Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava, che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca. Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio, giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti, o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni. Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? -- Nella sua tenda -- Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci, fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani, vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni. Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria: nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia; ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre, che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359]. [A. D. 689] L'invasione cominciata dai Saraceni verso l'occidente fu sospesa per lo spazio di circa vent'anni, sino al tempo che la casa d'Ommiyah, fattosi forte colà, terminò la discordia civile: allora dai gridi degli Affricani stessi fu invitato il califfo Moawiyah. Aveano i successori d'Eraclio ricevuta la nuova del tributo dalla forza imposto ai sudditi della provincia romana in Affrica; ma invece d'aver compassion di quel popolo e di alleviarne la miseria, il gravarono d'un secondo tributo della stessa somma, a titolo di compenso e di ammenda. Invano allegarono gli Affricani la povertà e la totale loro rovina; il ministero di Costantinopoli fu inesorabile; il perchè, disperati, preferirono il dominio d'un sol padrone, e dalle angherie del Patriarca di Cartagine, investito del potere civile e militare, furono indotti i Settari, ed anche i Cattolici, ad abbiurare la religione come pure l'autorità de' lor tiranni. Il primo Luogo-tenente di Moawiyah si procacciò molta gloria: soggiogò una città ragguardevole, battè un esercito di trentamila Greci, fece ottantamila prigionieri, e colle loro spoglie arricchì gli avventurieri della Sorìa, e dell'Egitto[360]. Ma il soprannome di vincitor dell'Affrica appartiene più giustamente al suo successore Akbah. Partì egli di Damasco con diecimila Arabi dei più prodi, che furono di poi assistiti dal soccorso incerto di molte migliaia di Barbari, affezionati ad essi per una conversione del pari dubbiosa. Difficil cosa sarebbe, e poco sembra necessaria, indicare precisamente la strada delle armi di Akbah. Gli Orientali hanno empiuto l'interno dell'Affrica e di eserciti e di cittadelle immaginarie. La provincia bellicosa di Zab, o di Numidia, poteva armare quarantamila uomini, ma se le attribuirono trecentosessanta città, numero incompatibile collo stato miserabile in cui, o per l'ignoranza o per la trascuraggine degli abitanti, giaceva allora l'agricoltura[361]; e le rovine d'Erba, o Lambesa, antica metropoli dell'interno di quel paese, non presentano una circonferenza di tre leghe quale le fu supposta. Accostandosi alla costa del mare si trovano le notissime città di Bugia[362] e di Tanger[363], che furono, per quanto sembra, il limite delle vittorie dei Saraceni. La comodità del porto conserva a Bugia un resto di traffico: dicesi che in tempi più prosperi quella città racchiudesse ottantamila case; il ferro che si ricava, abbondantissimo, dai monti vicini avrebbe potuto ad un popolo più valoroso somministrare gli strumenti necessari alla sua difesa. Si compiacquero i Greci e gli Arabi d'abbellire delle lor favole la situazione lontana, e l'antica origine di Tingi, o Tanger. Ma quando gli ultimi ci parlano delle sue mura di rame, dell'oro e dell'argento che coprivano le cime de' suoi edifici, non si dee in questo linguaggio figurato vedere che emblemi di forza e di ricchezza. Solamente in un modo imperfetto aveano i Romani osservata e descritta la provincia della Mauritania Tingitana[364], così chiamata pel nome della capitale: vi aveano stanziate cinque colonie, le quali per altro non occupavano che piccola parte del paese, e se si eccettuino gli agenti del lusso i quali correvano le foreste, per cercarvi l'avorio e il legname di cederno[365], e le coste dell'oceano, per trovar le conchiglie della porpora, poco s'innoltravano i Romani nelle parti meridionali. L'intrepido Akbah penetrò nell'interno delle terre, attraversò il deserto, ove i suoi successori innalzarono le belle capitali di Fez e di Marocco[366], e finalmente giunse alla riva del mar Atlantico e alla frontiera del gran deserto. Il fiume di Sus discende dalla parte occidentale del monte Atlante come il Nilo, e fecondando il suolo dei contorni, si scarica in mare poco lontano dalle isole Canarie, o Fortunate. Abitavano le sue rive i Mori più grossolani, selvaggi senza leggi, senza disciplina, senza religione, i quali rimasero sbigottiti dall'invincibile forza degli Arabi; e poichè non possedevan nè oro, nè argento, la parte più preziosa del bottino, che fecero colà i Musulmani, si ridusse a un certo numero di belle schiave, alcune delle quali si vendettero sino per mille pezze d'oro. Sebbene la vista dell'oceano non raffreddasse lo zelo di Akbah, pure lo forzò ad arrestare i passi. Spinse egli il cavallo