mantenere la riputazione di Profeta nella sua Setta, e fra i suoi amici, furono debole compenso agli effetti funesti di quelle abitudini perniciose. L'ambizione fu la passion dominante degli ultimi suoi anni, e potrebbe un politico sospettare che dopo le vittorie ridesse l'impostore nel suo secreto del fanatismo della sua gioventù, e della credulità de' suoi proseliti[175]. In vece un filosofo osserverà che il buon esito, e l'altrui sciocchezza rafforzar dovevano in lui l'idea d'una mission divina, che i suoi interessi erano inseparabilmente collegati colla sua religione, e che potea liberarsi da' rimproveri della coscienza, persuadendo a sè stesso, che la Divinità dispensava lui solo dalle leggi positive e morali. Solo che se gli supponga un resto di rettitudine naturale, ponno considerarsi i suoi delitti quasi una testimonianza della sua buona fede. Le arti della menzogna e della soperchieria parranno men colpevoli quando s'impiegano al trionfo della verità, e avrebbe avuto orrore a valersi di siffatti istrumenti, se non fosse stato certo che rilevanti e giusti erano i disegni pe' quali ne usava. Si può per altro anche in un conquistatore e in un sacerdote trovare una parola, un'azione di vera umanità; e quel decreto, che nella vendita de' prigionieri vietò il separare le madri da' figli, può sospendere e raddolcire la censura dello storico[176]. Maometto avea il buon senso di non curare la pompa e la dignità regia[177]: l'appostolo di Dio s'abbassava alle occupazioni più oscure della vita domestica: accendeva il foco, scopava la stanza, mugnea le pecore, rattoppava le scarpe, e le vestimenta. Se aveva a schifo le mortificazioni e le virtù di un romito, osservava senza sforzo, come senza vanità, la dieta frugale d'un Arabo e d'un soldato. Nelle grandi occasioni ammetteva i compagni al suo desco che allor s'imbandiva con un'abbondanza rustica ed ospitale; ma abitualmente lasciava passar più settimane senza accendere fuoco in cucina. Confermava coll'esempio la proibizione del vino: calmava la fame con un tozzo di pane d'orzo; gli piaceva assai il latte e il mele, ma per costume si nudriva di datteri e d'acqua. Profumi e donne erano le due sensualità che il suo temperamento esigeva; non erano proibite dalla sua religione, ed egli asseriva che anzi da questi piaceri innocenti pigliava forza il fervore della sua devozione. Pel caldo del clima il sangue degli Arabi è acceso, e gli scrittori antichi notarono la inclinazione di quelli al libertinaggio[178]. Dalle leggi religiose e civili del Corano ne venne regolata l'incontinenza; furono biasimate le alleanze incestuose, ed una illimitata poligamia fu ristretta a quattro mogli, o concubine; furono statuiti con eque norme i dritti di letto e di stradotale delle mogli; fu disanimata la libertà del divorzio; divenne per esse l'adulterio un delitto capitale, e fu punita con cento vergate la fornicazione d'entrambi i sessi[179]. Furon questi i precetti dati dal legislatore nella calma della ragione; ma nella vita privata, si abbandonò Maometto senza ritegno alle inclinazioni dell'uomo, e fece abuso de' dritti di Profeta. Una rivelazione speciale lo dispensò dalle leggi, ch'egli aveva al suo popolo imposte; tutte, senza riserva, le donne furono in preda a' suoi desiderii: questa singolare prerogativa fu per altro soggetto d'invidia più che di scandolo, e di venerazione anzi che no pe' Musulmani devoti. Richiamando alla memoria le settecento mogli e le trecento concubine del sapiente Salomone, loderemo la moderazione del Profeta arabo, che sposò soltanto quindici o diciassette donne; undici delle quali aveano ciascuna il proprio appartamento separato intorno alla casa dell'appostolo, e alternativamente otteneano il favore della sua compagnia coniugale. È cosa singolare che tutte fossero vedove, trattane Ayesha, la figlia di Abubeker. La quale era vergine quando la sposò; e tale è la forza del clima per anticipare il tempo della pubertà, ch'ella non avea che nove anni quando egli consumò il matrimonio. La giovinezza, l'avvenenza, la franchezza d'Ayesha le diedero ben presto la preminenza su le compagne; ebbe l'amore e la confidenza del Profeta, e dopo la morte del marito, la figlia d'Abubeker fu per lungo tempo riverita come la madre de' fedeli. Equivoca per altro ed imprudente fu la sua condotta morale; in un viaggio di notte rimase per avventura indietro, e la mattina tornò al campo in compagnia d'un uomo. Maometto inclinava alla gelosia, ma da una rivelazione ebbe avviso che innocente era sua moglie; castigò gli accusatori, e pubblicò quella legge, così utile alla pace delle famiglie, che non sarebbe condannata alcuna donna se da quattro uomini non fosse stata veduta nell'atto d'adulterio[180]. L'amante Profeta dimenticò gl'interessi della propria fama nelle sue tresche con Zeineb, sposa di Zeid, e con Maria, schiava egiziana. Stando un giorno in casa di Zeid, scorse seminuda la bella Zeineb, e si lasciò fuggire un grido di cupidigia, e di devozione. Il servile o riconoscente liberto capì quel che bramava l'appostolo, e si prestò senza esitazione a compiacere gli amori del suo benefattore: ma avendo i legami figliali esistenti fra loro suscitato una specie di scandolo; discese dal cielo l'angelo Gabriele a ratificare quanto era accaduto, annullò l'atto di adozione, e blandamente rimbrottò il Profeta che diffidasse della indulgenza di Dio. Hafna, figlia di Omar, una delle mogli di Maometto, lo sorprese sul letto proprio in braccio alla schiava egiziana; promise ella di perdonargli e di mantenere il secreto, ed egli giurò che rinuncierebbe a Maria. Ma entrambi posero in dimenticanza i patti, e l'angelo Gabriele venne un'altra volta dal cielo con un capitolo del Corano che assolvea Maometto dal giuramento, e l'esortava a godersi liberamente le sue prigioniere e le concubine; senza badare a' clamori delle sue mogli. In un ritiro di trenta giorni con Maria, adempiè il meglio che seppe fare agli ordini dell'inviato di Dio. Quando ebbe sbramato l'amore e la vendetta chiamò alla sua presenza le undici mogli, le rimproverò d'inobbedienza e d'indiscrezione, e le minacciò di divorzio in questo Mondo e nell'altro; minaccia terribile, poichè quelle che aveano diviso il letto col Profeta erano per sempre escluse dalla speranza d'un secondo matrimonio. Quel che si narra delle facoltà naturali, o soprannaturali, che avea in sorte il Profeta[181], potrebbe scusare per avventura la sua incontinenza; è fama ch'egli vantasse il vigore di trenta figli d'Adamo, e che avrebbe potuto eguagliare la decimaterza fatica[182] dell'Ercole greco. Potrebbe anche la sua fedeltà per Cadijah fornire un argomento difensivo più serio e decente: in ventiquattro anni di matrimonio, non fece mai uso, quantunque giovane, del suo diritto di poligamia, nè mai all'orgoglio o alla tenerezza della illustre matrona toccò di soffrire l'associazione d'una rivale. Morta che fu, la noverò tra le quattro donne perfette, tre delle quali erano la sorella di Mosè, la madre di Gesù, e Fatima, la prediletta tra le sue figlie. «Non era già vecchia? gli disse un dì Ayesha, coll'insolenza d'una bella e fresca giovane, e Dio non le ha sostituita un'altra migliore? -- No, per Dio, rispose Maometto con un'effusione di virtuosa gratitudine, veruna donna può essere preposta a Cadijah: ella mi ha creduto quando mi sprezzavano gli uomini; ella ha provveduto alla mia necessità mentre io era povero e perseguitato dagli uomini[183]». Moltiplicando in tal guisa le mogli, avea forse in animo il fondatore d'una nuova religione, e di un nuovo impero, di moltiplicare le sorti di una numerosa posterità, e d'una successione diretta. Ma le speranze di Maometto andarono deluse. Ayesha, sposata vergine, e le altre sue dieci mogli tutte vedove, in età matura e di provata fecondità, tra le possenti braccia di lui si rimasero sterili. Quattro figli avuti di Cadijah erano morti in infanzia. Maria, la sua concubina