mesi sdrucciolò dal trono in un chiostro, e cesse al braccio ben più
vigoroso di Leone Isaurico l'onore di difendere la capitale e l'impero.
Già già il più formidabile dei Saracini, Moslemah, fratello del Califfo,
si avvicinava con cento ventimila tra Arabi e Persiani, la maggior parte
dei quali montava cavalli o cammelli; e ben durarono lungamente gli
assedi di Tiane, di Amorio, e di Pergamo, piazze che furono prese, ad
esercitare la lor arte, e a crescerne le speranze. Nel noto passaggio
d'Abido sull'Ellesponto per la prima volta tragittarono i Musulmani
dall'Asia in Europa. Di là girando attorno le città della Tracia,
situate sulla Propontide, andò Moslemah ad investire Costantinopoli
dalla parte di terra: cinse il suo campo di fossa e di muro; appostò le
sue macchine d'assedio, e ammonì, colle parole e le azioni, che se pari
alla sua fosse l'ostinazione degli assediati, aspetterebbe in quel sito
pazientemente il ritorno della stagion delle semine e del ricolto.
Fecero i Greci della capitale la proferta di redimere la propria
religione e l'impero con una menda o contribuzione d'una pezza d'oro per
testa: ma questa magnifica offerta fu sdegnosamente ributtata, e
l'arrivo delle navi dell'Egitto e della Sorìa sempre più raddoppiò la
presunzione di Moslemah. Si è computato il numero delle navi a mille e
ottocento, dal che si può argomentare quanto erano piccole, e venivano
con loro venti vascelli in cui la grandezza facea danno alla celerità, e
che per altro non conteneano che cento soldati armati pesantemente.
Questa numerosa squadra procedea verso il Bosforo sopra un mare
tranquillo, con vento favorevole, e, per valermi delle frasi dei Greci,
la selva mobile adombrava la superficie dello stretto. Intanto dal
generale Saracino s'era fissata la funesta notte destinata ad un assalto
generale per terra e per mare. Per aumentare la fiducia del nemico, avea
l'imperatore fatto abbassar la catena che custodiva l'ingresso del
porto; ma intanto che i Musulmani stavano esaminando se convenisse
giovarsi dell'occasione, o se avessero a temere di qualche insidia,
venne a sorprenderli la morte. Lanciarono i Greci le lor barche
incendiarie; gli Arabi, le lor armi, e le lor navi divenner preda delle
fiamme, e quei vascelli che vollero fuggire si spezzarono gli uni contro
gli altri, o furono inghiottiti dall'onde. Di modo che non si trova
negli Storici alcun vestigio di quella squadra, che minacciava la
distruzion dell'impero. I Musulmani ebbero però un disastro più
irreparabile: morì il Califfo Solimano d'indigestione[448] nel suo
campo, presso Kinnisrin o Calcide in Sorìa, mentre era in punto di
marciare a Costantinopoli col resto delle forze dell'oriente. Un parente
nemico di Moslemah succedette a Solimano, e le inutili e funeste virtù
d'un bigotto disonorarono il trono d'un principe dotato d'ingegno e di
attività. Mentre il nuovo Califfo Omar attendeva a calmare ed a
satisfare gli scrupoli della sua cieca coscienza, la sua trascuranza,
piuttosto che la sua risoluzione, lasciava continuare l'assedio durante
l'inverno[449]. Quella stagione fu oltre modo rigidissima: un'alta neve
coperse la terra per più di cento giorni, e i nativi abitatori degli
ardenti climi dell'Egitto e dell'Arabia si rimasero abbrividiti, e quasi
senza vita nel lor campo gelato. Si rianimarono col ritorno della
primavera, e già per essi s'era fatto un secondo sforzo onde
soccorrerli; ricevettero infatti due numerosi navili carichi di biada,
d'armi e di soldati; il primo di quattrocento barche di trasporto e
galere veniva da Alessandria, e il secondo di trecento sessanta
bastimenti dai porti dell'Affrica. Ma si riaccesero i terribili fuochi
dei Greci, e fu meno grande la distruzione solo perchè aveano i
Musulmani appreso per esperienza a star lontani dal pericolo, o perchè
gli Egiziani, che servivano sul navile, tradirono e passarono coi loro
vascelli ad unirsi coll'imperator de' cristiani. Si riaperse il
commercio e la navigazion della capitale, e la pesca supplì ai bisogni
ed al lusso degli abitanti. Ma non tardarono le schiere di Moslemah a
provare la penuria e le malattie, che crebbero ben presto in guisa
terribile per la necessità di ricorrere agli alimenti i più disgustosi e
rivoltanti per lo stomaco. Era scomparso lo spirito di conquista ed
anche di fanatismo; non potean più i Saracini uscire delle linee soli, o
in piccoli distaccamenti, senza essere esposti all'inesorabile vendetta
de' paesani della Tracia. Con doni e con promesse si procacciò Leone un
esercito di Bulgari dalle rive del Danubio: questi Selvaggi ausiliari
espiarono in qualche modo i danni, che con la sconfitta e l'eccidio di
ventiduemila Asiatici avean recato all'impero. Si sparse scaltramente la
nuova che i Franchi, popolazioni ignote del Mondo latino, armassero in
favor de' cristiani per mare e per terra, e questo formidabile soccorso,
colmando di gioia gli assediati mise il terrore negli assedianti.
Finalmente dopo tredici mesi d'assedio[450], Moslemah privo di speranza
ricevè lietamente dal Califfo il permesso di ritirarsi. La cavalleria
araba varcò l'Ellesponto e le province dell'Asia, senza indugiare e
senza essere disturbata. Ma un esercito Musulmano era stato tagliato a
pezzi verso la Bitinia, e tanto in più riprese avea sofferto il
rimanente dell'armata navale, per la procella e pel fuoco greco, che
sole cinque galere portarono ad Alessandria la nuova dei tanti e quasi
incredibili disastri sofferti[451].
Se Costantinopoli fu salva dei due assedii degli Arabi, conviene
soprattutto attribuirne il successo alle devastazioni e al terrore che
spandeva il fuoco greco, divenuto ancor più terribile per la
novità[452]. Il gran segreto di questa formidabile composizione, e la
maniera di dirigerla, erano stati insegnati da Callinico, oriundo
d'Eliopoli in Sorìa, il quale aveva abbandonato il servigio del Califfo
per quello dell'imperatore[453]. Si vide il talento d'un chimico e d'un
ingegnere adeguare la forza delle squadre e degli eserciti, e questa
scoperta, o questo miglioramento nell'arte della guerra, cadde per
ventura nel tempo che i Romani tralignati non poteano lottare contro il
fanatismo guerriero, e la gioventù valorosa dei Saracini. Quello Storico
che vorrà analizzare sì straordinario composto dee diffidare della
propria ignoranza, e di quella degli autori Greci tanto dediti al
maraviglioso, tanto negligenti, e in quest'occasione sì gelosi di
custodire per sè soli questa scoperta. Dalle parole oscure, e forse
fallaci che si lasciano sfuggire dalla penna, si potrebbe essere indotti
a credere che la nafta[454], ossia il bitume liquido, olio leggiero,
tenace e infiammabile[455] che sgorga dalla terra e che s'infiamma al
tocco dell'aria, fosse il primario ingrediente del fuoco greco. La
nafta, non so in che modo e in che proporzione, si mescolava col zolfo e
colla pece che si cava dai pini[456]. Da questa mistura, che produceva
un fumo denso, e un'esplosione fragorosa, usciva una fiamma ardente e
durevole, che non solo si alzava in linea perpendicolare, ma che colla
stessa forza abbruciava di fianco e abbasso, ed invece di estinguerla
l'acqua l'alimentava e le cresceva attività: non v'erano che la sabbia,
l'orina, e l'aceto che potessero mitigare la furia di quel formidabile
agente, dai Greci giustamente chiamato fuoco -liquido-, o fuoco
-marittimo-. Si adoperava con pari successo contro il nemico, in mare e
in terra, nelle battaglie e negli assedii. Si versava dall'alto delle
mura mercè d'una grande caldaia. Si gettava in palle di pietra o di
ferro arroventate, o pure si lanciava sopra strali e chiaverine coperte
di lino e di stoppe, molto imbevute di olio infiammabile; altre volte si
deponeva in brulotti destinati a portare in maggior numero di luoghi la
fiamma divorante; per lo più lo faceano passare attraverso lunghi tubi
di rame collocati nella parte anteriore d'una galea, la cui estremità,
figurando la bocca di qualche mostro selvaggio, parea che vomitasse
torrenti di fuoco liquido. Quest'arte di gran momento era accuratamente
custodita in Costantinopoli come il Palladio dello Stato. Quando
l'imperatore prestava le galere e l'artiglieria ai suoi alleati di Roma,
non si pensava certamente a svelare ad essi il segreto del fuoco greco,
e l'ignoranza e lo stupore aumentavano e trattenevano il terror dei
nemici. Uno degli imperatori[457], nel suo Trattato sulla amministrazion
dell'impero, accenna le risposte e le scuse colle quali si può eludere
l'imprudente curiosità, e le importune istanze dei Barbari. Raccomanda
che si dica che un angelo rivelò il mistero del fuoco greco al primo e
al massimo dei Costantini, ordinandogli espressamente di non mai
comunicare alle nazioni estere questo dono del cielo, e questa grazia
speciale conceduta ai Romani; che sono obbligati del pari il principe e
i sudditi a serbare in proposito un religioso silenzio, mancando al
quale sarebbero esposti alle pene temporali e spirituali destinate al
tradimento e al sacrilegio; che così fatta empietà tirerebbe subito
addosso al reo la prodigiosa vendetta del Dio de' cristiani. Queste
precauzioni fecero sì che i Romani dell'oriente fossero padroni del lor
secreto per quattro secoli, e alla fine dell'undecimo i Pisani, avvezzi
a tutti i mari e pratici di tutte le arti, si videro fulminati dal fuoco
greco senza poterne indovinare la composizione. Finalmente fu scoperta o
indovinata dai Musulmani, i quali poi, nelle guerre della Sorìa e
dell'Egitto, rivolsero contro i cristiani quel flagello che contro di
loro avean quelli inventato. Un cavaliere, che non curava le spade nè le
lancie de' Saracini, racconta candidamente lo spavento ch'egli ebbe, del
pari che i suoi compagni, alla vista e allo strepito della funesta
macchina che vomitava torrenti di fuoco greco, così tuttavia nominato
dagli scrittori francesi. Giugneva esso fendendo l'aria, dice
Joinville[458], sotto la forma d'un drago alato con lunga coda, e grosso
quanto una botte; faceva il rimbombo del fulmine, era celere come il
lampo, e colla sua orribile luce dissipava le tenebre della notte. L'uso
del fuoco greco, o come potrebbe oggi appellarsi del fuoco saracino,
continuò sin verso la metà del secolo quattordicesimo[459], sin a quel
tempo che il nitro, il zolfo ed il carbone, combinati per l'effetto di
scienza o del caso, hanno colla scoperta della polvere da schioppo
portato un gran cangiamento nell'arte della guerra e negli annali del
Mondo[460].
