medesima (-in vit. Mohammed-, pag. 136; -Vie de Mahomet-, t. III, p.
236).
[187] Particolarmente dal suo amico e cugino Abdallah, figlio d'Abbas,
che morì (A. D. 687) col titolo di gran dottore de' Musulmani. Secondo
Abulfeda, egli novera le occasioni rilevanti in cui aveva negletti Alì i
suoi buoni consigli (p. 76. vers. Reiske), e conchiude così (p. 85): -O
princeps fidelium, absque controversia, tu quidem vere fortis es, at
inops boni concilii, et rerum gerendarum parum callens.-
[188] Suppongo che i due anziani di cui fan cenno Abulfaragio (p. 115) e
Ockley (t. I, p. 371) non sieno già due consiglieri in carica, ma
Abubeker ed Omar, i due predecessori d'Othmano.
[189] Lo Scisma de' Persiani viene esposto da tutti i viaggiatori
dell'ultimo secolo, e soprattutto nel secondo e quarto volume del
Chardin loro maestro. Il Niebuhr, inferiore al Chardin, ha il vantaggio
peraltro d'avere scritto nel 1764, epoca più recente d'assai (-Voyages
en Arabie-, etc., t. II, p. 208-233), e posteriore al vano tentativo che
ha fatto Nadir-Shah per cangiare la religione del suo popolo (-V.- la
sua -Storia della Persia-, tradotta da Sir William Jones, t. II, p. 5,
6, 47, 48, 144-155).
[190] Omar presso loro significa il diavolo. Il suo assassino è un
santo. Quando i Persiani scagliano una freccia, sogliono gridare: «Possa
questa freccia trafiggere il cuore d'Omar». (-Voyages de Chardin-, t.
II, p. 239, 240, 259, ec.).
[191] Questa graduazione di merito è notata distintamente nel simbolo
spiegato dal Reland (-De relig. Moham.-, l. I, p. 37), e da un argomento
de' Sonniti riferito dall'Ockey (-Hist. of the Sarac.-, t. II; p. 230).
L'usanza di maledire la memoria d'Alì fu abolita, quarant'anni dopo,
dagli stessi Ommiadi (d'Herbelot, p. 690); e son pochi i Turchi che
osino insultarlo come infedele (-Voyages de Chardin-, t. IV, p. 46).
[192] D'Anville (-l'Euphrate et le Tigre-, p. 29) dimostra che il piano
di Siffin è il -campus barbaricus- di Procopio.
[193] Abulfeda, Sonnita moderato, espone le varie opinioni sul
seppellimento d'Alì, ma s'attiene al sepolcro di Cufa, -fama numeroque
religiose frequentantium celebratum-. Niebuhr fa il conto che si
seppelliscono ne' contorni duemila persone all'anno, e che cinquemila
sono i pellegrini che vanno a visitarlo (t. II, p. 208, 209).
[194] Tutti i tiranni di Persia da Adhad-el-Dowlat (A. D. 977;
d'Herbelot, pag. 58, 59, 95), sino a Nadir-Shah (A. D. 1743, -Hist. de
Nadir-Shah-, t. II, p. 155), hanno ornato colle spoglie del popolo la
tomba d'Alì. La cupola è di rame magnificamente dorato, che brilla a'
raggi del Sole in distanza di molte miglia.
[195] La città di Meshed-Alì, lontana cinque o sei miglia dalle ruine di
Cufa, e centoventi al mezzodì di Bagdad, ha l'estensione e la forma
dell'odierna Gerusalemme. Meshed-Hosein, più vasta e più popolosa, è
lungi trenta miglia.
[196] Seguo l'energico concetto e la frase di Tacito (-Hist.- l. I, c.
4): -Evulgato imperii arcano posse imperatorem alibi quam Romae fieri.-
[197] Ho abbreviato la bella narrazione d'Ockley (t. II, p. 170-231),
assai lunga e piena di minuti particolari, dai quali bene spesso emerge
appunto il patetico.
[198] Il danese Niebuhr (-Voyages en Arabiae-, etc., t. II, p. 208 ec.)
è forse quel solo de' viaggiatori Europei che abbia osato andare a
Meshed-Alì, e a Meshed-Hosein. Que' due sepolcri sono in mano de'
Turchi, i quali soffrono la devozione degli eretici Persiani, ma
l'assoggettano ad un tributo. Il Chardin, che tante volte ho lodato,
descrive partitamente la festa della morte di Hosein.
[199] Il d'Herbelot nota la successione all'articolo generale -Iman-; e
negli articoli speciali per ognuno de' dodici pontefici dà un ristretto
della lor vita.
[200] Parrà ridicolo il nome d'Anticristo, ma i Musulmani hanno attinto
da tutte le religioni (Sale, -Discours prélimin-. p. 80-82). Nella regia
scuderia d'Ispahan stanno sempre due cavalli sellati, l'uno per Mahadi,
e l'altro pel suo luogotenente, Gesù, figlio di Maria.
[201] L'anno dugento dell'Egira (A. D. 815). -V.- d'Herbelot, p. 546.
[202] D'Herbelot, pag. 342. Cercavano gli avversari de' Fatimiti ogni
modo per avvilirli col dar loro un'origine giudaica; ma quelli provavano
benissimo d'essere discendenti di Iaafar, sesto Imano; e l'imparziale
Abulfeda conviene in questo (-Annal. moslem-. pag. 238) ch'erano
riconosciuti da parecchi, -qui absque controversia genuini sunt
Alidarum, homines propaginum suae gentis exacte callentes-. Cita alcune
linee del celebre Seriffo Or-Rahdi, -ego ne humilitatem induam, in
terris hostium?- (Sospetto ch'ei fosse un Edrissita della Sicilia) -cum
in Egypto fit chalifa de gente Alii, quocum ego communem habeo patrem et
vindicem-.
[203] I re di Persia dell'ultima dinastia discendono dallo Sheik Sefi,
santo del quattordicesimo secolo, e per lui da Moussa Cassem, figlio di
Hosein, figlio d'Alì (Olear. p. 957; Chardin, t. III, p. 288): ma non
posso assegnare i gradi intermedii di veruna di queste o vere o favolose
genealogie. Se erano Fatimiti, provenivano forse da' principi di
Mazanderan che regnavano nel secolo nono (d'Herbelot, p. 96).
[204] Demetrio Cantemiro (-Hist. de l'Empire ottom-. p. 94) e Niebuhr
(-Descript. de l'Arabie-: p. 9-16, 317, ec.) descrivono esattamente lo
stato odierno della famiglia di Maometto e d'Alì. Peccato che il
viaggiator Danese non abbia potuto possedere le cronache dell'Arabia.