Egiziana, gli divenne più cara per aver partorito Ibrahim, ma non passarono quindici mesi che dovè il Profeta piangerne la perdita: sostenne egli con fermezza i motteggi de' suoi nemici, e represse l'adulazione o la credulità de' Musulmani, assicurandoli che un'ecclissi solare, avvenuta in quel tempo, non era stata conseguenza della morte d'Ibrahim. Avea pure avuto da Cadijah quattro figlie, le quali sposarono i più fedeli de' suoi discepoli; morirono tre prima del padre loro; ma Fatima, l'ultima che godea tutta la sua confidenza e affezione, divenne consorte d'Alì suo cugino, e ceppo d'una stirpe illustre. Al merito e alle disgrazie d'Alì e de' suoi discendenti, è d'uopo ch'io doni qui anticipatamente la esposizione della serie de' Califfi saraceni, titolo che distingue i Commendatori de' credenti in qualità di vicari e di successori dell'appostolo di Dio[184]. La nascita d'Alì, il suo matrimonio e la sua riputazione, che lo innalzarono sopra tutti i suoi concittadini, poteano giustificarne le pretensioni al trono dell'Arabia. Figlio d'Abu-Taleb, era già per questo solo titolo il Capo della famiglia di Hashem, e principe ereditario, o custode della città e del tempio della Mecca. S'era dileguata la luce profetica, ma il marito di Fatima potea sperare l'eredità e la benedizione del padre della moglie; alcune volte avevano gli Arabi obbedito ad una donna, e il Profeta strignendo teneramente fra le braccia i suoi due nipoti, li avea dalla sua cattedra qualche volta mostrati al popolo come l'unica speranza della sua vecchiaia, e come Capi della gioventù del paradiso. Poteva il primario de' veri credenti aver fiducia di camminare davanti a loro in questo e nell'altro Mondo, e se taluni pur comparivano più gravi ed austeri, almeno tra i nuovi convertiti, non potea veruno vincere Alì nello zelo e nella virtù. Accoppiava in sè i pregi di poeta, di soldato e di santo: vive ancora la sua sapienza in una Raccolta di sentenze morali e religiose[185], e quando era tempo di disputare o di combattere, dalla sua eloquenza o dal suo valore erano soggiogati gli avversari. Dal primo giorno della sua missione sino all'estrema cerimonia de' suoi funerali, non fu mai abbandonato l'appostolo da quell'amico generoso, ch'egli amava denominare suo fratello, suo vicegerente, e il fido Aronne d'un altro Mosè. Fu poi rimproverato il figlio d'Abu-Taleb di avere trascurato i propri interessi, omettendo di farsi dichiarare in guisa solenne successore al trono, il che avrebbe tolta di mezzo ogni concorrenza, e data ai suoi diritti la sanzione d'un decreto celeste; ma scevro da diffidenza l'eroe s'affidava in sè stesso. La gelosia per altro del potere, e forse la tema di qualche contrarietà valsero a tenere in sospeso le risoluzioni di Maometto, e nell'ultima infermità vide assediato il suo letto dalla scaltrita Ayesha figlia di Abubeker e nemico d'Alì. [A. D. 632] Colla morte e pel silenzio di Maometto, la nazione ricuperò i suoi dritti, e convocò un'assemblea per deliberare su la scelta d'un successore. I titoli di nascita, e l'ardito e altero contegno d'Alì offendevano lo spirito aristocratico degli anziani che volevano poter sovente disporre dello scettro con libere e frequenti elezioni. Mal sofferivano i Koreishiti l'orgogliosa preminenza della linea di Hashem; si riaccese l'antica discordia delle tribù; i -fuggiaschi- della Mecca e gli -ausiliari- di Medina posero in campo i lor dritti speciali, e fu fatta l'imprudente proposta di eleggere due Califfi independenti, cosa che avrebbe soffocato pur nella cuna la religione e l'impero de' Saraceni. Ogni trambusto cessò per la magnanima risoluzione di Omar, il quale rinunciando alle sue pretensioni, alzò subitamente la mano, e si dichiarò il primo suddito del placido e venerando Abubeker. L'occasione, che era urgente, e l'assenso popolare poterono rendere scusabile questa illegale e precipitata determinazione; ma Omar esso stesso annunciò dalla cattedra, che se da indi in poi osasse un Musulmano precedere il suffragio de' suoi fratelli, sarebbero degni di morte e l'elettore e l'eletto[186]. Abubeker fu senza pompa installato; Medina, la Mecca, le province d'Arabia gli obbedirono. Soli gli Hashemiti negarongli il giuramento di fedeltà, e il pertinace lor Capo si tenne racchiuso per più di sei mesi in casa senza volerlo riconoscere, e senza por mente alle minacce d'Omar, il quale tentò di dar fuoco alla casa della figlia dell'appostolo. Colla morte di Fatima, e coll'indebolimento della fazione d'Alì si calmò in lui lo sdegno, e riconobbe egli finalmente il generale de' fedeli; approvò la scusa da quello addotta della necessità di prevenire i nemici comuni, e saviamente ricusò la proposta, che Abubeker gli faceva, d'abdicare il governo degli Arabi. Dopo un regno di due anni, il vecchio Califfo intese la voce dell'angelo della morte. Nel suo testamento, coll'assenso tacito de' suoi compagni, commise lo scettro alla ferma ed intrepida virtù di Omar. «Non ho mestieri di questa dignità,» disse il modesto Musulmano. «Ma la dignità ha bisogno di te,» gli rispose Abubeker, il quale si morì pregando fervorosamente il Dio di Maometto, perchè volesse ratificare quella scelta, ed inspirare a' Musulmani sommessione e concordia. Fu esaudita la sua orazione, poichè Alì si diede tutto alla solitudine e alla preghiera, e protestò di voler rispettare il merito e la dignità del suo rivale, che lo consolò della perdita dell'impero co' più cortesi uffici di amicizia e di stima. Omar fu assassinato nell'anno duodecimo del suo regno. Temendo di gravare la propria coscienza co' peccati del successore, non volle nominare al trono nè suo figlio, nè Alì; ma lasciò a sei de' suoi rispettabili socii la difficil cura di scegliere il comandante de' credenti. Fu pure Alì biasmato dagli amici[187] d'aver permesso che venissero assoggettati i suoi dritti al giudizio degli uomini, e d'averne riconosciuta la giurisdizione accettando un posto fra i sei elettori. Avrebbe potuto ottenerne il suffragio se avesse degnato promettere di conformarsi, in guisa rigorosa e servile, non solo al Corano e alla tradizione, ma alle decisioni de' due anziani[188]. Othmano, già secretario di Maometto, accettò a quelle condizioni il governo, e soltanto dopo il terzo Califfo, cioè passati ventiquattro anni dopo la morte del Profeta, Alì, per voto del popolo, fu investito della dignità di re e di gran sacerdote. I costumi degli Arabi non aveano perduta poco nè punto la primitiva semplicità, e il figlio d'Abu-Taleb non si curò della pompa e delle vanità del Mondo. Nell'ora della orazione si trasferì alla moschea di Medina, vestito d'una leggera stoffa di bambagia, coperto il capo di un turbante grossolano, colle pantofole in una mano, e coll'altra posata sopra il suo arco che gli serviva di bastone. Da' compagni del Profeta e da' Capi delle tribù venne salutato il nuovo sovrano, e gli fu presentata la destra in segno di fedeltà. Avviene per lo più, che i mali prodotti dalle contese dell'ambizione si restringano a' tempi e a' luoghi ove insorsero le contese medesime; ma la discordia religiosa degli amici e nemici d'Alì, riaccesa in tutti i secoli dell'Egira, nutre pur oggi l'odio perenne de' Turchi e de' Persiani[189]. Questi ultimi avviliti col nome di -shiiti-, o settari, hanno aggiunto al simbolo Musulmano l'articolo seguente di fede: che se Maometto è l'appostolo di Dio, il suo compagno Alì n'è il Vicario. Nel commercio abituale della vita, e nel culto pubblico, scagliano imprecazioni contro i tre usurpatori la cui esaltazion successiva lo ha per sì lungo tempo, ad onta de' suoi dritti, rimosso dalla dignità d'Imano e di Califfo; e nell'idioma loro il nome d'Omar esprime il colmo della scelleraggine e dell'empietà[190]. I -Sonniti-, la dottrina dei quali è accettata generalmente e si fonda sulla tradizione ortodossa de' Musulmani, seguono una opinione più imparziale, o per lo meno più decente. Rispettano la memoria