critica-, tom. I, p. 20-25, t. II, p. 304, 346, 360 ec.) CAPITOLO LVI. -I Saracini, i Franchi e i Greci in Italia. Prime avventure de' Normanni, e colonie poste da essi in questa parte dell'Europa. Indole e conquiste di Roberto Guiscardo duca della Puglia. Liberazione della Sicilia operata da Ruggero, fratello di Guiscardo. Vittoria sugl'imperatori dell'Oriente e dell'Occidente da Roberto riportata. Ruggero, re di Sicilia, invade l'Affrica e la Grecia. L'imperatore Manuele Comneno. Guerra tra i Greci e i Normanni. Estinzione de' Normanni.- [A. D. 840-1017] Le tre grandi nazioni dei mondo, i Greci, i Saracini e i Franchi, venute fra loro a scontro, sul teatro dell'Italia si combatterono[157]. Le province meridionali che formano oggidì il regno di Napoli, erano quasi per intero sottomesse ai duchi Lombardi principi di Benevento[158], sì formidabili in guerra, che il genio di Carlomagno per un momento arrestarono, e pel progresso delle cognizioni fervorosi tanto, che nella loro Capitale un'accademia di trentadue filosofi o grammatici mantenevano. Dalle rovine e dallo smembramento di questo Stato, un giorno sì florido, sorsero i principati di Benevento, di Salerno e di Capua, rivali fra loro; e l'ambizione o la sete della vendetta accecò tanto le diverse fazioni, che a chiamar s'indussero i Saracini, onde videro per lor colpa il proprio retaggio divenir preda degli stranieri. Due secoli di calamità oppressero l'Italia, tribolata da una sequela di crudeli disastri, che gli oppressori della medesima non valevano a ristorare con quella unione e tranquillità, cui solamente da una conquista ben assodata è lecito lo sperare. I vascelli de' Saracini soventi volte, e quasi ogni anno dal porto di Palermo salpavano: con troppa indulgenza gli accoglieano i Cristiani di Napoli. Più spaventosi armamenti la costa d'Affrica somministrava; e non rare volte accadea che persin gli Arabi dell'Andaluzia venissero or per soccorrere i Musulmani, or per rispingerli, se per professata Setta da lor differivano. Nel corso delle terrene vicissitudini, le Forche Caudine ebbero la seconda volta il destino di nascondere un aguato. Il sangue degli Affricani una seconda volta i campi di Canne innaffiò, e nuovamente per variate vicende, il Sovrano di Roma, ora assalì, ora difese le mura di Capua e di Taranto. Una colonia di Saracini stanziata erasi a Bari, che domina l'ingresso del golfo Adriatico, e devastando costoro, senza distinguere nè popoli, nè persona, i paesi de' Greci e de' Latini, entrambi gli Imperatori irritati, per la vendetta comune, si collegarono. Basilio il Macedone, primo della sua stirpe, e Luigi pronipote di Carlomagno[159], sottoscrissero una lega offensiva, ove ciascuna delle due parti obbligossi a fornire le cose all'altra mancanti. Ma l'Imperator greco non potea, senza commettere un atto d'imprudenza, inviare in Italia le sue truppe che campeggiavano nell'Asia, nè i Latini guerrieri bastavano di per sè stessi a difendersi, a meno che il navilio bisantino l'ingresso del golfo padroneggiasse. La fanteria dunque de' Franchi, la cavalleria e le galee de' Greci, il Forte di Bari assediarono: e l'Emiro arabo, dopo essersi difeso per quattro anni, alla clemenza di Luigi, che le fazioni dell'assedio comandava in persona, si sottomise. Mercè una tal lega, i due Imperatori questa rilevante piazza possedeano in comune; ma non andò guari che lamentele, eccitate da scambievole orgoglio e gelosia, il lor buon accordo turbarono. Attribuendosi i Greci il merito della conquista, e la gloria del trionfo, e vantando la grandezza delle proprie forze, derideano l'intemperanza, e la dappocaggine di una mano di Barbari che militava sotto le bandiere del principe Carlovingio. La risposta che ai costoro motteggi egli fece, spira tutta l'eloquenza della indignazione e della verità. «Noi confessiamo la grandezza de' vostri apparecchi, dicea il pronipote di Carlomagno; i vostri eserciti di fatto erano numerosi, come que' nugoli di locuste che oscurano un giorno della state, ma dopo corto battere d'ali, e poca estesa volata, estenuate e sfiatate cadon per terra. Simili a questi insetti, dopo un debole sforzo siete caduti; vinti per colpa di vostra infingardaggine, avete abbandonato il campo di battaglia per affrontare e spogliare i Cristiani della costa di Schiavonia, che son nostri sudditi. Il numero de' nostri guerrieri, voi dite, era scarso; e perchè ciò? perchè stanco io d'aspettarvi, avea licenziato il mio esercito, nè conservai che pochi scelti soldati per continuare le fazioni dell'assedio di Bari. Se alla presenza del pericolo e della morte, si sono abbandonati ai diletti de' lor conviti ospitali, cotali feste hanno forse il vigore delle loro imprese scemato? È forse la vostra frugalità che ha rovesciate le mura di Bari? Non son questi i prodi Franchi, che, comunque scemati di numero, dalle fatiche e dalle infermità, posero alle strette e debellarono i tre più possenti emiri dei Saracini? Non è la rotta di questi emiri che ha affrettato l'arrendersi della città? Bari è caduta. Lo spavento si è impadronito di Taranto; la Calabria sarà liberata; e padroni noi del mare, non sarà difficile il ritogliere la Sicilia dalle mani degl'Infedeli. Mio fratello, aggiugneva (e nulla eravi di più atto a trafiggere la greca vanità, quanto questa denominazione di -fratello-), affrettate i soccorsi marittimi che mi dovete somministrare; rispettate i vostri confederati, e degli adulatori fidatevi meno[160]». [A. D. 890] Ma la morte di Luigi, e la debolezza della dinastia de' Carlovingi, le sublimi speranze de' Franchi mandarono a vuoto; e qual che si fosse quella delle due nazioni, cui l'onore di avere soggiogata Bari si appartenea, certamente gl'imperatori greci, Basilio, e Leone figlio di lui, tutto il frutto ne colsero. O per amore o per forza, la Puglia e la Calabria li riconobbero per sovrani; una linea ideale condottasi dal monte Gargano alla baia di Salerno, dà a divedere, come la maggior parte del regno di Napoli fosse all'Impero d'Oriente soggetta. Oltre questa linea stavano i duchi, o le repubbliche di Amalfi[161] e di Napoli, le quali non avendo mai trasgrediti i doveri del vassallaggio, godeano i felici effetti di aver vicino il lor Sovrano legittimo; e soprattutto Amalfi arricchivasi pel commercio che delle produzioni e de' lavori dell'Asia, aperto avea colla Europa; ma i principi lombardi di Benevento, di Salerno e di Capua[162], fecero spesse volte a lor malgrado causa separata dalle province greche, e violarono la promessa di sommessione e tributo che aveano pattuita. La città di Bari, fattasi più ricca e più grande, divenne la metropoli del nuovo -tema-, ossia della nuova provincia della Lombardia: l'ufiziale posto a comandarla, ottenne il titolo di Patrizio, indi la singolare denominazione di Katapan[163]: l'amministrazione della Chiesa e dello Stato, regolate vennero in guisa, che dal trono di Costantinopoli dovettero affatto dipendere. Gli sforzi operati dai principi d'Italia per contendere ai Greci questa possanza, di vigore e d'accordo mancarono; e quanto agli sforzi delle soldatesche alemanne, che capitanate dagli Ottoni scendeano l'Alpi, i Greci a rispingerli, o a mandarli a vuoto pervennero. Il primo, e il più grande di cotesti imperatori sassoni, si vide costretto ad abbandonare l'assedio di Bari; il secondo, dopo avere perduti i più coraggiosi fra i suoi vescovi e baroni, ebbe a ventura il potere ritirarsi con onore dopo la sanguinosa battaglia di Crotone. Trionfò de' Franchi il valore de' Saracini, comunque le squadre di Bisanzo avessero dianzi proibite le Fortezze e le coste dell'Italia a questi corsari; ma l'interesse sulla superstizione o il risentimento la vinse: e il califfo di Egitto spedì in soccorso del suo confederato cristiano quarantamila Musulmani. I successori di Basilio II[164] si lasciarono persuadere che la conquista e la conservazione della Lombardia doveano unicamente alla giustizia delle proprie leggi, alla virtù de' proprj ministri, alla gratitudine di un popolo liberato per essi dall'anarchia e dall'oppressione. Una sequela di ribellioni non potè a meno però di portar qualche lume sul vero stato delle cose alla Corte di Costantinopoli, sinchè poi la rapidità de' buoni successi ottenuti dai venturieri normanni