(Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon senso, e in vero sapere. [329] Abulfaragio, -Dynast.-, p. 114. vers. Pocock. -Audi quid factum sit et mirare.- Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo scetticismo ragionevole di Renaudot (-Hist. Alex. patriar.-, p. 170; -Historia..... habet aliquid- απιστον -(incredibile) ut Arabibus familiare est-). [330] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani. [331] -È vero che- ortodosso-, in sostanza, non vuol dir altro che uomo di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro; ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo- ortodosso -può soltanto adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai Maomettani.- (Nota di N. N.) [332] -V.- Reland, -De Jure militari Mohammedanorum- nel terzo volume delle -Dissertazioni- p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de' Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al -nome- di Dio. [333] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (-Supplément- de Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (-Annal.- pag. 469). Scrive Tito Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: -Elegantiae regum curaeque egregium opus-, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente criticato dal rigido stoicismo di Seneca (-De tranquillitate Animi-, c. 9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare. [334] -V.- il capitolo XXVIII di quest'opera. [335] Aulo Gellio (-Nuits attiques- VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII, 16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole d'Ammiano son da notarsi: -fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et loquitur monumentorum veterum concinens fides-, etc. [336] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia, degli Esapli, delle -Catenae patrum-, de' commentari ec. (p. 170). Il nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, -Prolegomen.-, -ad- N. T., p. 8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme. [337] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano (-Instit. Orat.- X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini. [338] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton (-Reflexions on ancient and modern learning-, p. 85-95) oppone su questa materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione sia stata una gran perdita per la filosofia. [339] Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna, tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289). [340] Eutichio, -Annal.- tom. II, p. 320; Elmacin, -Hist. Saracen.-, p. 35. [341] È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (-Mém. sur L'Egypte-, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e stampata a Strasburgo nel 1770 (-Jungendorum marium fluviorumque molimina-, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due mari (-Mémoires du baron de Tott-, t. IV). [342] Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto delle -Meraviglie dell'Egitto- composto nel tredicesimo secolo da Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle -Antichità Egiziane- è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di stima (-V.- la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289). [343] Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo (-Lettera- II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo (-Lettera- IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su quella contrada un'occhiata più acuta: «In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le circondano!» (-Works and Memoirs of Gray- edizione di Mason p. 199, 200). [344] Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai successori di Maometto. [345] Maillet, -Description de l'Egypte-, p. 22. Segna egli questo numero come opinione -comune-, e soggiunge che generalmente quei villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più gente che nelle nostre grandi città. [346] Eutichio, -Annal.-, t. II, p. 308-311. I venti milioni furono calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici. (-Recherches sur la population de la France-, pag. 71, 73). Il signor Goguet (-Orig. des arts-, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno. [347] Elmacin (-Hist. Saracen.- p. 218); d'Herbelot senza scrupolo ammette questo enorme computo (-Bibl. orient.-, p. 1031); Arbuthnot (-Tables of ancient coins-, p. 262) e il de Guignes (-Hist. des Huns-, t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità d'Appiano, che dona ai Tolomei (-in Praefat.-) un'entrata annua di settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria (Bernard, -De Ponderibus antiquis-, p. 186). [348] -V.- i calcoli del d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 23 ec.). Il signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (-Recherches sur les Egyptiens-, t. I, p. 118-121). [349] Renaudot (-Hist. patriarch. Alexandr.- p. 334) il quale tratta la lezion comune, o la version d'Elmacin, da' -error librarii-. I 4,300,000 pezze che egli sostituisce pel nono secolo sono un termine medio assai probabile, oltre i 3,000,000 che acquistarono gli Arabi colla signoria dell'Egitto (-idem-, p. 168) e i 2,400,000 che il sultano di Costantinopoli riscosse nell'ultimo secolo (Pietro della Valle, t. I, pag. 352; Thevenot, part. I, p. 824). Il Paw (-Recherches-, t. II, p. 365-373) cresce a poco a poco la rendita dei Faraoni, dei Tolomei, e dei Cesari, da sei a quindici milioni di scudi di Germania. [350] La lista di Schultens (-Index geograph. ad calcem vit. Saladin.-, p. 5) contiene duemila trecento novantasei città o villaggi: quella del d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 29), a seconda dei dati fornitigli dal divano del Cairo, ne numera duemila secento novantasei. [351] -V.- Maillet (-Description de l'Egypte-, p. 28): i suoi argomenti sono giudiziosi e sembrano procedenti da un uomo leale. Son più contento delle osservazioni fatte da questo autore, che della sua erudizione: egli non conosceva nè le lettere greche, nè le latine, ed è troppo incantato dalle finzioni degli Arabi. Abulfeda (-Descript, Aegypt. arab. et latin., Joh. David Michaelis-, Gottingue, -in- 4. 1776) ha raccolto quanto essi dissero di più ragionevole. Per riguardo ai due viaggiatori moderni, Savary e Volney, il primo diletta, come già notai; ma il secondo è tanto istruttivo che io vorrei che potesse girare tutto il globo. [352] La mia narrazione della conquista dell'Affrica è cavata da due Francesi che scrissero sulla letteratura degli Arabi. Cardonne (-Hist. de l'Afrique et de l'Espagne sous la domination des Arabes-, t. I, p. 8-55) e Otter (-Hist. de l'Acad. des inscriptions-, t. XXI, p. 111-125, 136); essi hanno attinto i fatti in gran parte da Novairi, che compose (A. D. 1331) un'Enciclopedia in più di venti volumi. Questa Enciclopedia ha cinque parti generali; ella tratta, 1. della medicina, 2. dell'uomo, 3. degli animali, 4. delle piante, e 5. dell'istoria. Gli affari dell'Affrica sono discussi nel sesto capitolo della quinta sezione di quest'ultima parte (Reiske, -Prodidogmata ad Hadii chalifae tabulas-, p. 232-234). Fra gli storici antichi citati da Novairi, è da osservarsi la narrazione originale d'un soldato che conduceva la vanguardia dei Musulmani. [353] -V.