[A. D. 721 ec.]
Costantinopoli e il fuoco greco impedirono agli Arabi il passaggio in
Europa dalla parte dell'oriente; ma all'occidente e del lato de' Pirenei
venivano i vincitori della Spagna minacciando un'invasione alle province
della Gallia[461]. Vedendo il digradamento della monarchia francese si
sentivano allettati colà questi fanatici, sempre insaziabili di
conquiste; nè i discendenti di Clodoveo ereditato aveano da lui il
coraggio e l'indole indomita. Fosse disgrazia o debolezza di carattere,
i nomi degli ultimi re della razza merovingia non andavan disgiunti dal
titolo di neghittosi[462]. Regnavano essi senza autorità, e morivano
senza gloria. Un castello nelle vicinanze di Compiègne[463] era la
residenza loro, o per meglio dir la prigione; ma tutti gli anni, nei
mesi di marzo e di maggio, un carro tirato da sei buoi li conduceva
all'assemblea dei Franchi, ove davano udienza agli ambasciatori
stranieri e ratificavano gli atti dei Prefetti del Palazzo. Era questo
ufficial domestico il ministro della nazione, e il padrone del principe
a un tempo: così la carica pubblica era divenuta il patrimonio di una
sola famiglia. Il primo Pipino avea lasciato alla sua vedova e al figlio
che n'ebbe la tutela d'un re già venuto all'età matura, e questa debole
reggenza era stata rovesciata dai più ambiziosi fra i bastardi di
Pipino. Era quasi disciolto un governo mezzo selvaggio e mezzo
depravato: i duchi tributari, i conti governatori delle province, e i
signori dei feudi ad esempio dei Prefetti del Palazzo s'adoperavano a
farsi grandi sopra la debolezza d'un monarca spregiato. Fra i Capi
independenti un de' più arditi e de' più fortunati fu Eude, duca
d'Aquitania, il quale nelle province meridionali della Gallia usurpò
l'autorità, e ben anche il titolo di re. I Goti, i Guasconi, e i Franchi
si raccolsero sotto lo stendardo di questo eroe cristiano, il quale
respinse la prima invasion de' Saracini, e Zama Luogo-tenente del
Califfo perdè sotto le mura di Tolosa l'esercito e insieme la vita: alla
ambizione de' suoi successori s'aggiunse lo sprone della vendetta:
valicarono nuovamente i Pirenei ed entrarono nella Gallia con forze
poderose, e con la risoluzione di conquistare il paese. Per la seconda
volta prescelsero il sito vantaggioso di Narbona[464], ove i Romani
aveano formata la prima loro colonia; domandarono la provincia di
Settimania, o di Linguadoca, come parte dependente dalla monarchia di
Spagna. I vigneti della Guascogna e dei contorni di Bordeau divennero
possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della
Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i
costumi e la religione dell'Arabia.
[A. D. 731]
Ma questi angusti confini non bastavano al coraggio di Abdalraham, o
Abderamo, dal Califfo Hashem ridonato ai voti de' soldati e del popolo
di Spagna. Quel vecchio ed intrepido generale destinava al giogo del
Profeta il rimanente della Francia e dell'Europa, e tenendosi certo di
superare quanti ostacoli potessero la natura o gli uomini opporgli,
s'apparecchiò con un esercito formidabile a compiere il decreto da lui
dato. Dovette da prima reprimere la ribellione di Manuza, capitano Moro,
padrone dei passi più importanti dei Pirenei. Avea questi accettata
l'alleanza del duca d'Aquitania; ed Eude, condotto da motivi d'interesse
privato o da prospettive d'utilità pubblica, avea conceduta sua figlia,
giovanetta di grande avvenenza, ad un Affricano infedele: ma Abderamo
con armi più forti assediò le principali Fortezze della Cerdagna, e il
ribelle fu preso ed ucciso nelle montagne, e mandata la sua vedova a
Damasco per contentare le brame, o più probabilmente la vanità del
Califfo. Varcati i Pirenei, Abderamo senza indugiare passò il Rodano e
pose l'assedio ad Arles. Volle un esercito cristiano portar soccorso a
questa città: nel tredicesimo secolo vedevansi ancora i sepolcri de' lor
capitani, e le rapide onde del fiume trascinarono a migliaia nel
Mediterraneo i loro cadaveri. Non ebbe minor fortuna Abderamo dalla
parte dell'oceano. Attraversò senza ostacolo la Garonna e la Dordogna,
che congiungono le loro acque nel golfo di Bordeaux; ma al di là di
questi fiumi, trovò il campo dell'intrepido Eude che avea formato un
secondo esercito, e che sofferse una seconda sconfitta, funesta tanto ai
cristiani che, per lor confessione, Iddio solo poteva contare il numero
dei morti. Dopo questa vittoria inondarono i Saracini le province
dell'Aquitania, i nomi gallici delle quali sono piuttosto mascherati che
cancellati dalle denominazioni attuali di Perigord, Saintonge e Poitou;
Abderamo inalberò il suo stendardo sulle mura o almeno davanti alle
porte di Tours, e di Sens, e corsero i suoi distaccamenti il regno di
Borgogna sino alle tanto note città di Lione e Besanzone. La memoria di
quelle devastazioni è stata lungamente conservata dalla tradizione,
avvegnachè non la perdonava Abderamo nè a paese, nè ad abitanti; e la
invasion della Francia, fatta dai Mori e dai Musulmani, ha dato origine
a quelle favole, con cui ne' romanzi di cavalleria hanno guastato sì
bizzarramente i fatti, e che dall'Ariosto furono ornate di tinte così
brillanti e piacevoli. Nello stato di decadimento in cui giaceano la
società e le arti, le città abbandonate dagli abitanti non offerivano ai
Saracini che una preda miserabile: il più ricco bottino consistette
negli spogli delle chiese e dei monasteri cui diedero al fuoco dopo
averli saccheggiati. S. Ilario di Poitiers e San Martino di Tours[465],
in queste occasioni, dimenticarono quel poter miracoloso che dovea
difendere le loro tombe[466]. Avean corso trionfando i Saracini lo
spazio di più di mille miglia dallo scoglio di Gibilterra sino alle rive
della Loira; continuando così altrettanto, sarebbero giunti ai confini
della Polonia ed ai monti della Scozia: il passaggio del Reno non è già
più malagevole di quello del Nilo e dell'Eufrate, e da un'altra parte il
navile arabo avrebbe potuto penetrar nel Tamigi senza dare una battaglia
navale. Oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e
dall'alto delle sue cattedre si dimostrerebbe[467] a un popolo
circonciso la santità, e la verità della rivelazione di Maometto[468].