dileguasse affatto gli abbagli che l'adulazione aveva nudriti. L'instabilità delle umane cose in trista guisa apparisce dall'instituire un confronto tra lo Stato della Puglia e della Calabria nel decimo secolo dell'Era cristiana, e tra quel che erano state queste province ai tempi di Pitagora. Nella più remota di queste due epoche, la costa della Magna Grecia (così nomavasi allora l'Italia) abbondava di città libere, opulenti, e piene di soldati, di artisti e filosofi, intanto che le forze militari di Taranto, di Sibari, di Crotone, in nulla cedeano a quelle di un poderosissimo regno. Nel secolo di cui scriviamo la storia, le stesse province erano in preda all'ignoranza, tribolate dalla tirannide, spopolate dalla guerra co' Barbari; nè forse abbiam luogo di apporre troppo severamente la taccia di avere esagerato ad un autore di quei tempi che ne le dipinse «vaste e fertili regioni, devastate, come la Terra dopo il diluvio universale lo fu[165].» A conoscere quali devastazioni gli Arabi, i Franchi, e i Greci nell'Italia meridionale operassero, sceglierò due o tre fatti opportuni parimente a dimostrare i costumi degl'invasori. [A. D. 875] I. Non contenti i Saracini di spogliare i monasteri e le chiese, voleano ancora profanarle commettendo sacrilegi. Durante l'assedio di Salerno un Capo Musulmano avea posto nel luogo della Mensa eucaristica il proprio letto, ove ogni notte la verginità di una monaca sacrificava. Mentre sforzavasi a superare la resistenza che una di queste Religiose opponevagli, una trave, o per arte altrui, o per accidente staccatasi dal letto gli cadde sul capo, onde la morte dell'impudico Musulmano venne attribuita alla collera di Gesù Cristo che assumea finalmente la difesa della fedele sua sposa[166]. [A. D. 874] II. I Saracini teneano strette d'assedio le città di Benevento e di Capua: i Lombardi dopo avere chiesto indarno soccorso ai successori di Carlomagno, la clemenza e l'aiuto dell'imperator greco implorarono[167]. Un intrepido cittadino che venne calato dall'alto delle mura, attraversò le nemiche trincee, ed eseguì la propria incumbenza; ma mentre stava per ritornare alla città, e rincorarne gli abitanti narrando loro il buon esito delle operate cose, cadde fra le mani dei Barbari. Costoro gli prescrissero di favorire la loro impresa ingannando i suoi concittadini. Ricchezze e onorificenze state gli sarebbero guiderdone di frode: la veracità all'opposto gli avrebbe fruttata una morte pronta e sicura. Mostrò di rendersi: ma giunto in tanta vicinanza d'essere udito da que' che stavano sui baluardi, ad alta voce gridò, «Amici miei, miei fratelli, coraggio e pazienza! continuate a resistere: il vostro Sovrano sa a quale stremo siete ridotti; i vostri liberatori avvicinano: mi è noto il destin che mi aspetta; confido alla gratitudine vostra la cura di mia moglie, e de' miei figli». Il furore degli Arabi confermò la verità delle cose dette da questo generoso cittadino, che cadde trafitto da mille colpi; ma egli merita di vivere mai sempre nella memoria degli uomini virtuosi. È però da osservarsi che un'azione di tal natura viene applicata a diverse occasioni ed epoche, così antiche, come moderne, onde è lecito dubitare alcun poco sulla realtà della cosa[168]. [A. D. 930] III. Il terzo fatto può in mezzo agli orrori della guerra movere al riso. Tebaldo, marchese di Camerino e di Spoleto[169], difendendo le parli dei ribelli di Benevento, manifestava nella sua condotta una tranquilla crudeltà, che a que' giorni non era inconciliabile coll'eroismo. I prigionieri, o Greci, o partigiani de' Greci, che gli cadeano fra le mani, perdeano gli organi della virilità; e rincalzando l'oltraggio con atroce motteggio, «io spero, aggiugnea, di poter presentare al greco Imperatore un esercito di quegli eunuchi, che fanno il più prezioso fra gli ornamenti della Corte bisantina». Il presidio d'un castello essendo stato disfatto in una sortita, stava per eseguirsi la solita fazione sui prigionieri. Ma le cose vennero interrotte da una donna, che, lanciatasi a guisa di forsennata in mezzo ai carnefici, colle sue grida sforzò Tebaldo a porgerle ascolto. «In questa guisa, o magnanimo eroe, ella esclamò, tu intimi guerra alle donne, alle donne che non ti hanno mai fatta veruna ingiuria, e che non hanno altr'armi fuor della loro rocca e del loro fuso?» -- Tebaldo negò il fatto, asserendo che non avea mai udito favellare di guerra guerreggiata contra le donne, dai giorni delle Amazzoni in poi. « -- Come? riprese a dire infuriata costei: potevate voi assalirne in un modo più immediato? potevate voi trafiggerci in una parte più sensibile, quanto col privare i nostri mariti della cosa, che in essi amiamo maggiormente, della sorgente de' nostri diletti; e della speranza della nostra posterità? ci avete tolte le nostre mandrie; l'ho sofferto senza lamentarmi: ma questa fatale ingiuria, questa perdita irreparabile, ha stancata la mia pazienza, e chiama sui vostri capi la giustizia del cielo, e quella degli uomini». Fu applaudito all'eloquenza di questa femmina, non senza molto scrosciar di risa: e i Franchi, comunque selvaggi, comunque poco accessibili alla pietà, rimasero commossi da una disperazione, ragionevole, quanto comica; per cui oltre alla liberazione de' prigionieri, la restituzione de' proprj beni ella ottenne. Mentre tornava trionfando al castello, un messo mandatole da Tebaldo, le chiese, qual punizione dovrebbe pronunziarsi contra suo marito, se per l'avvenire fosse nuovamente colto coll'armi alla mano. «Se tal fosse il suo delitto, e la sua sfortuna, rispose l'oratrice senza titubare, egli ha occhi, ha naso, ha mani e piedi: queste cose gli appartengono, e può meritar di perderle co' suoi delitti; ma prego il mio Signore, e mio degno padrone a risparmiare ciò che la sua debole serva osa richiamare, come sua particolare e legittima proprietà»[170]. [A. D. 1016] Le colonie di Normanni venute a stanziarsi in Napoli e nella Sicilia[171], fin dalla loro fondazione, diedero origine a conseguenze rilevanti per l'Italia, e per tutto l'impero dell'Oriente. Le province dei Greci, de' Lombardi, e de' Saracini, discordi fra loro, erano in pericolo di divenir preda del primo che avesse voluto occuparle: in questo medesimo tempo, gli audaci pirati della Scandinavia tutte le terre, e tutti i mari dell'Europa empievano di devastazione e spavento. Dopo una lunga sequela di saccheggi e uccisioni, i Normanni accettarono e tennero un vasto e fertile paese della Francia, cui diedero il proprio lor nome, e abbandonati i loro Dei pel Dio de' Cristiani[172], i duchi di Normandia si riconobbero vassalli de' successori di Carlomagno e di Capeto. Quella feroce energia che aveano portata con sè dalle addiacciate rupi della Norvegia, sotto un più mite clima si ammansò, non si corruppe; i compagni di Rollone a poco a poco coi nativi del paese si mescolarono; essi adottarono i costumi, la lingua[173], e l'audacia cavalleresca de' Francesi: sicchè, in quel secolo guerriero, i Normanni la palma del valore e delle militari imprese si meritarono. Fra le superstizioni d'uso in allora, quelle cui più ardentemente si diedero furono i pellegrinaggi di Roma, dell'Italia, e di Terra Santa: genere di operosa divozione che le forze de' loro animi e de' lor corpi aumentava. Sprone era ad essi il pericolo, il diletto di veder cose nuove, la ricompensa; la meraviglia, la credulità, la speranza ai loro occhi la scena del mondo abbellivano. Collegati essendosi per mutua difesa, si scontraron sovente ne' malandrini dell'Alpi, che adescati dal vestire de' pellegrini, sotto di essi trovavano spesse volte il braccio punitor del guerriero. In uno di questi santi viaggi alla caverna del Gargano, montagna della Puglia, santificata da un'apparizione dell'Arcangelo S. Michele[174], si fece ad essi incontro uno straniero, vestito alla greca, che non tardò a manifestarsi per un ribelle fuggitivo, e mortal nemico dell'Impero di Bisanzo. Costui, Melo di nome, nobile di Bari, dopo una congiura infelicemente tentata, costretto a fuggire, cercava altri colleghi, e vendicatori della sua patria. Il contegno ardito de' Normanni riaccese in lui la speranza, e il persuase confidarsi ad essi, che ne ascoltarono le lamentazioni, e più ancora le promesse[175]. La prospettiva