- l'istoria d'Abdallah in Abulfeda (-vit. Mohammed- p. 109), e Gagnier (-Vie de Mahomet-, t. III, p. 45-48). [354] Leone l'Affricano (-in Navigazione e Viaggi di Ramusio-, t. I, -Venezia-, 1550, fol. 76, -retro-) e Marmol (-Description de l'Afrique-, t. II, p. 562) hanno descritta la provincia e la città di Tripoli. Era il primo un Moro erudito che avea viaggiato; compose o tradusse la geografia dell'Affrica a Roma, dove si trovava prigioniero, e avea preso il nome e la religione di Papa Leon decimo. Lo spagnuolo Marmol, soldato di Carlo V, era prigioniero dei Mori quando compilò la sua descrizione dell'Affrica; tradotta in francese dal d'Ablancourt (Parigi, 1667, 3 vol. in 4). Marmol avea letto ed osservato; ma non ha quell'occhio curioso e quelle vedute estese che si trovano nello scritto di Leone l'Affricano. [355] -V.- Teofane, che fa menzione della sconfitta piuttosto che della morte di Gregorio. Egli dà al Prefetto il nome ingiurioso di Τυραννος -Tiranno-; è verosimile che Gregorio avesse presa la porpora (-Chronograph.-, p. 285). [356] -V.- in Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p. 45) la morte di Zobeir, che fu onorato dalle lagrime di Alì contro cui si era egli ribellato. Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 308) parla del suo valore all'assedio di Babilonia, se pure non si tratta d'altra persona collo stesso nome. [357] Shaw's -Travels-, p. 118, 119. [358] -Mimica empito-, dice Abulfeda, -erat haec, et mira donatio; quandoquidem Othman, ejus nomine nummos ex aerario prius ablatos aerario praestabat- (-Ann. mosl.- p. 78). Elmacino (nella sua oscura versione pag. 39) riporta, per quel che pare, questo medesimo raggiro. Quando gli Arabi assediarono il palazzo di Othmano, fu questa una delle principali incolpazioni allegate. [359] Επεστρατευσαν Σαρακηνοι την Αφρικην, και συμβαλοντες τω τυραννω Γρηγοριω τουτον τρεπουσι και τους συν αυτω κτεινουσι και στοικησαντες φορους μετα των Αφρων υπεστρεφαν. -Guerreggiarono i Saraceni in Affrica, e venuti a conflitto col tiranno Gregorio lo batterono, e con lui uccisero i suoi compagni, e dopo avere segnato il tributo sugli Affricani si ritirarono.- (Teofane, -Chronograph.-, p. 285, ediz. di Parigi). La sua cronologia è incerta ed inesatta. [360] Teofane (in -Chronogr.-, p. 293) riferisce le voci vaghe che andavano arrivando a Costantinopoli sulle conquiste degli Arabi all'occidente; e Paolo Warnefrido, diacono d'Aquileia (-De gest. Langobard.-, l. V, c. 13), ci avvisa che a quei giorni mandarono un'armata navale da Alessandria nei mari di Sicilia e dell'Affrica. [361] -V.- Novairi (-apud- Otter, p. 118), Leone l'Affricano (-fol.- 81 -retro-), che conta solo -cinque città ed infiniti casali-; Marmol (-Descript. de l'Afrique-, t. III, pag. 33) e Shaw (-Voyages-, p. 57-65-68). [362] Leone l'Affricano, -fol.- 58; Marmol t. II, p. 415; Shaw pag. 43. [363] Leone l'Affricano, -fol.- 52; Marmol t. II, p. 228. [364] -Regio ignobilis, et vix quicquam illustre sortita, parvis oppidis habitatur, parva flumina emittit, solo quam viris melior et segnitie gentis obscura.- (Pomponio Mela, I, 5, III, 10.). Mela è tanto più degno di credenza in quanto che i suoi Maggiori, oriundi della Fenicia, aveano lasciata la Tingitania per traslocarsi in Ispagna. (-V. in- II, 6, un passo di questo geografo, messo a crudel tortura dal Salmasio, da Isacco Vossio, e da Giacomo Gronovio, il più violento dei critici). Viveva egli nel tempo che questo paese fu interamente soggiogato dall'imperatore Claudio; eppure, trent'anni dopo, Plinio (-Hist. nat.-, V, 1) si lagna di quegli autori troppo indolenti per indagare quella provincia selvaggia e rimota, e troppo orgogliosi nel confessare la loro ignoranza. [365] Aveano gli uomini a Roma la smania del legname di cederno, come le donne quella delle perle. Una tavola rotonda di quattro o cinque piedi di diametro, si vendeva al prezzo d'un ricco podere (-Latefundii taxatione-), cioè per otto, dieci o dodicimila lire sterline. (Plinio -Hist. nat.-, XIII, 29). So bene che non va confuso il -citrus- coll'albero che dà il frutto dagli antichi appellato -citrum-; ma non sono abbastanza dotto in botanica per caratterizzare il primo, che somiglia al cipresso dei boschi, col nome volgare o con quello che gli assegna Linneo, e non deciderò nemmeno se il -citrum- sia l'arancio o il limone. Pare che il Salmasio abbia esausta questa materia; ma troppo spesso si intrica nelle file confuse d'una mal ordinata erudizione (-Plinian. Exercit.-, t. II, p. 666 ec.). [366] Leone l'Affricano -fol.- 16 -retro-; Marmol, (t. II, p. 28). Trattasi spesso di questa provincia, che fu il primo teatro delle glorie e della grandezza dei Sceriffi, nella curiosa storia di questa dinastia registrata in fine del terzo volume della descrizione dell'Affrica del Marmol. Il terzo volume delle Ricerche storiche sui Mori, pubblicata recentemente a Parigi, spande molta luce sulla storia e la geografia dei regni di Fez, e di Marocco. [367] Otter (pag. 119) ha messa tutta l'enfasi del fanatismo a questa esclamazione che il Cardonne (p. 37) ha mitigata, e che sotto la sua penna non indica il pio pensiero di -predicare- il Corano. Eppure aveano l'uno e l'altro davanti il testo di Novairi. [368] Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p. 129, 130) parla della fondazione di Cairoan, e Leone l'Affricano (-fol.- 75), Marmol (t. II, p. 532) e Shaw (p. 115) parlano della situazione della moschea ec. [369] Bene spesso gli autori han commesso un enorme sbaglio per una piccola somiglianza di nome, confondendo la -Cirene- dei Greci col -Cairoan- degli Arabi, due città lontane mille miglia l'una dell'altra. Non evitò quest'errore il grande de Thou, errore tanto meno scusabile in quanto si trova in una descrizion dell'Affrica accuratamente da lui elaborata (-Hist.- l. VII, c. 2, in t. I, p. 240 ediz. di Buckley). [370] Oltre le cronache arabe d'Abulfeda, d'Elmacin, e d'Abulfaragio pel settantesimoterzo anno dell'Egira, si possono consultare d'Herbelot (-Bibl. orient.- p. 7) ed Ockley (-Hist. of the Saracens-, vol. II, p. 339-349). Ockley riferisce in modo patetico l'ultimo colloquio d'Abdallah e di sua madre, ma dimenticò un effetto fisico del dolore da lei provato alla morte del figlio: il ritorno cioè, e le funeste conseguenze dei suoi -mestrui- in età di novant'anni. [371] Λεοντιος.... απαντα τα Ρωμαικα εξωπλισς πλοιμα ςτρατηγον τε επ’αυτοις Ιωαννην τον Πατρικιον εμπειρον των πολεμιων προχετρισαμενος προς Καρχηδονα κατα των Σαρακηνων εξεπεμψεν -Leonzio.... imbarcò tutte le forze romane, ed eletto per capitano di quelle il patrizio Giovanni pratico di guerra lo spedì a Cartagine contro de' Saraceni- (Niceforo, -Constantinop. Breviar.