[205] -Considerando la religione di Maometto dal solo aspetto dell'unità
e delle perfezioni di Dio, vi si trova anzi ogni motivo di propagazione;
ed è far troppo torto al genere umano, e specialmente agli Arabi che al
momento della predicazione di Maometto erano idolatri, il pensare che
per quanta prevenzione cieca avessero a favor dell'idolatria, ossia del
politeismo, la loro ragione dovesse a lungo opporsi all'idea, sostenuta
da Maometto, e tanto naturale, di un'Esser supremo e delle sue
perfezioni.-
[206] -Se gli Appostoli S. Pietro e S. Paolo andassero ora nella
magnifica, e famosa Basilica del Vaticano, vi vedrebbero professati i
medesimi dogmi, ch'essi credettero e pubblicarono; li troverebbero
spiegati dai Concilj generali, ed espressi in formule, od Atti di Fede,
secondo lo spirito ond'essi medesimi li sparsero. Vi troverebbero a dir
vero nuovi metodi, nuove discipline, nuove cerimonie. Ma S. Pietro
stesso nel Concilio da lui tenuto in Gerusalemme pose, di consenso cogli
altri seguaci di Cristo ch'era già morto, alcune regole, e prese
risoluzioni convenienti, e vantaggiose alle circostanze de' cristiani di
quell'epoca, come pure fece S. Paolo nella Grecia; e perciò vedrebbero
con piacere i buoni ed utili ordinamenti, e discipline, che secondo le
circostanze, e per l'utilità e propagazione del cristianesimo, e
l'edificazione de' credenti, furono fatti in Roma, e diffusi nelle
province a norma delle decisioni dei Concilj, e delle Decretali e
Costituzioni de' Papi; e vedrebbero poi a decoro della religione, e
quindi con grande compiacenza, un tempio magnifico eretto dalle idee
principesche, e dai tesori di Giulio II, e di Leone X; vedrebbero poi in
un colla semplicità del culto protestante di Ginevra l'allontanamento
dalla buona dottrina, cui per altro diedero origine le grandi spese, e
le publicate Indulgenze di Leone X per la costruzione del Vaticano.-
[207] -Non hanno forse anche i Cristiani nel loro intelletto l'immagine
pura della Divinità?-
[208] Gli autori della Storia universale e moderna hanno compilato
(volume 1 e 2) in ottocentocinquanta pagine -in folio- la vita di
Maometto e gli annali de' Califfi. Ebbero la ventura di leggere e talora
correggere i testi Arabi. Ma ad onta delle loro millanterie, io non
m'accorgo nella fine di questo passo sull'Islamismo che m'abbiano dato
cognizione d'un gran numero di particolarità, se pure me n'han data una
sola. Questa pesante massa di cose non è mai ravvivata da una scintilla
di filosofia e di buon gusto, e i compilatori si sono nella loro critica
abbandonati a tutto l'astio del bigottismo contro il Boulainvilliers, il
Sale, il Gagnier, e quanti han palesato qualche parzialità, o qualche
sentimento di giustizia per Maometto.
CAPITOLO LI.
-Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica
e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi
o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel
governo.-
[A. D. 632]
La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la
morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta
crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione.
Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi
discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le
angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o
raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini,
che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati
dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un
solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei
politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo
sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le
abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi
convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità
della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o
gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato
dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva
acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù
Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci
e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i
costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti
religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del
Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non
ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per
l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso.
L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e
d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne
il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi
-fuorusciti- ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di
Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli
della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo
rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi
ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver
esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo,
risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion
de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto
undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle
lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e
rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con
umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche
buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si
prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella
fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico,
in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama,
s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue
prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono
que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle
azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210].
Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e
nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto
la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi
avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor
dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di
Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In
un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento
uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono
col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila
infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che
ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la
disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia,
privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così
tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla
religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto
il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il
grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui
successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.
Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi
Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono
nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e
Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo
della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che
avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i
piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in
età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della
religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano.
Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più
lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina
alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare
tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità
della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor
orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra.
Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad
Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio,
acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello
Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il
conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì
d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri,
e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a'
più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze
d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo
successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di
assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori
delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane
d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito
forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare
omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini
della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e
l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per
li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale
mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di
venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne
promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri
ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto
fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne
decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani
nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente
sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati.
Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente
si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati
i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente
accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de'
Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e
l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo
repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di
Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano
istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a
propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi
all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa
d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù
esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono
le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi
l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio
della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare
per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per
avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la
confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero
di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe
respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe
disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.
Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura
il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi
artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di
provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i
Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari
fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de'
successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto
stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In
tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila
città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti,
ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di
Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori
davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla
Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io
m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi
conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade
più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per
quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche
scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon
dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui
sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia,
pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il
primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla
fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si
fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere
della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti
scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più
moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della
Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere
che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo
sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que'
giorni da' Monaci. La -Biblioteca Orientale-, di cui andiam debitori ad
un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse
gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle
glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.
[A. D. 632]
I. Nell'anno primo del regno del primo Califfo, Caled, suo
Luogo-tenente, Spada di Dio, e flagello degl'infedeli, s'inoltrò sino
alle sponde dell'Eufrate, e sommise le città d'Anbar e di Hira. Una
tribù d'Arabi sedentari s'era collocata su la frontiera del deserto,
all'occidente delle ruine di Babilonia, e in Hira risedeva una stirpe di
re che abbracciato avevano il cristianesimo, e che da più di sei secoli
regnavano all'ombra del trono della Persia[224]. Da Caled fu sconfitto e
morto l'ultimo de' principi Mondari; il suo figlio prigioniero fu
mandato a Medina; i suoi Nobili piegarono le ginocchia davanti al
successor di Maometto: fu sedotto il popolo dall'esempio e dalle
vittorie de' suoi concittadini, e per primo frutto di sue conquiste
ricevette il Califfo un annuo tributo di settantamila monete di oro.
Sbalorditi rimasero i vincitori, e i loro storici ancora, da questo
primo lampo di futura grandezza. «Nell'anno stesso, scrive Elmacin,
diede Caled molte grandi battaglie: fece immensa strage d'infedeli, e
un'innumerevole quantità di spoglie preziosissime cadde in balìa de'
vittoriosi Musulmani»[225]. Ma all'invitto Caled sorvenne ben presto
l'impegno della guerra di Sorìa: capitani meno operosi e meno avveduti
diressero l'invasione della frontiera di Persia. Respinti furono con
gran perdita i Saraceni al passo dell'Eufrate: è bensì vero che punirono
l'insolenza de' Magi, ma fu poi ridotto il rimanente del loro esercito a
vagare qua e là nel deserto di Babilonia.