di ricchezze che offerse loro, serviva a dimostrar giusta la costui causa, ed un fertile territorio oppresso da effeminati tiranni, parve ai Normanni un retaggio dovuto unicamente al valore. Di ritorno in patria, vi eccitarono e dilatarono l'amore delle lontane spedizioni, e una banda di venturieri, poco numerosa ma intrepida, volontariamente per liberare la Puglia si collegò. Attraversate in separati drappelli le Alpi, e nascosti sotto abiti di pellegrini, trovarono nelle vicinanze di Roma Melo, che dopo avere somministrati cavalli ed armi ai più poveri, li condusse immediatamente alla pugna. Nel primo scontro il loro valore trionfò; ma nel secondo, costretti a cedere ai Greci, superiori di numero, e di macchine belliche ben provveduti, si ritirarono indispettiti, senza però voltar mai le spalle al nemico. L'infelice Melo occupò il rimanente del viver suo sollecitando soccorsi della Corte Alemanna; e i Normanni, postisi per lui in cimento, esclusi dal paese che loro era stato promesso in guiderdone, errarono pei gioghi e per le vallate d'Italia, ridotti a conquistarsi colla spada il vitto giornaliero. Questa formidabile spada giovò a vicenda ai principi di Capua, di Benevento, di Salerno, e di Napoli che avean contese fra loro; e il valore, e la disciplina de' Normanni, faceano sempre piegar la vittoria a favor della causa che eglino difendeano. E aveano pur anche l'intendimento di mantenere l'equilibrio di potere fra questi diversi Stati, per tema che la preponderanza di un de' medesimi non rendesse men rilevanti e men utili i loro aiuti e i loro servigi. In un campo affortificato, posto in mezzo alle paludi della Campania, sulle prime poser dimora, ma non andò guari che un soggiorno più agiato e durevole dalla liberalità del Duca di Napoli ottennero. Egli edificò per essi, lontano otto miglia dalla sua Capitale, la città di Aversa, che fece inoltre munire, perchè fosse contro Capua il lor baluardo. Divennero per ducale concedimento gli usufruttuarj de' campi, de' verzieri, delle praterie, delle foreste di quel territorio ubertoso[176]. Quivi la fama de' buoni successi ottenutisi dai nostri venturieri conduceva ogni anno nuove bande di pellegrini e soldati; i poveri spinti dalla necessità, i ricchi incoraggiati dalla speranza: e quanti eranvi uomini valorosi e intraprendenti nella Normandia, venivano a cercare ivi gloria e fortuna. Oltrechè la città independente di Aversa offeriva asilo a quegli abitanti de' vicini paesi che posti eransi fuor della protezione delle leggi, e a chiunque avea potuto sottrarsi alla ingiustizia o alla giustizia de' suoi superiori; ben tosto questi rifuggiti, i costumi, e la lingua della gallica Colonia adottarono. Il Conte Rainolfo fu il primo Capo de' Normanni, nè v'ha chi ignori nella origine delle società essere il maggior grado, la ricompensa e la prova del maggior merito[177]. [A. D. 1038] Dopo che gli Arabi conquistata aveano la Sicilia, gl'imperatori greci ad altro non aveano pensato, che ai modi di ricuperare questa bella provincia: ma la lontananza e il mare, ai loro sforzi i più vigorosi opponeano insuperabili ostacoli. Le spedizioni più dispendiose, dopo avere offerti alcuni lampi di buon successo, non giovavano per ultimo che ad aggiugnere nuove pagine di calamità e di umiliazioni agli Annali di Bisanzo. Basti il dire, che una sola di queste imprese costò alla Grecia ventimila de' suoi migliori soldati; e i Musulmani vincitori si risero di una nazione che commetteva agli eunuchi non solamente la custodia delle sue donne, ma il comando ben anche de' proprj eserciti[178]. Dopo avere regnato due secoli, i Saracini colle loro discordie perdettero sè medesimi[179]. L'Emiro negò riconoscere l'autorità del Re di Tunisi: il popolo contra l'Emiro si sollevò; i Capi occuparono le città; l'infimo fra i ribelli, il suo villaggio, o il suo castello a grado suo governava, e fra due fratelli che si guerreggiavano, il più debole si volse ai Cristiani per implorarne soccorso. Ovunque rischi offerivansi, i Normanni erano pronti ad accorrere e a rendersi utili. Arduino, agente e interprete de' Greci, arrolò cinquecento cavalieri o guerrieri a cavallo sotto lo stendardo di Maniaces, governatore della Lombardia. Quando questi sbarcarono nella Sicilia, i due fratelli erano riconciliati; rimesso fra la Sicilia e l'Affrica il buon accordo, truppe comuni difendeano la costa. I Normanni conduceano l'antiguardo: onde gli Arabi di Messina fecero trista esperienza del valore di un nemico nuovo per essi. In una seconda azione campale, l'Emiro di Siracusa venne tratto d'arcione e passato da banda a banda da Guglielmo d'Altavilla, soprannomato -Braccio di Ferro.- In una terza battaglia, gli intrepidi soldati di questo capitano misero in rotta un esercito di sessantamila Saracini, non lasciando ai Greci altra fatica, fuor quella d'inseguire le vinte truppe: luminosa vittoria, benchè non debba tacersi che la penna dello Storico nel descriverla ha voluto entrare a parte di merito colla lancia normanna. Nondimeno ella è cosa certa che i Normanni in modo essenziale contribuirono al buon successo di Maniaces, il quale con questa vittoria, tredici città, e la più gran parte della Sicilia, al greco Imperatore sommise. Ma costui la propria gloria militare, con atti d'ingratitudine e tirannide, deturpò; nel divider le spoglie, non fece caso del merito dei suoi valorosi ausiliari, i quali, per tanto ingiurioso trattamento, videro offesi e il loro orgoglio, e la lor cupidigia. Giovandosi del loro interprete le proprie lagnanze innoltrarono; ma queste disdegnate, l'interprete fu frustrato. Benchè i patimenti della flagellazione riguardassero il solo che fu sottoposto alla pena, l'oltraggio feriva tutti quelli che lo aveano inviato: deliberarono vendicarsi; accorti però nel dissimulare fino all'istante che, o fosse di consenso de' Greci, o fuggendo, ebbero raggiunto il continente dell'Italia: i Normanni d'Aversa, non men si sdegnarono per l'oltraggio ricevuto dai loro fratelli; e la provincia della Puglia[180] fu invasa come pegno di un credito che i Normanni aveano, sin vent'anni dopo la prima lor migrazione. Il loro esercito non sommava allora a più di settecento cavalieri, e cinquecento fantaccini, mentre sessantamila uomini, a quanto narrasi, erano la forza dell'esercito di Bisanzo, poichè furono richiamate in Italia le legioni, che nella Sicilia avevano guerreggiato[181]. Un araldo propose ai Normanni l'alternativa della battaglia o della ritirata. «La battaglia!» -- sclamarono questi ad unanime voce, e un de' lor più robusti guerrieri atterrò con un colpo di pugno il cavallo del greco messo, che con nuovo cavallo fu rimandato. I Generali bisantini ebbero grande cura di nascondere il sofferto affronto alle truppe imperiali; ma due combattimenti che si succedettero, più segnalatamente a queste mostrarono quai fossero la forza e il valor de' Normanni. Nelle pianure di Canne gli Asiatici fuggirono all'aspetto degli avventurieri di Francia, e il duca di Lombardia cadde in potere de' vincitori. Gli abitanti della Puglia ad una nuova dominazione si assoggettarono, e l'Imperatore greco non salvò dal disastro che le quattro piazze di Bari, di Otranto, di Brindisi, e di Taranto. Da quest'epoca incomincia il Governo de' Normanni in Italia, Governo che la nascente colonia di Aversa ben tosto oscurò. Il popolo elesse dodici Conti[182], e in queste scelte l'età, la nascita, il merito, regolarono i suffragi. Le contribuzioni distrettuali assegnate a questi ripartimenti, servivano ad uso particolare dei Conti, e ognun di essi innalzò nel mezzo delle sue terre, una Fortezza, che tenea in dovere i vassalli. La città di Melfi, residenza comune dei Conti, e situata nel mezzo della provincia, divenne la metropoli e la Fortezza dello Stato. Ognuno di questi dodici Capi avea per sè una casa, e un separato rione; il qual Senato militare la cosa pubblica amministrava. Il primo di essi, presidente e Generale della repubblica, ricevè il titolo di Conte della Puglia, dignità conferita a Guglielmo Braccio-di-Ferro, che, nello stile di quel secolo, veniva dipinto come un lione nella battaglia, un agnello nella società, un angelo ne' consigli[183]. Un autore normanno vissuto a quei giorni, descrive con tutta ingenuità i costumi e l'indole