avanzi del Foro. Consacrò i primi giorni del suo regno a purificar le
reliquie che furon messe in luogo sicuro, indi a far orazioni,
processioni e tutte le cerimonie più solenni della religione, che per lo
meno servirono a guarire la fantasia e a riconfortar le speranze della
plebe. Da lungo tempo non s'avea pensiero di ciò che concerneva alla
difesa della città; non già che si sperasse la pace, ma perchè
l'angustia e la miseria dei tempi non davan luogo a simili cure. Leone
ristaurò le mura come potè coi deboli mezzi che aveva e nella
ristrettezza del tempo; quindici torri furono erette, o rifabbricate nei
siti di più facile accesso: due di queste torri dominavano le due rive
del Tevere, e si tirarono catene sul fiume per impedire alle navi
nemiche il passaggio all'insù. Ebbero almeno i Romani qualche intervallo
di riposo, poichè seppero avere i Saracini levato da Gaeta l'assedio, e
i flutti ingoiato buon numero di Musulmani col sacrilego loro bottino.
[A. D. 849]
L'esplosione della procella fu differita, per poi scoppiare in breve con
più violenza. L'Aglabita[527], che regnava in Affrica, avea redato dal
padre un tesoro e un esercito; una squadra di Arabi e di Mori, dopo un
breve soggiorno nei porti della Sardegna, venne ad approdare alla foce
del Tevere, cioè a sedici miglia da Roma, e col numero e colla
disciplina parea che annunciassero non una scorreria passeggera, ma la
ben ferma intenzione di conquistare l'Italia. Leone intanto era stato
sollecito ad allearsi colle città libere di Gaeta, di Napoli e d'Amalfi,
vassalle dell'impero Greco: alla giunta del Saracini, comparvero le
galere di quelle nel porto d'Ostia capitanate da Cesario, figlio del
duca di Napoli, giovine guerriero, caldo di valore e magnanimo, già
vincitore dei navili degli Arabi. Co' suoi primarii ufficiali andò al
palazzo di Laterano per invito del Papa, che finse accortamente
d'interrogarlo sul motivo del suo viaggio, e di ricevere con sorpresa
pari alla gioia l'aiuto mandatogli dalla Provvidenza. Il Padre de'
cristiani si trasferì ad Ostia, accompagnato dalle milizie armate di
Roma, fece la rivista de' suoi liberatori e diede loro la benedizione.
Gli alleati baciarono i piedi al Pontefice. Ricevettero essi la
Comunione con una divozion guerriera, e Leone pregò il Dio che aveva
sostenuto S. Pietro e S. Paolo sui flutti del mare, perchè sostenesse la
forza delle braccia pronte a combattere i nemici del suo santo nome. I
Musulmani, dopo un'orazione simile a quella de' cristiani, e con pari
coraggio, cominciarono ad assalire le navi cristiane, che tennero ferme
il lor sito vantaggioso lungo la costa. Pendea la vittoria verso gli
alleati, quando la gloria di determinarla col loro valore fu ad essi
rapita da subitanea tempesta, che confuse l'abilità dei marinai più
ardimentosi. I cristiani erano difesi dal porto, mentre le navi
affricane furon disperse e spezzate fra le roccie e le isole d'una costa
nemica. Quelle che camparono dal naufragio e dalla fame, venute in balìa
de' loro implacabili avversari non ne ottennero quella clemenza che già
non meritavano. La spada e il patibolo liberarono i cristiani da una
gran parte di quella pericolosa moltitudine di stranieri; gli altri,
posti in catene, furono utilmente impiegati a riparare i sacri edificii
che avean voluto distruggere. Il Papa, seguìto dai cittadini e dagli
alleati, andò a prostrarsi e a rendere grazie davanti ai Depositi degli
appostoli, e dal bottino raccolto in questa vittoria navale si scelsero
tredici archi d'argento massiccio per sospenderli all'altare del
Pescatore di Galilea. Finchè durò il suo regno, Leon IV attese a munire
e ad ornare la città di Roma. Ristaurò e abbellì le chiese, si valse di
ottomila marchi d'argento a riparare i danni sofferti da quella di S.
Pietro, e l'arricchì di vasi d'oro, che pesavano dugento sessanta
libbre, adorni dei ritratti del papa e dell'imperatore, e contornati di
un cerchio di perle. Ma è men degno di onore il carattere di Leone per
questa vana magnificenza, che per la cura paterna con cui rialzò le mura
di Orta e di Ameria, e raccolse nella nuova città di Leopoli, lontana
dalla costa dodici miglia, i dispersi abitanti di Centumcellae[528]. Per
le sue liberalità, potè una colonia di Corsi domiciliarsi colle mogli e
coi figli in Porto, città posta alla foce del Tevere, che già crollava,
e che egli riparò per essi: i campi e i vigneti di quel territorio furon
distribuiti fra i nuovi coloni, e per aiutare le loro prime fatiche
diede loro cavalli e bestiami, di modo che quei bravi fuorusciti,
spirando vendetta contro i Saracini, giurarono di vivere e di morire
sotto il vessillo di S. Pietro. A poco a poco i pellegrini
dell'occidente e del settentrione, che venivano a visitare la tomba
degli appostoli, avean formato il vasto sobborgo del Vaticano, e,
secondo il linguaggio del tempo, si distinguevano le loro abitazioni col
nome di -scuole- dei Greci e dei Goti, dei Lombardi e dei Sassoni; ma
quel rispettabile recinto era sempre esposto senza difesa a un insulto
dei sacrileghi. L'autorità fu prodiga di tutto il suo potere, la carità
di tutte le sue limosine a circondarlo di mura e di torri, e per quattro
anni, che durò questo pio lavoro, fu veduto, a tutte le ore e in tutte
le stagioni, l'instancabile Pontefice intento ad incoraggiare gli operai
colla sua presenza. Il nome di -città Leonina-, da lui dato al Vaticano,
lascia trapelare il suo amore di gloria, passion generosa ma terrena;
nondimeno, molti atti di penitenza e d'umiltà cristiana temperarono
l'orgoglio di quella dedica. Il Papa ed il clero girarono a piedi, e
sotto il sacco e la cenere, il recinto segnato per la nuova città; salmi
e litanie furono i canti di trionfo; si aspersero d'acqua santa i muri,
e sul fin della cerimonia Leone pregò gli appostoli e l'esercito degli
angeli a mantener l'antica e la nuova Roma sempre pure, felici e
inespugnabili[529].
[A. D. 838]
L'imperator Teofilo, figlio di Michele-il-Balbo, è un dei principi più
attivi e coraggiosi che abbiano nel medio evo occupato il trono di
Costantinopoli. Marciò cinque volte in persona contro i Saracini in
guerre offensive e difensive; terribile nell'assalto, ottenne anche
nelle sconfitte la stima de' nemici. Nell'ultima delle sue imprese,
entrò in Sorìa, ed assediò l'oscura città di Sozopetra dove a caso era
nato il Califfo Motassem, il cui padre Haroun, sì in pace che in guerra,
si facea sempre accompagnare dalla prediletta delle sue mogli e delle
sue concubine. Allora le armi dei Saracini erano rivolte contro la
sedizione di un impostore Persiano, e non potè che intercedere in favore
d'una città, per cui aveva una specie di attaccamento figliale. Le sue
istanze noiose indussero l'imperatore ad offenderne l'orgoglio in punto
sì sensibile. Sozopetra fu arsa; gli abitanti furono mutilati o
ignominiosamente segnati da un marchio, e i vincitori rapirono sul
territorio de' contorni mille prigioniere. Era tra queste una matrona
della Casa di Abbas, la quale disperata implorò il soccorso di Motassem:
irritato questi dall'insulto de' Greci, credette del suo onore il farne
vendetta, e rispondere all'invito fattogli dalla sua parente. Sotto il
regno de' due fratelli maggiori, s'era ristretto il retaggio del più
giovine all'Anatolia, all'Armenia, alla Georgia e alla Circassia, e
questa situazione sulle frontiere gli avea dato modo di esercitare i
suoi talenti militari, sì che fra i titoli che il caso gli avea dati al
soprannome di -Ottonario-[530], formano senza dubbio il più onorevole
quelle otto battaglie che guadagnò, o almeno che fece contra i nemici
del Corano. In questa contesa personale, le soldatesche dell'Irak, della
Sorìa e dell'Egitto, levarono le lor reclute dalle tribù dell'Arabia e
dalle masnade turche: numerosa dovette esser la sua cavalleria, benchè
convenga dibattere un poco dai cento trentamila cavalli che gli danno
gli storici; e le spese dell'armamento sono state valutate di quattro
milioni sterlini, ossia centomila libbre d'oro. Si ragunarono i Saracini
a Tarso, e in tre divisioni presero la strada maestra di Costantinopoli.
