mantenere la riputazione di Profeta nella sua Setta, e fra i suoi amici,
furono debole compenso agli effetti funesti di quelle abitudini
perniciose. L'ambizione fu la passion dominante degli ultimi suoi anni,
e potrebbe un politico sospettare che dopo le vittorie ridesse
l'impostore nel suo secreto del fanatismo della sua gioventù, e della
credulità de' suoi proseliti[175]. In vece un filosofo osserverà che il
buon esito, e l'altrui sciocchezza rafforzar dovevano in lui l'idea
d'una mission divina, che i suoi interessi erano inseparabilmente
collegati colla sua religione, e che potea liberarsi da' rimproveri
della coscienza, persuadendo a sè stesso, che la Divinità dispensava lui
solo dalle leggi positive e morali. Solo che se gli supponga un resto di
rettitudine naturale, ponno considerarsi i suoi delitti quasi una
testimonianza della sua buona fede. Le arti della menzogna e della
soperchieria parranno men colpevoli quando s'impiegano al trionfo della
verità, e avrebbe avuto orrore a valersi di siffatti istrumenti, se non
fosse stato certo che rilevanti e giusti erano i disegni pe' quali ne
usava. Si può per altro anche in un conquistatore e in un sacerdote
trovare una parola, un'azione di vera umanità; e quel decreto, che nella
vendita de' prigionieri vietò il separare le madri da' figli, può
sospendere e raddolcire la censura dello storico[176].
Maometto avea il buon senso di non curare la pompa e la dignità
regia[177]: l'appostolo di Dio s'abbassava alle occupazioni più oscure
della vita domestica: accendeva il foco, scopava la stanza, mugnea le
pecore, rattoppava le scarpe, e le vestimenta. Se aveva a schifo le
mortificazioni e le virtù di un romito, osservava senza sforzo, come
senza vanità, la dieta frugale d'un Arabo e d'un soldato. Nelle grandi
occasioni ammetteva i compagni al suo desco che allor s'imbandiva con
un'abbondanza rustica ed ospitale; ma abitualmente lasciava passar più
settimane senza accendere fuoco in cucina. Confermava coll'esempio la
proibizione del vino: calmava la fame con un tozzo di pane d'orzo; gli
piaceva assai il latte e il mele, ma per costume si nudriva di datteri e
d'acqua. Profumi e donne erano le due sensualità che il suo temperamento
esigeva; non erano proibite dalla sua religione, ed egli asseriva che
anzi da questi piaceri innocenti pigliava forza il fervore della sua
devozione. Pel caldo del clima il sangue degli Arabi è acceso, e gli
scrittori antichi notarono la inclinazione di quelli al
libertinaggio[178]. Dalle leggi religiose e civili del Corano ne venne
regolata l'incontinenza; furono biasimate le alleanze incestuose, ed una
illimitata poligamia fu ristretta a quattro mogli, o concubine; furono
statuiti con eque norme i dritti di letto e di stradotale delle mogli;
fu disanimata la libertà del divorzio; divenne per esse l'adulterio un
delitto capitale, e fu punita con cento vergate la fornicazione
d'entrambi i sessi[179]. Furon questi i precetti dati dal legislatore
nella calma della ragione; ma nella vita privata, si abbandonò Maometto
senza ritegno alle inclinazioni dell'uomo, e fece abuso de' dritti di
Profeta. Una rivelazione speciale lo dispensò dalle leggi, ch'egli aveva
al suo popolo imposte; tutte, senza riserva, le donne furono in preda a'
suoi desiderii: questa singolare prerogativa fu per altro soggetto
d'invidia più che di scandolo, e di venerazione anzi che no pe'
Musulmani devoti. Richiamando alla memoria le settecento mogli e le
trecento concubine del sapiente Salomone, loderemo la moderazione del
Profeta arabo, che sposò soltanto quindici o diciassette donne; undici
delle quali aveano ciascuna il proprio appartamento separato intorno
alla casa dell'appostolo, e alternativamente otteneano il favore della
sua compagnia coniugale. È cosa singolare che tutte fossero vedove,
trattane Ayesha, la figlia di Abubeker. La quale era vergine quando la
sposò; e tale è la forza del clima per anticipare il tempo della
pubertà, ch'ella non avea che nove anni quando egli consumò il
matrimonio. La giovinezza, l'avvenenza, la franchezza d'Ayesha le
diedero ben presto la preminenza su le compagne; ebbe l'amore e la
confidenza del Profeta, e dopo la morte del marito, la figlia d'Abubeker
fu per lungo tempo riverita come la madre de' fedeli. Equivoca per altro
ed imprudente fu la sua condotta morale; in un viaggio di notte rimase
per avventura indietro, e la mattina tornò al campo in compagnia d'un
uomo. Maometto inclinava alla gelosia, ma da una rivelazione ebbe avviso
che innocente era sua moglie; castigò gli accusatori, e pubblicò quella
legge, così utile alla pace delle famiglie, che non sarebbe condannata
alcuna donna se da quattro uomini non fosse stata veduta nell'atto
d'adulterio[180]. L'amante Profeta dimenticò gl'interessi della propria
fama nelle sue tresche con Zeineb, sposa di Zeid, e con Maria, schiava
egiziana. Stando un giorno in casa di Zeid, scorse seminuda la bella
Zeineb, e si lasciò fuggire un grido di cupidigia, e di devozione. Il
servile o riconoscente liberto capì quel che bramava l'appostolo, e si
prestò senza esitazione a compiacere gli amori del suo benefattore: ma
avendo i legami figliali esistenti fra loro suscitato una specie di
scandolo; discese dal cielo l'angelo Gabriele a ratificare quanto era
accaduto, annullò l'atto di adozione, e blandamente rimbrottò il Profeta
che diffidasse della indulgenza di Dio. Hafna, figlia di Omar, una delle
mogli di Maometto, lo sorprese sul letto proprio in braccio alla schiava
egiziana; promise ella di perdonargli e di mantenere il secreto, ed egli
giurò che rinuncierebbe a Maria. Ma entrambi posero in dimenticanza i
patti, e l'angelo Gabriele venne un'altra volta dal cielo con un
capitolo del Corano che assolvea Maometto dal giuramento, e l'esortava a
godersi liberamente le sue prigioniere e le concubine; senza badare a'
clamori delle sue mogli. In un ritiro di trenta giorni con Maria,
adempiè il meglio che seppe fare agli ordini dell'inviato di Dio. Quando
ebbe sbramato l'amore e la vendetta chiamò alla sua presenza le undici
mogli, le rimproverò d'inobbedienza e d'indiscrezione, e le minacciò di
divorzio in questo Mondo e nell'altro; minaccia terribile, poichè quelle
che aveano diviso il letto col Profeta erano per sempre escluse dalla
speranza d'un secondo matrimonio. Quel che si narra delle facoltà
naturali, o soprannaturali, che avea in sorte il Profeta[181], potrebbe
scusare per avventura la sua incontinenza; è fama ch'egli vantasse il
vigore di trenta figli d'Adamo, e che avrebbe potuto eguagliare la
decimaterza fatica[182] dell'Ercole greco. Potrebbe anche la sua fedeltà
per Cadijah fornire un argomento difensivo più serio e decente: in
ventiquattro anni di matrimonio, non fece mai uso, quantunque giovane,
del suo diritto di poligamia, nè mai all'orgoglio o alla tenerezza della
illustre matrona toccò di soffrire l'associazione d'una rivale. Morta
che fu, la noverò tra le quattro donne perfette, tre delle quali erano
la sorella di Mosè, la madre di Gesù, e Fatima, la prediletta tra le sue
figlie. «Non era già vecchia? gli disse un dì Ayesha, coll'insolenza
d'una bella e fresca giovane, e Dio non le ha sostituita un'altra
migliore? -- No, per Dio, rispose Maometto con un'effusione di virtuosa
gratitudine, veruna donna può essere preposta a Cadijah: ella mi ha
creduto quando mi sprezzavano gli uomini; ella ha provveduto alla mia
necessità mentre io era povero e perseguitato dagli uomini[183]».
Moltiplicando in tal guisa le mogli, avea forse in animo il fondatore
d'una nuova religione, e di un nuovo impero, di moltiplicare le sorti di
una numerosa posterità, e d'una successione diretta. Ma le speranze di
Maometto andarono deluse. Ayesha, sposata vergine, e le altre sue dieci
mogli tutte vedove, in età matura e di provata fecondità, tra le
possenti braccia di lui si rimasero sterili. Quattro figli avuti di
Cadijah erano morti in infanzia. Maria, la sua concubina Egiziana, gli
divenne più cara per aver partorito Ibrahim, ma non passarono quindici
mesi che dovè il Profeta piangerne la perdita: sostenne egli con
fermezza i motteggi de' suoi nemici, e represse l'adulazione o la
credulità de' Musulmani, assicurandoli che un'ecclissi solare, avvenuta
in quel tempo, non era stata conseguenza della morte d'Ibrahim. Avea
pure avuto da Cadijah quattro figlie, le quali sposarono i più fedeli
de' suoi discepoli; morirono tre prima del padre loro; ma Fatima,
l'ultima che godea tutta la sua confidenza e affezione, divenne consorte
d'Alì suo cugino, e ceppo d'una stirpe illustre. Al merito e alle
disgrazie d'Alì e de' suoi discendenti, è d'uopo ch'io doni qui
anticipatamente la esposizione della serie de' Califfi saraceni, titolo
che distingue i Commendatori de' credenti in qualità di vicari e di
successori dell'appostolo di Dio[184].