[A. D. 732]
Ma il senno e la fortuna d'un sol uomo salvarono la cristianità. Carlo,
figlio illegittimo di Pipino-il-Breve, si tenea contento al titolo di
Prefetto o di duca dei Franchi: ma egli meritava di divenire il ceppo
d'una stirpe di re. Governò per ventiquattro anni il regno, e colle sue
vigilanti cure ristaurò e sostenne la maestà del trono: i ribelli della
Germania e della Gallia furono successivamente schiacciati dalla
attività d'un guerriero, che nella medesima campagna piantava le sue
bandiere sull'Elba, sul Rodano e sulle coste dell'oceano. Nel punto del
pericolo dalla voce pubblica fu chiamato in soccorso della patria; il
suo rivale, il duca d'Aquitania, fu costretto a comparire tra la folla
dei fuggiaschi, e dei supplicanti. «Oh Dio! esclamavano i Franchi, che
disgrazia! che indegnità! già da gran tempo ci vien parlato del nome e
delle conquiste degli Arabi; noi temevamo la loro invasione dalla parte
d'oriente; essi han conquistata la Spagna, ed ecco che vengono
dall'occidente ad occupare il nostro paese. Eppure per numero sono
inferiori a noi, e le loro armi non vaglion le nostre, poichè non
portano scudi. -- Se baderete al mio consiglio, rispose loro il bravo
Prefetto del Palazzo, non penserete ad interrompere la corsa, e non
precipiterete i vostri assalti: è quello un torrente che mal si
tenterebbe di arrestare nel suo impeto; sete di ricchezze, e sentimento
di gloria addoppiano in essi il valore, e il valore può più dell'armi e
del numero. Aspettate sino a tanto che, carichi di bottino, siano
inceppati nelle lor mosse. Questi tesori ne divideranno i pareri, e
faran sicura la vostra vittoria». Forse questa sottil politica è
un'invenzione degli scrittori Arabi, e forse la situazione di Carlo può
attribuire ai suoi indugi un motivo men nobile e più personale, il
segreto desiderio cioè, d'umiliare l'orgoglio, e di desolare le province
del ribelle duca d'Aquitania. È più verosimile per altro che fossero
forzati gli indugi di Carlo, ed alla sua brama contrarii. Ignoti erano
alla prima e alla seconda razza, gli eserciti permanenti; dominavano
allora i Saracini più che mezzo il reame; e, secondo la rispettiva lor
condizione, tanto i Franchi della Neustria che quei dell'Austrasia
troppo si dimostrarono sbigottiti, o poco attenti al pericolo che lor
soprastava; ed i soccorsi, volontariamente forniti dai Gepidi e dai
Germani, avean troppa via da correre per arrivare al campo de'
cristiani. Come tosto ebbe Carlo Martello raunate le sue forze, andò in
traccia del nemico, e trovollo nel cuor della Francia, fra Tours e
Poitiers. Le sue mosse ben regolate erano state nascoste da una catena
di colline, e per quanto pare fu sorpreso Abderamo dall'inaspettato suo
arrivo. Con pari ardore marciavano le nazioni dell'Asia, dell'Affrica e
dell'Europa ad una battaglia, che dovea cangiare la faccia del Mondo.
Passarono i sei primi giorni in iscaramuccie, nelle quali ebbero buon
successo i cavalieri e gli arcieri dell'oriente. Ma nella battaglia
ordinata, che seguì nel giorno settimo, furono oppressi gli Orientali
dalla forza e dalla statura dei Germani, i quali con indomito cuore, e
con mani di -ferro-[469] assicurarono la libertà civile e religiosa
della loro posterità. Il soprannome di Martello, che fu dato a Carlo,
prova abbastanza il peso de' suoi colpi intollerabili. Il risentimento e
l'emulazione avvivarono il valore di Eude, e, agli occhi dell'istoria, i
lor compagni d'armi sono i veri Pari, i veri Paladini della cavalleria
francese. Si combattè sino all'ultimo chiarore di giorno; cadde ucciso
Abderamo, e i Saracini si ritrassero entro il lor campo. Nella
confusione e nella disperazion della notte, le varie tribù dell'Yemen e
di Damasco, dell'Affrica e della Spagna si lasciarono trasportare dalla
rabbia sino a rivolger le armi le une contro l'altre; gli avanzi
dell'esercito improvvisamente si dissiparono, ed ogni Emir, più non
pensando che alla propria sicurezza, fece precipitosamente la sua
particolare ritirata. Allo spuntar dell'alba, tanta quiete del campo
Saracino fu da prima considerata dai cristiani vittoriosi per una
insidia. Pure sulle notizie avute dalle spie, si avventurarono
finalmente ad accostarsi per veder le ricchezze lasciate nelle tende già
vuote; ma, eccetto qualche famosa reliquia, non tornò in mano ai
legittimi proprietari che una piccola porzione di bottino. Ben presto si
sparse la gran nuova nel Mondo cattolico, e i monaci d'Italia asserirono
e credettero che il martello di Carlo aveva accoppato trecentocinquanta,
o trecento settantacinquemila Musulmani[470], nel mentre che i cristiani
non aveano perduto più di mille e cinquecento uomini nella giornata di
Tours; ma queste novelle incredibili sono abbastanza smentite da quel
che si sa della circospezione del general Francese, il quale temette i
rischi dell'inseguire, e che rimandò alle lor foreste i suoi alleati
della Germania. L'inazione d'un vincitore è una prova che egli ha
perduto assai di forza, e veduto correre molto del suo sangue, e non è
tanto il momento della battaglia, ma della fuga dei vinti quello che è
segnato da strage maggiore. Nondimeno la vittoria dei Franchi fu intera
e decisiva. Eude ricuperò l'Aquitania, e gli Arabi più non pensarono
alla conquista delle Gallie, da cui Carlo Martello e i prodi suoi
discendenti li respinsero ben presto al di là dei Pirenei[471]. Fa
meraviglia che il Clero, debitore della sua esistenza a Carlo Martello,
non abbia canonizzato o per lo meno lodato a cielo il salvatore del
cristianesimo: ma nella pubblica angustia era stato astretto il Prefetto
del Palazzo ad impiegare, in servigio dello Stato e per lo stipendio dei
soldati, le ricchezze, o almeno le rendite dei vescovi e degli abati. Fu
dimenticato il suo merito per sovvenirsi solamente del suo sacrilegio, e
un Concilio di Francia osò dichiarare[472], in una lettera ad un
principe Carlovingio, che il suo avo era dannato, che quando ne fu
aperta la tomba furono spaventati gli spettatori da un odor di fuoco e
dalla vista di un orrido drago, e che un Santo di quel tempo avea goduto
lo spettacolo di vedere ardere l'anima ed il corpo di quel sacrilego
negli abissi per tutta l'eternità[473].
Nella Corte di Damasco non fece tanta impressione la perdita d'un
esercito e d'una provincia in occidente, quanto l'esaltazione e i
progressi d'un rivale domestico. Eccettuati quei della Sorìa, giammai i
Musulmani non aveano amato la Casa d'Ommiyah. Aveanla veduta sotto
Maometto perseverare nell'idolatria, e nella ribellione; aveva essa a
malgrado suo abbracciato l'Islamismo; era irregolare e fazioso il suo
innalzamento, e bagnato il suo trono dal sangue più sacro ed illustre
dell'Arabia. Il pio Omar, che pur era il migliore dei principi di questa
razza, non avea riconosciuto bastante il suo titolo, e nelle lor virtù
personali non aveano tutti il modo di giustificarsi d'aver violato
l'ordine della successione, e gli occhi, non che il cuor dei fedeli,
erano volti verso la linea di Hashem, ed i parenti dell'appostolo di
Dio. Fra quei discendenti del Profeta, i Fatimiti erano spensierati o
pusillanimi, ma gli Abbassidi con ardimento e prudenza covavano speranze
di gran fortuna. Dal fondo della Sorìa, ove traevano una vita oscura,
fecero partire segretamente agenti e missionari, che nelle province
d'oriente andavano predicando il diritto ereditario ed irrevocabile che
loro competeva; Mohammed, figlio d'Alì, figlio d'Abdallah, figlio
d'Abbas, zio del Profeta, diede udienza ai deputati del Korasan, e ne
accettò un regalo di quarantamila pezze d'oro. Morto Mohammed, le truppe
numerose di fedeli, che non aspettavano altro che un Capo e un segnale
di ribellione, prestarono giuramento al suo figlio Ibrahim; il
governator del Korasan continuò a deplorare le inutilità de' suoi
avvertimenti, e il funesto sonno dei Califfi di Damasco, sino al giorno
in cui con tutti i suoi aderenti fu cacciato dalla città e dal palazzo
di Meru da Abu-Moslem generale dei ribelli[474]. Questo creatore di re
che chiamò, come è fama, gli Abbassidi a regnare, fu alla perfine pagato
come s'usa nelle Corti per l'ardire avuto di farsi utile. Una nascita
ignobile, forse in paese estero, non avea potuto frenare l'ambiziosa
energia di Abu-Moslem. Geloso egli delle sue mogli, prodigo delle sue
ricchezze e del sangue proprio, non che dell'altrui, si dava vanto con
gran compiacenza, e forse per la verità, d'aver data la morte a
seicentomila nemici; e tanta era la gravità del suo naturale e della sua
fisonomia, che fuor d'un giorno di battaglia non fu mai veduto
sorridere. Tra i colori scelti dalle diverse fazioni, il -verde- era
quello dei Fatimiti; gli Ommiadi avevano preso il color -bianco-, e,
come il più contrario a questo, il -nero- era stato preso dagli
Abbassidi. I turbanti e gli abiti di questi erano offuscati da quel
tetro colore: due stendardi neri elevati su picche, alte nove cubiti,
precedan la vanguardia di Abu-Moslem, e si chiamavano la -notte- e
l'-ombra-, volendosi con tai nomi allegorici oscuramente indicare
un'unione indissolubile, e la succession perpetua della linea di Hashem.