Motassem comandava la battaglia: la vanguardia era guidata da Abbas suo
figlio, il quale, nelle prime sue prove militari, poteva trionfare con
più gloria o perdere con meno vergogna, ed il Califfo avea risoluto di
vendicare con pari ingiuria l'ingiuria ricevuta. Il padre di Teofilo era
nato in Amorio[531] di Frigia, città già cuna della casa imperiale,
segnalata pei suoi privilegi e monumenti, e, qualunque fosse l'opinion
del popolo, non meno preziosa di Costantinopoli agli occhi del sovrano e
della Corte. Fu scolpito il nome d'-Amorio- sugli scudi de' Saracini, ed
i tre eserciti si riunirono sotto le mura di quella città proscritta.
Era stato avviso dei consiglieri più saggi di votar la Piazza, di
sgombrarla d'abitanti, e di abbandonarne gli edificii alla vana furia
dei Barbari. S'appigliò l'imperatore al più generoso partito di
sostenere un assedio, e di dare una battaglia per difendere la patria
de' suoi antenati. Quando gli eserciti si avvicinarono, parve che la
fronte della linea musulmana fosse la più abbondante di picche, e di
chiaverine: ma dall'una e dall'altra parte, non fu per le milizie
nazionali glorioso l'esito della pugna. Gli Arabi furono sbaragliati, ma
dalle spade di trentamila Persiani che aveano ottenuto servigio e
domicilio nell'impero Greco. Furono respinti e sconfitti i Greci, ma
dalle freccie della cavalleria turca; e se una pioggia caduta la sera
non avesse bagnate e allentate le corde degli archi, a stento avrebbe
potuto l'imperatore salvarsi con piccol drappello di cristiani.
L'esercito debellato si fermò in Dorilea, città tre giornate lontana dal
campo di battaglia. Teofilo, facendo la rivista de' suoi palpitanti
squadroni, non ebbe che a scusare la propria fuga con quella dei
sudditi. Dopo questa pubblicità della sua debolezza, invano ebbe
speranza di preservare Amorio: rigettò con isdegno l'inesorabile Califfo
le sue preghiere e promesse; ne ritenne anche presso di sè gli
ambasciatori perchè fossero testimoni della sua vendetta, e poco mancò
che non fossero spettatori della sua vergogna. Un governator fedele, una
guarnigione composta di veterani e d'un popolo disperato, sostennero per
cinquantacinque giorni i vigorosi assalti dei Musulmani, e sarebbero
stati astretti i Saracini a levar l'assedio, se un traditore non avesse
loro indicata la parte più debole dei muri, che facilmente potea
conoscersi dalle figure d'un leone e d'un toro collocate in quel luogo.
Motassem compiè in tutto il rigore il suo voto. Affaticato dalla strage
senza esserne sazio, ritornò al palazzo di Samara, che egli avea
fabbricato poco prima nei contorni di Bagdad, mentre lo -sfortunato-
Teofilo[532] implorava il tardo ed incerto soccorso del suo rivale,
l'imperatore dei Franchi. Intanto all'assedio d'Amorio avean perduta la
vita settantamila Musulmani, ed erano stati vendicati coll'eccidio di
trentamila cristiani, e colle crudeltà praticate verso un egual numero
di prigionieri, che furono trattati come i malfattori più atroci.
Qualche volta la necessità obbligò le due fazioni ad acconsentire al
cambio e al riscatto dei prigionieri[533]: ma in questa lotta nazionale
e religiosa dei due imperi, era senza fiducia la pace e senza dar
quartiere la guerra: di rado se lo accordava sul campo di battaglia, e
quelli che scampavano dalla morte o erano riservati ad una schiavitù
perpetua, ovvero ad orribili torture, ed un imperatore cattolico
racconta giovialmente il supplicio dei Saracini di Creta, che furono
scorticati vivi o tuffati in caldaie d'olio bollente[534]. Avea Motassem
per un puntiglio d'onore sagrificata una florida città, dugentomila
uomini, e molti milioni. Lo stesso Califfo smontò da cavallo, e imbrattò
la veste per dar soccorso a un vecchio decrepito, che era caduto
coll'asino in una fossa limacciosa. A quale di queste due azioni avrà
egli con più piacere pensato quando fu chiamato dall'angelo della
morte[535]?
[A. D. 841-870]
Con Motassem, l'ottavo degli Abbassidi, scomparve la gloria della sua
famiglia e della nazione. Quando i vincitori arabi furono dispersi per
l'oriente, quando si furono mischiati colle milizie servili della
Persia, della Sorìa e dell'Egitto, vennero perdendo l'energia e le
bellicose virtù del deserto. Il coraggio dei paesi meridionali è una
produzione artificiale della disciplina e del pregiudizio. Era scemata
l'attività del fanatismo, e le soldatesche del Califfo, divenute
mercenarie, si reclutarono nel settentrione, ove si trova il valor
naturale, produzion vigorosa e spontanea di quei climi. Si prendeano in
guerra, o si compravano i Turchi[536] viventi al di là dell'Oxo e
dell'Iaxarte, gioventù robusta, che si educava nell'arte della guerra e
nella fede musulmana. Questi Turchi, divenuti le guardie del Califfo,
circondavano il trono del loro benefattore, e non andò guari che i loro
Capi usurparono l'impero del palazzo e delle province. Fu Motassem il
primo che desse questo esempio pericoloso chiamando più di cinquantamila
Turchi nella capitale, i quali colla eccessiva licenza suscitarono, e si
tirarono addosso l'odio pubblico; e dalle contese dei soldati e del
popolo fu obbligato il Califfo a lasciare Bagdad, e a trasportare la sua
residenza ed il campo de' suoi barbari favoriti a Sumara, sul Tigri,
circa dodici leghe superiormente alla città di Pace[537]. Motawakkel,
suo figlio, fu sospettoso e crudele tiranno. Detestato dai sudditi
ricorse alla fedeltà delle guardie turche; questi stranieri ambiziosi,
sbigottiti dal vedersi odiati, si lasciarono agevolmente sedurre dai
vantaggi che lor promettea una rivoluzione. Per le istigazioni di suo
figlio, o per la lor brama di dare a lui la corona, si gettarono all'ora
della cena nell'appartamento del Califfo, e lo tagliarono in sette pezzi
con quelle spade che aveano da lui ricevuto per difendergli la vita ed
il trono. Moatanser, su quel trono ancora rosseggiante del sangue
paterno, fu portato in trionfo; ma nei sei mesi di regno, non provò che
le angosce d'una coscienza colpevole. Se, come si dice, egli pianse alla
vista di una vecchia tappezzeria che raffigurava il delitto e il castigo
del figlio di Cosroe; se il pentimento, e il rimorso gli abbreviaron di
fatto la vita, ci sarà lecito sentire un po' di compassione per un
parricida, che nel punto della morte esclamava d'aver perduto la
felicità di questo Mondo e dell'altro. Dopo quest'atto di tradimento, i
mercenari stranieri diedero a lor grado e ritolsero l'abito e il bastone
di Maometto, che tuttavia erano gli emblemi del reame; e in quattr'anni
crearono, deposero e assassinarono tre Califfi. Ogni volta che eran
dominati da timore, da rabbia, da cupidigia, i Turchi afferravano il
Califfo pei piedi, e dopo averlo strascinato fuor del palagio lo
esponevano nudo al sole ardente, lo battevano con mazze di ferro, e lo
forzavano a comprare colla abdicazione qualche momento di ritardo per un
destino inevitabile[538]. Infine si calmò questa tempesta, o veramente
prese un altro corso: tornarono gli Abbassidi a Bagdad che offeriva loro
un soggiorno meno procelloso: da una mano più ferma e più abile fu
repressa l'insolenza del Turchi, e queste milizie tremende colle guerre
estere furon divise o distrutte. Ma le nazioni dell'oriente s'erano
avvezzate a mettersi sotto i piedi i successori del Profeta, e solo col
menomarne la forza, e rallentandone la disciplina, poterono i Califfi
ottenere nell'interno dei loro Stati la pace. Son tanto uniformi i
funesti effetti del dispotismo popolare, che mi par di ripetere qui la
storia delle guardie pretoriane[539].