La nascita d'Alì, il suo matrimonio e la sua riputazione, che lo
innalzarono sopra tutti i suoi concittadini, poteano giustificarne le
pretensioni al trono dell'Arabia. Figlio d'Abu-Taleb, era già per questo
solo titolo il Capo della famiglia di Hashem, e principe ereditario, o
custode della città e del tempio della Mecca. S'era dileguata la luce
profetica, ma il marito di Fatima potea sperare l'eredità e la
benedizione del padre della moglie; alcune volte avevano gli Arabi
obbedito ad una donna, e il Profeta strignendo teneramente fra le
braccia i suoi due nipoti, li avea dalla sua cattedra qualche volta
mostrati al popolo come l'unica speranza della sua vecchiaia, e come
Capi della gioventù del paradiso. Poteva il primario de' veri credenti
aver fiducia di camminare davanti a loro in questo e nell'altro Mondo, e
se taluni pur comparivano più gravi ed austeri, almeno tra i nuovi
convertiti, non potea veruno vincere Alì nello zelo e nella virtù.
Accoppiava in sè i pregi di poeta, di soldato e di santo: vive ancora la
sua sapienza in una Raccolta di sentenze morali e religiose[185], e
quando era tempo di disputare o di combattere, dalla sua eloquenza o dal
suo valore erano soggiogati gli avversari. Dal primo giorno della sua
missione sino all'estrema cerimonia de' suoi funerali, non fu mai
abbandonato l'appostolo da quell'amico generoso, ch'egli amava
denominare suo fratello, suo vicegerente, e il fido Aronne d'un altro
Mosè. Fu poi rimproverato il figlio d'Abu-Taleb di avere trascurato i
propri interessi, omettendo di farsi dichiarare in guisa solenne
successore al trono, il che avrebbe tolta di mezzo ogni concorrenza, e
data ai suoi diritti la sanzione d'un decreto celeste; ma scevro da
diffidenza l'eroe s'affidava in sè stesso. La gelosia per altro del
potere, e forse la tema di qualche contrarietà valsero a tenere in
sospeso le risoluzioni di Maometto, e nell'ultima infermità vide
assediato il suo letto dalla scaltrita Ayesha figlia di Abubeker e
nemico d'Alì.
[A. D. 632]
Colla morte e pel silenzio di Maometto, la nazione ricuperò i suoi
dritti, e convocò un'assemblea per deliberare su la scelta d'un
successore. I titoli di nascita, e l'ardito e altero contegno d'Alì
offendevano lo spirito aristocratico degli anziani che volevano poter
sovente disporre dello scettro con libere e frequenti elezioni. Mal
sofferivano i Koreishiti l'orgogliosa preminenza della linea di Hashem;
si riaccese l'antica discordia delle tribù; i -fuggiaschi- della Mecca e
gli -ausiliari- di Medina posero in campo i lor dritti speciali, e fu
fatta l'imprudente proposta di eleggere due Califfi independenti, cosa
che avrebbe soffocato pur nella cuna la religione e l'impero de'
Saraceni. Ogni trambusto cessò per la magnanima risoluzione di Omar, il
quale rinunciando alle sue pretensioni, alzò subitamente la mano, e si
dichiarò il primo suddito del placido e venerando Abubeker. L'occasione,
che era urgente, e l'assenso popolare poterono rendere scusabile questa
illegale e precipitata determinazione; ma Omar esso stesso annunciò
dalla cattedra, che se da indi in poi osasse un Musulmano precedere il
suffragio de' suoi fratelli, sarebbero degni di morte e l'elettore e
l'eletto[186]. Abubeker fu senza pompa installato; Medina, la Mecca, le
province d'Arabia gli obbedirono. Soli gli Hashemiti negarongli il
giuramento di fedeltà, e il pertinace lor Capo si tenne racchiuso per
più di sei mesi in casa senza volerlo riconoscere, e senza por mente
alle minacce d'Omar, il quale tentò di dar fuoco alla casa della figlia
dell'appostolo. Colla morte di Fatima, e coll'indebolimento della
fazione d'Alì si calmò in lui lo sdegno, e riconobbe egli finalmente il
generale de' fedeli; approvò la scusa da quello addotta della necessità
di prevenire i nemici comuni, e saviamente ricusò la proposta, che
Abubeker gli faceva, d'abdicare il governo degli Arabi. Dopo un regno di
due anni, il vecchio Califfo intese la voce dell'angelo della morte. Nel
suo testamento, coll'assenso tacito de' suoi compagni, commise lo
scettro alla ferma ed intrepida virtù di Omar. «Non ho mestieri di
questa dignità,» disse il modesto Musulmano. «Ma la dignità ha bisogno
di te,» gli rispose Abubeker, il quale si morì pregando fervorosamente
il Dio di Maometto, perchè volesse ratificare quella scelta, ed
inspirare a' Musulmani sommessione e concordia. Fu esaudita la sua
orazione, poichè Alì si diede tutto alla solitudine e alla preghiera, e
protestò di voler rispettare il merito e la dignità del suo rivale, che
lo consolò della perdita dell'impero co' più cortesi uffici di amicizia
e di stima. Omar fu assassinato nell'anno duodecimo del suo regno.
Temendo di gravare la propria coscienza co' peccati del successore, non
volle nominare al trono nè suo figlio, nè Alì; ma lasciò a sei de' suoi
rispettabili socii la difficil cura di scegliere il comandante de'
credenti. Fu pure Alì biasmato dagli amici[187] d'aver permesso che
venissero assoggettati i suoi dritti al giudizio degli uomini, e
d'averne riconosciuta la giurisdizione accettando un posto fra i sei
elettori. Avrebbe potuto ottenerne il suffragio se avesse degnato
promettere di conformarsi, in guisa rigorosa e servile, non solo al
Corano e alla tradizione, ma alle decisioni de' due anziani[188].
Othmano, già secretario di Maometto, accettò a quelle condizioni il
governo, e soltanto dopo il terzo Califfo, cioè passati ventiquattro
anni dopo la morte del Profeta, Alì, per voto del popolo, fu investito
della dignità di re e di gran sacerdote. I costumi degli Arabi non
aveano perduta poco nè punto la primitiva semplicità, e il figlio
d'Abu-Taleb non si curò della pompa e delle vanità del Mondo. Nell'ora
della orazione si trasferì alla moschea di Medina, vestito d'una leggera
stoffa di bambagia, coperto il capo di un turbante grossolano, colle
pantofole in una mano, e coll'altra posata sopra il suo arco che gli
serviva di bastone. Da' compagni del Profeta e da' Capi delle tribù
venne salutato il nuovo sovrano, e gli fu presentata la destra in segno
di fedeltà.
Avviene per lo più, che i mali prodotti dalle contese dell'ambizione si
restringano a' tempi e a' luoghi ove insorsero le contese medesime; ma
la discordia religiosa degli amici e nemici d'Alì, riaccesa in tutti i
secoli dell'Egira, nutre pur oggi l'odio perenne de' Turchi e de'
Persiani[189]. Questi ultimi avviliti col nome di -shiiti-, o settari,
hanno aggiunto al simbolo Musulmano l'articolo seguente di fede: che se
Maometto è l'appostolo di Dio, il suo compagno Alì n'è il Vicario. Nel
commercio abituale della vita, e nel culto pubblico, scagliano
imprecazioni contro i tre usurpatori la cui esaltazion successiva lo ha
per sì lungo tempo, ad onta de' suoi dritti, rimosso dalla dignità
d'Imano e di Califfo; e nell'idioma loro il nome d'Omar esprime il colmo
della scelleraggine e dell'empietà[190]. I -Sonniti-, la dottrina dei
quali è accettata generalmente e si fonda sulla tradizione ortodossa de'
Musulmani, seguono una opinione più imparziale, o per lo meno più
decente. Rispettano la memoria d'Abubeker, d'Omar, d'Othmano e d'Alì,
tutti santi e successori legittimi del Profeta; ma credendo che il grado
di santità abbia determinato l'ordine di successione[191], danno
l'ultimo luogo allo sposo di Fatima. Quello storico, che con una mano
ritrosa a' monumenti della superstizione bilancerà il merito de' quattro
Califfi, pronuncierà sentenza che i lor costumi furono egualmente puri
ed esemplari, che ardente ne fu lo zelo, e giusta tutte le apparenze
sincero, e che in mezzo all'opulenza e potenza loro consacrarono la vita
alla pratica dei doveri della morale e della religione; ma le virtù
pubbliche d'Abubeker e d'Omar, ma la sapienza del primo, e la severità
del secondo mantennero in pace e nella prosperità lo Stato. Per
debolezza di naturale e per la vecchiaia Othmano fu inetto a dilatare
l'Impero colle conquiste, o a reggere il peso del governo. Egli delegava
ad altrui l'autorità, ed era ingannato; ammetteva altri alla sua
confidenza, ed era tradito. I più saggi tra i fedeli gli furono inutili,
o si cangiarono in nemici, e le sue prodigalità gli suscitarono ingrati
e malcontenti. Per le province si sparse il mal seme della discordia:
s'adunarono i deputati di quelle a Medina, e co' Charegiti, disperati
fanatici, i quali recalcitravano alla subordinazione e alla ragione, si
confusero gli Arabi, che, nati liberi, chiedeano riforma degli abusi di
cui dolevansi, e punizione degli oppressori. Cufa, Bassora, l'Egitto e
le tribù del deserto armarono i lor guerrieri, vennero ad accamparsi ad
una lega circa da Medina, e imperiosamente al sovrano intimarono di fare
ad essi giustizia, o di scendere dal trono. Di già il suo pentimento
disarmava e disperdeva i rivoltosi; ma l'artificio de' suoi nemici li
accese di nuovo furore, e per una falsità, a cui si lasciò indurre un
perfido secretario, perdette Othmano la riputazione, e più presta ne fu
la caduta. Non aveva più il Califfo la stima e la fiducia de' Musulmani,
unico presidio de' suoi antecessori: un assedio di sei settimane lo
ridusse a mancar d'acqua e di viveri, nè le deboli porte del suo palagio
ebbero altra difesa che gli scrupoli di pochi ribelli più timorati che
gli altri. Abbandonato da coloro che aveano abusato della sua bontà, al
venerando Califfo, rimasto senza difensori, non restò che attendere la
morte: si presentò condottiero degli assassini il fratello d'Ayesha: fu
trovato Othmano che teneva il Corano sul petto, e fu da mille colpi
trafitto. Dopo cinque giorni d'anarchia, cessò il tumulto colla
inaugurazione d'Alì; il rifiutar la corona sarebbe stato cagione d'una
strage generale. In questa critica situazione, mantenne egli la fierezza
che s'addiceva al Capo degli Hashemiti, e dichiarò che preferito avrebbe
il servire al regnare; gridò contro la presunzione de' soldati esteri, e
volle l'assenso se non volontario, almeno espresso de' Capi della
nazione. Non fu mai accusato d'essere stato complice dell'assassinio di
Omar, quantunque si celebri in Persia senza riguardo la festa
dell'uccisore di quel Califfo. S'era dapprima interposto Alì ad
accomodare la lite fra Othmano e i suoi sudditi, ed Hassan, il
primogenito de' suoi figli, mentre difendeva il Califfo, fu insultato e
ferito. Rimane dubbio peraltro se Alì sia rimasto ben saldo e fosse
sincero nell'opporsi a' ribelli, ed è poi certo che si giovò del loro
delitto. Un'esca simile potea ben sedurre e corrompere la più specchiata
virtù. Non solo su la sterile Arabia si stendeva lo scettro de'
successori di Maometto, ma i Saraceni erano stati vincitori in oriente e
in occidente, e le doviziose contrade della Persia, della Siria,
dell'Egitto erano il patrimonio del comandante de' fedeli.
