Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè
scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di
copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa
gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che
erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per
dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca
venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di
Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in
cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava,
che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido
l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più
interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e
con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo
collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che
quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito
cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si
internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca
poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi
cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del
lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia
alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a
poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella
sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca.
Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del
mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e
alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare
i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che
Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila
uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in
quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e
non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò
egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di
pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con
grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual
ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi
rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio,
giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del
padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a
lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime
file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua
mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale
Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri
dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò
dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti,
o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni.
Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne
l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore
in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura
di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito
di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici
guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo
o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli
occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? --
Nella sua tenda -- Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando
si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto
preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo
esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli
infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate
gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà
in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e
alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione
d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della
parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i
Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte
dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a
bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole
salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano
ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e
svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che
a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare
alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il
campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la
lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita
e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del
fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal
cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava
alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci,
fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono
un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva
lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa
alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un
boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di
tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi
della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani,
vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad
implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di
fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per
le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non
poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di
quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e
col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in
pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma
se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni
fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo
affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni.
Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si
presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria:
nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia;
ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe
scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo
soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre,
che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente
dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e
che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una
mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per
altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole
commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei
Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo
nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non
avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri
consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di
Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359].
[A. D. 689]
L'invasione cominciata dai Saraceni verso l'occidente fu sospesa per lo
spazio di circa vent'anni, sino al tempo che la casa d'Ommiyah, fattosi
forte colà, terminò la discordia civile: allora dai gridi degli
Affricani stessi fu invitato il califfo Moawiyah. Aveano i successori
d'Eraclio ricevuta la nuova del tributo dalla forza imposto ai sudditi
della provincia romana in Affrica; ma invece d'aver compassion di quel
popolo e di alleviarne la miseria, il gravarono d'un secondo tributo
della stessa somma, a titolo di compenso e di ammenda. Invano allegarono
gli Affricani la povertà e la totale loro rovina; il ministero di
Costantinopoli fu inesorabile; il perchè, disperati, preferirono il
dominio d'un sol padrone, e dalle angherie del Patriarca di Cartagine,
investito del potere civile e militare, furono indotti i Settari, ed
anche i Cattolici, ad abbiurare la religione come pure l'autorità de'
lor tiranni. Il primo Luogo-tenente di Moawiyah si procacciò molta
gloria: soggiogò una città ragguardevole, battè un esercito di
trentamila Greci, fece ottantamila prigionieri, e colle loro spoglie
arricchì gli avventurieri della Sorìa, e dell'Egitto[360]. Ma il
soprannome di vincitor dell'Affrica appartiene più giustamente al suo
successore Akbah. Partì egli di Damasco con diecimila Arabi dei più
prodi, che furono di poi assistiti dal soccorso incerto di molte
migliaia di Barbari, affezionati ad essi per una conversione del pari
dubbiosa. Difficil cosa sarebbe, e poco sembra necessaria, indicare
precisamente la strada delle armi di Akbah. Gli Orientali hanno empiuto
l'interno dell'Affrica e di eserciti e di cittadelle immaginarie. La
provincia bellicosa di Zab, o di Numidia, poteva armare quarantamila
uomini, ma se le attribuirono trecentosessanta città, numero
incompatibile collo stato miserabile in cui, o per l'ignoranza o per la
trascuraggine degli abitanti, giaceva allora l'agricoltura[361]; e le
rovine d'Erba, o Lambesa, antica metropoli dell'interno di quel paese,
non presentano una circonferenza di tre leghe quale le fu supposta.
Accostandosi alla costa del mare si trovano le notissime città di
Bugia[362] e di Tanger[363], che furono, per quanto sembra, il limite
delle vittorie dei Saraceni. La comodità del porto conserva a Bugia un
resto di traffico: dicesi che in tempi più prosperi quella città
racchiudesse ottantamila case; il ferro che si ricava, abbondantissimo,
dai monti vicini avrebbe potuto ad un popolo più valoroso somministrare
gli strumenti necessari alla sua difesa. Si compiacquero i Greci e gli
Arabi d'abbellire delle lor favole la situazione lontana, e l'antica
origine di Tingi, o Tanger. Ma quando gli ultimi ci parlano delle sue
mura di rame, dell'oro e dell'argento che coprivano le cime de' suoi
edifici, non si dee in questo linguaggio figurato vedere che emblemi di
forza e di ricchezza. Solamente in un modo imperfetto aveano i Romani
osservata e descritta la provincia della Mauritania Tingitana[364], così
chiamata pel nome della capitale: vi aveano stanziate cinque colonie, le
quali per altro non occupavano che piccola parte del paese, e se si
eccettuino gli agenti del lusso i quali correvano le foreste, per
cercarvi l'avorio e il legname di cederno[365], e le coste dell'oceano,
per trovar le conchiglie della porpora, poco s'innoltravano i Romani
nelle parti meridionali. L'intrepido Akbah penetrò nell'interno delle
terre, attraversò il deserto, ove i suoi successori innalzarono le belle
capitali di Fez e di Marocco[366], e finalmente giunse alla riva del mar
Atlantico e alla frontiera del gran deserto. Il fiume di Sus discende
dalla parte occidentale del monte Atlante come il Nilo, e fecondando il
suolo dei contorni, si scarica in mare poco lontano dalle isole Canarie,
o Fortunate. Abitavano le sue rive i Mori più grossolani, selvaggi senza
leggi, senza disciplina, senza religione, i quali rimasero sbigottiti
dall'invincibile forza degli Arabi; e poichè non possedevan nè oro, nè
argento, la parte più preziosa del bottino, che fecero colà i Musulmani,
si ridusse a un certo numero di belle schiave, alcune delle quali si
vendettero sino per mille pezze d'oro. Sebbene la vista dell'oceano non
raffreddasse lo zelo di Akbah, pure lo forzò ad arrestare i passi.
