vittorie, e sol dobbiamo lamentarci dall'esagerazione di chi, raccontando le prodezze de' Franchi, ogni probabilità oltrepassò. Col fendente della sua spada[480], Goffredo spaccò in due parti dalla spalla all'anca un Turco, del cui cadavere cadde una metà, l'altra il corridore del Franco fino alle porte di Antiochia si trasportò. Roberto di Normandia, galoppando allo scontro dell'avversario, -pietosamente- esclamò: «consacro la tua testa ai demonj dell'inferno», e col primo colpo di sciabola gli fendè il capo insino al petto: ma la realtà o la fama di tali gigantesche avventure[481], avrà certamente persuasi i Musulmani, a trincerarsi entro le loro mura, e contro mura di mattoni e di terra, sono armi impossenti la lancia e la spada. L'ignoranza e la negligenza de' Crociati, li rendea mal atti a regolare le lunghe e successive fazioni di un assedio; oltrechè, mancavano e d'intelligenza per inventare le macchine che le possono agevolare, e di danaro per provvederle, e d'industria per prevalersene. Nella conquista di Nicea, eransi maravigliosamente giovati dell'erario e del sapere dell'Imperatore Alessio, e di questo possente soccorso mal teneano luogo nel secondo assedio, alcuni legni pisani e genovesi, che il commercio, o la religione traevano sulle coste della Sorìa. Penuriavasi di vettovaglie, incerti i modi di provvederle, difficili e pericolose le comunicazioni. Fosse trascuratezza, o impotenza, i Cristiani non aveano stretta per ogni lato la città, e due porte di essa, rimaste libere, assicuravano continuamente nuovi rinforzi e viveri alla guernigione. In sette mesi d'assedio, i Crociati videro pressochè distrutta la loro cavalleria, oltre ad uno sterminato numero di soldati, che le fatiche, la fame e le diffalte lor tolsero; nè intanto alcun considerabile progresso avevano fatto. E forse più lungo tempo incerto sarebbe stato l'esito di loro impresa, se lo scaltrito e ambizioso Boemondo, l'Ulisse de' Latini, le armi dell'inganno e del tradimento non avesse operate. Antiochia racchiudeva molta mano di malcontenti Cristiani: fra quali Firuz, rinnegato della Sorìa, godendo il favor dell'Emiro aveva il comando di tre torri. Costui col farsi merito di un nuovo pentimento, nascose forse ai Latini, e a sè medesimo, l'obbrobrio della propria perfidia. Ragione di mutuo interesse avendo pertanto posti in segreta corrispondenza Firuz e il Principe di Taranto, Boemondo manifestò ai Duci assembrati in consiglio, come dipendesse da lui il farli entrare nella città, ma per prezzo del servigio, richiese la sovranità di Antiochia. Erano quelli a sì dure estremità che dovettero accettare un partito, da cui sulle prime per gelosia rifuggirono. I Principi francesi e normanni mandarono ad effetto questa sorpresa, salendo eglino stessi le scale di corda che venivano lor gettate fuor delle mura. Il contrito proselito de' Cristiani, colle mani ancora grondanti del sangue d'un suo fratello, che avea, agli occhi di lui, troppi scrupoli, abbracciò i servi di Dio e nella città gl'introdusse. Apertesi all'esercito le porte, i Musulmani sperimentarono che, se era inutile il sottomettersi, il resistere diveniva impossibile; ma le Fortezze avendo ricusato di arrendersi, i vincitori si trovarono ben tosto circondati e assediati dall'esercito innumerevole di Kerboga, Principe di Mosul, che, accompagnato da vent'otto Emiri, in soccorso d'Antiochia accorreva. Per venticinque giorni, i Cristiani rimasero in tale stato che speranza di salvamento non offeriva, e già l'orgoglioso luogotenente del Califfo, sola alternativa per la morte o la schiavitù, ad essi lasciava[482]. [A. D. 1098] A tale eccesso di sciagure condotti, raccolsero quante forze lor rimanevano, e usciti della città, con una vittoria delle più memorande, distrassero e spersero in un sol giorno tanta copia di Turchi e d'Arabi, che i vincitori poterono, senza tema di essere contradetti, calcolare a seicentomila uomini[483] il numero. Porterò fra poco le mie indagini su quella parte di tal vittoria che al soccorso di confederati soprannaturali venne attribuita; ma l'intrepida disperazione de' Franchi fu la cagione naturale della vittoria di Antiochia, e aggiungasi ancora, la sorpresa, la discordia, e forse gli abbagli degl'ignoranti e presuntuosi loro avversarj. La confusione di quella giornata si è frammessa ne' racconti di chi l'ha descritta: non passeremo nullameno sotto silenzio quanto vi si narra intorno alla tenda di Kerboga, vasto palagio ambulante, ricco di tutto il fasto dell'Asia, ed atto a contenere oltre duemila persone. Dalle stesse descrizioni udiamo ancora che le guardie di Kerboga, in numero di tremila, andavano, non meno de' lor cavalli, tutte coperte di un'armadura di acciaio. Finchè durarono l'assedio e la difesa di Antiochia, i Crociati, or mostraronsi inorgogliti per la vittoria, ora oppressi dalla disperazione, or notavano nell'abbondanza, or la fame e gli stenti stremavanli. Un filosofo contemplativo avrebbe ragione d'immaginarsi che la fede de' Crociati grandemente sugli atti loro operasse, e che i soldati del vessillo della Redenzione, i liberatori del Santo Sepolcro, con una vita sobria e virtuosa, si apparecchiassero alla palma del martirio, ognor presente ai lor guardi. Ma la pia illusione vien dissipata dalla esperienza: onde rade volte la storia delle guerre profane offre scene di dissolutezza e di prostituzione da paragonarsi con quelle che sotto le mura di Antiochia avvenivano. Il boschetto di Dafne non era più, ma, tuttavia infetto delle antiche corruttele l'aere della Sorìa, i Cristiani non resistettero nè alle tentazioni inspirate dalla natura, nè a quelle che la natura respinge[484]; sprezzando essi l'autorità de' lor Capi, e sermoni ed editti nulla poteano contra disordini che alla disciplina militare, e alla purezza evangelica parimente opponeansi. Così ne' primi giorni dell'assedio, come ne' primi di Antiochia occupata, i Franchi dissiparono con tutta la prodigalità della spensieratezza quelle vettovaglie, che una frugale economia avrebbe fatto durare per molte settimane e per molti mesi; que' devastati dintorni non poteano più somministrar loro alcuna cosa, nè andò guari che l'esercito de' Turchi dal quale erano circondati, li privò d'ogni comunicazione coll'interno del paese. Le infermità, compagne inseparabili della fame, acquistarono maggiori gradi di malignità dalle piogge del verno, dai calori della state, dal mal sano nudrimento, dall'affollamento stesso della moltitudine. Le schifose pitture della peste e della fame essendo sempre le medesime, la nostra immaginazione può facilmente additarci, quai fossero i patimenti di questi sciagurati, quali le misere provvisioni per cui si studiavano di alleviarli. Quanto rimanea de' tesori e delle prede veniva da essi con larga mano adoperato a procacciarsi i più vili alimenti. Quali saranno state le angosce del povero, se il conte di Fiandra e Goffredo, dopo avere pagato quindici marchi d'argento per una capra, e altri quindici per un cammello etico,[485] si videro costretti l'uno a mendicare un pranzo, l'altro a cercare in prestito un cavallo! Sessantamila cavalli passati dianzi in rassegna nel campo, trovavansi prima del terminar dell'assedio, ridotti a soli duemila. L'infiacchimento del corpo, e i terrori dell'immaginazione, avendo ammorzato l'entusiasmo de' pellegrini, l'amor della vita[486] divenne più forte de' sentimenti dell'onore e della religione. Fra que' Capi nullameno possono annoverarsi tre eroi, da tema e demerito serbatisi immuni. Goffredo di Buglione che la sua pietà magnanima sostenea; Boemondo per impulso d'ambizione e di personale interesse; e Tancredi, il quale, siccome verace Cavaliere, protestò che sintantochè gli sarebbero rimasti quaranta compagni per seguirlo, non avrebbe abbandonata la spedizione della Palestina. Ma il conte di Tolosa e di Provenza infermò, e finta ne fu sospettata la malattia; le censure della Chiesa richiamarono dalle