in mezzo all'onde del mare, e alzati gli occhi al cielo esclamò con tuono fanatico. «Gran Dio, se non fossi arrestato da questo mare, andrei sino ai regni ignoti dell'occidente predicando per via l'unità del tuo santo nome, e passando a fil di spada le nazioni ribelli che adorano altri Dei fuori di te»[367]. Intanto questo nuovo Alessandro, che aspirava a nuovi Mondi, non potè conservare le regioni che aveva occupate. La diserzion generale dei Greci e degli Affricani lo richiamò dalle sponde dell'Atlantico, ed egli, accerchiato in ogni parte da una moltitudine furibonda, non ebbe altro scampo che quello di morir gloriosamente. L'ultima scena della sua vita fu un bell'esempio di quella generosità che fra gli Arabi è sì comune. Era tratto prigioniero al campo di Akbah un capitano ambizioso, che conteso aveagli il comando, e che era stato sfortunato nell'impresa; gli insorgenti, sperando nel suo odio e desiderio di vendetta, pensavano a farlo entrare nei loro disegni: ma sdegnò egli quelle proferte, e rivelò la cospirazione: quando Akbah si vide accerchiato da ogni parte, spezzò i ferri del prigioniero e lo consigliò a ritirarsi: ma quegli protestò voler piuttosto morire sotto la bandiera del suo rivale. Allora tenendosi tutti due abbracciati, come amici e martiri, sguainarono la scimitarra, ne ruppero il fodero, e combatterono sino a tanto che finalmente caddero l'uno presso l'altro, dopo, aver veduti trucidati sino all'ultimo i loro concittadini. Zobeir, che fu il terzo generale o terzo governatore dell'Affrica, fece vendetta della morte del suo predecessore, ed ebbe il destino medesimo. Riportò molte vittorie sugli originari del paese: ma fu oppresso da un grande esercito spedito in aiuto di Cartagine da Costantinopoli. [A. D. 670-675] Addiveniva sovente che le tribù dei Mori si congiungevano alle squadre degli Arabi, partecipavano della preda, e si sottomettevano alla lor religione: ma tosto che si ritiravano, o provavano qualche disastro, faceano ritorno alla selvaggia loro independenza ed all'idolatria. Prudentemente avea divisato Akbah di porre una colonia d'Arabi nel centro dell'Affrica, e pensava che una città fortificata avrebbe tenuta a freno la leggerezza dei Barbari, e sarebbe un luogo sicuro ove, in tempo di guerra, potrebbero i Saraceni preservare le famiglie e le ricchezze. Nel cinquantesim'anno dell'Egira vi pose di fatto una colonia col modesto titolo di stazione d'una carovana. Nello stato di decadimento a cui oggi è ridotta Cairoan, quella colonia[368] è tuttavia la seconda città del regno di Tunisi, lontana dalla capitale cinquanta miglia incirca verso il settentrione[369]: come ella è distante dodici miglia dalla costa del mare, verso occidente, non è stata esposta agli insulti delle navi greche e siciliane. Sgombrato che fu il terreno dalle bestie selvatiche e dai serpenti, quando fu schiarata la foresta, o piuttosto il deserto, si videro in mezzo ad una pianura di sabbia le vestigia di una città romana. I legumi che consuma Cairoan vengono da lungi, e mancando le sorgenti nel circondario sono astretti gli abitanti a raccogliere in cisterne e serbatoi l'acqua piovana. Ma l'industria d'Akbah vinse ogni ostacolo; segnò un recinto di tremila e seicento passi di contorno, e lo circondò d'un muro di mattoni, e in men di cinque anni si vide sorgere intorno al palagio del governatore un numero sufficiente di case private. Fu fabbricata una spaziosa moschea sostenuta da cinquecento colonne di granito, di porfido e di marmo di Numidia, e divenne Cairoan la sede del sapere come del governo. Ma non pervenne a questo grado di gloria che nei tempi posteriori. Le sconfitte d'Akbah e di Zobeir diedero un gran crollo alla nuova colonia, e per le dissensioni civili della monarchia degli Arabi furono interrotte le imprese verso occidente. Il figlio del prode Zobeir ebbe a sostenere contro la casa degli Ommiadi una guerra di dodici anni e un assedio di sette mesi. Vuolsi che Abdallah accoppiasse in sè la ferocia del leone e l'astuzia della volpe; ma se fu erede del coraggio paterno, nol fu punto della generosità[370]. [A. D. 692-698] Il ritorno della pace nell'interno dell'impero concedette al califfo Abdalmalek agio a terminare la conquista dell'Affrica. Hassan, governator dell'Egitto, ebbe il comando delle soldatesche, e fu assegnato a questa impresa la rendita dell'Egitto, e quarantamila uomini. Aveano i Saraceni, nelle vicende della guerra, ora soggiogate or perdute le province interiori: ma la costa del mare era sempre occupata dai Greci: dai predecessori di Hassan era stato rispettato il nome e le fortificazioni di Cartagine, ed il numero dei suoi difensori s'era aumentato dagli abitanti di Cabes e di Tripoli che colà si erano ricoverati. Hassan fu più ardimentoso e più fortunato; ridusse a soggezione, e saccheggiò la metropoli dell'Affrica servendosi di scale per prenderla, come dicono gli storici, il che dà a credere che per un assalto egli risparmiò le noiose operazioni d'un assedio regolare. Ma non andò guari che la gioia dei vincitori fu turbata