[A. D. 636]
Per lo sdegno e pel timore rimasero alquanto tempo sopite le intestine
turbolenze de' Persiani. Fu deposta Arzema loro regina per l'unanime
voto dei sacerdoti e de' nobili: era essa il sesto degli usurpatori
surti e scomparsi nello spazio di tre o quattro anni, dopo la morte di
Cosroe e la ritratta di Eraclio. Ne fu data la corona a Yezdegerd,
nipote di Cosroe, e per la coincidenza d'un periodo astronomico[226] è
segnata in una guisa memorabile l'epoca della caduta totale della
dinastia de' Sassanii, e della religione di Zoroastro[227]. Non contava
il nuovo re che quindici anni, e dalla gioventù ed inesperienza sua fu
persuaso a sottrarsi dal rischio d'una battaglia. Lo stendardo regio fu
consegnato nelle mani di Rustam, generale del suo esercito, il quale da
trentamila soldati che lo formavano, s'aumentò, dicesi, a centomila,
sudditi, o alleati della Persia. I Musulmani, che dapprima eran
dodicimila, pe' rinforzi ricevuti presentavano un corpo di trentamila
combattenti; accampavano nelle pianure di Cadesia[228], e quantunque
avessero meno -teste-, aveano più -soldati- che l'esercito irregolare
degl'infedeli. Farò qui una osservazione cui mi verrà il taglio di
rinnovare frequentemente: l'assalto degli Arabi non era, come quello de'
Greci e de' Romani, l'urto d'una linea ben compatta e stretta di
fanteria: cavalieri e arcieri erano il maggior nerbo delle loro forze, e
non raro addiveniva che una battaglia, spesso interrotta e spesso
rinnovata con zuffe corpo a corpo, e con iscaramuccio di fuggiaschi,
potevasi prolungare per più giorni senza che vi fosse alcuna decisione
di vittoria: con ispeciali denominazioni si distinguono i vari periodi
della battaglia di Cadesia. Il primo s'appella la giornata del
-soccorso-, a cagione di mille Siri che giunsero in tempo a soccorrere
gli Arabi: la giornata della -scossa- indica senza altro il trambusto
d'uno degli eserciti, e forse di entrambi: il terzo, nel quale seguirono
gli assalti di notte, ha ricevuto il bizzarro titolo di notte del
-ruggito-, a motivo delle grida discordi de' guerrieri, paragonate a'
suoni inarticolati de' più feroci animali. La mattina susseguente decise
la sorte della Persia, e una bufèra, sopraggiunta opportunamente, cacciò
nembi di polvere negli occhi de' miscredenti. Il fragore dell'armi
pervenne sino alla tenda di Rustam, il quale, ben diverso da un antico
eroe così denominato, stavasi coricato mollemente ad un'ombra
tranquilla, fra le salmerie del suo campo, e il numeroso seguito di muli
carichi d'oro e d'argento. Al rumor del pericolo, si slanciò
precipitosamente il generale fuori di quel luogo di riposo, ma,
fermatolo nel fuggire ed afferratolo per un piede, un Arabo gli troncò
la testa, e la portò in cima alla sua lancia nel campo di battaglia, ove
disseminò la strage e il terrore nelle file più folte dell'esercito
persiano. Confessano i Saraceni la perdita di settemila e cinquecento
guerrieri; e descrivono con ragione la battaglia di Cadesia come
-ostinata- ed -atroce-: tali sono le loro frasi[229]. Nel conflitto fu
dagli Arabi portato via lo stendardo della monarchia, fatto del
grembiale di cuoio d'un fabbro ferraio che s'era già sollevato al grado
di liberatore della Persia; ma da una profusione di gemme era coperta e
nascosta quasi del tutto questa insegna d'una eroica povertà[230]. Dopo
questa vittoria la ricca provincia d'Irak, o dell'Assiria, si sottomise
al Califfo, e per la fondazione di Bassora[231], piazza che domina
sempre il commercio e la navigazion de' Persiani, furono prontamente
assicurati i conquisti. Lungi ottanta miglia dal golfo, l'Eufrate e il
Tigri si congiungono a formare una sola corrente ampia e retta, oggi
chiamata giustamente la riviera degli Arabi. Bassora fu piantata su la
sponda occidentale, a mezza strada fra la congiunzione e la foce de' due
celebri fiumi. Ottocento Musulmani formarono la prima colonia; ma per la
felice sua situazione divenne ben presto una florida e popolosa
capitale. L'aria, comecchè sia eccessivamente calda, n'è pura e salubre;
di palme e di truppe di bestiami sono coperti i prati all'intorno, e una
delle valli del circondario è noverata fra i quattro paradisi, o
giardini dell'Asia. Sotto i primi Califfi, stendeasi la giurisdizione di
questa colonia Araba sino alle province meridionali della Persia; è
stata consacrata la città dai sepolcri di parecchi compagni di Maometto,
martiri dell'Islamismo; e non cessano i navili europei di frequentare il
porto di Bassora, che apre una comoda stazione, e un passaggio al
commercio dell'India.
Non ostante la battaglia perduta a Cadesia, poteva un paese, tagliato da
fiumi e da canali, essere uno schermo insuperabile per la cavalleria de'
vincitori, e le mura di Ctesifone e di Modano, che avevano ributtato le
macchine romane, non potevano essere abbattute da' dardi Musulmani; se
non che fu determinata la rovina de' Persi dall'opinione che giunto
fosse l'ultimo giorno per la religione e l'impero loro: i posti più
forti furono, dalla vigliaccheria o dal tradimento di chi li guardava,
abbandonati: e il re, seguitato da una porzione della famiglia e da'
suoi tesori, ricoverossi in Holwan, alle falde de' colli della Media.
Nel terzo mese dopo la battaglia, Said, luogotenente d'Omar, varcò senza
ostacolo il Tigri: la capitale della Persia fu presa d'assalto, nè valse
la disordinata resistenza popolare che a crescer l'impeto de' colpi de'
Musulmani, che con religioso trasporto esclamavano: «Ecco il palazzo
bianco di Cosroe; ecco adempiuta la promessa dell'appostolo di Dio».
Improvvisamente la miseria de' masnadieri del deserto cangiossi in una
ricchezza, che sorpassava ogni loro speranza, ogni idea. Ciascheduna
camera di quel palazzo mostrava un nuovo tesoro, o celato con arte, o
esposto alla vista con grande sfarzo: l'oro, l'argento, i mobili, le
vestimenta preziose vinsero di gran lunga, a detta d'Abulfeda, tutti i
calcoli dell'immaginazione, o la estensione de' numeri; ed un altro
storico porta la somma inaudita, e quasi infinita di quelle favolose
ricchezze, a tremila migliaia di milioni di pezze d'oro[232]. Qualche
piccolo fatto, ma che alletta la curiosità, dimostra chiaramente il
contrapposto della ricchezza coll'ignoranza. Racchiudea la città gran
provvigione di canfora[233] venuta dalle lontane isole dell'oceano
Indiano, la quale doveva essere mescolata alla cera che serve a
illuminare i palazzi d'oriente. Non conoscendo nè la proprietà, nè il
nome di quella gomma odorosa, i Saraceni la credettero sale, ne misero
nel pane, e stupirono a sentirne l'amarezza. Un tappeto di seta, lungo
sessanta cubiti e largo altrettanto, ornava un appartamento del palazzo,
e rappresentava un paradiso, o giardino, con fiori, frutta, arboscelli
ricamati in oro, o raffigurati con pietre preziose, e il tutto
circondato da un contorno verde variato da più colori. Il generale
Arabo, persuaso con ragione che il Califfo potrebbe mirar con piacere
questo bel lavoro della natura e dell'arte, indusse i soldati a
rinunciare questa parte di bottino. Il rigido Omar, senza por mente a'
pregi dell'arte e della regia magnificenza che sfoggiavano in quella
composizione, ne distribuì i frammenti a' suoi fratelli di Medina. Il
disegno fu distrutto; ma tanto era il valore della materia, che la sola
porzione d'Alì fu venduta ventimila dramme. Fu arrestato un mulo che
trasportava la tiara e la corazza, la cintura e i braccialetti di
Cosroe, e questo bel trofeo venne offerto al comandante de' fedeli: i
più gravi de' suoi compagni non contennero le risa guardando la barba
bianca, le braccia pelose e la goffa figura di quel vecchio soldato
adorno delle spoglie del gran re[234].
