vittorie.» Mamud sospese l'invasione sintanto che il giovine principe
fosse a virilità pervenuto[310].
Un sol difetto, l'avarizia, oscurava il bel carattere di Mamud: nè altri
più di lui giunse ad appagare questa passione. Gli Orientali
oltrepassano perfino i limiti della verisimiglianza nel descriverne i
tesori, facendoli ascendere a tanti milioni d'oro e d'argento quanti
l'avidità umana non ne ha accumulati giammai, e a perle, diamanti e
rubini, che di tal grossezza non ne produsse mai la natura[311].
Conviene ciò nonostante considerare che il suolo dell'Indostan è pieno
di miniere preziose; che in tutti i secoli il suo commercio vi ha
portato l'oro e l'argento del rimanente del globo; che finalmente prima
dei Maomettani, le sue ricchezze non erano state preda d'altri
conquistatori. La condotta tenutasi da Mamud all'atto del suo morire,
diè a divedere, nel modo il più segnalato, la vanità di tutti questi
possedimenti, con tante fatiche acquistati, custoditi a prezzo di tanti
pericoli, e che pur gli era inevitabile l'abbandonare. Dopo avere
considerate le vaste sale che conteneano i tesori di Gazna, pianse a
cald'occhi, e ne chiuse le porte, senza distribuire porzione alcuna di
sì copiose ricchezze che non gli era più lecito il conservare. Alla
domane passò in rassegna le sue forze militari, composte di centomila
fantaccini, di cinquancinquemila uomini a cavallo, e di mille trecento
elefanti da guerra[312]: indi versò nuove lagrime sulla instabilità
delle umane grandezze. L'acerbità del suo dolore gli si accrebbe in
udendo i progressi de' Turcomanni, per ordine da lui stesso introdotti
nel cuore del suo reame di Persia, ove in quel momento avanzavano come
nemici.
[A. D. 980-1028]
Nello stato attuale di spopolazione a cui trovasi ridotta l'Asia, sol
ne' dintorni delle città, gl'influssi regolari di un governo, e le
tracce dell'agricoltura, si possono ravvisare; il rimanente del paese è
abbandonato alle tribù pastorali degli Arabi, de' Curdi e de'
Turcomanni[313]. Due bande considerabili di questi ultimi, ad entrambe
le rive del mar Caspio hanno possedimenti; la colonia occidentale può
mettere in armi quarantamila guerrieri; quella dell'Oriente, meno
accessibile ai viaggiatori, ma più forte e più numerosa, di centomila
famiglie all'incirca è composta. Circondate da nazioni venute a civiltà,
i costumi dello scitico deserto conservano, cambiano di campi colle
stagioni, fra le rovine de' palagi e dei templi mettono a pascolare le
loro mandrie, sola ricchezza che s'abbiano. Le costoro tende, bianche o
nere, giusta il colore dello stendardo, e di forma circolare, vanno
coperte di feltro: una pelle di pecora è l'abito del verno di questi
Barbari; nella state vestono panno o tessuti di bambagia: rozza e truce
è la fisonomia degli uomini: mansueta e aggradevole quella delle donne.
Una vita errante, il coraggio e le consuetudini militari in essi
mantiene; combattono a cavallo, e moltiplicati litigi o fra loro, o co'
vicini, li mettono spesso in circostanza di dimostrare il proprio
valore. Comprano il diritto di pascolo, pagando un tenue tributo al
Sovrano del paese; ma la giurisdizione domestica ai Capi e ai vecchi
appartiene. A quanto sembra la prima migrazione de' Turcomanni
orientali[314], i più antichi di loro schiatta, accadde nel decimo
secolo dell'Era Cristiana. Quando inclinava il poter de' Califfi, e
poichè incominciarono a mostrarsi fievoli anche i loro capitani, il
confine dell'Jaxarte fu spesse volte oltrepassato: dopo la ritirata, o
la vittoria che seguiva ciascuna correria, diverse di esse tribù
abbracciando la religione maomettana, otteneano il diritto di stanziarsi
liberamente nelle spaziose pianure, e sotto il gradevole clima della
Transossiana e di Karisma. Quegli schiavi turchi che aspiravano al
trono, proteggeano tai migrazioni, che ingrossavano i loro eserciti,
intimorivano i loro sudditi e i loro rivali, e difendeano la frontiera
contra i nativi più selvaggi del Turkestan. Mamud il Gaznevida abusò di
una tale politica anche più de' suoi predecessori; e il fece accorto di
questa imprudenza un Capo della schiatta di Selgiuk che il territorio di
Bocara abitava. Perchè avendo domandato a questo il Sultano quanti
soldati avrebbe potuto somministrare: «Se voi lanciate, rispose Ismael,
una di queste frecce nel nostro campo, cinquantamila de' vostri servi si
metteranno a cavallo». -- «E se un tal numero non mi bastasse?» continuò
Mamud, -- «mandate questa seconda freccia alla banda di Balik, e avrete
cinquantamila guerrieri di più». -- «Ma..., soggiunse il Gaznevida
dissimulando i proprj timori, se abbisognassi di tutte le forze delle
vostre tribù collegate?» -- «Allora, conchiuse Ismael, potreste mandare
il mio arco; esso andrà attorno per le tribù, e dugentomila uomini a
cavallo ubbidiranno ad un tale comando». Mamud spaventato di una sì
formidabile colleganza, fece condurre le più pericolose fra coteste
tribù nelle parli interne del Korasan, ove l'Osso dai lor compatriotti
le disgiugnea; nel mettere la qual provvisione, ebbe inoltre
l'avvertenza di far sì che le ridette tribù si trovassero per ogni banda
circondate da città sottomesse. Ma l'aspetto del nuovo paese sedusse più
assai di quello che spaventasse l'instituita colonia, e la lontananza,
indi la morte di Mamud, indebolì il vigor del Governo per tenerla in
freno. I pastori divennero scorridori; e le lor bande in un esercito di
conquistatori si trasformarono; devastata la Persia fino alla città
d'Ispahan, e alle rive del Tigri, i Turcomanni non ebbero nè tema, nè
riguardi che li rattenessero dal cimentarsi co' più orgogliosi monarchi
dell'Asia. Massud, figlio e successore di Mamud, avea troppo trascurati
i consigli de' più saggi fra i suoi Omrà. «I vostri nemici, questi gli
ripeterono di frequente, erano sul principio uno sciame di formiche,
sono oggidì serpentelli: ma se non vi affrettate a schiacciarli,
acquisteranno ben tosto il veleno de' rettili più spaventosi». Dopo
diverse vicende di tregue, o di ostilità, di disastri, o buoni successi
particolari ottenuti dai capitani di Massud, marciò questi in persona
contra i Turcomanni, che, d'ogni banda, disordinatamente e mandando
terribili grida fecero impeto sopra di lui. -Massud-, narra lo Storico
persiano[315], -solo tuffossi in mezzo al torrente di quell'armi
sfavillanti, per opporglisi con imprese di una forza, di un valor
gigantesco, quali nessun monarca mai operò. Un picciol numero de' suoi
amici, animati dalle sue parole, dalle sue azioni, e da quell'onore
ingenito che inspirano i prodi, lo secondarono sì, che per ogni dove ei
portava la tremenda sua spada, i Barbari mietuti o atterriti da
quell'invincibile braccio, quai mordeano la polvere, quai si ritiravano
dinanzi a lui. Ma nel momento che l'aura della vittoria parea gonfiasse
la sua bandiera, gli soffiava il disastro alle spalle. Si guardò
attorno, e vide tutto il suo esercito, eccetto il corpo ch'ei comandava
in persona, divorare i sentieri della fuga.- Il Gaznevida si trovò
abbandonato dalla viltà o dalla perfidia di alcuni generali d'origine
turca; e fu la memorabile giornata di Zendekan[316], che la dinastia de'
Re pastori[317] nella Persia fondò.
I Turcomanni vincitori procedettero immantinente ad eleggersi un Re; e
se dobbiamo prestar fede al racconto assai verisimile d'uno storico
latino[318], la sorte sola decise della scelta del loro nuovo padrone.
Sopra un certo numero di frecce, vennero scritti i nomi delle diverse
tribù; indi dal fascio delle frecce medesime un fanciullo ne trasse una;
sopra altre frecce si scrissero indi i nomi di tutte le famiglie della
tribù favorita dalla sorte, e collo stesso metodo si sperimentò qual
fosse tra queste famiglie quella da preferirsi. Furono parimente scritti
sopra altrettante frecce i nomi degl'individui della famiglia fortunata,
e rinovando egual prova, la Corona venne a porsi sul capo di Togrul-Beg,
figliuolo di Michele, e pronipote di Selgiuk, il cui nome divenne
immortale per la grandezza a cui son saliti i suoi posteri. In altri
tempi, il Sultano Mamud, versatissimo nella genealogia delle famiglie,
erasi espresso di non conoscere quella di Selgiuk; benchè molte
apparenze diano a credere che questo Capo di tribù, godesse di molta
fama e possanza[319]. Selgiuk era stato bandito dal Turkestan per avere
osato introdursi nello -harem- del suo Principe. Dopo avere passato il
fiume Jaxarte, condottiero di una tribù numerosa di amici e vassalli,
ne' dintorni di Samarcanda pose il suo campo; ed avendo abbracciata la
religione di Maometto, ottenne, in una guerra mossa agl'Infedeli, la
corona di martire, che giunto era al centesimosettimo anno dell'età sua.