coste marittime il Duca di Normandia. Ugo il Grande, benchè comandasse l'antiguardo dell'esercito, si valse di un pretesto equivoco per ritornarsene in Francia: Stefano di Chartres abbandonò obbrobriosamente lo stendardo nelle sue mani affidato e il Consiglio cui presedeva; i soldati ogni coraggio perdettero in veggendo partire Guglielmo Visconte di Melun, che i colpi vigorosi della sua azza da guerra avean fatto soprannomare il -Carradore-; i devoti rimasero scandalezzati della caduta di Piero l'Eremita, che dopo avere armata tutta l'Europa contro dell'Asia, alle molestie d'un forzato digiuno tentò sottrarsi. I nomi di tant'altri guerrieri che mancarono di coraggio, vennero cancellati, come si esprime uno storico, dal libro di vita; e coll'epiteto ignominioso di ballerini da corda furono qualificati que' tanti che, per fuggire da Antiochia, ne scalarono di notte tempo le mura. L'Imperatore Alessio che pareva movesse in soccorso de' Latini[487], atterrì in udendo come ad estremo caso fosser ridotti. Tutti in preda ad una tetra disperazione, quasi aspettavano omai con tranquillità il loro destino. Vane tornarono le prove de' giuramenti e delle punizioni, talchè per costringerli i soldati a difender le mura, fu di mestieri metter fuoco alle case ove stanziavano. Eppure quello stesso fanatismo, che a quasi inevitabile distruzione gli aveva condotti, li fece uscire vittoriosi di un tal pericolo. In una tale spedizione, in mezzo ad un esercito di simil natura, frequenti e famigliari esser doveano le visioni, le profezie ed i miracoli. Questi, nel durare de' patimenti che i Cristiani soffersero in Antiochia, si ripeterono con maggior forza e con istraordinario buon successo. Ora sant'Ambrogio aveva assicurato un pio Ecclesiastico che il momento della grazia e della liberazione esser dovea preceduto da due anni di prova. Or narravasi di alcuni disertori arrestati da Cristo comparso in persona per rampognarli; i morti si erano obbligati ad uscire fuor dalle tombe per combattere a fianco de' proprj fratelli. La Vergine aveva ottenuto ai Franchi il perdono de' lor peccati, e la confidenza di ognuno fu invigorita dalla fausta e luminosa scoperta della -Santa Lancia-[488]. In tali estremità, molto lodata venne la politica di que' duci, e certamente almeno meritevole era di scusa. Ma di rado, una pia frode in mezzo ad un numeroso consiglio può concertarsi; bensì un impostore volontario avea di che fondarsi sull'appoggio degli uomini istrutti e sulla credulità popolare. Un prete, nomato Pietro Bartolommeo, della diocesi di Marsiglia, fornito di un ingegno rozzamente artificioso, e de' cui costumi era sospetta la fama, si mostrò alla sala del Consiglio per rivelare ivi, come Sant'Andrea gli fosse apparso per tre volte durante il sonno, e dopo minacciategli terribili punizioni, se ai comandi del Cielo osava resistere, così gli avesse parlato: «In Antiochia, nella chiesa di mio fratello, San Pietro, vicino all'Altar Maggiore, si troverà, scavando sotterra, il ferro che percosse il costato del nostro Redentore. Fra tre giorni, questo strumento dell'eterna salute verrà manifestato ai suoi discepoli, e la liberazione de' medesimi opererà. Cercate, e troverete. Sollevate questo mistico ferro in mezzo all'esercito, e andrà a ferire fino nell'anima i miscredenti». Il vescovo di Puy, Legato del Papa, mostrò di ascoltare, con indifferenza e poca fiducia, la rivelazione del prete marsigliese; ma avidamente l'accolse il Conte Raimondo, che questo suo fedele suddito aveva prescelto, a nome dell'appostolo, per essere guardiano della Santa Lancia. Deliberatosi di tentare l'esperimento, nel terzo giorno indicato dalla profezia, il messo di S. Andrea, dopo essersi, com'era convenevole, a ciò preparato col digiuno e colla preghiera, introdusse nel tempio dodici spettatori di sua confidenza, nel cui novero il Conte Raimondo e il Cappellano di lui computavansi; sbarrate vennero le porte per evitare l'affoltamento delle turbe impazienti di verificare il prodigio. Si cominciò lo scavamento nel luogo che era stato accennato; ma gli operai che si davano la muta, dopo essere scesi co' loro ordigni fino alla profondità di dodici piedi, non quindi rinvenivano quanto cercavasi. Solamente la sera, allorchè il Conte si fu ritirato alle sue stanze, e quando gli spettatori, stanchi incominciavano a bisbigliare, Bartolommeo in camicia, e dopo essersi levate le scarpe, si calò coraggiosamente entro la fossa. L'oscurità dell'ora e del luogo, gli agevolò l'artifizio di celare in quella cavità il ferro di una lancia che a qualche Saracino avea appartenuto. Al primo suono, al primo scricchiolar dell'acciaro, venne salutato fra acclamazioni di divozione e di gioia. Toltala quindi dal luogo ov'era stata nascosta, la Santa Lancia venne avvolta in un velo di seta ricamato, ed esposta alla venerazione de' Crociati. Da quel momento le angosce loro in grida di giubilo e di entusiasmo si convertirono, e il rinato entusiasmo restituì alle scoraggiate truppe l'antico valore. Qualunque sia stata la parte che a tale avvenimento ebbero i Capi, e che che si pensassero della cosa, certamente un sì felice cambiamento, per tutte le vie suggerite dalla disciplina e dalla Religione, protessero. Rimandati vennero ai loro alloggiamenti i soldati, raccomandatosi ai medesimi di affortificare il corpo e l'anima per essere in tutto apparecchiati al prossimo combattimento; consumassero senza tema le ultime vettovaglie e i foraggi, aspettando allo schiarire del nuovo giorno il segnale della vittoria. Ricorrendo alla domane la festa de' SS. Pietro e Paolo, le porte di Antiochia si apersero, ed una processione di preti e monaci uscì cantando il salmo di guerra. La battaglia fu ordinata in dodici corpi ad onore de' dodici Appostoli; il cappellano di Raimondo ebbe, a nome e vece del suo Signore, l'incarico di portare la Santa Lancia. La possa di questa reliquia, o trofeo, si fece sentir fortemente non solo ai servi di Cristo, ma forse anche a quelli che nemici ne erano[489]. E ad invigorirla contribuì il caso, o uno stratagemma, o la voce sparsasi di un nuovo miracolo. Tre cavalieri vestiti di bianco e di splendenti armadure coperti, furono veduti uscire delle montagne. Ademaro, Legato pontifizio esclamò essere eglino i martiri San Giorgio, San Teodoro e San Maurizio. Il tumulto delle pugne non avendo lasciato il tempo nè di dubitare, nè di avverare le cose, favorevole si fu la creduta apparizione ad abbagliare gli occhi e la fantasia, di un esercito di fanatici. Così ne' momenti del pericolo, come ne' primi della vittoria, non vi fu chi sulla veracità della rivelazione di Bartolommeo Marsigliese mostrasse dubbio; ma in mezzo alla calma che venne dopo, gli onori e le copiose elemosine che la dignità di guardiano della Santa Lancia al Conte di Tolosa produsse, nel moverli ad invidia, risvegliarono la ragione nelle menti de' suoi rivali. Un Cherco normanno osò esaminare con occhio filosofico le credibilità della leggenda, le circostanze della scoperta, la riputazione del Profeta: per lo che il pio Boemondo meramente ai meriti e all'intercessione di Gesù Cristo attribuì la liberazione dei Crociati. I clamori e l'armi de' Provenzali, per qualche tempo, questo Palladio di lor nazione difesero; e nuove visioni annunziavano la morte e la dannazione degli empj che con scettica esitanza si facessero solamente lecito di movere indagini sul merito, o sulla realtà della scoperta. Ma l'incredulità prevalse, e costrinse Bartolommeo ad assoggettare ad un Giudizio di Dio la verità delle cose che avea rivelate e la propria vita. Innalzatasi in mezzo al campo una catasta di fascine secche, alta quattro piedi e lunga quattordici, e mentre l'impeto delle fiamme a quattordici cubiti le sollevava, il prete marsigliese venne obbligato ad attraversare un sentiero non più largo d'un piede che in mezzo alla fornace lasciato erasi aperto. A malgrado di sua destrezza ed agilità, lo