Spinse egli il cavallo in mezzo all'onde del mare, e alzati gli occhi al
cielo esclamò con tuono fanatico. «Gran Dio, se non fossi arrestato da
questo mare, andrei sino ai regni ignoti dell'occidente predicando per
via l'unità del tuo santo nome, e passando a fil di spada le nazioni
ribelli che adorano altri Dei fuori di te»[367]. Intanto questo nuovo
Alessandro, che aspirava a nuovi Mondi, non potè conservare le regioni
che aveva occupate. La diserzion generale dei Greci e degli Affricani lo
richiamò dalle sponde dell'Atlantico, ed egli, accerchiato in ogni parte
da una moltitudine furibonda, non ebbe altro scampo che quello di morir
gloriosamente. L'ultima scena della sua vita fu un bell'esempio di
quella generosità che fra gli Arabi è sì comune. Era tratto prigioniero
al campo di Akbah un capitano ambizioso, che conteso aveagli il comando,
e che era stato sfortunato nell'impresa; gli insorgenti, sperando nel
suo odio e desiderio di vendetta, pensavano a farlo entrare nei loro
disegni: ma sdegnò egli quelle proferte, e rivelò la cospirazione:
quando Akbah si vide accerchiato da ogni parte, spezzò i ferri del
prigioniero e lo consigliò a ritirarsi: ma quegli protestò voler
piuttosto morire sotto la bandiera del suo rivale. Allora tenendosi
tutti due abbracciati, come amici e martiri, sguainarono la scimitarra,
ne ruppero il fodero, e combatterono sino a tanto che finalmente caddero
l'uno presso l'altro, dopo, aver veduti trucidati sino all'ultimo i loro
concittadini. Zobeir, che fu il terzo generale o terzo governatore
dell'Affrica, fece vendetta della morte del suo predecessore, ed ebbe il
destino medesimo. Riportò molte vittorie sugli originari del paese: ma
fu oppresso da un grande esercito spedito in aiuto di Cartagine da
Costantinopoli.
[A. D. 670-675]
Addiveniva sovente che le tribù dei Mori si congiungevano alle squadre
degli Arabi, partecipavano della preda, e si sottomettevano alla lor
religione: ma tosto che si ritiravano, o provavano qualche disastro,
faceano ritorno alla selvaggia loro independenza ed all'idolatria.
Prudentemente avea divisato Akbah di porre una colonia d'Arabi nel
centro dell'Affrica, e pensava che una città fortificata avrebbe tenuta
a freno la leggerezza dei Barbari, e sarebbe un luogo sicuro ove, in
tempo di guerra, potrebbero i Saraceni preservare le famiglie e le
ricchezze. Nel cinquantesim'anno dell'Egira vi pose di fatto una colonia
col modesto titolo di stazione d'una carovana. Nello stato di
decadimento a cui oggi è ridotta Cairoan, quella colonia[368] è tuttavia
la seconda città del regno di Tunisi, lontana dalla capitale cinquanta
miglia incirca verso il settentrione[369]: come ella è distante dodici
miglia dalla costa del mare, verso occidente, non è stata esposta agli
insulti delle navi greche e siciliane. Sgombrato che fu il terreno dalle
bestie selvatiche e dai serpenti, quando fu schiarata la foresta, o
piuttosto il deserto, si videro in mezzo ad una pianura di sabbia le
vestigia di una città romana. I legumi che consuma Cairoan vengono da
lungi, e mancando le sorgenti nel circondario sono astretti gli abitanti
a raccogliere in cisterne e serbatoi l'acqua piovana. Ma l'industria
d'Akbah vinse ogni ostacolo; segnò un recinto di tremila e seicento
passi di contorno, e lo circondò d'un muro di mattoni, e in men di
cinque anni si vide sorgere intorno al palagio del governatore un numero
sufficiente di case private. Fu fabbricata una spaziosa moschea
sostenuta da cinquecento colonne di granito, di porfido e di marmo di
Numidia, e divenne Cairoan la sede del sapere come del governo. Ma non
pervenne a questo grado di gloria che nei tempi posteriori. Le sconfitte
d'Akbah e di Zobeir diedero un gran crollo alla nuova colonia, e per le
dissensioni civili della monarchia degli Arabi furono interrotte le
imprese verso occidente. Il figlio del prode Zobeir ebbe a sostenere
contro la casa degli Ommiadi una guerra di dodici anni e un assedio di
sette mesi. Vuolsi che Abdallah accoppiasse in sè la ferocia del leone e
l'astuzia della volpe; ma se fu erede del coraggio paterno, nol fu punto
della generosità[370].
[A. D. 692-698]
Il ritorno della pace nell'interno dell'impero concedette al califfo
Abdalmalek agio a terminare la conquista dell'Affrica. Hassan,
governator dell'Egitto, ebbe il comando delle soldatesche, e fu
assegnato a questa impresa la rendita dell'Egitto, e quarantamila
uomini. Aveano i Saraceni, nelle vicende della guerra, ora soggiogate or
perdute le province interiori: ma la costa del mare era sempre occupata
dai Greci: dai predecessori di Hassan era stato rispettato il nome e le
fortificazioni di Cartagine, ed il numero dei suoi difensori s'era
aumentato dagli abitanti di Cabes e di Tripoli che colà si erano
ricoverati. Hassan fu più ardimentoso e più fortunato; ridusse a
soggezione, e saccheggiò la metropoli dell'Affrica servendosi di scale
per prenderla, come dicono gli storici, il che dà a credere che per un
assalto egli risparmiò le noiose operazioni d'un assedio regolare. Ma
non andò guari che la gioia dei vincitori fu turbata dalla giunta d'un
rinforzo di Cristiani. Giovanni, prefetto e patrizio, abile e rinomato
generale, imbarcò a Costantinopoli le forze dell'impero d'oriente[371];
fu raggiunto ben presto dalle navi e dai soldati della Sicilia, e
ottenne dalla paura e dalla religione del monarca Spagnuolo una numerosa
schiera di Goti[372]. I suoi navigli fransero la catena che chiudeva
l'ingresso del porto, e gli Arabi si ritrassero a Cairoan o a Tripoli.