[A. D. 890-951]
Mentre gli affari, i piaceri e le cognizioni in quel tempo spegneano il
fanatismo, serbavasi tutto intero il suo fuoco in un piccol numero
d'eletti che voleano regnare in questo Mondo o nell'altro. Invano
l'appostolo della Mecca avea ripetuto mille e mille volte che egli
l'ultimo sarebbe dei Profeti. L'ambizione, o, se è lecito profanare
questa parola, la ragione del fanatismo potea sperare che dopo le
missioni successive d'Adamo, di Noè, d'Abramo, di Mosè, di Gesù, e di
Maometto avrebbe lo stesso Dio nella pienezza dei tempi rivelata una
legge sempre più perfetta e più durevole. L'anno 277 dell'Egira, un
predicatore Arabo, per nome Carmath, prese nei dintorni di Cufa i titoli
pomposi ed inintelligibili di -Guida-, di -Direttore-, di
-Dimostrazione-, di -Verbo-, di -Spirito Santo-, di -Cammello-, di
-Araldo del Messia- che avea conversato con lui, come egli dicea, sotto
la forma umana, e finalmente di -Rappresentante di Maometto-, figlio di
-Alì-, di -Rappresentante di S. Gio. Battista-, e dell'-Angelo
Gabriele-. Pubblicò un volume mistico, in cui diede ai precetti del
Corano un senso men materiale. Rilassò le leggi sulle abluzioni, sul
digiuno, e sul pellegrinaggio; permise l'uso del vino e dei cibi
vietati, e per mantenere il fervore ne' suoi discepoli, impose ad essi
l'obbligo di orare cinquanta volte al giorno. L'ozio e l'effervescenza
della ciurmaglia rustica, che si fece ligia al nuovo Profeta, chiamarono
l'attenzione dei magistrati di Cufa: ma con una timida persecuzione
accrebbero i progressi della Setta, e il nome poi di Carmath fu anche
più venerato quando ebbe lasciato il Mondo. I suoi dodici appostoli si
dispersero fra i Beduini, «razza d'uomini, dice Abulfeda, spoglia di
ragione come di religione»; e la loro fama già minacciava all'Arabia una
rivoluzione novella. Erano i Carmatii ben disposti a ribellarsi, poichè
non riconoscevano i titoli della casa d'Abbas, e avevano in
abbominazione la pompa mondana dei Califfi di Bagdad. Erano suscettivi
di disciplina, avendo giurato una cieca ed assoluta sommessione al loro
Iman, che dalla voce di Dio e da quella del popolo era chiamato al
ministero profetico. Invece delle decime statuite dalla legge, chiese ad
essi il quinto delle proprietà e del bottino: le azioni più criminose
non erano che il tipo della disobbedienza, e il giuramento del segreto
univa i ribelli e li toglieva alle ricerche. Dopo una sanguinosa
battaglia, si insignorirono della provincia di Bahrein lungo il golfo
Persico; le tribù d'una vasta estension del deserto furono sottomesse
allo scettro, o piuttosto alla spada di Abu-Said; e di Abu-Taher suo
figlio; e questi Imani ribelli poterono mettere in campo cento settemila
fanatici. Furono sbigottiti i mercenari del Califfo alla giunta d'un
nemico che non chiedeva, e non dava quartiere; la diversità di forza e
di pazienza, che si osservava nei due eserciti, prova il cangiamento
portato nel carattere degli Arabi da tre secoli di prosperità. Tai
soldatesche erano in tutti i combattimenti sconfitte; le città di Racca
e di Baalbek, di Cufa e di Bassora furono prese e poste a sacco; regnava
la costernazione in Bagdad, e il Califfo stava tremante dietro le
cortine della sua reggia. Abu-Taher fece una scorreria al di là del
Tigri, e arrivò sino alle porte della capitale con soli cinquecento
cavalli. Avea Moctader ordinato che si spezzassero i ponti, e il Califfo
aspettava ad ogni istante la persona o la testa del ribelle. Il suo
Luogo-tenente, fosse timore o compassione, informò Abu-Taher del
pericolo, e gli raccomandò di fuggire frettolosamente: «Il vostro
padrone, disse al messaggiero l'intrepido Carmatio, ha trentamila
soldati: ma nel suo esercito non conta tre uomini come questi». Poi
rivolto a tre de' suoi compagni, comandò al primo che si immergesse un
pugnale nel seno, al secondo che si gettasse nel Tigri, e al terzo che
si lanciasse in un precipizio. Essi ubbidirono senza dolersi: «Narrate
quel che avete veduto, soggiunse l'Imano; prima della notte il vostro
generale sarà incatenato in mezzo ai miei cani». Avanti la notte appunto
fu sorpreso il campo ed eseguita la minaccia. Le rapine dei Carmatii
erano santificate dalla avversione che avevano al culto della Mecca;
spogliarono una carovana di pellegrini, e ventimila Musulmani devoti
furono lasciati perire di fame e di sete tra le sabbie ardenti del
deserto. Un altr'anno, permisero che i pellegrini continuassero il lor
viaggio senza interruzione; ma in tempo delle solennità che celebrava la
pietà dei fedeli, Abu-Taher prese d'assalto la città santa, e, calpestò
le cose più rispettabili della fede de' Musulmani. I suoi soldati
passarono a fil di spada cinquantamila cittadini e forestieri,
profanarono il recinto del tempio, seppellendo colà tremila cadaveri; il
pozzo di Zemzem fu empiuto di sangue; fu levata la grondaia d'oro; si
divisero gli empi Settari il velo della Caaba, e portarono in trionfo
alla lor capitale la pietra nera, primo monumento della nazione. Dopo
tanti sacrilegii e tante atrocità, continuarono ad infestare le
frontiere dell'Irak, della Sorìa, e dell'Egitto; ma il principio vitale
del fanatismo s'era inaridito alla radice. Per iscrupolo o per
cupidigia, riapersero la strada della Mecca ai pellegrini, restituirono
la pietra nera della Caaba; nè giova indicare quali fazioni li divisero
o quall'armi li distrussero. La setta dei Carmatii può considerarsi come
la seconda delle cagioni visibili che contribuirono alla decadenza e
alla caduta dell'impero de' Califfi[540].
[A. D. 800-936]
Il peso e l'ambizione dell'impero medesimo furon la terza cagione della
sua rovina, e quella che si comprende alla prima occhiata. Si vantava il
Califfo Almamor di reggere con più facilità l'oriente e l'occidente, che
di ben condurre i pezzi d'uno scacchiere di due piedi quadrati[541]; ma
mi do a credere che nell'uno e nell'altro di questi giuochi commettesse
gravissimi falli, e osservo che nelle province lontane era già scaduta
l'autorità del primo e del più potente degli Abbassidi. L'uniformità dei
modi che impiega il dispotismo, veste di tutta la dignità del principe
ogni rappresentante nel suo ufficio; la divisione e la bilancia dei
poteri dovettero rammentare la consuetudine dell'ubbidienza, e dar
ardimento ai sudditi, che sino a quel punto erano passivi nella
sommessione, a ricercar l'origine e i doveri del governo civile. Rare
volte chi è nato nella porpora è degno del trono: ma l'esaltazione d'un
semplice cittadino, talora anche d'un paesano o di uno schiavo, ispira
generalmente una grande opinione del suo coraggio e della sua abilità.
Il vice-re d'una provincia lontana s'ingegna d'appropiarsi il deposito
precario alla sua cura affidato, e di trasmetterlo ai suoi discendenti;
amano i popoli di vedere in mezzo a loro il sovrano; e i tesori e gli
eserciti, di cui egli dispone, divengono l'oggetto ad un tempo e
l'istrumento delle sue mire ambiziose. Finchè i Luogo-tenenti del
Califfo stettero contenti al titolo di vice-re, finchè credettero dover
implorare per sè o pei figli la rinnovazion dei poteri che avean
ricevuto dall'imperatore, finchè sulle monete e nelle preghiere
pubbliche conservarono il nome e i titoli di comandanti dei fedeli, si
conobbe appena aver l'autorità cangiato di mano. Ma nel lungo esercizio
d'un potere ereditario, pigliarono il fasto e le attribuzioni di
regnanti: la pace o la guerra, i premi o i castighi non dipendevano che
dalla lor volontà, e non si impiegavano le rendite del governo fuorchè
in servigio del paese, o a sostener la magnificenza del governatore;
invece di contribuzioni effettive in uomini ed in danaro, i successori
del Profeta ricevettero come un attestato di sommissione, buono
solamente a lusingare il loro orgoglio, un elefante, uno stormo di
falconi, una serie di tappezzerie di seta o poche libbre di muschio e
d'ambra[542].
Dopo che la Spagna si levò di dosso il giogo temporale e spirituale
degli Abbassidi, si videro comparire nella provincia d'Affrica i primi
sintomi della disobbedienza. Ibrahim, figlio di Aglab, Luogo-tenente del
vigile e severo Haroun, legò il suo nome e il potere alla dinastia degli
-Aglabiti-. O per indolenza o per politica dissimularono i Califfi
l'oltraggio e il danno, e si contentarono ad usare il veleno contro il
Capo della casa degli -Edrisiti-[543], che fondò il regno e la città di
Fez sulle rive del mare occidentale[544].