Molto tempo prima, essendogli morto il figlio Michele, avea presa cura
de' suoi due pronipoti, Togrul e Giaafar: il primo de' quali, maggior
d'anni, avea già compiuti i quarantacinque, allorquando nella reale
città di Nisabur ricevette il titolo di Sultano. Il cieco decreto della
sorte le virtù di cotest'uomo giustificarono. Superflua cosa sarebbe
l'esaltare il valore di un Turco; ma l'ambizione di lui il suo valor
pareggiava[320]. Scacciò i Gaznevidi dall'oriente della Persia, e
andando in traccia di una più ubertosa contrada, e di un clima più mite,
li spinse a mano a mano insino alle rive dell'Indo. Impose termine alla
dinastia de' Bovidi nell'Occidente, nella quale circostanza lo scettro
d'Irak passò dalle mani dei Persiani in quelle de' Turchi. I Principi
che avean fatta prova, o temeano farla, de' dardi dei Selgiucidi, nella
polve si prosternarono. In questo mezzo, Togrul avendo conquistato
l'Aderbigian, ossia la Media, alle frontiere romane si avvicinò; e il
pastore osò chiedere, per via di un ambasciatore, o d'un araldo,
obbedienza e tributo all'Imperatore di Costantinopoli[321]. Togrul ne'
suoi Stati, il padre de' soldati e del popolo dimostravasi; mercè di una
ferma e imparziale amministrazione, ristorò in Persia i mali
dell'anarchia, e quelle sue mani che prima nel sangue s'immersero,
l'equità e la pace pubblica tutelarono. I più rozzi, forse i più savj
fra i Turcomanni[322], continuarono a vivere sotto le tende de' loro
maggiori: le quali colonie militari, protette dal principe si dilatarono
dall'Osso all'Eufrate. Ma i Turchi della Corte e della città, trattando
i negozj s'ingentilirono, e in mezzo ai piaceri, la mollezza li
soggiogò; presero le vesti, l'idioma e i costumi persiani, e i palagi di
Nisabur e di Rey, assunsero le forme e la magnificenza addicevoli ad una
grande monarchia. I più meritevoli fra gli Arabi e i Persiani agli onori
dello Stato pervennero, e l'intero corpo della nazione de' Turchi
abbracciò fervorosamente e sinceramente la religione di Maometto. Da ciò
è derivata l'eterna nimistà onde rimasero disgiunti que' Barbari del
Settentrione che innondarono l'Europa da quelli che dell'Asia
s'impadronirono. Così fra i Musulmani, come fra i Cristiani, le
tradizioni vaghe e locali cedettero alla ragione, e all'autorità di un
sistema di religione dominante, all'antica fama che questo erasi
acquistata, ad un consenso generale de' popoli; ma tanto più puro si fu
il trionfo del Corano, che il culto prescritto da esso nulla avea di
quella esterna pompa, cotanto atta a sedurre i Pagani per una specie di
somiglianza coll'idolatria[323]. Il primo fra i Sultani Selgiucidi per
sua fede e zelo si segnalò: ei facea ogni giorno le cinque preghiere
imposte ai Musulmani; consacrava i due primi giorni della settimana con
un particolare digiuno, e in ciascuna città innalzava una moschea, prima
che gli venisse l'idea di mettere le fondamenta di un palagio[324].
Nel sottomettersi alla religione del Corano, il figliuolo di Selgiuk
concepì alta venerazione verso il successor del Profeta (A. D. 1055); ma
i Califfi di Bagdad e dell'Egitto, rivali fra loro, e continui nel
disputarsi l'uno all'altro questo sublime titolo di dignità, non
ometteano cure per dimostrare, ciascuno per parte propria, la
ragionevolezza delle sue pretensioni, a questi Barbari, ignoranti al
pari che poderosi. Mamud il Gaznevida, che spiegato erasi favorevole
alla discendenza di Abbas, avea ricusata con disprezzo la veste d'onore,
presentatagli da un ambasciator fatimita. Ciò nulla meno l'ingrato
Asemita, cambiando di stile colla fortuna, fe' plauso alla vittoria di
Zendekan, acclamando suo vicario temporale nel Mondo musulmano il
Sultano Selgiucida; della quale carica Togrul adempiè e dilatò il
ministero. Chiamato alla liberazione del Califfo Cayem, obbedì
volonteroso a questi santi comandi, che un nuovo regno offerivangli da
conquistare[325]. Il Comandante de' credenti, ombra vana di quanto un dì
furono i suoi predecessori, pur tuttavia rispettato, nel suo palagio di
Bagdad sonnecchiava. Il Principe de' Bovidi, suo servo, o per dir meglio
padrone, non avendo nè manco la forza di proteggerlo, contro l'audacia
di secondarj tiranni; la ribellione degli Emiri turchi ed arabi,
desolava le rive dell'Eufrate e del Tigri. La presenza pertanto di un
conquistatore veniva invocata, siccome un dono del Cielo; e la strage, e
gli incendj, passeggieri danni, erano riguardati come rimedj amari sì,
ma necessarj, e solo capaci di ristorare la cosa pubblica. Il Sultano di
Persia partitosi quindi da Hamadan a capo di un invincibile esercito,
sterminò i superbi, fece grazia a coloro che gli si prostrarono innanzi:
il Principe de' Bovidi sparì: le teste de' più ostinati ribelli vennero
portate a' piedi di Togrul, che diede così una lezione di ubbidienza
alle popolazioni di Mosul e di Bagdad. Dopo avere puniti i colpevoli, e
ritornata la pace, questo illustre pastore ricevè il guiderdone di sue
fatiche, intanto che una pomposa commedia rappresentava il trionfo della
superstizione sulla forza de' Barbari[326]. Il Sultano turco,
imbarcatosi sul Tigri, approdò alla porta di Racca, ove fece il suo
ingresso pubblico a cavallo. Giunto alla porta del palagio, scese
rispettosamente, e camminò a piedi, preceduto dai suoi Emiri disarmati.
Il Califfo, dietro ad un velo nero, stava seduto, portando sulle spalle
il mantello nero degli Abbassidi, e reggendo colla mano la verga
dell'Appostolo di Dio. Il vincitor dell'Oriente baciò la terra, e si
tenne per qualche tempo in una modesta postura, fintanto che il Visir e
un interprete, lo condussero in vicinanza del trono. Sedè egli medesimo
sopra un trono prossimo a quel del Califfo; e allor fu letto
pubblicamente il chirografo che lo chiariva luogotenente temporale del
Vicario del Profeta. Decorato indi delle sette vesti d'onore, gli furono
presentati sette schiavi nati ne' sette climi dell'arabo Impero.
Profumatogli il velo mistico d'ambra, gli vennero, siccome emblema della
sua dominazione sopra l'Oriente e l'Occidente, collocate due corone sul
capo, e cinte al fianco due scimitarre. Dopo la quale inaugurazione, il
Sultano, cui venne impedito il prostrarsi nuovamente, baciò due volte le
mani al Califfo: indi gli Araldi, fra le acclamazioni de' Musulmani, i
titoli ne promulgarono. In un secondo viaggio che il Principe Selgiucida
imprese a Bagdad, strappò di bel nuovo dalle mani de' suoi nemici il
Califfo, e il condusse devotamente dalla prigione al palagio, camminando
a piedi e tenendo ei medesimo la briglia della mula pontificale: e tal
loro lega venne consolidata dalle nozze di una sorella di Togrul con
Kaiem. Però questo successore del Profeta, che non fu schifo di dar
luogo nel suo harem ad una vergine turca, ricusò superbamente la propria
figlia al Sultano, disdegnando mescolare il sangue degli Asemiti, col
sangue di un pastor della Scizia; ed allontanò per più mesi una tale
negoziazione, sin tanto che le sue rendite, a mano, a mano, venute a
stremo, gli fecero comprendere che sotto il dominio d'un padrone ei
viveva. L'anno in cui Togrul sposò la figlia di Kaiem, fu parimente
quello nel quale morì[327]; nè lasciando esso posterità, gli succedè ne'
titoli e nelle prerogative il nipote Alp-Arslan; onde i Musulmani nelle
pubbliche loro preghiere, dopo il nome del Califfo quello d'Arslan
pronunziarono. Ciò nullameno un tal cambiamento politico, la libertà e
la possanza degli Abbassidi aumentò. Perchè i Sovrani turchi, posti sul
trono d'Asia, men gelosi mostraronsi dell'amministrazione domestica di
Bagdad, e i Califfi si trovarono sciolti dalle vessazioni ignominiose
cui la presenza e la povertà dei Re persiani li sommettea.