- p. 28). Il patriarca di Costantinopoli e Teofane (-Chronogr.- p. 309) hanno in poche parole rammentato quest'ultimo tentativo per soccorrer l'Affrica. Il Pagi (-Critica- t. III, p. 129-141) ha stabilita la Cronologia, confrontando esattamente gli storici Arabi e Bizantini che sovente si contraddicono per le epoche e pei fatti. -V.- pure una nota d'Ockley (p. 121). [372] -Dove s'erano ridotti i nobili Romani e i Goti: e di poi, i Romani fuggirono e i Goti lasciarono Cartagine- (Leone l'Affricano, fol. 72). Non so da quale scrittore Arabo abbia tolto questo fatto relativo ai Goti: ma questo nuovo ragguaglio è tanto importante e verosimile che mi basta la più piccola autorità per ammetterlo. [373] Questo Commendatore è chiamato da Niceforo βασιλεως Σαρακηνων -re dei Saraceni- definizione un po' vaga, ma esatta abbastanza, delle incombenze del Califfo. Teofane usa la strana denominazione di Προτοσυμβολος -Protosimbolo-, che Goar, suo interprete, applica al -Vizir Azem-. Forse attribuivano giustamente al ministro piuttosto che al principe l'uficio attivo; ma dimenticarono che i califfi Ommiadi non aveano che un -Cateb-, o segretario; e che non fu rimessa o istituita la dignità di Visir, se non che l'anno 132 dell'Egira (d'Herbelot p. 912). [374] Solino (l. XXVII, p. 36 ediz. Salmasio) dice che la Cartagine di Didone ha sussistito seicento settantasette, o settecento trentasette anni. Queste due versioni dipendono dalla differenza dei manoscritti e delle edizioni (Salmas. -Plinian.-, -exercit.-, t. I, pag. 228). Il primo di questi computi, che ne porta la fondazione a ottocentoventitre anni avanti Gesù Cristo, s'accorda meglio colla testimonianza ben pesata di Velleio Patercolo; ma i nostri cronologisti (Marsham, -Canon. chron.-, p. 398) preferiscono l'ultimo conto, che par loro più conforme agli annali degli Ebrei e de' Tiri. [375] Leone l'Affricano, fol. 71; Marmol. t. II, p. 415-447: Shaw, p. 80. [376] Si ponno distinguere quattro epoche nella Storia del nome di -Barbaro-: 1. al tempo di Omero, quando i Greci o gli abitanti della costa asiatica usavano forse un idioma comune, il suono imitativo di -barbar- divenne un nome che si dava alle tribù più rozze, che aveano più ingrata pronunzia e più difettosa grammatica. Καρες βαρβαροφωνοι -I Carii di barbaro accento- (Iliade 2, 567, con lo Scoliaste d'Oxford, con le note di Clarke e col Tesoro greco di Enrico Stefano t. I, pag. 720). 2. Sin dai tempi d'Erodoto almeno, fu applicato a tutte le nazioni straniere alla lingua e al nome dei Greci. 3. Nel secolo di Plauto i Romani si sottomisero a questo insulto (Pompeo Festo l. II, pag. 48 ediz. del Dacier), e si davano da sè il nome di Barbari. Vennero a poco a poco nella pretensione che non convenisse questo titolo all'Italia, e alle province che aveano assoggettate; e infine non lo diedero che ai popoli selvaggi, od ai nemici che stavano fuori del precinto dell'impero. 4. Conveniva ai Mori in tutti i sensi. I conquistatori Arabi presero questa parola dalla lingua dei Romani stanziati nelle province, ed è poi divenuto un nome locale pei popoli che vivono lungo la costa settentrionale dell'Affrica nomata -Barbaria-. [377] Il primo libro di Leone Affricano, e le -Osservazioni- del dottor Shaw (p. 220, 223, 227, 247 ec.) schiarirono assai le tribù erranti della Barbaria che dagli Arabi o dai Mori discendono. Ma lo Shaw s'era tenuto a una rispettosa distanza da quei Selvaggi, e pare che Leone, prigioniero a Roma, dimenticasse in Italia quel che sapeva della letteratura Araba, mentre acquistava qualche cognizione di quella dei Greci e dei Romani. Ha commesso gran numero d'errori grossolani nella prima parte dell'istoria Maomettana. [378] In una conferenza disse Amrou, ad un principe Greco, che la lor religione era differente, e che questo dava giusto motivo alle liti tra fratelli (Ockley, -Hist. of the Saracens-, vol. I, p. 328). [379] Abulfeda, -Annal. moslem.-, p. 78, -vers.- Reiske. [380] Il nome d'Andalusia vien dato dagli Arabi non solo alla provincia che ha questo nome al presente, ma a tutta la penisola di Spagna. (-Geograph. nub.-, pag. 151; d'Herbelot, -Bibl. orient.-, pag. 114, 115). Sembra che questo nome non derivi da -Vandalusia-, paese dei Vandali, come han detto alcuni autori (d'Anville, -Etats de l'Europe-, p. 146, 147 ec.). La vera etimologia par quella di Casiri che osserva che -Handalusia- significa in arabo la region dell'occidente, e così equivale all'Hesperia dei Greci (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 327, ec.). [381] Descrive il Mariana la caduta e il risorgimento della monarchia dei Goti (t. I, p. 238-260, l. VI, c. 19-26, l. VII, c. 1, 2). Lo stile di questo storico nella suo nobile opera (-Historia de rebus Hispani-, -libri- XXX, Aia 1733, 4 volumi -in folio- colla continuazione del Miniana) ha quasi il pregio e l'energia degli autori Romani classici, e dal duodecimo secolo in poi si può riposare sulle dottrine e sul giudizio che egli palesa. Ma questo Gesuita non era scevro dai pregiudizi del suo Ordine; come il suo rivale Buchanan, egli ammette e abbellisce le leggende nazionali più assurde. Trascura troppo la critica e la cronologia, e colla sua vivace immaginazione supplisce alle lacune dei monumenti storici. Queste lacune sono considerabili e frequentissime. Rodrigo di Toledo, primo storico Spagnuolo, viveva cinque secoli dopo la conquista degli Arabi: e quanto si sa dei tempi anteriori è ristretto in poche linee aridissime degli oscuri annali, o cronache, d'Isidoro di Badajoz e di Alfonso III re di Leone, da me trovati solamente negli annali del Pagi. [382] Lo stupro, dice Voltaire, è difficile a fare, come a provare. Si sarebbero mai collegati i vescovi per una fanciulla? (-Hist. gener.-, c. 26). Questo argomento non è concludente in buona logica. [383] Sembra che nella storia di Cava, il Mariana (l. VI, c. 21, pag. 241, 242) voglia gareggiare col racconto che fa T. Livio nella storia di Lucrezia. Ad esempio degli antichi, cita rare volte gli autori, e la testimonianza più antica indicata dal Baronio (-Annal. eccles.-, A. D. 715, n. 19) quella è di Luca Tudense, diacono di Galizia, del secolo tredicesimo il quale dice solamente -Cava quam pro concubina utebatur-. [384] Gli orientali Elmacin, Abulfaragio ed Abulfeda trapassano in silenzio la conquista della Spagna, o appena appena ne fan motto. Il testo di Novairi e degli altri scrittori Arabi si trova, con qualche mistura, nella storia dell'Affrica e della Spagna sotto la dominazion degli Arabi (Parigi 1765, 3 vol. in 12, t. I, p. 55-114), scritta dal signor de Cardonne, e in modo più conciso nella storia degli Unni (t. I, p. 347-350) del signor de Guignes. Il bibliotecario dell'Escurial non ha risposto alla mia aspettazione, eppure sembra che abbia attentamente rifrustati i materiali confusi che sono sotto la sua custodia. Alcuni frammenti preziosi del -genuino- Razis (che scrisse in Cordova l'anno dell'Egira 300), di Ben-Hazil, etc. dan lume alla storia della conquista di Spagna (-V.