-Rilevasi dagli scritti de' Padri dei primi secoli, ch'essi prendevano
le parole di Cristo- questo è il mio corpo ec. -nel senso naturale, e
non nel figurato, e che quindi credevano alla presenza reale. Non
conviene in ciò appigliarsi ad un picciolo numero di passi delle loro
opere per assicurarsi della loro opinione, bisogna prendere tutto il
contesto de' luoghi dove hanno parlato di ciò. Dunque se talora si
leggerà, che i Padri abbiano dato al pane Eucaristico il nome di segno,
d'Immagine, di figura, non si conchiuderà, che non credessero alla
presenza reale (N. Ales. t. 2, l. I).-
-Per le parole della consacrazione, la sostanza del pane, e dal vino è
mutata, secondo i Padri, nella sostanza del corpo e del sangue di
Cristo; ma questo corpo, e questo sangue non si vedono: i sensi non
sentono che le specie del pane e del vino, e perciò esse, dopo la
consecrazione sono i segni del corpo di Gesù Cristo; ecco come il pane,
ed il vino sono i segni del corpo e del sangue di Cristo.-
-Pascasio monaco, e poi abate di Corbia, diede origine all'errore di
Berengario verso la fine del secolo nono, avendo composto poco prima per
l'istruzione de' Sassoni (che la forza di Carlomagno costrinse a farsi
Cristiani, mettendone a morte molte migliaia, che non vollero rinunciare
alla lor religione) un trattato del corpo e del sangue di Cristo:
stabiliva la presenza reale, e sosteneva che il corpo, che noi
riceviamo, e mangiamo nel pane Eucaristico è quello stesso nato da
Maria, e ch'era stato appeso alla croce, e che noi beviamo quel sangue
uscito dal Costato di Cristo. Sebbene Pascasio seguisse la credenza de'
Cattolici, non v'era il costume di dire formalmente queste cose. Questa
maniera di esprimersi ebbe de' contraddittori; egli la sostenne; la
controversia menò rumore, e durò finchè Berengario prese ad esaminare lo
scritto di Pascasio, ed i libri de' suoi oppositori.-
-Berengario, vedendo che il pane ed il vino conservavano dopo la
consecrazione le proprietà e le qualità che avevano prima, e che davano
tanto prima, che dopo i medesimi effetti, affermò che il pane, ed il
vino non erano il corpo, ed il sangue di Cristo, siccome diceva
Pascasio. Sostenne, ed insegnò, che il pane, ed il vino non si
cangiavano; ma non negò la presenza reale, secondo il senso naturale e
letterale delle parole di Cristo; sosteneva che il pane, ed il vino
contenevano il corpo ed il sangue di lui, perchè il Verbo si univa al
pane ed al vino, e che per tale unione, il pane, ed il vino divenivano
poi il corpo ed il sangue di Cristo, senza che la loro natura, e la loro
essenza fisica si mutassero.-
-Berengario insegnò queste cose nella scuola di Tours, e le sostenne in
una lettera, che, letta in un Concilio di Roma fu condannata, e l'Autore
scomunicato, ed essendolo stato nuovamente, timoroso si ritrattò, visse
ritirato, e morì intorno l'anno 1088.-
-Ma l'errore di Berengario fu sostenuto dal gran numero de' suoi
discepoli, che presero il nome di Berengariani. Non istettero attaccati
all'errore del maestro, andavano innanzi con arditi ragionamenti: tutti
riconoscevano col maestro, che il pane ed il vino non si cangiavano; ma
molti non potendo concepire, che il Verbo si unisse al pane ed al vino,
come aveva detto Berengario, conchiusero che in nessun modo il pane, ed
il vino non erano il corpo ed il sangue di Cristo, e che non ne erano,
che la figura, il segno; quindi negarono compiutamente il cangiamento.-
-Benchè condannato, l'errore si sostenne e si divulgò moltissimo in
Francia, in Alemagna, ed in Italia. Presero i Berengariani da Alby in
Francia, loro centro, il nome di Albigesi. Essi inoltre non volevano
tollerare le grandi ricchezze, e la potenza del Clero, giunte
all'estremo, e sostenevano non doversegli pagare le decime; la qual cosa
fu sostenuta anche dal povero Arnaldo da Brescia, fatto miseramente
bruciar vivo dal Papa Adriano IV. Per verità, i vizj, e i disordini del
Clero erano al colmo: vendevasi ogni cosa nelle Chiese; gli Albigesi
generalmente erano poveri, e di poche fortune, e regolati.-
-Rammentando con rammarico i moltissimi Albigesi bruciati vivi dagli
Arcivescovi di Tolosa e di Lione, e l'armata de' crocesegnati,
raccoltasi per pigliar la promessa indulgenza, comandata dall'Abate de'
Cisterciensi, Legato del Papa, e da' Vescovi, che trucidò, o bruciò
(Istoria di Linguad.) furiosamente in Bezieres, settantamila persone,
donne, vecchi, uomini, fanciulli, veri, o creduti Albigesi, lo
stabilimento del tribunale de' Padri Inquisitori, che scorsero le
province, scomunicando, e bruciando Albigesi, per molti anni, onde di
loro non rimase che il nome, e la lagrimevole istoria, e ritornando al
punto di Fede, al dogma, il Concilio generale di Roma, l'anno 1215,
presieduto dal Papa Innocenzo III, lo confermò, e stabilì contro i
Berengariani, e contro gli Albigesi, usando in modo di spiegazione la
parola transustanziazione, che cangiamento di sostanza significa, con
queste espressioni.-
«In qua (ecclesia) idem ipse sacerdos, et sacrificium Jesus Christus;
cujus corpus, et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis, et
vini veraciter continentur: transubstantiatis pane in corpus, et vino in
sanguinem, potestate divina, ut at perficiendum mysterium unitatis
accipiamus ipsi de suo quod accepit ipse de nostro.» (Labbe Collectio
Concil.)
-E Bossuet dice a questo proposito a' Dottori protestanti.- «Puisqu'il
étoit convenable, ainsi qu'il a été dit, que les sens n'aperçussent rien
dans ce mystère de foi, il ne falloit pas qu'il y eut rien de changé à
leur égard dans le pain, et dans le vin de l'Eucharistie. C'est pourquoi
etc.» -Bossuet-: Exposition de la doctrine p. 105, -picciolo libro
scritto in vano con molta abilità ed avvedutezza per persuadere ed
attrarre i protestanti all'unione co' cattolici. Chi poi volesse vedere
distesamente come rispondano i teologi cattolici alle obbiezioni de'
teologi protestanti (raccolte specialmente nell'Opera del dottore
Eduardo Albensino) legga ne' Corsi di Teologia dogmatica i capitoli
dell'Eucaristia, o l'Opera- Variazioni ec. -di Bossuet, giacchè i
Protestanti sostennero, e sostengono lo stesso errore de' Berengariani,
e degli Albigesi intorno il pane, ed il vino dopo le parole della
consecrazione. Gli Albigesi furono distrutti, come detto è, ma i
Protestanti per le loro vittorie contro l'Imperator Carlo V, e per
l'editto nomato- Interim, -che fu costretto a dare, prosperarono,
estesero, e rafforzarono la Riforma in molte regioni considerevoli
dell'Europa.- (Nota di N. N.).
[43] Il Muratori (-Ant. Ital. medii aevi-, t. V, -Dissert.- 60, p.
81-152) e il Mosheim (p. 379-382, 419-422) discutono partitamente quanto
si riferisce ai Paoliziani che posero dimora nell'Italia e nella
Francia. Ma entrambi gli autori ommisero nelle precitate opere un passo
osservabilissimo di Guglielmo di Puglia, che in modo ben chiaro segnalò
i Paoliziani, descrivendo una battaglia accaduta fra i Greci e i
Normanni nell'anno 1040 (-in- Muratori, -Script. rerum Italic.-, t. V,
p. 256):
-Cum Graecis aderant quidam, quos pessimus error-
-Fecerat amentes, et ab ipso nomen habebant.-
Ma lo stesso Muratori conosce sì poco la dottrina de' Paoliziani, che la
converte in una specie di Sabellianismo o di Patripassianismo.
[44] Il nome di -Bulgari, B-ulgres, B-ugres-, non indicava che un
popolo; i Francesi ne han fatto un termine di vilipendio, a mano a mano
applicato agli usurai, e a coloro che commettono peccati contro natura;
fu dato il nome di -Paterini-, o -Patelini-, a quegli ipocriti che hanno
un linguaggio adulatorio e melato, siccome il protagonista della
vaghissima burletta, -l'avvocato Patelin.- (Ducange, -Gloss. latin.
medii et infimi aevi-). I Manichei venivano anche nomati -Chatari- o
-Puri-, corrottamente -Gazari- ec.