I Saracini, divisi fra loro, e inviliti sotto il governo di deboli
Califfi, rispettavano le province asiatiche del Romano impero, che le
vittorie di Niceforo, di Zimiscè, di Basilio aveano estese sino ad
Antiochia e ai confini orientali dell'Armenia. Venticinque anni dopo la
morte di Basilio, l'Imperatore greco videsi assalito da una banda
sconosciuta di Barbari, che al valore scitico univano il fanatismo de'
novelli convertiti, e l'arti e le ricchezze di una possente
monarchia[328]. Miriadi di Turchi a cavallo copersero una frontiera di
seicento miglia, da Tauride ad Erzerum; e centrentamila Cristiani, ad
onore del Profeta arabo vennero trucidati; ma l'armi di Togrul non
fecero nè lunga, nè profonda impressione sul greco Impero; e il torrente
dell'invasione dal paese aperto si allontanò. Il Sultano fece le sue
prove, ma senza onore, o almeno senza buon successo, assediando una
città dell'Armenia; e le diverse vicende della fortuna, ora
interruppero, or rinovarono oscure ostilità; e solamente la prodezza
delle legioni macedoni rammentò la gloria del vincitore dell'Asia[329].
Il nome di Alp-Arslan, che equivale a generoso lione, esprime, giusta le
comuni idee, il carattere in cui stassi la perfezione dell'uomo; e
veramente il successore di Togrul diè a divedere la coraggiosa alterezza
e la nobiltà di questo sovrano degli animali. Dopo avere passato
l'Eufrate a capo della cavalleria turca, entrò in Cesarea, metropoli
della Cappadocia, ove tratto aveanlo la fama e la ricchezza del tempio
di San Basilio. Ma la saldezza di quell'edifizio a' suoi divisamenti di
distruzione si oppose; nè potè di più che trasportar seco le porte del
Santuario incrostate d'oro e di perle, e profanar le reliquie di quel
Santo, i cui trascorsi umani la veneranda polve dell'antichità aveva
coperti. Alp-Arslan mise a termine la conquista dell'Armenia e della
Georgia. Già la monarchia armena, non men del coraggio degli abitanti,
al nulla era ridotta; e truppe mercenarie venute da Costantinopoli, e
infidi stranieri, e veterani privi d'armi e di stipendj, e soldati
novizj, inesperti e indisciplinati del pari, cedettero con viltà le
piazze alla lor difesa commesse.
Non si pensò più d'un giorno alla perdita di una sì importante
frontiera, perchè i Cattolici nè sorpresi, nè afflitti furono, in
veggendo un popolo tanto infetto degli errori di Nestorio e
di Eutichio, che Cristo e la Madre sua abbandonavano nelle mani
degl'Infedeli[330][331]. Con maggior costanza i nativi della
Georgia[332], o gl'Ibernj, nelle foreste e nelle valli del monte Caucaso
si mantennero; ma Arslan, e Malek figlio di Arslan, instancabili si
mostrarono in tal guerra religiosa, ove pretendeano dai lor prigionieri
un'obbedienza spirituale e temporale; e quelli che voleano rimanere
fedeli al culto dei lor maggiori, vennero costretti a portare, invece di
collane e smaniglie, un ferro da cavallo, qual marchio della loro
ignominia. Pure non fu nè sincera, nè universale la conversione de'
vinti; e ad onta de' trascorsi secoli di servitù, i Georgiani hanno
conservata la serie dei loro Principi e de' loro Vescovi. Ma
l'ignoranza, la povertà e la corruttela giungono facilmente a pervertire
una schiatta d'uomini, che la natura delle più perfette forme dotò. Non
è che di nome la professione loro del Cristianesimo, e soprattutto la
pratica del serbato culto; e se liberati sonosi dall'eresia, lo debbono
alla somma loro ignoranza che impedisce ad essi il ricordarsi dogmi
metafisici quali che sieno[333].
[A. D. 1068-1071]
Alp-Arslan, lungi dall'imitare la grandezza d'animo reale, od ostentata
di Mamud il Gaznevida, non ebbe scrupolo di far la guerra
all'Imperatrice Eudossia e ai figli della medesima. Il terrore de' buoni
successi che egli ottenea, costrinse questa sovrana a dar la mano e lo
scettro ad un soldato; onde Romano Diogene della porpora imperiale venne
insignito. Trasportato questi da zelo di patria, e forse anche da
orgoglio, uscì fuori di Costantinopoli; due mesi dopo il suo avvenimento
al trono; e al successivo anno, nel durar delle feste di Pasqua, con
grande scandalo della popolazione, si mise in campo. Entro la reggia,
Romano si contentava di essere il marito di Eudossia; ma a capo
dell'esercito ei si mostrava l'Imperator d'Oriente, e benchè fornito di
pochi modi per far la guerra, con invincibile coraggio il suo carattere
sostenea. Cotanto valore e veri buoni successi e solerzia ne' soldati, e
speranza ne' sudditi, e spavento negli inimici destarono. Benchè i
Turchi fossero già penetrati nel cuor della Frigia, il Sultano aveva
abbandonata ai suoi Emiri la condotta della guerra; e le numerose loro
falangi dilatate eransi per l'Asia, colla fiducia che la vittoria suole
ispirare. Ma i Greci sorpresero e battettero spartatamente questi corpi
di truppa carichi di bottino, e ad ogni subordinazione stranieri. Pieno
di sollecitudine l'Imperatore, accorreva qua e là, sicchè pareva ne'
diversi luoghi moltiplicarsi, e intanto che il nemico udiva le notizie
de' proprj trionfi presso le mura di Antiochia, sconfitto venia da
Romano sulle colline di Trebisonda. I Turchi, dopo tre disastrose
stagioni campali, respinti vidersi al di là dell'Eufrate; e in una
quarta, Romano, la liberazione dell'Armenia intraprese. Ma sì devastato
erane il territorio, che fu costretto a trasportarsi con sè viveri per
due mesi, e andò a stringere d'assedio Malazkerd[334], fortezza
rilevante, situata fra le moderne città di Erzerum e di Van. A centomila
uomini già sommava il suo esercito. Le truppe di Costantinopoli erano
rinforzate dalle copiose, ma disordinate soldatesche della Frigia e
della Cappadocia; onde il vero nerbo dell'esercito de' Cristiani
formavano i sudditi e confederati dell'Europa, le legioni della
Macedonia, le bande della Bulgaria, gli Uzj, Tribù moldava di schiatta
turca[335], e soprattutto le mercenarie brigate de' Normanni e dei
Franchi. Il prode Ursel di Bailleul, confederato, indi ceppo de' re
scozzesi[336] comandava a questi ultimi, che aveano fama di essere
eccellenti nell'armi, o, giusta l'esprimersi de' Greci, nella danza
pirrica.
Al ricevere la notizia di questa ardita invasione che i dominj ereditari
suoi minacciava, Alp-Arslan, condottiero di quarantamila uomini, sul
teatro della guerra sollecitamente si trasferì[337]; ove con rapide e
perite fazioni, l'esercito greco, benchè superiore di numero, pose in
iscompiglio e atterrì. La sconfitta di Basilacio, uno fra i primarj
generali greci, si fu la prima occasione in cui Alp-Arslan diede prova
di moderazione e valore ad un tempo. Dopo la presa di Malazkerd, avendo
Romano disgiunte incautamente le proprie forze, volle indarno richiamare
i Franchi mercenarj presso di sè; costoro gli ordini di lui
trasgredirono, nè l'alterezza dell'Imperator greco permetteagli
aspettare che ritornassero. Ma la diffalta degli Uzj avendogli empiuto
l'anima d'inquietudini e di sospetti, contro l'avviso de' più saggi,
affrettossi a venire a decisiva battaglia. S'ei porgeva orecchio ai
partiti ragionevoli fattigli dal Sultano, poteva tuttavia assicurarsi
una ritirata, e fors'anco la pace. Ma Romano non vedendo in essi che il
timore, o la debolezza dell'inimico, con tuono d'insulto, e di minaccia
rispose. «Se il Barbaro brama la pace, abbandoni a noi il terreno su cui
si trova, e quale ostaggio di sua buona fede, ne consegni la città e il
palagio di Rey». Su questo eccesso di vanità sorrise Arslan, ma deplorò
ad un tempo le ulteriori stragi cui vedeva esposto un tanto numero di
fedeli suoi Musulmani, a tal che, dopo una fervorosa preghiera, notificò
all'esercito essere permesso a chiunque era stanco di combattere il
ritirarsi. Rialzò di sua mano i crini della coda del suo cavallo; cambiò
l'arco e le frecce in una mazza e in una scimitarra, vestì abito bianco,
e si profumò di muschio, pubblicando che se rimanea vinto, il luogo ove
trovavasi sarebbe stato quello del suo sepolcro[338]. Ma, a malgrado di
avere ostentato questo abbandono delle sue frecce, ei ponea la fiducia
della vittoria ne' dardi della cavalleria turca, i cui squadroni in
forma di mezza luna aveva ordinati. Romano invece di distribuire le sue
soldatesche in linee successive e corpi di riserva, giusta le leggi
dell'arte militare de' Greci, le unì in rinserrata battaglia,
precipitandosi vigorosamente sopra de' Turchi, i quali se a tale impeto
resistettero, il dovettero all'agilità del loro difendersi. La maggior
parte di una giornata estiva, in questo inutile combattimento venne
adoprata, sintanto che la prudenza e la stanchezza persuasero il Greco a
raggiungere il proprio campo. Ma pericolosa è sempre una ritirata alla
presenza d'un nemico sollecito a profittar degli istanti; oltrechè, nel
momento che indietreggiavano gli stendardi, si ruppe la falange, per
codardia, o per gelosia, più vile ancora, di Andronico, principe rivale
di Romano, e che il sangue e la porpora de' Cesari disonorava[339]. In
tal momento di confusione e d'infiacchimento de' Greci, furono questi
oppressi da un nembo di frecce lanciate dagli squadroni turchi, che
producendo le punte della lor formidabile mezza luna, la chiusero alle
spalle degl'inimici. Fatto in pezzi l'esercito di Romano, il campo di
lui fu saccheggiato. Sarebbe stata vana cura il volere indicare il
numero de' morti e de' prigionieri. Gli Storici bisantini sospirano una
perla d'inestimabile prezzo che andò perduta; e dimenticano dirne che
quella fatale giornata tolse per sempre le sue province d'Asia
all'Impero.