[A. D. 655-660]
Una vita passata in orazione e in contemplazione non avea raffreddato
l'ardor guerriero ed operoso di Alì: giunto all'età matura, con una
lunga esperienza del Mondo, lasciava vedere nel suo contegno una
temerità e imprudenza giovanile. Ne' primi giorni della sua
amministrazione non pensò ad assicurarsi con benefici, o con catene,
della mal certa fedeltà di Telha e di Zobeir, due Capi arabi i più
poderosi. Si ricoverarono essi alla Mecca, indi a Bassora, inalberarono
il vessillo della ribellione, e s'insignorirono della provincia d'Irak e
dell'Assiria, che invano domandate aveano per guiderdone de' servigi
prestati: la maschera del patriottismo giova a coprire le più manifeste
contraddizioni; e i nemici d'Othmano, che forse ne furono gli assassini,
chiesero allora che fosse vendicata la sua morte. Furono nella fuga
accompagnati da Ayesha, la vedova di Maometto, che sino all'ultimo
istante di vita serbò implacabil odio al marito e alla posterità di
Fatima. I più ragionevoli tra i Musulmani si scandolezzarono al vedere,
che la madre de' fedeli cimentasse e persona e dignità in un campo, ma
la moltitudine superstiziosa credè che dalla sua presenza fosse
consacrata la giustizia, e accertato il trionfo dalla causa da lei
abbracciata. Il Califfo seguìto da ventimila de' suoi fidi Arabi, e da
novemila prodi ausiliari di Cufa, diede battaglia sotto le mura di
Bassora a' ribelli superiori di numero, e riportò la vittoria. Telha e
Zobeir, Capi dell'esercito nemico, caddero in quel conflitto, il primo
ove l'armi de' Musulmani si tinsero del sangue de' concittadini. Ayesha,
dopo aver corse le file per incoraggiare i soldati, s'era posta in mezzo
al pericolo. Settanta uomini, che teneano le redini del suo cammello,
furono uccisi o feriti, e la seggiola o lettiga in cui era chiusa si
trovò, finita l'azione, tutta traforata e carica di chiaverine e di
dardi. Sostenne la augusta prigioniera con volto intrepido i rimbrotti
del vincitore, il quale, con quei riguardi e quell'affezione che doveva
sempre alla vedova dell'appostolo, la rimandò subito al luogo ove
solamente poteva essere confinata in modo decoroso, cioè alla tomba di
Maometto. Dopo questa vittoria, che si denominò la giornata del
-cammello-, Alì si volse contro un avversario più formidabile, contro
Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian, che aveva preso il titolo di Califfo, ed
era francheggiato dalle forze della Siria, e dalla riputazione della
casa d'Ommiyah. Dopo il passaggio del Thapsaco, la pianura di
Siffin[192] s'allunga su la riva occidentale dell'Eufrate. In questo
terreno vasto e piano fecero i due competitori per centodieci giorni una
guerra d'avvisaglie. La perdita d'Alì in novanta scaramucce, succedute
in que' giorni, fu valutata di venticinquemila uomini, e quella di
Moawiyah di quarantacinquemila; si trovarono fra i morti venticinque
veterani di quelli che aveano combattuto a Beder, sotto lo stendardo di
Maometto. In sì sanguinosa tenzone, il Califfo legittimo si dimostrò
superiore al rivale per valore e per umanità. Ordinò alle sue milizie,
sotto pene severe, d'aspettare il primo assalto del nemico, di perdonare
a' fuggiaschi, di rispettare i cadaveri degli uccisi, e l'onore delle
prigioniere. Propose da generoso di risparmiare il sangue de' Musulmani
con un duello; ma intimorito il rivale, ricusò una disfida che gli
pareva una sentenza di morte. Montato Alì sopra un cavallo baio investì,
precedendo i suoi soldati, e ruppe le file dei Siri, sbigottiti dalla
forza invincibile della sua grave spada a due tagli. Ogni volta che
atterrava un ribelle, gridava, Allah Acbar; «Dio è vincitore;» e nel
forte d'una battaglia notturna, s'intese quattrocento volte ripetere
questa terribile esclamazione. Già il principe di Damasco meditava la
fuga; ma per l'inobbedienza e il fanatismo delle sue soldatesche
perdette Alì la vittoria che sembrava per lui sicura. Moawiyah ne agitò
la coscienza col dichiarare solennemente, che si appellava al Corano cui
mostrava esposto su le picche della prima fila di soldati, e dovette Alì
soscrivere una tregua obbrobriosa, e un compromesso insidioso. Si
ritrasse egli a Cufa, pieno di dolore e di rabbia; scorata era la sua
fazione; lo scaltro rivale soggiogò, o sedusse, la Persia, l'Yemen,
l'Egitto; e il pugnale del fanatismo, rivolto contro i tre Capi della
nazione, non colse che il compagno di Maometto. Tre Charegiti, o
entusiasti, discorrendo un giorno nel tempio della Mecca intorno ai
disordini della Chiesa e dello Stato, decisero che colla morte d'Alì, di
Moawiyah e d'Amrou, amico di quest'ultimo e vice-re dell'Egitto, sarebbe
rimessa la pace e l'unità della religione. Ognuno degli assassini elesse
la sua vittima, avvelenò il ferro, si consacrò alla morte, e
secretamente si trasferirono al luogo destinato per commettere il
delitto. Erano tutti tre del pari fermi e risoluti; ma il primo, per
isbaglio, trafisse in vece di Amrou il deputato che sedeva al suo posto:
dal secondo fu pericolosamente ferito il principe di Damasco, e il terzo
nella moschea di Cufa colpì mortalmente il Califfo legittimo, che, nel
sessantesimoterzo anno dell'età sua morì, raccomandando generosamente ai
figli di terminare con un sol colpo il supplizio dell'assassino. S'ebbe
cura di celare il suo sepolcro[193] a' tiranni della casa
d'Ommiyah[194]; ma nel quarto secolo dell'Egira fu innalzato, presso le
ruine di Cufa, un monumento, un tempio, e una città[195]. Migliaia di
Shiiti riposano in quella terra sacra a' piedi del Vicario di Dio, e il
deserto è avvivato dal concorso de' Persiani, de' quali ogn'anno è
grande la frequenza colà, nell'opinione che sia meritorio quel
pellegrinaggio al pari di quel della Mecca.
[A. D. 661-668]
I persecutori di Maometto usurparono l'eredità de' suoi figli, e i
difensori della idolatria si fecero Capi supremi della sua religione e
del suo impero. Violenta ed ostinata fu l'opposizione d'Abu-Sophian,
tarda e forzata la conversione; ma dall'ambizione e dall'interesse fu
rassodato nella fede che aveva abbracciata; servì, combattè, e forse
credette veramente, e da' nuovi meriti della famiglia d'Ommiyah fu
cancellata la memoria de' torti della sua prisca ignoranza. Moawiyah,
figlio d'Abu-Sophian e della crudele Henda, sin dalla prima gioventù era
stato fregiato dell'incarico, o del titolo di segretario del Profeta.
Essendogli stato conferito dal saggio Omar il governo della Siria,
amministrò per più di quarant'anni quella rilevante provincia, sia come
agente subordinato, o come Capo supremo, senza rinunciare alla fama di
prode e di liberale, e soprattutto amò quella di umano e di moderato.
Dalla gratitudine il popolo fu vincolato al suo benefattore, e i
Musulmani vittoriosi s'arricchirono delle spoglie di Cipro e di Rodi:
dal sacro dovere di perseguitare i sicari d'Othmano pigliò pretesto la
sua ambizione per operare. Espose nella moschea di Damasco la camicia
sanguinente del martire: l'Emir deplorò la disgrazia del suo alleato, e
sessantamila Siri giurarono di rimanergli fedeli, e di vendicare
Othmano. Amrou vincitore dell'Egitto, che valeva esso solo per un
esercito, fu primo a salutare il novello monarca, e divolgò quel
pericoloso segreto, potersi creare i Califfi arabi anche fuori della
città del Profeta[196]. Lo scaltrito Moawiyah deluse la prodezza del
rivale, e, morto Alì, negoziò l'abdicazione del figlio Hassan, che aveva
un animo superiore, o forse inferiore, ad un impero mondano, e a cui non
increbbe posporre il palagio di Cufa ad un'umile celletta presso la
tomba dell'avo. Finalmente il cangiamento d'un impero elettivo in
monarchia ereditaria satisfece gli ambiziosi desiderii del Califfo.
