profferire un assoluto rifiuto, evitò di
rispondere all'inchiesta audace, fattasi dal Normanno per divenire Gran
Domestico, ossia Generale dell'Oriente. Anche i due Roberti, uno figlio
del re d'Inghilterra, l'altro parente di tre Regine, inchinarono a lor
volta il trono d'Alessio[456]. Una lettera di Stefano di Chartres
attesta i sentimenti d'ammirazione, che questo Principe studiavasi di
manifestare all'Imperator greco, da lui chiamato il migliore e il più
liberale degli uomini; e si persuadeva esserne il favorito, tanto più
per la promessa ottenutane, di vedere innalzato, e presentato di
possedimenti, il più giovine de' proprj figli. Il Conte di S. Gille e di
Tolosa, che nella sua provincia meridionale, quasi straniero di lingua e
nazione al re di Francia, di questo riconosceva appena la supremazia,
annunziò superbamente alla presenza de' suoi centomila uomini, di non
voler essere che servitore e soldato di Cristo, e che il Principe greco
potea ben contentarsi d'un negoziato di amicizia e di lega, come fra
Principi eguali si usa; colla quale ostinata resistenza rendè maggiore,
agli occhi almeno de' Greci, il merito della sommessione, a cui in
appresso si uniformò. «Ei splendea fra i Barbari, dice la principessa
Comnena, come il Sole fra le stelle del Firmamento». L'Imperatore si
disacerbò col suo fedele Raimondo, narrandogli l'avversione che nel suo
animo aveano destata, la fama e l'audacia dei guerrieri francesi, e i
sospetti che sui disegni di Boemondo avea concepiti. Istrutto per lunga
esperienza ne' politici accorgimenti, il conte di Tolosa non durò fatica
ad accorgersi, che menzognera esser potea l'amicizia di Alessio, ma che
costui nell'odiare almeno era sincero[457]. Lo spirito di cavalleria
nella persona di Tancredi, fu l'ultimo a cedere, nè eravi chi potesse
arrossire nel seguir gli esempj d'un cavaliere sì valoroso. Sdegnati
parimente l'oro e gli encomj del Principe greco, castigò alla presenza
di lui la tracotanza di un patrizio; indi sotto le spoglie di semplice
soldato fuggì nell'Asia, cedendo, comunque il sagrifizio fosse penoso al
suo orgoglio, alla autorità di Boemondo e all'interesse della causa
comune. La ragion migliore e più concludente di tanta sommessione de'
Crociati, si era che non poteano attraversare lo stretto, nè compiere
quindi il lor voto senza la permissione e le navi di Alessio. Ma in
segreto speravano che giunti sul continente dell'Asia, i loro acciari
cancellerebbero tanta vergogna, e romperebbero una obbligazione, della
quale potea sperarsi che lo stesso Principe di Bisanzo, non avrebbe
troppo religiosamente serbati i patti. Intanto la formalità del prestato
omaggio fe' prestigio agli occhi di un popolo, presso il quale da lungo
tempo tenea vece di possanza l'orgoglio. Sedutosi sull'alto suo trono
l'Imperatore, rimase muto ed immobile intanto che i Principi latini lo
adoravano, e si sottomettevano a baciargli i piedi o le ginocchia. Gli
stessi storici de' Crociati, vergognando di confessare tanta viltà, non
ardiscono però di negarla[458].
L'interesse pubblico, o particolare, rattenea i Duchi e i Conti da
clamorose querele; ma fuvvi un Barone francese, Roberto di Parigi, a
quanto viene supposto[459], il quale ardì salire sul trono, e mettersi a
fianco di Alessio. Sul quale atto avendolo prudentemente rimproverato
Baldovino, costui si fece con impeto a rispondere nel suo barbaro
idioma: «chi è egli finalmente questo screanzato che si prende la
libertà di star seduto sul proprio scanno, mentre tanti valorosi
capitani rimangono in piedi dintorno a lui?» Tacque l'Imperatore, e
dissimulò la sua indignazione, chiedendo soltanto all'interprete la
spiegazione di que' detti di Roberto, benchè ai gesti e al contegno,
onde furono pronunziati, avesse potuto indovinarli egli stesso. Prima
che i Crociati partissero, Alessio mostrò curiosità di sapere chi fosse
questo ardimentoso Barone. Egli medesimo gliel rispose: «Io sono Franco,
e vanto nobiltà purissima, antichissima del mio paese. Posso dirvi che
nelle mie vicinanze è posto un oratorio[460], ove si trasferiscono
quelli che bramano provare in particolar combattimento il proprio
valore; colà volgono le lor preci a Dio e ai Santi suoi, sintanto che
vedano comparire un nemico. Ci sono stato più d'una volta, e non ho per
anche ritrovato un avversario che ardisca accettare una mia disfida».