Fintanto che rimase qualche speranza, Romano non omise prove per
riordinare e salvare gli avanzi delle sue truppe, e comunque il centro,
ov'ei combattea fosse aperto da tutte le bande, e circondato dai Turchi
vincitori, sino al tramontar del sole pugnò col coraggio della
disperazione, a capo di quei prodi che al suo stendardo si conservarono
fedeli. Ma tutti caddero attorno di lui; il suo cavallo fu ucciso,
ferito egli stesso; pure, in tale stato e solo, intrepido si difese
finchè oppresso dal numero non fu più padrone di moversi. Uno schiavo e
un soldato si disputarono la gloria di farlo prigioniero; il primo
d'essi lo avea veduto sul trono di Costantinopoli: il soldato di
deformissima figura, era stato ammesso nell'esercito, a sola condizione
di operare atti di straordinaria valore. Romano spogliato dell'armi sue,
delle sue gemme, e della porpora, passò sul campo di battaglia la notte,
solo, esposto a gravissimi rischi, in mezzo alla ciurma degl'infimi
soldati; allo schiarire del giorno venne condotto innanzi al Sultano,
che alla propria buona sorte non volle credere, sintanto che i suoi
ambasciatori non ebbero ravvisato Romano nel prigioniero; e convenne
ancora che la testimonianza loro fosse confermata dal cordoglio di
Basilacio che baciò, versando dirotte lagrime, le piante al suo
sfortunato monarca. Il successore di Costantino, vestito come un uomo
del volgo, fu trasportato al divano, ove intimato vennegli di baciar la
terra al cospetto del dominatore dell'Asia. Avendo egli obbedito con
repugnanza, dicesi che il Sultano si lanciò dal trono, presto a porre un
piede sul collo al vinto imperatore[340]; ma dubbioso è il fatto, e
quand'anche fosse vero che nell'ebbrezza della vittoria Alp-Arslan si
fosse uniformato ad una costumanza della sua nazione, la condotta
ch'egli tenne da poi, costrinse i più fanatici tra i Greci ad
encomiarlo, e può additarsi qual modello ai secoli più ingentiliti.
Sollevò immantinente da terra il principe prigioniero, e stringendogli
per tre volte, in atto di tenerezza, la mano, gli promise di non operare
veruna cosa nè contro i giorni, nè contro la dignità del medesimo;
aggiugnendo che egli, Arslan, avea imparato a rispettare la maestà de'
suoi pari, e le vicissitudini della fortuna. Fatto indi condurre Romano
in una tenda vicina, gli ufiziali stessi del Sultano il servivano
onorevolmente, e con rispetto; alla mensa del mattino e della sera il
posto dovuto alla sua dignità gli assegnavano. Per otto giorni, seco
intertennesi in famigliari colloqui il vincitore, astenendosi dal menomo
accento, dalla menoma occhiata che l'animo di lui potesse trafiggere.
Ben censurò acerbamente la condotta degl'indegni sudditi di Romano, che,
nell'istante del pericolo, il valoroso lor principe aveano abbandonato,
e avvertì pur con dolcezza il suo antagonista di alcuni abbagli commessi
da questo nel regolare la guerra. Venutosi a ragionare sui preliminari
della negoziazione, Arslan chiese all'Imperatore a qual trattamento ei
s'aspettasse. Questi gli rispose con tale tranquilla indifferenza che
palesò, come la libertà del suo spirito conservasse. «Se siete crudele,
gli disse, mi toglierete la vita: se date retta alle suggestioni
dell'orgoglio mi trascinerete dietro al vostro carro: ma se consultate i
vostri veri interessi, accetterete un riscatto, e mi restituirete alla
mia patria. -- Però, proseguì il Sultano; come mi avreste trattato, se il
destin della guerra vi fosse stato propizio»? La risposta datasi dal
Principe greco, mostrò l'impulso d'un sentimento, che per vero dire, la
prudenza ed anche la gratitudine dovean consigliargli a tenere celato.
«Se ti avessi vinto, ei ferocemente rispose, t'avrei fatto opprimere a
furia di battiture». Per tale arroganza del prigioniero, il vincitore
sorrise, pago di rimostrargli che veramente la legge dei Cristiani
raccomandava l'amore, sin verso i nemici, e il perdono delle ingiurie
sofferte. «Nondimeno, ei nobilmente soggiunse, non seguirò un esempio
che disapprovo». Arslan, dopo maturo pensamento, le condizioni della
pace e della libertà dell'Imperatore dettò; e queste furono il riscatto
di un milione di piastre d'oro; un tributo annuale di trecento
sessantamila[341]; le nozze tra i figli de' due principi; la libertà di
tutti i Musulmani caduti in potere de' Greci. Dopo che Romano ebbe
sottoscritto, non senza sospirare, un negoziato sì vergognoso per
l'Impero, venne rivestito di un caffetan d'onore: i suoi nobili e
patrizj gli furono restituiti; e Arslan dopo averlo affettuosamente
abbracciato, lo rimandò con ricchi donativi, e scortato da una guardia
militare d'onore. Ma Romano, giunto ai confini dell'Impero, intese che
la Corte imperiale e le province, credute eransi sciolte dal lor
giuramento di fedeltà verso un sovrano prigioniero; onde a stento potè
raccogliere dugentomila piastre d'oro, e spedire questa parte di suo
riscatto al vincitore, confessandogli tristemente la propria impotenza,
e il disastro che lo incalzava. Il Sultano mosso da generosità, e
probabilmente ancor da ambizione, fece causa propria quella
dell'infelice confederato: ma la sconfitta, l'imprigionamento, e la
morte di Romano Diogene impedirono che i divisamenti di Arslan fossero
mandati ad effetto[342].
[A. D. 1072]
Nel negoziato di pace che fra Romano e Alp-Arslan fu pattuito, non
sembra essere stata compresa alcuna obbligazione imposta al prigioniero
di rinunziare province, o città; le spoglie della Natolia, e i trofei
della riportata vittoria che da Antiochia al mar Nero estendevansi,
bastarono alla vendetta del vincitore. La più bella parte dell'Asia alle
sue leggi obbedendo, mille dugento principi, o figli di principi ne
circondavano il trono, e dugentomila soldati sotto lo stendardo del
fortunato Arslan militavano. Disdegnando perfino inseguire i Greci
fuggiaschi, volse immediatamente i suoi pensieri alla più gloriosa
conquista del Turkestan, culla della Casa dei Selgiucidi. Trasferitosi
da Bagdad alle rive dell'Osso, si gettò un ponte sul fiume, che a poter
valicare men di venti giornate non vollersi. Ma il governatore di
Berzem, Giuseppe il Carizmio, arrestò i progressi del vincitore, osando
difendere la sua città contra le forze dell'intero Oriente. Caduto
prigioniero, ei venne entro la regal tenda condotto, ove il Sultano,
anzichè lodare il valore del vinto, di una stolta ostinatezza lo
rampognò; e irritato dalle audaci risposte che facevagli Giuseppe,
ordinò fosse attaccato a quattro pali, e lasciato morire in questa
postura sì miserabile. Spinto allora alla disperazione il Carizmio,
trasse il pugnale, impetuosamente insino al trono lanciandosi; le
guardie sollevarono le loro azze da guerra; e si fece a moderare il loro
zelo Arslan, il migliore arciere della sua età, che tosto scoccò il
proprio arco; ma essendogli mancato un piede, la freccia scalfì soltanto
il fianco del prigioniero, che giunse ad immergere il suo pugnale in
petto al Sultano. Ben trucidato fu il feritore, ma la ferita era stata
mortale, onde il Principe turco pervenuto agli estremi di sua vita,
tramandò questa lezione all'orgoglio dei re: «Nella mia giovinezza un
saggio mi consigliò umiliarmi dinanzi a Dio, diffidare delle mie forze,
rispettar sempre, comunque spregevole appaia, un nemico. Ho trascurati
siffatti avvisi, e me ne trovo giustamente punito. Allorchè ieri,
dall'alto del mio trono, io contemplava il buon ordine, il coraggio, la
disciplina delle numerose mie squadre, sembrava che la Terra tremasse
sotto i miei piedi, ed io diceva a me stesso. -- Tu sei, non v'ha dubbio,
il Re dell'Universo, il più grande, il più invincibile de' guerrieri. --
Queste falangi han finito di appartenermi, e per essermi troppo affidato
alla forza mia personale, muoio sotto i colpi di un masnadiero[343]».