[45] Il Mosheim (p. 477-481) offre un'idea giusta, benchè generale,
delle leggi emanate, della Crociata bandita contro gli Albigesi, e della
persecuzione che sopportarono. Se ne leggono le particolarità presso gli
Storici ecclesiastici antichi e moderni, cattolici e protestanti, fra'
quali il più imparziale e moderato di tutti è il Fleury.
[46] Gli atti (-Liber sententiarum-) della Inquisizione di Tolosa (A. di
Cristo 1307-1323) sono stati pubblicati dal Limborch (Amsterdam 1692), e
li precede una Storia generale della Inquisizione. Meritavano essi un
autore più dotto e migliore nella critica. Non essendo lecito calunniare
nè il demonio, nè il santo Ufizio, farò osservare a questo proposito
come, in una lista di rei che tiene diciannove pagine in foglio,
solamente quindici uomini e quattro donne siano stati consegnati al
braccio secolare.
[47] -I nomi di Zuinglio, di Lutero, di Calvino sono pronunciati con
lode e riverenza, da alcuni popoli della Germania, della Svizzera,
dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia ec. che pervennero a
persuadere, ma non lo sono dagli altri popoli dell'Europa, che rimasero
cattolici.- (Nota di N. N.)
[48] -Se i dottori protestanti adottarono molti errori, ritennero però
la credenza a' misterj principali dell'Unità, e Trinità di Dio,
dell'Incarnazione ec.- (Nota di N. N.)
[49] Il Mosheim, nella seconda parte della sua Storia generale, racconta
le opinioni e la condotta de' primi riformatori; ma dopo avere fin lì
tenuta la bilancia con occhio sicuro, e mano fermissima, incomincia,
d'allora in poi, a farla inclinare a favore de' Luterani, suoi
confratelli.
[50] -Gesù Cristo è venuto a riformare, a perfezionare non ad abolire la
legge di Mosè, data pure da Dio; egli disse,- non veni solvere legem sed
adimplere. (Nota di N. N.)
[51] -La transustanziazione è un mistero, è una cosa di Fede, e perciò
deve credersi sommessamente, e non bisogna ragionarvi sopra: siccome poi
in cotale cangiamento rimangono le specie, ossia le apparenze del pane e
del vino, anche per dichiarazione del Concilio stesso di Roma dell'anno
1215, così la testimonianza de' sensi non fa ostacolo alla credenza del
cangiamento suddetto, che presso i protestanti, e gl'increduli. È
naturale poi che a' dottori protestanti facessero impressione le parole
di Gesù Cristo hoc est ec. riferite nell'Evangelo, perchè ammettevano,
del pari, che i Cattolici, le decisioni, e spiegazioni dei Concilj
generali del quarto e del quinto secolo, e quindi credevano, siccome
credono, che Gesù Cristo sia Dio: non conterranno verità le parole di
Dio? la contengono, dissero i dottori protestanti, ma nello spiegare le
parole, che la contenevano, errarono con sottili ragionamenti su i
vocaboli, sull'uso delle metafore, fatto spesso da Gesù Cristo, e con
confronti d'altri passi del Nuovo Testamento, perchè vollero, e
pretesero riformare, in iscambio di conformarsi alla tradizione, ai
Padri, ai Concilj ed ai Papi, e di credere sommessamente.- (Nota di N.
N.)
[52] In modo più spiegato e compiuto accadde sotto il regno di Eduardo
VI la Riforma della Inghilterra; ma una formale e violenta
dichiarazione, che contro la -Presenza reale- conteneasi negli articoli
fondamentali della Chiesa Anglicana, venne cancellata dall'originale per
piacere al popolo, ai Luterani, o forse anche alla regina Elisabetta
(Burnet's -History of the Reformation-, vol. II; p. 82-128-302).
[53] -Intorno a tutte queste materie si deve ammettere, e credere ciò
che insegna la Chiesa generale, spiegando di pien diritto il Nuovo
Testamento, di cui come si sa, fanno parte le lettere di S. Paolo.-
(Nota di N. N.)
[54] -È noto a' dotti, che i teologi e filosofi, detti scolastici dal
secolo duodecimo, e dopo, movevano nelle scuole sottili quistioni, che
sostenevano furiosamente con forme sillogistiche, e con vane parole da
essi adoperate invece di ragionamenti. Facevano una moltitudine di
definizioni, e distinzioni, sostenevano pertinacemente una ridicola
guerra di sillogismi, senza avere bene spesso cognizioni, e idee
positive della materia che trattavano, e dopo una lunga scena, i
questionanti stanchi dal combattere, ma nè vinti, nè vincitori, nulla
avevano imparato, e concluso. La Logica e la Filosofia d'oggidì, dopo i
Loke, i Baconi, i d'Alembert, i Condillac, sommi uomini, fondate
sull'osservazione, sull'esperienza, su i fatti, sul retto uso della
ragione, sull'analisi della cose, e delle idee, mandò in dileguo la
Scolastica. Quanto ai Padri della Chiesa, ve ne furono alcuni le cui
opinioni furono condannate, per esempio Origene e Tertuliano, dai
Concilj, e perciò se taluno di loro prepararono alcune sottili
quistioni, non è questo un appoggio a' dottori protestanti, per non
conformarsi alle spiegazioni, e decisioni de' Concilj.- (Nota di N. N.)
[55] -Il Cattolico deve dire entusiasti dell'errore.- (Nota di N. N.)
[56] «Se non vi fossimo stati Lutero ed io, diceva il fanatico Whiston
al filosofo Halley, rimarreste ancora in ginocchione dinanzi ad una
immagine di S. Vinifredo».
[57] -Il Cattolico deve ritenere tutto ciò, che gl'insegna la Chiesa
cattolica, cioè i Concilj, e se i dottori protestanti hanno levato via
molte cose da questo insegnamento, ciò non riguarda che i popoli,
ch'essi venivano a capo di persuadere, e nulla i Cattolici. Quanto poi
alle Indulgenze, ecco ciò che ci dice il Bossuet-: «Quand donc elle (la
Chiesa) impose aux pêcheurs des oeuvres pénibles, et laborieuses, et
qu'ils les subissent avec humilité, cela s'appelle satisfaction, et
lorsqu'ayant égard ou à la ferveur des pénitens, ou à d'autres bonnes
oeuvres, qu'elle leur prescrit, elle relâche quelque chose de la peine,
qui leur est due, cela s'appelle Indulgence.» -Exposition de la doctrine
de l'Eglise Catholique p. 53.- (Nota di N. N.)
[58] -L'autore qui allude al culto delle Immagini, da noi già altrove
spiegato, ed al culto esteriore prestato da' Cattolici. Il culto
interiore, ch'è quello solo, che rendono a Dio i protestanti, e ch'è
pure reso da' Cattolici, non basta; vi vuole anche il culto esteriore,
ch'è quello che prestiamo col corpo essendo pure l'uomo un composto
d'anima e di corpo: l'unione delle due parti del culto lo rendono
perfetto.- (Nota di N. N.)
[59] -La Chiesa Cattolica vuole che si sia soggetto a questa catena
d'autorità; di già la Teologia è fondata sull'autorità.- (Nota di N. N.)
[60] -La dottrina de' protestanti lascia interpretare a ciascuno la
Sacra Scrittura, ma la dottrina de' Cattolici ciò proibisce
espressamente; nessuno può, secondo la propria privata ragione,
interpretarla e intenderla; questo potere spetta soltanto a' Padri, a'
Papi, a' Concilj, ed il credente deve sommessamente ammettere soltanto
le loro spiegazioni, e rinunciare a quelle che fossero suggerite dallo
spirito privato, ch'è da riguardarsi in ciò siccome una petulanza: così
decretò due secoli e mezzo sono, il Concilio generale di Trento-:
«Praeterea ad coescenda petulantia ingenia, decernit, ut nemo suae
prudentiae innixus, in rebus fidei, et morum ad aedificationem doctrinae
Christianae pertinentium, Sacram Scripturam ad suos sensus contorquens,
contra eum sensum, quem tenuit, et tenet sancta Mater ecclesia, cujus
est judicare de vero sensu, et interpretatione Scripturarum Sanctarum,
aut etiam contra unanimem consensum patrum, ipsam scripturam sacram
interpretari audeat, etiam si ejusmodi interpretationes nullo unquam
tempore in lucem edendae forent. Qui contravenerint per ordinarios
declarentur, et poenis a jure statutis, puniantur.» Sessio 4 Conc. Trid.