Dopo il saccheggio di Ctesifone, questa città ben presto abbandonata
andò a poco a poco in rovina. Non piaceva a' Saraceni nè l'aria, nè la
situazione, e ad Omar fu consigliato da un suo generale di portar la
sede del governo su la riva occidentale dell'Eufrate. Furono in ogni
tempo e facili e pronte la fondazione e la rovina delle città d'Assiria.
Manca il paese di legname da costruzione e di pietre: i più solidi
edificii[235] son di mattoni cotti al sole, e uniti con un cemento di
bitume che si trova nel paese. Il nome di Cufa[236] non può dare altra
idea che d'una abitazione fabbricata di canne e di terra; ma una ricca,
numerosa e brava colonia di veterani popolava allora quella nuova
capitale, e la facea ragguardevole: i Califfi più saggi, per tema di
provocare a sedizione centomila guerrieri, ne tolleravano le licenziose
abitudini. «Abitanti di Cufa, diceva Alì nel domandarne il soccorso, vi
siete sempre segnalati in valore. Avete vinto il re di Persia, e teneste
sperperate le sue forze sino al giorno in cui vi insignoriste del suo
retaggio». Le battaglie di Jalula e di Nehavend poser termine a sì gran
conquisto. Perduta la prima, Yezdegerd non si credette più sicuro in
Holvan; andò a celare la sua vergogna e la disperazione nelle montagne
del Farsistan, da cui Ciro era disceso co' suoi prodi campioni, allora
suoi eguali. Al coraggio del monarca sopravvisse quello della nazione;
in mezzo alle colline meridionali di Ecbatana, ossia Hamadan, cento
cinquantamila Persiani tentarono un terzo ed ultimo sforzo per difendere
la religione e il paese nativo, e gli Arabi alla battaglia decisiva,
accaduta in Nehavend, posero il nome di vittoria delle vittorie. Se è
vero che il general Persiano fosse preso in mezzo ad una truppa di muli
e di cammelli carichi di mele che lo avea fermato nella sua fuga, questo
accidente, per quanto possa comparirci leggiero o singolare, giova ad
indicarci quali inciampi[237] dovesse soffrire nel suo cammino un
esercito d'oriente dal lusso che l'accompagnava.
[A. D. 637-651]
E Greci, e Latini parlarono molto imperfettamente della geografia della
Persia; ma pare che le sue città più celebri sieno anteriori
all'invasione degli Arabi. La conquista di Hamadan e di Ispahan, di
Casvino, di Tauride e di Rei, venne avvicinando a poco a poco questi
vincitori alle rive del mar Caspio, e gli oratori della Mecca ebbero
campo di celebrare i trionfi e il valor de' fedeli, i quali avean già
perduta di vista l'Orsa settentrionale, e trapassato quasi i limiti del
Mondo abitato[238]. Volgendosi di poi alla parte dell'occidente
dell'impero Romano, varcarono di nuovo il Tigri sul ponte di Mosul, e in
mezzo alle province prigioniere dell'Armenia e della Mesopotamia
abbracciarono i loro concittadini dell'esercito di Sorìa, i quali avevan
pure ottenuto grandi vittorie. Dal palagio di Modano si incamminarono di
bel nuovo verso oriente, e non furono nè meno rapidi, nè meno estesi i
loro progressi. Si inoltrarono lungo il Tigri, e il golfo di Persia, e,
valicate le gole delle montagne, sboccarono nella vallata di Estachar,
ossia Persepoli, e profanarono l'ultimo santuario dell'impero dei Magi.
Credè il nipote di Cosroe d'essere sorpreso fra le colonne che
crollavano e fra le statue mutilate, miseri emblemi della passata e
della presente fortuna persiana[239]; attraversò fuggendo colla massima
celerità il deserto di Kirman; implorò l'aiuto dei bravi Segestani, e
andò in traccia d'un oscuro ricovero sulla frontiera dell'impero dei
Turchi e di quel dei Cinesi: ma un esercito vittorioso non teme fatica:
divisero gli Arabi le forze loro per inseguir da ogni lato il timoroso
nemico, e dal Califfo Othmano fu promesso il governo di Korasan al primo
generale, che penetrato avrebbe in quella contrada vasta e popolosa, già
regno un tempo della Battriana. Fu accettata la condizione, e meritato
il premio: fu piantato lo stendardo di Maometto sulle mura di Herat,
Merou, e Balch, e il general vincitore non si riposò se non dopo che i
suoi cavalli, fumanti di sudore, si furono dissetati nelle correnti
dell'Oxo. Nella generale anarchia i governatori delle città e delle
castella, divenuti independenti, ottennero capitolazioni speciali; dalla
stima, dalla prudenza o dalla pietà dei vincitori ne furon dettati gli
articoli, e secondo la rispettiva professione di fede, il vinto rimase
loro concittadino o loro schiavo. Harmozan, principe di Ahvah e di Susa,
dopo un'ardita difesa fu astretto a cedere la sua persona e i suoi Stati
in balìa del Califfo. Il loro abboccamento darà a conoscere i costumi
degli Arabi. Quando questo voluttuoso Barbaro fu d'avanti ad Omar,
ordinò il Califfo che fosse spogliato delle sue vesti di seta ricamate
in oro, e della tiara tempestata di rubini e di smeraldi: «Adesso, disse
il vincitore al suo prigioniero, riconoscete voi il decreto di Dio, e il
diverso trattamento che si compete alla sommessione ed alla infedeltà?»
«Oimè! rispose Harmozan, non me ne accorgo che troppo. Nei giorni della
nostra comune ignoranza noi combattevamo con armi terrene, e la mia
nazione ebbe vittoria. Allora Iddio stava neutrale; dopo che ha sposata
la vostra causa, egli ha rovesciato il regno, e la religione nostra».
Stanco di questo noioso dialogo si lagnò il Persiano d'una gran sete che
soffriva; ma diede a divedere il timore d'essere ucciso nell'atto di
bere. «Non abbiate timore, gli disse il Califfo, la vostra vita è sicura
sinchè abbiate bevuto di quell'acqua». L'astuto Satrapo gli rendè grazie
per quella promessa, e nel punto stesso gettò a terra il vaso
dell'acqua. Voleva Omar castigare la sua superchieria, ma gli
ricordarono i Musulmani la santità del giuramento, e quindi, con la sua
pronta conversione alla religione di Maometto, acquistò Harmozan non
solamente un diritto al perdono, ma ben anche un assegno di duemila
pezze d'oro. Per regolare la buona amministrazione della Persia si fece
un'enumerazione del popolo, del bestiame e dei frutti della terra[240].
Se questo monumento, che ci prova la vigilanza dei Califfi, fosse giunto
a noi sarebbe utile ai filosofi di tutti i secoli[241].