d'Abubeker, d'Omar, d'Othmano e d'Alì, tutti santi e successori legittimi del Profeta; ma credendo che il grado di santità abbia determinato l'ordine di successione[191], danno l'ultimo luogo allo sposo di Fatima. Quello storico, che con una mano ritrosa a' monumenti della superstizione bilancerà il merito de' quattro Califfi, pronuncierà sentenza che i lor costumi furono egualmente puri ed esemplari, che ardente ne fu lo zelo, e giusta tutte le apparenze sincero, e che in mezzo all'opulenza e potenza loro consacrarono la vita alla pratica dei doveri della morale e della religione; ma le virtù pubbliche d'Abubeker e d'Omar, ma la sapienza del primo, e la severità del secondo mantennero in pace e nella prosperità lo Stato. Per debolezza di naturale e per la vecchiaia Othmano fu inetto a dilatare l'Impero colle conquiste, o a reggere il peso del governo. Egli delegava ad altrui l'autorità, ed era ingannato; ammetteva altri alla sua confidenza, ed era tradito. I più saggi tra i fedeli gli furono inutili, o si cangiarono in nemici, e le sue prodigalità gli suscitarono ingrati e malcontenti. Per le province si sparse il mal seme della discordia: s'adunarono i deputati di quelle a Medina, e co' Charegiti, disperati fanatici, i quali recalcitravano alla subordinazione e alla ragione, si confusero gli Arabi, che, nati liberi, chiedeano riforma degli abusi di cui dolevansi, e punizione degli oppressori. Cufa, Bassora, l'Egitto e le tribù del deserto armarono i lor guerrieri, vennero ad accamparsi ad una lega circa da Medina, e imperiosamente al sovrano intimarono di fare ad essi giustizia, o di scendere dal trono. Di già il suo pentimento disarmava e disperdeva i rivoltosi; ma l'artificio de' suoi nemici li accese di nuovo furore, e per una falsità, a cui si lasciò indurre un perfido secretario, perdette Othmano la riputazione, e più presta ne fu la caduta. Non aveva più il Califfo la stima e la fiducia de' Musulmani, unico presidio de' suoi antecessori: un assedio di sei settimane lo ridusse a mancar d'acqua e di viveri, nè le deboli porte del suo palagio ebbero altra difesa che gli scrupoli di pochi ribelli più timorati che gli altri. Abbandonato da coloro che aveano abusato della sua bontà, al venerando Califfo, rimasto senza difensori, non restò che attendere la morte: si presentò condottiero degli assassini il fratello d'Ayesha: fu trovato Othmano che teneva il Corano sul petto, e fu da mille colpi trafitto. Dopo cinque giorni d'anarchia, cessò il tumulto colla inaugurazione d'Alì; il rifiutar la corona sarebbe stato cagione d'una strage generale. In questa critica situazione, mantenne egli la fierezza che s'addiceva al Capo degli Hashemiti, e dichiarò che preferito avrebbe il servire al regnare; gridò contro la presunzione de' soldati esteri, e volle l'assenso se non volontario, almeno espresso de' Capi della nazione. Non fu mai accusato d'essere stato complice dell'assassinio di Omar, quantunque si celebri in Persia senza riguardo la festa dell'uccisore di quel Califfo. S'era dapprima interposto Alì ad accomodare la lite fra Othmano e i suoi sudditi, ed Hassan, il primogenito de' suoi figli, mentre difendeva il Califfo, fu insultato e ferito. Rimane dubbio peraltro se Alì sia rimasto ben saldo e fosse sincero nell'opporsi a' ribelli, ed è poi certo che si giovò del loro delitto. Un'esca simile potea ben sedurre e corrompere la più specchiata virtù. Non solo su la sterile Arabia si stendeva lo scettro de' successori di Maometto, ma i Saraceni erano stati vincitori in oriente e in occidente, e le doviziose contrade della Persia, della Siria, dell'Egitto erano il patrimonio del comandante de' fedeli. [A. D. 655-660] Una vita passata in orazione e in contemplazione non avea raffreddato l'ardor guerriero ed operoso di Alì: giunto all'età matura, con una lunga esperienza del Mondo, lasciava vedere nel suo contegno una temerità e imprudenza giovanile. Ne' primi giorni della sua amministrazione non pensò ad assicurarsi con benefici, o con catene, della mal certa fedeltà di Telha e di Zobeir, due Capi arabi i più poderosi. Si ricoverarono essi alla Mecca, indi a Bassora, inalberarono il vessillo della ribellione, e s'insignorirono della provincia d'Irak e dell'Assiria, che invano domandate aveano per guiderdone de' servigi prestati: la maschera del patriottismo giova a coprire le più manifeste contraddizioni; e i nemici d'Othmano, che forse ne furono gli assassini, chiesero allora che fosse vendicata la sua morte. Furono nella fuga accompagnati da Ayesha, la vedova di Maometto, che sino all'ultimo istante di vita serbò implacabil odio al marito e alla posterità di Fatima. I più ragionevoli tra i Musulmani si scandolezzarono al vedere, che la madre de' fedeli cimentasse e persona e dignità in un campo, ma la moltitudine superstiziosa credè che dalla sua presenza fosse consacrata la giustizia, e accertato il trionfo dalla causa da lei abbracciata. Il Califfo seguìto da ventimila de' suoi fidi Arabi, e da novemila prodi ausiliari di Cufa, diede battaglia sotto le mura di Bassora a' ribelli superiori di numero, e riportò la vittoria. Telha e Zobeir, Capi dell'esercito nemico, caddero in quel conflitto, il primo ove l'armi de' Musulmani si tinsero del sangue de' concittadini. Ayesha, dopo aver corse le file per incoraggiare i soldati, s'era posta in mezzo al pericolo. Settanta uomini, che teneano le redini del suo cammello, furono uccisi o feriti, e la seggiola o lettiga in cui era chiusa si trovò, finita l'azione, tutta traforata e carica di chiaverine e di dardi. Sostenne la augusta prigioniera con volto intrepido i rimbrotti del vincitore, il quale, con quei riguardi e quell'affezione che doveva sempre alla vedova dell'appostolo, la rimandò subito al luogo ove solamente poteva essere confinata in modo decoroso, cioè alla tomba di Maometto. Dopo questa vittoria, che si denominò la giornata del -cammello-, Alì si volse contro un avversario più formidabile, contro Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian, che aveva preso il titolo di Califfo, ed era francheggiato dalle forze della Siria, e dalla riputazione della casa d'Ommiyah. Dopo il passaggio del Thapsaco, la pianura di Siffin[192] s'allunga su la riva occidentale dell'Eufrate. In questo terreno vasto e piano fecero i due competitori per centodieci giorni una guerra d'avvisaglie. La perdita d'Alì in novanta scaramucce, succedute in que' giorni, fu valutata di venticinquemila uomini, e quella di Moawiyah di quarantacinquemila; si trovarono fra i morti venticinque veterani di quelli che aveano combattuto a Beder, sotto lo stendardo di Maometto. In sì sanguinosa tenzone, il Califfo legittimo si dimostrò superiore al rivale per valore e per umanità. Ordinò alle sue milizie, sotto pene severe, d'aspettare il primo assalto del nemico, di perdonare a' fuggiaschi, di rispettare i cadaveri degli uccisi, e l'onore delle prigioniere. Propose da generoso di risparmiare il sangue de' Musulmani con un duello; ma intimorito il rivale, ricusò una disfida che gli pareva una sentenza di morte. Montato Alì sopra un cavallo baio investì, precedendo i suoi soldati, e ruppe le file dei Siri, sbigottiti dalla forza invincibile della sua grave spada a due tagli. Ogni volta che atterrava un ribelle, gridava, Allah Acbar; «Dio è vincitore;» e nel forte d'una battaglia notturna, s'intese quattrocento volte ripetere questa terribile esclamazione. Già il principe di Damasco meditava la fuga; ma per l'inobbedienza e il fanatismo delle sue soldatesche perdette Alì la vittoria che sembrava per lui sicura. Moawiyah ne agitò la coscienza col dichiarare solennemente, che si appellava al Corano cui mostrava esposto su le picche della prima fila di soldati, e dovette Alì soscrivere una tregua obbrobriosa, e un compromesso insidioso. Si ritrasse egli a Cufa, pieno di dolore e di rabbia; scorata era la sua fazione; lo scaltro rivale soggiogò, o sedusse, la