Sbarcarono i Cristiani: i cittadini salutarono il vessillo della Croce,
e fu speso inutilmente il verno a pascersi di vane chimere di trionfo o
di liberazione; ma l'Affrica era perduta per sempre. Animato dallo zelo
e dal risentimento, il Commendatore dei fedeli[373] mise in punto tanto
in mare che in terra, per la campagna seguente, un armamento più grosso
del primo, e fu costretto Giovanni ad abbandonare il posto e le
fortificazioni di Cartagine. Vi fu una seconda battaglia nei contorni di
Utica, ove Greci e Goti furon di bel nuovo sconfitti, ed altro scampo
non ebbero che un pronto imbarco per sottrarsi alla spada di Hassan, che
aveva investito la debole palizzata del campo loro. Quanto rimaneva di
Cartagine fu dato alle fiamme, e la colonia di Didone[374] e di Cesare,
fu lasciata in abbandono per più di due secoli sino all'epoca in cui il
primo del Califfi fatimiti ne ripopolò un quartiere, che non era forse
la ventesima parte dello spazio per lo innanzi occupato. Al principio
del sedicesimo secolo era rappresentata la seconda capitale
dell'occidente da una moschea, da un collegio senza scolari, da
venticinque o trenta botteghe, e dalle capanne di cinquecento paesani,
che immersi nella più cenciosa povertà pur conservavano tutta
l'arroganza dei senatori Cartaginesi: ma fu ancora distrutto questo
miserabil villaggio dagli Spagnuoli, che Carlo V posti avea nella
Fortezza della Goletta. Disparvero le rovine di Cartagine, nè si
saprebbe ove si fossero un giorno, se gli archi spezzati d'un
acquidoccio non guidassero i passi del viaggiatore che le ricerca[375].
[A. D. 692-698]
Erano già stati espulsi i Greci, ma non ancora erano padroni gli Arabi
del paese. I Mori, o Barbari[376], sì deboli sotto i primi Cesari, e di
poi sì formidabili ai principi di Bisanzio, contrapponevano nelle
province interne una disordinata resistenza alla religione e al potere
de' successori di Maometto. Sotto i vessilli della lor regina Cahina
vennero le tribù independenti ad accordarsi in certo modo ed a pigliare
disciplina; e come i Mori attribuivano alle lor mogli il dono di
profezia, attaccarono i Musulmani del paese con un fanatismo simile al
loro. Mal poteano bastare le vecchie soldatesche di Hassan alla difesa
dell'Affrica: le conquiste d'una generazione furono perdute in un
giorno: il generale Arabo, trascinato dalla corrente, si ritrasse alle
frontiere d'Egitto, e cinque anni attese i soccorsi che gli andava
promettendo il Califfo. Dopo la ritirata de' Saracini, la profetessa
vittoriosa raunò intorno a sè i Capi dei Mori, e diede loro uno
stravagante consiglio degnissimo della politica dei Selvaggi. «Le nostre
città, diss'ella, e l'oro e l'argento che contengono allettano
continuamente gli Arabi ad insignorirsene; questi vili metalli non sono
l'oggetto dell'ambizione nostra: ci bastano le semplici produzioni della
terra. Distruggiamo queste città, seppelliamo sotto le rovine que'
funesti tesori, e quando non offriremo più esca alla cupidigia de'
nostri nemici, forse cesseranno di turbare la tranquillità d'un popolo
che sa far la guerra». Da unanimi applausi fu accolta la proposta:
cominciando da Tanger fino a Tripoli furon demoliti gli edifizii, o per
lo meno le fortificazioni, tagliati gli alberi fruttiferi, annientati i
mezzi di sussistenza: Cantoni fertili e popolosi divennero deserti, e
sovente gli storici dei tempi posteriori accennavano i vestigi della
prosperità e della devastazione dei loro antenati. Ecco che ne dicono
gli Arabi moderni. Ma quanto a me, son molto inclinato a credere che
solo per l'ignoranza dell'antichità, per voglia del maraviglioso, e per
quell'abitudine, divenuta quasi una moda, d'esagerare la filosofia de'
Barbari, abbiano rappresentato come un atto volontario le calamità e i
guasti di tre secoli, contando dai primi furori dei Donatisti e dei
Vandali. Nel corso della rivoluzione è probabile che per la sua parte
Cahina contribuisse ai disastri; e forse il timore della propria rovina
spaventò o indispettì le città, che lor malgrado al giogo d'una donna
s'erano sottomesse. Non isperavano più i coloni, e forse non bramavano
più, il ritorno del sovrano che regnava in Bisanzio. Non era mitigata la
loro servitù dai beneficii del buon ordine e della giustizia, e doveano
i più zelanti cattolici preferire di buon grado le imperfette verità del
Corano alla cieca e goffa idolatria dei Mori. Fu adunque il general dei
Saracini per la seconda volta accolto come il salvator della provincia:
gli amici del viver civile cospirarono contro i Selvaggi di quella parte
di Mondo; Cahina fu uccisa nella prima battaglia, e cadde con lei il mal
fermo edificio del suo impero e della superstizione che lo
fiancheggiava. Lo stesso spirito di sedizione si riaccese sotto il
successore di Hassan: ma infine fu soffocato dall'attività di Musa e de'
suoi due figli; e si può giudicare qual fosse il numero dei ribelli da
quello di trecentomila di loro che furono ridotti a cattività.