Alp Arslan possedea le virtù d'un Turco e d'un Musulmano; fornito di
voce e statura che il rispetto inspiravano, lunghi mustacchi ne
ombravano una parte del volto, e il largo suo turbante a guisa di corona
se gli adattava sul capo. Le mortali spoglie di esso vennero deposte
nella tomba della dinastia de' Selgiucidi, come la seguente bella
iscrizione additavalo[344]. -O voi, stati spettatori della gloria di
Alp-Arslan sollevatasi sino ai cieli, venite a Maru, e vedrete questo
eroe nella polvere;- e, cosa ben atta a dimostrare l'instabilità delle
umane grandezze, l'iscrizione e la tomba sono sparite.
[A. D. 1072-1092]
Durante la vita di Alp-Arslan, il figlio di lui primogenito Malek-Sà era
stato riconosciuto erede presuntivo del trono de' Turchi; ma dopo la
morte del Sultano, e lo zio, e il cugino, e il fratello di Malek,
fattisi a disputargli questa successione, presero ciascuno l'armi e le
loro truppe adunarono. Malek-Sà trionfando di tutti tre i competitori,
la propria fama e il diritto della primogenitura consolidò[345]. In
tutti i tempi la sete dell'autorità ha inspirate le passioni medesime, e
prodotti eguali disordini, singolarmente nell'Asia; ma in mezzo a tante
guerre civili, sarebbe difficile il rinvenire alcuna cosa tanto sublime,
che il sentimento espresso ne' seguenti detti del Principe turco, in
purezza e magnanimità, pareggiasse. Nel giorno che precedea la
battaglia, ei stava a Tua, orando a piè del sepolcro d'un Imano,
chiamato Riza; e poichè Nisam, visir del Sultano, parimente orando,
stava prostrato dietro di lui, allorquando entrambi si furono rialzati,
gli chiese: «Qual era lo scopo della vostra preghiera?» Il Visir,
prudentemente, e, giusta ogni apparenza, con sincerità, gli rispose: «Io
supplicava Iddio pel trionfo dell'armi vostre.» Ed io, soggiunse il
generoso Malek, lo supplicava perchè mi togliesse la corona e la vita,
se mio fratello più di me era degno di regnare su i Musulmani.» -- Il
cielo giudicò in favor di Malek, e questo decreto del cielo fu
autenticato dal Califfo, il quale conferì per la prima volta ad un
Barbaro il sacro titolo di Comandante de' Credenti; ma questo Barbaro e
per merito proprio, e per vastità d'impero, era il maggior principe del
suo secolo. Regolate appena le cose pubbliche della Persia e della
Siria, a capo di un innumerabile esercito si condusse a compiere la
conquista del Turkestan che il padre suo aveva intrapresa. Al passaggio
dell'Osso, udì le querele di alcuni navicellai, ai quali incresceva, che
i loro stipendj fossero stati assegnati sulle rendite di Antiochia; la
qual provvisione parve fuor di luogo allo stesso Sultano, che ne
manifestò scontento al Visir. Ma dovette sorridere egli stesso
sull'ingegnosa scusa, che il cortigiano seppe con maestra adulazione
architettare. «Non vi avvisaste, o signore, che per differire la paga a
questi giornalieri, io l'avessi assegnata su d'un paese tanto remoto; ma
piaceami attestare alla posterità che sotto il vostro regno Antiochia e
l'Osso obbedivano ad un sovrano medesimo». Pur questa distribuzione de'
confini dell'impero di Malek, troppo limitata ancor risultò. Ei
sottomise al di là dell'Osso le città di Bocara, di Carizma, di
Samarcanda, e sconfisse tutti i ribelli, o Selvaggi independenti che
all'armi di lui osaron resistere. Varcò il Sihon, o Jaxarte, ultima
frontiera della parte di Persia venuta a civiltà: le bande del Turkestan
l'impero di Malek riconobbero; e il nome di lui scolpito sulle monete,
venne ripetuto persino nelle pubbliche preci del Casgar, Regno tartaro
situato ai confini della Cina; e da questa frontiera egli estendea, a
ponente e ad ostro, la sua giurisdizione immediata, ossia il potere di
primario Capo della sovranità, fino ai monti della Georgia, ai dintorni
di Costantinopoli, alla città santa di Gerusalemme, e agli odorati
boschi dell'Arabia Felice. Schifo d'abbandonarsi alla mollezza del suo
serraglio, il Re pastore non cessò, nè durante la pace, nè durante la
guerra, di tenersi operoso, e di condur sempre la vita nel campo,
ch'egli trasportava continuamente da un paese all'altro per fare a mano
a mano liete di sua presenza tutte le soggette province; onde narrasi
avere egli per dodici volte trascorsa l'estensione de' suoi dominj, che
in vastità oltrepassavano quelli posseduti da Ciro e dagli antichi
Califfi. Di tutte le peregrinazioni di questo Sovrano, la più religiosa
e la più rinomata ad un tempo, fu la visitazione da esso fatta alla
Mecca. In tale circostanza, l'armi di lui la libertà e la sicurezza
delle carovane protessero; mentre la generosità de' soccorsi da esso
forniti e cittadini, e viandanti arricchirono; e con provvidi asili che
freschezza e ristoro offerivano ai pellegrini, la trista uniformità del
deserto interruppe. Era suo diletto, anzi passione dominante, la caccia,
e in questo intertenimento quarantasettemila uomini a cavallo il
seguivano. Nè dee negarsi che cacce di sì fatta natura erano veri
macelli; ma dopo ciascuna di esse, distribuiva ai poveri tante piastre
d'oro, quanti animali erano stati uccisi; ad ogni modo, lieve compenso
di quanto costano ai popoli le ricreazioni dei re! Durante la pacifica
prosperità del regno di Malek, le città dell'Asia abbondarono di palagi
e d'ospitali, di moschee e di collegi: nè alcuno uscia del Divano, o
scontento, o senza avere ottenuta l'implorata giustizia. Anche la lingua
e la letteratura persiana sotto la dinastia de' Selgiucidi presero nuova
vita[346]; e se fosse solamente vero che Malek nell'onorarle gareggiò di
liberalità con un Turco men potente di lui[347], i canti di cento poeti
avrebbe la reggia sua ripetuti. Ma più gravi cure e più sensate diede il
ridetto Sultano alla riforma del Calendario, riforma operata da
un'assemblea generale degli astronomi dell'Oriente. Per legge di
Maometto, i Musulmani si adattarono all'irregolare calcolo dell'anno
lunare; benchè fin dal secolo di Zoroastro i Persiani conoscessero la
rivoluzione periodica del sole, e con una festa annuale usassero
celebrarla[348]: ma caduto l'Impero de' Magi, trascurata avevano
l'intercalazione; e l'ore e i minuti accumulatisi, divennero giorni,
talchè il principio di primavera trovavasi innoltrato dall'Ariete
all'Acquario. L'Era Gelalea illustrò pertanto il regno di Malek, e tutti
gli errori passati, o avvenire, in ordine a ciò, trovaronsi corretti da
un calcolo che l'esattezza del Calendario Giuliano oltrepassa e a quella
del Gregoriano avvicinasi.[349].
[A. D. 1092]
Lo splendore e i lumi del sapere che si diffusero per tutta l'Asia, in
un tempo in cui l'Europa nella più profonda barbarie giaceva, vogliono
essere attribuiti alla docilità, anzichè alle cognizioni de' Turchi
vincitori. Gran parte di lor saggezza e virtù questi dovettero ad un
Visir persiano, che sotto i regni di Alp-Arslan e di Malek ebbe
l'amministrazion dell'Impero. Nisam, uno fra i più sapienti personaggi
dell'Oriente, venia riguardato dal Califfo, quale oracolo della
religione e della scienza; e il Sultano affidavasi in lui, come nel più
fedele ministro della sovrana giustizia e possanza. Pure la cosa
pubblica sì rettamente amministrata per un volgere di trent'anni, la
fama con ciò acquistatasi dal Visir, la sua fortuna, e perfino i
servigi, a colpa vennergli ascritti. Le cabale d'un suo rivale unite a
quello di una femmina lo perdettero; e ne accelerò la caduta
l'imprudenza che egli ebbe di asserire che dal suo turbante e dal suo
calamaio, emblemi del visirato, dipendeano, per li decreti di Dio, il
trono e il diadema del Sultano. Questo rispettabile ministro si vide
all'età di novantatre anni scacciato dal suo padrone, accusato da' suoi
nemici, e morto sotto il pugnal d'un fanatico: le estreme parole di lui
ne attestarono l'innocenza; e spirato Nisam, Malek non visse che pochi
giorni privi di gloria. Abbandonata Ispahan che stata era il teatro di
questa scena d'iniquità, si trasferì a Bagdad col disegno di rimovere
dal trono il Califfo, e porre stabile dimora nella capitale de'
Musulmani. Quel debole successore di Maometto ottenne una dilazione di
dieci giorni. Ma questa non era per anco spirata, quando Malek fu
chiamato dall'Angelo della morte. In quel tempo avendo gli ambasciatori
dello stesso Malek chiesta per esso la mano di una principessa romana,
l'Imperator greco con decenti modi se ne schivò. Anna figlia di Alessio,
sopra la quale cadeano i divisamenti di nozze del Principe turco,
rammenta con orrore una sì mostruosa proposta[350]. Il Califfo Moctadi
sposò la figlia del Sultano, ma coll'inviolabile patto di rinunciar per
sempre alla vicinanza dell'altre mogli e concubine, volendosi che fosse
a bastanza pago di questo onorevole parentado.