-Ordina, il Concilio, che i Vescovi rispettivi debbano dichiarare, e
denunciare coloro, che interpretano la Scrittura, secondo la loro
ragione privata, quand'anche non pubblichino colle stampe le spiegazioni
date, acciò sieno puniti.- (Nota di N. N.)
[61] L'articolo Servet del Dizionario Critico del Chauffepié, è quanto
ho trovato di meglio fra gli scritti che danno conto di questa indegna
ed inumana condanna. V. anche l'abate di Artigny, -Nouveaux Mémoires
d'Histoire-, etc., t. II, p. 55-154.
[62] Move in me più ribrezzo il supplizio di Servet, che non gli
-auto-da-fè- della Spagna, e del Portogallo. 1. Giusta ogni apparenza,
lo zelo di Calvino era invelenito dall'astio e fors'anche dalla gelosia.
Egli accusò l'avversario dinanzi ai giudici di Vienna, nemici
d'entrambi; e a fine di perderlo con maggior sicurezza, ebbe la viltà di
tradire il sacro deposito di un carteggio particolare. 2. Questo atto di
crudeltà, non fu nemmeno colorato dal pretesto di un pericolo per la
Chiesa, o per lo Stato; perchè dal momento in cui Servet a Ginevra si
trasferì, vi condusse una vita tranquilla; non predicò, non pubblicò
alcun libro, non fece proseliti. 3. Un inquisitore cattolico si
sottomette almeno al giogo ch'egli medesimo ha imposto; ma Calvino
trasgredì quella sublime massima di fare agli altri quanto vorremmo
fatto a noi stessi; massima che io trovo in un tratto morale d'Isocrate
(in Nicocle, t. I, p. 93 ediz. Battie), e che precedè di quattro secoli
la pubblicazione dell'Evangelo. Α πασχονκες υφ’ ετερων οργιζεσθε, ταυτα
τοις αλλοις μη ποιειτε -Non fate agli altri quello, per cui v'adirate,
soffrendolo dagli altri.-
[63] -V. Burnet, vol. II, pag. 84-86. L'autorità del primate soggiogò il
senno e l'umanità del giovine monarca.-
[64] Erasmo può venire considerato come il padre della Teologia
nazionale. Ella sonnecchiava da un secolo, allorchè la tornarono in
onore nell'Olanda gli Arminiani, il Grozio, il Limborch e il Leclerc: in
Inghilterra il Chillingworth e i Latitudinarj di Cambridge (-Hist. of
own Times-, vol. I, p. 261-268, ediz. in 8), Tillotson, Clerke, Hoadley
ec.
[65] -La libertà di coscienza veramente non si oppone allo spirito della
religione Cristiana. Quanto poi alla tolleranza, ella è o civile, o
ecclesiastica: la prima che consiste soltanto nel non perseguitare
alcuno per motivo di religione, che non fu a grande sventura ammessa ne'
secoli di fanatismo, e di barbari costumi, e quindi furono immolate a
migliaia, e migliaia le misere vittime, e ne vennero tanti, e lunghi
disastri, è oggidì pe' progressi della filosofia, della ragione e
dell'umanità, uno de' principj fondamentali di tutti i Governi, ed è un
vero benefizio: la tolleranza ecclesiastica poi, che esigerebbe una
lunga dissertazione, consiste nel non prevalersi, per contenere nella
credenza, e nel rispetto della religione i Cristiani cattolici, che dei
mezzi, e dei metodi prescritti dall'Evangelo in quel luogo-: Sit tibi
tanquam Etnicus, et publicanus si ecclesiam non audierit. (Nota di N.
N.)
[66] Duolmi osservare che i tre filosofi del secolo passato, Bayle,
Leibnitz, e Locke, segnalatisi nel difendere sì nobilmente i diritti
della tolleranza, fossero laici, e filosofi.
[67] V. l'eccellente capitolo di Sir Guglielmo Temple, intorno la
Religione delle Province Unite. Non so perdonare al Grozio (-De rebus
belgicis, Annal.-, l. I, pag. 13, 34, ediz. in 12), l'avere approvate le
leggi imperiali che alla persecuzione si riferiscono, e serbati i suoi
biasimi al solo tribunal sanguinario della Inquisizione.
[68] Sir Guglielmo Blackstone (-Commentaries-, vol. IV, p. 53, 54),
dilucida la legge inglese qual fu posta all'atto della Rivoluzione.
Severa non solamente contro i Papisti e coloro che negano la Trinità,
essa lascerebbe un campo bastantemente ampio alla persecuzione in
generale, se lo spirito della nazione non fosse più forte di cento atti
del Parlamento.
[69] -Essi s'avvedono con dispiacere che l'audace spirito di ricerca
seco trae facilmente una poca credenza alla rivelazione, e può condurre
al deismo. Ognun sa che gli Arminiani, gli Ariani, i Nestoriani, i
Sociniani, hanno rotta la catena de' misterj creduta da' Cattolici, e si
andò avverando ciò che aveva preveduto S. Paolo-: in novissimis
temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris etc.
[70] Denunzio alla pubblica considerazione due passi del dottore
Priestley, i quali scoprono a che intendano realmente le opinioni di
questo scrittore. L'uno di essi (-Hist. of the Corruptions of
Christianity-, vol. I, p. 275, 276) dee fare tremare il sacerdozio,
l'altro (vol. II, p. 484) la magistratura.
CAPITOLO LV.
-I Bulgari. Origine, migrazioni, e fermate degli Ungaresi. Lor
correrie nell'Oriente e nell'Occidente. Monarchia de' Russi.
Particolarità sulla Geografia, e il commercio di questa nazione.
Guerra de' Russi contro l'Impero Greco. Conversione de'
Barbari.-
Sotto il regno di Costantino, pronipote di Eraclio, un nuovo sciame di
Barbari distrusse per un continuo avvenire quel cancello antico del
Danubio che fu poi così spesso atterrato, e rifabbricato. I progressi di
questi Barbari, vennero, a caso e senza che eglino stessi se ne
avvedessero, favoreggiati dai Califfi. Le legioni romane non mancavano
di faccende nell'Asia, e, dopo avere perduto la Sorìa, l'Egitto, e
l'Affrica, i Cesari si videro per due volte ridotti al rischio, e al
disdoro di difendere contro i Saracini la lor capitale. Se nel narrare
diverse particolarità intorno a questo popolo tanto spettabile, io ho
deviato alcun poco dalla linea che prefissa erami nel divisamento della
mia Opera, l'importanza del soggetto coprirà questa colpa e servirammi
di scusa. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, così negli affari di
guerra come in quelli di religione, o considerando i progressi che
fecero nelle Scienze, o la loro prosperità, o la lor decadenza, gli
Arabi eccitano sotto ogni aspetto la nostra curiosità. Possono
attribuirsi all'armi loro i primi disastri della Chiesa greca, e del
greco Impero; e i discepoli di Maometto tengono tuttavia lo scettro
civile e religioso delle nazioni dell'Oriente. Ma avrebbe argomento poco
degno di un'eguale fatica, la storia di quegli sciami di popoli selvaggi
che, nel tempo trascorso fra il settimo, e il dodicesimo secolo, ora a
guisa di passeggieri torrenti, or per una sequela di migrazioni[71]
dalle pianure della Scizia l'Europa innondarono. Barbari sono i lor
nomi, incerta la loro origine: confuso il modo onde son pervenute a noi
le lor geste. Governati da una cieca superstizione, e da un valor
brutale condotti, costoro non offerivano nella monotonia delle lor vite
pubblica e privata, nè le soavità dell'innocenza, nè i lumi della
politica. I disordinati loro assalti furono infruttuosi contra il soglio
di Bisanzio: la maggior parte di queste bande è sparita senza lasciar
vestigio di sè, e i loro miserabili avanzi rimangono, e rimarranno forse
ancor lungo tempo, sotto dominazioni ad essi straniere. Mi limiterò a
scegliere per mezzo alle antichità, I de' -Bulgari-, II degli
-Ungaresi-, III de' -Russi-, quei tratti che meritano essere conservati.
IV la Storia delle conquiste de' -Normanni-, e V della Monarchia de'
-Turchi- mi condurrà alle memorabili Crociate di Terra Santa e alla
doppia caduta della città, e dell'impero di Costantino.