Qualche mormorìo di libertà o di fanatismo indicò la ripugnanza degli
Arabi, e da quattro cittadini di Medina fu negato il giuramento di
fedeltà: ma seppe Moawiyah dirigere i suoi disegni con vigore e
destrezza, e il suo figlio Yezid, quantunque d'indole debole e di
costumi dissoluti, fu gridato comandante de' fedeli, e successore
dell'appostolo di Dio.
[A. D. 680]
Si narra della beneficenza d'un figlio d'Alì il fatto seguente. Uno
schiavo servendo la tavola lasciò cadere sopra il padrone una scodella
piena di brodo bollente: allora si gettò a' suoi piedi, e per sottrarsi
al gastigo ripetè quel passo del Corano, che dice: «il paradiso è per
coloro che san dominare la propria collera. -- Io non sono in collera. --
E per quelli che perdonano le offese. -- Io perdono l'offesa che m'hai
fatto. -- E per quelli che rendono bene per male. -- Io ti dono la libertà
e quattrocento pezze d'argento.» Hosein, fratel minore di Hassan, con
tutta la pietà di questo avea pure ereditato in parte il coraggio del
padre; militò decorosamente contro i cristiani nell'assedio di
Costantinopoli. Aggiugneva la primogenitura della stirpe di Hashem al
sacro carattere di nipote dell'appostolo: potea sostenere le sue
pretensioni contro Yezid, tiranno di Damasco, di cui spregiava i vizi, e
non degnava riconoscere i titoli. Fu trasmessa in secreto da Cufa a
Medina una lista di cenquarantamila Musulmani, che si dichiaravano
parteggiatori della sua causa, e prometteano di pigliar l'armi come
tosto ei comparisse su le sponde dell'Eufrate. Senza badare a' consigli
degli amici più saggi, deliberò d'affidare la propria persona e la
famiglia in balìa d'un popolo perfido. Attraversò il deserto dell'Arabia
con numeroso seguito di donne e di fanciulli sbigottiti; ma quando fu
presso alle frontiere dell'Irak, la solitudine del paese, e le apparenze
che vide d'inimicizia gl'inspirarono molta diffidenza, e gli diedero
motivo di temere o la diffalta, o la ruina de' suoi partigiani. Fondati
erano i timori; Obeidollah, governatore di Cufa, avea soffocate le prime
scintille d'insurrezione, e Hosein fu accerchiato, nella pianura di
Kerbela, da cinquemila cavalli, che precisero la sua comunicazione colla
città e col fiume. Poteva ancora riparare in una Fortezza del deserto,
che aveva affrontato le forze di Cesare e di Cosroe, e sperare nella
fedeltà della tribù di Tai, che armato avrebbe diecimila guerrieri in
sua difesa. In una conferenza che egli ebbe col Capo della soldatesca
nemica, domandò che gli fosse permesso di ritornare a Medina, o d'essere
collocato in una delle guarnigioni di frontiera che si tenevano contro i
Turchi, o finalmente d'essere condotto sano e salvo davanti Yezid; ma
gli ordini del Califfo, o del suo Luogo-tenente, erano rigorosi, e
assoluti, onde fu risposto ad Hosein che dovea sottomettersi, come
prigioniero e colpevole, al comandante de' fedeli, ovveramente
aspettarsi la pena della ribellione. «Pensate forse di sgomentarmi,
replicò egli, minacciandomi la morte»? Passò dunque la notte seguente
nell'apparecchiarsi, con una rassegnazione tranquilla e solenne, alla
sua sorte. Consolò sua sorella Fatima che piangea la rovina della sua
famiglia. «Non dobbiamo porre fiducia in altro che in Dio, le disse: in
cielo e in terra tutto dee perire e ritornare al suo Creatore: mio
fratello, mio padre, mia madre erano meglio di me, e la morte del
Profeta dee servire d'esempio a tutti». Sollecitò gli amici a porsi in
salvo con pronta fuga, i quali con voce unanime ricusarono d'abbandonare
l'amato padrone, o di sopravvivergli; ed egli ne rafforzò il coraggio
con fervida orazione, e colla promessa del paradiso. Nella mattina di
quel giorno funesto, Hosein salì a cavallo, prese in una mano la spada,
il Corano nell'altra: i generosi martiri della sua causa erano solo in
numero di trentadue cavalieri, e di quaranta fanti; ma fortificato
avevano i fianchi e il tergo colle corde delle lor tende, e s'erano
muniti con una fossa profonda piena di fascine accese all'usanza degli
Arabi. Si avanzarono mal volentieri i nemici, e un de' loro Capi, che
disertò con trenta soldati, venne a dividere con Hosein le angosce d'una
morte inevitabile. Nelle mischie corpo a corpo, o ne' singolari
conflitti, la disperazione rendette invincibili i Fatimiti; ma la
moltitudine che gli accerchiava li coperse d'un nembo di dardi: cavalli
ed uomini caddero successivamente uccisi: le due parti assentirono una
tregua d'un istante per l'ora della preghiera, e in fine terminò la
battaglia colla morte dell'ultimo compagno di Hosein. Solo egli allora,
rifinito dalla fatica, e piagato, si assise all'ingresso della sua
tenda. Mentre stava bevendo poche stille d'acqua per rinfrescarsi, fu
colto da un dardo in bocca: e rimasero uccisi fra le sue braccia il
figlio e il nipote, giovanetti di rara avvenenza. Sollevò al cielo le
mani coperte di sangue, e orò pe' viventi e pe' morti. Escì sua sorella
della tenda in un accesso di disperazione, scongiurando il generale de'
Cufiani perchè non lasciasse svenare Hosein in sua presenza: e i più
arditi fra i suoi guerrieri retrocessero da ogni lato all'arrivo
dell'eroe moribondo, che offriva il collo al lor ferro. Lo spietato
Shamer, nome abbominato da' fedeli, li rimbrottò di viltà, e il nepote
di Maometto cadde trafitto da trentatre colpi di lancia e di sciabola.
Ne calpestarono i Barbari il corpo, e portarono la testa al castello di
Cufa, ove l'inumano Obeidollah gli percosse colla canna la bocca. «Ahi!
esclamò un vecchio Musulmano, su quelle labbra ho veduto le labbra
dell'appostolo di Dio». Dopo tanti secoli, e in un clima sì diverso, una
scena sì tragica dee movere a pietà il più freddo lettore[197]. Quanto
a' Persiani, ricorrendo la festa di questo martire, celebrata ogni anno
quando visitar sogliono in pellegrinaggio la sua tomba, s'abbandonano a
tutta la frenesia del dolore e dello sdegno[198].
Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti
appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una
razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare
riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti
consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a
Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria
del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici
IMANI[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan,
Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi,
senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione
del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor
Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le
rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome
loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti
santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere
di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita
allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo
degl'Imani, distinto dal soprannome di -Mahadi-, o Guida, visse più
solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una
spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte:
dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima
del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o
Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la
posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]:
può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì:
superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di
quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli
angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero
Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che
cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di
parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha
consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de'
Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì
della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il
contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva
una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia
genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa
è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di
Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti,
mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri.
Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde:
hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro
Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole
loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia
di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è
mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca
e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta
la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi.
Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di
plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più
recente degli altri re della Terra[204].
I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo
si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir
tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e
partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli
appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono
le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che
un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi
concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle
rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa
condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più
vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare
del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme
accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo.
Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del
timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le
barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli
Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al
godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad
essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la
riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la
sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di
Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non
conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia
renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli
d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi
dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui
predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi
appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della
Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie
misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma
sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a
studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole
del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con
più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a
Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni
tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli
a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e
Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e
immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun
simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori
tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i
precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la
gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero,
che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di
sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che
l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i
Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di
premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni
metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono
dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma
presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè
mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o
nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la
cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi,
successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare
ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale
o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti
della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede.
Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale,
non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e
l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le
leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa
servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso
l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri
e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto
dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla
popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone
rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera
più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del
tempo.
Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di
Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei
più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel
Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una
dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose
per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni
di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero
gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue
delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina,
lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto
dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte
all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a
dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse
pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e
d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi,
come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla
oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza
ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a
quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero
nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno
l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una
lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla
rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono
in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli
Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de'
tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di
Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le
due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse
d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze
chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si
restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208].
NOTE:
[1] Poichè in questo capitolo e nel seguente io mostrerò molta
erudizione araba, debbo dichiarare la mia perfetta ignoranza delle
lingue orientali, e la gratitudine mia pei dotti interpreti, che mi han
fatto copia del lor sapere su questa materia in latino, in francese e in
inglese. Indicherò a tempo e luogo le raccolte, le versioni e le storie
che ho consultate.
[2] In tre classi ponno dividersi i Geografi dell'Arabia: 1. i -Greci- e
i -Latini-, le cognizioni progressive de' quali si possono esaminare in
Agatarcide (-De mari Rubro in Hudson, geographi minores, t. I.-), in
Diodoro di Sicilia (t. I. l. II, p. 159-167, l. III, p. 211-216, edit.
Wesseling), in Strabone (l. XVI, p. 1112-1114), dietro Eratostene, (p.