Con Malek Sà la grandezza e l'unità dell'Impero turco si dileguarono, il
fratello e i quattro figli di lui essendosi disputato il trono. Quel
negoziato, onde si riconciliarono fra loro i competitori che alle
accadute guerre civili poterono sopravvivere, separò dal rimanente
dell'Impero la dinastia persiana, ramo primogenito, e principale della
casa de' Selgiucidi. I tre rami minori erano quelli di -Kerman-, di
-Sorìa- e di -Rum-: il primo governava dominj estesi, ma quasi
incogniti[351] sulle rive dell'Oceano indiano[352]; il secondo scacciò i
Principi arabi di Aleppo e di Damasco, e il terzo, che in questa parte
di storia più ne rileva, invase le province romane dell'Asia Minore.
All'ingrandimento di questi rami non lievemente contribuì la generosa
politica di Malek, che avea permesso ai principi del suo sangue, fossero
anche stati vinti nelle battaglie, il cercarsi novelli reami degni della
loro ambizione: nè per vero dire incresceagli lo spacciarsi con tal
grazia d'uomini inquieti e coraggiosi che la tranquillità del suo regno
turbar poteano. Qual Capo supremo della sua dinastia e nazione, il
Sultano della Persia riceveva obbedienza e tributo da' suoi fratelli;
onde all'ombra dello scettro di lui, s'innalzarono i troni di Kerman e
di Nicea, di Aleppo e di Damasco; e gli -Atabechi-, e gli Emiri della
Sorìa, e della Mesopotamia gli stendardi lor dispiegarono[353]; e bande
di Turcomanni le pianure dell'Asia occidentale copersero. Ma i vincoli
di colleganza e di subordinazione, affievoliti per la morte di Malek, a
rompersi non tardarono: la troppa bontà de' principi della casa de'
Selgiucidi collocò altrettanti schiavi sul trono, e, se qui mi fosse
lecito adoperare lo stile orientale, un nugolo di principi dalla polve
de' loro piedi si sollevò[354].
[A. D. 1074-1084]
Un Principe appartenente alla real dinastia, di nome Cutulmis, figlio
d'Izrail, e pronipote di Selgiuk, perì in una battaglia contro Alp
Arslan, non senza destar pietà nell'animo dell'umano vincitore, che di
alcuna lagrima la tomba dell'estinto onorò. I cinque figli di Cutulmis,
forti per molto numero di partigiani, ambiziosi e avidi di vendetta,
contra il figlio di Arslan brandirono l'armi; e già i due eserciti
aspettavano il segnale della battaglia, allor quando il Califfo,
dimenticata l'etichetta che divietavagli mostrarsi agli occhi del volgo,
frappose la sua mediazione, che rispettavano entrambe le parti. «Perchè
in vece di versare il sangue de' fratelli vostri, fratelli per natura e
per comunione di credenza, non unite le vostre forze, per guerreggiare
santamente i Greci, nemici del Signore e dell'Appostolo del Signore?»
Ben accolti i consigli del successore di Maometto, il Sultano si strinse
al seno i congiunti testè ribelli; e il maggior d'essi, il prode
Solimano, accettò dalle mani di lui il regio vessillo, sotto gli auspizj
del quale, tutte le province del romano Impero, che si estendono da
Erzerum a Costantinopoli e alle incognite regioni dell'Occidente,
conquistò e retaggio fe' de' suoi posteri[355]. Ei passò co' suoi
quattro fratelli l'Eufrate, nè andò guari che le turche tende apparvero
sul territorio della Frigia, in vicinanza a Kutaia; e la cavalleria
leggiera di Solimano devastò il paese fino all'Ellesponto e al mar Nero.
Ben dopo il declinar dell'Impero, la penisola dell'Asia Minore avea
sofferte passeggiere correrie di Persiani e di Saracini. Ma i frutti di
una durevol conquista serbati erano a questo Sultano, cui dischiusero il
varco alcuni Greci, empiamente sospirosi di regnare sull'eccidio della
loro patria. Il figlio di Eudossia, Principe pusillanime, per sei anni
sotto il peso di una Corona aveva tremato, incominciando dai giorni
della cattività di Romano, sino all'istante che una duplice ribellione
gli fece perdere in uno stesso mese le orientali e le occidentali
province. I due Capi de' sollevati il nome entrambi portavano di
Niceforo; ma il pretendente d'Europa col soprannome di -Briennio-
distinguevasi da quello dell'Asia, appellato -Botoniate.- Il Divano le
ragioni de' due competitori, o più veramente le promesse de' medesimi
ventilò, e finalmente dopo qualche incertezza, Solimano chiaritosi per
Botoniate, aperse alle sue soldatesche una via da Antiochia a Nicea.
Onde i vessilli della Luna e della Croce, veduti furono sventolar
congiunti nel campo degli eserciti confederati. Pervenuto quindi al
trono di Costantinopoli Niceforo Botoniate, ricevè onorevolmente il
Sultano nel sobborgo di Crisopoli, o Scutari, e agevolato a duemila
Turchi il passaggio in Europa, dovette alla destrezza e al valore di
questi la disfatta, la cattività del suo competitore Briennio; ma i
conquisti fatti da Botoniate in Europa vennero a carissimo prezzo pagati
col sagrifizio de' possedimenti dell'Asia. Mancarono immantinente a
Costantinopoli l'omaggio e le rendite delle province situate oltre il
Bosforo e l'Ellesponto; e fu spettatrice delle mosse de' Turchi che
ordinatamente avanzavansi affortificando i passi de' fiumi e le gole de'
monti; la qual cosa toglieva del tutto la speranza o di vederli
ritirarsi, o di poterli scacciare. Entrò indi in campo un altro
pretendente, di nome Melisseno, che la protezione del Sultano implorava,
e vestendo la porpora, e calzando i rossi coturni, seguiva gli
accampamenti de' Turchi, e confortava con vane lusinghe le scoraggiate
città, che adescate dai manifesti di un Principe romano venivano in
sostanza in balìa de' Barbari abbandonate. Un negoziato di pace che
l'Imperatore Alessio di poi sottoscrisse, le ridette conquiste in man
de' Turchi consolidò; perchè questo Principe, mosso dal terrore che
Roberto inspiravagli, l'amistà di Solimano richiese; onde solamente dopo
la morte del secondo, potè allargare la frontiera orientale dell'Impero,
sino a Nicomedia, vale a dire sessanta miglia all'incirca sopra
Costantinopoli. La sola Trebisonda, difesa d'ogni lato dal mare e dalle
montagne, conservava all'estremità dell'Eussino l'antica indole di
colonia greca e le basi di un Impero cristiano.
Lo stanziarsi de' Turchi nella Natolia, o Asia Minore, fu il massimo
disastro che dopo le prime conquiste de' Califfi, sofferto avessero la
Chiesa e l'Impero. La propagazione della Fede musulmana fruttò a
Solimano il titolo di -Gazi-, ossia campione sacro, e le tavole
dell'orientale geografia, col reame dei -Romani- o di Rum da esso
fondato, aumentaronsi. Gli autori descrivono questo novello Stato di una
vastità che tenesse i paesi posti fra l'Eufrate e Costantinopoli, fra il
mar Nero e i confini della Sorìa, ricco inoltre di miniere d'argento e
di ferro, di allume e di rame, fertile di biade e vino, abbondante di
mandrie e di eccellenti cavalli[356]. Ma le ricchezze della Lidia, le
arti della Grecia, e lo splendore del secolo d'Augusto ne' libri sol si
trovavano, o, tutto al più, se ne scorgeano le tracce per mezzo a
rovine, di cui schifi erano parimente gli Sciti che il paese occupavano.