Alessio congedò questo prode, dandogli alcuni saggi consigli sulla
condotta da tenersi nel far la guerra co' Turchi; e gli storici francesi
narrarono con compiacenza un tal singolare esempio de' costumi del loro
secolo e del lor paese.
[A. D. 1097]
Alessandro intraprese e ridusse a termine la conquista dell'Asia con
trentacinquemila Greci o Macedoni[461], fondando soprattutto la propria
fiducia sul valore e sulla disciplina della sua falange d'infanteria. Il
precipuo nerbo de' Crociati si stava nella loro cavalleria, onde allor
quando negli spianati di Bitinia, vennero passati in rassegna, i
cavalieri e i sergenti a cavallo di seguito, sommavano a centomila
combattenti compiutamente armati d'elmo e di giaco. Una tal sorte di
soldati ben meritava ne fosse fatta una enumerazione scrupolosa ed
autentica; nè per vero è cosa da maravigliarne che in un primo sforzo il
fiore della cavalleria di tutta l'Europa abbia potuto somministrare
questa formidabile unione di armati a cavallo. Avvi luogo a credere che
i fanti venissero serbati alle fazioni degli arcieri, de' guastatori,
degli esploratori. Ma il disordinamento che fra coteste turbe regnava,
non permise alcuna certa congettura sul numero di coloro che le
formavano, nè a determinarlo abbiamo altra guida che l'opinione, o la
fantasia di un cappellano del conte Baldovino[462], la cui testimonianza
nè sopra un esame oculare, nè sopra avverate nozioni si fonda: ei conta
seicentomila pellegrini atti a portar l'armi, non comprendendo fra
questi i preti, i frati, le donne, e i fanciulli che il campo de' Latini
seguivano. Senza dubbio griderà all'esagerazione il lettore; ma prima
che egli si riabbia dalla sua sorpresa, stimo opportuno l'aggiugnere,
seguendo sempre la medesima autorità, che, se tutti coloro i quali
ricevettero la divisa della Croce, il proprio voto avessero adempiuto,
più di sei milioni d'Europei per la spedizione d'Asia sarebber partiti.
Sopraffatto io medesimo da quanto il narratore dianzi citato mi vorrebbe
far credere, trovo qualche conforto dal parere profferito a tale
proposito da uno Storico più giudizioso e assennato[463], il quale
convenendo in quella parte di calcolo che si riferisce alla cavalleria,
quanto al rimanente taccia di credula dabbenaggine il prete di Chartres,
dubitando per fino se le contrade -cisalpine- (così dee chiamarle un
Francese) possano somministrar uomini che a sì sterminate migrazioni col
loro numero corrispondano. Lo storico scettico, più tranquillo ancora
nelle sue meditazioni, rammenterà che molta mano di questi pietosi
volontarj, nè anco videro Nicea, o Costantinopoli. Capriccioso e di
breve durata è il predominio dell'entusiasmo: laonde una parte di que'
pellegrini, la ponderazione, o la paura, la debolezza o la indigenza
rattennero: altri tornarono addietro spaventati dagli ostacoli del
cammino, tanto meno superabili, che que' fanatici ignoranti non gli
aveano preveduti. Le ossa di una gran parte di costoro copersero i paesi
inospiti dell'Ungheria e della Bulgaria. Il loro antiguardo dal Sultano
de' Turchi fu fatto in pezzi; e già la perdita della prima spedizione è
stata calcolata di trecentomila uomini uccisi, o morti di stento, e per
l'influenza del clima. Ciò nullameno ne rimaneva ancora, e giugnevano di
continuo truppe sì numerose, che lo stupor de' Greci parimente
eccitarono. La faconda energia della greca lingua sembra non bastare
allo studio postosi dalla principessa Comnena nell'amplificare il numero
di queste genti[464]. «Tutti gli sciami delle locuste, tutte le foglie e
tutti i fiori della terra, le arene del mare, e le stelle del cielo» non
sono che imperfette immagini di quanto ella ha veduto o inteso dire.