Sessantamila di quelli schiavi, assegnati pel quinto dovuto al Califfo,
furono venduti a pro dell'erario: trentamila giovani furono arrolati
nelle milizie, e per le pie sollecitudini di Musa, che non cessò di
porre ogni opera ad inculcare ai vinti le dottrine e le pratiche del
Corano, s'abituarono gli Affricani ad obbedire l'appostolo di Dio e il
comandante dei fedeli. Pel clima che abitavano e pel loro governo, non
che pel modo di vivere e per le qualità delle abitazioni, i Mori
vagabondi rassomigliavano ai Bedoini del deserto, che abbracciando la
religione di Maometto ebbero l'orgoglio di appropiarsi la lingua, il
nome e l'origine degli Arabi. Così a poco a poco si mischiò il sangue
degli stranieri con quello dei nativi del paese, e parve allora che la
medesima nazione si fosse diffusa dall'Eufrate all'Atlantico, sulle
arenose pianure dell'Asia e dell'Affrica. Concedo per altro che
cinquantamila -tende- di Arabi puri abbian potuto passare il Nilo, e
disperdersi nel deserto della Libia, e so che cinque tribù di Mori
conservan tuttavia il loro idioma barbaresco, e portano il nome e il
carattere d'Affricani -bianchi-[377].
[A. D. 709]
V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i
Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini
dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di
detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin
dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la
costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean
soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la
Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto
angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli
Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che
altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza
e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben
presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio
inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto
la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il
vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se
si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono,
giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata
sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla
vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate
e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta,
romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può
bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più
atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo
la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati
soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio,
il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima
della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva:
ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano
tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro
risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più
pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori
un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una
rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia,
era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È
verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa
sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo
regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè
perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e
l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile;
avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha
dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della
Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo
debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto
di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le
calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento
della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza
d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in
cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei
Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la
regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico:
segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i
successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città
cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle
armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione
essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a
quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma
non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da
lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i
reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi.
Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo
carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i
congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe
contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe
di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica
dall'Europa[384].
[A. D. 710]
Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli
d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una
prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani
tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor
Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo
memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del
novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si
conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o
finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da
questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di
colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a
cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede
il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras.
La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che
ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa
e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel
ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli
presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera
vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini
di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo
capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto.
Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di
Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima
denominazione di -Gebel al Tarik-, montagna di Tarik, e le trincere del
campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni
che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla
potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu
ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli
Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva
avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri,
avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando
furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti
seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di
religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette
alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani
dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a
novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se
del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik,
cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il
credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e
gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali
che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo
regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta
celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che
va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a
perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e
i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce;
ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o
decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno
successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga
veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o
sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro
valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro
copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik
alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il
mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho
giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani».
Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato
coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni
abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di
Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più
importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si
trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto
s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che
alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati
dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In
mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò
sul suo cavallo -Orelia-, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò
da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno
gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla
riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso
il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè
per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di
Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un
valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del
campo di battaglia[390].»
[A. D. 711]
Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che
più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo
la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che
terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è
perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto,
sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città
della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla
città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il
tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì
questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e
che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova
con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i
cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un
altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la
quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma
popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il
Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla
Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più
zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se
furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il
vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole.
Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro;
permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero
esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o
infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali
rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri.
Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli
indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali
e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti
trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna,
che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del
battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il
destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione
paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di
fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di
Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna
cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il
nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di
Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città
che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella
tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e
che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik
spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al
di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente
di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le
settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di
Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e
ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione
che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era
assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa
avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi
dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di
trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico
capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla
battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel
generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare
una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione
congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo
l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori
ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà
che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un
assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i
cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi,
di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in
un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a
conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva
rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi
preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i
robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada
di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396].
[A. D. 712-713]
Alla notizia di questi rapidi trionfi la soddisfazione di Musa degenerò
in invidia temendo, senza palesarlo, che Tarik non gli lasciasse più
luogo a conquisti. Partissi dalla Mauritania con diecimila Arabi e
ottomila Affricani per andare in Ispagna, e sotto le sue bandiere
militavano i più nobili dei Coreishiti. Al suo figlio maggiore lasciò il
governo dell'Affrica, e condusse con sè i tre più giovani i quali, per
l'età ed il valore, si mostravano atti a secondare le imprese più
coraggiose del padre. Approdò egli ad Algeziraz, dove fu rispettosamente
accolto dal conte Giuliano, il quale soffocando i rimorsi della
coscienza testificò, in parole ed in fatti, che la vittoria degli Arabi
non avea punto nè poco scemata l'affezione sua per la lor causa.