- -Bibl. Arabico-Hispana-, t. II, p. 32-105, 106-182, 252-319, 332). Il dotto Pagi ha fatto suo pro delle cognizioni che aveva il suo amico abate di Longuerne sulla letteratura degli Arabi, e molto mi giovarono le lor fatiche. [385] Uno sbaglio di Rodrigo di Toledo, nel paragone che ha fatto degli anni lunari dell'Egira cogli anni giuliani dell'Era di Cesare, condusse il Baronio, il Mariana e la turba degli storici Spagnuoli a porre la prima invasion degli Arabi nell'anno 713, e la battaglia di Cheres nel novembre 714. Questo anacronismo di tre anni fu scoperto dai cronologi moderni, e soprattutto dal Pagi (-Critica-, t. III, p. 169-171, 174), che hanno indicato la vera data della rivoluzione. Il sig. Cardonne, versato nella letteratura degli Arabi e che per altro ammise l'antico errore, ha palesato in questo proposito una ignoranza o una negligenza inescusabile. [386] Il primo anno dell'Era di Cesare, seguìta dalla legge e dal popolo di Spagna sino al secolo decimoquarto, è di trent'otto anni anteriore alla nascita di Gesù Cristo. Parmi che si riporti alla pace generale per mare e per terra che rassodò il potere e la -divisione- dei Triumviri (Dione-Cassio, l. XLVIII, p. 547, 553; Appiano -De bell. civ.-, l. I, p. 1054 ediz. -in folio-). La Spagna era una delle province sottomesse a Cesare Ottaviano, e Tarragona, che innalzò il primo tempio in onore d'Augusto (Tacito, -Annal.-, 1, 78), potè apprendere dagli orientali questa specie d'adulazione. [387] Il padre Labat (-Voyages en Espagne et en Italie-, t. I, pag. 207-217) parla col suo brio ordinario della strada del Cantone e del vecchio castello del conte Giuliano, come pure dei tesori nascosti ec., a cui prestan fede i superstiziosi Spagnuoli. [388] Il geografo di Nubia (p. 154) descrive i siti che furono il teatro della guerra; ma difficilmente si crede che il Luogo-tenente di Musa siasi appigliato ad un espediente tanto disperato ed inutile quanto quello d'incendiare i propri vascelli. [389] Xeres (la colonia romana d'Asta Regia) non è lontana da Cadice che due leghe; nel sedicesimo secolo era un granaio del paese, ed oggi è noto il vino Xeres a tutte le nazioni Europee (-Lud. Nonii Hispania-: c. 13, p. 54-56, opera esattissima e concisa). D'Anville (-Etats de l'Europe-, etc. p. 154). [390] -Id sane infortunii regibus pedem ex acie referentibus saepe contingit.- (Ben-Hazil di Granata, -in Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 323). Alcuni Spagnuoli creduli pensano che Rodrigo riposasse in una cella d'un Eremita; altri dicono che fu chiuso vivo in una botte piena di serpenti, e che esclamò con grido lamentevole: «Sono straziato nella parte ove tanto peccai!» (Don Chisciotte, part. II, l. III, c. I). [391] Il sig. Swinburne ha speso settantadue ore e mezzo per andare sopra le mule da Cordova a Toledo per la via più breve. Debbe abbisognare più tempo alle mosse lente e deviate d'un esercito. Attraversarono gli Arabi la provincia della Mancia, divenuta pei lettori di tutte le nazioni una terra classica sotto la penna di Cervantes. [392] Nonio (-Hispania-, c. 59, p. 181-186) descrive in pochi tratti le antichità di Toledo, la quale nel tempo delle guerre puniche era -urbs parva-, ed -urbs regia- nel sedicesimo secolo. Egli prende in prestito da Rodrigo il -fatale palatium- dei ritratti moreschi; ma modestamente accenna che altro non era che un Anfiteatro romano. [393] Rodrigo di Toledo (-Hist. Arab.-, c. 9, p. 17, -ad calcem- Elmacin) descrive questa tavola di smeraldo, e si fonda sull'autorità di Medinat-Almeyda, del quale ci dà il nome in lettere arabiche. Par che conosca gli autori Musulmani; ma non posso convenire col sig. di Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p. 350) che abbia letto e copiato Novairi, perchè morì un secolo prima che Novairi componesse la sua storia. Questo sbaglio nasce da un errore anche più goffo: il sig. di Guignes confonde lo storico Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo nel secolo tredicesimo, col cardinale Ximenes che governò la Spagna nel principio del secolo sedicesimo, e che ha esercitato i pennelli della storia, ma non li ha maneggiati giammai. [394] Avrebbe potuto Tarik incidere su l'ultima rocca quel verso vanaglorioso di Regnard e dei suoi compagni nell'estremità della Lapponia: -Hic tandem stetimus, nobis ubi defuit orbis.- [395] Questo fu l'argomento del traditore Oppas; e i Capi a cui si diresse non risposero già collo spirito di Pelagio: -Omnis Hispania dudum sub uno regimine Gothorum, omnis exercitus Hispaniae in uno congregatus Ismaelitarum non valuit sustinere impetum.- (-Chron. Alphonsi regis, apud Pagi-, t. III, p. 177). [396] D'Anville (-Etats de l'Europe-, p. 159) in poche parole, ma chiare, riferisce il risorgimento dei Goti nelle Asturie. [397] I legionari superstiti dopo la guerra de' Cantabri (Dione-Cassio, t. LIII, p. 720) furono collocati in questa metropoli della Lusitania, e forse della Spagna (-submittit cui tota suos Hispania fasces-). Nonio (-Hispania-, c. 31, p. 106-110) fa l'enumerazione degli antichi edifizii, ma la termina con queste parole: -Urbs haec olim nobilissima ad magnam incolarum infrequentiam delapsa est et praeter priscae claritatis ruinas nihil ostendit.- [398] I due interpreti di Novairi, il de Guignes (-Hist. des Huns-, t. I, p. 349) ed il Cardonne (-Hist. de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I, pag. 93, 94, 104, 105) fanno entrare Musa nella Gallia narbonese; ma io non trovo che Rodrigo di Toledo, od i manoscritti dell'Escuriale faccian menzione di questa impresa; ed una Cronaca francese rimanda l'invasione dei Saraceni al nono anno dopo la conquista della Spagna, A. D. 721 (Pagi, -Critica-, t. III, pag. 177, 195: -Historiens de France-, t. III). Ho gran dubbio che Musa non abbia passato i Pirenei. [399] Quattro secoli dopo Teodemiro, i suoi demanii di Murcia e di Cartagena ritengono il nome di Tadmir nel geografo di Nubia (Edrisi, p. 154-161); -V.- pure il d'Anville (-Etats de l'Europe-, p. 156; Pagi, t. III, p. 164). Nonostante la miseria in cui vedesi oggi l'agricoltura della Spagna, il sig. Swinburne (-Travels in Spain-, p. 119) vide con piacere la deliziosa vallata che da Murcia si stende ad Orihuela, e che, in uno spazio di quattro leghe e mezzo, presenta una quantità considerabile di belle biade, di legumi, di trifoglio, di Aranci, ec. [400] -V.- questo trattato, in arabo e in latino, nella -Bibliotheca arabico-hispana-, tom. II, pag. 105, 106. Ha la data del 4 del mese Regeb, A. II. 94, cioè 5 aprile A. D. 713, il che sembra che prolunghi la resistenza di Teodemiro e il governo di Musa. [401] Il Fleury (-Hist. eccles.