[A. D. 651]
Yezdegerd s'era trasferito fuggendo oltre l'Oxo, e sino a Jaxarte, due
fiumi[242] notissimi agli antichi e ai moderni, e che scendono dalle
montagne dell'India alla volta del mar Caspio; egli fu con molta
ospitalità accolto da Tarkhan, principe della Fargana[243], provincia
fertile alle sponde dell'Jaxarte. Tanto il re di Samarcanda che le
geldre turche della Sogdiana e della Scizia furono commosse dalle
querele e dalle promesse del monarca deposto; e lo sventurato principe
implorò l'amicizia assai più ferma e potente dell'imperator della
Cina[244]. Il virtuoso Taitsong[245], primo re della dinastia dei Tang,
può giustamente essere paragonato agli Antonini; viveva il suo popolo
nella pace e nella prosperità, e quarantaquattro tribù di Tartari
obbedivano alle sue leggi. Cashgar e Khoten, guarnigioni delle sue
frontiere, mantenevano comunicazioni frequenti con le popolazioni che
abitavano le sponde dell'Jaxarte e dell'Oxo. Da una colonia di Persiani,
stanziatasi recentemente nella Cina, era stata colà introdotta la
astronomia dei Magi, e potè Taitsong essere sbigottito dai rapidi
progressi, e dalla pericolosa vicinanza degli Arabi. L'autorevole
credito, e forse i soccorsi del governo Cinese ravvivarono lo speranze
di Yezdegerd, non che lo zelo degli adoratori del fuoco, ed egli
s'avanzò con un esercito di Turchi a riconquistare il reame de' suoi
padri. Senza sguainare la spada godettero i fortunati Musulmani lo
spettacolo della sua sconfitta e morte. Il nipote di Cosroe fu tradito
da un servo, insultato dai ribelli abitanti di Merou, e assalito,
disfatto, inseguito dai Tartari che egli avea presi per alleati. Giunto
alla sponda d'un fiume pregò un mugnaio perchè lo portasse nel suo
battello all'altra riva, e gli offerse le anella e i braccialetti che
aveva: inetto a comprendere, o a sentir le disgrazie d'un re, quel rozzo
uomo gli rispose, che il suo mulino gli fruttava al giorno quattro
dramme d'argento, e che non abbandonerebbe il suo guadagno se non nel
caso di un sufficiente compenso. Questo momento di esitazione e di
ritardo diede agio alla cavalleria turca per arrivare e trucidare
l'ultimo re di Sassania[246], che allora contava il decimonono anno
dell'infelice suo regno. Firuz, suo figlio, umile cortigiano
dell'imperator della Cina, accettò l'impiego di capitano delle sue
guardie, e da una colonia di Persiani che si collocò nella provincia di
Bucaria, vi fu conservata per lungo tempo la religione dei Magi. Suo
nipote ereditò il titolo di re; ma dopo un debole, ed infruttuoso
tentativo se ne ritornò nella Cina, e finì la vita nel palazzo di Sigan.
Così s'estinse la linea mascolina de' Sassanidi; ma le prigioniere del
sangue reale di Persia furono date ai vincitori per ischiave, o spose, e
da queste illustri madri fu nobilitato il sangue dei Califfi, e degli
Imani[247].
Distrutto il reame di Persia l'impero dei Saraceni non si disgiunse più
da quello dei Turchi che per la riviera dell'Oxo. Non andò guari, che
questo stretto confine fu tolto dal valore degli Arabi: a poco a poco i
governatori del Korasan estesero le scorrerie, ed una vittoria valse
loro la conquista di un coturno che una regina de' Turchi lasciò cadere
mentre precipitosamente fuggiva al di là delle colline di Bochara[248];
ma la conquista definitiva della Transoxiana[249], come quella della
Spagna, era serbata al regno glorioso dell'inerte Valid; ed il nome di
Catibah, che significa un condottier di cammelli, indica la condizione e
il merito d'un generale che soggiogò queste due regioni. Nel mentre che
uno de' suoi colleghi per la prima volta inalberava lo stendardo de'
Musulmani sulle rive dell'Indo, sottomettea Catibah alla religione del
Profeta, e all'impero del Califfo le vaste contrade chiuse fra l'Oxo,
l'Jaxarte, e il mar Caspio[250]. Gli infedeli furono obbligati ad un
tributo di due milioni di pezze d'oro; furono arsi o messi in pezzi i
lor idoli; il capitan Musulmano pronunciò un discorso nella nuova
moschea di Carizma; dopo molti combattimenti le masnade turche furono
respinte fino al deserto, e dagli imperatori della Cina si chiese
l'amicizia degli Arabi vincitori. Debbesi attribuire in gran parte
all'industria loro la fertilità di quella provincia, che era la Sogdiana
degli antichi: ma dopo il regno dei re Macedoni si conosceano i vantaggi
del suo territorio e del clima, e se ne traeva profitto. Prima
dell'invasione dei Saraceni, Carizma, Bochara e Samarcanda erano città
ricche e popolose, soggette ai pastori del settentrione. Le contornava
un doppio muro, e un muro esterno chiudeva i campi e i giardini che al
distretto appartenevano delle città. Dai negozianti della Sogdiana si
fornivano tutte le merci che l'India e l'Europa abbisognavano, e dalle
fabbriche di Samarcanda si è diffusa in occidente quell'arte
inestimabile che trasforma i cenci di lino in carta[251].
[A. D. 632]
II. Abubeker dopo avere rimessa l'unità della fede e del governo,
scrisse a tutte le tribù Arabe questa lettera: «Nel nome del Dio
misericordioso, salute e prosperità al resto de' veri credenti, e le
benedizioni del cielo siano con voi. Io lodo il Dio onnipotente, e prego
pel suo profeta Maometto. -- Vi do avviso che io intendo di mandare i
veri credenti nella Sorìa[252] per toglierli dalle mani degli infedeli,
ed ho voluto ammonirvi, che il combattere per la religione è un atto
d'ubbidienza al volere di Dio». Ritornarono i suoi inviati annunciando
il pio e guerriero ardore onde avevano infiammate tutte le province, e
si videro giugnere successivamente al campo di Medina le intrepide turbe
dei Saraceni, gloriosi di marciare alla guerra, che si lagnavano del
calor della stagione, e della penuria di vittovaglie, e che con
impazienti mormorazioni accusavano la lentezza e gli indugi del Califfo.
Come tosto fu compiuto l'armamento, salì Abubeker sopra una collina,
fece la rassegna degli uomini, dei cavalli, e delle armi, ed orò
fervorosamente al cielo pel buon esito dell'impresa. Coll'esercito e a
piedi camminò tutto il primo giorno; e quando i capitani per riverenza
vollero smontar da cavallo egli ne dissipò gli scrupoli dicendo, avere
ugual merito chi marciava a cavallo e chi a piedi in servigio della
religione. Le sue istruzioni[253] ai generali dell'armata di Sorìa
furono dettate da quel fanatismo guerriero che corre a conquistare
oggetti di mondana ambizione, affettando di non curarli. «Sovvengavi,
disse loro il successor del Profeta, che siete sempre alla presenza di
Dio, e alla vigilia della morte; pensando alla certezza del giudizio, e
sperando il paradiso, guardatevi dalla ingiustizia e dall'oppressione.