Talchè finalmente esclama che «l'Europa smossa dalle sue fondamenta è
precipitata contro dell'Asia». Regna tuttavia la stessa incertezza sul
numero a cui gli antichi eserciti di Dario e di Serse sommavano;
nondimeno propendo a credere che fino allora, entro il recinto di un
solo campo, non si fossero mai trovate raccolte tante soldatesche,
quante se ne adunarono all'assedio di Nicea, prima azione campale de'
Principi latini. Sono or noti i motivi che li spinsero, l'indole loro,
il genere d'armi che da questi si adoperava. La più grossa parte di loro
truppe andava composta di Franchi: poderosi rinforzi aveano ricevuti
dalla Puglia e dalle rive del Reno: bande di venturieri dalla Spagna,
dalla Lombardia e dall'Inghilterra[465] erano accorse: oltre ad alcuni
selvaggi fanatici, pressochè ignudi, feroci nelle case loro,
nell'esterne guerre paurosi, che dalle montagne della Scozia e dalle
paludi dell'Irlanda sbucarono[466]. Se la superstizione non avesse
riguardata come sacrilega un'antiveggenza per cui sarebbero stati privi
del merito del pellegrinaggio i deboli e gl'indigenti, la folla di
coloro che consumavano le vettovaglie senza guadagnarsele col proprio
valore, avrebbe potuto fermarsi negli Stati del greco Imperatore,
sintantochè i lor compagni più atti a tale spedizione, le avessero
aperto e assicurato il cammino del Santo Sepolcro. Ma venne permesso di
affrettarsi a visitarlo, chè non era ancora liberato, a quante ciurme, o
valorose, o non valorose passarono il Bosforo. Avvezze ai climi
settentrionali, le esalazioni e i cocenti raggi del sole, ne' deserti
della Sorìa non poterono sopportare. Con insensata prodigalità
consumarono gli adunamenti d'acque e di viveri; per la copia loro le
interne parti del paese estenuavano affatto; già lontano avevano il
mare, e i Greci mal contenti de' Cristiani di tutte le Sette, dal
ladroneccio e dalla voracità de' latini confratelli lungi fuggivano.
Pervenuti a sì orribile necessità, la fame per fin li costrinse a
cibarsi delle carni de' lor prigionieri, e adulti, e fanciulli; con che
procacciatisi il nome e la riputazione di cannibali, si accrebbe ne'
Saracini l'orrore che contra gli europei idolatri nudrivano[467]. A
certi esploratori introdottisi nella cucina di Boemondo vennero mostrati
alcuni corpi umani posti allo spiedo, e i Normanni credettero atto
accorto l'accreditare una vociferazione che, se maggior terrore incutea
negli Infedeli, il loro odio parimente contra i Cristiani
aumentava[468].
[A. D. 1097]
Volentieri io mi son diffuso nel narrare i primi atti de' Crociati, che
dipingono parimente i costumi e l'indole degli Europei di que' giorni.
Ma restringerò il molesto e uniforme racconto di tante oscure imprese
che la forza eseguì, e l'ignoranza descrisse. Dal loro primo campo
situato ne' dintorni di Nicomedia, innoltratisi per più riprese, e
uscendo fuori degli angusti limiti del greco Impero, si apersero per
mezzo alle montagne una strada, e la pietosa lor guerra contra il
Sultano de' Turchi incominciarono, assediandone la capitale.
