mesi sdrucciolò dal trono in un chiostro, e cesse al braccio ben più vigoroso di Leone Isaurico l'onore di difendere la capitale e l'impero. Già già il più formidabile dei Saracini, Moslemah, fratello del Califfo, si avvicinava con cento ventimila tra Arabi e Persiani, la maggior parte dei quali montava cavalli o cammelli; e ben durarono lungamente gli assedi di Tiane, di Amorio, e di Pergamo, piazze che furono prese, ad esercitare la lor arte, e a crescerne le speranze. Nel noto passaggio d'Abido sull'Ellesponto per la prima volta tragittarono i Musulmani dall'Asia in Europa. Di là girando attorno le città della Tracia, situate sulla Propontide, andò Moslemah ad investire Costantinopoli dalla parte di terra: cinse il suo campo di fossa e di muro; appostò le sue macchine d'assedio, e ammonì, colle parole e le azioni, che se pari alla sua fosse l'ostinazione degli assediati, aspetterebbe in quel sito pazientemente il ritorno della stagion delle semine e del ricolto. Fecero i Greci della capitale la proferta di redimere la propria religione e l'impero con una menda o contribuzione d'una pezza d'oro per testa: ma questa magnifica offerta fu sdegnosamente ributtata, e l'arrivo delle navi dell'Egitto e della Sorìa sempre più raddoppiò la presunzione di Moslemah. Si è computato il numero delle navi a mille e ottocento, dal che si può argomentare quanto erano piccole, e venivano con loro venti vascelli in cui la grandezza facea danno alla celerità, e che per altro non conteneano che cento soldati armati pesantemente. Questa numerosa squadra procedea verso il Bosforo sopra un mare tranquillo, con vento favorevole, e, per valermi delle frasi dei Greci, la selva mobile adombrava la superficie dello stretto. Intanto dal generale Saracino s'era fissata la funesta notte destinata ad un assalto generale per terra e per mare. Per aumentare la fiducia del nemico, avea l'imperatore fatto abbassar la catena che custodiva l'ingresso del porto; ma intanto che i Musulmani stavano esaminando se convenisse giovarsi dell'occasione, o se avessero a temere di qualche insidia, venne a sorprenderli la morte. Lanciarono i Greci le lor barche incendiarie; gli Arabi, le lor armi, e le lor navi divenner preda delle fiamme, e quei vascelli che vollero fuggire si spezzarono gli uni contro gli altri, o furono inghiottiti dall'onde. Di modo che non si trova negli Storici alcun vestigio di quella squadra, che minacciava la distruzion dell'impero. I Musulmani ebbero però un disastro più irreparabile: morì il Califfo Solimano d'indigestione[448] nel suo campo, presso Kinnisrin o Calcide in Sorìa, mentre era in punto di marciare a Costantinopoli col resto delle forze dell'oriente. Un parente nemico di Moslemah succedette a Solimano, e le inutili e funeste virtù d'un bigotto disonorarono il trono d'un principe dotato d'ingegno e di attività. Mentre il nuovo Califfo Omar attendeva a calmare ed a satisfare gli scrupoli della sua cieca coscienza, la sua trascuranza, piuttosto che la sua risoluzione, lasciava continuare l'assedio durante l'inverno[449]. Quella stagione fu oltre modo rigidissima: un'alta neve coperse la terra per più di cento giorni, e i nativi abitatori degli ardenti climi dell'Egitto e dell'Arabia si rimasero abbrividiti, e quasi senza vita nel lor campo gelato. Si rianimarono col ritorno della primavera, e già per essi s'era fatto un secondo sforzo onde soccorrerli; ricevettero infatti due numerosi navili carichi di biada, d'armi e di soldati; il primo di quattrocento barche di trasporto e galere veniva da Alessandria, e il secondo di trecento sessanta bastimenti dai porti dell'Affrica. Ma si riaccesero i terribili fuochi dei Greci, e fu meno grande la distruzione solo perchè aveano i Musulmani appreso per esperienza a star lontani dal pericolo, o perchè gli Egiziani, che servivano sul navile, tradirono e passarono coi loro