-, t. IX, p. 261) ha dato, seguendo l'istoria di Sandoval (p. 87), l'estratto d'altra convenzione segnata -A. AE. c. 115 A. D. 734-, tra un Capo Arabo ed i Goti e Romani del territorio di Coimbra nel Portogallo. Quivi si fissa la contribuzione delle chiese a venticinque libbre d'oro, quella dei monasteri a cinquanta, delle cattedrali a cento; si dichiara che i cristiani saran giudicati dal loro conte, ma che, negli affari capitali, questi dovrà consultare l'Alcade; che le porte della chiesa saranno chiuse, e i cristiani rispetteranno il nome di Maometto. Non ho sott'occhio l'originale per decidere se sia fondato o no il sospetto che questo scritto sia stato inventato per introdurre le immunità d'un convento del paese. [402] Può paragonarsi questo gran disegno, attestato da vari scrittori Arabi (Cardonne, t. I, p. 95, 96), a quello di Mitridate, di marciare dalla Crimea a Roma, o all'altro di Cesare di conquistare l'oriente, e di tornare dal settentrione in Italia; ma l'impresa eseguita da Annibale supera per avventura quei tre vasti divisamenti. [403] Mi duole assai che siano smarrite due Opere arabe dell'ottavo secolo, una vita di Musa e una poesia sulle vittorie di Tarik, delle quali, se non son perdute, non ho avuto almeno alcuna notizia. La prima di queste, autentiche amendue, era stata composta da un nipote di Musa, sfuggito alla strage della famiglia; e la seconda dal Visir del primo Abdalrahman, Califfo di Spagna, che aveva potuto conversare con qualche veterano di quel conquistatore (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 36-139). [404] -Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 32-252. La prima di queste citazioni è tratta da una -Biographia hispanica-, scritta da un Arabo di Valenza (-V.- i lunghi estratti che ne dà Casiri, t. II, p. 30-121); e l'ultima da una cronologia generale dei Califfi e delle dinastie Affricane e Spagnuole, con una storia particolare di Granata, tradotta quasi tutta da Casiri (-Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 177-319). L'autore Ebn-Khateb, nativo di Granata, e contemporaneo di Novairi e di Abulfeda (nacque A. D. 1313, e morì A. D. 1374) era storico, geografo, medico e poeta (t. II, p. 71, 72). [405] Cardonne, -Histoire de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I, p. 116, 119. [406] Si vede nella biblioteca dell'Escuriale un lungo trattato d'agricoltura composto da un Arabo di Siviglia nel dodicesimo secolo, e Casiri aveva l'intenzione di tradurlo. Reca una lista degli autori Arabi, Greci, Latini, ec. che vi sono citati; ma è molto senz'altro se lo scrittore di Andalusia abbia conosciuto gli ultimi per l'opera del suo concittadino Columella (Casiri, -Bibl. arabico-hispana-, t. I, p. 323-338). [407] -Bibl. arabico-hispana-, t. II, p. 104. Casiri traduce la testimonianza originale dello storico Rasis, tal quale si trova nella -Biographia hispanica- araba, part. 9; ma stupisco altamente vedendola diretta -Principibus coeterisque christianis Hispanis suis- CASTELLAE. Questo nome -Castellae- era ignoto all'ottavo secolo, non avendo cominciato il regno di Castiglia che nel 1022, un secolo dopo Rasis (-Bibl.- t. II, p. 530); e quel nome indicava non una provincia tributaria, ma una serie di castella non soggette a' Mori (d'Anville, -Etats de l'Europe-, pag. 166-170). Se Casiri fosse stato buon critico, avrebbe forse schiarito una difficoltà a cui ha dato egli per avventura occasione. [408] Cardonne, t. I, p. 337, 338. Egli valuta questa entrata a centotrenta milioni di franchi. Da questa pittura della pace e prosperità dell'impero de' Mori resta amenizzato il sanguinoso ed uniforme quadro della loro storia. [409] Posseggo per avventura una magnifica ed interessantissima opera non mai posta in vendita, ma dispensata in dono dalla Corte di Madrid, la -Bibliotheca arabico-hispana escurialensis, opera ed studio Michaelis Casiri, Syro Maronitae. Matriti, in folio, tomus prior, 1760, tomus posterior, 1770-. Questa edizione onora veramente i torchi di Spagna: l'editore indica mille ottocento cinquant'un manoscritto giudiziosamente classificati; e co' suoi lunghi estratti illustra la letteratura musulmana e la storia di Spagna. Non rimane più timore di perdere que' monumenti; ma fu veramente imperdonabile la negligenza di chi non fece questo lavoro avanti l'anno 1671, tempo funesto per l'incendio che divorò la maggior parte della Biblioteca dell'Escuriale, allora doviziosa delle spoglie di Granata e di Marocco. [410] Gli -Harbii-, che così son detti, -qui tolerari nequeunt-, furono, 1. quelli che non solo adorano Dio, ma ben anche il sole, la luna, o gl'idoli; 2. gli atei -utrique, quamdiu princeps aliquis inter Mohammedanos superest, oppugnari debent donec religionem amplectantur, nec requies iis concedenda est, nec pretium acceptandum pro obtinenda conscientiae libertate- (Reland, -Dissert. 10, De jure militari Mahommedan., t. III, p. 14-). Che teorica austera! [411] -Si suppone che l'Autore ciò dica siccome asserito dai seguaci della religion Maomettana, che avevano ed hanno una prevenzione in favore di lei; poichè ogni buon credente sa che le rivelazioni di Mosè, e gli Evangelj hanno i caratteri, ed i segni che mostrano la loro origine divina; nè questi segni e questi caratteri si osservano nella pretesa rivelazione di Maometto.- (Nota di N. N.). [412] In una conversazione del Califfo Al-Mamoun cogl'idolatri, o Sabei di Charra, sta chiaramente indicata la distinzione che facevasi tra una Setta proscritta e una tollerata, tra gli -Harbii-, e il popolo del libro, ossia i credenti d'una rivelazione divina (Hottinger, -Hist. orient-., p. 107, 108). [413] -Vorrà dire l'Autore, che la legge di Maometto fu più generale di quella di Mosè, alludendo alla permessa poligamia: ma risguardando la legge di Mosè, anche come quella soltanto d'un legislatore civile, è certamente più saggia, e più conforme al buon ordine sociale di quella di Maometto; nè vale il porre in campo il clima caldo degli Arabi, perchè anche gli Ebrei abitavano i paesi ad essi vicini. La pretesa folla de' misterj de' Cristiani, erano stati determinati dai Concilj generali, secondo rettissime spiegazioni dell'Evangelio, al sorger che facevano le erronee opinioni particolari, ossia eresie, perciò quei misterj erano già negli evangelj.