Dall'Ellesponto sino alle frontiere della Sorìa, gli Stati di Rum, reame
del ridetto Principe, si estendevano, vietando così ai pellegrini la
strada di Gerusalemme. Ivi regnava Kilidge-Arslan, o Solimano[469], come
dicemmo, uscito della schiatta di Selgiuk, e figlio del primo
conquistatore. Nel difendere un paese, che i Turchi riguardavano come
loro legittima proprietà, Solimano meritò gli encomj de' suoi nemici
medesimi, che soli ai posteri lo hanno dato a conoscere. Cedendo al
primo impeto di quel torrente, la sua famiglia, i tesori entro Nicea
pose in salvo, ritirandosi nelle montagne, ove cinquantamila uomini a
cavallo il seguirono; e due volte ne scese per affrontar gli assedianti,
il campo de' quali offeriva un cerchio imperfetto di sei miglia
all'incirca. Alte e saldissime mura, fiancheggiate da trecentosettanta
torri, e da profonda fossa difese, la città di Nicea circondavano; e le
facea presidio il fiore de' Musulmani che guardavano i confini, per cui
gli Stati turchi dalla Cristianità eran disgiunti; gente valorosa, ben
addestrata alla guerra, e del culto suo zelantissima. Innanzi alla
indicata città i Principi Franchi accamparonsi; ma le loro fazioni, nè
si comunicavano scambievolmente, nè ad una massima generale
sottomettevano. L'emulazione animava il valor de' medesimi; poi questo
valore contaminavano le crudeltà, e l'emulazione tralignava in invidia e
in discordie. I Latini adoperarono, all'assedio di Nicea, tutte le
macchine da guerra dall'Antichità conosciute. Mine, arieti, testuggini,
torri sulle ruote, (-belfredi-), baliste, fuochi artifiziali, catapulte,
fionde, e balestre che pietre e dardi lanciavano[470]. Durante cinque
settimane di fatiche e di pugne, molto sangue fu sparso; e gli
assedianti, sopra tutti il conte Raimondo, fecero alcuni progressi; ma i
Turchi durar potevano nel resistere e assicurarsi la ritirata,
fintantochè dominavano il lago Ascanio[471], che al ponente di Nicea per
parecchie miglia si estende. La prudenza e l'industria di Alessio, un
tale ostacolo superarono; sua mercè, vennero trasportati dal mare in sul
lago, molti battelli carichi di abili arcieri, che alla fuga della
Sultana si opposero. Già Nicea era stretta da tutte le bande, quando un
messo dell'Imperator greco, avvertì gli abitanti di sottrarsi, finchè ne
erano in tempo, al furore de' Selvaggi d'Europa, accettando la
protezione del suo Signore. Laonde nel momento della vittoria, o
certamente allorchè vi era ogni ragion di sperarla, i Crociati, avidi di
sangue e di strage, furono costretti fermarsi alla vista dello stendardo
imperiale, che sventolava sulle mura della rocca; ed una sì importante
conquista, Alessio con grande cura a sè medesimo riserbò. La voce
dell'onore e dell'interesse, al bisbigliar dei Capi impose silenzio.
Dopo un riposo di nove giorni, s'incamminarono verso la Frigia, condotti
da un Generale greco, che inteso però sospettavano col Sultano. La
Sultana e i primarj servi di Solimano, ottennero senza riscatto la loro
libertà: e questa generosità dall'Imperatore usata ai miscredenti[472],
per una prova di perfidia ebbesi dai Latini.
[A. D. 1097]
Più irritato che avvilito si mostrò Solimano della perdita della sua
capitale. Fatta nota con manifesti ai suoi sudditi e confederati, la
straordinaria invasione de' Barbari di Occidente, gli Emiri turchi alla
voce del Principe e della religione obbedirono. Molte bande di
Turcomanni alle bandiere del Sultano si affrettarono; onde le forze
congiunte del medesimo, con un calcolo vago, si fecero dai Cristiani
ascendere a dugento ed anche trecento sessantamila uomini di cavalleria.