dalla giunta d'un rinforzo di Cristiani. Giovanni, prefetto e patrizio, abile e rinomato generale, imbarcò a Costantinopoli le forze dell'impero d'oriente[371]; fu raggiunto ben presto dalle navi e dai soldati della Sicilia, e ottenne dalla paura e dalla religione del monarca Spagnuolo una numerosa schiera di Goti[372]. I suoi navigli fransero la catena che chiudeva l'ingresso del porto, e gli Arabi si ritrassero a Cairoan o a Tripoli. Sbarcarono i Cristiani: i cittadini salutarono il vessillo della Croce, e fu speso inutilmente il verno a pascersi di vane chimere di trionfo o di liberazione; ma l'Affrica era perduta per sempre. Animato dallo zelo e dal risentimento, il Commendatore dei fedeli[373] mise in punto tanto in mare che in terra, per la campagna seguente, un armamento più grosso del primo, e fu costretto Giovanni ad abbandonare il posto e le fortificazioni di Cartagine. Vi fu una seconda battaglia nei contorni di Utica, ove Greci e Goti furon di bel nuovo sconfitti, ed altro scampo non ebbero che un pronto imbarco per sottrarsi alla spada di Hassan, che aveva investito la debole palizzata del campo loro. Quanto rimaneva di Cartagine fu dato alle fiamme, e la colonia di Didone[374] e di Cesare, fu lasciata in abbandono per più di due secoli sino all'epoca in cui il primo del Califfi fatimiti ne ripopolò un quartiere, che non era forse la ventesima parte dello spazio per lo innanzi occupato. Al principio del sedicesimo secolo era rappresentata la seconda capitale dell'occidente da una moschea, da un collegio senza scolari, da venticinque o trenta botteghe, e dalle capanne di cinquecento paesani, che immersi nella più cenciosa povertà pur conservavano tutta l'arroganza dei senatori Cartaginesi: ma fu ancora distrutto questo miserabil villaggio dagli Spagnuoli, che Carlo V posti avea nella Fortezza della Goletta. Disparvero le rovine di Cartagine, nè si saprebbe ove si fossero un giorno, se gli archi spezzati d'un acquidoccio non guidassero i passi del viaggiatore che le ricerca[375]. [A. D. 692-698] Erano già stati espulsi i Greci, ma non ancora erano padroni gli Arabi del paese. I Mori, o Barbari[376], sì deboli sotto i primi Cesari, e di poi sì formidabili ai principi di Bisanzio, contrapponevano nelle province interne una disordinata resistenza alla religione e al potere de' successori di Maometto. Sotto i vessilli della lor regina Cahina vennero le tribù independenti ad accordarsi in certo modo ed a pigliare disciplina; e come i Mori attribuivano alle lor mogli il dono di profezia, attaccarono i Musulmani del paese con un fanatismo simile al loro. Mal poteano bastare le vecchie soldatesche di Hassan alla difesa dell'Affrica: le conquiste d'una generazione furono perdute in un giorno: il generale Arabo, trascinato dalla corrente, si ritrasse alle frontiere d'Egitto, e cinque anni attese i soccorsi che gli andava promettendo il Califfo. Dopo la ritirata de' Saracini, la profetessa vittoriosa raunò intorno a sè i Capi dei Mori, e diede loro uno stravagante consiglio degnissimo della politica dei Selvaggi. «Le nostre città, diss'ella, e l'oro e l'argento che contengono allettano continuamente gli Arabi ad insignorirsene; questi vili metalli non sono l'oggetto dell'ambizione nostra: ci bastano le semplici produzioni della terra. Distruggiamo queste città, seppelliamo sotto le rovine que' funesti tesori, e quando non offriremo più esca alla cupidigia de' nostri nemici, forse cesseranno di turbare la tranquillità d'un popolo che sa far la guerra». Da unanimi applausi fu accolta la proposta: cominciando da Tanger fino a Tripoli furon demoliti gli edifizii, o per lo meno le fortificazioni, tagliati gli alberi fruttiferi, annientati i mezzi di sussistenza: Cantoni fertili e popolosi divennero deserti, e sovente gli storici dei tempi posteriori accennavano i vestigi della prosperità e della devastazione dei loro antenati. Ecco che ne dicono gli Arabi moderni. Ma quanto a me, son molto inclinato a credere che solo per l'ignoranza dell'antichità, per voglia del maraviglioso, e per quell'abitudine, divenuta quasi una moda, d'esagerare la filosofia de' Barbari, abbiano rappresentato come un atto volontario le calamità e i guasti di tre secoli, contando dai primi furori dei Donatisti e dei Vandali. Nel corso della rivoluzione è probabile che per la sua parte Cahina contribuisse ai disastri; e forse il timore della propria rovina spaventò o indispettì le città, che lor malgrado al giogo d'una donna s'erano sottomesse. Non isperavano più i coloni, e forse non bramavano più, il ritorno del sovrano che regnava in Bisanzio. Non era mitigata la loro servitù dai beneficii del buon ordine e della giustizia, e doveano i più zelanti cattolici preferire di buon grado le imperfette verità del Corano alla cieca e goffa idolatria dei Mori. Fu adunque il general dei Saracini per la seconda volta accolto come il salvator della provincia: gli amici del viver civile cospirarono contro i Selvaggi di quella parte di Mondo; Cahina fu uccisa nella prima battaglia, e cadde con lei il mal