[A. D. 872-902]
In oriente, la prima dinastia fu quella del -Thaeriti-[545] discendenti
del prode Taher, che nelle guerre civili dei figli di Haroun avea con
troppo zelo e fortuna servito la causa d'Almamon, di tutti il più
giovine. Fu mandato in onorevole esiglio a comandare sulle rive
dell'Oxo, e l'indipendenza de' suoi successori, che governarono da
padroni il Korasan sino alla quarta generazione, fu palliata dalla
modestia delle loro azioni, dalla prosperità dei sudditi e dalla
sicurezza in cui seppero mantener la frontiera. Rimasero soppiantati da
un di quegli avventurieri tanto comuni negli annali dell'oriente, che
aveva abbandonato la professione di calderaio, da cui viene il nome di
-Suffaridi-, pel mestiere di ladro. Chiamavasi Giacobbe, ed era figlio
di Leith; s'introdusse la notte nell'erario del principe di Sistan: ma
avendo urtato in un pezzo di sale, che lo fece cadere, se lo accostò
imprudentemente alla lingua per sapere che fosse. Il sale fra gli
orientali è simbolo d'ospitalità, e quindi il pio ladro subitamente si
ritirò senza prender nulla e senza far guasto. Scopertasi questa azione,
tanto onorevole per Giacobbe, ne meritò egli il perdono e la fiducia del
principe. Fu comandante da principio dell'esercito del suo benefattore,
e combattè poscia per sè; soggiogò la Persia, e minacciò la sede degli
Abbassidi. Marciava verso Bagdad quando fu arrestato dalla febbre.
L'ambasciator del Califfo chiese udienza: Giacobbe lo chiamò al
capezzale del letto; aveva vicino sopra una tavola una scimitarra nuda,
una crosta di pane nero, ed un mazzo d'agli. «Se muoio, diss'egli, il
vostro padrone non avrà più timore; se vivo, questo ferro deciderà la
nostra lite; se son vinto, ripiglierò senza pena la vita frugale della
mia gioventù.» Dall'altezza a cui s'era elevato non potea la caduta
essere sì tranquilla; la sua morte, venuta a tempo, assicurò col suo
riposo quello pur del Califfo, che con immense concessioni ottenne che
suo fratello Amrou tornasse nei palagi di Shiraz e d'Ispahan. Eran
troppo deboli gli Abbassidi per combattere, e troppo orgogliosi per
perdonare; chiamarono in aiuto la potente dinastia de' Samanidi, i quali
passarono l'Oxo con diecimila cavalieri tanto poveri che avean le staffe
di legno, e tanto prodi che sconfissero l'esercito dei Suffaridi, otto
volte più numeroso del loro. Amrou, fatto prigioniero, fu mandato in
catene alla Corte di Bagdad, donativo aggradevole; ed essendosi
contentato il vincitore alla possessione ereditaria della Transoxiana e
del Corasan, tornarono per qualche tempo i regni di Persia al dominio
dei Califfi. Due volte le province della Sorìa e dell'Egitto furono
smembrate per opera di schiavi turchi della razza di Toulun e di quella
d'Ikside[546]. Questi Barbari, che abbracciata aveano la religione ed i
costumi de' Musulmani, si sollevarono dalle fazioni sanguinose del
palagio al governo d'una provincia, poi ad una autorità independente.
Rendettero celebri e formidabili tra i contemporanei i loro nomi; ma i
fondatori di queste due potenti dinastie confessarono, sia coi detti,
sia coi fatti, la vanità dell'umana ambizione. Nel punto di mandar
l'ultimo sospiro, il primo implorò la misericordia di Dio verso un
peccatore, che non avea conosciuto i limiti del proprio potere; il
secondo, circondato da quattrocentomila soldati e da ottomila schiavi,
celava agli occhi di tutti la camera ove procurava di dormire. Furono
allevati i loro figli nei vizii dei re, e gli Abbassidi ricuperarono la
Sorìa e l'Egitto che possedettero ancora trent'anni. Nel declinare del
loro impero, i principi Arabi della tribù di -Hamadan- si insignorirono
della Mesopotamia e delle rilevanti città di Mosul e d'Aleppo. Indarno i
poeti della Corte degli -Hamadaniti- ripeteano, senza arrossire, aver la
natura formato il loro viso sul modello della bellezza, la lingua per
l'eloquenza e le mani per la liberalità e pel valore; nella storia del
loro innalzamento e del lor regno, non troviamo che una serie di
perfidie, di assassinii e di parricidii. In que' medesimi giorni funesti
agli Abbassidi surse la dinastia de' -Bowidi- ad usurpare nuovamente il
reame di Persia. Tal rivoluzione fu fatta dalla spada dei tre fratelli,
i quali sotto diversi nomi si intitolavano sostegni e colonne dello
Stato, e che dal mar Caspio all'oceano non vollero altri tiranni fuor di
sè stessi. Sotto il lor dominio ripresero vita la lingua e gli ingegni
persiani, e trecentoquattro anni dopo la morte di Maometto perdettero
gli Arabi lo scettro dell'oriente.
[A. D. 936]
Rahdi, il ventesimo degli Abbassidi e il trentesimonono dei successori
di Maometto, fu l'ultimo che meritò il titolo di comandante de'
fedeli[547], l'ultimo (dice Abulfeda) che abbia parlato al popolo e
conversato coi dotti, l'ultimo che nelle spese della casa spiegasse la
ricchezza e la magnificenza degli antichi Califfi. Dopo lui, i padroni
dell'oriente furono ridotti alla più abbietta miseria, ed esposti agli
oltraggi ed ai colpi riservati agli schiavi. Per la sedizione delle
province si ristrinse il loro dominio al recinto di Bagdad; ma questa
capitale racchiudeva sempre una moltitudine innumerevole di sudditi
superbi della passata fortuna, mal contanti dello stato in cui erano
allora ed aggravati dalle esazioni d'un fisco, per l'innanzi arricchito
delle spoglie o dei tributi della nazione. Nel loro ozio erano occupati
dalle fazioni e dalla controversia. I rigidi Settari di -Hanbal-[548],
sotto la maschera della pietà, vollero privarli dei piaceri della vita
domestica; penetrarono a forza nelle case dei plebei e dei principi,
rovesciarono i vasi di vino che trovarono, batterono i musici e ne
ruppero gli strumenti, e con infami sospetti disonorarono tutti coloro
che vivevano con gioventù di bell'aspetto. Di due persone unite nella
professione medesima, una, generalmente, era per Alì, l'altra contro; e
finalmente furono scossi gli Abbassidi dalle grida dei Settari che ne
contestavano i titoli e maledivano i fondatori di quella dinastia. Solo
potea la forza militare reprimere una plebe turbolenta; ma chi poteva
sbramare la cupidità dei mercenari, o mantenerli nella disciplina? Gli
Affricani e i Turchi, commessi alla guardia del Califfo, vennero
scambievolmente alle mani, e gli Emiri d'Omra[549] imprigionarono o
deposero il loro sovrano e profanarono la moschea e l'harem. Se i
Califfi si riparavano nel campo, o alla Corte d'un principe vicino, non
era che un cangiare di servitù; finalmente la disperazione li trasse a
chiamare i Bowidi, soldani della Persia, le cui armi invincibili
attutirono le fazioni di Bagdad. Moezaldowlat, secondo dei tre fratelli
Bowidi, s'arrogò il poter civile e militare, e volle ben generosamente
assegnare sessantamila lire sterline per le spese private del comandante
dei fedeli. Ma quaranta giorni dopo la rivoluzione, in un'udienza data
agli ambasciatori del Chorasan e sotto gli occhi d'una moltitudine
sbigottita, i Dilemiti, per ordine del principe straniero, svelsero il
Califfo dal trono, e lo strascinarono in un carcere. Gli saccheggiarono
il palazzo, gli cavarono gli occhi, e tanta fu l'ambizion degli
Abbassidi che non dubitarono d'aspirare ancora ad una corona sì
pericolosa e avvilita. I voluttuosi Califfi ritrovarono nella scuola
dell'avversità le virtù austere e frugali dei primi tempi della lor
religione. Spogliati dell'armatura e del vestimento di seta digiunavano,
pregavano, studiavano il Corano e la tradizion dei Sonniti, adempievano
con zelo, e da uomini istruiti, gli uffici della lor dignità
ecclesiastica. Sempre in essi erano rispettati dalle nazioni i
successori dell'appostolo, gli oracoli della legge o della coscienza dei
fedeli; qualche volta dalla debolezza e dalle discordie dei lor tiranni
fu renduta a loro la sovranità di Bagdad, ma era cresciuta la lor
disgrazia col trionfo dei Fattimiti, veri o falsi discendenti di Alì.
Questi rivali fortunati, venuti dalla estremità dell'Affrica, aveano
annientata in Egitto e in Sorìa l'autorità spirituale e temporale degli
Abbassidi, ed il monarca del Nilo insultava l'umil pontefice delle rive
del Tigri.