Nondimeno rimanevano a Musa alcuni nemici da sottomettere. I Goti, nel
tardo lor pentimento, paragonavano il loro numero a quel dei vincitori:
le città trascurate da Tarik si credevano imprendibili, e da intrepidi
patriotti erano difese le fortificazioni di Siviglia e di Merida. Dal
Beti marciò Musa all'Anas, ossia dal Guadalquivir alla Guadiana, ne
assediò le città, e le sottomise successivamente. Quando scorse le opere
della romana magnificenza, il ponte, gli acquidotti, gli archi trionfali
e il teatro dell'antica metropoli della Lusitania, disse egli a quattro
uffiziali del suo seguito: «Si direbbe che la razza umana abbia unito
tutta l'arte e tutte le forze che aveva per fondare questa città:
fortunato colui che potrà divenirne padrone!» A tanta ventura egli
aspirava in fatti; ma gli abitanti di Merida sostennero in questa
occasione l'onore che avevano di discendere dai bravi legionari
d'Augusto[397]. Sdegnando di confinarsi entro le mura, uscirono ad
assalire gli Arabi nel piano; ma furono puniti di tanta imprudenza da un
distaccamento nemico che postosi in agguato, nel fondo d'una cava o in
mezzo a muricci, precluse loro la ritirata. Allora Musa fece condurre
all'assalto le torri di legno che usavansi negli assedi: la difesa della
piazza fu lunga ed ostinata, ed il -Castello dei Martiri- sarà per le
generazioni future una perpetua testimonianza della rotta dei Musulmani.
Finalmente la costanza degli assediati fu vinta alla lunga dalla fame e
dalla disperazione, e il vincitore prudente attribuì nella capitolazione
alla stima e alla clemenza ciò che fu ridotto a concedere per l'ansietà
di godere della vittoria. Fu lasciata agli abitanti la scelta fra
l'esiglio o il tributo: le due religioni si divisero fra loro le chiese,
e furono confiscati a profitto dei Musulmani gli averi di coloro che
perirono nell'assedio, o che ripararono nella Galizia. Venne Tarik su
Merida e Toledo a salutare Musa, e lo condusse al palazzo dei re Goti.
Il loro primo abboccamento fu freddo e cerimonioso: volle il
Luogo-tenente del Califfo un conto esatto dei tesori della Spagna, ed
ebbe Tarik occasione di vedere che esposta era la sua riputazione ai
sospetti ed all'infamia. Quest'eroe fu imprigionato, insultato e
ignominiosamente frustato per mano, o almeno, per ordine di Musa. I
primi Musulmani per altro osservavano una sì stretta disciplina, ed
avevano uno zelo sì puro e uno spirito sì docile, che dopo questo
pubblico oltraggio non vi fu difficoltà di commettere a Tarik
l'onorevole impresa di ridurre a sommessione la provincia di Tarragona.
Dalla liberalità dei Coreishiti fu eretta in Saragossa una moschea; il
porto di Barcellona riaperto ai vascelli della Sorìa; e gli Arabi
perseguitarono i Goti al di là dei Pirenei nella provincia di Settimania
(la Linguadoca) di cui erano quelli in possesso[398]. Trovò Musa in
Carcassona sette statue equestri di argento massiccio, che stavano nella
Chiesa di Santa Maria, e non è credibile che ve le abbia lasciate. Da
Narbona, ove pose un -termine- ossia una colonna, se ne tornò sulle
coste della Galizia e della Lusitania. In sua assenza, Abdelaziz, uno
dei suoi figli, ebbe a punire gli insorgenti di Siviglia, e da Malaga
sino a Valenza soggiogò le sponde del Mediterraneo. Il trattato ch'egli
fece col saggio e prode Teodemiro, e che ci è rimasto in originale[399],
darà a conoscere i costumi e la politica di quel tempo. «-Articoli di
pace convenuti e giurati tra Abdelaziz, figlio di Musa, figlio di
Nassir, e Teodemiro, principe dei Goti.- Nel nome del misericordioso
Iddio, Abdelaziz concede la pace alle seguenti condizioni: non sarà
turbato Teodomiro nel suo principato; non si recherà ingiuria alla vita,
nè alle proprietà, nè alle donne, nè ai fanciulli, nè alla religione, nè
ai templi dei cristiani; Teodemiro consegnerà spontaneamente le sue
sette città di Orihuela, Valentola, Alicante, Mola Vacasora, Bigerra
(oggi Bejar), Ora (ossia Opta) e Lorca; non soccorrerà, nè riceverà i
nemici del Califfo, ma comunicherà fedelmente quanto egli per avventura
scoprisse dei loro disegni ostili; pagherà annualmente, come pure ogni
Goto di famiglia nobile, una pezza d'oro, quattro misure di biada,
altrettanto d'orzo, e una certa quantità di mele, d'olio e d'aceto:
l'imposizione di ciascuno dei loro vassalli sarà la metà di questa
tassa. Segnato il quattro di Regeb, l'anno dell'Egira 94, e sottoscritto
da quattro testimoni Musulmani[400]». Tanto Teodemiro che i suoi sudditi
furono trattati con singolare dolcezza; ma pare che la rata del tributo
variasse dal decimo al quinto, a seconda della docilità od ostinazione
dei cristiani[401]. In questa rivoluzione ebbero essi molto a soffrire
dalle passioni naturali e religiose degli Arabi, i quali profanarono
varie chiese, e qualche volta presero per idoli le reliquie e le
immagini. Alcuni ribelli furono passati a filo di spada, ed una città
situata fra Cordova e Siviglia, della quale non conosciamo il nome, fu
rasa sino alle fondamenta. Se per altro si paragonano queste violenze
con quelle commesse dai Goti, quando invasero la Spagna, o alle altre
che accadero quando i re di Castiglia e d'Aragona la ripigliarono,
converrà far elogio alla moderazione ed alla disciplina degli Arabi.