Ciò nullameno la Natolia offre ancora ai dì nostri alcune opulenti e
popolose città, delle quali sotto l'Impero di Bisanzo erano maggiori il
numero, l'importanza e le ricchezze. Dopo avere affortificata Nicea,
capitale della Bitinia, il Sultano vi pose dimora; onde la residenza del
governo de' Selgiucidi di Rum non trovavasi più di cento miglia distante
da Costantinopoli, e la Divinità di Gesù Cristo vedeasi rinnegata e
insultata in quel medesimo tempio, ove il primo Concilio generale de'
Cattolici articolo di fede avevala promulgata[357]: l'unità di Dio e la
Missione di Maometto in tutte le Moschee venivano predicate; le scuole
insegnavano le scienze arabe; colle leggi del Corano i Cadì giudicavano:
così l'idioma come le costumanze de' Turchi prevaleano nelle città; di
campi di Turcomanni abbondavano le pianure e i gioghi della Natolia. Se
i Greci ottennero la libertà del loro culto, tal concedimento dovettero
al duro patto di pagare un tributo, e di vivere sotto il giogo dei
Turchi: ma profanati furono que' loro templi che in maggior venerazione
teneano, nè insulti ai Sacerdoti e Vescovi cristiani si
risparmiarono[358]; e al cordoglio di veder trionfanti i Pagani si
aggiunse per essi lo spettacolo dell'apostasia de' proprj fratelli;
circoncisi erano a migliaia i fanciulli; migliaia di schiavi consacrati
ai servigi, o ai diletti de' loro padroni[359]. Comunque l'Asia fosse
perduta pe' Greci, Antiochia e le sue pertenenze, rimanevano tuttavia
fedeli a Gesù Cristo ed a Cesare; ma circondata da ogni lato dalle forze
maomettane questa solitaria provincia, qual soccorso sperar potea dai
Romani? Già il governator della medesima Filarete, disperando di potersi
difendere, a tradire la sua religione e il dovere si apparecchiava; ma
in tale colpa lo prevenne suo figlio, che trasferitosi affrettatamente
alla reggia di Nicea, offerse a Solimano la propria opera per farlo
padrone di una cotanto ragguardevole città. L'ambizioso Sultano, montato
subitamente a cavallo, compiè un cammino di seicento miglia in dodici
notti, perchè di giorno si riposava. Tai furono la segretezza e la
rapidità dell'impresa, che non lasciarono ad Antiochia il tempo di
deliberare; e l'esempio della Metropoli seguirono le città che ne
dependeano sino a Laodicea e ai confini di Aleppo[360]. Da Laodicea al
Bosforo di Tracia, o braccio di S. Giorgio, le conquiste dell'Impero di
Solimano occupavano uno spazio di trenta giornate di cammino in
lunghezza, e di dieci, o quindici in larghezza fra le rupi della Licia e
il mar Nero[361]. L'imperizia de' Turchi nella navigazione concedè per
qualche tempo all'Imperatore greco una sicurezza priva di gloria; ma,
poichè i prigionieri greci ebbero fabbricata ai loro padroni una flotta
di dugento navi, entro le mura della sua capitale Alessio tremò. Ad
eccitare la compassione dei Latini, ei mandò per tutta Europa lettere di
lamentazione ove il pericolo, la debolezza, i tesori della città di
Costantino si dipingeano[362].
La più importante fra le conquiste de' Turchi Selgiucidi, fu la presa di
Gerusalemme[363], la qual città divenne bentosto il Teatro
dell'Universo. Omar concedè a quegli abitanti una capitolazione che la
libertà del loro culto e la conservazione dei loro possedimenti ai
medesimi assicurava: ma gli articoli di un tale negoziato dovevano
essere interpretati da un padrone, col quale era pericoloso il
discutere; onde ne' quattro secoli che il regno de' Califfi durò, a
frequenti vicissitudini fu soggetto lo stato politico di
Gerusalemme[364]. Primieramente i Musulmani si impadronirono di tre
quarti della città; il che forse era necessaria conseguenza
dell'aumentato numero della popolazione e de' proseliti di Maometto:
venne nondimeno assegnato un rione a parte al Patriarca, al suo clero e
al suo gregge; e il sepolcro di Gesù Cristo, e la chiesa della
Risurrezione, rimasero fra le mani de' Cristiani, che per prezzo della
protezione lor conceduta, pagavano un testatico di due piastre d'oro. Ma
la parte più numerosa e più ragguardevole di Cristiani, non ne' soli
abitanti di Gerusalemme si stava; la conquista degli Arabi, anzichè
toglier di mezzo i pellegrinaggi a Terra Santa, ne eccitò maggior
desiderio; e il dolore e l'indignazione cresceano nuova forza
all'entusiasmo che l'idea di questi rischiosi viaggi inspirò. I
pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente giugneano a torme al Santo
Sepolcro, e alle chiese circonvicine, soprattutto nel tempo delle feste
pasquali; i Greci e i Latini, i Nestoriani e i Giacobiti, i Cofti, e gli
Abissinj, gli Armeni e i Georgiani manteneano, ciascuno per propria
parte gli oratorj, il clero, e i poveri della loro comunione. L'armonia
di tutte queste preghiere fatte in idiomi così diversi, il concorso di
tante nazioni assembrate nel tempio comune di lor religione, avrebbero
dovuto offerire uno spettacolo di edificazione e di pace; ma lo spirito
di odio e vendetta inacerbiva lo zelo delle Sette cristiane, che ne'
luoghi medesimi, ove il Messia, perdonando ai suoi carnefici, avea
perduta la vita, voleano dominare e perseguitare i proprj fratelli. Il
coraggio ed il numero assicurando ai Franchi la preminenza, Carlomagno
colla sua grandezza[365] proteggea i pellegrini della Chiesa latina, e i
Cattolici dell'Oriente. La povertà di Cartagine, di Alessandria e di
Gerusalemme trovò ristoro ne' soccorsi di questo pietoso Imperatore, che
inoltre edificò, o riparò molti monasteri della Palestina. Arun
al-Rascid, il maggiore fra gli Abbassidi, apprezzava nel principe
cristiano, da lui chiamato fratello, una grandezza d'animo e una
possanza eguale alla sua, e l'amicizia loro avendo consolidata i
donativi e le frequenti ambascerie, il Califfo, serbando a sè la vera
dominazione di Terra Santa, le chiavi del Santo Sepolcro, e forse della
città di Gerusalemme, al cristiano Imperator presentò. Declinando la
monarchia de' Carlovingi, la repubblica d'Amalfi prestò non pochi
servigi ai commercio e alla religione degli Europei nell'Oriente; perchè
le navi della medesima portavano i pellegrini sulle coste dell'Egitto e
della Palestina: e mercè le derrate che vi sbarcava, il favore e
l'amicizia de' Califfi Fatimiti si cattivò[366]. Istituitasi sul
Calvario una fiera annuale, i mercatanti Italiani fondarono il convento
e lo spedale di S. Giovanni di Gerusalemme, culla dell'Ordine monastico
e militare, che da poi diede leggi all'isola di Rodi, indi a quella di
Malta. Se i pellegrini cristiani fossero stati paghi di venerare la
tomba di un Profeta[367], i discepoli di Maometto, lungi dal querelarsi
di una simile divozione, imitata l'avrebbero: ma spiacque oltremodo a
questi rigidi -unitarj- l'indole di un culto inteso a persuadere la
nascita, la morte e la risurrezione di un Dio; invilirono col nome
d'idoli le immagini de' Cattolici, e col sorriso dello sdegno
riguardarono[368] la fiamma miracolosa che, la vigilia di Pasqua, sul
Santo Sepolcro[369] appariva. Da questa pia frode[370] inventata nel
nono secolo[371], i Crociati latini si erano lasciati sedurre; e i preti
delle Comunioni greca, armena e cofta[372] la rinovano ciascun anno agli
occhi di una credula moltitudine che costoro ingannano per interesse
proprio, e per quello de' loro tiranni[373]; perchè in tutti i secoli
l'interesse ha fatto forte il principio della tolleranza, e le spese
fatte da un sì smisurato numero di stranieri, e il tributo che essi
pagavano, accresceano ciascun anno le rendite del principe e del suo
Emir.
[A. D. 969-1076]
Il cambiamento politico, onde lo scettro degli Abbassidi passò nelle
mani de' Fatimiti, più vantaggio che nocumento a Terra Santa arrecò. Un
sovrano la cui residenza era in Egitto, potea calcolar meglio il
profitto che dal commercio co' cristiani gli derivava, e per altra parte
gli Emiri della Palestina si trovavano men lontani dalla sede del trono,
e dell'amministrazione della giustizia; ma sventuratamente il terzo
Califfo Fatimita fu quel famoso Akem[374], giovane farnetico, empio,
dispotico, che scioltosi d'ogni timore di Dio e degli uomini, in tutta
la condotta della sua vita un bizzarro miscuglio di vizj e di stranezze
unicamente mostrò. Sprezzate le più antiche costumanze dell'Egitto,
obbligò le donne ad un'assoluta prigionia, genere di tribolazione che le
querele d'entrambi i sessi eccitò; e tali querele avendolo tratto in
maggior furore, fece commettere alle fiamme una parte dell'antico Cairo,
gli abitanti della quale città sostennero contro le guardie del Califfo
una lotta micidiale che per molti giorni durò. Costui, datosi sulle
prime a divedere zelante musulmano, avea fondato e arricchito più
collegi e moschee; a spese del medesimo erano stati trascritti in
lettere d'oro mille dugento novanta esemplari del Corano, e sterpate per
suo ordine tutte le vigne dell'alto Egitto; ma eccesso di vanità lo
condusse ben tosto nella speranza di fondare una nuova religione; nè il
credito di profeta bastandogli, volle lo riguardassero come immagine
visibile dell'Altissimo, che dopo essere nove volte sulla terra
apparito, finalmente nella persona reale di Akem agli uomini si
dimostrava. Al nome di Akem, -Sovrano de' vivi e de' morti-, ciascuno
dovea piegar le ginocchia, e adorare una montagna posta in vicinanza del
Cairo, e consacrata ai misterj del culto istituito da questo fanatico.