fermo edificio del suo impero e della superstizione che lo fiancheggiava. Lo stesso spirito di sedizione si riaccese sotto il successore di Hassan: ma infine fu soffocato dall'attività di Musa e de' suoi due figli; e si può giudicare qual fosse il numero dei ribelli da quello di trecentomila di loro che furono ridotti a cattività. Sessantamila di quelli schiavi, assegnati pel quinto dovuto al Califfo, furono venduti a pro dell'erario: trentamila giovani furono arrolati nelle milizie, e per le pie sollecitudini di Musa, che non cessò di porre ogni opera ad inculcare ai vinti le dottrine e le pratiche del Corano, s'abituarono gli Affricani ad obbedire l'appostolo di Dio e il comandante dei fedeli. Pel clima che abitavano e pel loro governo, non che pel modo di vivere e per le qualità delle abitazioni, i Mori vagabondi rassomigliavano ai Bedoini del deserto, che abbracciando la religione di Maometto ebbero l'orgoglio di appropiarsi la lingua, il nome e l'origine degli Arabi. Così a poco a poco si mischiò il sangue degli stranieri con quello dei nativi del paese, e parve allora che la medesima nazione si fosse diffusa dall'Eufrate all'Atlantico, sulle arenose pianure dell'Asia e dell'Affrica. Concedo per altro che cinquantamila -tende- di Arabi puri abbian potuto passare il Nilo, e disperdersi nel deserto della Libia, e so che cinque tribù di Mori conservan tuttavia il loro idioma barbaresco, e portano il nome e il carattere d'Affricani -bianchi-[377]. [A. D. 709] V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono, giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta, romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio, il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva: ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia, era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile; avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico: segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi. Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica dall'Europa[384]. [A. D. 710] Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras. La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto. Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima denominazione di -Gebel al Tarik-, montagna di Tarik, e le trincere del campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri, avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik, cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce; ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani». Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò sul suo cavallo -Orelia-, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del campo di battaglia[390].» [A. D. 711] Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto, sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole. Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro; permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri. Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna, che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi, di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396]. [A. D. 712-713] Alla notizia di questi rapidi trionfi la soddisfazione di Musa degenerò in invidia temendo, senza palesarlo, che Tarik non gli lasciasse più luogo a conquisti. Partissi dalla Mauritania con diecimila Arabi e ottomila Affricani per andare in Ispagna, e sotto le sue bandiere militavano i più nobili dei Coreishiti. Al suo figlio maggiore lasciò il governo dell'Affrica, e condusse con sè i tre più giovani i quali, per l'età ed il valore, si mostravano atti a secondare le imprese più coraggiose del padre. Approdò egli ad Algeziraz, dove fu rispettosamente accolto dal conte Giuliano, il quale soffocando i rimorsi della coscienza testificò, in parole ed in fatti, che la vittoria degli Arabi non avea punto nè poco scemata l'affezione sua per la lor causa. Nondimeno rimanevano a Musa alcuni nemici da sottomettere. I Goti, nel tardo lor pentimento, paragonavano il loro numero a quel dei vincitori: le città trascurate da Tarik si credevano imprendibili, e da intrepidi patriotti erano difese le fortificazioni di Siviglia e di Merida. Dal Beti marciò Musa all'Anas, ossia dal Guadalquivir alla Guadiana, ne assediò le città, e le sottomise successivamente. Quando scorse le opere della romana magnificenza, il ponte, gli acquidotti, gli archi trionfali e il teatro dell'antica metropoli della Lusitania, disse egli a quattro uffiziali del suo seguito: «Si direbbe che la razza umana abbia unito tutta l'arte e tutte le forze che aveva per fondare questa città: fortunato colui che potrà divenirne padrone!» A tanta ventura egli aspirava in fatti; ma gli abitanti di Merida sostennero in questa occasione l'onore che avevano di discendere dai bravi legionari d'Augusto[397]. Sdegnando di confinarsi entro le mura, uscirono ad assalire gli Arabi nel piano; ma furono puniti di tanta imprudenza da un distaccamento nemico che postosi in agguato, nel fondo d'una cava o in mezzo a muricci, precluse loro la ritirata. Allora Musa