- (Nota di N. N.) [414] Il Zend o Pazend, che è la Bibbia de' Guebri, è da questi, o almeno da' Musulmani annoverata fra' dieci libri che Abramo ricevette dal cielo[*], e la loro religione ha il nome onorevole di religione d'Abramo (d'Herbelot -Bibl. orient.,- p. 701; Hyde, -De religione veterum Persarum-, c. 13, p. 27, 28, ec.). Temo assai che ci manchi una esposizione pura e libera del sistema di Zoroastro. Il dottore Prideaux (-Connection-, vol. I, p. 300, in 8) aderisce all'opinione che crede che Zoroastro, durante la cattività di Babilonia, fosse schiavo e discepolo d'un profeta Giudeo. I Persiani che furono i padroni de' Giudei rivendicheranno forse l'onore, miserabile onore, d'essere pure stati loro precettori per le opinioni religiose. * -Fu una tradizione delle teste calde d'alcuni abitanti della Caldea, della Palestina, e dell'Arabia, e d'alcun paese della Persia, che Abramo avesse scritto libri, o li avesse ricevuti dal cielo; lo si fece anche scrittore d'astronomia. Il Calmet ha mostrato che Abramo non iscrisse libri, e non ne ricevè dal cielo; ed il Calmet è un cattolico commentatore della sacra Scrittura: Mosè, i Profeti, gli scrittori Ebrei se ne sarebbero gloriati. Il dotto Autore poi dice benissimo, non aver noi un'esatta esposizione del sistema religioso di Zoroastro, che fu un grand'uomo; e siccome sappiamo, che alcune opinioni filosofiche, o religiose si sono unite insieme, e ne venne che alcuna di loro prese altro nome, così potè avvenire, che i Maomettani abbiano accozzato colle cose dei pretesi libri d'Abramo, da essi riverito, la religione persiana de' Magi, e così questa, ch'era già stata data loro da Zoroastro, sotto la rinomanza d'Abramo, sia stata tollerata da' Maomettani potenti. I Guebri per altro, ed alcun'altra popolazione della Persia, conservano anche oggidì l'antica religione di Zoroastro: è estremamente difficile distruggere una religione che abbia poste estese e ferme radici in uno Stato: è questa l'opera del tempo-. (Nota di N. N.). [415] Le mille ed una Notte Araba, dipintura fedele de' costumi orientali, rappresentano sotto i più odiosi colori i Magi, o adoratori del fuoco a cui rinfacciano il sagrifizio annuo di un Musulmano. Non sussiste la menoma affinità tra le religioni di Zoroastro e quella degli Indi; ma non di rado i Musulmani le confondono, e questo sbaglio è stato una delle cagioni della crudeltà di Timur (-Hist. de Timur-Bec-, di Cerefedin-Alì-Yezdi, l. V). [416] -Vie de Mahomet- di Gagnier, t. III, p. 114, 115. [417] -Hae tres sectae, judaei, christiani, et qui inter Persas magorum institutis addicti sunt κατ’ εξοχην (per eccellenza) POPULI LIBERI dicuntur- (Reland, -Dissert-., t. III, p. 15). Il Califfo Mamoun confermò questa onorevole distinzione che separava le tre Sette dalla religione indeterminata ed equivoca de' Sabei, sotto lo scudo della quale permettevasi agli amichi politeisti di Charrae il loro culto idolatra (Hottinger -Hist. orient-., p. 167, 168). [418] Questa curiosa storia è narrata dal d'Herbelot (-Bibl. orient-., p. 440, 449) su la testimonianza di Condemiro, ed anche dello stesso Mirchond (-Hist. priorum regum persarum-, etc. p. 9-18, not. p. 88, 89). [419] Mirchond (-Mohammed emir Khoondah Shah-), nativo di Herat, compose in lingua persiana una storia generale dell'oriente, dalla creazione del Mondo sino all'anno ottocento settantacinque dell'Egira (A. D. 1471). Nell'anno 904 (A. D. 1498), fu fatto bibliotecario del principe, e con questo soccorso pubblicò in sette o dodici parti un'opera che fu commentata, e poi fu ridotta in tre volumi dal suo figlio Condemiro (A. E. 927, A. D. 1520). Petit de la Croix (-Hist. de Gengis-Khan-, pag. 537, 538, 544, 545) accuratamente ha distinto questi due scrittori confusi dal d'Herbelot (pag. 358, 410, 994, 995). I molti estratti da quest'ultimo pubblicati sotto il nome di Condemiro appartengono al padre piuttosto che al figlio. Lo storico di Gengis-Khan rimanda il lettore ad un manoscritto di Mirchond datogli dal suo amico d'Herbelot. Ultimamente fu stampato in Vienna, 1782, in quarto, -cum notis- di Bernardo di Jenisch, un curioso frammento in persiano ed in latino (le dinastie Taheriana e Soffariana), e l'editore dà speranza di continuare l'opera di Mirchond. [420] -Quo testimonio boni se quidpiam praestitisse opinabantur.- Mirchond per altro avrà condannato questo zelo, giacchè approvava la tolleranza legale dei Magi, -cui- (il tempio del Fuoco) -peracto singulis annis censu, uti sacra Mohammedis lege cautum, ab omnibus molestiis ac oneribus libero esse licuit-. [421] L'ultimo Mago, che abbia avuto un nome e qualche autorità, sembra essere Mardavige-il-Dilemita, che nel decimo secolo regnava nelle province settentrionali della Persia situate presso il mar Caspio (d'Herbelot, -Biblioth. orient.-, p. 355); ma i -Bovidi-, suoi soldati e successori, professarono l'Islamismo, oppure l'abbracciarono, ed io porrei la caduta della religione di Zoroastro al tempo della loro dinastia (A. D. 933-1020). [422] Quanto ho esposto dello stato presente de' Guebri nella Persia è tratto dal Chardin, il quale, benchè non sia nè il più dotto, nè il più giudizioso de' viaggiatori moderni, è però quegli che ha posto maggior diligenza nelle ricerche (-Voyages en Perse-, t. II, p. 109, 179, 187, in 4). Pietro della Valle, Oleario, Thevenot, Tavernier, ec., che indarno ho consultati, non aveano occhi abbastanza esercitati con acutezza sufficiente d'ingegno per ben esaminare questo popolo sì osservabile. [423] La lettera d'Abdoulrahman, governatore o tiranno dell'Affrica, al Califfo Aboul-Abbas, primo degli Abbassidi, ha la data dell'A. E. 132 (Cardonne, -Hist. de l'Afrique et de l'Espagne-, t. I, p. 168). [424] -Bibl. orient.-, p. 66; Renaudot, -Hist. patriar. Alex.-, p. 287, 288. [425] -V.- le lettere de' papi Leone IX (-epist.- 3), Gregorio VII (l. I, -epist.- 22, 23; l. III, -epist.- 19, 20, 21), e le annotazioni del Pagi (t. IV, A. D. 1053, n. 14; A. D. 1073, n. 13), il quale ha cercato il nome e il casato del principe Moro, con cui carteggiava sì urbanamente il più superbo de' Papi. [426] Mozarabes o Mostarabes, -adscititii-, secondo la traduzione di quella parola in latino (Pocock, -Specim. Hist. Arabum-, p. 39, 40; -Bibl. arabico-hispana-, t. II, pag. 18). La liturgia mosarabica, tenuta un tempo dalla chiesa di Toledo, è stata dai Papi disapprovata ed esposta alle incerte prove del ferro e del fuoco (Marian., -Hist. Hispan-., t. I, l. IX, c. 18, p. 378): è scritta in lingua latina, ma nell'undecimo secolo si credè necessario (A. D. 1039) fare una versione in arabo dei canoni dei Concilii di Spagna (-Bibl. arabico-hispana-, t. I, pag. 547), ad uso dei vescovi e del clero de' paesi soggetti ai Mori. [427] Circa la metà del decimo secolo l'intrepido inviato dell'imperadore Ottone primo rinfacciò al clero di Cordova questa colpevole condiscendenza (-Vit. Johann. Gorz, in sec. Benedict. V-, n. 115, -apud- Fleury, -Hist. eccles-., t. XII, pag. 91). [428] Pagi, -Critica-, t. IV, A. D. 1149 n. 8, 9. Egli osserva giustamente che quando Siviglia fu ripresa da Ferdinando di Castiglia non vi si trovarono altri cristiani fuorchè i prigionieri, e che la descrizione delle chiese mozarabiche dell'Affrica e della Spagna, datane da Giacomo di Vitry, A. D. 1218 (-Hist. Hieros.-, c. 80, pag. 1095, -in gestis Dei per Francos-) fu tolta da un libro più antico, e soggiugne che la data dell'Egira 677 (A. D. 1278) debbe applicarsi alla copia, e non all'originale d'un Trattato di giurisprudenza in cui si espongono i dritti civili de' cristiani di Cordova (-Bibl. arab.-hisp.-, t. I, pag. 47), e che i Giudei erano i soli dissidenti che da Abul-Waled, re di Granata (A. D. 1313), potessero essere perseguitati o tollerati (t. II, p. 288). [429] Renaudot, -Hist. patriar. Alex.