Persia, l'Yemen, l'Egitto; e il pugnale del fanatismo, rivolto contro i tre Capi della nazione, non colse che il compagno di Maometto. Tre Charegiti, o entusiasti, discorrendo un giorno nel tempio della Mecca intorno ai disordini della Chiesa e dello Stato, decisero che colla morte d'Alì, di Moawiyah e d'Amrou, amico di quest'ultimo e vice-re dell'Egitto, sarebbe rimessa la pace e l'unità della religione. Ognuno degli assassini elesse la sua vittima, avvelenò il ferro, si consacrò alla morte, e secretamente si trasferirono al luogo destinato per commettere il delitto. Erano tutti tre del pari fermi e risoluti; ma il primo, per isbaglio, trafisse in vece di Amrou il deputato che sedeva al suo posto: dal secondo fu pericolosamente ferito il principe di Damasco, e il terzo nella moschea di Cufa colpì mortalmente il Califfo legittimo, che, nel sessantesimoterzo anno dell'età sua morì, raccomandando generosamente ai figli di terminare con un sol colpo il supplizio dell'assassino. S'ebbe cura di celare il suo sepolcro[193] a' tiranni della casa d'Ommiyah[194]; ma nel quarto secolo dell'Egira fu innalzato, presso le ruine di Cufa, un monumento, un tempio, e una città[195]. Migliaia di Shiiti riposano in quella terra sacra a' piedi del Vicario di Dio, e il deserto è avvivato dal concorso de' Persiani, de' quali ogn'anno è grande la frequenza colà, nell'opinione che sia meritorio quel pellegrinaggio al pari di quel della Mecca. [A. D. 661-668] I persecutori di Maometto usurparono l'eredità de' suoi figli, e i difensori della idolatria si fecero Capi supremi della sua religione e del suo impero. Violenta ed ostinata fu l'opposizione d'Abu-Sophian, tarda e forzata la conversione; ma dall'ambizione e dall'interesse fu rassodato nella fede che aveva abbracciata; servì, combattè, e forse credette veramente, e da' nuovi meriti della famiglia d'Ommiyah fu cancellata la memoria de' torti della sua prisca ignoranza. Moawiyah, figlio d'Abu-Sophian e della crudele Henda, sin dalla prima gioventù era stato fregiato dell'incarico, o del titolo di segretario del Profeta. Essendogli stato conferito dal saggio Omar il governo della Siria, amministrò per più di quarant'anni quella rilevante provincia, sia come agente subordinato, o come Capo supremo, senza rinunciare alla fama di prode e di liberale, e soprattutto amò quella di umano e di moderato. Dalla gratitudine il popolo fu vincolato al suo benefattore, e i Musulmani vittoriosi s'arricchirono delle spoglie di Cipro e di Rodi: dal sacro dovere di perseguitare i sicari d'Othmano pigliò pretesto la sua ambizione per operare. Espose nella moschea di Damasco la camicia sanguinente del martire: l'Emir deplorò la disgrazia del suo alleato, e sessantamila Siri giurarono di rimanergli fedeli, e di vendicare Othmano. Amrou vincitore dell'Egitto, che valeva esso solo per un esercito, fu primo a salutare il novello monarca, e divolgò quel pericoloso segreto, potersi creare i Califfi arabi anche fuori della città del Profeta[196]. Lo scaltrito Moawiyah deluse la prodezza del rivale, e, morto Alì, negoziò l'abdicazione del figlio Hassan, che aveva un animo superiore, o forse inferiore, ad un impero mondano, e a cui non increbbe posporre il palagio di Cufa ad un'umile celletta presso la tomba dell'avo. Finalmente il cangiamento d'un impero elettivo in monarchia ereditaria satisfece gli ambiziosi desiderii del Califfo. Qualche mormorìo di libertà o di fanatismo indicò la ripugnanza degli Arabi, e da quattro cittadini di Medina fu negato il giuramento di fedeltà: ma seppe Moawiyah dirigere i suoi disegni con vigore e destrezza, e il suo figlio Yezid, quantunque d'indole debole e di costumi dissoluti, fu gridato comandante de' fedeli, e successore dell'appostolo di Dio. [A. D. 680] Si narra della beneficenza d'un figlio d'Alì il fatto seguente. Uno schiavo servendo la tavola lasciò cadere sopra il padrone una scodella piena di brodo bollente: allora si gettò a' suoi piedi, e per sottrarsi al gastigo ripetè quel passo del Corano, che dice: «il paradiso è per coloro che san dominare la propria collera. -- Io non sono in collera. -- E per quelli che perdonano le offese. -- Io perdono l'offesa che m'hai fatto. -- E per quelli che rendono bene per male. -- Io ti dono la libertà e quattrocento pezze d'argento.» Hosein, fratel minore di Hassan, con tutta la pietà di questo avea pure ereditato in parte il coraggio del padre; militò decorosamente contro i cristiani nell'assedio di Costantinopoli. Aggiugneva la primogenitura della stirpe di Hashem al sacro carattere di nipote dell'appostolo: potea sostenere le sue pretensioni contro Yezid, tiranno di Damasco, di cui spregiava i vizi, e non degnava riconoscere i titoli. Fu trasmessa in secreto da Cufa a Medina una lista di cenquarantamila Musulmani, che si dichiaravano parteggiatori della sua causa, e prometteano di pigliar l'armi come tosto ei comparisse su le sponde dell'Eufrate. Senza badare a' consigli degli amici più saggi, deliberò d'affidare la propria persona e la famiglia in balìa d'un popolo perfido. Attraversò il deserto dell'Arabia con numeroso seguito di donne e di fanciulli sbigottiti; ma quando fu presso alle frontiere dell'Irak, la solitudine del paese, e le apparenze che vide d'inimicizia gl'inspirarono molta diffidenza, e gli diedero motivo di temere o la diffalta, o la ruina de' suoi partigiani. Fondati erano i timori; Obeidollah, governatore di Cufa, avea soffocate le prime scintille d'insurrezione, e Hosein fu accerchiato, nella pianura di Kerbela, da cinquemila cavalli, che precisero la sua comunicazione colla città e col fiume. Poteva ancora riparare in una Fortezza del deserto, che aveva affrontato le forze di Cesare e di Cosroe, e sperare nella fedeltà della tribù di Tai, che armato avrebbe diecimila guerrieri in sua difesa. In una conferenza che egli ebbe col Capo della soldatesca nemica, domandò che gli fosse permesso di ritornare a Medina, o d'essere collocato in una delle guarnigioni di frontiera che si tenevano contro i Turchi, o finalmente d'essere condotto sano e salvo davanti Yezid; ma gli ordini del Califfo, o del suo Luogo-tenente, erano rigorosi, e assoluti, onde fu risposto ad Hosein che dovea sottomettersi, come prigioniero e colpevole, al comandante de' fedeli, ovveramente aspettarsi la pena della ribellione. «Pensate forse di sgomentarmi, replicò egli, minacciandomi la morte»? Passò dunque la notte seguente nell'apparecchiarsi, con una rassegnazione tranquilla e solenne, alla sua sorte. Consolò sua sorella Fatima che piangea la rovina della sua famiglia. «Non dobbiamo porre fiducia in altro che in Dio, le disse: in cielo e in terra tutto dee perire e ritornare al suo Creatore: mio fratello, mio padre, mia madre erano meglio di me, e la morte del Profeta dee servire d'esempio a tutti». Sollecitò gli amici a porsi in salvo con pronta fuga, i quali con voce unanime ricusarono d'abbandonare l'amato padrone, o di sopravvivergli; ed egli ne rafforzò il coraggio con fervida orazione, e colla promessa del paradiso. Nella mattina di quel giorno funesto, Hosein salì a cavallo, prese in una mano la spada, il Corano nell'altra: i generosi martiri della sua causa erano solo in numero di trentadue cavalieri, e di quaranta fanti; ma fortificato avevano i fianchi e il tergo colle corde delle lor tende, e s'erano muniti con una fossa profonda piena di fascine accese all'usanza degli Arabi. Si avanzarono mal volentieri i nemici, e un de' loro Capi, che disertò con trenta soldati, venne a dividere con Hosein le angosce d'una morte inevitabile. Nelle mischie corpo a corpo, o ne' singolari conflitti, la disperazione rendette invincibili i Fatimiti; ma la moltitudine che gli accerchiava li coperse d'un nembo di dardi: cavalli ed uomini caddero successivamente uccisi: le due parti assentirono una tregua d'un istante per l'ora della preghiera, e in fine terminò la battaglia colla morte dell'ultimo compagno di