de' suoi compatriotti[184]. «I Normanni, dice il Malaterra, sono un popolo astuto, e vendicativo: l'eloquenza e la dissimulazione sembrano ereditarie fra loro: sanno abbassarsi all'adulazione: ma se la legge non li tiene in freno, a tutti gli eccessi delle lor passioni abbandonansi. I Principi normanni son gelosi di mostrarsi verso il popolo liberali; il popolo tiene la via di mezzo, o piuttosto unisce gli estremi dell'avarizia e della prodigalità; avidi d'arricchire e di dominare, disprezzano tutto quel che possedono, sperano tutto quello che bramano; le armi, i cavalli, il lusso degli abiti, e l'esercizio della caccia e della falconeria, formano le delizie de' Normanni[185], ma all'uopo i rigori di qualsisia clima, le fatiche e i sagrifizj di una vita militare con incredibile pazienza sopportano[186]». [A. D. 1046 ec.] I Normanni della Puglia, trovavansi dunque ai confini de' due Imperi di Alemagna e di Costantinopoli, e seguendo la politica dell'istante, riceveano l'investitura delle loro terre, or dall'uno, or dall'altro, de' due Imperatori. Ma la conquista era il più saldo diritto che armar potessero questi venturieri: nessuno amavano, di nessun si fidavano perchè nessuno gli amava, e nessuno fidavasi di essi; al disprezzo che verso di loro ostentavano i Principi, il timore si frammettea, e allo spavento che ai nativi inspiravano, l'astio e il risentimento erano uniti. Desideravan costoro un cavallo, una donna, un giardino? se ne impadronivano tosto[187]; e i Capi aveano soltanto l'arte di colorare cogli speciosi nomi di ambizione e di gloria la lor cupidigia. I dodici Conti alcune volte, per commettere qualche ingiustizia, si collegavano; se aveano contese domestiche, erano queste per disputarsi le spoglie del popolo; le virtù di Guglielmo spariron con esso, e Drogone, fratello e successore di lui, più atto a condurre il valore che a reprimere la violenza de' suoi eguali si dimostrava. Sotto il regno di Costantino Monomaco, il gabinetto di Costantinopoli, mosso meno da riguardi di beneficenza che da politica, imprender volle a liberare l'Italia da tal permanente calamità, più che un torrente di Barbari disastrosa[188]. Argiro, figlio di Melo, incaricato di porre in opera questo divisamento, di splendidissimi titoli[189], e di esteso potere venne insignito. La memoria del padre suo, dovea renderlo accetto ai Normanni: egli già, assicurato erasi il volontario servigio loro, per ispegnere la sommossa eccitata da Maniaces, e per vendicare ad un tempo e le ingiurie particolari che questi lamentavano, e quelle che avea sofferte lo Stato. Costantino avea in animo di snidiare dalle province italiane questa colonia di guerrieri, e sul teatro della guerra persica trapiantarla; laonde, per primo contrassegno dell'imperiale munificenza, il figlio di Melo cercò profondere fra i Capi l'oro della Grecia, o i preziosi lavori dell'industria di questa nazione; ma l'arte di Argiro, il senno e il coraggio de' vincitori della Puglia sventarono. Ricusati i suoi doni, o certamente i partiti da esso posti, protestarono con un unanime voto di non voler cambiare i presenti possessi, e le più prossime speranze, colla rimota fortuna che lor nell'Asia offerivasi. Andate a vuoto le vie della persuasione, Argiro di sottometterli o distruggerli deliberò, invocando contra il comune nemico i soccorsi delle potenze latine, e stringendo una lega offensiva fra il Papa e gl'Imperatori di Oriente e di Occidente. La Cattedra di S. Pietro era in quel tempo occupata da Leone IX, un Santo[190], giusta il più semplice significato che suole a questo vocabolo attribuirsi, uomo fatto per ingannare sè medesimo, e gli altri[191], opportunissimo pel rispetto che erasi conciliato a consacrare sotto il nome di pietà, le provvisioni alle vere pratiche della religione più opposte. L'umanità di questo Pontefice erasi lasciata commovere dalle querele, e fors'anche dalle calunnie di un popolo oppresso; gli empj Normanni aveano interrotto il pagamento delle decime, nè mancarono decisioni, che chiarissero atto legittimo il brandir la spada temporale contra sacrileghi masnadieri, che le censure della Chiesa sprezzavano. Leone, nato in Alemagna, di famiglia nobile, e collegata colla famiglia regnante, oltre all'avere libero accesso alla Corte, in grande confidenza coll'Imperatore Enrico III vivea; ardente di zelo il trasse, in cerca di guerrieri e di confederati, dalla Puglia alla Sassonia, dalle rive dell'Elba a quelle del Tevere. Nel durare di tali apparecchi, Argiro di colpevolissime armi segretamente valeasi. Grande copia di Normanni agl'interessi dello Stato, o a particolari vendette venne sagrificata, e tra questi il prode Drogone trucidato entro una chiesa. Il fratello di lui Unfredo, terzo Conte della Puglia, ereditonne il coraggio. I traditori ebber castigo. Lo stesso Argiro superato e ferito, corse lungi dal campo della battaglia, e nascose la sua ignominia dietro le mura di Bari, aspettando ivi i tardi soccorsi de' confederati. [A. D. 1053] Ma all'Impero di Costantino, la guerra contra i Turchi maggiori tribolazioni arrecava: debole e perplesso mostravasi Enrico; e il Pontefice che dovea rivalicar le Alpi, scortato da un esercito di Alemanni, sol settecento soldati della Svevia, e alcuni volontarj della Lorena condusse. Nel cammin tardo che ci fece da Mantova a Benevento, ricevè sotto il santo stendardo un pugno d'Italiani, tolti dalla scoria di tutti gli ordini[192]. Il sacerdote e lo scorridore sotto una medesima tenda posavansi: e si vedeano nelle prime file un miscuglio di piche e di croci, e il guerrier santo conduttore della falange nel regolare le fazioni, gli accampamenti, le scaramuccie, andava ricapitolando le lezioni militari che in sua giovinezza avea ricevute. I Normanni della Puglia non poterono mettere in campo che tremila uomini a cavallo, e un picciol numero di fantaccini. La diffalta de' nativi li privò di viveri e di ritratta; un superstizioso rispetto[193] agghiacciò un istante la lor prodezza, ignara per solito di timore. Al primo veder Leone che avvicinavasi come nemico, non sentiron ribrezzo di prosternarsi dinanzi al loro padre spirituale. Ma inesorabile il Papa si diè a divedere: i suoi Alemanni, superbi della loro alta statura, la piccola de' loro avversarj derisero, e fu a questi chiarito, che tra la morte o l'esiglio doveano scegliere. Disdegnando i Normanni una fuga, e dall'altro lato, molti di loro essendo stremi per non avere da tre giorni preso alcun cibo, s'attennero al partito di una morte, la più pronta e la più decorosa. Dal colle di Civitade ove erano ascesi, calarono nella pianura, d'onde partiti in tre divisioni sulle truppe pontifizie fecero impeto. Riccardo, Conte di Aversa, e il famoso Roberto Guiscardo, che alla sinistra e al centro si ritrovavano, assalirono, ruppero, sbaragliarono, inseguirono quel gregge di raunaticci Italiani, che combatteano senza ordine, nè del fuggire arrossivano. Più ardua bisogna toccava da sostenere al Conte Unfredo, che conducea la cavalleria dell'ala destra. Vengono generalmente rappresentati gli Alemanni[194], come poco abili nell'adoperar lancie e cavalli; ma scesi a terra opposero una impenetrabile falange, cui nè uomo, nè cavallo, nè armadura poteano resistere, a motivo della gravezza delle enormi loro sciabole che piombar faceano a due mani sull'inimico. Così ostinatamente si difendeano, allorchè la cavalleria che tornava addietro, dopo avere inseguita la parte vinta da Riccardo, e da Roberto Guiscardo, gli accerchiò, e morirono nelle loro file, stimati dagli stessi avversarj, e col conforto di aver vendute care le proprio vite. Il Papa, datosi alla fuga, trovò chiuse le porte di Civitade, e cadde fra le mani dei devoti suoi vincitori, che, baciandogli i piedi, chiedeano essere benedetti ed assoluti per la rea vittoria che aveano riportata. In questo nemico prigioniero i soldati non vedeano che il Vicario di Gesù Cristo: e benchè tai contrassegni di rispetto, quanto ai duci almeno, possano a ragioni di politica attribuirsi, vi è anche luogo a credere che i medesimi duci alle superstizioni del popolo non fossero peregrini. Nella calma del ritiro, il Pontefice, di cui buone erano le intenzioni, deplorò tanto sangue umano sparso per sua cagione, sentì essere egli stato l'origine