fece condurre all'assalto le torri di legno che usavansi negli assedi: la difesa della piazza fu lunga ed ostinata, ed il -Castello dei Martiri- sarà per le generazioni future una perpetua testimonianza della rotta dei Musulmani. Finalmente la costanza degli assediati fu vinta alla lunga dalla fame e dalla disperazione, e il vincitore prudente attribuì nella capitolazione alla stima e alla clemenza ciò che fu ridotto a concedere per l'ansietà di godere della vittoria. Fu lasciata agli abitanti la scelta fra l'esiglio o il tributo: le due religioni si divisero fra loro le chiese, e furono confiscati a profitto dei Musulmani gli averi di coloro che perirono nell'assedio, o che ripararono nella Galizia. Venne Tarik su Merida e Toledo a salutare Musa, e lo condusse al palazzo dei re Goti. Il loro primo abboccamento fu freddo e cerimonioso: volle il Luogo-tenente del Califfo un conto esatto dei tesori della Spagna, ed ebbe Tarik occasione di vedere che esposta era la sua riputazione ai sospetti ed all'infamia. Quest'eroe fu imprigionato, insultato e ignominiosamente frustato per mano, o almeno, per ordine di Musa. I primi Musulmani per altro osservavano una sì stretta disciplina, ed avevano uno zelo sì puro e uno spirito sì docile, che dopo questo pubblico oltraggio non vi fu difficoltà di commettere a Tarik l'onorevole impresa di ridurre a sommessione la provincia di Tarragona. Dalla liberalità dei Coreishiti fu eretta in Saragossa una moschea; il porto di Barcellona riaperto ai vascelli della Sorìa; e gli Arabi perseguitarono i Goti al di là dei Pirenei nella provincia di Settimania (la Linguadoca) di cui erano quelli in possesso[398]. Trovò Musa in Carcassona sette statue equestri di argento massiccio, che stavano nella Chiesa di Santa Maria, e non è credibile che ve le abbia lasciate. Da Narbona, ove pose un -termine- ossia una colonna, se ne tornò sulle coste della Galizia e della Lusitania. In sua assenza, Abdelaziz, uno dei suoi figli, ebbe a punire gli insorgenti di Siviglia, e da Malaga sino a Valenza soggiogò le sponde del Mediterraneo. Il trattato ch'egli fece col saggio e prode Teodemiro, e che ci è rimasto in originale[399], darà a conoscere i costumi e la politica di quel tempo. «-Articoli di pace convenuti e giurati tra Abdelaziz, figlio di Musa, figlio di Nassir, e Teodemiro, principe dei Goti.- Nel nome del misericordioso Iddio, Abdelaziz concede la pace alle seguenti condizioni: non sarà turbato Teodomiro nel suo principato; non si recherà ingiuria alla vita, nè alle proprietà, nè alle donne, nè ai fanciulli, nè alla religione, nè ai templi dei cristiani; Teodemiro consegnerà spontaneamente le sue sette città di Orihuela, Valentola, Alicante, Mola Vacasora, Bigerra (oggi Bejar), Ora (ossia Opta) e Lorca; non soccorrerà, nè riceverà i nemici del Califfo, ma comunicherà fedelmente quanto egli per avventura scoprisse dei loro disegni ostili; pagherà annualmente, come pure ogni Goto di famiglia nobile, una pezza d'oro, quattro misure di biada, altrettanto d'orzo, e una certa quantità di mele, d'olio e d'aceto: l'imposizione di ciascuno dei loro vassalli sarà la metà di questa tassa. Segnato il quattro di Regeb, l'anno dell'Egira 94, e sottoscritto da quattro testimoni Musulmani[400]». Tanto Teodemiro che i suoi sudditi furono trattati con singolare dolcezza; ma pare che la rata del tributo variasse dal decimo al quinto, a seconda della docilità od ostinazione dei cristiani[401]. In questa rivoluzione ebbero essi molto a soffrire dalle passioni naturali e religiose degli Arabi, i quali profanarono varie chiese, e qualche volta presero per idoli le reliquie e le immagini. Alcuni ribelli furono passati a filo di spada, ed una città situata fra Cordova e Siviglia, della quale non conosciamo il nome, fu rasa sino alle fondamenta. Se per altro si paragonano queste violenze con quelle commesse dai Goti, quando invasero la Spagna, o alle altre che accadero quando i re di Castiglia e d'Aragona la ripigliarono, converrà far elogio alla moderazione ed alla disciplina degli Arabi. [A. D. 714] Era Musa assai attempato, quantunque, per nascondere la sua vecchiezza, coprisse sotto una polve rossa la canizie della barba; ma il suo cuore riscaldato dall'amore di gloria sentiva tuttavia il fervore della gioventù. Non vedendo nel possesso della Spagna che il primo passo alla conquista d'Europa, dopo avere in terra ed in mare apparecchiato un poderoso armamento, si metteva in punto per varcare di nuovo i Pirenei, per battere nella Gallia e nell'Italia i regni de' Franchi e de' Lombardi, allora pendenti verso l'ultima rovina, e per predicare l'unità di Dio sull'altare del Vaticano. Di là, soggiogando i Barbari della Germania, voleva seguire il corso del Danubio, dalla sua sorgente sino al Ponto-Eusino, rovesciare l'impero di Costantinopoli, e, ripassando d'Europa in Asia, riunire le contrade, che avrebbe vinte, al governo di Antiochia ed alle province della Sorìa[402]; ma questo vasto disegno, che non era poi forse tanto difficile ad eseguirsi, doveva agli occhi delle anime