Già sedicimila persone aveano sottoscritta la lor professione di fede, e
anche oggi giorno una popolazione libera e guerriera, i Drusi del monte
Libano, giurano nella divinità di questo insensato tiranno, persuasi che
ancora egli viva[375]. Nella sua divina qualità, Akem abborriva gli
Ebrei, e i Cristiani, perchè soggetti ai Maomettani, divenutigli rivali,
atteso il nuovo culto che ei s'arrogò istituire; benchè un avanzo di
prime impressioni, o un riguardo fors'anche di prudenza, gli parlassero
a favore dell'Islamismo. Le crudeli persecuzioni che nell'Egitto e nella
Palestina operò, fecero alcuni martiri, e molta mano di apostati.
Sprezzatore egualmente dei diritti comuni e de' privilegi particolari
delle varie Sette, proibì agli stranieri e agli abitanti di Gerusalemme
ogni visita al sepolcro di Gesù Cristo. Il tempio del Mondo cristiano,
la chiesa della Rissurrezione, sin dalle sue fondamenta fu demolita: il
prodigio luminoso che contemplavasi nelle feste di Pasqua disparve;
molti sforzi vennero adoperati a colmare la cavità della rupe, in cui
riguardasi, aggiustatamente parlando, l'esistenza del Santo Sepolcro.
Alla notizia di un tanto sacrilegio, eguali furono la sorpresa e il
cordoglio delle nazioni europee: ma anzichè armarsi per la difesa di
Terra Santa, altro non fecero che arder vivi o bandire gli Ebrei, da
essi considerati come i segreti consiglieri dell'empio Akem[376]. Pure
un atto d'incostanza o di pentimento del tiranno, alleviò in qualche
modo i mali di Gerusalemme; e stava sottoscrivendo il decreto della
restituzione delle chiese, quando venne assassinato da alcuni sgherri
mandati a tal fine da una sorella del medesimo. I Califfi successori di
Akem riassunsero le antiche massime della religione e della politica
musulmana: regnò nuovamente la tolleranza: mercè i pietosi soccorsi
spediti dall'Imperatore di Costantinopoli, risorse di mezzo alle sue
rovine il Santo Sepolcro, e, dopo essere stati privi di tal vista per
qualche tempo, i pellegrini vi ritornarono con quel fervore che delle
privazioni suol essere conseguenza[377]. Il viaggio di Palestina per
mare offeriva non pochi pericoli, nè frequenti erano per imprenderlo le
occasioni: ma la conversione della Ungheria aperse una comunicazione
sicura fra l'Alemagna e la Grecia. Il caritatevole zelo di S. Stefano
appostolo del suo regno, soccorreva e guidava i pellegrini[378], che per
trasferirsi da Belgrado ad Antiochia, attraversavano per mezzo ad un
impero cristiano un'estensione di mille cinquecento miglia. Non mai con
più forza il fervore dei pellegrinaggi tra i Franchi erasi manifestato,
e si vedeano coperte le strade di persone di ogni sesso e d'ogni grado
che giuravano bramar solamente tanto spazio di vita per giungere a
baciar la tomba del Redentore. E principi, e prelati abbandonavano la
cura de' lor dominj; onde il numero di queste pie carovane divenne il
pronostico degli eserciti di Crociati che nel successivo secolo
approderebbero ai lidi di Palestina. Mancavano circa trent'anni
all'epoca della prima Crociata allorchè l'Arcivescovo di Magonza, i
Vescovi di Utrecht, di Bamberga e di Ratisbona, abbandonarono le rive
del Reno per trasferirsi, seguìti da settemila persone, alle sponde del
Giordano. L'Imperatore gli accolse con ogni ospitalità a Costantinopoli;
ma avendo questi pellegrini fatto imprudente sfoggio di lor ricchezze,
vennero indi assaliti dai feroci Arabi del Deserto, e parea quasi che
avessero scrupolo a valersi dell'armi loro in propria difesa. Sostennero
un assedio nel villaggio di Capernaum, e solamente alla venale
protezione dell'Emiro Fatimita la propria liberazione dovettero. Dopo
avere visitati i luoghi santi, veleggiarono verso l'Italia; ma di
settemila che erano partendo, duemila soltanto la patria rividero.
Ingolfo, segretario di Guglielmo il Conquistatore, a questa carovana
appartenea: e narra che di trenta cavalieri vigorosi e armati di tutto
punto, i quali seco lui aveano abbandonata la Normandia per trasferirsi
in Palestina, nel rivalicare le Alpi, rimaneano solamente venti
miserabili pellegrini a piedi, non d'altro forniti fuor del loro bordone
e della bisaccia che portavano sulle spalle[379].
[A. D. 1076-1096]
Dopo la sconfitta di Romano, la tranquillità dei Califfi Fatimiti dai
Turchi venne turbata[380]. Atsiz il Carizmio, uno fra i capitani di
Malek-Sà, penetrato nella Sorìa a capo di un esercito poderoso,
coll'armi e colla fame ridusse Damasco. Hems e le altre città della
provincia avendo riconosciuto il Califfo di Bagdad e il sultano di
Persia, il vittorioso Emiro s'innoltrò, senza incontrar resistenza,
insino alle rive del Nilo. E già il Fatimita a ripararsi nel cuor
dell'Affrica s'apparecchiava, quando i Negri della sua guardia, e gli
abitanti del Cairo, operando una disperata sortita, dalle frontiere
dell'Egitto i Turchi scacciarono. La strage e il saccheggio
contrassegnarono la strada tenutasi da Atsiz nel ritirarsi: per costui
ordine vennero trucidati il giudice e i notai di Gerusalemme, da lui
medesimo eccitati a venir nel suo campo; alla qual perfidia seguì
appresso l'uccisione di tremila cittadini. Egli non tardò a veder punita
la sua crudeltà, o veramente la sua sconfitta, dal sultano Tucus,
fratello di Malek-Sà, che munito di migliori titoli, e di forze più
formidabili, sostenne i suoi diritti all'impero della Sorìa e della
Palestina. La casa di Selgiuk regnò a Gerusalemme circa vent'anni[381];
poi il comando ereditario della Santa Città, e delle sue pertenenze fu
commesso all'Emiro Ortok, Capo di una tribù di Turcomanni. I figli di
questo, scacciati indi dalla Palestina, diedero origine a due dinastie
che sulle frontiere dell'Armenia, e della Sorìa ebbero regno[382]. I
Cristiani dell'Oriente, e i pellegrini della Chiesa latina, gemettero su
di una politica vicissitudine che sostituì per essi all'amministrazione
regolare, e all'antica amistà de' Califfi, il ferreo giogo degli
stranieri del Settentrione[383]. La Corte e l'esercito del Sultano sotto
alcuni aspetti, le arti e i costumi della Persia offerivano; ma la
maggior parte de' Turchi, e soprattutto le tribù pastorali, la ferocità
delle popolazioni del deserto serbavano. Da Nicea a Gerusalemme le
contrade occidentali dell'Asia, fatte eransi teatro di guerre straniere,
o intestine; nè l'indole, o lo stato de' pastori della Palestina, che
usavano un'autorità precaria sopra una malcontenta frontiera, davano
alle medesime il tempo di aspettare i tardi vantaggi della libertà del
commercio e della tolleranza religiosa. I pellegrini che, dopo superati
innumerevoli rischi, pur giungevano alle porte di Gerusalemme,
divenivano vittime del ladroneccio de' particolari, o della tirannide
amministrativa; talchè non di rado ad essi accadea di soggiacere alla
miseria, o alle infermità, prima di aver avuto il conforto di salutare
il Santo Sepolcro. Fosse naturale barbarie, o zelo di nuova religione, i
Turcomanni insultavano i sacerdoti di tutte le Sette: il patriarca venia
trascinato pe' capelli sul pavimento del tempio, e confinato indi in un
carcere; e spesse volte per costrignere il suo gregge a redimerlo, que'
selvaggi padroni turbavano senza riguardo le cerimonie della Chiesa
della Risurrezione; le quali circostanze divulgate con patetiche
narrazioni, eccitarono milioni di Cristiani a marciare sotto il vessillo
della Croce alla liberazione di Terra Santa, Pur tutti questi mali,
accumulati, erano di gran lunga inferiori all'atto sacrilego di Akem,
che i Cristiani della Chiesa latina con tanta pazienza avean sopportato!
Minori vessazioni infiammarono l'indole più irascibile de' lor
discendenti. Surto era un nuovo spirito di cavalleria religiosa, e di
sommessione all'impero universale del Papa. Una fibra delicatissima fu
toccata, e la impressione si fe' sentire nelle più interne parti
d'Europa.
NOTE:
[303] Le particolarità da me narrate sulla vita e l'indole di Mamud sono
tolte dal d'Herbelot (-Bibl. orient., Mahmud-, p. 533-537), dal De
Guignes (-Histoire des Huns-, t. III, p. 155-173) e dal nostro
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