[A. D. 960]
Mentre crollava l'impero dei Califfi, nel secolo che scorse dopo la
guerra di Teofilo e di Motassem, le ostilità delle due nazioni si
ridussero a qualche scorreria per terra e per mare, promosse dalla
vicinanza e da un odio irreconciliabile; ma le convulsioni che agitarono
l'Oriente destarono i Greci dal letargo offerendo speranze di vittoria e
di vendetta. L'impero di Bisanzio, dopo l'esaltazione della razza di
Basilio, era stato in pace senza perdere la sua dignità, mentre poteva
colla totalità delle sue forze assalire alcuni piccoli Emir, i cui Stati
erano ad un tempo investiti, o minacciati in un'altra parte da altri
Musulmani. I sudditi di Niceforo Foca, principe tanto rinomato in guerra
quanto abbominato dal popolo, gli diedero fra le acclamazioni i titoli
enfatici di Stella del mattino, e di Morte de' Saracini[550]. Nella sua
carica di gran famigliare o di general dell'oriente, soggiogò l'isola di
Creta, distrusse quella tana di pirati che da sì lungo tempo impunemente
insultava la maestà dell'impero[551], e ci mostra i suoi talenti in
questa impresa che avea così sovente costato ai Greci danno e vergogna.
Fece sbarcare le sue genti coll'aiuto di ponti solidi e uniti, che dalle
sue navi gettava sulla costa. Questo sbarco disseminò lo spavento fra i
Saracini. Sette mesi durò l'assedio di Candia: i Cretesi si difesero con
un coraggio disperato, animati dai frequenti soccorsi che ricevevano dai
lor fratelli d'Affrica e di Spagna; e quando ebbe l'esercito dei Greci
superate le mura e la doppia fossa, si batterono ancora nelle strade e
nelle case. Presa la capitale, fu soggiogata l'isola intera, ed i vinti,
senza opporsi, ricevettero il battesimo offerto dal vincitore[552]. Si
diede a Costantinopoli lo spettacolo d'un trionfo: applaudì la capitale
a questa cerimonia da gran tempo dimenticata, e il diadema imperiale
divenne l'unico guiderdone acconcio a pagare i servigi, o a satisfare
l'ambizion di Niceforo.
[A. D. 963-975]
Dopo la morte di Romano il giovane, quarto discendente di Basilio in
linea retta, Teofania sua vedova sposò successivamente i due eroi del
suo secolo, Niceforo Foca e Giovanni Zimiscè, assassino di quello.
Regnarono come tutori e colleghi dei figli, che erano in minore età, e i
dodici anni che comandarono l'esercito dei Greci son l'epoca più bella
degli annali di Bisanzio. I sudditi e gli alleati che menarono alla
guerra, erano, almeno nell'opinion del nemico, dugentomila uomini,
trentamila dei quali erano armati di corazze[553]; quattromila muli
seguivano i lor passi, e un muro di picche di ferro difendeva il campo
che poneano ogni notte. In una lunga serie di sanguinosi ma indecisivi
combattimenti, non può scorgere lo storico che una anticipazione di
quelle leggi distruttive, che avrebbe adempiute alcuni anni più tardi il
corso ordinario della natura; seguirò dunque in poche parole le
conquiste dei due imperatori, dai colli della Cappadocia sino al deserto
di Bagdad. Gli assedi di Mopsoesto e di Tarso in Cilicia esercitarono
sul principio l'abilità e la perseveranza dei lor soldati, a cui senza
tema di errare darò qui il nome di Romani. Dugentomila Musulmani erano
predestinati a trovar la morte o la schiavitù[554] nella città di
Mopsoesto, divisa in due parti dalla riviera di Saro. Pare sì numerosa
questa popolazione, che dee supporsi comprendesse almeno quella dei
distretti dependenti da Mopsoesto. Questa città fu presa d'assalto; ma
Tarso fu lentamente vinta dalla fame. Come tosto i Saracini si furono
arresi all'onorevole capitolazione offerta, ebbero il dolore di scorgere
da lungi le navi dell'Egitto che venivano inutilmente a soccorrerli.
Furono rimandati con un salvo condotto alle frontiere della Sorìa;
aveano vissuto in pace gli antichi cristiani sotto il loro dominio, e il
vuoto lasciato dalla lor partenza fu presto riempiuto da una nuova
colonia: ma la moschea fu cangiata in una scuderia, fu data alle fiamme
la cattedra dei dottori dell'Islamismo, e si riservò all'imperatore un
gran numero di croci ricche d'oro e di gemme, spoglie delle chiese
dell'Asia, da cui potè essere egualmente soddisfatta o la sua pietà o la
sua avarizia; ed egli fece levare le porte di Mopsoesto e di Tarso
acciocchè, incrostate nelle mura di Costantinopoli, servissero a
perpetuo monumento della sua vittoria. Dopo essersi impadroniti e
assicurati delle gole del monte Aman, si trasferirono più volte i due
principi Romani nel centro della Sorìa: ma invece di investire
Antiochia, parve che l'umanità o la superstizion di Niceforo rispettasse
l'antica metropoli dell'oriente. Si contentò a tirare una linea di
circonvallazione intorno alla Piazza, lasciò un esercito sotto le mura,
e raccomandò al suo Luogo-tenente d'aspettare con tranquillità il
ritorno della primavera; ma nel cuor dell'inverno, giovandosi d'una
notte oscura e piovosa, un ufficial subalterno con trecento soldati
s'accostò alle mura, vi adattò le scale, si impadronì di due torri, e
tenne fermo contro la folla dei nemici, che lo stringean d'ogni parte,
sino a tanto che il suo Capo si determinò suo malgrado di secondarlo. Fu
messa subito a ruba e a sacco la città con molta strage; indi vi si
rinnovò il regno di Cesare e di Gesù Cristo, e indarno centomila
Saracini degli eserciti di Sorìa e dei navili d'Affrica vennero a
logorarsi in vani sforzi sotto la Piazza. Obbediva la regia città
d'Aleppo a Seifeddowlat, della dinastia di Hamadan, il quale oscurò la
sua gloria abbandonando precipitosamente il regno e la capitale. Nel
magnifico palazzo, che abitava fuor delle mura d'Aleppo, i Romani
trovarono giubilanti un arsenale ben provveduto, una scuderia di mille e
quattrocento muli e trecento sacchi d'oro e d'argento; ma le mura della
Piazza non cedettero ai loro arieti, e dovettero gli assedianti
accamparsi nella montagna di Iaushan, situata nelle vicinanze. Nella lor
ritirata si inviperirono le dissensioni, che s'erano accese tra gli
abitanti della città e i mercenari, i quali abbandonarono le porte e i
baloardi, e mentre furiosamente si battevano nella piazza del mercato,
furono sopprapresi ed oppressi dal nemico comune. Furon passati a fil di
spada tutti gli uomini d'età matura, e condotti prigionieri diecimila
giovani. Tanto considerevole fu il bottino, che non ebbero i vincitori
bastanti bestie da soma per trasportarlo; si arse quel che ne restava, e
dopo dieci giorni donati alla licenza e alla crapula, abbandonarono i
Romani questa città deserta e inondata di sangue. Nelle loro incursioni
in Sorìa, ordinarono agli agricoltori che seminassero le terre,
acciocchè nella prossima stagione vi trovasse l'esercito sussistenza.
Sottomisero più di cento città, e per espiare i sacrilegii commessi dai
discepoli di Maometto, si diedero alle fiamme più di diciotto pulpiti
delle primarie moschee. La lista dei loro conquisti ricorda per un
istante i nomi classici di Ieropoli, d'Apamea e di Emeso. L'imperator
Zimiscè accampò nel paradiso di Damasco, ed accettò il riscatto d'un
popolo sottomesso: questo torrente non fu arrestato che dalla
inespugnabile Fortezza di Tripoli, sulla costa di Fenicia. Dopo il regno
di Eraclio, appena i Greci aveano veduto l'Eufrate sotto al monte Tauro;
Zimiscè passò senza ostacolo questo fiume, e dee lo storico imitare la
prontezza con cui sottomise le già famose città di Samosata, d'Edessa,
di Martiropoli, d'Amida[555] e di Nisibi, antico limite dell'impero nei
contorni del Tigri. Era fomentato il suo ardore sempre più dalla smania
di insignorirsi dei tesori ancora intatti d'Ecbatana[556], nome
notissimo e sotto il quale uno storico di Bisanzio ha nascosta la
capitale degli Abbassidi. La costernazione dei fuggiaschi avea di già
sparso colà il terror del suo nome: ma l'avarizia e la prodigalità dei
tiranni di Bagdad ne avea già dissipate le immaginarie ricchezze. Dalle
preghiere del popolo, e dalle premure imperiose del Luogo-tenente dei
Bowidi era sollecitato il Califfo a provedere alla difesa della città.