Hosein. Solo egli allora, rifinito dalla fatica, e piagato, si assise all'ingresso della sua tenda. Mentre stava bevendo poche stille d'acqua per rinfrescarsi, fu colto da un dardo in bocca: e rimasero uccisi fra le sue braccia il figlio e il nipote, giovanetti di rara avvenenza. Sollevò al cielo le mani coperte di sangue, e orò pe' viventi e pe' morti. Escì sua sorella della tenda in un accesso di disperazione, scongiurando il generale de' Cufiani perchè non lasciasse svenare Hosein in sua presenza: e i più arditi fra i suoi guerrieri retrocessero da ogni lato all'arrivo dell'eroe moribondo, che offriva il collo al lor ferro. Lo spietato Shamer, nome abbominato da' fedeli, li rimbrottò di viltà, e il nepote di Maometto cadde trafitto da trentatre colpi di lancia e di sciabola. Ne calpestarono i Barbari il corpo, e portarono la testa al castello di Cufa, ove l'inumano Obeidollah gli percosse colla canna la bocca. «Ahi! esclamò un vecchio Musulmano, su quelle labbra ho veduto le labbra dell'appostolo di Dio». Dopo tanti secoli, e in un clima sì diverso, una scena sì tragica dee movere a pietà il più freddo lettore[197]. Quanto a' Persiani, ricorrendo la festa di questo martire, celebrata ogni anno quando visitar sogliono in pellegrinaggio la sua tomba, s'abbandonano a tutta la frenesia del dolore e dello sdegno[198]. Allora che le sorelle e i figli d'Alì carichi di catene furono tratti appiè del trono di Damasco, era stimolato il Califfo a estirpare una razza amata dal popolo, da lui offesa talmente da non isperare riconciliazione giammai; ma piacque a Yezid l'attenersi a più miti consigli, e quella sventurata famiglia fu rimandata in modo onorevole a Medina, perchè mescesse le sue lagrime a quello de' parenti. La gloria del martirio vinse il diritto di primogenitura; laonde i dodici IMANI[199], o pontefici, della religione persiana sono Alì, Hassan, Hosein e i discendenti di questo sino alla nona generazione. Senz'armi, senza tesori, senza sudditi, ottennero successivamente la venerazione del popolo, e suscitarono la gelosia dei Califfi. I devoti della lor Setta continuano a visitarne le tombe sia alla Mecca o a Medina, su le rive dell'Eufrate o nella provincia del Khorasan. Soventi volte il nome loro ha dato pretesto di sedizione o di guerra civile; ma quegli augusti santi ebbero in dispregio le vanità del Mondo, si sottomisero al volere di Dio e all'ingiustizia degli uomini, e consacrarono l'innocente vita allo studio e alla pratica della religione. Il duodecimo ed ultimo degl'Imani, distinto dal soprannome di -Mahadi-, o Guida, visse più solitario, e fu ancora più religioso de' predecessori. Celossi in una spelonca presso Bagdad, nè si sa l'epoca e il luogo della sua morte: dicesi da' devoti alla sua memoria che non morì, e che comparirà prima del giorno del Giudizio a distruggere la tirannide di Dejal o Anticristo[200]. Nello spazio di due o tre secoli era cresciuta la posterità di Abbas, zio di Maometto, sino a trentatremila persone[201]: può nella proporzione stessa essersi moltiplicata la razza d'Alì: superiore al primario e al più gran principe era l'ultimo individuo di quella famiglia, e i più insigni di loro avevansi per più perfetti degli angeli; ma la disgrazia della lor situazione, e la vastità dell'impero Musulmano aprivano una larga strada agli astuti o audaci impostori, che cercavano di acquistarsi un diritto con qualche preteso vincolo di parentela con quel santo legnaggio. Questo titolo vago ed equivoco ha consacrato lo scettro degli Almohadi in Ispagna, in Affrica, de' Fatimiti in Egitto ed in Siria[202], de' Soldani dell'Yemen e de' Soffì della Persia[203]. Era pericoloso consiglio sotto il lor regno il contestarne la nascita; Moez, uno de' Califfi fatimiti, a cui si faceva una dimanda imprudente, rispose cavando la scimitarra: «Questa è la mia genealogia:» e gettando una manciata di monete d'oro a' soldati: «questa è la mia famiglia e i miei figli.» I veri o supposti discendenti di Maometto e d'Alì, tanto principi che dottori, nobili, mercadanti, mendichi, sono onorati co' titoli di Sheiks, di Sheriffi o d'Emiri. Nell'impero Ottomano si distinguono dagli altri per un turbante verde: hanno pensione dall'erario imperiale, non sono giudicati che dal loro Capo, e per quanto esser possano umiliati dalla fortuna, o dall'indole loro, sostengono sempre con fasto il titolo de' lor natali. Una famiglia di trecento persone, posterità pura e ortodossa del Califfo Hassan, s'è mantenuta senza macchia, e senza sospetto, nelle sante città della Mecca e di Medina, e con tutte le rivoluzioni di dodici secoli ha sempre avuta la custodia del tempio, e la sovranità nella patria degli avi suoi. Basterebbe la gloria o il merito di Maometto a nobilitare una razza di plebei, e il sangue sì antico de' Coreishiti vince la maestà d'assai più recente degli altri re della Terra[204]. I talenti di Maometto son degni certamente dei nostri elogi, ma troppo si sono ammirati per avventura i trionfi che ottennero. È cosa da stupir tanto, se una folla di proseliti abbiano abbracciato la dottrina, e partecipato alle passioni d'un eloquente fanatico? Dal tempo degli appostoli sino a quello della riforma, tutti gli eresiarchi impiegarono le stesse arti di seduzione con pari successo. È dunque incredibile che un privato afferrasse la spada e lo scettro, soggiogasse i suoi concittadini, e colle sue armi vittoriose fondasse una monarchia? Nelle rivoluzioni delle dinastie dell'oriente, cento usurpatori da una bassa condizione si elevarono in alto, han vinto maggiori ostacoli, fatto più vasti conquisti, posseduto più ampli imperi. Sapea Maometto predicare del pari e combattere, e queste in apparenza opposte qualità, insieme accoppiate, ne accrescevano la gloria, e contribuivano al suo trionfo. Le varie armi della forza e della persuasione, del fanatismo e del timore, continuamente operando l'une coll'altre, ruppero infine tutte le barriere davanti alla invincibile loro potenza. La sua voce chiamava gli Arabi alla libertà e alla vittoria, alla guerra e alle rapine, al godimento, in questo Mondo e nell'altro, de' piaceri più gradevoli ad essi: le privazioni che impose erano necessarie a stabilire la riputazione del Profeta, e ad esercitare l'obbedienza del popolo; e la sua dottrina troppo ragionevole[205] della unità e delle perfezioni di Dio, era la sola cosa che opporsi potesse a' suoi progressi. Non conviene fare le maraviglie che abbia introdotta, ma bensì che abbia renduta stabile la sua religione. Volsero dodici secoli, e i popoli d'una parte dell'India e dell'Affrica, e tutti i sudditi Turchi dell'impero Ottomano hanno conservata la purezza della dottrina da lui predicata a Medina e alla Mecca. Se tornassero nel Vaticano i santi appostoli Pietro e Paolo[206] forse domanderebbero il nome della Divinità che si adora in quel tempio magnifico con tante cerimonie misteriose: meno sarebbero sorpresi dal culto d'Oxford o di Ginevra, ma sarebbero sempre astretti ad imparare il catechismo della Chiesa, e a studiare i lunghi commenti pubblicati sugli scritti loro e sulle parole del lor Maestro; ma la moschea di Santa Sofia rappresenta, peraltro con più magnificenza e maggiori proporzioni, l'umile tabernacolo innalzato a Medina per mano di Maometto. Tutti i Musulmani hanno resistito ad ogni tentativo d'avvilire gli oggetti della fede e divozion loro adattandoli a' sensi e all'immaginazione dell'uomo. «Credo in un solo Dio, e Maometto è il suo appostolo:» questa è la loro semplicissima e immutabile profession di fede. Non mai degradarono[207] con alcun simulacro l'immagine intellettiva della Divinità; non mai gli onori tributati al Profeta eccedettero quelli meritati dalle umane virtù; e i precetti sempre vivi nel cuore dei suoi discepoli, hanno tenuta la gratitudine fra i confini della ragione e della religione. È bensì vero, che i Settari d'Alì hanno consacrata la memoria del loro campione, di sua moglie