de' peccati e degli scandali commessi, e poichè mal tornata era l'impresa, vedea scopo del biasimo universale la sconvenevolezza del contegno che avea tenuto[195]. Tali idee tenendo l'animo suo, non ricusò il vantaggioso negoziato che veniagli proposto, e abbandonando una lega, da lui medesimo predicata, come divina, le conquiste passate e future de' Normanni ratificò. Qual che si fosse il modo, onde erano state usurpate, le province della Puglia e della Calabria faceano sempre parte del dono di Costantino e del Patrimonio di S. Pietro, onde il dono e l'accettazione poteano le pretensioni del Pontefice e quelle dei Normanni conciliare nel medesimo tempo. Di fatto si promisero scambievolmente il soccorso delle armi loro spirituali e temporali; i Normanni in appresso si obbligarono pagare alla Corte di Roma un tributo, ossia una onoranza di dodici danari per ogni spazio di terreno che un aratro arava in un anno; dopo la qual memorabile convenzione, vale a dire, dopo sette secoli all'incirca, il regno di Napoli è rimasto feudo della Santa Sede[196]. Chi vuole Roberto Guiscardo[197] disceso da un contadino, chi da un Duca normanno gli concede l'origine: l'orgoglio e l'ignoranza si univano in una principessa greca[198] per invilire la nascita di Guiscardo, l'ignoranza e l'adulazione nei suoi sudditi italiani si univano per innalzarla[199]. Nato nella seconda classe, ossia nell'ordine medio della Nobiltà[200] usciva di una famiglia di sotto-vassalli o vessilliferi della diocesi di Coutances nella bassa Normandia, i quali nel nobile castello di Altavilla abitavano. Tancredi, padre di Guiscardo, segnalato si era alla Corte e nel ducale esercito, cui dovea somministrare dieci soldati o cavalieri. Due maritaggi con donne, che di nobiltà non cedeangli, fecero Tancredi padre di dodici figli, tutti allevati nella casa paterna, e con egual tenerezza amati dalla seconda moglie dello stesso Tancredi. Ma un mediocre patrimonio non bastava a sì numerosa ed intraprendente figliuolanza, per lo che i dodici fratelli, vedendosi imminenti le funeste conseguenze della povertà e della discordia, risolvettero nelle straniere guerre cercar fortuna. Incaricatisi due soli d'essi di mantenere la loro prosapia, e di assistere alla vecchiezza del padre, gli altri dieci si partìan dal castello a mano a mano che l'età virile toccavano; e attraversando le Alpi, i Normanni della Puglia raggiunsero. I primi di questi non secondarono che il proprio valore: i lor buoni successi divennero sprone ai più giovani, onde Guglielmo, Drogone, e Unfredo, l'ultimo di questi maschi, meritarono essere Capi di lor nazione, e della nuova repubblica fondatori. Roberto, il primo dei sette figli, nati dalle seconde nozze, possedea, nè le negavano i suoi nemici medesimi, tutte le qualità di un capitano e di un uomo di Stato. La statura sua, quella de' più alti uomini del suo esercito superava: tali ne erano le proporzioni del corpo, che gli davano grazia e vigore ad un tempo; fino anche nel declinar de' suoi anni gli rimasero, robusta salute capace di sopportare qualunque fatica, e nobiltà di contegno fatta per comandare ad ognuno. Vermiglio in volto, largo di spalle, fornito di lunghi capelli e lunga barba del colore del lino, gli occhi suoi sfavillavano; e la voce, siccome quella di Achille, potea, in mezzo al tumulto d'una battaglia, mantenere l'obbedienza, e diffondere il terrore. Ne' secoli barbari della cavalleria, troppo rilevanti erano siffatti vantaggi, perchè sfuggir potessero all'attenzione dello Storico, e del poeta. È stato osservato che Roberto usava ad un tempo, e colla stessa maestrìa, e della spada che colla destra mano brandiva, e della lancia che la sua sinistra tenea; che tre volte, venne tratto d'arcione nella battaglia di Civitade, e che, riassunte per tre volte le forze, nel finire di quella memorabil giornata, riportò il premio del valore su tutti i guerrieri di entrambi gli eserciti[201]. Non mai sazia la sua ambizione, sulla coscienza della propria superiorità la fondava. Nella scelta delle vie per innalzarsi, gli scrupoli della giustizia non mai lo arrestarono, rade volte il sentimento dell'umanità: e quantunque lo allettasse il goder buona opinione, le sue azioni erano indifferentemente o secrete, o palesi, secondo che o l'uno, o l'altro metodo all'interesse del momento pareagli più adatto. Fu dato il soprannome di Guiscardo[202] a questo grande mastro della saggezza politica, troppo spesso confusa colla dissimulazione e colla furberia. Il poeta pugliese gli dà lode di avere superati, Ulisse nell'astuzia, nell'eloquenza Cicerone. I suoi artifizj nullameno sotto un'apparenza di militare franchezza si mascheravano: nell'apice di sua fortuna fu nondimeno accessibile e affabile verso i soldati, e benchè indulgente alle costumanze de' nuovi sudditi si dimostrasse, le antiche consuetudini del suo paese, nell'abito e ne' modi con ostentazione serbò. Saccheggiava avidamente per largire con profusione. L'essere stato povero in giovinezza, alla frugalità lo avvezzò; i profitti mercantili non credè indegni delle sue cure; sottometteva a lunghi e crudeli tormenti i prigionieri per costringerli a scoprire le nascoste loro ricchezze. Al dir de' Greci, abbandonò la Normandia, da soli cinque cavalieri e trenta fantaccini seguìto, calcolo che sembra tuttavia esagerato. Perchè questo sesto figlio di Tancredi di Altavilla passò sotto spoglie di pellegrino le Alpi, e fra i venturieri italiani fece i suoi primi soldati. I fratelli e i compatriotti di lui, spartiti essendosi fra loro le fertili campagne della Puglia, conservavano ciascuno colla gelosia dell'avarizia la propria parte. L'ambizioso giovine occupò le montagne della Calabria, e nelle prime imprese da esso operate contra i Greci, e contra i nativi, non è sì agevol cosa il discernere lo scorridor dall'eroe. Sorprendere un castello o un Convento, trarre qualche ricco cittadino in aguato, rapire le derrate in circonvicini villaggi, tai furono le oscure fatiche in cui da prima si adoperarono la forza e le intellettuali facoltà di Guiscardo. I volontarj della Normandia sotto le sue bandiere si ascrissero, e i contadini della Calabria, da lui comandati, assunsero nome ed indole di Normanni. [A. D. 1054-1080] Roberto, la cui ambizione colla fortuna si dilatava, eccitò la gelosia del suo fratel primogenito, che in una passeggiera querela minacciò i giorni dell'altro, e alla libertà di lui pose impaccio. Alla morte di Unfredo, i figli di questo, in tenera età, si videro esclusi dal comando, e a vita privata ridotti per l'ambizione del loro tutore e zio. Guiscardo sollevato sopra uno scudo, venne chiarito conte della Puglia e generale della Repubblica. Più possente in allora, e di un'autorità più considerabile insignito, volle terminare la conquista della Calabria, e meritarsi un grado che lo collocò per sempre al di sopra dei suoi eguali. Il Papa avealo scomunicato per alcuni atti, o di rapina fossero, o di sacrilegio; ma non fu difficile il fare intendere a Nicolò II, che non tornava a due amici il mettersi in mala intelligenza fra loro; essere i Normanni difensori fedelissimi della Santa Sede, la lega di un principe offrir sicurezza maggiore che non la condotta capricciosa d'un Corpo aristocratico. Un sinodo di cento Vescovi essendosi a Melfi assembrato, il Conte interruppe una rilevante impresa per vegliare in persona alla sicurezza del romano Pontefice e per eseguirne i decreti. Questi, mosso da gratitudine e da politica, concedè a Roberto, e alla posterità di Roberto, il titolo di Duca[203], coll'investitura della Puglia e della Calabria, e di tutte le terre dell'Italia e della Sicilia, che dallo stesso Roberto ai Greci scismatici e agl'Infedeli saracini verrebbero tolte[204]. Il consenso del Papa potea ben giustificare le conquiste di Roberto, ma non compartirgli la facoltà di ordinare le cose a suo grado e senza consultare i voleri di un popolo libero e vincitore. Guiscardo non pubblicò la nuova sua dignità, che dopo avere colla presa di Cosenza e di Reggio illustrate nella successiva stagione campale le proprie armi. In mezzo all'entusiasmo che il suo trionfo inspirava, adunò le truppe, chiedendo alle medesime confermassero col lor suffragio un giudizio pronunciato dal Vicario di Gesù Cristo: i soldati con acclamazioni di gioia, salutarono Duca il valoroso lor capitano: e i Conti, statigli fino allora eguali, pronunciarono il giuramento di fedeltà col sorriso sulle labbra, e colla indignazione nel cuore. Da quel punto, Roberto assunse i titoli di Duca della Puglia, della Calabria e della Sicilia, per la grazia di Dio e di S. Pietro, ma dovette adoperarsi vent'anni per meritarli e consolidarli; la qual tardanza di buoni successi in un paese sì poco esteso, può sembrare inferiore all'alto ingegno del Duca e al valore delle sue genti. Si osservi però essere stati pochi di numero i Normanni, impacciati inoltre da parecchi ostacoli; volontarj e precarj i loro servigi. I vasti disegni del Duca alcune volte arrenavano per le opposizioni delle Assemblee baronali; i dodici Conti eletti dal popolo, contro la autorità del Capo ordirono trame: e i figli di Unfredo, denunziando la perfidia del loro zio, chiesero giustizia e vendetta. L'abile Guiscardo le loro trame scoperse, estinse il fuoco della sommossa, i colpevoli all'esiglio o alla morte dannò; ma spese inutilmente gli anni, e le forze della nazione in siffatte intestine discordie. Dopo che egli ebbe disfatti gli esterni nemici, i Greci, i Lombardi e i Saracini, a questi le città marittime affortificate offersero asilo. Eccellenti erano nel munire e difender le piazze; mentre i Normanni, avvezzi a combattere solamente a cavallo e in aperta campagna, l'arte degli assedj non conoscevano, e la sola perseveranza potea farli padroni delle Fortezze. Salerno resistè più di otto mesi; durò oltre quattr'anni l'assedio, o il blocco di Bari. Primo a mostrarsi in tutti i rischi il Duca normanno, l'ultimo era a stancarsi; nè nella pazienza del soffrire alcuno lo superava. Intantochè strignea d'assedio la rocca di Salerno, un masso enorme lanciato dalle mura avendo fatta in pezzi una delle sue macchine, una scheggia di legno gli ferì il petto. Sotto le mura di Bari, ei soggiornava sotto una cattiva baracca, fatta di rami secchi e coperta di paglia, sito pericoloso, esposto da ogni lato alla intemperie delle stagioni, e alle frecce dell'inimico[205]. Le province conquistate in Italia da Roberto son quelle che fanno oggidì il regno di Napoli; nè il volgere di sette secoli ha potuto disgiungere le contrade che dall'armi di Guiscardo furon congiunte[206]. Tale monarchia formarono le province greche della Calabria e della Puglia, il principato di Salerno, sottomesso ai Lombardi, la Repubblica d'Amalfi e i Cantoni interni del vasto ed antico Ducato di Benevento. Tre soli di questi Cantoni dalla dominazione del vincitor si sottrassero, il primo per sempre, i due altri fin verso la metà del secolo successivo. L'Imperatore di Alemagna avea conferito al Papa, fosse a titolo di dono, o di cambio, la città e il territorio immediato di Benevento: e benchè questa sacra terra alcune volte sia stata invasa, il nome di S. Pietro finalmente sulla spada de' Normanni ebbe trionfo. La lor prima colonia di Aversa avendo soggiogato, e conservato lo Stato di Capua, i principi di questa città si videro costretti a mendicare il vitto, nanti alla soglia del palagio de' loro antenati. I Duchi della città di Napoli, la libertà popolare mantennero sotto apparenza di sommessione all'Impero di Bisanzo. Per mezzo alle conquiste di Guiscardo avvi due cose degne di eccitare la curiosità del leggitore, le dottrine salernitane[207], il commercio di Amalfi[208]. I. Una Scuola di giurisprudenza suppone leggi e proprietà, e una religione chiara abbastanza, onde l'evidenza della ragione renda men necessario il ministerio della Teologia; ma in qualunque epoca dell'umana civiltà, i soccorsi dell'arte medica son necessarj; e se per una parte, il lusso rende più frequenti le malattie acute, lo stato di barbarie moltiplica il numero delle contusioni e delle ferite. I tesori della greca medicina fra le colonie arabe dell'Affrica, della Spagna e della Sicilia si eran diffusi: e in mezzo alle corrispondenze della pace e della guerra, una scintilla di sapere splendè, e si mantenne a Salerno, città commendevole per l'onestà de' suoi uomini, per l'avvenenza delle sue donne[209]. Una Scuola, la prima che siasi veduta sorgere in mezzo alle tenebre onde era ingombrata l'Europa, all'arte di guarire vi si consacrava; i frati ed i vescovi, a questa salutare e lucrosa professione si accomodarono, e innumerevoli infermi, distintissimi per grado, e nati nelle più remote contrade, or chiamavano a sè, or venivan cercando i medici di Salerno. Una tale scuola i vincitori normanni protessero; e Guiscardo, benchè allevato nel mestier dell'armi, il merito e il valore di un filosofo sapeva discernere. Dopo trentanove anni di peregrinazione, Costantino, cristiano di Affrica, riportò da Bagdad la conoscenza della lingua e delle arti degli Arabi; e della pratica, delle lezioni, degli scritti di questo scolaro di Avicenna, Salerno trasse profitto. La sua scuola di medicina, sonnecchiò molto tempo sotto il nome di Università: i suoi precetti, nel duodecimo secolo, vennero ridotti in una serie d'aforismi indicati in versi leonini, o versi latini rimati[210]. II. La città di Amalfi, situata sette miglia a ponente di Salerno, e trenta ad ostro di Napoli, un tempo oscura, pompeggiava allora di possanza e di tutti que' vantaggi che dell'industria son conseguenza. Ricca di fertile territorio, benchè poco estesa, i suoi abitanti profittarono della loro situazione posta in una spiaggia di mare delle meglio accessibili; primi ad incaricarsi di provvedere il Mondo occidentale de' lavori e delle derrate dell'Oriente, questo utile commercio divenne fonte della loro opulenza e della lor libertà. Godeva Amalfi di un Governo popolare sotto l'amministrazione di un Duca, e sotto la supremazia del greco Imperatore: cinquantamila cittadini entro le sue mura si racchiudevano; nè alcun'altra città eravi, egualmente copiosa di oro, di argento e di suppellettili appartenenti alla ricercatezza del lusso. Peritissimi essendo nello dottrine teoriche e pratiche della navigazione e dell'astronomia i marinai che nel suo porto abbondavano, la scoperta della bussola, che ne ha offerto il modo di trascorrere il globo con sicurezza, alle lor ricerche o alla lor buona sorte è dovuta. Il commercio di Amalfi alle rive dell'Affrica, dell'Arabia e dell'India estendendosi, o le produzioni di queste tre contrade almen comprendendo, i suoi possedimenti in Costantinopoli, in Antiochia, in Gerusalemme e in Alessandria, le aveano acquistati i privilegi delle colonie independenti[211]. Dopo tre secoli di prosperità, Amalfi venne soggiogata dai Normanni, e devastata per l'opera che la gelosa repubblica di Pisa diede a tal uopo. Ella non contiene più oggidì che un migliaio di pescatori, i quali, avvolti nella miseria, possono unicamente inorgoglirsi degli avanzi di un arsenale, di una Cattedrale e dei palagi degli antichi loro trafficanti[212]. [A. D. 1060-1090] Ruggero, duodecimo ed ultimo tra i figli di Tancredi, rimase più lungo tempo in Normandia, trattenutovi prima dalla sua giovine età, poi da riguardo alla decrepitezza del padre. Chiamato indi in Italia affrettossi ad approdar nella Puglia, ove meritò la stima, e ben tosto, in appresso, la gelosia di Guiscardo eccitò. Eguali per valore e per ambizione, Ruggero avea sovr'esso il vantaggio di giovinezza, avvenenza, e leggiadri modi, che l'affetto de' soldati e del popolo gli conciliarono. Era sì povero egli, e le persone del suo seguito, in tutto quaranta, che dalla vita di guerriero passò a quella di scorridore, e da quella di scorridore all'altra di ladro domestico. Si avevano in allora tanto imperfette nozioni sulla proprietà, che lo storico stipendiato di questo Ruggero, e per ordine di lui medesimo, racconta certa impresa del suo eroe quando rubò cavalli in una scuderia di Melfi[213]. Il valore, il coraggio gli giovarono ad uscir presto fuori della povertà e dell'ignominia; e queste vili pratiche abbandonò per meritarsi gloria in una guerra contra gli Infedeli; in che lo zelo e la politica del fratello Guiscardo, promotore della Spedizione siciliana, lo secondarono. Dopo la ritirata de' Greci, gli -idolatri- (con questo nome i Cattolici chiamar soleano i Saracini), ristorate le loro perdite, rientrati erano negli antichi