Rispose lo sciagurato Mothi essere stato spogliato dell'armi, delle
rendite e delle province, e d'essere preparato e presto ad abdicare una
dignità che non potea sostenere. L'Emir fu inesorabile: si vendettero i
mobili del palazzo, e la misera somma ricavatane di quarantamila pezze
d'oro, fu immediatamente spesa in capricci di lusso; ma la ritirata dei
Greci liberò Bagdad da ogni inquietudine; la sete e la fame stavano alla
guardia del deserto della Mesopotamia, e quindi l'imperatore, sazio di
gloria e carico delle spoglie dell'oriente, fece ritorno a
Costantinopoli, ove nella cerimonia del suo trionfo mise in pompa gran
quantità di stoffe di seta, di vasi d'aromi, e trecento miriadi d'oro e
d'argento. Questa procella frattanto non aveva che umiliato la testa
delle Potenze dell'oriente, senza distruggerle. Partiti i Greci,
rivennero i principi fuggitivi alle lor capitali; i sudditi ritrattarono
i giuramenti carpiti dalla forza, purificarono di bel nuovo i Musulmani
i lor templi, e rovesciarono gli idoli dei santi e de' martiri della
religion cristiana; i Nestoriani e i Giacobiti vollero piuttosto
ubbidire ai Saracini che a un principe ortodosso, nè i Melchiti erano
abbastanza forti o coraggiosi per difender la chiesa e lo Stato. Di quei
vasti conquisti, Antiochia, le città di Cilicia, e l'isola di Cipro
furono le sole che restassero in modo utile e permanente all'impero
Romano[557]. {412}
NOTE:
[437] Teofane ascrive i sette anni dell'assedio di Costantinopoli
all'anno 673 dell'Era cristiana (primo settembre 665 dell'Era
Alessandrina), e la pace dei Saracini -quattro- anni dopo;
contraddizione manifesta che il Petavio, il Goar e il Pagi (-Critica-,
t. IV, p. 63, 64) si sono ingegnati di togliere. Fra gli Arabi, Elmacin
registra l'assedio di Costantinopoli all'anno 52 dell'Egira (A. D. 672,
8 gennaio), e Abulfeda, i calcoli del quale sono a mio giudizio più
esatti e più credibile l'asserzione, nell'anno 48 (A. D. 668, 20
febbraio).
[438] -V.- sul primo assedio di Costantinopoli Niceforo (-Breviar.-, p.
21, 22), Teofane (-Chronograph.-, p. 294), Cedreno (-Compend-., p 437),
Zonara (-Hist.-, t. II, l. XII, p. 89), Elmacin (-Hist. Saracen.-, pag.
56, 57), Abulfeda (-Annal. Moslem.-, p. 107, 108, -vers.- Reiske),
d'Herbelot (-Biblioth. orient.-, -Constantinah-), Ockley (-Hist. of the
Saracens-, v. II, p. 127, 128).
[439] Si troverà lo stato e la difesa dei Dardanelli nelle -Memorie del
Barone di Tott- (tom. III, pag 39-97), che era stato inviato per
fortificarli contro i Russi. Mi sarei aspettato da un attore de'
principali qualche più esatta particolarità: ma pare che egli scriva più
per dilettare che per istruire i lettori. Forsechè quando s'accostarono
gli Arabi, il ministro di Costantino, come quello di Mustafà, non fosse
distratto a trovare due canarini che cantassero precisamente la stessa
nota.
[440] Demetrio Cantemiro, -Hist. de l'empire ottom.-, p. 105, 106;
Ricaut, -Etat de l'empire ottom.-, p. 10, 11; -Voyages de Thevenot-,
part. I, p. 189. I cristiani supponendo che dai Musulmani si confonda
frequentemente il martire Abu-Ayub col patriarca Giob, invece di provare
l'ignoranza de' Turchi danno a divedere la propria.
[441] Teofane, quantunque Greco, è degno di fede per questi tributi
(-Chronogr.-, p, 295, 296, 300, 301) che sono, con qualche divario,
raffermati dall'istoria araba di Abulfaragio (-Dynast.-, p. 128, -ver.-
del Pocock).
[442] La critica di Teofane è giusta ed espressa energicamente, την
Ρωμαικην δυναστειαν ακρωτηριασας.... πανδεινα κακα πεπονθεν η Ρωμανια
υπο των Αραβων μεχρι του νυν, -mutilando la dinastia ottomana.... la
Romania ebbe a sostenere ogni sorta di mali sotto gli Arabi sino a
questi giorni- (-Chronog.- p. 302, 303). La serie di quegli avvenimenti
si può raccogliere dagli annali di Teofane, e dal compendio
del Patriarca Niceforo, p. 22, 24.
[443] Queste rivoluzioni sono scritte in uno stile chiaro e schietto nel
secondo volume dell'istoria dei Saracini composta da Ockley (p.
233-370). Non solo dagli autori stampati, ma dai manoscritti arabi
d'Oxford ha tratto molti materiali; avrebbe potuto cercare là entro
molto di più se fosse stato rinchiuso nella biblioteca Bodleiana, invece
d'essere nella prigion della città, destino troppo indegno d'un tal uomo
e del suo paese.
[444] Elmacin, che pone il conio delle monete arabe (A. E. 76, A. D.
695) cinque o sei anni più tardi che gli storici greci, ha confrontato
il peso del dinaro d'oro, del maggiore e del comune prezzo, colla dramma
o dirhem d'Egitto (p. 77), equivalente a circa due pennies 48 grani del
peso inglese (Hooper's -Inquiry into ancient measures-, p. 24-36), o a
circa otto scellini. Si può conchiudere, attenendosi ad Elmacin e ai
medici arabi, che v'erano dinari anche del valore di due dirhem, e altri
che non valevano che un mezzo dirhem. La moneta d'argento era il dirhem
in peso e in valore; ma una bellissima, ancorchè antica, coniata a Waset
(A. E. 88), e conservata nella biblioteca Bodleiana, è di quattro grani
inferiore al campione del Cairo (-V.- l'-Histoire universelle moderne-,
t. I, p. 548 della traduzione francese).
[445] Και εκωλυσε γραφεσθαι ελληνισι τους δημοσιους των λογοθεσιων
κωδικας, αλλ’Αραβιοις αυτα παρασεμαινεσθαι χωρις των ψηφων, επνδη
αδυνατον τη εκεινων γλωσση μοναδα, η δυαδα, η τριαδα η οκτω ημισυ η
τρια γραφεσθαι, -e proibì di scrivere in greco i registri pubblici
dei conti, ma d'indicarli in lettere arabe separatamente, poichè era
impossibile scrivere l'unità, la dualità, il terno, l'otto e mezzo, o
il tre in quella lingua.- (Teofane, -Chronograph.-, p. 314). Questo
difetto, se v'era realmente, avrà stimolato gli Arabi ad inventare, o
a pigliare in prestito un altro metodo.
[446] Secondo un nuovo sistema assai probabile, messo in campo dal
signor di Villoison (-Anecdota Graeca-, t. II, p. 152-157), le nostre
cifre non furono inventate nè dagli Indiani, nè dagli Arabi, ma erano
usate dagli aritmetici greci e latini molto prima del secolo di Boezio.
Quando sparvero le lettere dall'occidente, quelle cifre furono adoperate
dagli Arabi che traduceano i manoscritti originali, e i Latini le
usarono -di nuovo- verso l'undecimo secolo.
[447] Secondo la divisione dei -Themi- o province descritte da
Costantino Porfirogenito (-De thematibus-; t. I, pag. 9, 10),
l'-Obsequium-, denominazion latina dell'esercito o del palagio, era
nell'ordine pubblico il quarto. La metropoli era Nicea che stendea la
sua giurisdizione dall'Ellesponto ai paesi addiacienti della Bitinia e
della Frigia. (-V.- le carte che dal Delisle son poste avanti
l'-Imperium orientale- del Banduri).
[448] Il Califfo avea mangiato due pannieri d'ova e di fichi, cui
divorava alternativamente, e avea finito il pasto con un composto di
midolla, e di zuccaro. In una delle sue peregrinazioni alla Mecca mangiò
Solimano in una volta diciassette melegranate, un capretto, sei polli, e
gran quantità di uve di Tayef. Se la minuta del pranzo del sovrano
dell'Asia è veramente esatta, bisogna ammirarne più l'appetito che il
lusso (Abulfeda, -Annal moslem.- p. 128).
[449] -V.- l'articolo di Omar Ben-Abdalaziz, nella -Bibliothèque
orientale- (p. 689, 690); -praeferens-, dice Elmacin (p. 91),
-religionem suam rebus suis mundanis-. Era tanto ansioso di andare al
soggiorno della divinità che fu inteso una volta affermare, che non
vorrebbe nemmeno incomodarsi a bagnar di olio l'orecchio per guarire
dalla sua ultima malattia. Non avea che una camicia, e, in tempo che il
lusso s'era introdotto fra gli Arabi, non ispendeva più di due dramme
all'anno (Abulfaragio, p. 131); -haud diu gavisus eo principe fuit orbis
Moslemus- (Abulf., p. 127).
[450] Niceforo e Teofane convengono in dire che fu levato l'assedio di
Costantinopoli il 15 agosto (A. D. 718). Ma assicurando il primo, che è
il più degno di fede, aver durato 13 mesi, si sarà ingannato il secondo
asserendo, che cominciò nell'anno precedente nello stesso giorno. Non
vedo che il Pagi abbia notata questa contraddizione.