e de' figli: e pretendono taluni de' dottori persiani che l'Essenza divina siasi incarnata nella persona degl'Imani: ma da tutti i Sonniti si condanna come empietà questa superstizione, che finì di premunire il popolo dal culto de' Santi e de' Martiri. Le quistioni metafisiche su gli attributi di Dio, e su la libertà dell'uomo, furono dibattute nelle scuole de' Musulmani come in quelle de' Cristiani; ma presso i primi non accesero giammai le passioni della moltitudine, nè mai turbarono la quiete dello Stato. Forse nella separazione, o nell'unione, degli uffici sacerdotali e de' regii conviene cercare la cagione di questa notabile differenza. Era interesse de' Califfi, successori del Profeta e comandanti de' fedeli, reprimere e disanimare ogni novità religiosa: l'Ordine del clero, e la sua ambizione temporale o spirituale, son cose affatto sconosciute pe' Musulmani, e i sapienti della legge sono le guide della lor coscienza e gli oracoli della fede. Dal mare Atlantico al Gange, il Corano è tenuto pel codice fondamentale, non solo di teologia, ma di giurisprudenza civile e criminale, e l'infallibile ed immutabile sanzione della volontà di Dio mantiene le leggi regolatrici delle azioni e della proprietà degli uomini. Questa servitù religiosa ha qualche svantaggio in pratica: bene spesso l'ignorante legislatore de' Musulmani fu traviato da' pregiudizi propri e da quelli del suo paese, e le istituzioni fatte pel deserto dell'Arabia, ponno mal convenire, in molti casi, alla ricchezza e alla popolazione d'Ispahan e di Costantinopoli. Allora il Cadì si pone rispettosamente il libro sacro sul capo, e lo interpreta nella maniera più conforme alle massime dell'equità, ed ai costumi o alla politica del tempo. Quando per fine si tratta d'esaminare quanto abbia fatto la dottrina di Maometto a danno, o a pro della sua patria, e i Cristiani e gli Ebrei più violenti, o più superstiziosi, concederanno sicuramente, che se quel Profeta attribuissi una falsa missione, nol fece che per introdurre una dottrina salutare; e solamente meno perfetta della loro. Piamente pose per cardine della sua religione la verità e la santità delle rivelazioni di Mosè e di Gesù Cristo, le virtù loro, i lor miracoli. Disparvero gl'idoli dell'Arabia in faccia al trono di Dio; fu espiato il sangue delle vittime umane coll'orazione, col digiuno, colla elemosina, lodevoli o per lo meno innocenti artificii della divozione, e Maometto dipinse i premii e le pene dell'altra vita sotto le immagini più adatte all'intelligenza d'un popolo ignorante e carnale. Era forse inetto a dettare un sistema sminuzzato di morale e di politica che acconcio fosse pe' suoi compatriotti; ma insinuava ne' fedeli uno spirito di carità e d'amore; raccomandava la pratica delle virtù sociali, e colle leggi, come co' precetti, reprimeva l'ardore della vendetta, e ostava alla oppressione degli orfani e delle vedove. La fede e l'obbedienza ricongiunsero le tribù disunite, e il valore, vanamente gittato sino a quel tempo in litigi domestici, energicamente si volse contro un estero nemico. Se meno forte fosse stato l'impulso, libera nell'interno l'Arabia, e formidabile al di fuori avrebbe potuto fiorire sotto una lunga serie di sovrani nativi del suo paese. Colla dilatazione e colla rapidità de' conquisti venne a perdere la sua sovranità; disperse furono in oriente e in occidente le sue colonie, e si mischiò il sangue degli Arabi con quello de' loro proseliti o de' prigionieri. Dopo il regno de' tre primi Califfi, fu trasportato il trono da Medina alla valle di Damasco e su le sponde del Tigri: da un'empia guerra violate furono le due città sante; si curvò l'Arabia sotto il giogo d'un suddito, forse d'uno straniero; e i Beduini del deserto, rinvenuti dalle speranze chimeriche da cui erano affascinati di dominare al di fuori, si restrinsero all'antica e solitaria loro independenza[208]. NOTE: [1] Poichè in questo capitolo e nel seguente io mostrerò molta erudizione araba, debbo dichiarare la mia perfetta ignoranza delle lingue orientali, e la gratitudine mia pei dotti interpreti, che mi han fatto copia del lor sapere su questa materia in latino, in francese e in inglese. Indicherò a tempo e luogo le raccolte, le versioni e le storie che ho consultate. [2] In tre classi ponno dividersi i Geografi dell'Arabia: 1. i -Greci- e i -Latini-, le cognizioni progressive de' quali si possono esaminare in Agatarcide (-De mari Rubro in Hudson, geographi minores, t. I.-), in Diodoro di Sicilia (t. I. l. II, p. 159-167, l. III, p. 211-216, edit. Wesseling), in Strabone (l. XVI, p. 1112-1114), dietro Eratostene, (p. 1122-1132, dietro Artemidoro), in Dionigi (-Periegesis, 927-969-), in Plinio (-Hist. natur., V, 12; VI, 32-) e in Tolomeo (-Descript. et Tabulae urbium in Hudson, t. III.-) 2. Gli -scrittori arabi- che han trattato quest'argomento collo zelo del patriottismo o della divozione. Gli estratti dati da Pocock (-Specimen Hist. Arabum, p. 125-128-) della Geografia del Seriffo al-Edrissi, accrescono il disgusto che si prova nella versione, o nel sommario, (p. 24, 27, 44, 56, 108, etc.) pubblicata dai Maroniti coll'assurdo titolo della -Geographia nubiensis- (Paris 1619); ma i traduttori latini e francesi, Graves (in Hudson, t. III) e Galland (-Voyage de la Palestine-, del La Roque, p. 265-346), ci han dato a conoscer l'Arabia d'Abulfeda, descrizione la più minuta ed esatta che si abbia di quella penisola, e se le può aggiugnere per altro la -Biblioteca Orientale- del d'Herbelot, p. 120, et -alibi passim-. 3. I -viaggiatori Europei-, tra i quali Shaw (p. 438-455) e Niebuhr (-Description-, 1773; -Voyages-, tom. I, 1776) vogliono essere menzionati con onore: Busching (-Géographie- par Berenger, t. VIII. p. 416-510) ha fatto una compilazione giudiziosa; e il lettore debbe aver sotto gli occhi le carte del d'Anville (-Orbis veteribus notus-, e la prima parte dell'Asia) e la sua -Geografia antica- (t. I, p. 208-231). [3] Abulfeda, -Descriptio Arabiae-, p. 1; d'Anville, l'-Eufrate e il Tigri-, p. 19, 20. In questo luogo, ove si trova il paradiso, o sia giardino d'un satrapo, passò Senofonte coi Greci l'Eufrate per la prima volta (-Ritirata dei diecimila-l. 1. c. 10, p. 29. edit. Wells). [4] Il Reland ha provato con molta erudizione superflua 1. che il nostro mar Rosso (il Golfo d'Arabia) non è che l'una parte del -mare Rubrum-, Ερυθρα θαλασση degli antichi, che si allungava fino allo spazio indefinito dell'Oceano indiano; 2. Che i vocaboli sinonimi ερυθρος, αιθιοψς, sono allusivi al color dei Neri o Negri. (-Dissert. miscell-., t. I. p. 59-117). [5] Fra le trenta giornate o stazioni, che si contano fra il Cairo e la Mecca, quindici mancano d'acqua dolce. -V.- la strada degli Hadjees, nei -Viaggi di Shaw, p. 477-. [6] Plinio, nel duodicesimo libro della sua Storia naturale, (l. XII, c. 42) tratta degli aromi, e soprattutto del -thus- o incenso dell'Arabia: Milton in una similitudine rammenta gli odori aromatici che il vento del Nord-est trasporta sulla costa di Saba (Paradiso Perduto lib. 4). [7] Agatarcide afferma che vi si trovavano pezzi d'oro vergine, la cui grossezza variava da quella d'una oliva a quella d'una noce; che il ferro valea due volte e l'argento dieci volte più dell'oro (-De mari Rubro-, p. 60.). Questi tesori, veri o immaginarii, si son dileguati, e non si conosce al presente nell'Arabia una sola miniera d'oro. (Niebuhr, -Description-, p. 124). [8] Si consulti, si legga per intero e si studii lo -Specimen Historiae Arabum- di Pocock (Oxford, 1650, in 4). Le trenta pagine del testo e della versione sono un estratto delle dinastie di Gregorio Abulfaragio, tradotte poi dal Pocock (Oxford 1663, in 4.) Le trecencinquantotto note sono una Opera classica ed originale sulle antichità dell'Arabia. [9] Arriano indica gl'Icthyofagi della costa d'Hejaz (-Periplus maris Erythraei-, p. 12), e li pone ancora al di là di Aden (p. 15.). Pare probabile che le coste del mar Rosso (prese nel senso più largo) fossero abitate da quei Selvaggi anche ai tempi di Ciro; ma stento a credere che vi fossero tuttavia dei cannibali fra loro sotto il regno di Giustiniano (Procopio, -De bello Persico- l. I. c. 19). [10] -V.