[A. D. 714]
Era Musa assai attempato, quantunque, per nascondere la sua vecchiezza,
coprisse sotto una polve rossa la canizie della barba; ma il suo cuore
riscaldato dall'amore di gloria sentiva tuttavia il fervore della
gioventù. Non vedendo nel possesso della Spagna che il primo passo alla
conquista d'Europa, dopo avere in terra ed in mare apparecchiato un
poderoso armamento, si metteva in punto per varcare di nuovo i Pirenei,
per battere nella Gallia e nell'Italia i regni de' Franchi e de'
Lombardi, allora pendenti verso l'ultima rovina, e per predicare l'unità
di Dio sull'altare del Vaticano. Di là, soggiogando i Barbari della
Germania, voleva seguire il corso del Danubio, dalla sua sorgente sino
al Ponto-Eusino, rovesciare l'impero di Costantinopoli, e, ripassando
d'Europa in Asia, riunire le contrade, che avrebbe vinte, al governo di
Antiochia ed alle province della Sorìa[402]; ma questo vasto disegno,
che non era poi forse tanto difficile ad eseguirsi, doveva agli occhi
delle anime volgari sembrare stravagante, e quasi una visione da
conquistatore. Non andò guari che Musa fu obbligato a risovvenirsi della
propria dependenza e servitù. Gli amici di Tarik avevano esposto con
buon successo i suoi servigi e l'ingiuria che aveva sofferta: la Corte
di Damasco biasimò il procedere di Musa, entrò in sospetto delle sue
intenzioni, e la tardanza sua ad obbedire al primo ordine, che lo
richiamava, ne fece venire un secondo più severo e perentorio. Fu
spedito dal Califfo un intrepido messaggero al campo di Musa, a Lugo in
Galizia, e quivi alla presenza dei Musulmani e dei cristiani afferrò la
briglia del suo cavallo. Fosse la fedeltà di Musa, o quella delle sue
milizie, non seppe egli pensare a disobbedire; ma fu mitigata la sua
disgrazia dal richiamo del suo rivale, e dalla licenza ch'egli ebbe di
dare i due governi che aveva a due suoi figli Abdallah e Abdelaziz. Nel
suo viaggio trionfale da Ceuta a Damasco, fece pompa delle spoglie
dell'Affrica e dei tesori della Spagna, ed aveva al suo seguito
quattrocento Goti nobili che portavano corone e cinture d'oro. Si
valutava a diciotto ed anche a trentamila il numero dei prigionieri
maschi e femmine trascelto, secondo la nascita e bellezza loro, a
decorare il trionfo. Giunto a Tiberiade in Palestina seppe da un
corriere di Solimano, fratello di Valid ed erede presuntivo del trono,
essere il Califfo infermo di pericolosa malattia, e che Solimano
desiderava che Musa riservasse all'epoca del suo regno lo spettacolo dei
trofei della sua vittoria. Se fosse guarito Valid, sarebbe stata
colpevole la dilazione di Musa; quindi egli proseguì il suo cammino e
ritrovò già sul trono un nemico. Fu esaminata la sua condotta da un
giudice parziale: il suo avversario era caro al popolo, e quindi fu
quegli dichiarato reo di vanità e di mala fede, e l'ammenda, a cui fu
condannato, di dugentomila pezze d'oro, se non lo ridusse alla miseria
divenne una prova delle suo rapine; l'indegno trattamento che aveva
usato a Tarik fu punito con una ignominia somigliante, e il vecchio
generale, dopo essere stato pubblicamente flagellato, stette un giorno
intiero sotto la sferza del Sole davanti la porta del suo palazzo, e
finì coll'ottenere un onesto esiglio col pio nome di pellegrinaggio alla
Mecca. La caduta di Musa avrebbe dovuto saziare l'odio del Califfo; ma
egli temeva una famiglia potente ed oltraggiata, e il suo spavento ne
domandava l'estirpazione. Fu segretamente, e con prontezza, spedita la
sentenza di morte in Affrica ed in Ispagna a' fedeli servi del trono, e
se fu giusta, certamente furono nell'eseguirla violate le forme
dell'equità. Abdelaziz morì nella moschea, o nel palazzo di Cordova
sotto il ferro de' cospiratori, ed i suoi assassini gli rinfacciarono
d'avere avuto pretensione agli onori di re, come pure lo scandolo del
suo matrimonio con Egilona, vedova di Rodrigo, che offendeva i
pregiudizi dei Cristiani non che dei Musulmani. Con un raffinamento di
crudeltà fu presentata la sua testa al padre domandandogli, se conosceva
le fattezze di quel ribelle: «Sì, esclamò con indignazione, conosco quel
volto; sostengo che fu innocente, e invoco sul capo dei suoi assassini
un egual destino, ma più giusto». Ben presto la disperazione e la
vecchiaia liberarono Musa dal timore dei re; egli si morì di affanno
dopo che fu giunto alla Mecca. Fu trattato meglio il suo rivale Tarik al
quale furon perdonati i suoi servigi, e permesso d'entrare nel novero
degli schiavi[403]. Non so se il conte Giuliano ricevesse per guiderdone
la morte che aveva meritata, ma non l'ebbe per mano dei Saracini,
avvegnachè sia smentito dalle testimonianze più irrefragabili ciò che si
disse dell'ingratitudine loro verso i figli di Witiza. Ai due principi
si restituirono i privati demanii del padre; ma alla morte del
primogenito, chiamato Eba, sua figlia dallo zio Sigebut fu ingiustamente
spogliata del paterno retaggio. Andò la figlia dal principe Goto a
perorare la sua causa davanti al Califfo Hashem, ed ottenne la
restituzione delle sue proprietà; fu data in matrimonio ad un nobile
Arabo, e i suoi due figli, Isacco ed Ibrahim, furono in Ispagna accolti
con quei riguardi che alla nascita e alla ricchezza loro si convenivano.