[451] Sul secondo assedio di Costantinopoli ho seguito Niceforo (-Brev.-
p. 33-36), Teofane (-Chronogr.- p. 324-334), Cedreno (-Compend.-, p.
449-452), Zonara (t. II. p. 98-102) Elmacin (-Hist. Sarac.- p. 88),
Abulfeda (-Ann. moslem-, p. 126), e Abulfaragio (Dynast. p. 130), autore
arabo che appaga di più i lettori.
[452] Carlo Dufrène Ducange, guida sicura ed istancabile pel medio evo e
per la storia di Bisanzio, ha trattato del fuoco greco in molti luoghi
de' suoi scritti, e non rimane speranza di spigolare molti fatti dopo di
lui. -V.- in particolare -Glossar. med. et infim. graecitat.-, page
1275, sub voce τνρ θαλασσιον υγρον -fuoco marino liquido-.
-Gloss. med. et infim. latin. ignis graecus-; -Observations- sopra
Villehardouin, p. 305, 307; -Observations- sopra Joinville, p. 71, 72.
[453] Teofane lo chiama αρχιτεχτων -architetto- (p. 295);
Cedreno (p. 437) fa venire quell'artista da Eliopoli (dalle rovine
d'Eliopoli) in Egitto; e diffatti la chimica si studiava particolarmente
dagli Egiziani.
[454] Dietro una debole autorità, ma una verosimiglianza fortissima, si
suppone che la nafta, l'-oleum incendiarium- della storia di Gerusalemme
(-Gest. Dei per francos-, pag. 1167), la fonte orientale di Giovanni di
Vitry (lib. III c. 84), entrasse nella composizione del fuoco greco.
Cinnamo (l. VI, p. 165) chiama il fuoco greco πυρ Μηδικον
-fuoco Medo-; e si sa esservi gran quantità di nafta tra il Tigri e il
mar Caspio. Plinio (-Hist. nat.-, II, 109) dice che la nafta servì alla
vendetta di Medea, e secondo l'una o l'altra etimologia Ελαιον Μηδιας o
Μηδειας -olio di Media o di Medea- (Procopio -De bell. Gothic.-, l. IV,
c. II) può significare questo bitume liquido.
[455] -V.- sulle varie specie d'olio e di bitumi i -Saggi chimici- (v.
V, saggio I) del dottor Watson (ora vescovo di Landaff). Questo libro
classico è di tutti quelli che conosco il più atto a diffondere il gusto
e le cognizioni della chimica. Le idee men perfette che ne avevano gli
antichi si trovano in Strabone (-Geograf.- l. XVI, p. 1078), e in Plinio
(-Hist. nat.-, II p. 108, 109); -huic- (Naphtae) -magna cognatio est
ignium, transiliuntque protinus in eam undecunque visam-. Otter (t. I,
pag. 153-158), è quello tra i nostri viaggiatori che in questa materia
mi soddisfa di più.
[456] Anna Comnena ha squarciato in parte questo velo. Απο της πευκης,
και αλλων τινων τοιουτων δενδρων αειθαλων συναγεται δακρυον ακαυστον.
Τουτο μετα θειου τριβομενον εμβαλλετα, εις αυλισκους καλαμων και
εμφυσαται παρα του παιξοντος λαβρω και συνεχει πνευματι. -Dalla
pece e da altri consimili alberi, sempre verdi, si raccoglie una stilla
non ardente. Questa pestata col zolfo si lancia nei tubi delle canne, e
si soffia colla bocca ed esce col fiato.- (Alexiad. l. XIII, pag. 383).
Altrove ella fa menzione della proprietà d'ardere κατα το πρανες και
εφ’ εκατερα -nel piano e dalle bande-. Leone, al capo decimonono
della sua Tattica (-Opera Meursii-, t. VI, p. 843, ediz. del Lami,
Firenze 1745), parla della nuova invenzione del πυρ μετα βροντης και
καπνου -fuoco con fragore e con fumo-. Queste sono testimonianze
originali e di persone d'alto affare.
[457] Costantino -Porfirogenito, De administratione imperii-, c. 13, p.
64, 65.
[458] -Histoire de saint Louis-, p. 39, -Parigi-, 1688; p. 44, Parigi,
dalla stamperia reale 1761. Per le osservazioni del Ducange è preziosa
la prima di queste edizioni, e la seconda per la purezza del testo del
Joinville. Il quale è l'unico autore che ne insegni come i Greci,
coll'aiuto d'una macchina che operava come la fionda, lanciavano il
fuoco greco dietro un dardo o una chiaverina.
[459] Sia vanità sia smania di contendere l'altrui fama la più fondata,
si sono indotti alcuni moderni a fissare prima del quattordicesimo
secolo la scoperta della polvere da schioppo (V. sir William Temple,
Dutens ec.), e quella del fuoco greco prima del settimo secolo. (-V.- il
Sallustio del presidente de Brosses t. II, p. 381); ma le testimonianze
da essi citate, anteriori all'epoca a cui si assegnano queste scoperte,
sono di rado chiare e satisfacenti, e si può dubitare di frode, e di
credulità negli scrittori successivi. Gli antichi negli assedii facevano
uso di combustibili che contenevano olio e zolfo, e il fuoco greco per
la qualità, e per gli effetti ha qualche somiglianza colla polvere da
schioppo. Intanto la prova più difficile da eludere sull'antichità della
prima scoperta sta in un passo di Procopio (-De bell. goth.- l. IV, c.
11); e su quella della seconda in alcuni fatti della storia di Spagna al
tempo degli Arabi (A. D. 1249, 1312, 1332, -Bibl. arabico-hispana-, t.
II, p. 6, 7 e 8).
[460] Il monaco Bacone, quell'uomo straordinario, rivela due delle
sostanze che entrano nella polvere da schioppo il salnitro e il zolfo; e
nasconde la terza sotto una frase di gergo misterioso, quasi temesse la
conseguenza della sua scoperta (-Biographia britannica-, vol. I, p. 430,
quarta edizione).
[461] -V.- sull'invasion della Francia, e la sconfitta degli Arabi per
opera di Carlo Martello, l'-Historia Arabum- (c. II, 12, 13, 14) di
Rodrigo Ximenes, arcivescovo di Toledo, che avea sotto gli occhi la
cronaca cristiana di Isidoro Pacense, e l'istoria dei Maomettani scritta
dal Novairi. I Musulmani tacciono o in poche parole fan cenno della loro
perdita: ma il signor Cardonne (t. I, pag. 129, 130, 131) ha fatto un
racconto -puro- e genuino di quanto ha potuto attingere dalle opere di
Ibn-Halikan, di Hidjazi, e d'un anonimo. I testi delle cronache di
Francia e delle vite dei Santi stanno nella raccolta del Bouquet (t.
III) e negli annali del Pagi (t. III), il quale ha riordinata la
cronologia sulla quale gli annali del Baronio s'ingannano di sei anni.
Si scorge più sagacità e spirito che verace erudizione negli articoli
-Abderamo e Manuza- del dizionario del Bayle.
[462] Eginhart, -De vita Caroli magni-, c. 2, pag. 13-18, edizione di
Schmink, -Utrecht-, 1711. Qualche critico moderno accusa il ministro di
Carlo Magno d'aver esagerata la debolezza dei Merovingi; ma le sue
osservazioni generali sono esatte, e i lettori francesi godran sempre di
ripetere i bei versi del Leggio di Boileau.
[463] -Mamaccae- sulla Oisa, tra Compiègne e Noyon, chiamato da Eginhart
-perparvi redditus villam- (-vedi- le Note della carta dell'antica
Francia nella raccolta di Don Bouquet). -Compendium-, o Compiègne, era
un palagio più maestoso (Adriano Valois, -Notitia Galliarum-, p. 159); e
l'abate Galliani, quel sì gioviale filosofo, potè dire con verità
(-Dialogues sur le commerce des blés-) che era la residenza dei re
cristianissimi e capellutissimi.
[464] Anche prima che fosse fondata questa colonia, A. U. C. 630
(Velleio Patercolo, I, 15) ai tempi di Polibio (-Hist.- t. III, pag.
263, ediz. di Gronov.). Era Narbona una città celtica di primo ordine,
ed uno dei luoghi più settentrionali del Mondo allora conosciuto
(d'Anville, -Notice de l'ancienne Gaule-, p. 473).
[465] -Non sempre i Santi fanno miracoli, e possono anche lasciare di
farne in causa propria.- (Nota di N. N.)
[466] Rodrigo Ximenes rimprovera ai Saracini di avere violato il
santuario di S. Martino di Tours. -Turonis civitatem, ecclesiam et
palatia vastatione et incendio simili diruit et consumpsit.- Il
continuator di Fredegario non rimprovera loro che l'intenzione: -ad
domum beatissimi Martini evertendam festinant; at Carolus-, etc.
L'annalista francese era più tenero dell'onore del Santo.