[A. D. 680]
I. Intanto che movea verso l'Italia, Teodorico[72] Re degli Ostrogoti,
gli fu mestieri col debellarli, superare l'ostacolo che i Bulgari gli
opponevano. Dopo una tale sconfitta, il nome di -Bulgari-, e questa
popolazione medesima, sparvero per un secolo e mezzo; onde avvi luogo a
credere che sol per via di nuove colonie fattesi sulle rive del
Boristene, del Tanai, o del Volga, nuovamente si diffondesse in Europa o
la stessa denominazione, od una denominazione allo incirca non
dissimile. Un re dell'antica Bulgaria[73], giunto agli estremi del
vivere, lasciò ai cinque suoi figli un'ultima lezione di moderazione e
concordia, che i giovani Principi ricevettero, come d'ordinario
soglionsi ricevere dalla gioventù gli avvisi della vecchiezza, e della
esperienza. Seppellirono il padre loro, si scompartirono i suoi sudditi
e le sue mandrie, i consigli ne dimenticarono. Separatisi indi, o
ciascuno postosi a capo della sua truppa, cercarono fortuna, chi da una
banda, e chi dall'altra, e troviam ben tosto il più avventuroso di essi,
nel cuor dell'Italia sostenuto dalla protezione dell'Esarca di
Ravenna[74]; ma il corso della migrazione si volse, o venne trascinato
verso la capital dell'Impero. Allora la moderna Bulgaria, acquistando,
sulla riva australe del Danubio il nome e la forma che mantiene ancor
tuttavia, queste popolazioni ottennero per guerra, o per negoziati le
province romane della Dardania, della Tessaglia, e dei due Epiri[75];
tolsero la supremazia ecclesiastica alla città, che fu patria di
Giustiniano: e al momento della loro prosperità, la città oscura di
Licnido, ovvero Acrida, divenne la residenza del loro Re, e del loro
Patriarca[76]. Una prova incontrastabile, e dal loro idioma dedotta, ne
assicura che i Bulgari derivano dalla schiatta primitiva dagli
Schiavoni, o, per parlare con maggiore esattezza, dagli Slavoni;[77] e
che le popolazioni de' Serviani, de' Bosnj, de' Rasciani, de' Croatti,
de' Valacchi, venute dalla medesima origine[78] ec. seguirono gli
stendardi o l'esempio della tribù principale. Questo diverse tribù
tennero i diversi paesi che giaciono fra l'Eussino, e il mare Adriatico,
quali in istato di prigioniere o di suddite, quali di confederate o
nemiche del greco Impero; e il loro nome generico di Slave[79] che
equivaleva a gloria, corrotto dal caso o dalla malivolenza, non indica
oggi giorno che servitù[80]. Fra queste colonie i Crobaziani[81] o
Croatti, che oggidì fan parte della forza militare degli Austriaci,
discendono da un poderoso popolo, già vincitore e sovrano della
Dalmazia. Le città marittime, e fra l'altre la nascente Repubblica di
Ragusi, avendo implorato il soccorso e gli avvisi della Corte di
Bisanzio, Basilio ebbe tanta grandezza d'animo per consigliarle a non
serbare al romano Impero che una lieve testimonianza di lor fedeltà, e
di calmare, mercè un annuale tributo, il furore di quegli invincibili
Barbari. Undici -Zupani-, o proprietarj di grandi feudi, si
scompartivano il regno della Croazia: e le lor forze unite componeano un
esercito di sessantamila uomini a cavallo e di centomila fantaccini. Una
lunga costa di mare coperto da una catena di isole, frastagliato da ampj
porti, e quasi a veggente delle rive dell'Italia, allettava alla
navigazione i Latini, e gli stranieri. Le lancie, e i brigantini de'
Croatti erano foggiati a guisa delle barche de' primi Liburnj. E per
vero dire, cento ottanta navigli offrono l'idea d'una rilevante
marineria; ma gli uomini di mare de' nostri giorni non potrebbero
rattenere le risa in udendo memorare vascelli da guerra, la cui ciurma
non sommava a maggior numero di dieci, venti, o quaranta uomini al più.
S'introdusse a poco a poco l'usanza di adoperare più onorevolmente
siffatti navigli ai bisogni del commercio: nullameno i pirati schiavoni
erano sempre in grande numero e da temersi; e solamente sul finire del
decimo secolo la Repubblica di Venezia, si assicurò la libertà e la
sovranità del Golfo[82]. Gli antenati di questi re dalmati, peregrini
agli usi come agli abusi della navigazione, abitavano la Croazia
Bianca, le parti interne della Slesia, e della piccola Polonia, lontani,
giusta i calcoli de' Greci, trenta giornate dal Mar Nero.
[A. D. 640-1017]
Poco durevole e poco estesa del pari fu la gloria de' Bulgari[83]. Ne'
secoli nono e decimo, regnavano ad ostro del Danubio; ma più poderose
nazioni che migrate erano dopo di essi, gl'impedirono volgersi di nuovo
a settentrione, o di far progressi verso il ponente. Nondimeno
nell'oscuro novero delle loro imprese, una ne posson citare, di cui fino
a quel momento era stato serbato l'onore ai soli Goti, quella di avere
ucciso in battaglia uno fra i successori d'Augusto e di Costantino.
L'imperatore Niceforo dopo avere perduta la sua fama nella guerra
d'Arabia, perdè la vita nell'altra che contro gli Schiavoni sostenne.
Nel principio della stagione campale penetrato era con arditezza, e buon
successo, nel cuore della Bulgaria, giunto a metter fuoco alla -Corte
Reale-, che, giusta ogni apparenza, era, e non altro, un villaggio colle
case fabbricate di legno; ma intanto che al bottino si affaccendava,
ricusando ogni proposta di negoziazioni, i nemici ripresero coraggio, e,
riunite le loro forze, posero ostacoli insuperabili alla sua ritirata;
per lo che fu udito esclamare tremando: «Oimè! Oimè! A meno di valerci
d'ali come gli uccelli, non ci rimane alcuna via di salvezza». Due
interi giorni standosi nella inerzia della disperazione, aspettò il suo
destino; ma al giunger del terzo, e sorpreso il campo imperiale dai
Bulgari, il sovrano, e i grandi ufiziali della Corona nelle proprie
tende vennero trucidati. Almeno il corpo di Valente non avea sofferti
oltraggi; ma il capo di Niceforo fu esposto sopra una picca, e il cranio
del medesimo incastrato in oro, fu spesse volte empiuto di vino in mezzo
alle orgie della vittoria. I Greci, benchè deplorassero l'invilimento
cui disceso era il trono, dovettero ravvisare in ciò un giusto castigo
della avarizia, e della crudeltà. La coppa dianzi accennata facea palese
tutte le barbarie degli Sciti; pure innanzi la fine di questo medesimo
secolo, i lor costumi selvaggi si ingentilirono per una conseguenza del
commercio pacifico che ebbero co' Greci, del colto paese che
possedettero, e del Cristianesimo, che fra loro s'introdusse: i nobili
della Bulgaria vennero allevati nelle scuole, e alla Corte di
Costantinopoli, laonde Simeone[84], giovine principe della reale
famiglia fu istrutto nella Rettorica di Demostene, e nella Logica di
Aristotile.
[A. D. 927-932]
Questo Simeone abbandonò la vita monastica per assumere gli ufizj di re
e di guerriero; e sotto il suo regno, che oltre a quarant'anni durò, i
Bulgari fra le potenze del mondo incivilito presero sede. I Greci,
assaliti da questo Sovrano per più riprese, cercarono conforti dal non
risparmiargli rimproveri di perfido e di sacrilego. Inoltre si
procacciarono con danari i soccorsi de' Turchi. Ma Simeone, dopo avere
perduta contro di questi una battaglia, in un secondo scontro il
disastro emendò, riportando vittoria in un tempo ove riguardavasi qual
ventura l'evitare i colpi di questa nazion formidabile. Vinse, ridusse
in cattività, disperse la tribù de' Serviani; e chi trascorse il
territorio della Servia, prima che fosse popolato di nuovo, null'altro
potè scoprirvi fuor di cinquanta vagabondi, privi di mogli e di figli, e
che una sussistenza precaria traevano dalla caccia. I Greci soffersero
una sconfitta alle rive dell'Acheloo, presso gli autori classici tanto
famose[85], e il corno del Dio dal vigore dell'Ercole barbaro fu messo
in pezzi. Simeone strinse d'assedio Costantinopoli, e, in un parlamento
avuto coll'Imperatore gli dettò le condizioni della pace. Nel convenire
l'uno alla presenza dell'altro, tutte le cautele della diffidenza
adoperarono. La reale galea venne legata ad una munitissima piattaforma
che a tal fine era stata costrutta; e il Barbaro si mostrò vano di
pareggiare in pompa la maestà della porpora. «Siete voi cristiano?