-, p. 288. Se avesse potuto Leone Affricano, prigioniero in Roma, scoprire il menomo avanzo di cristianesimo nell'Affrica, non avrebbe lasciato di dirlo per far la corte al Papa. [430] -Absit- (diceano i cattolici al Visir di Bagdad) -ut pari loco habeas Nestorianos, quorum praeter Arabas nullus alius rex est, et Graecos quorum reges amovendo Arabibus bello non desistunt-, etc. V. nelle Raccolte d'Assemani (-Bibl. orient-., t. IV, p. 94-101) lo stato dei Nestoriani sotto i Califfi. Nella dissertazione preliminare del secondo volume d'Assemani viene esposto più concisamente quello dei Giacobiti. [431] Eutych., -Annal-., t. II, pag. 384, 387, 388; Renaudot -Hist. patr. Alex-., p. 205, 206, 257, 332. Il primo di quei patriarchi Greci poteva essere men fedele agli imperatori e men sospetto agli Arabi, professando in qualche punto l'eresia dei Monoteliti. [432] Motadhed, che regnò dall'A. D. 892 sino al 902. Conservavano tuttavia i Magi il lor nome e il grado fra le religioni dell'impero (Assem., -Bibl. orient-. t. IV, p. 97). [433] Narra Reland le angarie messe dalla legge e dalla giurisprudenza musulmana sopra i cristiani (-Dissert.-, tom. III, p. 16-29). Eutichio (-Annal.-, t. II, p. 448) e il d'Herbelot (-Bibl. orient.-, pag. 640) accennano gli ordini tirannici del Califfo Motawakkel (A. D. 847-861), i quali sono ancora in vigore. Il greco Teofane racconta, e probabilmente esagera, una persecuzione del Califfo Omar II (-Chron.-, p. 334). [434] S. Eulogio, che fu pure una delle vittime, celebra e giustifica i martiri di Cordova (A. D. 850 ec.). Un sinodo convocato dal Califfo censurò in modo equivoco la lor temerità. Il saggio Fleury, usando la solita moderazione, non può accordare la lor condotta colla disciplina dell'antichità: -«Pure l'autorità della chiesa ec.».- (Fleury, -Hist. eccles.-, t. X, p. 415-522, e particolarmente p. 451-508, 509). Gli atti autentici di questo sinodo spandono una viva luce, benchè passeggera, sullo stato della chiesa di Spagna nel nono secolo. [435] -V.- l'articolo -Eslamiah- (noi diciamo -cristianità-) nella -Bibliothèque orientale- (p. 325). Questa carta dei paesi soggetti alla religion musulmana è attribuita all'anno dell'Egira 885 (A. D. 995), ed è di Ebn-Alwardi. Le perdite sofferte dal Maomettismo in Ispagna da quel tempo in poi, si sono bilanciate coi conquisti nell'Indie, nella Tartaria e nella Turchia europea. [436] Nel collegio della Mecca s'insegna come lingua morta l'arabo del Corano. Il viaggiator Danese paragona questo antico idioma al latino; la lingua volgare dell'Hejaz e dell'Yemen all'italiano, e i dialetti arabi della Sorìa e dell'Egitto e dell'Affrica ec. al provenzale, allo spagnuolo, e al portoghese (Niebuhr, -Descript. de l'Arabie-, p. 74 ec.). CAPITOLO LII. -I due assedii di Costantinopoli fatti dagli Arabi. Loro invasione in Francia, e loro sconfitta per opera di Carlo Martello. Guerra civile degli Ommiadi e degli Abbassidi. Letteratura degli Arabi. Lusso dei Califfi. Imprese navali contro l'isola di Creta, contro la Sicilia e Roma. Decadimento e divisione dell'impero de' Califfi. Sconfitte e trionfi degli imperatori Greci.- Quando per la prima volta uscirono del lor deserto, avranno sicuramente gli Arabi maravigliato di vedere così facili e rapidi i loro trionfi. Ma quando nella lor corsa vittoriosa, pervennero alle rive dell'Indo e alla vetta dei Pirenei; quando dopo infinite prove ebbero conosciuto la forza delle lor scimitarre, e l'energia della lor fede, si saranno egualmente stupiti di incontrare qualche nazione che potesse resistere alle lor armi invincibili, e qualche limite che oppor si potesse alla dilatazione dell'impero de' successori del Profeta. Temerità è questa che pure è perdonabile in fanatici e in soldati, se si pensa alla fatica che dee durare uno storico, che a mente fredda tien dietro presentemente ai trionfi dei Saracini, quando vuole rendere a sè stesso ragione del come abbiano potuto la religione e i popoli dell'Europa, eccetto la Spagna, salvarsi da quel rischio imminente e quasi inevitabile in apparenza. I deserti degli Sciti e dei Sarmati eran difesi dalla ampiezza loro, dalla miseria e dal coraggio de' pastori del settentrione; remotissima ed inaccessibile era la Cina: ma i Musulmani s'erano insignoriti della maggior parte della Zona temperata; i Greci erano indeboliti dalle calamità della guerra, dalla perdita delle più belle province, e la precipitosa caduta della monarchia de' Goti potea sbigottire i Barbari dell'Europa. Ora io m'accingo a svolgere le cagioni che preservarono la Brettagna e la Gallia dal giogo civile e religioso del Corano, che protessero la maestà di Roma, e ritardarono la servitù di Costantinopoli; che rinvigorirono la resistenza dei cristiani, e fra i Maomettani disseminarono germi di discordia e di debolezza. [A. D. 668-675] Quarantasei anni dopo la fuga di Maometto, comparvero armati i suoi discepoli davanti alle mura di Costantinopoli[437]; essi erano animati dalle promesse, o vere o supposte, del Profeta che la prima armata che assediasse la città dei Cesari avrebbe il perdono dei peccati: vedeano inoltre gli Arabi la gloria di quella lunga serie di trionfi che ottennero i primi Romani, trasfusa giustamente nei vincitori della nuova Roma, e la ricchezza delle nazioni versata in quella metropoli, che per la sua bella situazione era fatta veramente per essere a un tempo il centro del commercio e la sede del governo. Il Califfo Moawiyah, dopo avere strozzati i suoi rivali e assodato il trono, volle colle vittorie, e il vanto di questa santa impresa, espiare il sangue de' cittadini versato nelle guerre intestine[438]. Gli apparecchi che fece in mare e in terra furono adeguati alla grandezza della spedizione; ne fu affidato il comando a Sophian, vecchio guerriero; ma furono rincorate le soldatesche dalla presenza e dall'esempio d'Yezid, figlio del comandante de' fedeli. Poco aveano i Greci a sperare, poco i lor nemici a temere dal coraggio e dalla vigilanza dell'Imperatore che deturpava il nome di Costantino, e non imitava del suo avo Eraclio se non se gli anni che aveano ottenebrata la sua gloria. Senza essere arrestate, e senza incontrare ostacolo, le forze navali de' Saracini passarono il canale dell'Ellesponto, che pur oggi dai Turchi è considerato come il baloardo posto dalla natura a difesa della capitale[439]. L'armata araba gittò l'ancora, e sbarcarono le milizie presso il palazzo di Hebdomon, distante sette miglia della Piazza. Dall'alba sino a notte fecero esse per molti giorni parecchi assalti lungo le mura dalla porta dorata al promontorio orientale, e l'urto delle colonne, poste di dietro, spingevano avanti i guerrieri della prima linea. Ma gli assedianti aveano calcolato male la forza e le difese di Costantinopoli. Da numerosa e ben disciplinata guarnigione erano protette le sue mura solide ed alte, e il valore Romano si riscosse in faccia al pericolo, onde era minacciata la religione e l'impero: gli abitanti fuggiaschi dalle province già conquistate, ricoverati colà, rinnovarono con miglior successo i modi difensivi usati in Damasco e in Alessandria, e sbalordirono i Saracini mirando i prodigiosi e strani effetti del fuoco greco. Una resistenza tanto ostinata gli determinò a