Una provincia conquistata prende facilmente le abitudini del vincitore,
sia per l'introduzione degli stranieri, sia per lo spirito di imitazione
che s'insinua ne' nazionali: così la Spagna, che avea veduto
alternativamente mischiarsi al proprio sangue quello dei Cartaginesi,
dei Romani, dei Goti, in poche generazioni venne pigliando il nome ed i
costumi degli Arabi. Dietro ai primi generali ed ai venti Luogo-tenenti
del Califfo, che si succedettero in quel paese, giunse pure un seguito
numeroso d'ufficiali civili e militari, i quali amavan meglio menare una
vita agiata in paese lontano, che vivere stentatamente in patria. Queste
colonie di Musulmani portavano vantaggio all'interesse del pubblico e
dei privati, e le città della Spagna rammemoravano con fasto la tribù, o
il cantone dell'oriente donde traevano origine. Le vittoriose brigate di
Tarik e di Musa, quantunque miste di molte nazioni, eran distinte col
nome di -Spagnuole- il quale formava in certo modo il lor diritto di
conquista; permisero nondimeno ai Musulmani dell'Egitto di stanziarsi
nella Murcia e in Lisbona. La legione regia di Damasco si domiciliò in
Cordova, quella di Emesa in Siviglia, quella di Kinnisrin ossia Calcide
in Jaen, quella di Palestina in Algeziras e in Medina Sidonia. i
guerrieri venuti dall'Yemen e dalla Persia si sperperarono intorno a
Toledo e nell'interno del paese, e le fertili possessioni di Granata
furono date a diecimila cavalieri[404] della Sorìa e dell'Irak, i quali
erano la razza più pura e più nobile che fosse in Arabia. Queste fazioni
ereditarie mantenevano uno spirito di emulazione talora utile, ma il più
delle volte pericoloso. Dieci anni dopo la conquista, fu presentata al
Califfo una carta della Spagini ove erano segnati i mari, i fiumi, i
porti, le città, il numero degli abitanti, il clima, il suolo
e le produzioni minerali[405]. Nello spazio di due secoli,
l'agricoltura[406], le manifatture e il commercio d'un popolo illustre
crebbero vie meglio le beneficenze della natura, e gli effetti della
operosità degli Arabi furono anche abbelliti dalla oziosa loro fantasia.
Il primo degli Ommiadi che regnò in Ispagna chiese in sussidio i
cristiani; e col suo editto di pace e di protezione si tenne contento ad
un modico tributo di diecimila oncie d'oro, di diecimila libbre
d'argento, di diecimila cavalli, di altrettanti muli, di mille corazze e
d'un ugual numero di elmetti e di lancie[407]. Il più possente dei suoi
successori ricavò dallo stesso regno una rendita annuale di dodici
milioni e quarantacinquemila denari ossia pezze d'oro, che formano circa
sei milioni sterlini[408], somma che nel decimo secolo probabilmente
superava la totalità delle rendite di tutti i monarchi cristiani.
Risedeva il Califfo in Cordova, città che vantava seicento moschee,
novecento bagni e dugentomila case; dava leggi a ottanta città di
prim'ordine, a trecento del secondo e del terzo, e dodicimila villaggi
ornavano le fertili sponde del Guadalquivir. Queste sicuramente sono
esagerazioni degli Arabi, ma è vero però che non mai fu più ricca la
Spagna, nè meglio coltivata e popolosa, come sotto il loro governo[409].
Aveva il Profeta santificate le guerre de' Musulmani; ma tra i vari
precetti, e gli esempi da lui dati in vita, prescelsero i Califfi le
lezioni di tolleranza più acconce a disarmare la resistenza
degl'increduli. Era sempre l'Arabia il santuario ed il retaggio del Dio
di Maometto, il quale poi guardava con occhio men amorevole e men geloso
le altre nazioni della terra. Quindi gli adoratori del suo Dio credevano
potere a buon dritto estirpare i politeisti e gl'idolatri che ignoravano
il suo nome[410]; ma non andò guari tempo che vennero sagge
considerazioni politiche in supplimento delle massime di giustizia, e,
dopo qualche misfatto d'uno zelo intollerante, seppero i Musulmani,
insignoritisi dell'India, rispettare le pagodi di quel popolo numeroso e
devoto. A' discepoli di Abramo, di Mosè e di Gesù[411] fu mandato
solenne invito, perchè abbracciassero il culto del Profeta, come il più
perfetto, ma però, quando avessero voluto pagare piuttosto una tassa
moderata, si concedea loro libertà di coscienza, e facoltà di adorare
Iddio alla lor maniera[412]. Col professare l'Islamismo poteano i
prigionieri, fatti sul campo di battaglia, redimersi dalla morte; le
donne peraltro doveano adattarsi alla religione de' padroni, e così, per
l'educazione che davasi a' figli de' prigionieri, andava a poco a poco
crescendo il numero de' proseliti sinceri. Ma dalla seduzione per
avventura più che dalla forza furono vinti que' milioni di neofiti
dell'Affrica, i quali si dichiararono pronti a seguire la novella
religione. Con un atto di poco momento, con una semplice profession di
fede, in un istante il suddito o lo schiavo, il prigioniero o il
delinquente diveniva uom libero, eguale e compagno de' Musulmani
vittoriosi. Espiati erano tutti i suoi peccati, infranti tutti i suoi
impegni anteriori: a' voti di castità sostituivansi le inclinazioni
della natura; la tromba de' Saracini svegliava gli spiriti ardenti
sopiti nel chiostro, e in quella generale convulsione ogni Membro d'una
nuova società si collocava in quella situazione, che a' suoi talenti e
al suo coraggio si conformava. Non era minore l'impressione che faceva
su la moltitudine la felicità promessa da Maometto nell'altra vita, di
quel che i piaceri in questa permessi; e vuol carità che si pensi, che
da buon numero de' suoi proseliti si credesse lealmente alla verità e
santità della sua rivelazione, la quale di fatto, ad un politeista
ragionatore, potea parere degna della natura divina, non che dell'umana.
Più pura del sistema di Zoroastro, più generosa della legge di
Mosè[413], sembrava la religion di Maometto meno contraria alla ragione
di quello che i tanti misteri e le superstizioni che, nel settimo
secolo, la semplicità digradavano dell'Evangelo.