1122-1132, dietro Artemidoro), in Dionigi (-Periegesis, 927-969-), in
Plinio (-Hist. natur., V, 12; VI, 32-) e in Tolomeo (-Descript. et
Tabulae urbium in Hudson, t. III.-) 2. Gli -scrittori arabi- che han
trattato quest'argomento collo zelo del patriottismo o della divozione.
Gli estratti dati da Pocock (-Specimen Hist. Arabum, p. 125-128-) della
Geografia del Seriffo al-Edrissi, accrescono il disgusto che si prova
nella versione, o nel sommario, (p. 24, 27, 44, 56, 108, etc.)
pubblicata dai Maroniti coll'assurdo titolo della -Geographia nubiensis-
(Paris 1619); ma i traduttori latini e francesi, Graves (in Hudson, t.
III) e Galland (-Voyage de la Palestine-, del La Roque, p. 265-346), ci
han dato a conoscer l'Arabia d'Abulfeda, descrizione la più minuta ed
esatta che si abbia di quella penisola, e se le può aggiugnere per altro
la -Biblioteca Orientale- del d'Herbelot, p. 120, et -alibi passim-. 3.
I -viaggiatori Europei-, tra i quali Shaw (p. 438-455) e Niebuhr
(-Description-, 1773; -Voyages-, tom. I, 1776) vogliono essere
menzionati con onore: Busching (-Géographie- par Berenger, t. VIII. p.
416-510) ha fatto una compilazione giudiziosa; e il lettore debbe aver
sotto gli occhi le carte del d'Anville (-Orbis veteribus notus-, e la
prima parte dell'Asia) e la sua -Geografia antica- (t. I, p. 208-231).
[3] Abulfeda, -Descriptio Arabiae-, p. 1; d'Anville, l'-Eufrate e il
Tigri-, p. 19, 20. In questo luogo, ove si trova il paradiso, o sia
giardino d'un satrapo, passò Senofonte coi Greci l'Eufrate per la prima
volta (-Ritirata dei diecimila-l. 1. c. 10, p. 29. edit. Wells).
[4] Il Reland ha provato con molta erudizione superflua 1. che il nostro
mar Rosso (il Golfo d'Arabia) non è che l'una parte del -mare Rubrum-,
Ερυθρα θαλασση degli antichi, che si allungava fino allo
spazio indefinito dell'Oceano indiano; 2. Che i vocaboli sinonimi
ερυθρος, αιθιοψς, sono allusivi al color dei Neri o Negri.
(-Dissert. miscell-., t. I. p. 59-117).
[5] Fra le trenta giornate o stazioni, che si contano fra il Cairo e la
Mecca, quindici mancano d'acqua dolce. -V.- la strada degli Hadjees, nei
-Viaggi di Shaw, p. 477-.
[6] Plinio, nel duodicesimo libro della sua Storia naturale, (l. XII, c.
42) tratta degli aromi, e soprattutto del -thus- o incenso dell'Arabia:
Milton in una similitudine rammenta gli odori aromatici che il vento del
Nord-est trasporta sulla costa di Saba (Paradiso Perduto lib. 4).
[7] Agatarcide afferma che vi si trovavano pezzi d'oro vergine, la cui
grossezza variava da quella d'una oliva a quella d'una noce; che il
ferro valea due volte e l'argento dieci volte più dell'oro (-De mari
Rubro-, p. 60.). Questi tesori, veri o immaginarii, si son dileguati, e
non si conosce al presente nell'Arabia una sola miniera d'oro. (Niebuhr,
-Description-, p. 124).
[8] Si consulti, si legga per intero e si studii lo -Specimen Historiae
Arabum- di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e
della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio,
tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note
sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia.
[9] Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz (-Periplus maris
Erythraei-, p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare
probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero
abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che
vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano
(Procopio, -De bello Persico- l. I. c. 19).
[10] -V.- lo -Specimen Historiae Arabum-, di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il
viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte
Carmelo (-Voyage de la Palestine-, Amsterdam, 1718) presenta un quadro
piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da
Niebuhr, (-Description de l'Arabie-, p. 327-344), e dal Signor di Volney
(t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han
pubblicati viaggi nella Siria.
[11] Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul
-Cavallo- e sul -Cammello- dell'-Istoria naturale- del Signor di Buffon.
[12] -V.- sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p.
142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di
Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per
l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I
cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano
generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento
(d'Herbelot -Bibl. Orient.- p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il
vigore per portare il cavaliere e la sua armatura.
[13] -Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces sunt-diceva un
medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto
il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non
ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già
meno frugale (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. III. p. 404).
[14] Marciano d'Eraclea (-in Perip., p. 16, in t. I-; de Hudson, -minor
Geograph-.) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice.
Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità
dello scrittore.
[15] Albufeda (-in- Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco:
anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen (-Voyages de Niebuhr-, t.
I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar
(Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53).
[16] Pocock, -Specimen-, p. 57; -Geograph. Nubiensis-, p. 52. Meriaba, o
Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni
d'Augusto (Plinio -Hist. nat.- VI, 32); e non era per anche risorta nel
secolo sedicesimo (Albufeda -Descript. Arab.-, p. 58).
[17] Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a
Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il
computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una
caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a
Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci
alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o
quattrocento dodici ore, sino al Cairo (-Voyages de Shaw-, p. 477); e
secondo il calcolo del d'Anville (-Mesures itinéraires-, p. 99), una
giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio (-Hist. nat.-
XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese
dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino
a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume
a' fatti.
[18] Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della
Mecca (d'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 368-371; Pocock, -Specimen-, p.
125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti
l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice
Thevenot (-Voyage du Levant-, part. I, p. 490) è tolto dalla bocca
sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila
case (Chardin, t. IV, p. 167).
[19] Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 6.)
accenna una di queste case di sale presso Bassora.
[20] -Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut
latrociniis degit- (Plinio, -Hist. nat.-, VI, 32). -Vedi- il Koran di
Sale, -Sura- 106, p. 503; Pocock, -Spec.-, p. 2; d'Herbelot, -Bibl.
orient.-, p. 361; Prideaux, -Vie de Mahomet-, p. 5; Gagnier, -Vie de
Mahomet-, t. 1, p. 72-120, 126. etc.
[21] -La Genesi, al capo 16, v. 12, dice:- hic erit ferus homo: manus
ejus contra omnes, et manus omnium contra eum, et e regione universorum
fratrum suorum figet tabernacula. -Qui nel dato carattere d'Ismaele
possono considerarsi descritti profeticamente i suoi discendenti, gli
Arabi, dati a regolare ladroneccio, e dimoranti poco lungi della
Palestina; non sono artificiosamente contorti i sensi della Genesi; non
si potrebbe per altro spiegare il- manus omnium contra eum -che col
riferirlo all'essere stata l'Arabia alcune volte invasa da armate
tartare, e persiane; ma ciò potrebbe pur dirsi di tanti altri Stati.-
(Nota di N. N.)
[22] Un dottor anonimo (-Univers. History-, vol. XX, edit. in-8) ha
ricavato dall'independenza degli Arabi una -dimostrazione- formale della
verità del cristianesimo. Può un critico primieramente negare i fatti, e
poi disputare sul senso del passo che si allega della Bibbia (-Genes.-
XVI, 12), su l'ampiezza della applicazione, e sul fondamento della
genealogia.
[23] Fu soggiogato (A. D. 1173) da un fratello del gran Saladino che
fondò una dinastia de' Curdi o degli Ayoubiti (Guignes, -Hist. des
Huns-, t. 1, p. 425; d'Herbelot, p. 477).
[24] Dal luogotenente di Solimano I (A. D. 1538), e da Selim II (1568).
-V.- Cantemir (-Hist. de l'empire Ottoman-, p. 201-221.) Il Bascià che
risedeva in Saana comandava a ventun Bey, ma non mandò mai tributi alla
Porta (Marsigli, -Stato Militare dell'impero Ottomano-, p. 124), e i
Turchi ne furono cacciati verso l'anno 1630. (Niebuhr, p. 167, 168.)
[25] Le principali città della provincia romana che chiamavasi Arabia e
terza Palestina, erano Bostra e Petra che datavano dall'anno 105, epoca
in cui furono soggiogate da Palma, luogotenente di Traiano. (Dion
Cassio, l. LXVIII). Petra era la capitale de' Nabatei, che traevano il
nome dal primogenito dei figli d'Ismaele (Genes. XXV, 12, etc., co'
-Commenti- di San Girolamo, del Le Clerc, e del Calmet). Giustiniano
abbandonò un paese palmifero di dieci giornate di viaggio al mezzodì di
Aelah (Procopio, -De bell. persico-, l. I, c. 19); e i Romani avevano un
centurione e una dogana (Arriano -in Periplo maris Erythroei-, p. 11, in
Hudson, t. 1) in un luogo (λευκη κωμη, -Pagus Albus- Hawarra)
del territorio di Medina (d'Anville, -Mémoire sur l'Egypte-, p. 243). Su
questi possedimenti reali, e su qualche nuova scorreria di Traiano
(-Peripl.- p. 14, 15) fondarono gli storici e le medaglie la
supposizione che i Romani conquistassero l'Arabia.
[26] Niebuhr (-Descript. de l'Arabie-, p. 302, 303, 329-331) ci dà le
notizie più recenti ed autentiche sul grado d'autorità che possedono i
Turchi nell'Arabia.
[27] Diodoro di Sicilia (t. II, l. XIX, p. 390-393, ediz. del Wesseling)
ha data a conoscere chiaramente l'independenza degli Arabi nabatei, che
fecero resistenza alle armi d'Antigono e di suo figlio.
[28] Strabone, l. XVI, p. 1127-1129; Plinio, -Hist. nat-., VI, 32. Elio
Gallo sbarcò presso Medina, e fece quasi trecento leghe nella parte
dell'Yemen che giace fra Mareb e l'Oceano. Il -non ante devictis Sabeae
regibus- (-Od-. I, 29), e gl'-intacti Arabum thesauri- (-Od-. III, 24)
d'Orazio, attestano l'indipendenza ancora inviolata degli Arabi.