Deliberate co' vostri fratelli, e ingegnatevi di mantenervi l'amore e la
fiducia dei vostri soldati. Quando combatterete per la gloria di Dio
operate da uomini, senza volger le spalle; ma la vostra vittoria non si
lordi del sangue delle donne, nè dei fanciulli. Non distruggerete le
palme, non arderete i campi di biada: non abbatterete mai gli alberi
fruttiferi, nè farete danno ai bestiami, trattine quelli che ucciderete
per cibarvi. Quando accorderete un trattato, o una capitolazione, siate
solleciti d'adempierne gli articoli, e sinceri come la vostra parola.
Nel procedere avanti incontrerete persone religiose che vivono in
monasteri, e si elessero questa maniera di servire Iddio. Lasciatele in
pace, non le uccidete, nè distruggete i loro monasteri[254]: troverete
un altra classe d'uomini che appartengono alla sinagoga di Satanasso, ed
hanno la testa rasa in cerchio[255]: non mancate di fendere a questi il
cranio e di negar loro quartiere, sempre che non vogliano divenir
Maomettani o pagare il tributo». I trattenimenti profani o frivoli, e
quanto potesse ricordare antiche dispute, erano fra gli Arabi
severamente vietati: sin nei tumulti de' campi attendevano assiduamente
agli esercizi di religione, consacrando gli intervalli di riposo alla
preghiera, alla meditazione, e allo studio del Corano. L'abuso, od anche
l'uso del vino era punito con ottanta bastonate sulla pianta de' piedi,
e nel fervore dei primi tempi si videro peccatori ignoti che rivelavano
i propri falli, e ne chiedevano la punizione. Dopo qualche incertezza,
il comando dell'esercito di Sorìa fu conferito ad Abu-Obeidah uno de'
fuggiaschi della Mecca, e de' compagni di Maometto. Dalla somma dolcezza
e bontà della sua indole veniva raddolcito il suo zelo e la sua
divozione, senza che si indebolissero per questo; ma tosto che la guerra
si faceva terribile, i soldati invocavano il genio superiore di Caled;
e, comunque fosse la scelta del principe, era sempre nel fatto e nella
opinione -la Spada di Dio- il primo generale dei Saraceni. Questo Caled
sì rinomato ubbidiva per altro senza ripugnanza, ed era consultato senza
gelosia; tale era la sommessione di questo guerriero, o piuttosto la
consuetudine del suo tempo, che si dichiarava pronto a servire sotto la
bandiera della fede, quand'anche fosse fra le mani d'un fanciullo, o di
un nemico. Certo è che al Musulmano vittorioso erano promesse gloria e
dovizie; ma si aveva avuto premura di ripetergli, che se cercava nei
beni di questo Mondo i soli moventi delle sue azioni, quei soli ne
sarebbero il guiderdone.
La vanità romana aveva onorato del nome di -Arabia-[256], tra le
quindici province della Sorìa, quella che racchiudeva i terreni
coltivati all'oriente del Giordano, e parve che da una specie di diritto
nazionale rimanessero giustificate le prime invasioni dei Saraceni. Si
arricchiva questo Cantone coi frutti d'un traffico variato: era stata
cura degli imperatori di coprirlo con una serie di Fortezze, ed era
almeno sicuro da una sorpresa per la solidità delle mura di Gerasa,
Filadelfia e Bosra[257]. Quest'ultima era la decima ottava stazione dopo
Medina: ne conoscevan benissimo il cammino le carovane di Hejaz e
dell'Irak, le quali ogni anno concorrevano a quel mercato,
abbondantemente provveduto delle produzioni della provincia e del
deserto. I timori perpetui che dava la vicinanza degli Arabi aveano
avvezzato gli abitanti all'uso dell'armi, e dodicimila cavalieri
potevano uscire delle porte di Bosra, nome che, nell'idioma siriaco,
significava una torre munita. Quattromila Musulmani, incoraggiati dai
primi trionfi contro le borgate aperte e le fanterie leggiere dei
confini, osarono assaltare la Fortezza di Bosra dopo averle intimata la
resa; ma furono oppressi dalla moltitudine dei Siri e sarebbero periti
tutti se Caled non giungeva in aiuto con mille e cinquecento cavalli. Il
quale biasimò quella impresa, rimise l'eguaglianza nel conflitto, liberò
il suo amico, il venerando Serjabil, che indarno invocava l'unità di Dio
e le promesse dell'appostolo. Dopo un breve riposo fecero i Musulmani le
loro abluzioni con una sabbia la quale supplì alle veci dell'acqua[258],
e Caled recitò l'orazione della mattina prima che montassero a cavallo.
Il popolo di Bosra, confidando nelle proprie forze, aperse le porte,
ordinò l'esercito nella pianura, e giurò di morire per la difesa della
religione. Ma una religion di pace non potea resistere a quel grido
forsennato: «alla battaglia! alla battaglia! Il paradiso! Il paradiso!»
che da ogni parte risonava fra le schiere de' Saraceni: il trambusto
della città, il suono delle campane[259], le esclamazioni dei preti e
dei monaci raddoppiavano lo spavento e la confusione dei Cristiani. Non
perdettero gli Arabi che dugentotrenta uomini, e rimasero padroni del
campo di battaglia: sin per invitare l'aiuto del cielo, o quel della
terra, furon coperte le mura di Bosra con croci benedette, e con
bandiere consacrate. Romano, governatore di questa città, aveva sin dai
primi momenti condotto a sommessione gli abitanti; deposto dal popolo,
che lo spregiava, ardeva di voglia di vendicarsi, e ne avea per
disgrazia i modi. In un abboccamento notturno che egli ebbe cogli
emissari di Caled gli avvisò d'un passaggio fatto sotto la sua casa, il
quale si prolungava fuori della Piazza; il figlio del Califfo e cento
volontari si fidarono della parola di Romano, e con una fortunata
intrepidezza apersero una strada facile al rimanente de' Saraceni.
Poichè Caled ebbe determinato la servitù ed il tributo cui doveano
soggiacer gli abitanti, Romano, apostata o convertito, si diè vanto
nell'assemblea popolare di quel tradimento così meritorio agli occhi
della nuova sua religione. «Io rinuncio, soggiunse egli, alla vostra
società in questo Mondo e nell'altro: rinnego colui che fu crocifisso e
i suoi adoratori; eleggo Iddio per mio padrone, l'Islamismo per mia
religione, la Mecca per mio tempio, i Musulmani per miei fratelli, e
riconosco per mio profeta Maometto mandato sulla terra per guidarci alla
via della salute, e per glorificare la vera religione a dispetto degli
uomini che danno colleghi a Dio».
[A. D. 633]
Non era Bosra lontana da Damasco[260] se non quattro giornate, e la
brama di conquistarla animò gli Arabi ad assediare l'antica capitale
della Sorìa[261]. Posero campo a qualche distanza dalle mura fra i
boschetti e le fontane di quel dilettevole luogo[262]; e proposero a'
cittadini pieni di coraggio, e già rinforzati da cinquemila Greci, la
solita alternativa di sommettersi al Maomettismo, al tributo, o alla
guerra. Nella decadenza del pari che nell'infanzia dell'arte militare,
anche i generali stessi hanno soventi volte offerto ed accettato
disfide[263]. Più d'una lancia si ruppe nella pianura di Damasco, e alla
prima sortita degli assediati segnalossi Caled col suo valor personale.