volgersi ad imprese più facili; corsero quindi a mettere a sacco le coste d'Europa e d'Asia, che cingono la Propontide, e dopo aver tenuto il mare, dal mese d'aprile fino a settembre, si ritirarono per ottanta miglia dalla capitale nell'isola di Cisico, ove formato aveano i magazzini, e depositata la preda. Furon sì pazienti nella perseveranza, o sì deboli nelle operazioni, che per sei estati successive eseguirono l'istesso disegno d'assalto che terminò con ugual ritirata. Quindi ogni impresa, manchevole di effetto, scemava in essi il vigore non che le speranze di vincere, sino a tanto che i naufragi e le malattie, il ferro e il fuoco del nemico gli astrinsero ad abbandonare quell'inutile tentativo. Ebbero essi a piangere la perdita o a celebrare il martirio di trentamila Musulmani, che lasciarono la vita all'assedio di Costantinopoli, e i pomposi funerali di Abù-Ayub, o Giob, solleticarono la curiosità de' cristiani medesimi. Questo Arabo venerando, uno degli ultimi compagni di Maometto, era nel numero degli -Ansar-, o ausiliarii di Medina, che accolsero il Profeta quando fuggì dalla Mecca. Da giovanetto erasi trovato alle battaglie di Beder e di Ohud; giunto all'età matura era stato l'amico e il collega d'Alì, e aveva logorato il resto delle sue forze lungi dalla patria in una guerra contra i nemici del Corano. Sempre fu rispettata la sua memoria: ma fu negletto, ed anzi ignorato, il luogo della sua sepoltura per otto secoli sino a tanto che Maometto II prese Costantinopoli. Una di quelle visioni che sono le arti consuete in tutte le religioni del Mondo rivelò ai Musulmani, che Ayub era sepolto al piè delle mura in fondo al porto, e quindi fu eretta colà una Moschea che poi fu con ragione prescelta per luogo della inaugurazione semplice e marziale dei soldani Turchi[440]. [A. D. 677] L'esito di quell'assedio risuscitò nell'oriente e nell'occidente la gloria dell'armi romane, ed oscurò per un poco quella de' Saracini. A Damasco, in un consiglio generale degli Emiri o Coreishiti, fu accolto onestamente l'inviato dell'imperatore; e allora i due imperi segnarono una pace o tregua di trent'anni, nella qual occasione il comandante de' credenti umiliò la sua dignità sino a promettere un annuo tributo di cinquanta cavalli di buona razza, di cinquanta schiavi e di tremila pezze d'oro[441]. Era già molto vecchio il Califfo, e volea godere della sua autorità, e terminare i giorni nella quiete e tranquillità; ma mentre al solo suo nome tremavano i Mori e gli Indiani, era poi la sua reggia e la città di Damasco insultata dai Mardaiti o Maroniti del monte Libano, i quali furono il miglior propugnacolo dell'impero sino al tempo che la sospettosa politica dei Greci, dopo averli disarmati, li confinò in un'altra contrada[442]. Dopo la sommossa dell'Arabia e della Persia, non rimaneva più alla casa d'Ommiyah[443] altro dominio fuorchè i reami della Sorìa e dell'Egitto. Nel suo imbarazzo e nello spavento che provò, s'indusse a cedere sempre più alle premurose domande dei cristiani, e fu statuito il tributo d'uno schiavo, d'un cavallo e di mille pezze d'oro al giorno per tutti i 365 giorni dell'anno solare. Ma non così tosto l'armi e la politica di Abdalmalek ebbero rintegrato l'impero, ricusò un segno di servitù che feriva non men la sua coscienza che l'orgoglio: cessò dunque di pagare il tributo, e i Greci avviliti dalla stravagante tirannia di Giustiniano II, dalla legittima ribellion del popolo e dal frequente ricomparire d'altri avversari non poterono pretenderlo a mano armata. Sino al regno d'Abdalmalek, teneansi contenti i Saracini a godere i tesori della Persia e di Roma col conio di Cosroe o dell'imperator di Costantinopoli; il Califfo fece battere monete d'oro e d'argento, nominate dinari, con una iscrizione la quale, benchè potesse essere censurata da qualche severo casista, annunciava l'unità del Dio di Maometto[444]. Sotto il regno del Califfo Walid, si cessò d'usare la lingua e i caratteri greci nei conti della rendita pubblica[445]. Se questo cangiamento originò l'invenzione o stabilì l'usanza delle cifre, appellate comunemente arabiche o indiane, avvenne che poi con un regolamento di computisteria, immaginato dai Musulmani, si aprisse il campo alle più rilevanti scoperte dell'aritmetica, dell'algebra e delle matematiche[446]. [A. D. 716-718] Mentre che il Califfo Walid sonnecchiava sul trono di Damasco, e dai suoi Luogo-tenenti si compiea la conquista della Transoxiana e della Spagna, un terzo esercito di Saracini inondava le province dell'Asia Minore e s'accostava a Bisanzio. Ma il tentativo ed il cattivo esito d'un secondo assedio era riserbato al suo fratello Solimano, sospinto, per quanto pare, da più operosa ambizione e da un ardir più marziale. Negli sconvolgimenti dell'impero Greco, dopo che fu punito e vendicato il tiranno Giustiniano, un basso segretario, cioè Anastasio o Artemio, fu dall'accidente o dal suo merito vestito della porpora. Sorvennero presto a spaventarlo le nuove di guerra, avendogli l'ambasciatore, da lui spedito a Damasco, riferito il terribile annunzio degli apparecchi che si faceano dai Saracini in mare e in terra, per un armamento ben superiore di quanti si fossero veduti, o di tutto ciò che si poteva immaginare. Le precauzioni d'Anastasio non furono indegne nè del suo grado, nè del pericolo che lo minacciava. Ordinò che sgombrasse dalla città qualunque persona che non avesse viveri bastanti per un assedio di tre anni; empiè i magazzini e gli arsenali; restaurò e munì fortemente le mura, e su quelle e su brigantini, di cui crebbe frettolosamente il numero, collocò macchine da lanciar pietre, dardi e fuoco. Havvi certamente maggiore sicurezza e più gloria a prevenire che a respingere un assalto: immaginarono i Greci un divisamento che vinceva il lor coraggio consueto, d'ardere cioè le munizioni navali del nemico, i legnami di cipresso tratti dal Libano e condotti sulle coste della Fenicia pel servigio dei navili egiziani. Grazie alla viltà o alla perfidia delle squadre, che con una nuova denominazione appellavansi le soldatesche del -Tehme Obsequien-[447], andò fallita la magnanima impresa. Trucidarono esse il lor capitano, abbandonarono la bandiera propria nell'isola di Rodi, si sperperarono pel continente vicino, e poscia ottennero il perdono, o forse un premio, eleggendo ad imperatore un semplice ufficiale dell'erario. Il quale nomavasi Teodosio, e poteva pel suo nome piacere al senato ed al popolo; ma dopo un regno di alcuni ( - - ) , ' , 1 ' , 2 , . 3 4 [ ] , - . - , . . . . - 5 . - 6 : 7 ( - . . . - , . ; 8 - . . . . . - - ( ) 9 - ) . 10 11 [ ] 12 ' ' ' . 13 ' , , ' 14 , ' . 15 16 [ ] - - - , , 17 ; 18 , ; 19 , , - - 20 ' , 21 . - ( . . ) 22 23 [ ] - . - , - - 24 - - . . ' 25 ' - - . 26 27 [ ] ( - - 28 - , . - ) ' ( - . - . ) . 29 ' : - 30 - , , 31 ( - - , . 32 ) . 33 34 [ ] - . - ' . 35 36 [ ] ( - - , ) , ( , 37 ) ( . , . ) ; , 38 ' : - : 39 - , . 40 41 [ ] , 42 , - - , ' . 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