sciagurato ne riportò il ventre e le coscie arrostite, onde in termine di ventiquattro ore spirò, sempre protestandosi e veritiero, e innocente, le quali proteste saranno forse di qualche peso appo le menti, a credere molto inclinate. Indarno i Provenzali si adoperarono a sostituire una croce, o un anello, o un tabernacolo alla Santa Lancia, la cui sola ricordanza fatta erasi argomento a dileggio[490]. Pur chi il crederebbe? Gli storici de' secoli successivi hanno con gravità attestata la rivelazione di Antiochia, e tali progressi può fare la credulità, che miracoli de' quali fu dubitato ne' tempi, e nelle contrade ove nacquero, dalle età più lontane, e in luoghi da queste contrade remoti, con implicita fede vengono accolti. La prudenza o la buona sorte de' Franchi fatto avea che differissero la loro spedizione sino al momento che l'Impero de' Turchi declinava[491]. Sotto il vigoroso governo de' tre primi sultani la pace e la giustizia tenea i reami dell'Asia congiunti. Gli innumerabili eserciti che quei principi conduceano in persona, pareggiavano in valore quelli de' Barbari dell'Occidente, in disciplina li superavano; ma ne' giorni delle Crociate, quattro figli di Malek-Sà, se ne disputavano scambievolmente il retaggio. Intesi affatto alle cure di personale ambizione, poco il rischio pubblico li commovea: e la variabilità de' successi di questi pretendenti, rendea incerti, e non curanti i principi lor vassalli sulla parte cui serbar dovevano fedeltà. I vent'otto Emiri che sotto gli stendardi di Kerboga pugnarono, o suoi rivali erano, o suoi nemici. Quell'esercito vedeasi composto di soldatesche raunate affrettatamente nelle città, e nelle tende della Sorìa e della Mesopotamia, intanto che le vecchie bande interteneansi di là dal Tigri in civili guerre struggendosi. Tal momento di debolezza e discordia sembrò opportuno al Califfo d'Egitto per ricuperare gli antichi possedimenti. Il suo sultano Afdal, dopo avere assediate Tiro e Gerusalemme, scacciati i figli di Ortok, restaurò nella Palestina l'autorità civile ed ecclesiastica de' Fatimiti[492]. Intesero con sorpresa come numerosi eserciti di Cristiani fossero passati d'Europa in Asia, e si allegrarono di assedj e combattimenti, atti a distruggere la possanza de' Turchi, persecutori della lor setta, avversi alla lor monarchia: ma questi Cristiani medesimi erano nemici giurati del Profeta, e dopo avere conquistata Nicea ed Antiochia, doveano per lo scopo di loro impresa, i cui motivi già cominciavano ad essere palesi, trasferirsi sulle rive del Giordano, e su quelle forse del Nilo. La Corte del Gran Cairo entrò co' Latini in corrispondenza di lettere e messaggi, il cui stile, giusta le variate vicende della guerra mansueto, o superbo mostravasi, e lo scambievole orgoglio di questi negoziatori, dall'ignoranza e dall'entusiasmo degli uni e degli altri, prendeva origine. I ministri del sultano d'Egitto, or con tuono imperioso chiarivano, or con più cortesi modi rimostravano, che il lor monarca, vero e legittimo comandante de' Credenti, avea dalla tirannide de' Turchi liberata Gerusalemme, e poter liberamente i pellegrini visitare il Sepolcro di Gesù Cristo, ove con modi oltre ogni dire amichevoli verrebbero accolti, purchè disarmati, e in successivi drappelli, vi sì trasportassero. Vi fu un istante, che il Califfo Mostali, credendoli inevitabilmente perduti, ne sprezzò l'armi, e fece imprigionare i loro messaggieri; ma la conquista e la vittoria di Antiochia la costui alterigia repressero, onde reputò espediente cosa il procurare di affezionarsi questi formidabili campioni, presentandoli di cavalli, di vesti di seta, di vasellami, e di borse d'oro e d'argento. Giusta l'idea che il ridetto Califfo erasi fatta del merito e della autorità de' medesimi, Boemondo teneva la prima sede, Goffredo la seconda. Non cambiando cuore per varietà di vicissitudini, i Crociati stettero fermi in rispondere, che alieni dall'esaminare i diritti particolari di ciascun settario di Maometto, l'usurpatore di Gerusalemme, qualunque ne fosse il nome, o il paese, aveano per nemico; quindi lo consigliavano, che invece di additar loro i modi, o i patti del pellegrinaggio, si attenesse al più prudente partito di consegnare, come lor sacro e legittimo retaggio, ai Crociati la città e la provincia: e aggiungevano non aver egli altra via per serbarseli amici, e sottrarsi alla rovina che lo minacciava[493]. Ciò nulla meno, mentre questa meta gloriosa della loro impresa vedean sì vicina, che toccarla quasi pareano, non assalirono la città di Gerusalemme, che dieci mesi dopo sconfitto Kerboga. Nel momento della vittoria si affievolirono lo zelo e l'ardor de' Crociati, i quali, anzichè profittare, col maggiormente innoltrarsi, del terrore che aveano per ogni dove diffuso, solleciti apparvero di sbandarsi per godere meglio le molli delizie della Sorìa. Forse un sì inconcepibile indugio, non meno a mancanza di subordinazione, che ad estenuata forza, vuol essere attribuito. Nelle penose e variate fazioni dell'assedio di Antiochia, avean perduta tutta la loro cavalleria, e migliaia di guerrieri d'ogni grado, o disertori, o rimasti vittime della penuria e delle infermità. L'abuso stesso che fecero dell'abbondanza, una terza carestia generò; onde l'avvicendarsi della fame e degli effetti della dissolutezza, portò nel campo un morbo pestilenziale, cui cinquantamila pellegrini soggiacquero. Pochi in istato di comandare, tutti ricusavano d'obbedire. Le private querele, in mezzo al comune rischio sopite, con maggior impeto, o certamente colla stessa acerbità di astio, rinnovellaronsi: i buoni successi di Baldovino e di Boemondo, la gelosia de' lor colleghi aizzavano: i più valenti cavalieri arrolavansi per correre in difesa de' nuovi acquisti: il conte Raimondo, inteso ad una spedizione inutile nelle parti interne della Sorìa, le sue genti e i suoi tesori stremava. Così il verno tra le discordie e la confusione trascorse: alcune scintille d'onore e di religione si ridestarono in primavera, perchè i semplici soldati meno scossi dalle passioni dell'ambizione e della invidia, mandando grida d'indignazione, scossero i duci dall'indolenza in cui si giacevano. Nel mese di Maggio (A. D. 1099), gli avanzi di questo esercito poderoso, ridotti a quarantamila uomini (e fra questi, sol ventimila di fanteria, e mille cinquecento a cavallo, in istato erano di servire) s'innoltrarono da Antiochia a Laodicea, senza incontrare ostacoli nel cammino, che tennero tra la costa marittima e il monte Libano. Abbondantemente li fornirono di vettovaglie i legni di commercio genovesi e pisani che, lungo il mare, li secondavano, oltre alle forti contribuzioni che ritrassero dagli Emiri di Tripoli, Tiro, Sidone, Acri e Cesarea, da' quali ottennero il passaggio e la promessa di uniformarsi al destino che avrebbe corso Gerusalemme. Da Cesarea si portarono fino in mezzo al paese, ove i cherci riconobbero le tracce della geografia sacra di Lidda, Ramla, Emaus, e Betlemme; ma non sì tosto scoperta ebbero la Santa Città, i Crociati, tutt'altra cura dimenticando, pensarono a chiedere la ricompensa delle loro fatiche[494]. [A. D. 1099] Dal numero e dalla difficoltà de' suoi memorabili assedj, Gerusalemme un qualche lustro ha ottenuto. Sol dopo lunghi e sanguinosi combattimenti, Babilonia e Roma trionfarono un giorno dell'ostinatezza del popolo, e degli ostacoli che opponea loro un terreno sì discosceso, da rendere inutile ogni altra fortificazione; e aggiungasi che le mura erano munite di torri, valide a difendere la più accessibil pianura[495]. Però nel secolo delle Crociate, una parte di questi ostacoli non incontravasi. La rovina assoluta di quei baloardi, mal emendarono le nuove restaurazioni. Certamente, la dominazione de' Giudei, e del loro culto, era sbandita da Gerusalemme per sempre, ma la natura non cambia cogli uomini, e il sito di quella città, benchè spianati alquanto ne fossero gli ingressi, potea