Dall'Indo all'Eufrate, fu sconvolto l'oriente dalle contese della fazion
dei Bianchi, e dall'altra dei Neri: eran vincitori gli Abbassidi il più
delle volte: ma lo splendore di queste vittorie fu scemato per le
disgrazie personali del Capo. Scossasi infine da un lungo letargo,
deliberò la Corte di Damasco di impedire il pellegrinaggio della Mecca
intrapreso da Ibrahim, con luminoso seguito, per raccomandarsi al favor
del Profeta e del popolo a un tempo. Da un distaccamento di cavalleria
furono precise le sue mosse: egli fu arrestato, e spirò l'infelice in
una prigione di Harran, senza avere assaporato i piaceri del regno che
gli era stato tanto promesso. Saffah ed Almansor, suoi fratelli cadetti,
scamparono dalle mani del tiranno, tenendosi celati a Cufa sino a quel
giorno che dallo zelo del popolo, e dall'arrivo dei lor partigiani
dell'oriente, furono rincorati a mostrarsi al pubblico ansioso di
vederli. Saffah, ornato dei fregi di Califfo e dei colori della sua
Setta, seguitato da un corteggio religioso e militare, andò alla
moschea, salì in pulpito, fece orazione, indi un discorso come successor
legittimo di Maometto. Partito che fu, i suoi alleati ricevettero da un
popolo affezionato il giuramento di fedeltà: ma non nella moschea di
Cufa, ma sulle rive del Zab dovea terminarsi la gran contesa. Parea che
la fazione dei Bianchi avesse tutti i vantaggi, l'autorità d'un governo
ben assodato, un esercito di cento ventimila soldati contro un numero
sei volte minore di nemici, la presenza e il merito del Califfo Merwan,
quattordicesimo ed ultimo della casa d'Ommiyah. Prima di salire sul
trono s'era acquistato, per le sue campagne in Georgia, l'onorevole
soprannome di -asino- della Mesopotamia[475], e si avrebbe potuto
annoverarlo tra i più gran principi, se i decreti eterni, dice Abulfeda,
non avessero stabilita quell'epoca per la rovina della sua famiglia:
decreto, soggiunge egli, contro il quale indarno lotterebbero tutta la
forza e la sapienza degli uomini. Si compresero male, o si violarono gli
ordini di Merwan; vedendosi tornare il suo cavallo, che egli avea per
una necessità corporale abbandonato un istante, fu creduto morto, e
Abdallah, zio del suo competitore, seppe bravamente dirigere
l'entusiasmo degli squadroni neri. Dopo una sconfitta irreparabile fuggì
il Califfo alla volta di Mosul: ma di già sventolava sulle mura la
bandiera degli Abbassidi, e allora ripassò il Tigri, gettò un'occhiata
di dolore sul suo palagio di Harran, varcò l'Eufrate, abbandonò le
fortificazioni di Damasco, e, senza soffermarsi nella Palestina, pose il
suo ultimo campo a Busir sulle sponde del Nilo[476]. Era incalzato nella
fuga dall'istancabile Abdallah, il quale inseguendolo cresceva ogni dì
più in forza e riputazione. Le reliquie della fazion dei Bianchi furono
totalmente disfatte in Egitto, e il colpo di lancia, che troncò la vita
e le inquietudini di Merwan, gli parve forse tanto utile quanto lo era
pel suo vincitore. L'inesorabile vigilanza del principe trionfante
estirpò i rami più remoti della famiglia rivale; ne furono disperse le
ossa, caricata d'imprecazioni la memoria, e vendicato ampiamente il
martirio di Hosein sulla posterità dei suoi tiranni. Ottanta Ommiadi,
che s'erano arresi sulla parola de' lor nemici, o fidavansi alla lor
clemenza, furono convitati ad un banchetto in Damasco, e colà furono
indistintamente trucidati ad onta delle leggi della ospitalità; fu
imbandita una tavola sui loro corpi, e dai gemiti della loro agonia si
pascea la giovialità dei commensali. L'esito della guerra civile fermò
saldamente la dinastia degli Abbassidi; ma furono soli i cristiani che
dovessero trionfare delle conseguenze degli odi, e delle perdite che
aveano sofferto i discepoli di Maometto[477].
[A. D. 755]
Se per altro le conseguenze di tale sconvolgimento politico non avessero
portato danno alla forza e all'unità dell'impero de' Saracini, avrebbe
bastato una generazione a riempiere il voto dei Musulmani mietuti dalla
guerra civile. Nella proscrizione degli Ommiadi, Abdalrahman, giovanetto
arabo della stirpe reale, era il solo che si fosse salvato dal furor dei
nemici, e fu inseguito dalle rive dell'Eufrate sino alle valli del monte
Atlante. La sua giunta nelle vicinanze della Spagna rianimò lo zelo
della fazione dei Bianchi. Sino a quel punto erano stati soli i Persiani
ad immischiarsi nella causa degli Abbassidi; l'occidente non avea
partecipato poco nè punto alla guerra civile, e i servi della famiglia
cacciata dal trono vi possedeano tuttavia, ma precariamente, le proprie
terre, e gli impieghi del governo. Fortemente riscaldati dalla
gratitudine, dallo sdegno e dal timore indussero il nipote del Califfo
Hashem ad occupare il soglio de' suoi antenati. Nella disperata
condizione in cui era, non potea ricevere altro consiglio da un'estrema
temerità, nè da un'estrema prudenza. Dalle acclamazioni del popolo fu
salutato il suo arrivo sulla costa d'Andalusia, e dopo più tentativi,
coronati dal buon esito, fondò Abdalrahman il trono di Cordova, e fu il
ceppo degli Ommiadi di Spagna, che per più di due secoli e mezzo
regnarono dalle rive dell'Atlantico sino alle montagne de' Pirenei[478].
Uccise egli in un combattimento un Luogo-tenente degli Abbassidi, venuto
con una squadra ed un esercito ad assalire i suoi dominii. Un ardito
emissario andò a sospendere davanti al palagio della Mecca la testa di
Ala, conservata nel sale e nella canfora; ed il Califfo Almansor fu ben
lieto, per la propria sicurezza, d'essere pei mari e per una vasta
ampiezza di paese diviso da un sì terribile avversario. Non ebbero alcun
effetto i loro nuovi divisamenti, e le dichiarazioni di guerra; la
Spagna, invece d'aprir una porta al conquisto dell'Europa, fu staccata
dal tronco della monarchia, e, impelagata in guerre continue
coll'oriente, parve propensa a mantener la pace e i vincoli d'amicizia
coi principi cristiani di Costantinopoli e di Francia. All'esempio degli
Ommiadi si conformarono i discendenti veri o supposti di Alì, cioè gli
Edrissiti di Mauritania, e i Fatimiti dell'Egitto e dell'Affrica, i più
potenti di tutti. Nel decimo secolo tre Califfi, o comandanti de' fedeli
che regnavano in Bagdad, in Cairoan ed in Cordova si contendeano il
trono di Maometto, si scomunicavano a vicenda, e non erano d'accordo che
su questa massima di discordia, che un Settario è più odioso e più
colpevole di un infedele[479].
Era la Mecca il patrimonio della linea di Hashem, ma non si avvisarono
mai gli Abbassidi di soggiornare nella città del Profeta. Presero
avversione per Damasco, che già era stata la residenza degli Ommiadi
bagnata del lor sangue, ed Almansor, fratello e successore di Saffah,
gettò le fondamenta di Bagdad[480], ove risiedettero per cinquecento
anni i Califfi suoi successori[481]. Fu collocata la nuova capitale
sulla riva orientale del Tigri circa quindici miglia al di sopra delle
rovine di Modain; fu cinta d'un doppio muro di forma circolare, e sì
rapido fu l'aumento di questa città, oggi ridotta a città di provincia,
che ottocentomila uomini e sessantamila donne di Bagdad e dei villaggi
vicini assistettero ai funerali d'un Santo, amato dal popolo. In questa
-città di pace-[482], in mezzo alle dovizie dell'oriente, assai presto
gli Abbassidi posero in non cale la moderazione e la semplicità dei
primi Califfi, e vollero emulare la magnificenza dei re Persiani.