Romano gli chiese umilmente: dovete astenervi dal versare il sangue de'
vostri fratelli. Fu sete di ricchezze che vi fece rinunziare ai beni
della pace? Rimettete la vostra spada nel fodero; aprite la mano, e
appagherò i vostri più avidi desiderj.» Una lega domestica fu il
suggello della riconciliazione: venne pattuita, o rimessa fra entrambi i
popoli la libertà del commercio; i primi onori della Corte retribuiti,
per espressa condizione, e a preferenza degli Ambasciatori de' nemici e
degli stranieri[86], ai confederati della Bulgaria: i principi bulgari
ottennero il glorioso titolo di -Basileus- o Imperatore, il che fu
argomento d'odio e d'invidia. Ma durata per poco questa buona
intelligenza, le due nazioni ripresero l'armi alla morte di Simeone, i
cui deboli successori, separatisi fra loro, la propria distruzione
operarono. Nel principio dell'undicesimo secolo, Basilio II nato nella
porpora, meritò il soprannome di vincitore de' Bulgari; e un tesoro di
quattrocentomila lire sterline (del peso di diecimila libbre d'oro) che
ci trovò nella reggia di Licnido, saziò in qualche modo la sua avarizia.
Usò a mente fredda una vendetta raffinata ed atroce contro quindicimila
prigionieri, non colpevoli d'altro che di avere difesa la loro patria.
Cavati gli occhi a questi infelici, solamente per ogni centinaio
d'uomini fatti ciechi, si lasciava un occhio ad uno di essi, perchè
potesse scortare gli altri a piedi del vinto loro monarca. Vuolsi che il
re de' Bulgari morisse di terrore, e di angoscia al contemplare un sì
miserando spettacolo, per cui agghiadando parimente di spavento tutti i
suoi sudditi, scacciati vennero facilmente dal lor paese, e in angusto
territorio a vivere confinati. Quelli fra i Capi che a tanta calamità
sopravvissero, non altro raccomandarono ai loro figli che pazienza e
vendetta.
[A. D. 884]
II. Allorchè il folto sciame degli Ungaresi, si mostrò per la prima
volta in atto di piombare sull'Europa, nove secoli incirca dopo l'Era
cristiana, le nazioni sopraffatte dallo spavento e dalla superstizione,
immaginarono essere queste genti il -Gog- e il -Magog- della Scrittura,
i segnali e i forieri del finimondo[87]. Poichè la letteratura si è fra
essi introdotta, sonosi dati alla ricerca degli antichi monumenti della
loro storia con ardore di curiosità patriottica, veramente degna
d'encomj[88]. Rischiarati dai lumi di una sana critica, non può omai
tenergli a bada una vana genealogia che da Attila dagli Unni li fa
discendere; bensì dolgonsi dei primi loro archivj periti nella guerra
de' Tartari; in guisa che hanno dimenticato da lungo tempo il
significato o vero, o favoloso, delle rustiche loro canzoni; e si vedono
costretti a conciliar con fatica gli avanzi di una cronaca informe[89]
colle particolarità della loro storia pubblicata dall'Imperatore, che ha
scritto intorno alla amministrazione e alla geografia del greco
Impero[90]. -Magiar- era il vero nome degli Ungaresi, perchè così
chiamavansi da sè medesimi, e sotto questo nome conosciuti erano
nell'Oriente. I Greci li distinguevano dalle altre tribù della Scizia,
col nome particolare di Turchi, siccome usciti da quella gigantesca
nazione che avea conquistata e governata tutta la estensione di paese
situata fra il Volga e la Cina. La popolazione stanziatasi nella
Pannonia avea corrispondenza di commercio, o di amicizia coi Turchi che
soggiornavano ad oriente verso i confini della Persia; erano scorsi tre
secoli e mezzo dopo la migrazione di queste genti, allorchè i missionarj
del Re di Ungheria scopersero in riva al Volga, e riconobbero la patria
de' loro antenati. Ivi accolti vennero da' selvaggi idolatri che il nome
di Ungaresi ancor mantenevano, conversarono con essi usando del loro
idioma, e rammentando una tradizione ad essi rimasta della partenza di
una mano di loro compatriotti ch'essi riguardavano da lungo tempo
perduti, udirono con sorpresa la maravigliosa storia del nuovo loro
reame, e della nuova religione che aveano abbracciata. I vincoli di
sangue aggiunsero ardore allo zelo del proselitismo. Uno fra i più
grandi principi della colonia ungarese d'Europa, meditò il disegno
generoso, ma inutile, di trapiantare ne' deserti della Pannonia quella
banda di Ungaresi Tartari[91]. Questi vennero scacciati dalla patria de'
lor maggiori, e spinti ver l'occidente dalla guerra, dal capriccio di
alcune bande, e dalla forza superiore di più lontane tribù che, uscite
dal fondo dell'Asia, si impadronivano a mano a mano de' paesi che lungo
il cammino trovavano. La ragione, o il caso condusse questi Ungaresi
verso i confini dell'Impero romano; e giusta il loro stile, si fermarono
alle rive de' grandi fiumi, per lo che sonosi scoperte ne' dintorni di
Mosca, e di Kiovia, e nel territorio della Moldavia, le vestigia del
soggiorno lor momentaneo[92]. In tai lunghe e variate peregrinazioni non
sempre veniva lor fatto il sottrarsi alla dominazione del più forte; la
mescolanza di una progenie straniera o migliorò, o viziò la purezza del
loro sangue; molte tribù di Chazari, o per forza, o volontariamente,
agli antichi loro vassalli si collegarono, introducendo fra essi l'uso
di un secondo idioma; e la fama che aveano di valore, ottenne a questi
il posto più onorevole nell'ordine della battaglia. Le truppe dei Turchi
e de' lor confederati, formavano sette divisioni militari di pari forza:
ciascuna delle quali comprendeva trentamila ottocento cinquantasette
guerrieri: talchè calcolando le donne, i fanciulli, e i servi, colla
proporzione ordinaria, il numero di questi migrati si troverà essere
asceso almeno ad un milione. Sette Vevodi o Capi ereditarj conduceano
gli affari pubblici; ma le discordie, e la debolezza della loro
amministrazione fecero comprendere la necessità del governo più semplice
e vigoroso di un solo. Lo scettro ricusato dal modesto Lebedias, ai
natali e al merito di Almo, e di Arpad figlio di Almo fu conceduto; e il
popolo giurò di obbedire al suo principe, questi di consultare la
felicità e la gloria del suo popolo; e l'autorità del supremo Kan de'
Cazari un tale patto formò.
Le accennate particolarità potrebbero bastare, se l'acume de' moderni
dotti non avesse aperto ai nostri sguardi un nuovo e più vasto campo di
cognizioni sulla storia degli antichi popoli. La lingua degli Ungaresi
che si distingue sola, e come lingua a parte fra i dialetti schiavoni,
ha un'affinità sensibile ed intrinseca cogl'idiomi della schiatta
finnica[93], popolo selvaggio che più non conosciamo oggi giorno, e che
occupava altre volte le regioni settentrionali dell'Asia, e dell'Europa.
La loro primitiva denominazione di -Ugri-, o -Igur-, trovasi sul confine
Occidentale della Cina[94]; alcuni monumenti tartari provano la
migrazione di questi popoli sulle rive dell'Irtish[95]; un nome e un
idioma somigliante rinvenivasi nelle parti australi della Siberia[96], e
gli avanzi delle finniche tribù rimangono a più distanze sparsi sopra
una grande estensione, che incominciando dalla sorgente dell'Oby, va a
terminarsi alle coste della Lapponia.[97] Gli Ungaresi, e i Lapponi
usciti d'una medesima origine, offrirebbero un segnalato esempio de'
poderosi effetti del clima, che fra i discendenti di uno stesso padre
pone tanta opposizione, qual la veggiamo tra gli avventurieri che oggidì
s'inebbriano col vino delle rive del Danubio, e i miseri fuggiaschi,
sepolti in mezzo alle nevi del Circolo polare. Le armi, e la libertà
furono mai sempre le passioni dominanti, ma troppo spesso infelici degli
Ungaresi, cui la Natura e forza di corpo, e vigor d'animo compartì[98].
L'eccessivo freddo ha impicciolita la statura de' Lapponi, e
addiacciate, per così dire, le facoltà loro intellettuali. Fra tutti i
figli degli uomini, le solo tribù artiche ignorano che sia guerra, e non
mai versarono sangue umano: fortunata ignoranza, se la loro vita
tranquilla fosse un effetto della ragione e della virtù[99]!