[29] -Lo stendardo di Maometto non è sacro pel lettore cristiano: questo
aggettivo è male applicato ad uno stendardo di un fortunato Capo
d'entusiasti, che coll'armi diffusero la lor religione rapidamente in
molte, e vaste regioni dell'Asia, e dell'Affrica.- (Nota di N. N.)
[30] -V.- in Pocock una Storia imperfetta dell'Yemen, -Specimen-, p.
55-66; di Hira, p. 66-74; di Gassan p. 75-78, su tutte le cose che si
poterono sapere, o di cui si potè in un tempo d'ignoranza serbare
memoria.
[31] Le Σαρακηνικα φυλα, μυριαδες ταυτα, και το πλειστον αυτων
ερημονομοι, και αδεσποτοι, -tribù Saracene, a decine di migliaia, e per
lo più abitatrici di deserti, e independenti-, descritte da Menandro
(-Excerpt. legat.-, p. 149), da Procopio (-De bell. Pers.- l. I. c.
17-19; l. II, c. 10) e, coi più forti colori, da Ammiano Marcellino, (l.
XIV, c. 4) che ne parla sin dal tempo di Marc'Aurelio.
[32] Questo nome usato da Tolomeo e da Plinio in un senso più ristretto,
e da Ammiano e da Procopio in significato più largo, fu ridicolamente
derivato da -Sarah-, moglie d'Abramo; e in un modo assai oscuro dal
villaggio di -Saraka- μετα Ναβαταιους -fra i Nabatei- (Stephan., -De
urbibus-), ma più plausibilmente da vocaboli arabici, che significano
un naturale disposto al ladroneccio, o che denotano la loro situazione
all'Oriente (Hottinger, -Hist. orient.-, lib. I, c. I. p. 7, 8; Pocock,
-Specimen-, p. 33-35; Assemani, -Bibl. orient.- t. IV, p. 567). Ma
l'ultima e la più ammessa di tali etimologie è confutata da
Tolomeo (-Arabia-, p. 2, p. 18, -in- Hudson, t. IV), che segna
espressamente la situazione occidentale e meridionale de' Saraceni, che
allora erano una tribù oscura stanziata su le frontiere dell'Egitto.
Questa denominazione adunque non può riferirsi al carattere nazionale; e
poichè fu data da forestieri, convien cercarne l'origine non già nella
lingua araba, ma in una straniera.
[33] -Saraceni.... mulieres aiunt in eos regnare.- (-Expositio totius
Mundi-, p. 3, -in- Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella
Storia ecclesiastica (Pocock, -Specim.-, p. 69-83).
[34] Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, -non uscire della reggia-,
dicono Agatarcide (-De mari Rubro-, p. 63, 64, -in- Hudson, t. I),
Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p.
1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o
di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si
spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge.
[35] -Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et-
ELOQUENTIA (Sephadius, -apud- Pocock, -Specimen-, p. 161, 162.) Solo co'
Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi
avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di
Demostene.
[36] Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr
dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che
da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie.
[37] -V.- Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia
di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio
sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i
re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di -Hycsos- (Marsham,
-Canon. chron.-, p. 98-163, ec.)
[38] Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, -Bibl.
orient.-, p. 75). I due storici che hanno scritto su le -Ayam-al-Arab-,
le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli
furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò
quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, -Specimen-, p. 48).
[39] Niebuhr (-Description-, p. 26-31) espone la teorica e la pratica
moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel
Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole
più rozza dell'antichità.
[40] Procopio (-De bell. Pers.- l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace
verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan -quattro-, il primo
mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che
in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o
sei volte (Sale, -Disc. prélim.-, p. 147-150, e -Note- sul nono Capitolo
del Corano, p. 154, etc.; Casiri, -Bibl. hispano-arabica-, t. II, p. 20,
21).
[41] Arriano, che vivea nel secondo secolo, accenna (-in Periplo maris
Erithraei-, p. 12) la differenza parziale o totale de' dialetti Arabi.
Pocock (-Specimen-, p. 150-154), Casiri (-Bibl. hispano-arabica-, t. I,
p. 1, 83, 292; tom. II, p. 25, ec.) e Niebuhr (-Descript. de l'Arabie-,
p. 72-86) hanno minutamente trattato di ciò che risguarda l'alfabeto e
la lingua degli Arabi; ma io trascorro leggermente su questa materia,
non prendendo io diletto a ripetere da pappagallo parole che non
intendo.
[42] Il Voltaire ha inserito nel suo Zadig una Novella familiare (il
Cane ed il Cavallo) per provare l'accortezza naturale degli Arabi
(d'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 120, 121; Gagnier, -Vie de Mahomet-, t.
I, p. 37-46); ma d'Arvieux, o piuttosto La Roque (-Voyage de la
Palestine-, p. 92), ha negata la superiorità di che si dan vanto i
Beduini. Le cento sessantanove sentenze di Alì (tradotte in inglese da
Ockley, a Londra, 1718) sono un saggio dello spirito de' frizzi in cui
son singolari gli Arabi.
[43] Pocock (-Specimen-, p. 158-161) e Casiri (-Bibl. Hisp. Arab.-, t.
I, p. 48-84, ec., 119; t. II, p. 17, ec.) parlano de' poeti Arabi
anteriori a Maometto. I sette poemi della Caaba furono stampati in
inglese da Sir William Jones; ma l'onorevole missione che gli fu
commessa nell'India ci ha privato delle sue note molto più interessanti
che non quel testo vieto ed oscuro.
[44] Sale, -Discours prélim.-, p. 29, 30.
[45] D'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 458; Gagnier, -Vie de Mahomet-, t.
III, p. 118. Caab, e Hesno (Pocock, -Specim.- p. 43, 46, 48) si
segnalaron anch'essi nella liberalità, ed un poeta arabo dice
elegantemente di quest'ultimo: -Videbis eum cum accesseris exultantem,
ac si dares illi quod ab illo petis-.
[46] Tutto quello che ora può sapersi dell'idolatria degli Arabi antichi
si trova in Pocock, (-Specim.-, p. 89, 136, 163, 164). La sua profonda
erudizione è stata interpretata in modo ben chiaro e conciso dal Sale
(-Discours prélim.-, p. 14-24); e l'Assemani (-Bibl. orient.-, t. IV, p.
580-590) ha aggiunto annotazioni preziose.
[47] Ιερον αγιωτατον ιδρυται τιμωμενον υπο παντων Αραβων περιττοτερον
si vede un Tempio famoso venerato per santissimo da tutti
gli Arabi (Diod. di Sicilia, t. I, l. III, p. 211); la qualità e il sito
concordano tanto che mi fa maraviglia come siasi letto questo passo
curioso senza avvertirlo e senza badare all'applicazione. Pure
Agatarcide (-De mari Rubro-, p. 58, -in- Hudson, t. I.), copiato da
Diodoro nel resto di quella descrizione, non fa motto di quel celebre
Tempio. Forse che il Siciliano ne sapea più che l'Egizio? O fu costrutta
la Caaba tra l'anno di Roma 650 e il 746, tempo in cui componevano i
loro libri? (Dodwell, -in Dissertat. ad.- t. I, Hudson, p. 72; Fabricio,
-Bibl. graec.-, t. II. p. 770).
[48] Pocock, -Specimen-, p. 60, 61. Dalla morte di Maometto retrocediamo
a sessantott'anni, e dalla sua nascita a cento ventinove anni avanti
l'Era cristiana. Il velo, o la tela, che oggi è di seta e d'oro, non fu
anticamente che una stoffa di lino d'Egitto. (Abulfeda, -Vit. Mohammed-,
c. 6, p. 14).
[49] La pianta originale della Caaba, servilmente copiata dal Sale,
dagli autori della Storia universale, ec. è un abbozzo fatto da un
Turco, che Reland (-De religione Mohammed-, p. 113-123) ha corretta e
spiegata colla scorta di buone autorità. Si consulti su la Leggenda e la
Descrizione della Caaba il Pocock (-Specimen-, p. 115-122), la
-Bibliothèque orientale- del di Herbelot (-Caaba, Hagier, Zemzem-,
etc.), e il Sale (-Disc. prélimin.- p. 114-122).
[50] Sembra che Cosa, quinto antenato di Maometto, usurpasse la Caaba
(A. D. 440); ma Iannabi (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I, p. 65-69) e
,
,
1
2
.
'
,
3
4
'
,
5
'
[
]
.
6
,
'
'
7
'
,
8
,
'
9
,
,
10
.
11
,
12
.
13
'
14
,
,
15
'
16
.
17
,
'
;
,
18
'
'
,
19
[
]
.
20
21
22
[
]
:
'
'
23
:
,
,
24
,
,
.
25
,
,
26
,
'
'
.
27
'
28
'
;
29
.
'
30
:
'
;
31
,
32
'
.
33
;
,
34
35
.
,
36
37
[
]
.
38
'
;
,
39
,
;
40
;
41
;
'
42
,
43
'
[
]
.
44
;
,
45
'
,
'
46
.
,
'
47
;
,
,
'
48
:
49
'
,
'
50
.
51
,
52
,
;
53
54
'
,
55
.
,
56
,
.
57
;
58
,
'
59
.
,
'
,
'
60
;
'
61
,
,
'
62
'
.
63
;
64
,
'
65
.
,
66
;
,
67
,
,
68
'
69
'
[
]
.
'
'
70
,
,
,
71
.
,
72
,
,
.
73
'
,
74
:
75
76
;
'
77
,
'
,
78
.
,
,
79
,
80
;
,
81
.
82
,
'
'
83
,
'
84
;
'
85
.
,
86
'
.
87
'
88
,
'
'
,
89
'
;
,
90
91
'
.