Almansor, dopo aver fatte tante guerre ed innalzato sì gran numero di
edificii, lasciò quasi trenta milioni di lire sterline in oro e in
argento[483], e i suoi figli, sia pei vizi o per le virtù, dissiparono
in pochi anni questi tesori. Mahadi, un di loro, spese sei milioni di
danari d'oro in un solo pellegrinaggio alla Mecca. Forse per motivi di
carità e di divozione fondò cisterne e caravanserai (ospizii) sopra una
strada di settecento miglia; ma quella truppa di cammelli carichi di
neve che lo seguivano, non potea servir ad altro che a dar maraviglia
agli Arabi, e a rinfrescare i liquori e le frutta per la tavola del
principe[484]. Non mancarono i cortigiani senz'altro di colmar di elogi
la liberalità d'Almamon suo nipote, che, prima di smontar da cavallo,
distribuì i quattro quinti della rendita d'una provincia, vale a dire
due milioni e quattrocentomila danari d'oro. Alle nozze dello stesso
principe, sulla testa della sposa si seminarono mille perle di primaria
grossezza[485], ed un lotto di terre e di case dispensò ai cortigiani i
capricciosi favori della fortuna. Nel declinar dell'impero, lo splendor
della Corte invece di scemare si accrebbe, e un ambasciator Greco ebbe
occasione d'ammirare o di guardar con compassione la magnificenza del
debole Moctader. Tutto l'esercito del Califfo, tanto cavalleria che
fanteria, era sotto l'armi, dice lo storico d'Abulfeda, e formava un
corpo di cento sessantamila uomini: i grandi ufficiali, i suoi schiavi
favoriti gli stavano a fianco, vestiti nel modo più luminoso con cinture
brillanti di gemme e d'oro. Poi si vedeano settemila eunuchi,
quattromila dei quali erano bianchi; vi erano settecento portieri o
guardie d'appartamenti. Vogavano sul Tigri scialuppe e gondole
riccamente decorate. Non era minore la sontuosità nell'interno del
palazzo ornato di trent'ottomila tappezzerie, tra le quali dodicimila e
cinquecento eran di seta ricamate in oro: inoltre ventiduemila tappeti
da terra. Manteneva il Califfo cento leoni ognuno de' quali avea un
custode[486]. Fra gli altri raffinamenti d'un lusso mirabile non
conviene dimenticare un albero d'oro e d'argento che spandea diciotto
grossi rami, sui quali, non meno che sui più piccoli, si scorgevano
uccelli d'ogni spezie fatti, del pari che le foglie dell'albero, dei
medesimi metalli preziosi. Questo albero dondolava come gli alberi de'
nostri boschi, e allora si udiva il canto di vari uccelli. In mezzo a
tutto questo apparato fu condotto l'ambasciator Greco dal visir a piedi
del trono del Califfo[487]». In occidente, gli Ommiadi di Spagna
sosteneano con pari pompa il titolo di comandante dei fedeli. Il terzo e
il più grande degli Abdalrahman eresse a tre miglia di distanza da
Cordova la città, il palazzo e i giardini di Zebra in onore della sua
sultana favorita. Vi spese venticinque anni di lavoro, e più di nove
milioni sterlini; chiamò da Costantinopoli i più bravi scultori ed
architetti del suo secolo; mille dugento colonne di marmo di Spagna e
d'Affrica, di Grecia o d'Italia sorreggevano o abbellivano questi
edificii. La sala d'udienza era incrostata d'oro e di perle, e figure
d'uccelli e di quadrupedi d'infinito lavoro contornavano una gran vasca
posta nel centro. In un alto padiglione, collocato in mezzo ai giardini,
si vedeva uno di quei bacini o fontane che nei climi caldi sono sì
deliziose, ma che invece d'acqua era pieno di argento vivo purissimo. Il
serraglio di Abdalrahman, computandovi le mogli, le concubine e gli
eunuchi neri, era composto di seimila e trecento persone, e quando
andava al campo era seguìto da dodicimila guardie a cavallo che aveano
cinture e scimitarre guarnite d'oro[488].
Nella condizione privata avviene che le nostre voglie sono represse
dalla povertà a dalla subordinazione: ma un despota, alle cui brame
tutti servono ciecamente, dispone della vita e del braccio di milioni
d'uomini presti sempre a soddisfare senza indugio ogni suo capriccio.
Noi siamo abbacinati da una condizione sì luminosa, e, ad onta dei
consigli della fredda ragione, pochi sono fra noi che ostinatamente
ricusassero di provare i piaceri e le cure del regno. Può dunque
riescire a qualche utilità l'indicare in proposito l'opinione di quel
medesimo Abdalrahman, la magnificenza del quale ci ha mossi forse ad
ammirazione e ad invidia, e il riportare uno scritto di sua mano trovato
dopo la sua morte nel gabinetto di lui. «Presentemente io conto
cinquant'anni di regno, sempre vittorioso o in pace, amato dai sudditi,
temuto dai nemici, rispettato dagli alleati: ho avuto a seconda de' miei
desiderii ricchezza, onori, potenza e piaceri, e pare che nulla dovesse
mancare sulla terra alla mia felicità. In questo stato ho voluto
attentamente tener conto di tutti i giorni in cui ho provato una
felicità vera; essi non furono che -quattordici-.... oh! uomo, non porre
mai la tua fiducia nelle cose di questo Mondo[489].» Il lusso dei
Califfi, tanto inutile alla privata lor contentezza, indebolì la forza e
limitò l'ingrandimento dell'impero degli Arabi. Non aveano i primi
Califfi pensato che a conquiste temporali e spirituali, e dopo aver
provveduto al personal loro mantenimento, che alle necessità della vita
si restringeva, impiegavano scrupolosamente in que' religiosi disegni
tutta l'entrata. La moltitudine de' bisogni, e il difetto d'economia
impoverirono gli Abbassidi, i quali, invece di darsi tutti a' grandi
pensieri dell'ambizione, consacravano alle ricerche della pompa e dei
piaceri le ore, i sentimenti e le forze del loro ingegno. Donne, ed
eunuchi usurpavansi le ricompense dovute al valore, e il campo reale era
ingombro del lusso della Corte. Uguali costumanze si seguirono dai
sudditi del Califfo. Col tempo e nella prosperità s'era calmato il
severo loro entusiasmo: cercavan fortuna nei lavori d'industria, gloria
nella coltura delle lettere, felicità nella quiete della vita domestica.
Non era più la guerra la passion dei Saracini, nè più bastavano lo
stipendio accresciuto, le liberalità sovente rinnovate a sedurre i
discendenti di quei prodi, che allettati dalla speranza del bottino o
del paradiso giungevano in folla sotto lo stendardo d'Abubeker e di
Omar.
[A. D. 754-813]
Quando gli Ommiadi regnavano, erano ristretti gli studii dei Musulmani
ad interpretare il Corano, e a coltivar l'eloquenza e la poesia nella
propria lingua. Un popolo esposto sempre ai rischi della guerra, debbe
apprezzare l'arte della medicina o piuttosto della chirurgia; ma i
medici Arabi si dolean sotto voce che l'esercizio e la temperanza
riducessero a poco il numero dei malati[490]. I sudditi degli Abbassidi,
dopo le guerre civili e le domestiche, esciano del letargo in cui
s'erano assopiti gli ingegni. Impiegarono l'ozio, che aveano acquistato,
a soddisfar la curiosità che lo studio delle scienze profane veniva
ispirando negli animi loro. Questo studio da prima venne favorito dal
Califfo Almansor, il quale, oltre il ben conoscere la legge musulmana,
aveva imparato l'astronomia. Ma quando salì al trono Almamon, settimo
degli Abbassidi, compiendo i disegni del suo avo invitò da ogni parte le
Muse alla sua Corte. Dai suoi ambasciatori a Costantinopoli, dai suoi
agenti nell'Armenia, nella Sorìa, nell'Egitto furono raunati gli scritti
della Grecia, ed egli li fece tradurre in arabo da valenti interpreti,
esortò i sudditi a leggerli assiduamente, e il successor di Maometto
assistè con piacere, e insiem con modestia, alle assemblee ed alle
dispute degli eruditi. «Non ignorava, dice Abulfaragio, che coloro che
consacran la vita a perfezionare l'intelletto, sono gli eletti di Dio, i
suoi migliori e più utili servi. L'ignobile ambizion dei Cinesi e dei
Turchi può ben insuperbirsi dell'industria delle lor mani e dei lor
godimenti sensuali: ma quegli abili operai non devono considerare se non
se con disperata invidia gli esagoni, e le piramidi delle celle d'un
alveare[491]. La ferocia de' leoni e delle tigri debbe atterrire quegli
uomini valorosi, e nei piaceri dell'amore la forza loro è bene inferiore
a quella dei più vili quadrupedi. I maestri della sapienza sono i veri
luminari e i legislatori del Mondo, il quale senza di loro ricadrebbe
nell'ignoranza e nella barbarie.[492]». Nei principi della Casa d'Abbas,
che succedettero ad Almamone, pari fu la curiosità e lo zelo
d'apprendere: i lor rivali, i Fatimiti d'Affrica, e gli Ommiadi di
Spagna, comandanti anch'essi dei fedeli, furon pure i protettori delle
scienze. Nelle province solevano gli Emiri indipendenti concedere al
sapere quella protezione che da loro si considerava come uno dei doveri
di chi regna, e la loro emulazione diffuse, da Samarcanda e da Boccara
sino a Fez e a Cordova, il gusto delle scienze, e i guiderdoni da quelle
meritati. Il visir d'uno di que' Soldani donò dugentomila pezze d'oro
per erigere a Bagdad un collegio, e lo dotò d'una rendita di
quindicimila danari. Ne uscirono per avventura in vari tempi seimila
scolari di tutte le classi, cominciando dal figlio del nobile sino a
quello dell'artigiano. Gli alunni poveri ricevano una somma sufficiente
ai lor bisogni, e i professori aveano stipendi proporzionati al merito
od al talento loro. In tutte le città, il genio curioso dei dilettanti,
e la vanità dei ricchi venivano moltiplicando gli esemplari delle opere
della letteratura araba. Un semplice dottore rifiutò gli inviti del
soldano di Boccara, perchè a trasportare i suoi libri sarebbe stato uopo
di quattrocento cammelli. La biblioteca dei Fatimiti conteneva centomila
manoscritti, vergati in bellissimo carattere e legati magnificamente, i
quali senza timore e senza difficoltà erano prestati agli studenti del
Cairo. Nondimeno questo numero sembrerà ancora assai moderato, se si
voglia credere che gli Ommiadi di Spagna aveano formata una biblioteca
di seicentomila volumi, fra i quali se ne contavano quarantaquattro pel
solo catalogo. Cordova lor capitale, e le città di Malaga, d'Almeria e
di Murcia diedero il giorno a più di trecento autori; e per lo meno
settanta erano le biblioteche pubbliche nelle città solamente del regno
d'Andalusia. Il dominio delle lettere arabe si è prolungato per lo
spazio di circa cinque secoli, sino alla grande irruzione dei Mongou, e
fu contemporaneo al periodo più oscuro e più ozioso degli annali
Europei; ma pare che la letteratura orientale abbia declinato dopo che
le scienze comparvero nell'Occidente[493].