L'autore della -Tattica-[100], l'Imperatore Leone, nota che tutte le
orde della Scizia si rassomigliavano nella lor vita pastorale, e
militare; che tutte usavano dei medesimi modi di sussistenza, e di
eguali strumenti di distruzione; ma aggiugne che le due nazioni de'
Bulgari e degli Ungaresi, erano superiori alle altre, e si conformavano
scambievolmente per certe miglioranze, benchè imperfette, che aveano
portate nella loro disciplina, e nel loro governo: affinità che è stata
a Leone un motivo di confondere i suoi amici, e i suoi nemici in una
medesima descrizione, cui accrescono vivacità alcuni tratti da esso
tolti agli autori contemporanei. Eccetto le prodezze, e la gloria
militare, cotesti Barbari giudicavano vile, e degno di sprezzo, tutto
quanto gli altri uomini estimano: la violenza naturale del loro animo
acquistava forza dall'orgoglio di trovarsi in molti, e da un sentimento
ingenito di libertà. Aveano tende di cuoio: coprivansi di pellicce: si
tagliavano i capelli, e si faceano ferite sul volto; lentamente
parlavano; operavano prontamente: violavano con impudenza i Trattati, e,
non meno di tutti gli altri Barbari, troppo ignoranti per sentire
l'importanza della verità, erano poi troppo orgogliosi per negare, o
palliare le trasgressioni che, contro gli obblighi più solenni, a sè
medesimi permetteano. Alcuni hanno lodata la costoro semplicità; ma in
sostanza si asteneano da un lusso che non conoscevano; ansiosi però
d'impadronirsi di tutto quanto fermava il lor guardo; insaziabili ne'
lor desiderj, e forniti della sola industria che alla rapina e al
ladroneccio appartiene. Questa dipintura di una nazione di pastori,
racchiude tutto quanto potrebbe dirsi più partitamente ed estesamente
sui costumi, il Governo, il modo di guerreggiare di tutti i popoli allo
stesso grado di civiltà pervenuti. Aggiugnerò che gli Ungaresi doveano
alla pesca e alla caccia una parte di lor sussistenza, e che, essendo
stato osservato che coltivavano -di rado- la terra, da ciò stesso può
inferirsi che ne' loro nuovi possedimenti abbiano tentata -qualche-
lieve ed informe esperienza di coltivazione. Nelle loro migrazioni, e
forse nelle loro spedizioni guerriere, scorgeasi al retroguardo
dell'esercito un nugolo spaventoso di polvere, sollevata dalle migliaia
di pecore e di buoi, che manteneano fra essi una salubre, e costante
copia di latte, e di nudrimento animale. Le prime cure del Generale
all'abbondanza de' foraggi volgeansi, e quando le mandrie eran sicure
del loro pascolo, que' coraggiosi guerrieri non sentivano più nè
pericolo, nè fatica. La confusione de' loro campi, ove, sopra un vasto
spazio di terreno, sparsi stavano indistintamente gli uomini e il
bestiame, gli avrebbe di leggieri avventurati a notturne sorprese, se
non avesse guardati i dintorni del campo medesimo la loro cavalleria
leggiera, che sempre per esplorare e impedire l'avvicinar del nemico in
continuo moto si stava. Dopo avere fatte alcune esperienze sugli usi
militari de' Romani, ammisero fra i proprj attrezzi di guerra la spada,
e la lancia, l'elmo del soldato, e l'armadura del cavallo; ma l'arco
usato nella Tartaria fu sempre l'arma lor principale. I loro figli e
schiavi venivano addestrati fin da' primi anni al tiro delle frecce, e
al governo de' cavalli; forniti di braccio vigoroso, e d'occhio sicuro,
in mezzo a rapidissima corsa sapeano volgersi addietro, ed empir l'aere
d'un nembo di dardi. Nè meno formidabili in una battaglia ordinata, o in
un agguato, mostravansi terribili, se fuggivano dal nemico, terribili se
lo inseguivano. Le prime linee serbavano un'apparenza di ordine; ma
spinte avanti dall'impeto delle linee posteriori, scagliavansi con
impazienza sull'inimico. Dopo averlo messo in rotta, lo inseguivano a
capo chino, e a sciolte briglie, mandando orribili grida: se eglino
stessi prendevan la fuga in un istante di terrore o vero, o simulato,
l'ardor delle truppe che credeansi vincitrici, venia represso e punito
dalle subitanee fazioni che sapeano essi intraprendere, in mezzo anche
ad una corsa la più rapida e disordinata. Portarono l'abuso della
vittoria a tale eccesso, che ne rimase attonita l'Europa, ancor dolente
degli aspri colpi ricevuti dai Danesi, e dai Saracini; rare volte
chiedean quartiere, più rare volte lo concedeano: entrambi i sessi
venivano accusati di avere un animo inaccessibile alla pietà: credeasi
bevessero il sangue, e divorassero il cuore de' vinti, racconto popolare
al quale conciliava credenza la loro propensione al mangiar carni crude.
Non quindi gli Ungaresi ignoravano affatto que' principi di umanità e di
giustizia che la natura indistintamente a tutti gli uomini inspira.
Aveano leggi, e punizioni instituite contra i delitti pubblici e
privati: il furto, più seducente di tutti i delitti in un campo aperto,
ove ogni cosa sotto la tutela della confidenza pubblica posavasi, veniva
anche castigato come il più pericoloso; oltrechè trovavansi fra que'
Barbari molti individui, ne' quali le naturali virtù, più delle leggi
contribuivano a dirozzare i loro costumi, e che provandone tutte le
affezioni, i doveri della vita sociale adempievano.
[A. D. 889]
Le bande turche, dopo avere lungo tempo errato, poste ora in fuga, or
vittoriose, si avvicinarono alle frontiere comuni dell'Impero franco, e
del greco. Le prime loro conquiste, e i primi paesi ove posero stabil
dimora, si estesero lungo le rive del Danubio, al di sopra di Vienna, al
di sotto di Belgrado, e oltre ai limiti della romana Pannonia, ossia del
moderno regno dell'Ungheria[101]. Su questo vasto e fertile territorio
stanziavano i Moravi, tribù di Schiavoni che gli Ungaresi scacciarono,
confinandoli entro il ricinto di piccolo territorio. L'Impero di
Carlomagno estendeasi, almen di nome, sino ai confini della
Transilvania. Ma estinta la linea legittima di questo Monarca, i duchi
della Moravia non prestarono oltre obbedienza e tributo ai sovrani della
Francia Orientale. Il bastardo Arnolfo si lasciò guidare dal
risentimento a chiedere il soccorso de' Turchi, i quali si gettarono a
precipizio entro lo steccato che l'imprudenza loro disserrò: onde
giustamente questo sovrano della Germania ebbe rimprovero di avere
traditi gli interessi della società civile ed ecclesiastica de'
Cristiani. Finchè visse Arnolfo, la gratitudine, o il timore tennero in
freno gli Ungaresi: ma durante la fanciullezza di Lodovico, figlio e
successore di Arnolfo, scopersero ed invasero la Baviera: e tale era la
lor prestezza, affatto scitica, che in un sol giorno portavano via, e
consumavano lo spoglio di un territorio di cinquanta miglia di
circonferenza. Alla battaglia di Haubsburgo, i Cristiani conservarono la
superiorità sino all'ora settima della giornata: ma finalmente sorpresi
rimasero, e vinti da una simulata fuga della turca cavalleria.
L'incendio si dilatò sulle province della Baviera, della Svevia e della
Franconia, e gli Ungaresi[102], costringendo i più possenti fra i baroni
ad ammaestrare nella guerra i proprj vassalli, e ad affortificare le
loro castella, divennero la cagion principale dell'anarchia. A questa
epoca disastrosa viene assegnata l'origine delle città murate: non v'era
lontananza che guarentisse assai da un nemico, il quale, pressochè nel
medesimo istante, il monastero di S. Gallo nella Svizzera, e la città di
Brema, situata sulle coste dell'Oceano settentrionale, inceneriva.
L'Impero, ossia il reame dell'Alemagna, rimase per più di trent'anni
soggetto alla umiliazione del tributo, ed ogni resistenza cedè alla
minaccia fattasi dagli Ungaresi di condurre schiavi i fanciulli e le
donne, e di trucidare tutti i maschi che oltrepassassero i dieci anni.
Nè posso, nè bramo seguir queste genti al di là del Reno: accennerò
soltanto, maravigliandone, che le province meridionali della Francia
sentirono esse pur la burrasca, e che l'avvicinare di questi formidabili
stranieri spaventò la Spagna dietro a' suoi Pirenei[103]. La vicinanza
dell'Italia avea eccitate le prime correrie di costoro: nondimeno dal
lor campo della Brenta videro con una spezie di terrore la forza e la
popolazione apparenti della contrada recentemente scoperta per essi; e
la permissione di ritirarsi sollecitarono. Ma il Re d'Italia ne ributtò
con orgoglio l'inchiesta; ostinatezza e temerità che a ventimila
Cristiani costarono la vita. Di tutte le città dell'Occidente, Pavia,
residenza del Governo, era la più celebre pel suo splendore, e in questa
fama Roma stessa non la vincea che per le possedute reliquie de' Santi
Appostoli. Gli Ungaresi comparvero, e Pavia andò tutta in fiamme:
incenerirono quarantatre chiese, trucidarono gli abitanti, nè
risparmiarono che circa dugento miserabili, i quali, giusta le vaghe
esagerazioni de' contemporanei, pagarono il proprio riscatto con alcune
staia d'oro e d'argento, tratte dalle fumanti rovine della lor patria.