Aveva già dopo una zuffa ostinata abbattuto e fatto prigioniero un dei
campioni cristiani, che per la statura e l'intrepidezza era un
avversario degno di lui; nel tempo stesso prese un cavallo fresco
datogli dal governatore di Palmira, e corse frettoloso alla prima linea
del suo esercito: «Riposatevi un poco, gli disse Derar suo amico, e
permettetemi di fare le vostre veci: troppo vi siete stancato nella
lotta contro quel cane di cristiano. -- Oh Derar, risposegli
l'istancabile Caled, ci riposeremo poi nel Mondo avvenire: chi fatica
oggi si riposerà domani». Collo stesso ardore rispose alla disfida d'un
altro campione; lo battè e lo rovesciò pure sulla polvere, e
indispettito pel rifiuto che fecero questi due prigionieri d'abbandonare
la propria religione ne fece gettar le teste nella città. Dal cattivo
esito di molti fatti generali e particolari, furono obbligati gli
abitanti di Damasco di tenersi coperti dietro le mura. Un messaggiero
calato giù dai bastioni rientrò nella città colla promessa d'un potente
rinforzo che sarebbe giunto fra poco. Ne furon ben presto avvisati gli
Arabi dal tumulto di gioia suscitato da questa nuova. Dopo vari
dibattimenti risolvettero i generali di levare, o piuttosto sospendere,
l'assedio, sinchè non avessero data battaglia alle forze
dell'imperatore. Volea Caled nella ritratta collocarsi al retroguardo,
cioè nel sito più pericoloso; pur lo cedette modestamente ai desiderii
d'Abu-Obeidah: ma nel punto del maggior rischio volò in aiuto del suo
compagno fortemente stretto da seimila cavalieri, e da diecimila fanti
sortiti dalla città, dei quali non rimase che un ben piccolo drappello
che andasse a raccontare a Damasco le circostanze della loro sconfitta.
Questa guerra diveniva assai rilevante per non esigere la riunione dei
Saraceni dispersi sulle frontiere della Sorìa, e della Palestina:
riferirò qui una delle lettere circolari inviate per questo oggetto ai
vari governatori, ed era diretta ad Amrou, quegli che soggiogò di poi
L'Egitto. «Nel nome di Dio misericordioso, Caled ad Amrou, salute e
felicità. Sappi che i Musulmani tuoi fratelli han fatto disegno di
trasferirsi in Aiznadin, ove sta un esercito di settantamila Greci, i
quali intendono di marciar contro di noi -per estinguere colla lor bocca
la luce di Dio: ma Dio conserva la sua luce a dispetto degli
infedeli-[264]. Tosto che questa lettera sarà consegnata alle tue mani
vieni seguitato da coloro che sono con te ad Aiznadin, ove, se così
piace al massimo Iddio, ci troverai». Furono con gioia eseguiti gli
ordini di Caled, e i quarantacinquemila Musulmani, che arrivarono nello
stesso giorno e nello stesso luogo, attribuirono al favor della
Providenza gli effetti del loro zelo, e della loro prontezza.
Quattro anni dopo i trionfi della guerra persiana fu turbata la quiete
d'Eraclio e dell'impero da un nuovo nemico, e da una religione della
quale sentivano troppo i Cristiani d'oriente le conseguenze senza
comprenderne chiaramente i dogmi. L'invasion della Sorìa, la perdita di
Bosra, e l'assedio di Damasco risvegliarono l'imperatore nella sua
reggia di Costantinopoli o di Antiochia. Settantamila soldati, tanto
veterani che di nuova leva, si raccolsero in Hems, o Emesa, sotto gli
ordini di Werdan[265] suo generale, e queste squadre, quasi tutte
composte di cavalleria, potevano egualmente denominarsi Sire, Greche o
Romane; -Sire- a cagion del luogo d'onde eran tratte, o del teatro della
guerra: -Greche- per la religione, o la lingua del sovrano: -Romane- per
la nobile denominazione profanata mai sempre dai successori di
Costantino. Werdan, montato sopra una mula bianca ornata di catene
d'oro, e circondato da bandiere e stendardi, attraversava la pianura di
Aiznadin, quando gli venne veduto un guerriero feroce e seminudo, che
andava a scoprire il nemico, ed era Derar guidato dal fanatismo del
secolo e della nazione, la quale ha forse troppo esagerato questo atto
di valore. Odio del cristianesimo, avidità di saccheggio, non curanza di
pericolo eran queste le passioni dominanti dell'ardito Saraceno; la
vista della morte non indeboliva mai la sua fiducia religiosa, mai non
ne turbava la tranquilla intrepidezza, e non potea nemmeno impedire le
naturali e facete arguzie della sua giovialità marziale; col coraggio e
colla prudenza riuscivano a bene le sue imprese più disperate. Dopo aver
corsi innumerevoli rischi, dopo essere stato tre volte in balìa degli
infedeli, superò tutti i pericoli, ed ebbe la sua parte nei guiderdoni
della conquista di Sorìa. Nella qual occasione resistè, ritirandosi,
all'assalto di trenta Romani che Werdan mandò contro lui, e dopo averne
uccisi o scavalcati diecissette tornò sano e salvo al campo dei
Musulmani, che ne applaudivano la prodezza. Avendolo il suo generale
gentilmente rimproverato della temerità che aveva dimostrata, egli se ne
scusò colla semplicità di un soldato. «Non io cominciai quell'assalto,
egli disse; vennero essi per prendermi, ed io avea timore che mi vedesse
Iddio volger le spalle agli infedeli. Ma daddovero io mi battea di buona
voglia, e sicuramente Iddio è venuto in mio soccorso. Senza la tema di
mancare ai vostri ordini non sarei tornato sì presto, e veggo di qua che
coloro cadranno fra le nostre mani». Un Greco, venerando per la canizie,
si fece avanti in mezzo ai due eserciti, e offerse una pace che sarebbe
liberalmente pagata: dichiarò che se i Saraceni si ritiravano avrebbe
ogni soldato in dono un turbante, una veste, e una moneta d'oro, il
generale dieci vesti e cento monete d'oro, e cento vesti e mille monete
d'oro il Califfo. Un sogghigno disdegnoso fu la risposta di Caled. «Cani
di cristiani sapete già quale alternativa vi si concede; sottomettetevi
al Corano, pagate un tributo, o venite a combattere. Noi ci dilettiamo
della guerra, e la preferiamo alla pace; abbiamo a schifo le vostre
misere limosine, poichè presto saremo padroni delle vostre ricchezze,
delle famiglie, e delle persone vostre». Con tutte queste sembianze di
dispregio, sentiva forte il pericolo in cui si trovavano i Musulmani.