Ciò nullameno Solimano aspettò con pazienza, che i Cristiani si fossero
allontanati dal mare, e dalle frontiere della Grecia, e volteggiando ai
lor fianchi, li seguitò. Pieni questi d'una imprudente fiducia,
marciarono in due corpi separati, e posti fuor d'abilità di vedersi l'un
l'altro; onde poche miglia di qua da Dorilea nella Frigia, il corpo di
sinistra, il men numeroso, fu sorpreso da Solimano che lo assalì, e
quasi sconfisse[473]. Il caldo della stagione, il nembo di frecce, le
grida degli Ottomani avendo sparso per ogni dove il terrore e la
confusione, i Crociati, perduta ogni speranza, si sbaragliarono, e se la
inegual pugna si resse, fu dovuto anzi che all'abilità, al valor
personale di Boemondo, di Tancredi e di Roberto di Normandia. La vista
delle bandiere di Goffredo, che col Conte di Vermandois e con
sessantamila uomini di cavalleria, in soccorso de' suoi accorreva,
rianimò lo stremato coraggio delle soldatesche. Raimondo di Tolosa, e il
Vescovo di Puy, ben tosto arrivarono col rimanente dell'esercito, e
senza riposarsi un istante, si schierarono in ordine di battaglia, e la
pugna rincominciò. Intrepidi la sostennero gli Ottomani, ed uno sprezzo
eguale, con cui venivano riguardati i popoli della Grecia e dell'Asia,
fece confessare ad entrambe le parti, che i soli Turchi ed i Franchi il
nome di soldati si meritavano[474]. Variati furono gli assalti, e li
contrabbilanciò la differenza delle armi e della disciplina; da una
banda si faceva impeto immediato, rapidi moti dall'altra operavansi; con
lancia inclinata i Cristiani affrontavano, opponeano i Turchi le lor
chiaverine; oltre alle differenze della pesante e larga spada de' primi,
della ricurva sciabola che gli altri portavano, delle vesti leggiere e
ondeggianti e della greve armadura, dell'arco de' Tartari e della
balestra; sino a quei giorni sconosciuta agli Orientali[475]. Sintanto
che i cavalli mantennero il loro vigore, e ne' maomettani turcassi
frecce rimasero, Solimano sempre superiore, a quattromila Cristiani fe'
morder la polvere; ma sull'imbrunir della sera all'agilità prevalse la
forza: d'ambo le parti eguale era il numero; o almeno trovavansi in ogni
luogo tante aste, quante lo spazio ne potea contenere, e i Generali far
movere; ma gli ultimi manipoli de' Provenzali di Raimondo, girando
attorno alle colline, e senza forse averlo divisato, presero alle spalle
il nemico già stanco, e così decisero d'un esito per sì lungo tempo
sospeso: oltre alla moltitudine de' morti di minor conto che niuno si
degnò numerare, tremila cavalieri pagani, quali nella battaglia, quali
inseguiti perirono. Saccheggiato il campo di Solimano, oltre al prezioso
bottino, offerse anche pascolo alla curiosità de' Latini, che
contemplarono da presso tutte quell'armi e quegli attrezzi stranieri, e
i cammelli e i dromedarj, affatto nuovi per essi. Quanto fosse
importante quella vittoria, lo provò la precipitosa fuga del Sultano; il
quale seguìto da diecimila guardie, avanzi del suo esercito, sgombrò il
territorio di Rum, correndo ad implorare i soccorsi, e a riaccendere
l'astio de' suoi compatriotti dell'Oriente. In un cammino di cinquecento
miglia, i Crociati trascorsero le devastate campagne, e le deserte città
dell'Asia Minore, senza scontrarsi nè in amici, nè in avversarj. Il
Geografo[476] può delineare i siti di Dorilea, di Antiochia, di Pisidia,
di Iconium, di Archelaide, di Germanicia, confrontando queste antiche
denominazioni, co' moderni nomi di Eskishehr (-la Vecchia Città-),
Akshehr (-la Città Bianca-), Cogni, Erekli e Marash. I pellegrini
attraversarono un deserto, ove un bicchier d'acqua a prezzo d'argento
vendeasi; e al tormento d'una intollerabile sete, ne succedè un
maggiore, allorchè il primo ruscello scopersero; tanto furono ad essi
fatali e l'impazienza di estinguer la sete, e l'intemperanza nello
sbramarla. Con paura, e a stento, superarono le discoscese e
sdrucciolevoli pendici del monte Tauro; nel qual varco un grande numero
di soldati, per minorare i pericoli della salita, si spacciò delle
proprie armi, onde se il terrore non avesse preceduto il loro
antiguardo, bastava una mano di nemici risoluti, a gettare nel profondo
di orridi precipizj, quelle torme da spavento comprese. I due più
rispettabili Capi de' Crociati, il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa,
venivano portati entro lettighe. Raimondo era salvo, diceasi, per
miracolo, da una malattia pericolosa, che non lasciava luogo a speranza;
Goffredo aveva sofferto grave strazio da un orso, che ci stava nelle
montagne di Pisidia cacciando.