Intanto che gli Ungaresi partivano ogni anno dal piè dell'Alpi per far
saccheggi ne' dintorni di Roma e di Capua, le Chiese non per anco tocche
dal ferro de' Barbari, rintronavano di questa lamentevole litania.
«Salvateci, e liberateci dai dardi degli Ungaresi;» ma i Santi furono
sordi, o rimasero inesorabili, e il torrente barbarico agli estremi
confini della Calabria sol si fermò[104]. I vincitori acconsentirono a
negoziar pel riscatto di ciascun individuo italiano, e dieci staia di
argento vennero nel campo turco versate; ma la falsità è l'arma che suol
naturalmente opporsi alla violenza, e i ladri, così nel numero de'
contribuenti, come nel titolo de' metalli, si trovarono delusi. Dalla
parte d'oriente, gli Ungaresi ebbero a combattere a forze eguali, e con
dubbioso successo, i Bulgari, ai quali la loro religione non permetteva
il collegarsi co' Pagani, e che, per la lor situazione servivano di
antemurale all'Impero di Bisanzio; ma questo antemurale fu rovesciato; e
l'Imperatore di Costantinopoli vide sventolarsi dinanzi agli occhi le
bandiere de' Turchi, mentre uno de' più audaci fra lor guerrieri, ardiva
colla sua azza da guerra percotere la Porta d'Oro. L'astuzia e i tesori
de' Greci tennero lontano l'assalto; nondimeno gli Ungaresi, di avere
assoggettati a tributo il valore della Bulgaria, e la maestà de'
Cesari[105], poteron vantarsi. Le fazioni di questa stagione campale
furono tanto rapide ed estese, che fanno parere maggiori ai nostri occhi
la forza e il numero de' Turchi; ma tanto più è degno di lode il loro
coraggio, perchè un corpo di trecento o quattrocento uomini a cavallo
intraprese e sovente mandò a termine le sue corse sino alle porte di
Tessalonica, e di Costantinopoli. Epoca disastrosa dei secoli nono e
decimo, in cui l'Europa si vide assalita in una volta da Settentrione,
da Oriente, e da Mezzogiorno; molte contrade della medesima vennero a
vicenda devastate dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Saracini, e Omero
avrebbe potuto paragonare questi selvaggi nemici a due lioni che
ruggiscono sullo sbranato corpo di un cervo[106].
[A. D. 934]
L'Alemagna e la Cristianità andarono debitrici di lor salvezza a due
Principi Sassoni, Enrico l'Uccellatore, e Ottone il Grande, che in due
memorabili battaglie, fiaccarono per sempre la possanza degli
Ungaresi[107]. Il prode Enrico che giacea infermo, allora quando intese
la notizia della invasione, dimenticando il suo debole stato, si pose a
capo delle soldatesche, perchè l'animo suo conservava intero il proprio
vigore; e il buon successo alle provvisioni che egli diè corrispose.
«Miei colleghi, egli diceva ai soldati nella mattina della pugna, ognun
di voi stia fermo sulla sua linea: i vostri scudi ricevano le prime
frecce de' Pagani, e prima che costoro vengano ad una seconda scarica,
colle lancie in resta correte rapidamente sovr'essi». I soldati
obbedirono, e furono vincitori. In un secolo d'ignoranza, Enrico ricorse
alle Belle Arti per far perpetuo il suo nome, e le dipinture istoriche
del castello di Merseburgo, ci hanno trasmesse le sue geste, o almeno
quegli atti della sua vita che meglio fanno scorgere l'indole di un
tanto monarca[108]. Venti anni dopo, i figli de' Turchi caduti sotto i
colpi di Enrico, invasero gli Stati del figlio del vincitore, e giusta i
calcoli più moderati, il costoro esercito a centomila uomini a cavallo
sommava. Sollecitati dalle fazioni dell'Impero Alemanno, e, profittando
de' passi che loro vennero aperti dai traditori, spintisi oltre il Reno
e la Mosa, penetrarono sin nel cuor della Fiandra. Ma il vigore e la
prudenza di Ottone la congiura dispersero. I Principi del Corpo
germanico avendo compreso, come, non rimanendo fedeli gli uni agli
altri, perderebbero inevitabilmente la loro religione, e la loro patria,
le forze di tutta la nazione sulla pianura di Augusta assembraronsi.
Marciò questo esercito, e combattè distribuito in otto legioni,
proporzionate al numero delle province e delle tribù. Le tre prime erano
composte di Bavaresi, di Franconj la quarta; la quinta di Sassoni
comandati dal lor monarca in persona: la sesta e la settima di Svevi;
l'ottava di mille Boemi che militavano al retroguardo. I soccorsi della
superstizione, che in siffatte congiunture possono aversi per onorevoli,
e salutari[109], a quelli della disciplina e del valore si collegarono.
Venne prescritto ai soldati purificarsi con un digiuno; il campo
ringorgava di reliquie di Santi, e di martiri: e l'eroe cristiano
cignendo la spada di Costantino, e armato dell'invincibile lancia di
Carlomagno, fece sventolare la bandiera di S. Maurizio, prefetto della
legione tebana. Ma soprattutto affidavasi alla santa lancia[110], la
punta della quale era stata fatta coi chiodi della vera Croce, lancia
che il padre di Enrico avea tolta al Re di Borgogna minacciandolo di
guerra, e presentandolo di una provincia. Credeasi che gli Ungaresi
assalirebbero di fronte; ma questi, valicato segretamente il Lech, fiume
della Baviera che mette foce al Danubio, intrapresero di fianco
l'esercito cristiano, ne devastarono le bagaglie, e portarono confusione
fra le legioni della Boemia e della Svevia. I Franconj riordinarono la
battaglia; il loro Duca, il valoroso Corrado, fu ferito da una freccia
nel momento che ritirato erasi del campo della pugna per gustar breve
riposo. I Sassoni sotto gli occhi del loro Re combatterono, e tal
vittoria ottennero, che per difficoltà superate, e per le conseguenze
che ebbe, ogni trionfo de' due trascorsi secoli oltrepassò. Gli Ungaresi
perdettero ancora più gente nella fuga che nel durare dell'azione,
perchè trovavansi rinserrati fra mezzo ai fiumi della Baviera, nè le
passate lor crudeltà lasciavano ad essi alcuna speranza di ottenere
misericordia. Tre Principi ungaresi caduti nelle mani de' vincitori
vennero appiccati a Ratisbona, gli altri prigionieri o strozzati, o
privi di qualche lor membro; que' fuggitivi che osarono tornarsene fra i
loro compatriotti, il rimanente di loro vita nella povertà, e nel
disonore[111] condussero. Però un tale disastro depresse il coraggio, e
l'orgoglio di questi Pagani, che munirono di fosse e di baluardi i passi
più accessibili dell'Ungheria. L'avversità inspirò loro sentimenti di
moderazione e di pace: i devastatori dell'Occidente si rassegnarono a
vita sedentaria, e un saggio Principe insegnò alla futura generazione
quai vantaggi ella potesse ritrarre dall'agricoltura, e dal commercio
delle produzioni di quel fertilissimo suolo. La schiatta primitiva, il
sangue turco, o finnico si mescolò con quello di nuove colonie d'origine
scitica o schiavona[112]: migliaia di prigionieri robusti, e industriosi
vennero colà trasportati da tutte le contrade europee[113]. Geisa, dopo
essersi stretto in nozze con una principessa di Baviera, concedè
dignità, e dominj ai Nobili della Alemagna[114]. Il figlio di Geisa
assunse il titolo di Re, e la dinastia di Arpad diede leggi all'Ungheria
per tre secoli. Ma non abbagliati dallo splendor del diadema que'
Barbari, nati liberi, accadde che il popolo facesse valere il suo
diritto di scegliere, di rimovere e di castigare il servo ereditario
dello Stato.