- lo -Specimen Historiae Arabum-, di Pocock, p. 2, 5, 86, ec. Il viaggio del Signor d'Arvieux fatto nel 1664 al campo dell'Emir del Monte Carmelo (-Voyage de la Palestine-, Amsterdam, 1718) presenta un quadro piacevole ed originale della vita de' Beduini, rischiarato ancora da Niebuhr, (-Description de l'Arabie-, p. 327-344), e dal Signor di Volney (t. I. p. 343-385), l'ultimo e il più giudizioso di quanti han pubblicati viaggi nella Siria. [11] Leggansi (nè sarà noiosa la briga) gli articoli impareggiabili sul -Cavallo- e sul -Cammello- dell'-Istoria naturale- del Signor di Buffon. [12] -V.- sui cavalli arabi il d'Arvieux (p. 159-173), e Niebuhr (p. 142-144). Sulla fin del tredicesimo secolo erano stimati i cavalli di Neged per la sicurezza del piede; quelli dell'Yemen per la forza e per l'utilità dei servigi; quelli di Hejaz per la più bella apparenza. I cavalli europei, che si poneano nella decima ed ultima classe, erano generalmente spregiati per aver troppo corpo e poco ardimento (d'Herbelot -Bibl. Orient.- p. 339); avean bisogno di adoperare tutto il vigore per portare il cavaliere e la sua armatura. [13] -Qui carnibus camelorum vesci solent odii tenaces sunt-diceva un medico Arabo. (Pocock Specimen p. 88.). Maometto stesso, che amava molto il latte della femmina di questo quadrupede, preferiva la vacca, e non ha fatto menzion del cammello; ma il vitto alla Mecca e a Medina era già meno frugale (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. III. p. 404). [14] Marciano d'Eraclea (-in Perip., p. 16, in t. I-; de Hudson, -minor Geograph-.) noverava cento sessantaquattro città nell'Arabia Felice. Poca per altro poteva esserne l'estensione, e forse grande la credulità dello scrittore. [15] Albufeda (-in- Hudson, t. III, p. 54) paragona Saana a Damasco: anche oggi è la residenza dell'Iman dell'Yemen (-Voyages de Niebuhr-, t. I. p. 331-342). Saana è distante ventiquattro parasanghe da Dafar (Abulfeda, p. 51), e sessantotto da Aden (p. 53). [16] Pocock, -Specimen-, p. 57; -Geograph. Nubiensis-, p. 52. Meriaba, o Merab, che avea sei miglia di circonferenza fu distrutta dalle legioni d'Augusto (Plinio -Hist. nat.- VI, 32); e non era per anche risorta nel secolo sedicesimo (Albufeda -Descript. Arab.-, p. 58). [17] Il nome di Medina fu dato κατ’ εξοχην, per eccellenza, a Yatreb (la Iatrippa de' Greci), ove risiedeva il Profeta. Albufeda fa il computo (p. 15) delle distanze da Medina per istazioni, o giornate d'una caravana; ne conta quindici sino a Bahrein, diciotto a Bassora, venti a Cufah, venti a Damasco o alla Palestina, venticinque al Cairo, dieci alla Mecca, trenta dalla Mecca a Saana, o Aden, e trentun giorni, o quattrocento dodici ore, sino al Cairo (-Voyages de Shaw-, p. 477); e secondo il calcolo del d'Anville (-Mesures itinéraires-, p. 99), una giornata di cammino era di circa 25 miglia inglesi. Plinio (-Hist. nat.- XII, 32) contava sessanta cinque stazioni di cammelli dal paese dell'incenso (Hadramaüt, nell'Yemen, fra Aden, e il capo Fartasch) sino a Gaza nella Siria. Queste misure possono aiutare la fantasia e dar lume a' fatti. [18] Fa d'uopo ricorrere agli Arabi per sapere quel che si può della Mecca (d'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 368-371; Pocock, -Specimen-, p. 125-128; Abulfeda, p. 11-40). Non essendo permesso a' miscredenti l'entrarvi, i nostri viaggiatori non ne parlano: il poco che ne dice Thevenot (-Voyage du Levant-, part. I, p. 490) è tolto dalla bocca sospetta d'un rinnegato affricano. Alcuni Persiani vi noveravano seimila case (Chardin, t. IV, p. 167). [19] Strabone, l. XVI, p. 1110. D'Herbelot (-Bibl. orient.-, p. 6.) accenna una di queste case di sale presso Bassora. [20] -Mirum dictu ex innumeris populis pars aequa in commerciis aut latrociniis degit- (Plinio, -Hist. nat.-, VI, 32). -Vedi- il Koran di Sale, -Sura- 106, p. 503; Pocock, -Spec.-, p. 2; d'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 361; Prideaux, -Vie de Mahomet-, p. 5; Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. 1, p. 72-120, 126. etc. [21] -La Genesi, al capo 16, v. 12, dice:- hic erit ferus homo: manus ejus contra omnes, et manus omnium contra eum, et e regione universorum fratrum suorum figet tabernacula. -Qui nel dato carattere d'Ismaele possono considerarsi descritti profeticamente i suoi discendenti, gli Arabi, dati a regolare ladroneccio, e dimoranti poco lungi della Palestina; non sono artificiosamente contorti i sensi della Genesi; non si potrebbe per altro spiegare il- manus omnium contra eum -che col riferirlo all'essere stata l'Arabia alcune volte invasa da armate tartare, e persiane; ma ciò potrebbe pur dirsi di tanti altri Stati.- (Nota di N. N.) [22] Un dottor anonimo (-Univers. History-, vol. XX, edit. in-8) ha ricavato dall'independenza degli Arabi una -dimostrazione- formale della verità del cristianesimo. Può un critico primieramente negare i fatti, e poi disputare sul senso del passo che si allega della Bibbia (-Genes.- XVI, 12), su l'ampiezza della applicazione, e sul fondamento della genealogia. [23] Fu soggiogato (A. D. 1173) da un fratello del gran Saladino che fondò una dinastia de' Curdi o degli Ayoubiti (Guignes, -Hist. des Huns-, t. 1, p. 425; d'Herbelot, p. 477). [24] Dal luogotenente di Solimano I (A. D. 1538), e da Selim II (1568). -V.- Cantemir (-Hist. de l'empire Ottoman-, p. 201-221.) Il Bascià che risedeva in Saana comandava a ventun Bey, ma non mandò mai tributi alla Porta (Marsigli, -Stato Militare dell'impero Ottomano-, p. 124), e i Turchi ne furono cacciati verso l'anno 1630. (Niebuhr, p. 167, 168.) [25] Le principali città della provincia romana che chiamavasi Arabia e terza Palestina, erano Bostra e Petra che datavano dall'anno 105, epoca in cui furono soggiogate da Palma, luogotenente di Traiano. (Dion Cassio, l. LXVIII). Petra era la capitale de' Nabatei, che traevano il nome dal primogenito dei figli d'Ismaele (Genes. XXV, 12, etc., co' -Commenti- di San Girolamo, del Le Clerc, e del Calmet). Giustiniano abbandonò un paese palmifero di dieci giornate di viaggio al mezzodì di Aelah (Procopio, -De bell. persico-, l. I, c. 19); e i Romani avevano un centurione e una dogana (Arriano -in Periplo maris Erythroei-, p. 11, in Hudson, t. 1) in un luogo (λευκη κωμη, -Pagus Albus- Hawarra) del territorio di Medina (d'Anville, -Mémoire sur l'Egypte-, p. 243). Su questi possedimenti reali, e su qualche nuova scorreria di Traiano (-Peripl.- p. 14, 15) fondarono gli storici e le medaglie la supposizione che i Romani conquistassero l'Arabia. [26] Niebuhr (-Descript. de l'Arabie-, p. 302, 303, 329-331) ci dà le notizie più recenti ed autentiche sul grado d'autorità che possedono i Turchi nell'Arabia. [27] Diodoro di Sicilia (t. II, l. XIX, p. 390-393, ediz. del Wesseling) ha data a conoscere chiaramente l'independenza degli Arabi nabatei, che fecero resistenza alle armi d'Antigono e di suo figlio. [28] Strabone, l. XVI, p. 1127-1129; Plinio, -Hist. nat-., VI, 32. Elio Gallo sbarcò presso Medina, e fece quasi trecento leghe nella parte dell'Yemen che giace fra Mareb e l'Oceano. Il -non ante devictis Sabeae regibus- (-Od-. I, 29), e gl'-intacti Arabum thesauri- (-Od-. III, 24) d'Orazio, attestano l'indipendenza ancora inviolata degli Arabi. [29] -Lo stendardo di Maometto non è sacro pel lettore cristiano: questo aggettivo è male applicato ad uno stendardo di un fortunato Capo d'entusiasti, che coll'armi diffusero la lor religione rapidamente in molte, e vaste regioni dell'Asia, e dell'Affrica.- (Nota di N. N.) [30] -V.