92
,
,
[
]
,
93
;
'
94
'
,
95
[
]
'
.
96
:
97
,
,
,
98
,
'
99
'
'
.
100
,
,
101
,
,
,
102
.
«
?
,
'
103
'
,
'
104
?
-
-
,
,
'
105
,
:
106
;
107
[
]
»
.
108
109
,
110
'
,
,
111
,
'
.
112
.
,
,
113
,
,
114
.
115
.
,
,
116
,
117
:
118
'
,
'
119
'
,
'
,
120
,
'
.
121
,
122
'
;
;
,
123
'
,
124
'
,
'
.
125
'
'
,
'
'
126
'
,
127
'
128
'
[
]
.
129
130
'
,
,
131
,
132
'
.
'
-
,
133
,
,
134
.
'
135
,
'
136
;
137
,
138
,
139
'
,
140
.
'
141
'
,
142
,
143
,
.
144
,
:
145
[
]
,
146
,
147
.
148
'
'
,
149
'
'
,
'
150
,
,
'
151
.
'
-
152
,
153
,
,
154
'
;
155
'
'
.
156
,
157
,
'
158
159
'
.
160
161
[
.
.
]
162
163
,
164
,
'
'
165
.
,
'
'
166
167
.
168
'
;
169
'
;
-
-
170
-
-
,
171
'
,
172
'
'
173
.
,
174
,
,
175
.
'
,
176
,
'
177
;
178
,
179
'
,
'
180
'
[
]
.
;
,
,
181
'
.
182
,
183
,
184
'
,
185
'
.
,
'
186
'
,
187
'
;
188
,
,
189
,
'
.
190
,
'
.
191
,
'
'
,
192
.
«
193
,
»
.
«
194
,
»
,
195
,
,
196
'
.
197
,
,
198
,
199
'
'
200
.
'
.
201
'
,
202
,
;
'
203
'
204
.
[
]
'
205
,
206
'
207
.
208
,
,
209
,
'
[
]
.
210
,
,
211
,
,
212
,
,
,
213
.
214
,
215
'
-
.
'
216
,
'
217
,
,
218
,
'
219
.
'
'
220
,
221
.
222
223
,
'
224
'
'
;
225
'
,
226
'
,
'
'
'
227
[
]
.
-
-
,
,
228
'
:
229
'
,
'
.
230
,
,
231
232
,
'
,
233
'
;
'
'
234
'
[
]
.
-
-
,
235
'
236
,
,
237
.
'
,
'
,
'
'
,
238
;
239
'
[
]
,
240
'
.
,
241
'
'
242
,
243
,
,
244
,
'
245
;
246
'
'
,
,
247
.
248
249
'
,
.
250
'
,
;
251
,
.
,
252
,
253
.
:
254
'
,
'
,
255
,
,
256
,
,
,
257
,
.
,
,
'
258
,
259
,
260
,
.
261
;
'
'
262
,
,
263
,
,
264
.
'
,
265
'
:
266
'
,
267
268
.
,
269
,
,
270
:
'
:
271
,
272
.
'
,
273
'
;
'
274
.
,
275
'
,
276
;
'
,
277
'
,
'
278
.
'
'
279
,
280
'
.
'
281
,
,
282
'
,
,
283
.
284
'
'
,
285
.
'
286
.
'
287
,
288
,
,
,
289
'
'
.
290
291
[
.
.
-
]
292
293
294
'
:
'
,
295
,
296
.
'
297
,
,
298
,
299
.
,
,
300
,
'
'
301
'
,
'
302
:
303
;
'
,
,
304
.
305
,
,
'
306
307
.
,
308
'
,
309
310
,
311
.
'
,
312
,
313
'
,
.
314
,
'
,
,
315
'
'
'
.
,
316
,
'
317
.
,
,
318
,
319
,
'
,
320
.
321
,
,
'
322
'
,
323
,
324
.
,
325
-
-
,
,
326
,
'
-
,
,
327
,
328
'
.
,
329
[
]
'
'
.
330
331
'
.
'
,
332
'
,
,
333
;
334
,
335
.
,
336
.
,
337
,
'
,
338
'
,
,
'
339
.
'
340
;
,
341
.
,
342
,
,
343
.
344
,
,
;
«
;
»
345
'
,
'
346
.
347
;
'
348
.
349
,
350
,
351
,
.
352
,
;
353
;
,
,
,
'
,
354
'
;
,
355
,
.
,
356
,
357
,
'
,
358
'
,
'
-
'
,
359
'
.
360
,
,
,
361
362
.
;
,
363
,
:
364
,
365
,
,
366
'
,
367
'
.
'
368
[
]
'
369
'
[
]
;
'
,
370
,
,
,
[
]
.
371
'
,
372
'
,
'
'
373
,
'
374
.
375
376
[
.
.
-
]
377
378
'
'
,
379
380
.
'
'
-
,
381
;
'
'
382
;
,
,
383
,
'
'
384
'
.
,
385
'
-
,
386
'
,
.
387
,
388
'
,
389
,
,
390
,
.
391
,
392
'
:
393
'
394
.
395
:
'
,
396
,
397
.
'
,
398
,
,
399
,
400
[
]
.
401
,
,
,
'
,
402
,
,
,
403
'
404
'
.
'
405
.
406
407
,
408
:
409
,
,
'
410
,
'
,
411
'
.
412
413
[
.
.
]
414
415
'
'
.
416
417
:
'
,
418
,
:
«
419
.
-
-
.
-
-
420
.
-
-
'
'
421
.
-
-
.
-
-
422
'
.
»
,
,
423
424
;
'
425
.
426
'
:
427
,
,
,
428
.
429
,
430
,
'
431
'
.
'
432
,
'
433
'
.
'
434
;
435
'
,
,
436
'
'
,
437
,
'
.
438
;
,
,
439
'
,
,
440
,
,
441
.
,
442
,
443
,
444
.
445
,
,
'
446
447
,
'
;
448
,
-
,
,
449
,
,
450
,
'
,
451
.
«
,
452
,
»
?
453
'
,
,
454
.
455
.
«
,
:
456
:
457
,
,
,
458
'
»
.
459
,
'
460
'
,
;
461
,
.
462
,
,
,
463
'
:
464
,
;
465
,
'
466
'
467
.
,
'
,
468
,
'
469
.
,
'
470
,
;
471
'
:
472
:
473
'
'
,
474
'
.
,
475
,
,
'
476
.
'
,
477
:
478
,
.
479
,
'
'
.
480
,
'
481
:
482
'
483
'
,
.
484
,
'
,
,
485
.
486
,
487
,
'
.
«
!
488
,
489
'
»
.
,
,
490
[
]
.
491
'
,
,
492
,
'
493
[
]
.
494
495
'
496
,
497
,
498
;
'
499
,
500
,
'
.
501
;
502
[
]
,
,
,
,
503
.
'
,
504
,
,
505
,
.
506
,
507
'
.
508
;
509
,
510
'
,
'
511
.
512
'
,
-
-
,
,
513
,
'
.
514
,
'
:
515
'
,
516
517
[
]
.
518
,
,
[
]
:
519
'
:
520
'
521
,
522
;
,
'
523
,
524
525
.
526
,
,
'
527
[
]
,
'
'
'
528
[
]
.
529
;
,
'
,
530
,
:
«
531
:
»
'
'
:
«
532
.
»
533
'
,
,
,
,
534
,
'
,
'
.
535
'
:
536
'
,
537
,
,
'
538
,
'
.
539
,
,
'
540
,
,
541
,
542
,
.
543
544
,
'
'
545
[
]
.
546
547
,
548
.
549
,
,
550
'
?
551
,
552
.
553
,
554
,
?
555
'
,
556
,
,
557
,
.
558
,
,
559
,
,
.
560
,
561
,
'
'
,
562
.
563
,
,
564
,
'
,
'
565
:
566
,
'
;
567
[
]
568
,
'
.
569
,
570
.
,
571
'
'
'
,
572
'
573
.
574
[
]
575
576
:
'
,
577
,
578
579
;
,
580
,
'
581
.
582
'
583
'
'
'
.
«
,
584
:
»
585
.
[
]
586
'
;
587
;
588
,
589
.
,
590
'
,
591
'
:
'
592
'
'
:
593
,
594
'
'
.
595
,
'
,
596
'
'
;
597
,
598
.
,
599
'
,
'
600
.
'
,
601
'
,
602
:
'
,
603
,
'
,
604
.
605
,
,
606
,
,
607
'
608
.
609
:
610
'
'
'
611
,
612
'
,
,
,
613
'
.
614
,
615
'
,
616
.
617
618
'
619
,
,
620
,
,
,
621
,
622
;
.
623
624
,
,
.
625
'
'
;
626
'
,
,
,
627
,
628
'
629
'
'
.
630
631
'
;
'
632
'
;
,
,
633
'
,
'
,
634
.
'
635
,
,
636
,
637
.
'
,
'
638
'
,
639
.
640
'
;
641
,
642
'
'
.
'
643
,
644
:
'
645
;
'
'
,
646
'
;
,
647
,
648
'
[
]
.
649
650
:
651
652
[
]
653
,
654
,
,
655
,
656
.
,
657
.
658
659
[
]
'
:
.
-
-
660
-
-
,
'
661
(
-
,
,
.
.
-
)
,
662
(
.
.
.
,
.
-
,
.
,
.
-
,
.
663
)
,
(
.
,
.
-
)
,
,
(
.
664
-
,
)
,
(
-
,
-
-
)
,
665
(
-
.
.
,
,
;
,
-
)
(
-
.
666
,
.
.
-
)
.
-
-
667
'
.
668
(
-
.
,
.
-
-
)
669
-
,
670
,
,
(
.
,
,
,
,
,
.
)
671
'
-
-
672
(
)
;
,
(
,
.