Nelle biblioteche degli Arabi, come in quelle dell'Europa, la maggior
parte di questo enorme ammasso di volumi non aveva che un valor locale
ed un pregio immaginario[494]. Vi stavano in mucchio una farragine
d'oratori e di poeti, lo stile dei quali era conforme al gusto e ai
costumi del paese; d'istorie generali e particolari, a cui ogni nuova
generazione recava il suo tributo d'eroi e di fatti; di raccolte e di
commentari sulla giurisprudenza, che pigliavano la loro autorità dalla
legge del Profeta; di interpreti del Corano, e di tradizioni ortodosse;
finalmente tutto lo stuolo dei teologi polemici, mistici, scolastici e
moralisti, considerati come i primarii o gli ultimi degli scrittori,
secondo che sono guardati dall'occhio dello scetticismo, o da quel della
fede. I libri di scienza o di speculazione poteano dividersi in quattro
classi, filosofia, matematica, astronomia e medicina. Furono tradotti e
spiegati in lingua araba gli scritti dei Saggi della Grecia, e si è
ritrovato in queste versioni qualche Trattato di cui oggi è perduto
l'originale[495]: tradussero gli orientali e studiarono, fra gli altri,
gli scritti d'Aristotile e di Platone, d'Euclide e d'Apollonio, di
Tolomeo, d'Ippocrate e di Galeno[496]. Fra i sistemi di idee che hanno
variato col gusto d'ogni secolo, abbracciarono gli Arabi la filosofia
d'Aristotile, del pari intelligibile ed oscura del pari pei lettori di
tutti i tempi. Platone avea scritto per gli Ateniesi, e lo spirito delle
sue allegorie è troppo intimamente connesso colla lingua e colla
religion della Grecia. Caduta che fu questa religione, uscendo i
Peripatetici della loro oscurità trionfarono nelle controversie delle
Sette orientali, e lungo tempo dopo fu dai Musulmani di Spagna renduto
alle scuole latine il loro fondatore[497]. In fisica, i progressi delle
vere cognizioni erano stati inceppati dagli insegnamenti dell'accademia
e del liceo, che invece dell'osservazione avean messo in questa scienza
il raziocinio. La superstizione ha fatto troppo uso della metafisica
dello spirito infinito, e dello spirito finito: ma dalla teorica e dalla
pratica della dialettica sono fortificate le nostre facoltà
intellettuali; le dieci categorie di Aristotile generalizzano e mettono
in ordine le nostre idee[498], e il suo sillogismo è l'arma più
tagliente della disputa. Era questa abilmente impiegata nelle scuole dei
Saraceni; ma siccome giova più per discoprire l'errore che la verità,
non è maraviglia se si veggono nella succession dei tempi girare
continuamente e maestri e discepoli nello stesso circolo d'argomenti. Le
matematiche hanno un vantaggio particolare, quello cioè, di poter
sempre, nel corso dei secoli, progredire più innanzi senza retrogradare
giammai; ma gli Italiani, se mal non m'appongo, nel decimoquinto secolo
presero la geometria quale si trovava presso gli antichi; e qualunque
siasi l'etimologia della parola Algebra, gli stessi Arabi attribuiscono
modestamente quella scienza a Diofanto un de' Geometri della
Grecia[499]. Con più gloria coltivarono l'astronomia che sublima lo
spirito umano, insegnandogli a non curare il piccolo pianeta in cui
abita nella propria passaggera esistenza. Il Califfo Almamon somministrò
i dispendiosi stromenti necessari agli osservatori: per altro il paese
de' Caldei aveva un terreno egualmente piano, e uno stesso Orizzonte
sempre sgombro di nubi: nelle pianure di Sennaar, e la seconda volta in
quelle di Cufa misurarono i matematici esattamente un grado del gran
circolo della terra, e trovarono essere l'intera circonferenza del globo
ventiquattromila miglia[500]. Dal regno degli Abbassidi sino a quello
dei nipoti di Tamerlano, si osservarono le stelle con attenzione, ma
senza l'aiuto dei cannocchiali; e le Tavole astronomiche di Bagdad, di
Spagna e di Samarcanda[501] correggono alcuni errori secondari, senza
avere il coraggio di rinunciare all'ipotesi di Tolomeo, e senza avanzare
un passo verso la scoperta del sistema solare. Non poteano esser ben
accolte le verità scientifiche nelle Corti d'oriente se non se mercè
della ignoranza e della sciocchezza; e si sarebbe ributtato l'astronomo,
se non avesse avvilito il suo sapere e l'onestà sua colle vane
predizioni dell'astrologia[502]. Ma nella scienza della medicina hanno
gli Arabi ottenuto giustissimi elogi. Mesua e Geber, Razis ed Avicenna
si sono innalzati alla sublimità dei Greci; e nella città di Bagdad si
contavano ottocento sessanta medici approvati, ricchi per la pratica di
loro professione[503]. In Ispagna si affidava la vita dei principi
cattolici al sapere dei Saracini[504], e la scuola di Salerno, nata
dalle dottrine che avean essi portate, richiamò in Italia e nel resto
dell'Europa i precetti dell'arte salutare[505]. Dovettero i buoni
successi di ciascun di que' medici essere frutto della forza propizia di
molte cagioni personali ed accidentali; ma si può formare un concetto
più positivo di quanto sapevano in generale su l'anatomia[506] la
botanica[507] e la chimica[508], che sono le tre basi della lor teorica
e della loro pratica. Per un rispetto superstizioso dei morti, non si
permetteva ai Greci e agli Arabi che la sezione delle scimie e d'altri
quadrupedi. Le parti più solide e più visibili del corpo umano erano
note ai tempi di Galeno; ma al microscopio ed alle iniezioni dei moderni
era serbato il conoscerne meglio la costruzione. La botanica esige
indagini faticose, e poterono le scoperte della Zona torrida arricchire
di duemila piante l'erbario di Dioscoride. Quanto alla chimica, forse i
templi e i monasteri dell'Egitto conservavano per tradizione qualche
dottrina di essa, e col praticare le arti e le manifatture s'erano
imparati molti utili segreti; ma la scienza è debitrice della sua
origine e del suo incremento alla fatica dei Saracini. I quali furono i
primi ad usure il lambicco per distillare, e a noi ne tramandarono il
nome; analizzarono le sostanze dei tre regni; osservarono le differenze
e le affinità degli alcali e degli acidi, e dai minerali più pericolosi
seppero ricavare medicamenti dolci e salubri. Ma la trasmutazione dei
metalli e l'elixir d'immortalità furono le principali occupazioni della
chimica araba. Migliaia di dotti videro sparire la lor fortuna, e la
ragione e il senno nei crogiuoli dell'alchimia; si congiunsero insieme
il mistero, la favola e la superstizione, degni socii per lavorare alla
grand'opra della pietra filosofale.