tuttavia dar lungo indugio agli sforzi di un assalitore. La esperienza di un assedio recente, e tre anni di possedimento, aveano fatti accorti i Saracini d'Egitto sui difetti di una Fortezza, che l'onore e la religione, vietavano ad essi di abbandonare, e sui modi più giovevoli ad assicurarsela. Aladino, o Istikar luogotenente del Califfo, comandante di Gerusalemme, adoperavasi a tenere in freno i Cristiani, che entro quelle mura abitavano, col minacciare distruzione ad essi e al Santo Sepolcro; il valore de' Musulmani eccitava colla speranza della ricompensa che in questo, e in un miglior Mondo, aspettavanli. Viene assicurato, che la guernigione era composta di quarantamila Turchi, o Arabi, e se fosse vero che il comandante potè armare inoltre più di ventimila abitanti, certamente l'esercito degli assediati avrebbe superato in numero quello degli assalitori[496]. Supposto ancora che i Latini fossero stati tanti, da potere circondare la città, che avea quattromila verghe (circa due miglia inglesi e mezzo) di circonferenza[497], a qual pro sarebbero essi discesi nella valle di Ben-Himmon, e verso il torrente di Cedron[498]? A qual pro guardare i precipizj di ostro e di levante, d'onde non aveano cosa da temere o sperare? Si attennero al partito di fare scopo principale d'assedio, le parti settentrionali e occidentali della città. Goffredo collocò il suo stendardo sulla prima eminenza del monte Calvario. Verso sinistra, e sino alla porta di S. Stefano, la linea degli assalitori prolungavano i due Roberti e Tancredi: nell'intervallo posto fra la rocca e il monte Sion, non più parte interna della città, il Conte Raimondo accampò. Nel quinto giorno i Franchi diedero assalto generale, mossi dalla fanatica speranza di rovesciare le mura, senza il ministerio di macchine, e di scalarle, privi di scale. L'impeto degli operati sforzi li fe' padroni del primo steccato, ma poi respinti vennero con perdita fino al loro campo. Il troppo frequente abuso de' pii stratagemmi avendo distrutta la possanza delle visioni e delle profezie, ognun si persuase che il valore, le fatiche e la perseveranza, erano le sole vie per conseguir la vittoria. L'assedio non durò più di quaranta giorni, ma furono quaranta giorni di stenti e di calamità. Per vero dire l'appetito vorace ed improvvido dei Latini, avrà avuta parte nelle lamentanze di penuria, così spesso rinnovellate; ma gli è anche certo che il suolo sassoso di Gerusalemme non somministra acqua, pressochè di sorta alcuna, e le tenui sorgenti e i rivi che vi sono, l'ardor della state avea disseccati: nè poteano a questo inconveniente rimediar gli assedianti con acquidotti o cisterne, vantaggio di cui godeano gli assediati. Que' dintorni mancavano parimente d'alberi per ripararsi dal Sole, o fabbricare capanne; i Crociati, nondimeno, scopersero in una caverna alcuni pezzi di legno di una considerabile dimensione. Venne inoltre tagliato presso a Sichem, un bosco che è la foresta incantata del Tasso[499]. Tancredi, continuo nel dar prove di coraggio e di abilità, giunse a far trasportare nel campo, i materiali opportuni; e artefici genovesi, trovatisi per ventura nel porto di Giaffa, costrussero le macchine per condurre a fine l'assedio. Il Duca di Lorena e il Conte di Tolosa, fecero innalzare a proprie spese, e ne' loro campi, due torri sulle ruote, che condotte furono, non ai luoghi i più accessibili delle fortificazioni, ma verso quelli che erano i più trascurati. Il fuoco degli assediati incenerì la torre di Raimondo; ma il collega di lui fu ad un tempo più vigilante e felice. Giunti i suoi arcieri a fare sgombri di nemici i baloardi, i Latini abbassarono il ponte levatoio, e in un venerdì, a tre ore pomeridiane, giorno e tempo della morte del Redentore, Goffredo Buglione, si mostrò vincitore sulle mura di Gerusalemme. Da ogni banda i Crociati cui si facea sprone il valore del duce, l'esempio di lui imitarono, e quattrocento sessant'anni dopo la conquista di Omar, i Cristiani tolsero al maomettano giogo la Santa Città. Patteggiato aveano gli assedianti, che nel saccheggio della città e delle ricchezze di privati, avrebbero rispettato il diritto di possesso del primo occupante; e le spoglie della grande Moschea, settanta lampade, e molta copia de' vasellami d'oro e d'argento, divenute compenso alle gloriose fatiche di Tancredi, diedero campo di segnalarsi alla generosità dell'eroe. I servi del Dio de' Cristiani, essendosi nel loro accecamento avvisati, che sanguinosi sagrifizj gli sarebbero accetti, il loro furore implacabile e dalla resistenza irritato, non perdonò a debolezza, di sesso e di età. Durata per tre giorni la strage[500], l'infezione de' cadaveri un morbo epidemico generò. Dopo avere passati a fil di spada settantamila Musulmani, e arsi vivi nelle lor sinagoghe gli Ebrei, i Cristiani conservarono ancora un grande numero di prigionieri, che l'avarizia o la stanchezza di tanto macello, persuase loro di risparmiare. Fra questi feroci eroi della Croce, Tancredi fu il solo che desse a divedere alcun sentimento di compassione: benchè non possiamo negare qualche encomio alla interessata clemenza di Raimondo, che concedè una capitolazione e un salvocondotto, alla guernigion della rocca[501]. Così liberato finalmente il Santo Sepolcro, i vincitori, tinti ancora di sangue, a sciogliere il voto si prepararono. Con capo e piedi ignudi, col cuor contrito e in umil postura, ascesero il Calvario in mezzo alle antifone, intonate ad alta voce dal Clero; nè potendo staccare le labbra dalla pietra che avea coperto il Salvatore del Mondo, questo monumento della lor redenzione, di lagrime di gioia e di penitenza innondarono. Due filosofi hanno riguardato sotto aspetti diversi, questa stravagante mescolanza di passioni, le più feroci e le più tenere; l'un d'essi, facile e naturale la trova[502], l'altro assurda e incredibile[503], e ciò forse dipende dall'averla questo secondo, attribuita ai medesimi individui, nè distinti i momenti. La pietà del virtuoso Goffredo, destò quella de' suoi compagni, che purificando i corpi, le proprie anime ancora purificarono; ma duro fatica a credere, che quelli fra essi più feroci nell'ora del saccheggio e della strage, si mostrassero poi i più esemplari nella processione al Santo Sepolcro. [A. D. 1099] Otto giorni dopo questo memorabile avvenimento, cui andò innanzi la notizia della morte di Papa Urbano, i duci Latini procedettero all'elezione di un Re, che difendesse e governasse le conquiste della Palestina. Ugo il Grande e Stefano di Chartres, per la loro ritirata molto scapitarono di rinomanza, e vi volle in appresso una seconda Crociata, e la illustre morte alla quale soggiacquero, perchè la lor gloria riguadagnassero. Baldovino avea posta in Edessa, Boemondo in Antiochia la sua residenza; i due Roberti, il Duca di Normandia e il Conte di Fiandra[504], ad incerte pretensioni e a troni mal saldi, i loro Stati ereditarj dell'Occidente anteposero. Per sua ambizione e gelosia fu biasimato dai compagni Raimondo; per lo che l'esercito, con una scelta libera, giusta e necessaria acclamò Goffredo di Buglione, il primo e il più degno campione della Cristianità. L'eroe accettò un deposito, cui pericoli non minori della gloria si univano; ma in una città, ove il Salvatore dell'uman genere, era stato coronato di spine, ricusò il titolo e gli onori della monarchia; e fondatore di un regno, si contentò del modesto nome di difensore e barone del Santo Sepolcro. Il regno del medesimo che per mala ventura de' sudditi suoi, non durò oltre un anno[505], corse gravi pericoli, quindici giorni dopo fondato, per l'avvicinarsi del Visir o Sultano d'Egitto, che, non avendo potuto giugnere in tempo per impedire la caduta di Gerusalemme, affrettavasi coll'ansietà di trarne vendetta. Ma nella giornata di Ascalon (A. D. 1099), egli ebbe tal rotta, che fe' più salda la dominazione de' Latini nella Sorìa, e apportò nuovo lustro al valore de' duci Franchi, i