volgari sembrare stravagante, e quasi una visione da conquistatore. Non andò guari che Musa fu obbligato a risovvenirsi della propria dependenza e servitù. Gli amici di Tarik avevano esposto con buon successo i suoi servigi e l'ingiuria che aveva sofferta: la Corte di Damasco biasimò il procedere di Musa, entrò in sospetto delle sue intenzioni, e la tardanza sua ad obbedire al primo ordine, che lo richiamava, ne fece venire un secondo più severo e perentorio. Fu spedito dal Califfo un intrepido messaggero al campo di Musa, a Lugo in Galizia, e quivi alla presenza dei Musulmani e dei cristiani afferrò la briglia del suo cavallo. Fosse la fedeltà di Musa, o quella delle sue milizie, non seppe egli pensare a disobbedire; ma fu mitigata la sua disgrazia dal richiamo del suo rivale, e dalla licenza ch'egli ebbe di dare i due governi che aveva a due suoi figli Abdallah e Abdelaziz. Nel suo viaggio trionfale da Ceuta a Damasco, fece pompa delle spoglie dell'Affrica e dei tesori della Spagna, ed aveva al suo seguito quattrocento Goti nobili che portavano corone e cinture d'oro. Si valutava a diciotto ed anche a trentamila il numero dei prigionieri maschi e femmine trascelto, secondo la nascita e bellezza loro, a decorare il trionfo. Giunto a Tiberiade in Palestina seppe da un corriere di Solimano, fratello di Valid ed erede presuntivo del trono, essere il Califfo infermo di pericolosa malattia, e che Solimano desiderava che Musa riservasse all'epoca del suo regno lo spettacolo dei trofei della sua vittoria. Se fosse guarito Valid, sarebbe stata colpevole la dilazione di Musa; quindi egli proseguì il suo cammino e ritrovò già sul trono un nemico. Fu esaminata la sua condotta da un giudice parziale: il suo avversario era caro al popolo, e quindi fu quegli dichiarato reo di vanità e di mala fede, e l'ammenda, a cui fu condannato, di dugentomila pezze d'oro, se non lo ridusse alla miseria divenne una prova delle suo rapine; l'indegno trattamento che aveva usato a Tarik fu punito con una ignominia somigliante, e il vecchio generale, dopo essere stato pubblicamente flagellato, stette un giorno intiero sotto la sferza del Sole davanti la porta del suo palazzo, e finì coll'ottenere un onesto esiglio col pio nome di pellegrinaggio alla Mecca. La caduta di Musa avrebbe dovuto saziare l'odio del Califfo; ma egli temeva una famiglia potente ed oltraggiata, e il suo spavento ne domandava l'estirpazione. Fu segretamente, e con prontezza, spedita la sentenza di morte in Affrica ed in Ispagna a' fedeli servi del trono, e se fu giusta, certamente furono nell'eseguirla violate le forme dell'equità. Abdelaziz morì nella moschea, o nel palazzo di Cordova sotto il ferro de' cospiratori, ed i suoi assassini gli rinfacciarono d'avere avuto pretensione agli onori di re, come pure lo scandolo del suo matrimonio con Egilona, vedova di Rodrigo, che offendeva i pregiudizi dei Cristiani non che dei Musulmani. Con un raffinamento di crudeltà fu presentata la sua testa al padre domandandogli, se conosceva le fattezze di quel ribelle: «Sì, esclamò con indignazione, conosco quel volto; sostengo che fu innocente, e invoco sul capo dei suoi assassini un egual destino, ma più giusto». Ben presto la disperazione e la vecchiaia liberarono Musa dal timore dei re; egli si morì di affanno dopo che fu giunto alla Mecca. Fu trattato meglio il suo rivale Tarik al quale furon perdonati i suoi servigi, e permesso d'entrare nel novero degli schiavi[403]. Non so se il conte Giuliano ricevesse per guiderdone la morte che aveva meritata, ma non l'ebbe per mano dei Saracini, avvegnachè sia smentito dalle testimonianze più irrefragabili ciò che si disse dell'ingratitudine loro verso i figli di Witiza. Ai due principi si restituirono i privati demanii del padre; ma alla morte del primogenito, chiamato Eba, sua figlia dallo zio Sigebut fu ingiustamente spogliata del paterno retaggio. Andò la figlia dal principe Goto a perorare la sua causa davanti al Califfo Hashem, ed ottenne la restituzione delle sue proprietà; fu data in matrimonio ad un nobile Arabo, e i suoi due figli, Isacco ed Ibrahim, furono in Ispagna accolti con quei riguardi che alla nascita e alla ricchezza loro si convenivano. Una provincia conquistata prende facilmente le abitudini del vincitore, sia per l'introduzione degli stranieri, sia per lo spirito di imitazione che s'insinua ne' nazionali: così la Spagna, che avea veduto alternativamente mischiarsi al proprio sangue quello dei Cartaginesi, dei Romani, dei Goti, in poche generazioni venne pigliando il nome ed i costumi degli Arabi. Dietro ai primi generali ed ai venti Luogo-tenenti del Califfo, che si succedettero in quel paese, giunse pure un seguito numeroso d'ufficiali civili e militari, i quali amavan meglio menare una vita agiata in paese lontano, che vivere stentatamente in patria. Queste colonie di Musulmani portavano vantaggio all'interesse del pubblico e dei privati, e le città della Spagna rammemoravano con fasto la tribù, o il cantone dell'oriente donde traevano origine. Le vittoriose brigate