673
)
(
-
-
,
,
.
-
)
,
674
'
'
,
675
,
676
-
-
'
,
.
,
-
-
.
.
677
-
-
,
(
.
-
)
678
(
-
-
,
;
-
-
,
.
,
)
679
:
(
-
-
,
.
.
.
680
-
)
;
681
'
(
-
-
,
682
'
)
-
-
(
.
,
.
-
)
.
683
684
[
]
,
-
-
,
.
;
'
,
'
-
685
-
,
.
,
.
,
,
686
'
,
'
687
(
-
-
.
.
.
,
.
.
.
)
.
688
689
[
]
.
690
(
'
)
'
-
-
,
691
,
692
'
;
.
693
,
,
.
694
(
-
.
-
.
,
.
.
.
-
)
.
695
696
[
]
,
697
,
'
.
-
.
-
,
698
-
,
.
-
.
699
700
[
]
,
,
(
.
,
.
701
)
,
-
-
'
:
702
703
-
(
.
)
.
704
705
[
]
'
,
706
'
'
;
707
'
'
(
-
708
-
,
.
.
)
.
,
,
,
709
'
'
.
(
,
710
-
-
,
.
)
.
711
712
[
]
,
-
713
-
(
,
,
)
.
714
,
715
(
,
.
)
716
'
.
717
718
[
]
'
'
(
-
719
-
,
.
)
,
(
.
.
)
.
720
(
)
721
;
722
723
(
,
-
-
.
.
.
)
.
724
725
[
]
-
.
-
-
-
,
,
.
,
,
,
.
726
'
'
727
(
-
-
,
,
)
728
'
,
729
,
(
-
'
-
,
.
-
)
,
730
(
.
.
.
-
)
,
'
731
.
732
733
[
]
(
)
734
-
-
-
-
'
-
-
.
735
736
[
]
-
.
-
'
(
.
-
)
,
(
.
737
-
)
.
738
;
'
739
'
;
.
740
,
,
741
742
(
'
-
.
.
-
.
)
;
743
.
744
745
[
]
-
-
746
.
(
.
.
)
.
,
747
,
,
748
;
749
(
,
-
-
,
.
.
.
)
.
750
751
[
]
'
(
-
.
,
.
,
.
-
;
,
-
752
-
.
)
'
.
753
'
,
754
.
755
756
[
]
(
-
-
,
.
,
.
)
:
757
'
'
(
-
-
,
.
758
.
.
-
)
.
759
(
,
.
)
,
(
.
)
.
760
761
[
]
,
-
-
,
.
;
-
.
-
,
.
.
,
762
,
763
'
(
-
.
.
-
,
)
;
764
(
-
.
.
-
,
.
)
.
765
766
[
]
’
,
,
767
(
'
)
,
.
768
(
.
)
,
'
769
;
,
,
770
,
,
,
771
,
,
,
,
772
,
(
-
-
,
.
)
;
773
'
(
-
-
,
.
)
,
774
.
(
-
.
.
-
775
,
)
776
'
(
,
'
,
,
)
777
.
778
'
.
779
780
[
]
'
781
(
'
,
-
.
.
-
.
-
;
,
-
-
,
.
782
-
;
,
.
-
)
.
'
783
'
,
:
784
(
-
-
,
.
,
.
)
785
'
.
786
(
,
.
,
.
)
.
787
788
[
]
,
.
,
.
.
'
(
-
.
.
-
,
.
.
)
789
.
790
791
[
]
-
792
-
(
,
-
.
.
-
,
,
)
.
-
-
793
,
-
-
,
.
;
,
-
.
-
,
.
;
'
,
-
.
794
.
-
,
.
;
,
-
-
,
.
;
,
-
795
-
,
.
,
.
-
,
.
.
796
797
[
]
-
,
,
.
,
:
-
:
798
,
,
799
.
-
'
800
,
801
,
,
802
;
;
803
-
-
804
'
'
805
,
;
.
-
806
(
.
.
)
807
808
[
]
(
-
.
-
,
.
,
.
-
)
809
'
-
-
810
.
,
811
(
-
.
-
812
,
)
,
'
,
813
.
814
815
[
]
(
.
.
)
816
'
(
,
-
.
817
-
,
.
,
.
;
'
,
.
)
.
818
819
[
]
(
.
.
)
,
(
)
.
820
-
.
-
(
-
.
'
-
,
.
-
.
)
821
,
822
(
,
-
'
-
,
.
)
,
823
'
.
(
,
.
,
.
)
824
825
[
]
826
,
'
,
827
,
.
(
828
,
.
)
.
'
,
829
'
(
.
,
,
.
,
'
830
-
-
,
,
)
.
831
832
(
,
-
.
-
,
.
,
.
)
;
833
(
-
-
,
.
,
834
,
.
)
(
,
-
-
)
835
(
'
,
-
'
-
,
.
)
.
836
,
837
(
-
.
-
.
,
)
838
'
.
839
840
[
]
(
-
.
'
-
,
.
,
,
-
)
841
'
842
'
.
843
844
[
]
(
.
,
.
,
.
-
,
.
)
845
'
,
846
'
.
847
848
[
]
,
.
,
.
-
;
,
-
.
-
.
,
,
.
849
,
850
'
'
.
-
851
-
(
-
-
.
,
)
,
'
-
-
(
-
-
.
,
)
852
'
,
'
.
853
854
[
]
-
:
855
856
'
,
'
857
,
'
,
'
.
-
(
.
.
)
858
859
[
]
-
.
-
'
,
-
-
,
.
860
-
;
,
.
-
;
.
-
,
861
,
'
862
.
863
864
[
]
,
,
865
,
,
-
,
,
866
,
-
,
867
(
-
.
.
-
,
.
)
,
(
-
.
.
-
.
.
.
868
-
;
.
,
.
)
,
,
,
(
.
869
,
.
)
'
.
870
871
[
]
,
872
,
873
-
-
,
'
;
874
-
-
-
-
(
.
,
-
875
-
)
,
,
876
,
877
'
(
,
-
.
.
-
,
.
,
.
.
.
,
;
,
878
-
-
,
.
-
;
,
-
.
.
-
.
,
.
)
.
879
'
880
(
-
-
,
.
,
.
,
-
-
,
.
)
,
881
'
,
882
'
.
883
;
884
,
'
885
,
.
886
887
[
]
-
.
.
.
.
.
-
(
-
888
-
,
.
,
-
-
,
.
)
.
889
(
,
-
.
-
,
.
-
)
.
890
891
[
]
,
-
-
,
892
(
-
-
,
.
,
,
-
-
,
.
)
,
893
(
.
,
.
,
.
,
.
)
,
(
.
,
.
894
)
;
,
895
896
,
,
.
897
898
[
]
-
,
,
,
-
899
(
,
-
-
,
-
-
,
.
,
.
)
'
900
;
901
902
.
903
904
[
]
'
,
'
,
905
'
,
906
.
907
908
[
]
-
.
-
,
909
910
(
,
.
,
.
,
.
)
.
911
'
-
-
(
,
912
-
.
.
-
,
.
-
,
.
)
913
914
[
]
,
,
(
'
,
-
.
915
.
-
,
.
)
.
-
-
-
-
,
916
,
.
917
,
918
'
,
(
,
-
-
,
.
)
.
919
920
[
]
(
-
-
,
.
-
)
921
'
.
922
(
.
,
.
;
.
,
.
)
,
,
'
923
'
.
924
925
[
]
(
-
.
.
-
.
,
.
)
926
;
-
-
,
927
'
,
,
'
,
,
928
929
(
,
-
.
.
-
,
.
-
,
-
-
930
,
.
,
.
;
,
-
.
-
-
,
.
,
.
,
931
)
.
932
933
[
]
,
,
(
-
934
-
,
.
)
'
.
935
(
-
-
,
.
-
)
,
(
-
.
-
-
,
.
,
936
.
,
,
;
.
,
.
,
.
)
(
-
.
'
-
,
937
.
-
)
'
938
;
,
939
940
.
941
942
[
]
(
943
)
'
944
(
'
,
-
.
.
-
.
,
;
,
-
-
,
.
945
,
.
-
)
;
'
,
(
-
946
-
,
.
)
,
947
.
(
948
,
,
)
'
949
.
950
951
[
]
(
-
-
,
.
-
)
(
-
.
.
.
-
,
.
952
,
.
-
,
.
,
;
.
,
.
,
.
)
'
953
.
954
;
'
955
'
956
.
957
958
[
]
,
-
.
-
,
.
,
.
959
960
[
]
'
,
-
.
.
-
,
.
;
,
-
-
,
.
961
,
.
.
,
(
,
-
.
-
.
,
,
)
962
'
,
963
'
:
-
,
964
-
.
965
966
[
]
'
967
,
(
-
.
-
,
.
,
,
,
)
.
968
969
(
-
.
-
,
.
-
)
;
'
(
-
.
.
-
,
.
,
.
970
-
)
.
971
972
[
]
973
974
(
.
,
.
,
.
,
.
)
;
975
976
'
.
977
(
-
-
,
.
,
-
-
,
.
.
)
,
978
,
979
.
'
?
980
'
,
981
?
(
,
-
.
.
-
.
,
,
.
;
,
982
-
.
.
-
,
.
.
.
)
.
983
984
[
]
,
-
-
,
.
,
.
985
'
,
986
'
.
,
,
'
,
987
'
.
(
,
-
.
-
,
988
.
,
.
)
.
989
990
[
]
,
,
991
,
.
992
,
(
-
-
,
.
-
)
993
.
994
(
-
-
,
.
-
)
,
995
-
-
(
-
,
,
-
,
996
.
)
,
(
-
.
.
-
.
-
)
.
997
998
[
]
,
,
999
(
.
.
)
;
(
,
-
-
,
.
,
.
-
)
1000