- in Pocock una Storia imperfetta dell'Yemen, -Specimen-, p. 55-66; di Hira, p. 66-74; di Gassan p. 75-78, su tutte le cose che si poterono sapere, o di cui si potè in un tempo d'ignoranza serbare memoria. [31] Le Σαρακηνικα φυλα, μυριαδες ταυτα, και το πλειστον αυτων ερημονομοι, και αδεσποτοι, -tribù Saracene, a decine di migliaia, e per lo più abitatrici di deserti, e independenti-, descritte da Menandro (-Excerpt. legat.-, p. 149), da Procopio (-De bell. Pers.- l. I. c. 17-19; l. II, c. 10) e, coi più forti colori, da Ammiano Marcellino, (l. XIV, c. 4) che ne parla sin dal tempo di Marc'Aurelio. [32] Questo nome usato da Tolomeo e da Plinio in un senso più ristretto, e da Ammiano e da Procopio in significato più largo, fu ridicolamente derivato da -Sarah-, moglie d'Abramo; e in un modo assai oscuro dal villaggio di -Saraka- μετα Ναβαταιους -fra i Nabatei- (Stephan., -De urbibus-), ma più plausibilmente da vocaboli arabici, che significano un naturale disposto al ladroneccio, o che denotano la loro situazione all'Oriente (Hottinger, -Hist. orient.-, lib. I, c. I. p. 7, 8; Pocock, -Specimen-, p. 33-35; Assemani, -Bibl. orient.- t. IV, p. 567). Ma l'ultima e la più ammessa di tali etimologie è confutata da Tolomeo (-Arabia-, p. 2, p. 18, -in- Hudson, t. IV), che segna espressamente la situazione occidentale e meridionale de' Saraceni, che allora erano una tribù oscura stanziata su le frontiere dell'Egitto. Questa denominazione adunque non può riferirsi al carattere nazionale; e poichè fu data da forestieri, convien cercarne l'origine non già nella lingua araba, ma in una straniera. [33] -Saraceni.... mulieres aiunt in eos regnare.- (-Expositio totius Mundi-, p. 3, -in- Hudson, t. III). Il regno di Mavia è famoso nella Storia ecclesiastica (Pocock, -Specim.-, p. 69-83). [34] Μη εξειναι εκ των Βασιλειων, -non uscire della reggia-, dicono Agatarcide (-De mari Rubro-, p. 63, 64, -in- Hudson, t. I), Diodoro di Sicilia (t. I, l. III, c. 47, p. 215), e Strabone (l. XVI, p. 1124); ma sono tentato a credere che sia una di quelle fole popolari, o di quegli strani accidenti che dalla credulità degli scrittori si spacciano sovente per un atto costante, per un costume, o per una legge. [35] -Non gloriabantur antiquitus Arabes, nisi gladio, hospite, et- ELOQUENTIA (Sephadius, -apud- Pocock, -Specimen-, p. 161, 162.) Solo co' Persiani avevano comune il dono della parola; e gli Arabi sentenziosi avrebbero probabilmente sdegnato la schietta e sublime dialettica di Demostene. [36] Debbo rammentare al lettore che d'Arvieux, d'Herbelot, e Niebuhr dipingono co' più vivi colori i costumi e il governo degli Arabi, e che da diversi passi della vita di Maometto pigliano luce queste materie. [37] -V.- Il primo capitolo di Giobbe, e si rammenti la lunga muraglia di mille e cinquecento stadi eretta da Sesostri cominciando da Pelusio sino ad Eliopoli (Diodoro di Sicilia, t. 1, l. I, p. 67). A quel tempo i re pastori aveano soggiogato l'Egitto sotto nome di -Hycsos- (Marsham, -Canon. chron.-, p. 98-163, ec.) [38] Ovvero, secondo altro calcolo, mille e dugento (d'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 75). I due storici che hanno scritto su le -Ayam-al-Arab-, le battaglie degli Arabi, viveano nei secoli nono e decimo. Due cavalli furono il motivo della famosa guerra di Dahes e di Gabrah, che durò quarant'anni, e passò in proverbio (Pocock, -Specimen-, p. 48). [39] Niebuhr (-Description-, p. 26-31) espone la teorica e la pratica moderna degli Arabi nel vendicare l'assassinio. Si può riscontrare nel Coran (c. 2, p. 20; c. 17, p. 230), colle osservazioni di Sale, l'indole più rozza dell'antichità. [40] Procopio (-De bell. Pers.- l. I, c. 16) assegna i due mesi di pace verso il solstizio estivo; ma gli Arabi ne contan -quattro-, il primo mese dell'anno, il settimo, l'undecimo, e il duodecimo, e pretendono che in una lunga serie di secoli non sia mancata questa tregua che quattro o sei volte (Sale, -Disc. prélim.-, p. 147-150, e -Note- sul nono Capitolo del Corano, p. 154, etc.; Casiri, -Bibl. hispano-arabica-, t. II, p. 20, 21). [41] Arriano, che vivea nel secondo secolo, accenna (-in Periplo maris Erithraei-, p. 12) la differenza parziale o totale de' dialetti Arabi. Pocock (-Specimen-, p. 150-154), Casiri (-Bibl. hispano-arabica-, t. I, p. 1, 83, 292; tom. II, p. 25, ec.) e Niebuhr (-Descript. de l'Arabie-, p. 72-86) hanno minutamente trattato di ciò che risguarda l'alfabeto e la lingua degli Arabi; ma io trascorro leggermente su questa materia, non prendendo io diletto a ripetere da pappagallo parole che non intendo. [42] Il Voltaire ha inserito nel suo Zadig una Novella familiare (il Cane ed il Cavallo) per provare l'accortezza naturale degli Arabi (d'Herbelot, -Bibl. orient.- p. 120, 121; Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I, p. 37-46); ma d'Arvieux, o piuttosto La Roque (-Voyage de la Palestine-, p. 92), ha negata la superiorità di che si dan vanto i Beduini. Le cento sessantanove sentenze di Alì (tradotte in inglese da Ockley, a Londra, 1718) sono un saggio dello spirito de' frizzi in cui son singolari gli Arabi. [43] Pocock (-Specimen-, p. 158-161) e Casiri (-Bibl. Hisp. Arab.-, t. I, p. 48-84, ec., 119; t. II, p. 17, ec.) parlano de' poeti Arabi anteriori a Maometto. I sette poemi della Caaba furono stampati in inglese da Sir William Jones; ma l'onorevole missione che gli fu commessa nell'India ci ha privato delle sue note molto più interessanti che non quel testo vieto ed oscuro. [44] Sale, -Discours prélim.-, p. 29, 30. [45] D'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 458; Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. III, p. 118. Caab, e Hesno (Pocock, -Specim.- p. 43, 46, 48) si segnalaron anch'essi nella liberalità, ed un poeta arabo dice elegantemente di quest'ultimo: -Videbis eum cum accesseris exultantem, ac si dares illi quod ab illo petis-. [46] Tutto quello che ora può sapersi dell'idolatria degli Arabi antichi si trova in Pocock, (-Specim.-, p. 89, 136, 163, 164). La sua profonda erudizione è stata interpretata in modo ben chiaro e conciso dal Sale (-Discours prélim.-, p. 14-24); e l'Assemani (-Bibl. orient.-, t. IV, p. 580-590) ha aggiunto annotazioni preziose. [47] Ιερον αγιωτατον ιδρυται τιμωμενον υπο παντων Αραβων περιττοτερον si vede un Tempio famoso venerato per santissimo da tutti gli Arabi (Diod. di Sicilia, t. I, l. III, p. 211); la qualità e il sito concordano tanto che mi fa maraviglia come siasi letto questo passo curioso senza avvertirlo e senza badare all'applicazione. Pure Agatarcide (-De mari Rubro-, p. 58, -in- Hudson, t. I.), copiato da Diodoro nel resto di quella descrizione, non fa motto di quel celebre Tempio. Forse che il Siciliano ne sapea più che l'Egizio? O fu costrutta la Caaba tra l'anno di Roma 650 e il 746, tempo in cui componevano i loro libri? (Dodwell, -in Dissertat. ad.- t. I, Hudson, p. 72; Fabricio, -Bibl. graec.-, t. II. p. 770). [48] Pocock, -Specimen-, p. 60, 61. Dalla morte di Maometto retrocediamo a sessantott'anni, e dalla sua nascita a cento ventinove anni avanti l'Era cristiana. Il velo, o la tela, che oggi è di seta e d'oro, non fu anticamente che una stoffa di lino d'Egitto. (Abulfeda, -Vit. Mohammed-, c. 6, p. 14). [49] La pianta originale della Caaba, servilmente copiata dal Sale, dagli autori della Storia universale, ec. è un abbozzo fatto da un Turco, che Reland (-De religione Mohammed-, p. 113-123) ha corretta e spiegata colla scorta di buone autorità. Si consulti su la Leggenda e la Descrizione della Caaba il Pocock (-Specimen-, p. 115-122), la -Bibliothèque orientale- del di Herbelot (-Caaba, Hagier, Zemzem-, etc.), e il Sale (-Disc. prélimin.- p. 114-122). [50] Sembra che Cosa, quinto antenato di Maometto, usurpasse la Caaba (A. D. 440); ma Iannabi (Gagnier, -Vie de Mahomet-, t. I, p. 65-69) e , , 1 2 . ' , 3 4 ' , 5 ' [ ] . 6 , ' ' 7 ' , 8 , ' 9 , , 10 . 11 , 12 . 13 ' 14 , , 15 ' 16 . 17 , ' ; , 18 ' ' , 19 [ ] . 20 21 22 [ ] : ' ' 23 : , , 24 , , . 25 , , 26 , ' ' . 27 ' 28 ' ; 29 . 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