possedimenti. Ma una picciola banda di venturieri operò la liberazione della Sicilia, dalle congiunte forze dell'Impero di Oriente invano tentata[214]. Incominciò Ruggero dal disfidare sopra uno scoperto palischermo i pericoli reali e favolosi di Cariddi e di Scilla; e sbarcato con sessanta soldati sulla nemica costa, e incalzati i Musulmani fino alle porte di Messina, ritornò sano e salvo in Italia, carico del bottino fatto nei dintorni di quella città. Il suo coraggio operoso e paziente nell'assedio della Fortezza di Trani si fa manifesto: onde a vecchia età pervenuto, dilettavasi in narrando che nel durar dell'assedio, egli e la Contessa sua moglie, si videro ridotti ad un solo mantello, del quale a vicenda si ricoprivano; e narrava parimente, come essendogli stato ucciso il cavallo, in compagnia d'esso i Saracini lo trascinassero; come col valore della sua spada se ne spacciasse, riportando sul dorso la sella del corridore per non lasciar tra mani infedeli il menomo trofeo di sè stesso. Nell'assedio di Trani, trecento Normanni arrestarono e respinsero le forze di tutta l'Isola. Nella battaglia. di Ceramio, cinquantamila uomini, tra que' di cavalleria e d'infanteria, vennero sconfitti da centrentasei soldati cristiani, senza contare S. Giorgio che combattè a cavallo nelle prime file. Al successore di S. Pietro vennero serbati i nemici stendardi e quattro cammelli; le quali spoglie de' Barbari, se fossero state esposte non in Vaticano ma in Campidoglio, avrebbero potuto ricordare i trionfi riportati sul popolo di Cartagine. Questo calcolo che riduce a sì picciol numero i Normanni dovea forse applicarsi ai cavalieri soltanto, ossia nobili guerrieri che combattevano a cavallo, e che aveano ciascuno un seguito di cinque o sei uomini[215]. Pure ammettendo ancora una tale interpretazione, e concedendo ai Cristiani quanti vantaggi il valore, la bontà dell'armi e la fama aggiunger potevano, la sconfitta di un esercito sì numeroso, mette tuttavia un prudente leggitore nella alternativa di credere tutto ciò o miracolo, o favola. Gli Arabi della Sicilia riceveano possenti soccorsi dai lor compatriotti dell'Affrica; ma le galee di Pisa veniano parimente soccorritrici alla normanna cavalleria nell'assediare Palermo, e nel momento della pugna la gelosia de' due fratelli di Altavilla, il nobile carattere d'una emulazione generosa e invincibile assumea. Dopo una guerra di trent'anni[216], Ruggero acquistò unitamente al titolo di Gran Conte, la sovranità della più grande e della più fertile fra le isole del Mediterraneo; e l'amministrazione di lui, dà a divederlo uom d'animo liberale e di mente istrutta più di quanto il secolo, e l'educazione che ricevuta avea, comportassero. La libertà della religione e il godimento delle loro proprietà ai Musulmani lasciò[217]. Un filosofo arabo, medico di Mazara, e discendente dalla stirpe di Maometto, che avea arringato il vincitore, venne chiamato alla Corte: ove nel latino idioma trasportò la sua Geografia de' Sette Climi, che Ruggero, dopo averla letta attentamente, agli scritti del greco Tolomeo preferì[218]. Un avanzo di nativi cristiani che ai buoni successi de' Normanni avea contribuito, n'ebbe in compenso il vedere la Croce trionfante nell'Isola, la quale sotto la giurisdizione del Romano Pontefice ritornò. Nove Vescovi vennero creati nelle città principali della Sicilia, e il clero dovette esser contento delle magnifiche doti alle chiese, o ai monasteri largite. Ciò non pertanto l'eroe cattolico i diritti della civile magistratura con gran fermezza sostenne. Anzichè rinunziare alla investitura de' benefizj, ebbe l'accorgimento di volgere a suo pro le pretensioni del Papa, onde la singolar Bolla che i principi della Sicilia chiarisce Legati ereditarj e perpetui della santa Sede[219], consolidò ed estese il primato della Corona. [A. D. 1081] La conquista della Sicilia era stata più gloriosa che utile a Roberto Guiscardo; nè i possedimenti della Puglia e della Calabria all'ambizione di cotest'uomo bastando, deliberò afferrare, o far nascere l'occasione d'invadere, e soggiogar forse l'Impero dell'Oriente[220]. Un divorzio, ottenuto sotto pretesto di consanguinità, lo avea separato dalla prima moglie, statagli compagna nell'umil fortuna, e Boemondo nato da queste prime nozze, si trovò alla condizione di imitar piuttosto il suo chiaro padre che di succedergli. La seconda moglie di Roberto, essendo figlia de' Principi di Salerno, i Lombardi acconsentirono a riconoscere per erede di lui Ruggero, nato dalla medesima. Cinque figlie parimente dalla Principessa di Salerno ebbe Viscardo, tutte onorevolmente accasate[221], e una di esse fu promessa ancor fanciulla al giovine ed avvenente Costantino, figlio ed erede dell'Imperatore Michele[222]. Ma una rivoluzione crollò il trono di Costantinopoli: la famiglia reale di Duca nel palagio o nel chiostro fu confinata: e Roberto, trafitto l'animo dalla sciagura della figlia, e dall'espulsione del confederato, pensò a vendicarsi. Un Greco che diceasi padre di Costantino, mostratosi ben tosto a Salerno, mise insieme una novella di trono rassegnato per forza, e di fuga. Il Duca maravigliosamente pronto a ravvisare in quest'uomo il suo amico infelice, pomposamente lo accolse, e come verso persona della dignità imperiale insignita addiccasi. Questo Michele[223] dunque trascorse in trionfo la Calabria e la Puglia fra le lagrime e le acclamazioni de' popoli: e il Papa Gregorio VII esortò i vescovi ad adoperarsi coi lor sermoni, i Cattolici col lor braccio, a ritornare questo principe in trono. Roberto e il Greco in famigliari e spessi colloquj vedeansi, e noti egualmente, il valor normanno e i tesori del greco Impero, pubblica fede alle reciproche promesse lor procacciavano. Nondimeno, a confessione de' Greci e de' Latini, cotesto Michele non era che un fantasma, un impostore, un frate scappato dal suo convento, o un servo della greca Corte. Lo scaltro Guiscardo immaginò questo artifizio, sperando che dopo aver dato un'apparenza di giustizia alle sue armi, il falso imperatore tornerebbe nella sua oscurità ad un cenno di chi da questa l'avea ritratto; ma sol la vittoria potea costringere la credenza de' Greci, nè l'ardor de' Latini per tale impresa la credulità de' medesimi pareggiava; i soldati normanni voleano godersi in pace il frutto di lor fatiche, e gl'Italiani fremevano alla sola idea di pericoli cogniti ed incogniti che ad una spedizione oltremare si congiungevano. A fine di far soldati, Roberto non risparmiò donativi, o promesse; nè minacce, così per parte dell'autorità civile, come per parte dell'autorità ecclesiastica; che anzi alcuni atti di violenza hanno dato origine al fattogli rimprovero di avere arrolati, senza distinzioni nè pietà, e vecchi, e fanciulli. Dopo due anni impiegati senza posa in tali apparecchi, l'esercito di terra e le forze navali si adunarono ad Otranto, ultimo promontorio dell'Italia, situato all'estremità del calcagno dello stivale. Roberto si trasferì, accompagnato dalla moglie che ai fianchi di lui combattea, dal figlio Boemondo, e dal greco impostore. Mille trecento cavalieri normanni[224], o alla scuola de' Normanni educati, formavano il nerbo di questo esercito composto di circa trentamila uomini d'ogni arma[225]; cencinquanta navi vennero caricate di truppe da sbarco, di cavalli, di armi, di macchine da guerra, e di torri di legno coperte di cuoio non concio; navilio che era stato allestito in Italia, e la repubblica ragusea, divenuta confederata di Roberto, le galee aveva fornite. All'ingresso del golfo Adriatico le coste dell'Italia e dell'Epiro si avvicinano l'una all'altra. Lo spazio che disgiugne Brindisi da Durazzo, conosciuto sotto il nome di -Passaggio Romano-, non è largo più di cento miglia[226]. Rimpetto ad Otranto si restringe di cinquanta[227], angustia che suggerì a Pirro, e a Pompeo l'idea sublime, o stravagante di unire con un ponte entrambe le rive. Roberto, prima di imbarcare le sue truppe e le sue munizioni, mandò innanzi quindici galee comandate da Boemondo, affine di soggiogare o minacciare l'isola di Corfù, riconoscere l'opposto lido, e assicurare ne' dintorni di Vallona un buon porto alle sue truppe. Boemondo compiè la sua traversata e il suo sbarco, senza accorgersi di nemici. Sperienza fortunata