di Tarik e di Musa, quantunque miste di molte nazioni, eran distinte col nome di -Spagnuole- il quale formava in certo modo il lor diritto di conquista; permisero nondimeno ai Musulmani dell'Egitto di stanziarsi nella Murcia e in Lisbona. La legione regia di Damasco si domiciliò in Cordova, quella di Emesa in Siviglia, quella di Kinnisrin ossia Calcide in Jaen, quella di Palestina in Algeziras e in Medina Sidonia. i guerrieri venuti dall'Yemen e dalla Persia si sperperarono intorno a Toledo e nell'interno del paese, e le fertili possessioni di Granata furono date a diecimila cavalieri[404] della Sorìa e dell'Irak, i quali erano la razza più pura e più nobile che fosse in Arabia. Queste fazioni ereditarie mantenevano uno spirito di emulazione talora utile, ma il più delle volte pericoloso. Dieci anni dopo la conquista, fu presentata al Califfo una carta della Spagini ove erano segnati i mari, i fiumi, i porti, le città, il numero degli abitanti, il clima, il suolo e le produzioni minerali[405]. Nello spazio di due secoli, l'agricoltura[406], le manifatture e il commercio d'un popolo illustre crebbero vie meglio le beneficenze della natura, e gli effetti della operosità degli Arabi furono anche abbelliti dalla oziosa loro fantasia. Il primo degli Ommiadi che regnò in Ispagna chiese in sussidio i cristiani; e col suo editto di pace e di protezione si tenne contento ad un modico tributo di diecimila oncie d'oro, di diecimila libbre d'argento, di diecimila cavalli, di altrettanti muli, di mille corazze e d'un ugual numero di elmetti e di lancie[407]. Il più possente dei suoi successori ricavò dallo stesso regno una rendita annuale di dodici milioni e quarantacinquemila denari ossia pezze d'oro, che formano circa sei milioni sterlini[408], somma che nel decimo secolo probabilmente superava la totalità delle rendite di tutti i monarchi cristiani. Risedeva il Califfo in Cordova, città che vantava seicento moschee, novecento bagni e dugentomila case; dava leggi a ottanta città di prim'ordine, a trecento del secondo e del terzo, e dodicimila villaggi ornavano le fertili sponde del Guadalquivir. Queste sicuramente sono esagerazioni degli Arabi, ma è vero però che non mai fu più ricca la Spagna, nè meglio coltivata e popolosa, come sotto il loro governo[409]. Aveva il Profeta santificate le guerre de' Musulmani; ma tra i vari precetti, e gli esempi da lui dati in vita, prescelsero i Califfi le lezioni di tolleranza più acconce a disarmare la resistenza degl'increduli. Era sempre l'Arabia il santuario ed il retaggio del Dio di Maometto, il quale poi guardava con occhio men amorevole e men geloso le altre nazioni della terra. Quindi gli adoratori del suo Dio credevano potere a buon dritto estirpare i politeisti e gl'idolatri che ignoravano il suo nome[410]; ma non andò guari tempo che vennero sagge considerazioni politiche in supplimento delle massime di giustizia, e, dopo qualche misfatto d'uno zelo intollerante, seppero i Musulmani, insignoritisi dell'India, rispettare le pagodi di quel popolo numeroso e devoto. A' discepoli di Abramo, di Mosè e di Gesù[411] fu mandato solenne invito, perchè abbracciassero il culto del Profeta, come il più perfetto, ma però, quando avessero voluto pagare piuttosto una tassa moderata, si concedea loro libertà di coscienza, e facoltà di adorare Iddio alla lor maniera[412]. Col professare l'Islamismo poteano i prigionieri, fatti sul campo di battaglia, redimersi dalla morte; le donne peraltro doveano adattarsi alla religione de' padroni, e così, per l'educazione che davasi a' figli de' prigionieri, andava a poco a poco crescendo il numero de' proseliti sinceri. Ma dalla seduzione per avventura più che dalla forza furono vinti que' milioni di neofiti dell'Affrica, i quali si dichiararono pronti a seguire la novella religione. Con un atto di poco momento, con una semplice profession di fede, in un istante il suddito o lo schiavo, il prigioniero o il delinquente diveniva uom libero, eguale e compagno de' Musulmani vittoriosi. Espiati erano tutti i suoi peccati, infranti tutti i suoi impegni anteriori: a' voti di castità sostituivansi le inclinazioni della natura; la tromba de' Saracini svegliava gli spiriti ardenti sopiti nel chiostro, e in quella generale convulsione ogni Membro d'una nuova società si collocava in quella situazione, che a' suoi talenti e al suo coraggio si conformava. Non era minore l'impressione che faceva su la moltitudine la felicità promessa da Maometto nell'altra vita, di quel che i piaceri in questa permessi; e vuol carità che si pensi, che da buon numero de' suoi proseliti si credesse lealmente alla verità e santità della sua rivelazione, la quale di fatto, ad un politeista ragionatore, potea parere degna della natura divina, non che dell'umana. Più pura del sistema di Zoroastro, più generosa della legge di Mosè[413], sembrava la religion di Maometto meno contraria alla ragione di quello che i tanti misteri e le superstizioni che, nel settimo secolo, la semplicità digradavano dell'Evangelo. Nelle vaste regioni della