Quei sudditi del Califfo che erano stati in Persia, e veduto avevano gli
eserciti di Cosroe, confessavano che mai non s'era presentato ai loro
sguardi un esercito più formidabile. L'astuto Saraceno trasse dalla
superiorità del nemico l'argomento da riscaldare di più il valor dei
soldati. «Voi vedete a fronte, egli disse, tutte congiunte le forze de'
Romani. Non vi rimane speranza di camparne; ma potete in un sol giorno
conquistare la Sorìa; l'evento dipende dalla disciplina e dalla pazienza
vostra. Riservate il vostro valore a questa sera. Le vittorie del
Profeta succedeano di sera». Il nemico attaccò successivamente per due
volte, e sostenne Caled con calma e fermezza i dardi romani, e le
mormorazioni del suo esercito. Finalmente quando s'avvide essere omai
esinanite le forze e i turcassi de' nemici, diede il segnale della
carica, e della vittoria. Gli avanzi dell'esercito imperiale fuggirono
in Antiochia, in Cesarea, in Damasco, e si consolarono i Musulmani della
perdita di quattrocentosettanta uomini, ripensando d'aver mandato
all'inferno più di cinquantamila infedeli. Difficil cosa sarebbe
valutare il bottino di quella giornata: si impadronirono i Saraceni di
gran quantità di bandiere, di croci, di catene d'oro e d'argento, di
pietre preziose e d'una immensa farragine di armature e di vestimenta di
gran valore. Si differì la generale distribuzion della preda sino al
tempo che sarebbe presa Damasco; ma di grande utilità furono le armi che
divennero nuovi istrumenti di vittoria. Si spedirono al Califfo queste
gloriose notizie, e le tribù Arabe, che apparivano le più insensibili o
le più avverse alla mission di Maometto, domandarono con grande ardore
la grazia di partecipare alle spoglie della Sorìa.
Il dolore, e la costernazione portarono tostamente a Damasco quei tristi
ragguagli, e dall'alto delle mura miravano gli abitanti il ritorno degli
eroi di Aiznadin. Amrou capitanando diecimila cavalieri formava la
vanguardia. Le schiere dei Saraceni venivano l'una dopo l'altra con un
apparato spaventevole, e nel retroguardo stava Caled preceduto dallo
stendardo dell'Aquila Nera. Il quale aveva all'attività di Derar
affidato l'impegno di fare la ronda intorno la città con duemila
cavalieri, di sgombrar la pianura e di intercettare i soccorsi, o le
lettere che si volessero mandare alla Piazza. Gli altri capitani Arabi
furono postati davanti le sette porte, e con nuovo vigore e nuova
fiducia l'assedio ricominciò. Nelle fortunate ma semplici fazioni de'
Saraceni, raro è che si scontri l'arte, la fatica e le macchine di
guerra de' Greci e de' Romani; colla persona de' guerrieri anzichè colle
trinciere investivano una città; si contentavano a respingere le sortite
degli assediati, avventuravano una sorpresa o un assalto, ovvero
aspettavano che la penuria, o qualche sedizione mettesse in lor balìa
una Fortezza. Volea Damasco sottomettersi dopo la battaglia d'Aiznadin,
considerandola come una sentenza definitiva pronunciata contro
l'imperatore in vantaggio del Califfo; ma l'esempio e l'autorità di
Tommaso, nobile greco, che in una condizione privata divenne illustre
per la sua alleanza con Eraclio[266], le rendettero il coraggio. Dal
tumulto e dalla illuminazione notturna ebbero ad avvedersi gli
assedianti che la città preparava una sortita per la punta del giorno, e
benchè l'eroe cristiano fingesse di spregiare il fanatismo degli Arabi,
ricorse anch'esso agli spedienti d'una superstizione consimile. Fece
innalzare un gran Crocifisso davanti la porta principale alla vista de'
due eserciti, vennero in processione il Vescovo ed il Clero, e deposero
il Nuovo Testamento ai piedi dell'immagine di Gesù Cristo; e le due
parti furono secondo la rispettiva credenza edificate, o scandolezzate
da una orazione diretta al figlio di Dio, perchè difendesse i suoi servi
e la verità della sua legge. Furiosi furono i combattimenti, e la
destrezza di Tommaso[267], il più bravo degli arcieri, avea costata la
vita ai Saraceni più prodi, quando una eroina valse finalmente a
vendicarne la morte. La moglie di Aban, che in quella guerra santa
accompagnava il marito, se lo strinse fra le braccia nel punto che
spirava per le sue ferite, dicendogli: «Beato te, beato te caro amico,
tu vai a raggiugnere il tuo padrone che ci aveva uniti, ed ora ci
separa. Io vendicherò la tua morte, e farò quanto dipenderà da me per
venire al luogo ove tu vai. D'ora innanzi nessun uomo più mi toccherà,
perchè mi sono consacrata al servigio di Dio». Senza mandar un gemito,
senza versare una lagrima lavò il cadavere dello sposo, e colle usate
cerimonie lo seppellì. Adempiuto che ella ebbe il tristo ufficio, vestì
le armi del marito, a maneggiar le quali s'era nel suo paese avvezzata,
e il suo intrepido braccio corse a cercare l'uccisore di Aban, che stava
combattendo nel più forte della mischia. Col primo strale ferì la mano
dell'alfiere di Tommaso, col secondo trapassò l'occhio al capitano, e i
Cristiani sbigottiti non videro più nè il loro stendardo, nè il
generale. Nulla di meno non volle il generoso difensor di Damasco
ritrarsi al suo palazzo; gli fu curata la piaga sulle mura, continuò la
zuffa fino a sera, e i Siri stettero sotto le armi sino a giorno. Nel
più fitto della notte un colpo della campana grande diede il segnale; si
spalancarono le porte, ognuna delle quali vomitò uno sciame di guerrieri
che impetuosamente si scagliarono sul campo dei Saraceni addormentati.
Caled fu il primo a pigliar l'armi, e corse con quattrocento cavalli al
luogo del pericolo; a quest'uomo insensibile corsero le lagrime sul viso
quando esclamò: «oh Dio, che non dormi mai, getta un'occhiata su tuoi
servi, e non abbandonali in mano dei lor nemici». La presenza della
-Spada di Dio- arrestò il valore e il trionfo di Tommaso; non così tosto
ebbero conosciuto i Musulmani il pericolo, che tornarono alle loro file,
e caricarono ai fianchi ed a tergo gli assalitori. Dopo aver perduto
soldati a migliaia, il general cristiano si ritirò con un sospiro di
disperazione, e le macchine di guerra piantate sulle mura contennero i
Saraceni dall'inseguire.
[A. D. 634]
Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni
probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più
valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle
diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la
ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah.
Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda
di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li
congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede
del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità,
che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto
potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del
Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che
conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad
Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina
al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè
l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il
buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel
punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per
cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata
la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere,
esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del
Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie
di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i
suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le
loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e
di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha
consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai
fedeli la fatica di combattere. -- Ed io, rispose irritato Caled, non
sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa
d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.»
Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì
bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di
Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di
lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più
impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di
rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la
decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria,
e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte,
alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover
esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il
mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la
disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con
una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto
adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si
era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della
capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del
Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli
abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e
si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il
prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo
vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici,
soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un
prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro
cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della
disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar.
Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo
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