pe' Normanni, e che diè a divedere a quale scadimento l'incuria de' Greci avesse ridotta la loro marineria! Le isole e le città marittime dell'Epiro all'armi di Roberto, o al terror del suo nome cedettero, e poichè ebbe toccate le coste di Corfù (la quale isola accenno col suo nome moderno) condusse la sua squadra e il suo esercito ad assediare Durazzo. Cotesta città, dal lato di Occidente, chiave dell'Impero greco, dalla sua antica fama, da recenti fortificazioni, dal patrizio Giorgio Paleologo vincitore di diverse battaglie nell'Oriente, da un presidio tolto dalle province di Albania e di Macedonia, in ogni età vivai di eccellenti soldati, era difesa. Pericoli e sciagure d'ogni genere nel durar di questa impresa provarono l'animo di Guiscardo: nella stagione la più propizia dell'anno, la flotta di lui che stavasi lungo la costa, venne d'improvviso assalita da una fortuna di mare; e piogge miste a neve, e furiosi venti d'ostro ingrossarono l'Adriatico, talchè un nuovo naufragio la sinistra fama degli scogli Acroceraunj riconfermò[228]. Andati in pezzi o portati lontano e vele, e alberi, e remi, si videro coperti il mare, e le rive di frantumi di navigli, d'armi e cadaveri, e la maggior parte delle munizioni le acque inghiottirono o danneggiarono. Sottrattasi con grande stento al furore dell'onde la ducale galea, Roberto si fermò sette giorni sul vicino promontorio per raccogliere gli avanzi della sua flotta, e rianimare il depresso coraggio de' suoi soldati. I Normanni non erano più quegli audaci piloti che aveano scoperto nuove acque sull'Oceano, dalla Groelandia al monte Atlante, que' piloti che erano stati veduti sorridere sui perigli da poco che offre l'onda mediterranea. Piansero nel durare della procella, e tremarono all'avvicinare de' Veneziani, che mossi dalle preghiere e dalle promesse della Corte di Bisanzo venivano ad assalirli. Le pugne del primo giorno mal non tornarono a Boemondo, giovine imberbe[229] che i legni del padre suo comandava, ma le galee veneziane rimasero tutta notte ferme sull'áncora, a guisa di mezza luna, ordinate. La maestria di loro fazioni, il modo vantaggioso onde collocati aveano i proprj arcieri, la forza delle lor chiaverine, il fuoco greco somministrato ad essi dall'Imperatore, li fecero nel secondo giorno padroni della vittoria. I legni pugliesi o ragusei alla costa si ripararono: molti videro tagliare le gomene, e in poter cadettero del vincitore; oltrechè, la guernigion di Durazzo, con una abile sortita, portò fin nelle tende di Roberto la strage e il terrore: vennero introdotti soccorsi entro la piazza, e appena gli assedianti più non padroneggiarono il mare, si videro privi de' tributi, e delle vettovaglie, che dianzi le isole, e le città marittime ad essi inviavano. Si arroge, che un contagioso morbo travagliò ben tosto l'esercito dei Normanni, onde perirono privi di gloria cinquecento cavalieri; e la perdita delle genti di Guiscardo non ascese a meno di diecimila uomini, sol che si voglia dedurla dal registro de' funerali, e supponendo che tutti i morti l'onor di esequie ottenessero. Solo, imperterrito, in mezzo a tante calamità, il Duca normanno, intantochè nuove forze dai lidi pugliesi e siculi ritraeva, conquassava colle sue macchine d'assedio, e tribolava, ora dando scalate alle mura, ora adoperandosi contro le fondamenta di queste, Durazzo. Ma la solerzia e il valore di lui, in un valore eguale, e in una solerzia superiore, scontraronsi. Avendo egli condotto a piè del baluardo una torre mobile che racchiudea cinquecento soldati, mentre stava per abbassarne la porta, o il ponte levatoio, una enorme trave lo arrestò nell'impresa, e il fuoco greco in un istante la sua torre gli consumò. Intanto che i Turchi dal lato orientale, le truppe di Guiscardo dall'occidentale, il romano impero invadeano; il vecchio successore di Michele rassegnava lo scettro nelle mani di Alessio, illustre Generale e fondatore della dinastia de' Comneni. Anna, figlia di questo Alessio, e famosa per avere scritta la Storia del padre, dal suo stile ampolloso non rimovendosi, osserva che lo stesso Ercole alla doppia pugna non avrebbe saputo resistere, e su tal base fondandosi, approva la precipitosa pace che il ridetto Alessio concluse col Turco; la qual cosa il trasferirsi in persona a soccorrer Durazzo gli agevolò. Egli avea ben trovato vuoto di soldati il suo campo come di danari l'erario; ma tai furono il vigore, la sollecitudine delle sue provvisioni, che in sei mesi radunò un esercito di settantamila uomini[230], e fece compiergli un cammino di cinquecento miglia. Ei tolse soldati dall'Europa e dall'Asia, dal Peloponneso infino al mar Nero; ostentava la pompa del grado imperiale nella magnificenza della guardia composta di cavalieri ricchi d'armadure, e di arredi d'argento, e nel numeroso corteggio di nobili e di principi che lo accompagnavano; e più d'uno di questi principi (il che prova una mansuetudine de' costumi di Bisanzio in que' tempi) nelle vicissitudini del palagio imperiale aveano vestita un istante la porpora, e ciò nulla meno vivean ricchi e insigniti di cariche ragguardevoli. Tutti i predetti Grandi, animati la più parte dal fuoco della giovinezza, avrebbero dovuto col loro esempio farsi sprone alla moltitudine: ma l'eccessivo amor de' piaceri, il disprezzo di ogni subordinazione, furono origine di disordini e di mali. Voleano questi essere condotti subito alla battaglia, e con importuni clamori misero a cattivo partito la prudenza di Alessio, che avrebbe potuto prendere in mezzo e tribolar colla fame l'esercito degli assedianti. L'enumerazione delle province greche a' que' giorni, offre un triste raffronto tra quel che furono gli antichi limiti dell'Impero, e quello che erano divenuti. Raccolti in fretta, e in mezzo al comune terrore, i nuovi soldati, non fu possibile il ritrarre dalla Natolia o Asia Minore le sue guernigioni, se non se col cedere ai Turchi le città che da queste istesse guernigioni erano custodite. Il nerbo dell'esercito greco stavasi ne' Varangi, e nelle guardie scandinave, il cui numero avea poco prima ricevuto rinforzo da una truppa di esuli e di volontarj venuti dall'isola di Tule, o della Gran Brettagna. I Danesi e gl'Inglesi parimente, sotto il giogo de' Normanni gemeano; laonde molti giovani venturieri vennero nella risoluzione di abbandonare una terra di schiavitù, e abbracciando lo scampo che ad essi il mare offeriva, peregrinarono lungamente a tutte le coste, ove qualche speranza di libertà e di vendetta allettavali. Il greco Imperatore a sè gli assoldò, e primieramente in una nuova città della costa d'Asia stanziarono; ma non andò guari che Alessio chiamatili al servigio immediato del suo palagio, e della imperiale persona, nella lor fedeltà e prodezza un bel retaggio preparò ai suoi successori[231]. Rammentando con indignazione questi guerrieri tutto quanto eglino pure aveano sofferto dai Normanni, marciarono contra un nemico di lor nazione, e giubilanti, e impazienti di ricuperar nell'Epiro la gloria che alla giornata di Hastings aveano perduta. I Varangi erano inoltre sostenuti da alcune bande di Franchi o Latini; tutti coloro che, per sottrarsi alla tirannide di Guiscardo, riparati eransi a Costantinopoli, agognavano l'istante di segnalare il loro zelo, e appagare in uno la sete della vendetta. In così ardue circostanze l'Imperatore non aveva avuti a schifo gli impuri soccorsi de' Paoliziani, o de' Manichei della Tracia e della Bulgaria; i quali eretici all'intrepidezza de' martiri l'operoso valore e la disciplina di eccellenti soldati aggiugnevano[232]. Un negoziato col Sultano avendo procurato all'Imperatore un rinforzo di mille Turchi all'incirca, si videro insieme in contrasto le frecce della cavalleria scitica, e le lance della normanna. Udite le prime voci del formidabile esercito che - , . , . - , . , . , , . ) 1 2 3 4 5 . 6 7 - , . ' 8 , ' . 9 . 10 , 11 . ' ' 12 ' . , , 13 ' . ' . 14 . ' . - 15 16 17 [ . . - ] 18 19 , , , 20 , ' [ ] . 21 , 22 [ ] , 23 , 24 , , 25 ' 26 . , 27 , , 28 , ; ' 29 , ' , 30 . 31 ' , 32 , 33 , 34 . ' 35 , : 36 . 37 ' ; 38 ' , 39 , . 40 , 41 . 42 , 43 , , , 44 . , 45 ' , , 46 , , ' ' , 47 , , . 48 , , [ ] , 49 , 50 ' . ' 51 , ' , 52 ' , 53 , 54 ' . 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