quali, dopo questa azione campale, per lungo tempo dalla Palestina e dalle sante guerre si congedarono. Nella battaglia di Ascalon, poterono i Crociati gloriarsi parimente della sterminata sproporzione di numero, che fra le due parti combattenti osservavasi. Nè mi arresterò a noverare le migliaia di soldati, così di cavalleria come di fanteria, che formavano l'esercito de' Fatimiti; perchè, eccetto tremila Etiopi, o Negri armati di staffili di ferro, i Barbari meridionali, dopo il primo impeto, datisi alla fuga, dimostrarono quanto immensa differenza vi fosse, fra l'intrepido valore de' Turchi, e l'effeminata viltà de' nativi Egiziani. Dopo avere appesa dinanzi al Santo Sepolcro, la bandiera e la spada del Sultano, il nuovo Re (o almeno l'eroe ben meritevole di questo titolo), abbracciò per l'ultima volta i compagni delle sue fatiche, e il solo d'essi ch'ei potè serbarsi appresso per difendere la Palestina, fu il prode Tancredi con trecento uomini a cavallo, e duemila fanti. Ma si vide ben tosto assalito da quel solo nemico, contro il quale mancasse di coraggio, Goffredo. Morto per l'ultima peste di Antiochia Ademaro, uomo rilevantissimo nelle azioni e nei consigli, gli altri Ecclesiastici non serbarono della propria indole che l'avarizia e l'orgoglio, talchè per via di sediziosi clamori, avean fatto valere le lor pretensioni, affinchè prima d'un Re un vescovo si eleggesse. Avendo il Clero latino usurpate le rendite e la giurisdizione del Patriarca, le accuse di eresia e di scisma mosse a danno de' Greci, e degli abitanti della Sorìa, valsero ad escludere questi dal concorso[506]; per lo che, oppressi dal ferreo giogo de' loro liberatori, i Cristiani orientali la tolleranza de' Califfi arabi si augurarono. Damberto, Arcivescovo di Pisa, da lungo tempo iniziato ne' segreti della romana politica, avendo condotta in soccorso de' Crociati una flotta di suoi concittadini, fu nominato, senza trovare opposizione, Capo temporale e spirituale della Chiesa[507]. Cotesto nuovo Patriarca non tardò ad impadronirsi dello scettro, che era prezzo del sangue e delle fatiche de' pellegrini guerrieri; e Goffredo, e Boemondo, si sommisero a ricevere dalle mani di costui l'investitura dei loro possedimenti. Questo omaggio ancora sembrò poco a Damberto, che la proprietà immediata di Giaffa e di Gerusalemme voleva per sè. Invece di opporre all'ingiusta pretensione un franco e assoluto rifiuto, il guerriero negoziò col Sacerdote; la Chiesa ottenne una quarta parte delle due città, il modesto Prelato, riserbò a sè il diritto contingibile sul rimanente, ogni qual volta o Goffredo morisse privo di figli, o la conquista del Cairo o di Damasco un nuovo regno gli assicurasse. Che se il Pisano non usavagli almeno la condiscendenza di lasciargli questo precario usufrutto, il conquistatore vedeasi spogliato quasi per intero del nascente suo regno, che Gerusalemme e Giaffa, e una ventina di piccole città e villaggi di que' dintorni sol racchiudea[508]. Si arroge che, in uno spazio sì poco esteso, i Maomettani possedevano diverse inespugnabili Fortezze; onde e agricoltori, e mercadanti, e pellegrini vedeansi continuamente ad ostilità avventurati. Gli sforzi di Goffredo, de' due Baldovini, che succedettero al trono, maggior tranquillità procacciarono appresso ai Latini; gli Stati de' quali finalmente, mercè molte fatiche e pugne, trovaronsi adeguati, in estensione però, non nel numero degli abitanti, agli antichi regni d'Israele e di Giuda[509]. Dopo che le città marittime di Laodicea, Tripoli, Tiro e Ascalon[510] a suggezione furon ridotte, e molto in ciò operarono le flotte di Venezia, di Pisa, di Genova, e pur di Fiandra e di Norvegia[511], i pellegrini di Occidente da Scanderoon sino alle frontiere dell'Egitto tutta quella costa marittima possedettero. Il principe di Antiochia non volle riconoscere la supremazia del re di Gerusalemme, ma vassalli a questo si protestarono i conti di Edessa e di Tripoli. Così esteso avendo i Latini il loro regno oltre l'Eufrate, i Musulmani, delle conquiste fatte in Sorìa[512], non conservarono che le sole quattro città; Hems, Hamah, Aleppo e Damasco. Le leggi, la lingua, i costumi e i titoli della nazione francese e della Chiesa latina vennero in queste colonie di oltremare adottati. Giusta le norme della giurisprudenza feudale, i principali Stati e le baronie a questi soggette, passavano agli eredi, così in linea maschile come femminina[513]; ma il lusso e il clima dell'Asia la discendenza mescolata e tralignata de' primi conquistatori distrussero[514]; e l'arrivo di nuovi Crociati dall'Europa era un avvenimento incerto, sul quale non potea farsi conto. Il numero de' vassalli obbligati al militare servigio a seicentosessantasei cavalieri ascendea[515], che poteano sperare un soccorso d'altri dugento capitanati dal conte di Tripoli. Ciascun cavaliere marciava armato alla pugna, e quattro scudieri, o arcieri a cavallo il seguivano[516]; le chiese e le città somministravano cinquemila settantacinque -sergenti-, probabilmente soldati di fanteria; laonde, calcolata ogni cosa, le forze regolari di questo reame non oltrepassavano di numero gli undicimila uomini, meschina difesa contra le innumerevoli truppe di Turchi e di Saracini[517]. Ma d'altra sicurezza la città di Gerusalemme godea, e fondavasi su i Cavalieri[518] dell'Ospitale di S. Giovanni, e del Tempio di Salomone[519]; stravagante collegamento delle vite, monastica e militare, che, suggerito, non v'ha dubbio, dal fanatismo, la politica dovette approvare. Il fiore della Nobiltà europea aspirava a portar la Croce e a profferire i voti di questi ragguardevoli Ordini, che quanto a disciplina e valore in veruna occasione non si dismentirono. La donazione di ventottomila Signorie, di cui si videro ben tosto arricchiti[520], diede ad essi abilità di mantenere truppe regolari di cavalleria e fanteria che difendessero la Palestina. Ma presto fra l'armi l'austerità monastica si dileguò; e per avarizia, orgoglio, corruttela di costumi, questi frati guerrieri tutto il Mondo cattolico scandalezzarono, armando pretensioni di immunità e giurisdizione: turbato venne per essi il buon accordo della Chiesa e dello Stato, e le loro gare mosse da scambievole gelosia, minacciavano ad ogn'istante la pubblica tranquillità. Pure sino allorquando più forti erano le costoro sregolatezze, i Cavalieri ospitalieri e templarj serbarono il lor carattere di fanatismo e d'intrepidezza; trascurando di vivere sotto le leggi di Gesù Cristo, pronti in ciascun'ora mostravansi a morire in difesa delle sue bandiere; e fu questa Instituzione, che dal Santo Sepolcro all'isola di Malta trasportò quello spirito di cavalleria da cui le Crociate ebbero origine, e che le Crociate mantennero[521]. [A. D. 1369] Lo spirito di libertà che in mezzo alle istituzioni feudali trapela, parlava con tutta la sua forza ai campioni volontarj della Croce, che fra tanti Capi, elessero per comandar loro il più degno: onde un modello di politica libertà si stanziò fra gli schiavi dell'Asia, incapaci di apprezzarlo, o di seguirne l'esempio. Le leggi di questo reame francese dalle sorgenti le più pure della giustizia e della eguaglianza derivano. La prima, e più indispensabile condizione delle medesime, è il consenso di coloro dai quali obbedienza pretendono, e per la cui felicità sono fatte. Non appena Goffredo di Buglione ebbe accettata la suprema carica del Governo, si mostrò e pubblicamente, e privatamente sollecito di consultare quelli fra i pellegrini, che delle leggi e delle costumanze d'Europa meglio erano istrutti. Col soccorso di tali nozioni, e munito de' consigli e dell'approvazione del Patriarca e de' Baroni, del Clero e del Popolo, Goffredo compose le -Assise- di Gerusalemme[522], prezioso monumento di feudale giurisprudenza. Questo nuovo codice contrassegnato dal sigillo del Re, del Patriarca, e del Visconte di Gerusalemme, venne deposto nel Santo Sepolcro, perfezionato