Persia e dell'Affrica avea l'Islamismo sradicata la religion nazionale. Tra le Sette dell'oriente, la teologia equivoca de' Magi era la sola che tuttavia sussistesse, ma si potea di leggieri, sotto il venerando nome d'Abramo, destramente collegare alla catena della rivelazione divina gli scritti profani di Zoroastro[414]. Potevasi raffigurare il suo cattivo principio, il genio Ahriman, come il rivale o la creatura di Lucifero. Non v'era un'immagine che ornasse i templi della Persia, ma si poteva rappresentare come una goffa e cerimoniosa idolatria il culto che al Sole ed al fuoco era diretto[415]. Dalla prudenza de' Califfi, per l'esempio dato da Maometto[416], fu rivolta l'opinione all'avviso più moderato, e tanto i Magi che i Guebri furono posti co' Giudei e co' Cristiani nel novero de' popoli della legge scritta[417]; di modo che nel terzo secolo dell'Egira, la città di Herat offerse un singolare conflitto di fanatismo privato e di pubblica tolleranza[418]. Per la legge musulmana era assicurata la libertà civile e religiosa dei Guebri di Herat con patto che pagassero un tributo; ma l'umile moschea, di recente innalzata dai Musulmani, era oscurata dall'antico splendore di un tempio del Fuoco unito all'edifizio musulmano. Predicando si lagnò un fanatico Imano di questa scandalosa vicinanza, ed accagionò di debolezza o d'indifferenza i fedeli. Attizzato dalla sua voce si raunò il popolo tumultuariamente, furon date alle fiamme le moschee ed il tempio, ma sul loro suolo si cominciò subito una nuova moschea. Ricorsero i Magi al sovrano del Corasan per ottenere riparazione all'ingiuria sofferta, ed egli avea promesso giustizia e soddisfazione, quando (ciò che si stenterà a credere) quattromila cittadini di Herat, di carattere austero e d'età matura, giuravano con voce unanime che -mai- non aveva esistito il tempio del Fuoco. Allora non vi fu più modo per continuare l'inquisizione del fatto, e la coscienza de' Musulmani, scrive lo storico Mirchond[419], non ebbe rimorso di questo suo pio e meritorio spergiuro[420]. Il più gran numero per altro dei templi della Persia andò in rovina per la diserzione accaduta a poco a poco, ma generale, di quelli che li frequentavano. Fu la diserzione fatta -a poco a poco-, poichè non se ne sa nè il tempo nè il luogo, e non pare che fosse accompagnata da persecuzioni e da resistenza. Fu -generale-, poichè fu l'Islamismo abbracciato da tutto il regno, cominciando da Shiraz sino a Samarcanda, mentre la lingua del paese, conservata dai Musulmani di quella regione, prova la loro origine persiana[421]. Da parecchi miscredenti, dispersi nelle montagne e nei deserti, fu ostinatamente difesa la superstizione dei loro antenati, e rimane una debole tradizione della teologia dei Magi nella provincia di Kirman, sulle sponde dell'Indo, fra i persiani che stanno a Surate e nella colonia fondata presso Ispahan da Shah Abbas. Il gran pontefice si è ritirato nel monte Elbourz, diciotto leghe distante dalla città di Yezd. Il fuoco perpetuo, se continua ad ardere, è inaccessibile ai profani, ma i Guebri, che nelle fattezze uniformi e molto grossolane attestano la purezza del sangue loro, vanno in peregrinazione a visitare il domicilio di quel pontefice che è lor maestro ed oracolo. Colà ottantamila famiglie conducono una vita tranquilla e innocente sotto la giurisdizione de' vecchi, e con alcuni lavori industriosi e con le arti meccaniche provvedono alla sussistenza, non trascurando di coltivare la terra con quello zelo che, come dovere, è loro inspirato e prescritto dalla religione. Il volere dispotico di Shah Abbas, il quale pretendea con minacce e torture forzarli a consegnargli i libri di Zoroastro, fu vano contro la loro ignoranza; ed ora, sia moderazione o disprezzo, i sovrani attuali non danno più inquietudine agli oscuri Magi superstiti[422]. [A. D. 749-1076] La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de' sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete, che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto, s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed erano denominati -Mosarabi-[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato, l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di Roma[429]. Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità, le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero: poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la religion del Profeta. Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato, nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de' compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se leviamo dal conto la -Manica del vestito-, per usare la frase dei loro , 1 2 ; ' 3 ; , 4 , , 5 ' ' . 6 : 7 8 , , 9 10 ' . , 11 ' , , 12 ' . , 13 : , 14 , 15 . ' , 16 ' . 17 : , 18 , 19 . 20 [ ] , , 21 22 , . 23 24 : , 25 [ ] 26 ' . 27 , , 28 , ' 29 , 30 , ' . 31 ' , 32 ; 33 , 34 ' 35 ' . , 36 , 37 . , 38 , , 39 . 40 , ' , 41 , 42 ' . ' 43 : , 44 ' , ' . 45 46 , [ ] , , 47 ' ' ' , 48 : 49 . 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