Intanto i Musulmani aveano trascurato i maggiori beneficii che fornisce
la lettura degli autori della Grecia e di Roma: cioè la cognizion
dell'antichità, del buon gusto e della libertà di pensare. Alteri,
baldanzosi delle ricchezze della propria lingua, sdegnavano gli Arabi lo
studio d'un idioma straniero. Fra i cristiani dei loro dominii
sceglievano gl'interpreti greci, e questi faceano le traduzioni talora
sul testo originale, e forse più sovente sopra una versione siriaca; e
pare che i Saracini, dopo aver pubblicato nella propria lingua tante
Opere d'astronomia, di fisica e di medicina, non abbiano tradotto un
poeta, un oratore, e nemmeno uno storico[509]. La mitologia d'Omero
avrebbe ributtata la severità del lor fanatismo; governavano essi in una
neghittosa ignoranza le colonie dei Macedoni, e le province cartaginesi
e romane; non v'era più memoria degli eroi di Plutarco e di T. Livio, e
l'istoria del Mondo, prima di Maometto, era ristretta ad una breve
leggenda sui patriarchi e profeti, e i re della Persia. Forse gli autori
greci e latini, in cui è occupata la nostra educazione, ci hanno per
avventura inspirato un gusto troppo esclusivo, nè io son sollecito a
condannare la letteratura e il giudizio delle nazioni di cui non m'è
nota la lingua. So per altro che possono gli autori classici insegnare
assai cose, e credo che molto hanno da imparare gli orientali da quelli;
mancano specialmente d'una certa dignità temperata nello stile, delle
nostre belle proporzioni dell'arte, delle forme del bello visibile ed
intellettuale, dell'abilità di delineare esattamente i caratteri e le
passioni, d'abbellire un racconto o un argomento, e di comporre
regolarmente l'edificio dell'epopea e del dramma[510]. L'impero della
verità e della ragione è sempre presso a poco lo stesso. I filosofi
d'Atene e di Roma godevano la libertà civile e religiosa, e ne
sosteneano coraggiosamente i diritti. Colle loro scritture di morale e
di politica avrebbero a poco a poco rallentati i ferri del dispotismo
orientale, e sparso uno spirito generale di discussione e di tolleranza:
nel leggerli, avrebbero i saggi Arabi pensato che il Califfo poteva
essere un tiranno, e il loro Profeta un impostore[511]. All'istinto
della superstizione fecero anche timore le scienze astratte, e i più
austeri dottori della legge dannarono l'imprudente e perniciosa
curiosità di Almamon[512]. Deesi attribuire alla sete del martirio, alle
visioni sul paradiso e al domma delle predestinazioni l'indomabile
entusiasmo del principe e del popolo. La spada dei Saracini cessò
d'essere tanto formidabile quando la gioventù passò dai campi ai
collegi, quando gli eserciti de' fedeli osarono leggere e riflettere.
Pure la puerile vanità dei Greci s'inalberò al vedere quegli studii, e
solo con gran ripugnanza s'indussero a comunicare il santo fuoco ai
Barbari dell'oriente[513].
[A. D. 781-805]
Nel tempo della sanguinosa lotta fra gli Ommiadi e gli Abbassidi, aveano
i Greci colto il destro di vendicarsi dei torti ricevuti ed allargare i
confini. Ma pagarono caro questo piacere sotto Mohadi, terzo Califfo
della dinastia, il quale fece esso pure suo pro dei vantaggi che gli
presentava la debolezza della Corte bizantina, governata da una donna e
da un fanciullo, Irene e Costantino. Dalle rive del Tigri giunse al
Bosforo di Tracia un esercito di novantacinquemila Persiani ed Arabi,
condotti da Haroun[514] o Aronne, secondo figlio del Califfo, e
l'imperadrice, che presto lo vide accampato in faccia al suo palazzo
sulle alture di Crisopoli o Scutari, comprese allora d'aver perduta gran
parte delle sue soldatesche e delle province. Colla sua approvazione, i
ministri segnarono una pace ignominiosa, e i donativi scambievoli delle
due Corti non poterono mascherare la vergogna d'un annuo tributo di
settantamila danari d'oro a cui dovette obbligarsi l'impero Romano. I
Saracini non aveano avuta bastante precauzione innoltrandosi in una
terra nemica e lontana dal loro impero; per indurli a ritirarsi, furono
promesse guide sicure e viveri in abbondanza, nè vi fu un solo Greco da
tanto che insinuasse, potersi circondare e distruggere le loro milizie
affaticate nel punto che passassero fra una montagna di malagevole
accesso e la riviera di Sangario. Cinque anni dopo questa impresa, salì
Haroun sul trono paterno; e di tutti i monarchi della sua famiglia fu
quegli che mostrò più potenza ed energia. La sua alleanza con Carlo
Magno gli ha data celebrità in occidente, e noi lo conosciamo sin dalla
nostra infanzia per la figura che fa continuamente nelle Novelle Arabe.
Egli denigrò il suo soprannome di Rashid (il Giusto), con la morte de'
generali Barmecidi, forse innocenti, il che, per altro, non impediva che
potesse far giustizia a una povera vedova, la quale, saccheggiata da'
soldati, osò citare al despota negligente un passo del Corano, che lo
minacciava del giudizio di Dio e della posterità. Si abbellì la sua
Corte della pompa del lusso e delle scienze; nei ventitre anni del suo
regno corse più volte le province del suo impero dal Korasan sino
all'Egitto. Fece cinque pellegrinaggi alla Mecca; invase in otto epoche
diverse il territorio dei Romani, ed ogni volta che questi ricusarono di
pagare il tributo, impararono che un mese di devastazioni era più
funesto che un anno di sommessione. Dopo la deposizione e l'esiglio
della snaturata madre di Costantino, risolvette il suo successore
Niceforo d'abolire questa marca di servitù e di disonore. La sua lettera
al Califfo alludeva al giuoco degli Scacchi, che s'era di già diffuso
dalla Persia nella Grecia: «La regina (diceva egli parlando d'Irene) vi
considerava come una torre, e si credeva una pedina. Questa donna
pusillanime aveva acconsentito a pagarvi un tributo, il doppio di quello
che avrebbe dovuto esigere da un popolo barbaro. Restituite dunque i
frutti della vostra ingiustizia, o preparatevi a decidere questa lite
coll'armi». Nel pronunciar queste parole gli ambasciatori gettarono a
piè del trono un fascio di spade. Sorrise a quella minaccia il Califfo,
e cavando la sua tremenda -sansamah-, quella scimitarra sì famosa negli
annali della storia e della favola, troncò le deboli armi dei Greci
senza smuzzare il taglio della sua. Dettò poscia questa lettera
terribilmente laconica: «In nome del Dio misericordioso,
Haroun-al-Rashid comandante dei fedeli, a Niceforo, cane Romano. Figlio
d'una madre infedele, ho letto la tua lettera. Tu non avrai la mia
risposta, ma la vedrai». La Scrisse in caratteri di sangue e di fuoco
nelle pianure della Frigia; e per arrestare la celerità guerriera degli
Arabi, dovettero i Greci ricorrere alla dissimulazione e all'apparenza
di pentimento. Dopo le fatiche della campagna si ritrasse il Califfo
vittorioso a Racca sull'Eufrate[515], che era il palagio da lui
prediletto. Ma i suoi nemici, vedendolo lontano cinquecento miglia,
rincorati inoltre dal rigor della stagione, si avventurarono a violare
la pace. Ebbero però a rimanere storditi dell'ardimento e dalla rapidità
del Califfo, che nel cuor del verno ripassò le nevi del monte Tauro;
avea già Niceforo esausti tutti gli stratagemmi di negoziazione e di
guerra, e questo perfido Greco non uscì che con tre ferite da una
battaglia che costò la vita a quarantamila sudditi. Sdegnò per altro
anche una volta la sommessione, e il Califfo si mostrò parimenti
preparato alla vittoria. Aveva Haroun cento trentacinquemila soldati di
milizia regolare e più di trecentomila uomini d'ogni genere entrarono in
campagna sotto il vessillo nero degli Abbassidi. Questo esercito sgombrò
l'Asia Minore sino al di là di Tiane ed Ancyra, ed investì Eraclea del
Ponto[516], già capitale d'un paese florido, ed oggi miserabile borgo,
il quale, al tempo di cui parliamo, sostenne colle sue vecchie mura
l'assedio di un mese contra tutte le forze dell'oriente. Haroun la
rovinò da cima a fondo, e i suoi guerrieri vi trovarono grandi
ricchezze; ma se avesse conosciuta la storia della Grecia, avrebbe
deplorata la perdita di una statua d'Ercole, che avea tutti gli
attributi del Semidio, cioè la clava, l'arco, il turcasso, e la pelle di
lione in oro massiccio. Per li progressi dei guasti in mare e in terra,
dall'Eusino all'isola di Cipro, fu determinato Niceforo a ritrattare la
sua superba disfida. Consentì Haroun alla pace: ma volle che rimanessero
le rovine d'Eraclea per una lezione ai Greci, e per un trofeo alla sua
gloria, e che la moneta del tributo portasse l'effigie e il nome di
Haroun e de' suoi tre figli. Ma questa pluralità di sovrani fu quella
che diede ai Romani agio per sottrarsi al proprio disonore[517]. Dopo la
morte del padre, i figli del Califfo si contesero l'eredità, e quegli
che vinse la prova, il nobile Almamone, ebbe troppo che fare a
ristabilire la pace domestica e la coltura delle scienze.