a mano a mano, e rispettosamente consultato, ogni qualvolta nasceano casi dubbiosi ne' tribunali della Palestina. Comunque i Franchi di Palestina, allorchè perdettero la città, ed il Regno, -tutto perdessero-[523]; una gelosa tradizione serbò i fragmenti della Legge Scritta[524], e una incerta pratica di quegli Statuti fino alla metà del secolo decimoterzo. Giovanni d'Ibelin, Conte di Giaffa, uno de' principali feudatarj, scrisse di bel nuovo il Codice[525], e nell'anno 1369, ebbe terminato di rivederlo ad uso del reame latino di Cipro[526]. Due tribunali d'impari dignità, instituiti da Goffredo di Buglione dopo la conquista di Gerusalemme, manteneano la giustizia e la libertà della Costituzione. Il Re presedeva in persona la Corte suprema o Consiglio de' Baroni, i quattro primarj de' quali erano: il Principe di Galilea, il Signore di Sidone e di Cesarea, i Conti di Giaffa e di Tripoli, e a questi s'aggiugnea forse il Contestabile o il Maresciallo[527], tutti pari e giudici gli uni degli altri. I Nobili che ricevevano immediatemente l'investitura delle proprie terre dalla Corona, aveano potere ed obbligo di sedersi alla Corte del Re, e di giurisdizione, simile alla regia, usavano nell'assemblea dei feudatarj che ad essi erano subordinati. La dependenza del vassallo verso il suo signore, per volontaria ed onorevole aveasi: l'uno dovea rispetto al suo protettore: l'altro protezione al suo inferiore, e mutuamente impegnavano la lor fede, talchè, da entrambi i lati, l'obbligazione potea rimanere sospesa per incuria, per oltraggio annullata. Il clero erasi arrogata la giurisdizione su i matrimonj ed i testamenti, siccome cosa che alla Religion pertenea; ma la Corte suprema giudicava ella sola tutti gli affari civili e criminali de' Nobili, i diritti di successione, le trasmissioni de' Feudi. Ciascun individuo di essa era giudice e custode del diritto pubblico, e avea l'obbligo di servire, colla voce e colla spada, il suo supremo signore; ma ogni qualvolta un ingiusto feudatario attentava alla libertà, o alle proprietà del vassallo, i pari di questo doveano sostenerne colle rimostranze e coll'armi i diritti; e divulgando coraggiosamente l'innocenza dell'oppresso e le ingiurie che aveva sofferte, chiedeano gli fossero restituiti i beni e la libertà; in caso di negata giustizia, il servigio lor ricusavano, liberavano dal carcere il proprio fratello; infine, per difenderlo, adoperavano tutte le vie di forza, che però in diretto modo non offendessero la persona del signore immediato, sempre sacro ai medesimi[528]. Gli avvocati della Corte pompeggiavano di destrezza e facondia nelle aringhe, o comparissero siccome attori, o si difendessero; ma l'uso del duello giudiziario, il più delle volte, veniva in luogo di argomenti e di prove. In molte occasioni le -Assise- di Gerusalemme ammetteano questa barbara costumanza, che sol lentamente le leggi e le nuove consuetudini dell'Europa hanno abolita. Al combattimento giudiziario si facea luogo in tutte quelle cause criminali, ove della perdita della vita, di un membro, o dell'onore decider doveasi, e in tutte quelle pretensioni civili allor quando la cosa contrastata pareggiava, o oltrepassava il valore di un marco d'argento. Sembra che nelle cause criminali l'inchiesta del combattimento appartenesse all'accusatore; il quale, tranne le accuse per delitti di Stato, vendicava egli stesso o l'ingiuria personale di cui querelavasi, o la morte della persona da esso rappresentata. Però in tutte quelle accuse che prova ammettevano, gli era d'uopo offerire testimonj di fatto. Nelle cause civili non si concedea il combattimento, come, prova che giustificasse i diritti di chi il richiedeva, ammenochè prima non desse testimonj, i quali avessero conoscenza del fatto, o affermassero averla. Allora il combattimento diveniva privilegio del difensore, che accusava i testimoni di spergiuro profferito a suo danno, e trovavasi quindi nella stessa circostanza di chi chiedea per cause criminali la pugna. In tal circostanza, il combattimento non provava nè per l'affermativa, nè per la negativa come il Montesquieu lo ha supposto[529]. Ma il diritto di presentarlo fondavasi sulla facoltà di ottenere coll'armi il risarcimento di un affronto; tal che la pugna giudiziaria non riconosceva origine diversa da quella per cui oggidì accadono i nostri duelli. Il campione non concedeasi che alle donne, e agli uomini privi di qualche membro, o l'età de' quali oltrepassasse i sessant'anni. La sconfitta decidea della morte o dell'accusato, o dell'accusatore, ovvero del campione, o testimonio che questo erasi assunto. Nelle cause civili però chi chiedeva il duello, rimanendo vinto, non veniva punito che coll'infamia e colla perdita della causa; bensì il suo campione, o testimonio, ad obbrobriosa morte andava soggetto. In molti casi, il diritto di permettere, o proibire la pugna riserbavasi ai giudici; ma in due circostanze diveniva conseguenza inevitabile della disfida. Erano queste, se un fedele vassallo avesse data mentita a un de' suoi pari sopra qualche ingiusta pretensione da questo armatasi sopra una parte de' dominj del comune Signore; o se un litigante, mal contento della sentenza ardiva tacciare l'onore e l'equità de' giudici della Corte. Gli era lecito il farlo, ma sotto la clausola severa, quanto pericolosa, di battersi nel medesimo giorno con tutti i Membri del tribunale, e sin con quelli che trovati eransi assenti all'atto della condanna, bastando che ei fosse vinto da un solo per soggiacere alla morte, e alla infamia. Ella è cosa probabile assai che niuno si avvisasse di tentare un tale esperimento, ove niuna speranza vedeasi di vittoria. Il Conte di Giaffa merita encomj per l'accortezza, con cui nelle -Assise- di Gerusalemme, anzichè cercare di agevolarli, s'adoperò a tor di mezzo i combattimenti giudiziarj. Ei li riguardava piuttosto fondati sui principj dell'onore che su quelli della superstizione[530]. L'instituzione de' Corpi civili e delle Comunità municipali, fu una delle precipue cagioni per cui i plebei alla feudale tirannide si sottrassero; e se la fondazione di tali corporazioni nella Palestina ha per epoca la prima Crociata, possono riguardarsi come le più antiche del Mondo latino. Grande era il numero degli uomini postisi in pellegrinaggio a solo fine di procacciarsi sotto le bandiere della Croce un rifugio contra gli immediati loro signori; la politica indusse i principi Francesi, come espediente di impedire tal migrazione, ad assicurar loro i diritti e i privilegi de' liberi cittadini. -L'Assisa- di Gerusalemme ne dà in aperti termini a divedere, come Goffredo, dopo avere instituita pei Cavalieri e Baroni, una Corte di Pari, alla quale egli medesimo presedeva, creasse un secondo tribunale, ove il Visconte dello stesso Goffredo ne teneva le veci. Su di tutta la cittadinanza del regno la giurisdizione di cotesta Corte estendeasi: ed era composta di un numero di cittadini, scelti fra i più ragguardevoli ed assennati, i quali si obbligavano con giuramento a giudicare secondo le leggi tutti gli affari che si riferivano alle azioni, o alle sostanze de' loro eguali[531]. I re, e i loro grandi vassalli fermandosi a mano a mano di residenza nei luoghi nuovamente conquistati seguirono l'esempio di Gerusalemme, onde prima della perdita di Terra Santa, più di trenta delle ridette corporazioni vi si trovarono. Le cure del Governo si estesero sopra un'altra classe di sudditi, i Cristiani della Sorìa, o orientali[532] che sotto la tirannide del Clero gemeano. Avendo questi domandato di essere giudicati giusta le loro leggi nazionali, Goffredo ben accolse l'istanza; e a favor d'essi, venne instituita una terza Corte, la cui giurisdizione agli scambievoli affari di questi ricorrenti si limitava. Doveano i giudici scelti a tal uopo, essere nati in Sorìa, parlarne la lingua, e professarne la religione. Ma il Visconte della città vi adempia talvolta gli ufizj di presidente (-Rais- in lingua araba). Le -Assise- di Gerusalemme si presero ancora qualche pensiero degli uomini posti ad una incommensurabile distanza dai Nobili, degli stranieri, de' villici, e degli schiavi o di gleba, o fatti in guerra, che indistintamente venivano riguardati siccome altrettante proprietà. La cura di sollevare, o proteggere questi infelici, quasi men degna di un legislatore venia reputata; però nel menzionato codice si tratta dei modi di assicurare il ritorno de' fuggiaschi, senza pronunziar contr'essi pene afflittive. Coloro che gli aveano perduti, potevano fare istanza per riaverli, come se stati fossero cani o falconi. Di fatto il valore d'uno schiavo e d'un falcone era il medesimo: ma si chiedeano tre schiavi, o dodici buoi per compensare un cavallo di battaglia: e nel suolo della cavalleria, il prezzo di questo animale, tanto agli altri due superiore venne valutato trecento piastre d'oro[533]. NOTE: [384] L'origine del vocabolo -Picard-, e per conseguenza di -Picardie-, non più remota del duodicesimo secolo, è affatto singolare, e deriva da un scherno, meramente accademico, sugli studenti dell'università di Parigi, venuti dalle frontiere della Francia, o della Fiandra, ai quali a motivo della indole loro litigiosa fu attribuito l'epiteto di -Picards.- (Valois, -Notitia Galliarum-, pag. 447; Longuerue, -Descript. de la France-, pag. 54). [385] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 11, p. 637, 638) descrive così l'Eremita: -Pusillus, personna contemplibilis, vivacis ingenii, et oculum habens perspicacem gratumque, et sponte fluens ei non deerat eloquium.- (-V.- Alberto d'Aix, p. 185; Giberto, p. 482; Anna Comnena in -Alex.-, l. X, p. 284 ec., e le -Note- del Ducange, p. 349). [386] -Ultra quinquaginta millia, si me possunt in expeditione pro duce et pontifice habere, armata manu volunt in inimicos Dei insurgere, et ad sepulchrum Domini ipso ducente pervenire.- (Greg. VII, -epist.- 2, 31, t. XII, p. 322, -Concil.-). [387] -V.- le vite originali di Urbano II, scritte da Pandolfo Pisano, e da Bernardo Guido nel Muratori (-Rerum ital. script.-, t. III, part. I, 352, 353). [388] Cotesta donna è conosciuta sotto i nomi di Prasse, Euprecia, Eufrasia e Adelaide. Ella era figlia di un principe russo, e vedova di un Margravio di Brandeburgo (Struw, -Corp. Hist. german.- p. 340). [389] -Henricus odio eam coepit habere: ideo incarceravit eam, et concessit ut plerique vim ei inferrent; imo filium hortans ut eam subagitaret- (Dodechin, -Continuat. Marian. Scot., apud- Baron., A. D. 1092 n. 4), e nel Concilio di Costanza, da Bertoldo, -rerum inspector- viene indicata; -quae se tantas et tam inauditas fornicationum spurcitias, et a tantis passam fuisse conquesta est, etc. e indi a Piacenza: satis misericorditer suscepit, eo quod ipsam tantas spurcitias non tam commisisse, quam invitam pertulisse, pro certo cognoverit papa cum sancta synodo- (Ap. Baron. A. D. 1093, n. 4, 1094, 3). Bizzarro argomento alle infallibili decisioni di un Pontefice e di un Concilio![*]. Cotali abbominazioni ripugnano a tutti i sentimenti della natura umana, cui non può alterare una contesa che alla mitra e all'anello si riferisca. Sembra ciò nullameno che questa femmina sciagurata si lasciasse indurre dai preti a raccontare, o ad attestare colla propria sottoscrizione alcuni fatti obbrobriosi per essa e per suo marito ad un tempo. * -I cattivissimi costumi di quel tempo davano tali sospetti ai Concilj, che per mancanza di buone leggi, di saggia politica, d'illuminati magistrati, e in somma d'incivilimento, dovevano udire tali cose, e rimediarvi, e giudicarne: di que' secoli di mezzo, disse dottamente il Sabellico, ed abbiam noi maggior diritto di dirlo, giacchè di molto andarono innanzi le scienze, da Sabellico a noi-: stupor et amentia quaedam oblivioque morum invaserant hominum animos. (Nota di N. N.) [390] -V.- la Descrizione e gli -Atti del Sinodo di Piacenza- (-Concil.- t. XII, p. 821 ec.). [391] Giberto, nato in Francia tesse egli stesso l'elogio del valore e della pietà di sua nazione, la quale co' detti e coll'esempio predicò la Crociata: -Gens nobilis, prudens, bellicosa, dapsilis et nitida.... Quos enim Britones, Anglos, Ligures, si bonis eos moribus videamus, non illico Francos homines appellemus?- (pag. 478). Egli medesimo per altro confessa che la vivacità de' suoi compatriotti degenera in vane millanterie (pag. 502), e in petulanza verso gli estranei (p. 483). [392] -Per viam quam jamdudum Carolus magnus, mirificus rex Francorum, aptari fecit usque C. P.- (-Gesta Franc.-, p. 1, Roberto Monaco, -Hist. Hieros.-, l. I, p. 33 ec.). [393] Giovanni Tilpino, o Turpino fu arcivescovo di Reims nell'anno di Cristo 773. Dopo il 1000, un frate delle frontiere della Spagna compose il romanzo che porta in fronte il nome di questo prelato, e ove questo Monsignore vien tratto a dipingersi da sè medesimo, com'uomo al vino e alle risse propenso. Ciò nullameno, tanta era in que' tempi l'opinione del merito degli ecclesiastici, il pontefice Calisto II, A. D. 1122, riconobbe un tale apocrifo libro, siccome autentico, e l'Abate Sugger lo ha citato rispettosamente nelle grandi Cronache di S. Dionigi (Fabric. -Biblioth. latin. medii aevi-, ediz. Mansi, t. IV, pag. 161). [394] -V. Etat de la France-, del Conte di Boulainvilliers, t. I, p. 180, 182, e il secondo volume delle -Observations sur l'Histoire de France- dell'abate Mably. [395] Nelle province australi della Loira, i primi Capeti godeano appena della supremazia feudale; d'ogni lato la Normandia, la Brettagna, l'Aquitania, la Borgogna, la Lorena e la Fiandra, restrigneano i limiti della Francia, così propriamente detta. -V.- Adr. Valois, -Notitia Galliarum.- [396] Questi Conti, usciti d'un ramo secondogenito de' duchi di Aquitania, vennero finalmente da Filippo Augusto spogliati della massima parte de' loro dominj; e i vescovi di Clermont insensibilmente diventarono i sovrani della città (-Mélanges tirés d'une grande Biblioth.-, t. XXXVI, p. 288 ec.). [397] -V.- gli Atti del Concilio di Clermont (-Concil.-, t. XII, p. 829, ec.). [398] -Confluxerunt ad concilium e multis regionibus, viri potentes et honorati innumeri, quamvis cingulo laicalis militiae superbi- (Baldric, testimonio occulare, p. 86-88; Roberto monaco, p. 31-32; Gugl. di Tiro, 1, 14-15, p. 639-641; Giberto, p. 478-480; Foulcher di Chartres, p. 382.) [399] La tregua di Dio (-Treva- o -treuga Dei-) ebbe la sua prima origine in Aquitania, nel 1032; biasimata da alcuni vescovi, come occasione prossima di spergiuro, rifiutata dai Normanni che in contraddizione co' lor privilegi la riguardarono (-V.- Ducange, -Gloss. lat.- t. VI, 682-685). [400] -Deus vult! Deus vult!- era il grido del Clero che intendeva il latino (Robert. Monach, l. I, p. 32). I Laici che parlavano il dialetto provenzale, o di Limoges lo corrompevano esclamando: -Deus lo volt- o -Die el volt!- V. -Chron. Cassinense-, l. IV, c. II, p. 497, nel Muratori, -Script. rerum ital.-, t. IV, e Ducange, -Diss.- XI, p. 207, sopra Joinville, e -Gloss. lat.-, t. II, p. 690. Quest'ultimo autore offre nella sua Prefazione un saggio difficile anzichè no del dialetto di Rouergue nel 1100; e le circostanze di luogo e di tempo, si avvicinano assai a quelle in cui il Concilio di Clermont fu tenuto (p. 15, 16). [401] Essi la portavano per lo più sull'omero, ricamata in oro o in seta, ovvero fatta di due pezzi di drappo cuciti sull'abito. Nella prima spedizione di tal genere tutte queste Croci erano rosse; nella terza i soli Francesi aveano serbato questo colore. I Fiamminghi preferirono croci verdi, bianche gl'Inglesi (Ducange, t. II, p. 651). Pure il rosso sembra il color favorito del popolo inglese, e in tal qual modo nazionale, se abbiasi riguardo ai loro stendardi e alle loro vesti militari. [402] Il Bongars che ha pubblicate le relazioni originali delle Crociate, adotta con compiacenza il titolo fanatico prescelto da Giberto, -Gesta Dei per Francos.