[467] -Non sembra potersi negare, che, se gli Arabi avessero continuato
ed assodato le loro conquiste fatte in Francia nel principio dell'ottavo
secolo, non s'insegnerebbe in Francia, in Germania, in Italia, ed in
Oxford la religione di Maometto, giacchè avevano annientato la religione
cristiana nelle conquistate province affricane, e volti i popoli con
varj mezzi e coll'educazione a professare la religione de' vincitori,
siccome han fatto i Cristiani conquistatori dell'Allemagna intorno al
principio del secolo nono, e di molte province vaste d'America nel
decimosesto; ma il buon credente deve pensare, che Gesù Cristo, che
assiste sempre in un modo invisibile i suoi seguaci, avrebbe protetto la
sua religione. I conquistatori nei tempi passati volevano, che i popoli
vinti adottassero la lor religione, e la prosperità dell'armi seco
traeva quella del culto dei vincitori; ma i progressi del sapere seco
condusse la tolleranza reciproca delle opinioni religiose, ed un popolo
vinto, o passato ad altro dominio, è sicuro di conservare il suo culto
qualunque egli sia. Crediamo poi, che i mali della guerra recati
all'Europa dagli Arabi sieno stati molto minori di quelli ch'ella ebbe a
soffrire dopo quell'epoca fino alla fine del regno di Luigi XIV.
D'altronde l'Europa ignorantissima ne' tempi della grande prosperità e
potenza degli Arabi, fu da essi istruita specialmente nelle matematiche,
nell'astronomia, e nella medicina; beneficio che compensò di gran lunga
i mali della guerra.- (Nota di N. N.)
[468] Dubito per altro se le moschee d'Oxford avrebbero prodotto
un'Opera tanto elegante e ingegnosa di controversia quanto lo sono le
prediche ultimamente fatte (-at Bampton's lectures-) dal sig. White,
professore di lingua araba. Le osservazioni che fa sull'indole e la
religion di Maometto sono con bell'arte adattate al suo subbietto, e
generalmente fondate sulla verità e sulla ragione. Egli fa la figura
d'un avvocato pieno di spirito e d'eloquenza, ed ha talora i pregi d'uno
storico e d'un filosofo.
[469] -Gens Austriae membrorum preeminentia valida, et gens Germana
corde et corpore praestantissima, quasi in ictu oculi manu ferrea et
pectore arduo Arabes extinxerunt.- (Rodrigo di Toledo, c. 14).
[470] Son questi i conti di Paolo Warnefrid, diacono d'Aquileia (-De
gestis Langobard.-, l. VI, p. 921, ediz. di Grozio) e d'Anastasio,
bibliotecario della chiesa Romana (-in vit. Gregorii II-): parla
quest'ultimo di tre spugne miracolose, che rendettero invulnerabili i
soldati francesi che le aveano spartite fra loro. Sembrerebbe che nelle
sue lettere al Papa si usurpasse Eude l'onore della vittoria; tale è il
rimprovero che gli fanno gli annalisti francesi, i quali l'accusano
falsamente ancor essi d'aver chiamato i Saracini.
[471] Pipino, figlio di Carlo Martello, ripigliò Narbona e il resto
della Settimania A. D. 755 (Pagi -Crit.-, t. III, p. 300). Trentasette
anni dopo, fecero gli Arabi una scorreria in questa parte della Francia,
e impiegarono i prigionieri alla costruzione della moschea di Cordova
(De Guignes, -Hist. des Huns-, t. I, P. 354).
[472] -Non è da meravigliarsi, che in quei tempi si scrivessero, e si
spacciassero simili cose; la storia dei secoli di mezzo n'è piena;
l'interesse od il fanatismo le dettava, e l'ignoranza e la stupidità le
avvalorava, e le accettava. Ciò nulla ha a fare coll'intrinseco della
religione cristiana tanto nella parte dogmatica, che nella parte
morale.- (Nota di N. N.)
[473] Questa lettera pastorale diretta a Luigi il Germanico, nipote di
Carlo Magno, è probabilmente composta dall'astuto Hincmar, ha la data
dell'anno 858, ed è segnata dai vescovi delle province di Reims e di
Rouen (Baronio, -Annal. eccles.-, A. D. 741; Fleury -Hist. eccles.-, t.
X, p. 514, 516). Baronio stesso, per altro, e i critici francesi
rigettano con disprezzo questa favola inventata dai vescovi.
[474] I cavalli e le selle che avean portato le sue mogli furono uccisi
ed arsi, per timore che non fossero montati poi da un uomo. Mille e
dugento muli, o cammelli, erano destinati al servizio della cucina, ove
si consumavano ogni giorno tremila pani, cento agnelli, senza parlare
de' buoi, del pollame ec. Abulfaragio (-Hist. dynast.- p. 140).
[475] -Al-Hemar.- Egli era stato governator della Mesopotamia, e in un
proverbio arabo vien lodato il coraggio di quegli asini guerrieri, che
mai non fuggono davanti al nemico. Questo soprannome di Merwan può
giustificare la nota similitudine d'Omero (-Iliade-, A. 557, etc.), e il
soprannome e la citazione Omerica devono impor silenzio ai moderni, che
riguardan l'asino come una emblema di stupidità e di bassezza
(d'Herbelot, -Bibl. orient.-, p. 558).
[476] Quattro città d'Egitto portano il nome di Busir, o Busiride, sì
famoso nelle favole greche. La prima, in cui fu morto Merwan, sta
all'occidente del Nilo, nella provincia di Fium o d'Arsinoe, la seconda
nel Delta, nel Nomo Sebennitico, la terza presso le Piramidi, e la
quarta, che fu distrutta de Diocleziano (-V.- il Capitolo XIII di
quest'opera), è nella Tebaide. Ecco una nota del dotto, ed ortodosso
Michaelis: -Videntur in pluribus Aegypti superioris urbibus Busiri
Coptoque arma sumpsisse christiani, libertatemque de religione sentiendi
defendisse, sed succubuisse, quo in bello Coptus et Busiris diruta, et
circa Esnam magna strages edita. Bellum narrant, sed causam belli
ignorant scriptores Byzantini, alioqui Coptum et Busirim non rebellasse
dicturi, sed causam christianorum suscepturi- (Nota 211 p. 100). -V.-
sulla geografia delle quattro Busiridi, Abulfeda (-Descript. Aegypt.-,
p. 9, vers. Michaelis, Gottingue, 1776, -in-4-), Michaelis (-Not.-
122-127, p. 58-63) e d'Anville (-Mém. sur l'Egypte-, p. 85-147-205).
[477] -V.- Abulfeda (-Annal. moslem.- p. 136-145), Eutichio (-Annal.-,
t. II, p. 392, vers. Pocock), Elmacin (-Hist. Saracen.-, pag. 109-121),
Abulfaragio (-Hist. dynast.- p. 134-140), Rodrigo di Toledo (-Historia
Arabum-, c. 18 p. 33), Teofane (-Chronographie-, p. 356, 357, che parla
degli Abbassidi sotto il nome di Χωρασανιται -Corasaniti- e di
Μαυροφοροι -Maurofori-) e la -Biblioth.- d'Herbelot, articoli
-Ommiades-, -Abbassides-, -Maerwan-, -Ibrahim-, -Saffah-, -Abou-Moslem-.
[478] Si consulti sulla rivoluzione di Spagna, Rodrigo di Toledo (c. 18,
pag. 34, ec.), la -Bibliotheca arabico-hispana- (t. II, p. 30, 198) e
Cardonne (-Hist. de l'Afriq. et de l'Esp.-, t. I, p. 180-197, 205, 272,
323, ec.).
[479] Io non confuterò gli errori bizzarri, nè le chimere di Sir William
Temple (-Oeuvres-, v. III, p. 372-374, ediz. in 8), nè del Voltaire
(-Hist. générale-, c. 28, tom. II, p. 124, 125, ediz. di Losanna) sulla
division dell'impero de' Saracini. Gli errori del Voltaire provengono da
difetto di notizie e di riflessione: ma sir William fu tratto in inganno
da un impostore Spagnuolo, che ha inventato una storia apocrifa del
conquisto della Spagna fatto dagli Arabi.
[480] Il geografo d'Anville (-l'Euphrate et le Tigre-, p. 121-123) e il
d'Herbelot (-Biblioth. orient.-, p. 167, 168) bastano a dar a conoscere
Bagdad. I nostri viaggiatori Pietro della Valle (t. I, p. 688-698),
Tavernier (t. I, p. 230-238), Thevenot (part. II, p. 209-212), Otter (t.
I, p. 162-168) e Niebuhr (-Voyage en Arabie-, t. II, p. 239-271) non la
videro che decaduta; e per quanto io so, il geografo di Nubia (p. 204) e
l'Ebreo Beniamino di Tudela (-Itinerarium-, p. 112-123, di Const.
imperatore, -apud- Elzevir 1633), sono i soli scrittori che vedessero
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