[A. D. 823]
Mentre Almamone regnava in Bagdad, e Michele-il-Balbo in Costantinopoli,
gli Arabi soggiogarono le isole di Creta[518] e di Sicilia. I loro
scrittori, che ignoravano la fama di Giove e di Minosse, non curarono la
prima di quelle conquiste: ma non fu trascurata dagli storici Bizantini,
che qui cominciano a spargere un po' più di luce sulle cose del lor
tempo[519]. Una turba di volontari della Andalusia, malcontenti del
clima e del governo di Spagna, se ne andarono per mare in cerca
d'avventure, e poichè non aveano che dieci o venti galere furono
chiamati corsari. Come sudditi e difensori della parte dei Bianchi,
credevano aver dritto d'invadere i domimi dei Califfi Neri. Da una
fazione ribelle furono introdotti in Alessandria[520]; tagliarono a
pezzi amici e nemici, posero a sacco le chiese e le moschee, vendettero
più di seimila cristiani, e si tennero forti nella capitale dell'Egitto
sino al tempo che Almamon piombò su loro col suo esercito. Dalla foce
del Nilo sino all'Ellesponto, le isole e le coste, che appartenevano o
ai Greci o ai Musulmani, furono esposte alle loro devastazioni.
Allettati dalla fertilità della Grecia, e ardenti di voglia di
insignorirsene, presto vi ritornarono con quaranta galere. Corsero gli
Andalusii quell'isola senza tema e senza ostacolo; ma quando giunsero
alla riva per imbarcarvi la preda, videro i lor navili in mezzo alle
fiamme, e confessò Abu Caab, loro Capo, sè essere l'autore
dell'incendio. Accusato dalle loro grida come stravagante o perfido, «di
che vi lagnate? rispose l'accorto Emir. Io vi ho condotto in una terra,
ove scorre il latte e il mele. Qui sta la vostra patria. Riposate dalle
fatiche, e ponete in dimenticanza i deserti nativi. -- E le nostre donne
e i nostri figli? esclamarono i pirati. -- Le vostre belle prigioniere
faran le veci delle vostre mogli, soggiunse Abu Caab, e in braccio a
loro diverrete ben presto padri d'una nuova famiglia». Non ebbero da
prima per abitazione che il loro campo sulla baja di Suda, cinto da una
fossa e da un muro; ma da un monaco apostata, fu loro indicato nella
parte orientale un sito più opportuno, e il nome di -Candace-, che
diedero alla lor Fortezza e alla colonia loro, e divenuto quello
dell'intera isola chiamata poi corrottamente Candia. Delle cento città
sussistenti ai tempi di Minosse, non ne rimanean più che trenta, e una
sola, per quanto si crede, Cydonia, ebbe coraggio di mantenersi in
libertà e di non abbiurare il cristianesimo. I Saracini di Creta non
tardarono a rifare vascelli; e i boschi del monte Ida solcarono ben
presto i mari. Nei cento trentott'anni di una guerra continua contro
quegli arditi corsari, non cessarono i principi di Costantinopoli di
attaccarli e inseguirli senza frutto.
[A. D. 727-878]
Un atto di severità superstiziosa fece perdere la Sicilia[521]. Un
giovane, che avea rapita una religiosa, fu condannato dall'imperatore a
perdere la lingua. Eufemio, tale era il nome del giovanetto, ebbe
ricorso alla ragione e alla politica dei Saracini d'Affrica, e fece
ritorno ben presto nel suo paese, vestito della porpora imperiale,
seguìto da cento navi, da settecento cavalieri, e da diecimila fanti.
Questi guerrieri sbarcarono a Mazara, presso le rovine dell'antica
Selinunte; ma dopo alcune piccole vittorie, i Greci liberarono
Siracusa[522]; rimase ucciso l'apostata nell'assedio, e gli Arabi furono
ridotti a mangiar i cavalli. Vennero anch'essi soccorsi da un potente
sforzo dei Musulmani della Andalusia; la parte occidentale, che era la
più considerevole dell'isola, fu a poco a poco sottomessa, e i Saracini
elessero il comodo porto di Palermo per sede della lor potenza navale e
militare. Serbò Siracusa per cinquant'anni la fede giurata a Gesù Cristo
e all'imperatore. Quando fu assediata l'ultima volta, mostrarono i suoi
cittadini un avanzo di quel coraggio, che avea resistito altre volte
alle armi d'Atene e di Cartagine. Più di venti giorni stettero fermi
contro gli arieti e le catapulte, le mine e le testudini degli
assedianti; e avrebbe potuto essere soccorsa la Piazza, se non fossero
stati impiegati in Costantinopoli i marinai dell'armata imperiale a
fabbricare una chiesa in onore della Vergine Maria. Il diacono Teodosio,
non che il vescovo e tutto il clero furono strappati dagli altari,
caricati di catene, condotti a Palermo, gettati in una prigione e
continuamente esposti al rischio di scegliere o la morte o l'apostasia.
Teodosio ha scritto, sopra la sua situazione, un discorso patetico che
non è privo d'eleganza, e che può considerarsi come l'epitaffio del suo
paese[523] Dal tempo che fu soggiogata la Sicilia dai Romani, sino a
quello in cui fu conquistata dai Saracini, Siracusa, ora ristretta
all'isola d'Ortigia che formò il suo primo recinto, avea a poco a poco
perduto l'antico splendore. Nondimeno conteneva ancora grandi ricchezze;
i vasi d'argento trovati nella cattedrale pesavano cinquemila libbre; il
bottino fu valutato un milione di pezze d'oro, vale a dire circa
quattrocentomila lire sterline, e il numero de' prigionieri dovette
essere più considerevole che in Tauromenio, d'onde furono trasportati
diciassettemila cristiani in Affrica per vivere colà nella schiavitù.
Dai vincitori fu annichilita in Sicilia la religione e la lingua dei
Greci, e tanta fu la docilità della nuova generazione, che furono
circoncisi quindicimila giovanetti in un sol giorno col figlio del
Califfo Fatimita. Salparono dai porti di Palermo, di Biserta e di Tunisi
le forze marittime degli Arabi, e assalirono e posero a ruba
centocinquanta città della Calabria e della Campania, nè il nome dei
Cesari o degli appostoli valse a difendere i sobborghi di Roma. Se
fossero stati concordi i Musulmani, avrebbero di leggieri avuta la
gloria di sottomettere l'Italia all'impero del Profeta; ma i Califfi di
Bagdad aveano perduta in occidente l'autorità, gli Aglabiti e i Fatimiti
usurpato le province dell'Affrica, mentre in Sicilia i loro Emiri
anelavano alla independenza e i lor disegni di conquista e di
ingrandimento si ristrinsero ad alcune scorribande di corsari[524].
[A. D. 846]
Fra le umiliazioni e i patimenti che desolavano allora l'Italia, il nome
di Roma risveglia negli animi un'augusta e insiem dolorosa memoria.
Parecchi navili Saracini della costa d'Affrica ebbero il coraggio di
salire il Tevere ed accostarsi ad una città, che, sebben digradata, era
ancora riverita come metropoli del Mondo cristiano. Un popolo tremante
ne custodiva le porte e le mura; ma le tombe e le chiese di S. Pietro e
Paolo, situate nei sobborghi del Vaticano e sulla strada d'Ostia,
rimanevano abbandonate al furor de' Musulmani. La santità di questi
luoghi aveali protetti contro l'ingordigia dei Goti, dei Vandali, dei
Barbari e dei Lombardi; ma gli Arabi aveano a sdegno l'Evangelo e la
Leggenda, e dai precetti del Corano era approvata ed anzi stimolata la
loro rapacità. Tolsero alle statue del cristianesimo le offerte onde
erano arricchite; levarono dalla chiesa di S. Pietro un altar d'argento,
e se lasciarono interi gli edificii ed i corpi dei Santi quivi sepolti,
deesi attribuire questo riguardo alla fretta piuttosto che ai loro
scrupoli. Nelle scorrerie che fecero sulla via Appia, saccheggiarono
Fondi, e assediarono Gaeta, ma si allontanarono dalle mura di Roma, e la
discordia loro salvò il Campidoglio dal giogo del Profeta della Mecca.
Ma eran sempre minacciati i Romani dallo stesso pericolo, e mal poteano
le lor forze difenderli da un Emir dell'Affrica. Invocarono essi la
protezione del Re di Francia che allora dava legge ai medesimi: un
distaccamento dei Barbari battè un esercito francese, e Roma ridotta
allo stremo, pensava a tornare sotto l'impero del principe che regnava
in Bisanzio; ma poteva questo divisamento aver sembianza di ribellione,
e troppo lontani e precari erano i soccorsi che ne poteano sperare[525].
Parve che la morte del Papa, Capo spirituale e temporale della città,
fosse un aumento a tanti mali; ma nell'urgenza delle circostanze si
abbandonarono le forme e i maneggi ordinari d'una elezione, e la
concorrenza dei suffragi a favor di Leone IV[526] fu la salvezza del
cristianesimo e di Roma. Questo Pontefice era nato Romano. Ardeva ancora
nel suo petto il coraggio delle prime età della repubblica, e in mezzo
alle rovine della patria teneasi ritto in piedi come una di quelle
maestose e ferme colonne, che si vedono sollevare il capo sopra gli
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