[A. D. 1097-1151]
Perchè nulla mancasse alla generale costernazione, il cugino di Boemondo
e il fratello di Goffredo, disuniti eransi dall'esercito, ciascuno co'
suoi squadroni, composti di sei o settecento uomini a cavallo. Dopo
avere attraversate rapidamente le montagne e le coste marittime della
Cilicia, da Cogni sino alle frontiere della Sorìa, il Normanno piantò
per il primo i suoi stendardi sopra le mura di Tarso e di Malmistra; ma
l'orgoglio ingiusto di Baldovino stancata avendo la pazienza del
generoso Italiano, in singolare certame la lor disputa definirono. Solo
motivo delle azioni di Tancredi era l'onore, nè ad altra ricompensa
fuorchè alla gloria aspirava; ma le imprese men generose del suo rivale
la fortuna favoreggiò. Un tiranno greco od armeno, al quale i Turchi
permetteano dominare sopra i Cristiani di Edessa[477], chiamò Baldovino
in soccorso, dandogli il titolo di suo figlio e campione, che l'altro
non ricusò: ma appena introdotto nella città, eccitò il popolo a
trucidar questo padre, s'impadronì dei tesori e del trono, ed estendendo
le sue conquiste nelle montagne dell'Armenia, e nelle pianure della
Mesopotamia, fondò al di là dell'Eufrate la prima sovranità de' Franchi,
o Latini, sovranità che cinquantaquattro anni durò[478].
[A. D. 1097-1098]
Trascorsero affatto la state e l'autunno, prima che i Franchi
penetrassero nella Sorìa. Se dovesse imprendersi tosto l'assedio di
Antiochia, o ripartire qua e là l'esercito per lasciarlo in riposo,
durante il verno fu argomento di forti discussioni ne' lor consigli.
L'ardor di combattere e la brama di liberare il Santo Sepolcro, vinsero
il partito, risoluzione forse anche consentanea alla prudenza, essendo
cosa certissima che ogni istante d'indugio scema il vigore di
un'invasione, e il terrore che ne deriva; migliora la condizione di chi
si difende. La capitale della Sorìa difendevano l'Oronte e il ponte -di
Ferro-, ponte di nove archi che questo nome traea dalle sue porte
massicce, e da due torri costrutte a ciascuna delle estremità del
medesimo. Ma queste al valore del Duca di Normandia non avendo potuto
resistere, la vittoria di lui aperse a trecentomila Crociati il cammino;
il qual calcolo, ammettendo anche molte perdite e diserzioni, dimostra
evidentemente esagerato l'altro della rassegna di Nicea. Per chi si
accigne a descrivere la città di Antiochia[479], non è sì agevole cosa
il trovare un termine medio, fra l'antica magnificenza per cui sotto i
successori di Alessandro e di Augusto splendea, e l'aspetto sotto il
quale mostrasi oggidì nello stato d'invilimento, cui l'hanno ridotta i
Turchi. La Tetrapoli o le quattro città, se pure il loro nome e sito
serbavano, doveano lasciare grandi vuoti in un circuito di dodici
miglia, la quale estensione, guernita di quattrocento torri, non collima
gran che colle cinque porte che si vedono citate sì di frequente nella
storia di quell'assedio. Ciò nullameno, ogni apparenza dimostra, che
Antiochia fosse tuttavia e vasta, e popolosa, e fiorente. Baghisiano,
vecchio generale, difendeva a capo degli Emiri la piazza, comandando un
presidio d'uomini a cavallo, fra i sei e i settemila, e di fanti fra i
quindici e i ventimila. Si pretende che vi perirono sotto i colpi delle
spade centomila Musulmani, e giusta i verisimili calcoli, il numero di
questi era inferiore a quel de' Greci, degli Armeni, di que' di Sorìa,
soggiogati, non erano più di quattordici anni, dai Selgiucidi.
Ricigneano questa città alte e salde mura che, giudicandone dai loro
avanzi, s'innalzavano sessanta piedi sopra le valli. E le parti di
questo ricinto, ove era stato adoperato men d'arte e fatica a munirle,
venian supposte difese a bastanza dalle montagne, dalla palude e dal
fiume. A malgrado però delle sue fortificazioni, la città è stata presa
successivamente dai Persiani, dagli Arabi, da' Greci e dai Turchi;
perchè era difficile che una sì vasta circonferenza, qualche punto
debole non offerisse. Nell'assedio che, a mezzo ottobre, i Cristiani ne
impresero, il solo vigore posto nell'eseguirlo, potea scusar l'ardimento
di averlo tentato. Quanti prodigi possono aspettarsi dalla forza e dal
valore, per parte dei campioni della Croce si videro. Costretti sì di
frequente a battersi, or dalle sortite degli assediati, or dalla
necessità di foraggiare, or da quella di difendere le proprie
vettovaglie, e di assalire quelle dell'inimico, ottennero spesse
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