[A. D. 839]
III. Nel nono secolo, all'occasione di un'ambasceria che Teofilo,
Imperator d'Oriente inviò all'Imperator d'Occidente, Luigi, figlio di
Carlomagno, il nome di -Russi-,[115] cominciò per la prima volta ad
essere conosciuto in Europa; perchè i Greci erano accompagnati dagli
Ambasciatori del gran Duca o -Sciagan- o -czar- de' Russi. Questi
ambasciatori, nel trasferirsi a Costantinopoli, aveano dovuto toccare il
territorio di molte popolazioni nemiche al lor paese, e speravano
sottrarsi ai pericoli di cui li minacciava il tornare addietro,
coll'ottenere dal francese Monarca i modi a fine di restituirsi in
patria per mare. Un attento esame fece scoprire l'origine di costoro:
discendevano dalla schiatta degli Svevi, e de' Normanni, il cui nome
erasi già fatto odioso e formidabile ai Francesi; laonde, nè a torto, si
paventò, che questi ambasciatori russi fossero altrettanti esploratori,
sotto colore d'amicizia colà venuti. Gli Inviati greci partirono, ma
altrettanto non si permise ai Russi, perchè Luigi volea nuovi
schiarimenti, prima di risolversi ad attenersi per riguardo loro o alle
leggi della ospitalità, o a quelle della prudenza, giusta quanto
l'interesse di entrambi gli Imperi avrebbe indicato[116]. Gli Annali
moscoviti e la storia generale del Nort provano con molte dilucidazioni
questa origine scandinava del popolo, o almeno de' Principi, della
Russia[117]. I Normanni, per sì lungo tempo sepolti in una impenetrabile
oscurità, furono d'improvviso infiammati dallo spirito delle avventure
così marittime, come terrestri. Le vaste regioni, e, a quanto è stato
detto, popolosissime, della Danimarca, della Svezia, e della Norvegia,
abbondavano di Capi independenti, e di forsennati venturieri, che
incresciosi degli ozj della pace, fra le angosce della morte sol
sorrideano. I giovani Scandinavi altra professione non avendo che il
corseggiare, in questa unicamente ponevano la loro gloria e la loro
virtù. Stanchi di un clima addiacciato, e d'un paese fra stretti limiti
chiuso, brandivano l'armi all'uscir d'un banchetto, suonavano il corno,
salivano sui lor navigli, e trascorreano tutte le rive, che di bottino,
o di miglior soggiorno li lusingavano. Primo teatro delle loro imprese
marittime fu il mar Baltico; e col nome di -Varagi- o -Varangi-[119], o
Corsari, approdando alla costa orientale, oscura dimora delle tribù
finniche, e schiavone, ricevettero dai Russi del lago Ladoga un tributo
di pelli di scoiattoli bianchi. Superiori ai nativi e per maestria nelle
armi, e per disciplina, e per celebrità, timore e rispetto a quelli
ispiravano: e quando portarono la guerra fra i Selvaggi dimoranti nelle
parti più interne di que' paesi, i Varangi non dissentirono dal
combattere con loro, come collegati, e ausiliari, e fosse per elezione
de' Russi, o per conquista, pervennero a poco a poco a dominar sopra un
popolo che in istato erano di proteggere. Per praticata tirannide si
fecero poi discacciare, e pel valore che li rendea necessarj, richiamati
furono di bel nuovo. Intanto che Ruric, Capo scandinavo, divenne
fondatore di una dinastia che più di settecento anni regnò, i fratelli
di Ruric ne dilatarono la possanza: solleciti di secondarlo i suoi
compagni d'armi, ne imitarono anche la usurpazione nelle province
australi della Russia; e le diverse loro conquiste, consolidate, giusta
l'uso, dalla guerra e dagli assassinj, in una possente Monarchia per
ultimo si congiunsero.
I discendenti di Ruric vennero lungo tempo riguardati come stranieri e
conquistatori. Governando eglino colle armi de' Varangi, presentavano di
dominj e di sudditi i fidi lor capitani, e nuovi venturieri venendo
dalle coste del Baltico, aumentavano ad essi il numero de'
partigiani[120]. Ma poichè la dominazione de' Capi scandinavi ebbe
acquistata stabilità, essi alle famiglie russe s'imparentavano; ne
assunsero la religione e la lingua; e Valadimiro I ebbe la gloria di
liberare da mercenarj stranieri la patria. Costoro lo avean posto sul
trono; ma le ricchezze del Principe, non bastando alle loro pretensioni,
egli giunse accortamente a persuaderli a cercarsi un padrone, non più
grato di lui, ma più dovizioso, e di veleggiare alle greche rive, ove il
loro valore troverebbe compenso, non di pelli di scoiattolo, ma d'oro e
di seta. In questo mezzo, il Principe russo avvertiva l'Imperator di
Bisanzo di disperdere qua e là, di tenere in faccende, di ricompensare,
ed anche frenare questi impetuosi figli del Settentrione. Gli Autori
greci contemporanei descrivono questo arrivo dei Varangi; da essi sotto
questo nome additati, e ne danno a conoscere l'indole. Il fatto è che
ogni giorno si acquistarono maggiore stima e confidenza, e raccolti a
Costantinopoli, ebbero ivi l'incarico della guardia del palagio;
accresciuti di poi da una banda numerosa di loro compatriotti, gli
abitanti di -Thule-; denominazione di paese generale e vaga, che in tal
circostanza alla Inghilterra si riferisce. Erano pertanto i nuovi
Varangi una colonia di Inglesi e Danesi al normanno giogo sottrattisi.
La consuetudine del migrare e del corseggiare avea riuniti i diversi
popoli della terra: questi esuli, ben ricevuti alla Corte di Bisanzo,
ivi conservarono, sino agli ultimi anni dell'Impero, una lealtà immune
da taccia, e l'uso delle lingue inglese e danese. Armato l'omero della
loro larga azza da guerra a due tagli, accompagnavano l'Imperatore al
tempio, al senato e all'Ippodromo; alla fedele loro guardia ei doveva la
tranquillità de' suoi sonni e de' suoi conviti; fra le lor mani, sicure
del pari e coraggiose, le chiavi del palagio, dell'erario e della
Capitale si stavano[121].
Nel decimo secolo le geografiche cognizioni che si aveano sulla Scizia
erano assai più estese di quelle degli Antichi; e la monarchia dei Russi
tiene una importante sede nel ragguaglio offertone da Costantino sulle
diverse nazioni del globo[122]. Il figlio di Ruric dominava la vasta
provincia di Wolodimir o Moscovia, e se i Russi da questo lato aveano
per impedimento ad estendersi di più le orde orientali, verso occidente
il loro Impero fino al mar Baltico e alla Prussia si dilatava. Verso
tramontana, oltrepassava il sessantesimo grado di latitudine di quelle
regioni iperboree che la nostra immaginazione ha empiute di mostri, o di
una notte eterna coperte. Dalla parte di ostro seguivano il corso del
Boristene fino in vicinanza all'Eussino. Le tribù dimoranti, o errabonde
in questa vasta contrada, allo stesso vincitore obbedivano, e a poco a
poco una medesima nazione formarono. La lingua russa attuale non è che
un dialetto della schiavona; ma nel decimo secolo, questi due idiomi
erano ben distinti l'uno dall'altro, e poichè lo schiavone ha prevalso
ne' climi australi, v'è luogo a credere che i Russi boreali, soggiogati
sulle prime dal General de' Varangi, alla schiatta finnica
appartenessero. Le migrazioni, le unioni, o le separazioni delle tribù
erranti, hanno cambiato continuamente il quadro mobile del deserto della
Scizia; pur trovansi nella carta più antica della Russia tai luoghi che
non hanno mai cambiato di nome. Novogorod[123], e Kiovia[124], le due
Capitali, fin dai primi tempi della Monarchia hanno esistenza. Novogorod
però non veniva ancora intitolata la Grande; non per anche erasi
confederata colla Lega anseatica, che le ricchezze e i principj della
libertà ha diffusi in Europa. Kiovia non superbiva ancora de' suoi
trecento tempj, di quella innumerevole popolazione, di quel grado di
magnificenza e splendore, onde la paragonavano a Costantinopoli coloro
che non aveano mai veduta la residenza de' Cesari. Le due città non
erano sulle prime che campi, o fiere, soli ritrovi che s'avessero i
Barbari per concertarsi sulle bisogne della guerra, o del commercio.
Pure queste assemblee annunziano alcuni progressi nella civiltà. Venne
tratta dalle province del Mezzogiorno una razza di animali, gli animali
cornuti; e lo spirito di commercio, per terra e per mare, si dilatò dal
Baltico all'Eussino, dalla foce dell'Oder al porto di Costantinopoli.
Sotto il regno del Paganesimo e della barbarie, i Normanni aveano
arricchita la città schiavona di Giulino, dalle loro cure ridotta a
ricettacolo di commercio[125]. Da questo porto situato alla foce
dell'Oder, i corsari e i mercatanti giugnevano in quarantatre giorni
alle coste orientali del Baltico. Quivi le popolazioni più rimote si
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