- Alcuni critici proposero l'ammenda -Gesta- diaboli -per Francos- (Hannau 1611, 2 vol. in-fol.). Offrirò qui brevemente la nota degli autori da me consultati per la storia della prima Crociata collocandoli nell'ordine in cui si trovano nella raccolta, 1. -Gesta Francorum-; 2. Roberto il monaco; 3. Balderico; 4. Raimondo d'Agiles; 5. Alberto d'Aix; 6. Foulcher di Chartres; 7. Giberto; 8. Guglielmo di Tiro; 9. Radolfo Cadomense -de gestis Tancredi-(-Script. rer. ital.- t. V, p. 285-333), e 10. Bernardo Tesoriere, -De acquisitione Terrae Sanctae- (tom. VII, pag. 664-848). Quest'ultimo fu ignoto ad un autore francese moderno che ha composto un lungo registro critico degli storici delle Crociate (-Esprit des Croisades-, tom. I, p. 13-141), e i cui giudizj credo nella massima parte poter confermare. Non mi è riuscito il procacciarmi che tardi la raccolta degli Storici francesi del Duchesne. 1. -Petri Tudebodi sacerdotis Sivracensis Historia de Hierosolymitano Itinere- (t. IV, p. 773-815), è stata rifusa nelle opere del primo scrittore anonimo, del Bongars. 2. La storia in versi della prima Crociata, in sette libri divisa (p. 890-912), oltre all'essere assai sospetta, è ben poco istruttiva. [403] Se il lettore si farà ad esaminare la prima scena della prima parte dell'Enrico IV, troverà nel testo del Shakespeare gli slanci naturali dell'entusiasmo, e nelle note del dottore Johnson gli sforzi di uno spirito vigoroso, ma ad un tempo pregiudicato, che avidamente afferra tutti i pretesti per odiare e perseguitare chiunque nelle opinioni religiose da lui differisca. [404] Il sesto discorso del Fleury intorno alla Hist. ecclesiast. (p. 223-261) contiene un esame filosofico sulla cagione e su gli effetti delle Crociate. [405] Muratori (-Antiq. ital. medii aevi-, t. V, -Dissert.- 68, p. 709-768) e il sig. Chais (-Lettres sur les jubilées et sur les indulgences-, t. II, Lettres 21 e 22, p. 478-556) discutono ampiamente il soggetto della penitenza e delle indulgenze del Medio evo. Avvi però fra essi questa diversità che il dotto Italiano dipinge con moderazione, e forse con troppo deboli tinte, gli abusi della superstizione, mentre il ministro olandese gli esagera con eccesso di acerbità. [406] Lo Schmidt (-Ist. degli Alemanni-, t. II, p. 211-220, 452-462) offre uno scritto del Codice penitenziale di Regino nel nono secolo e di Burcardo nel decimo. A Worms in uno stesso anno furono commessi cinquantacinque assassinj. [407] -Il male di que' tempi, nel quale erano involti i laici del pari, che gli ecclesiastici, ed i difetti delle discipline stesse colle quali pretendevasi porvi rimedio, sono già descritti lungamente dagli Storici. I progressi della civiltà, l'ordinamento delle leggi, la cognizione del vero ben pubblico, la buona filosofia, nata, a cresciuta lentamente, ma sodamente, dopo il coltivamento della lettere, e delle arti che a lei disposa, ed elevò gli animi, ci condussero ad uno stato oltremodo migliore, onde noi riguardiamo con compassione quei passati secoli, ne' quali si aveva una falsa idea dell'indulgenze.- (Nota di N. N.) [408] Si può provare all'evidenza che fino al dodicesimo secolo il -solidus- d'argento, o lo scellino, valea dodici danari o soldi, e che venti -solidi- equivaleano al peso di una libbra d'argento, una lira sterlina in circa. La moneta inglese si trova ridotta ad un terzo del suo valore primitivo, e la francese ad un quinto. [409] -Una qualche parte di queste grandi somme era impiegata a benefizio de' poveri; ma questa disposizione, per sè stessa pia, non faceva, non altrimenti, che quella simile de' ricchissimi monasteri, che alimentare l'infingardaggine, ed impedire il movimento dell'industria, una delle vere sorgenti della prosperità di un popolo.- (Nota di N. N.) [410] -È noto che v'erano cattive costumanze intorno la remissione de' peccati, e intorno al genere di penitenza, onde cancellarli.- (Nota di N. N.) [411] Ad ogni centinaio di battiture, il penitente si purificava recitando un salmo; e tutto il Salterio accompagnato da quindicimila staffilate scontava cinque anni di penitenza canonica. [412] La vita e le imprese di san Domenico l'Incuoiato si trovano riferite da Pier Damiano, ammiratore ed amico di questo Santo. -V.- Fleury (-Hist. ecclés.-, t. XIII, p. 96-104). Il Baronio (A. D. 1056, n. 7) osserva, sulle tracce di Damiano, quanto fosse venuto in usanza un tal modo di espiazione (-Purgatorii genus-), ed anche fra le più ragguardevoli matrone (-sublimis generis-). [413] A un quarto di reale, o anche ad un mezzo reale per battitura. Sancio Pansa non mettea tanto cara l'opera sua; nè forse era più mariuolo.... Mi ricordo aver veduto ne' -Voyages d'Italie- del padre Labat (t. VII, p. 16-29) una pittura ammirabile della destrezza d'uno di cotesti giornalieri. [414] -Quicumque pro sola devotione, non pro honoris vel pecuniae adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Jerusalem profectus fuerit, iter illud pro omni paenitentia reputetur.- (-Canon., Concilio di Clermont-, II, p. 829). Giberto chiama -novum salutis genus- questo pellegrinaggio (p. 471), e tratta, quasi da filosofo, un tale argomento. [415] Tali erano almeno la fiducia de' Crociati, e l'opinione unanime degli Storici d'allora (-Esprit des Croisades-, t. III, p. 477); giusta la teologia ortodossa però, le preghiere pel riposo dell'anime dovrebbero essere incompatibili coi meriti del martirio. [416] I venturieri scriveano lettere intese a confermare tutte queste belle speranze, -ad animandos qui in Francia residerant.- Ugo di Reiteste vantavasi di avere in sua porzione una abbazia e dieci castella, pretendendo che la conquista di Aleppo altre cento glie ne frutterebbe. (Guibert, p. 554, 555). [417] Nella sua lettera, o vera, o falsa, al conte di Fiandra, Alessio fa un miscuglio de' rischi della Chiesa, delle reliquie de' Santi e dello -amor auri et argenti et pulcherrimarum faeminarum voluptas- (p. 476): come se, montando in collera, osserva Giberto, le donne greche fossero più belle delle francesi. [418] V. i privilegi de' -Crucesignati-, immunità da' debiti, usure, ingiurie, braccio secolare ec. Essi erano sotto la perpetua salvaguardia del Papa (Ducange, t. II, p. 651, 652). [419] -Facevano bene a procacciarsi denari, perchè non dobbiam sempre attendere miracoli.- (Nota di N. N.) [420] Giberto (p. 481) offre una pittura vivacissima di questa frenesia generale. Egli era nel picciol numero di que' suoi contemporanei, capaci di esaminare e apprezzare con freddezza di mente la scena straordinaria che innanzi agli occhi accadeagli: -Erat itaque videre miraculum caro omnes emere, atque vili vendere-, ec. [421] -Per quanto grande fosse il fanatismo, e la cecità degli uomini in quel tempo, bisognava che l'Autore non solamente citasse cotesta specie di pagamento, ma lo provasse con qualche esempio particolare.- (Nota di N. N.) [422] Trovansi nell'opera (-Esprit des Croisades-, t. III, p. 169, ec.) intorno a questi stigmi alcune particolarità tolte da autori ch'io non ho confrontati. [423] -Fuit et aliud scelus detestabile in hac congregatione pedestris populi, stulti et vesanae levitatis, anserem quemdam divino spiritu asserebant afflatum, et capellam non minus eodem repletam; et hos sibi duces secundae viae fecerant-, ec. (Alberto d'Aix, l. I, c. 31, p. 169). Se cotesti contadini fossero stati fondatori di un impero, vi avrebbero potuto introdurre, come in Egitto, il culto degli animali che la filosofia de' lor discendenti avrebbe giustificato sotto il velo di qualche sottile e speciosa allegoria. , ' , 1 ' , . 2 [ ] , 3 ' , , ' 4 . 5 , ' , - - 6 : « ' » , 7 : 8 [ ] , 9 , , 10 , . ' 11 ' , 12 ; , ' 13 , 14 , ' . , 15 ' 16 ' , 17 , , , 18 . 19 , , 20 . , , 21 , , , 22 . 23 ' , 24 , , , 25 ; 26 . 27 ' , , ' 28 ' , ' . 29 : 30 , , ' 31 . , 32 , , ' 33 . 34 , 35 , 36 , , 37 . 38 , . 39 , 40 . 41 ' , ' 42 , , , , 43 ' . 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