Nelle vaste regioni della Persia e dell'Affrica avea l'Islamismo
sradicata la religion nazionale. Tra le Sette dell'oriente, la teologia
equivoca de' Magi era la sola che tuttavia sussistesse, ma si potea di
leggieri, sotto il venerando nome d'Abramo, destramente collegare alla
catena della rivelazione divina gli scritti profani di Zoroastro[414].
Potevasi raffigurare il suo cattivo principio, il genio Ahriman, come il
rivale o la creatura di Lucifero. Non v'era un'immagine che ornasse i
templi della Persia, ma si poteva rappresentare come una goffa e
cerimoniosa idolatria il culto che al Sole ed al fuoco era diretto[415].
Dalla prudenza de' Califfi, per l'esempio dato da Maometto[416], fu
rivolta l'opinione all'avviso più moderato, e tanto i Magi che i Guebri
furono posti co' Giudei e co' Cristiani nel novero de' popoli della
legge scritta[417]; di modo che nel terzo secolo dell'Egira, la città di
Herat offerse un singolare conflitto di fanatismo privato e di pubblica
tolleranza[418]. Per la legge musulmana era assicurata la libertà civile
e religiosa dei Guebri di Herat con patto che pagassero un tributo; ma
l'umile moschea, di recente innalzata dai Musulmani, era oscurata
dall'antico splendore di un tempio del Fuoco unito all'edifizio
musulmano. Predicando si lagnò un fanatico Imano di questa scandalosa
vicinanza, ed accagionò di debolezza o d'indifferenza i fedeli.
Attizzato dalla sua voce si raunò il popolo tumultuariamente, furon date
alle fiamme le moschee ed il tempio, ma sul loro suolo si cominciò
subito una nuova moschea. Ricorsero i Magi al sovrano del Corasan per
ottenere riparazione all'ingiuria sofferta, ed egli avea promesso
giustizia e soddisfazione, quando (ciò che si stenterà a credere)
quattromila cittadini di Herat, di carattere austero e d'età matura,
giuravano con voce unanime che -mai- non aveva esistito il tempio del
Fuoco. Allora non vi fu più modo per continuare l'inquisizione del
fatto, e la coscienza de' Musulmani, scrive lo storico Mirchond[419],
non ebbe rimorso di questo suo pio e meritorio spergiuro[420]. Il più
gran numero per altro dei templi della Persia andò in rovina per la
diserzione accaduta a poco a poco, ma generale, di quelli che li
frequentavano. Fu la diserzione fatta -a poco a poco-, poichè non se ne
sa nè il tempo nè il luogo, e non pare che fosse accompagnata da
persecuzioni e da resistenza. Fu -generale-, poichè fu l'Islamismo
abbracciato da tutto il regno, cominciando da Shiraz sino a Samarcanda,
mentre la lingua del paese, conservata dai Musulmani di quella regione,
prova la loro origine persiana[421]. Da parecchi miscredenti, dispersi
nelle montagne e nei deserti, fu ostinatamente difesa la superstizione
dei loro antenati, e rimane una debole tradizione della teologia dei
Magi nella provincia di Kirman, sulle sponde dell'Indo, fra i persiani
che stanno a Surate e nella colonia fondata presso Ispahan da Shah
Abbas. Il gran pontefice si è ritirato nel monte Elbourz, diciotto leghe
distante dalla città di Yezd. Il fuoco perpetuo, se continua ad ardere,
è inaccessibile ai profani, ma i Guebri, che nelle fattezze uniformi e
molto grossolane attestano la purezza del sangue loro, vanno in
peregrinazione a visitare il domicilio di quel pontefice che è lor
maestro ed oracolo. Colà ottantamila famiglie conducono una vita
tranquilla e innocente sotto la giurisdizione de' vecchi, e con alcuni
lavori industriosi e con le arti meccaniche provvedono alla sussistenza,
non trascurando di coltivare la terra con quello zelo che, come dovere,
è loro inspirato e prescritto dalla religione. Il volere dispotico di
Shah Abbas, il quale pretendea con minacce e torture forzarli a
consegnargli i libri di Zoroastro, fu vano contro la loro ignoranza; ed
ora, sia moderazione o disprezzo, i sovrani attuali non danno più
inquietudine agli oscuri Magi superstiti[422].
[A. D. 749-1076]
La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi
ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce
dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure
avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e
da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e
di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori
erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de'
sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e
di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo
dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò
il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il
tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua
frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi
progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque
vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a
Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i
moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un
prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per
indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non
erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un
Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione
del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete,
che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal
Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente
spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata
la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della
sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle
quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e
d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che
il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha
speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze
di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto,
s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da
lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla
circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed
erano denominati -Mosarabi-[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi
loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso
la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella
comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di
Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli
Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti
vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di
Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato,
l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa
ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V
approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie
cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu
totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare
Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di
Roma[429].
Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e
tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di
coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della
conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai
quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per
l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi
nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed
affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste
particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le
chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese
in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità,
le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero:
poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di
segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori
delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu
inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere
quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion
della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente
fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina
la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre
esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono
oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor
padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge
irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo
Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per
l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno
onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero
condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata
l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei
bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si
ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È
ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la
salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza
nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o
sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i
tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani
ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la
pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge
di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza
del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro
apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la
religion del Profeta.
Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e
più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di
fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei
comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato,
nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de'
compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle
tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro
massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano
i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la
norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel
libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni
dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei
loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono
oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da
oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai
confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se
leviamo dal conto la -Manica del vestito-, per usare la frase dei loro
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