vascelli ad unirsi coll'imperator de' cristiani. Si riaperse il commercio e la navigazion della capitale, e la pesca supplì ai bisogni ed al lusso degli abitanti. Ma non tardarono le schiere di Moslemah a provare la penuria e le malattie, che crebbero ben presto in guisa terribile per la necessità di ricorrere agli alimenti i più disgustosi e rivoltanti per lo stomaco. Era scomparso lo spirito di conquista ed anche di fanatismo; non potean più i Saracini uscire delle linee soli, o in piccoli distaccamenti, senza essere esposti all'inesorabile vendetta de' paesani della Tracia. Con doni e con promesse si procacciò Leone un esercito di Bulgari dalle rive del Danubio: questi Selvaggi ausiliari espiarono in qualche modo i danni, che con la sconfitta e l'eccidio di ventiduemila Asiatici avean recato all'impero. Si sparse scaltramente la nuova che i Franchi, popolazioni ignote del Mondo latino, armassero in favor de' cristiani per mare e per terra, e questo formidabile soccorso, colmando di gioia gli assediati mise il terrore negli assedianti. Finalmente dopo tredici mesi d'assedio[450], Moslemah privo di speranza ricevè lietamente dal Califfo il permesso di ritirarsi. La cavalleria araba varcò l'Ellesponto e le province dell'Asia, senza indugiare e senza essere disturbata. Ma un esercito Musulmano era stato tagliato a pezzi verso la Bitinia, e tanto in più riprese avea sofferto il rimanente dell'armata navale, per la procella e pel fuoco greco, che sole cinque galere portarono ad Alessandria la nuova dei tanti e quasi incredibili disastri sofferti[451]. Se Costantinopoli fu salva dei due assedii degli Arabi, conviene soprattutto attribuirne il successo alle devastazioni e al terrore che spandeva il fuoco greco, divenuto ancor più terribile per la novità[452]. Il gran segreto di questa formidabile composizione, e la maniera di dirigerla, erano stati insegnati da Callinico, oriundo d'Eliopoli in Sorìa, il quale aveva abbandonato il servigio del Califfo per quello dell'imperatore[453]. Si vide il talento d'un chimico e d'un ingegnere adeguare la forza delle squadre e degli eserciti, e questa scoperta, o questo miglioramento nell'arte della guerra, cadde per ventura nel tempo che i Romani tralignati non poteano lottare contro il fanatismo guerriero, e la gioventù valorosa dei Saracini. Quello Storico che vorrà analizzare sì straordinario composto dee diffidare della propria ignoranza, e di quella degli autori Greci tanto dediti al maraviglioso, tanto negligenti, e in quest'occasione sì gelosi di custodire per sè soli questa scoperta. Dalle parole oscure, e forse fallaci che si lasciano sfuggire dalla penna, si potrebbe essere indotti a credere che la nafta[454], ossia il bitume liquido, olio leggiero, tenace e infiammabile[455] che sgorga dalla terra e che s'infiamma al tocco dell'aria, fosse il primario ingrediente del fuoco greco. La nafta, non so in che modo e in che proporzione, si mescolava col zolfo e colla pece che si cava dai pini[456]. Da questa mistura, che produceva un fumo denso, e un'esplosione fragorosa, usciva una fiamma ardente e durevole, che non solo si alzava in linea perpendicolare, ma che colla stessa forza abbruciava di fianco e abbasso, ed invece di estinguerla l'acqua l'alimentava e le cresceva attività: non v'erano che la sabbia, l'orina, e l'aceto che potessero mitigare la furia di quel formidabile agente, dai Greci giustamente chiamato fuoco -liquido-, o fuoco -marittimo-. Si adoperava con pari successo contro il nemico, in mare e in terra, nelle battaglie e negli assedii. Si versava dall'alto delle mura mercè d'una grande caldaia. Si gettava in palle di pietra o di ferro arroventate, o pure si lanciava sopra strali e chiaverine coperte di lino e di stoppe, molto imbevute di olio infiammabile; altre volte si deponeva in brulotti destinati a portare in maggior numero di luoghi la fiamma divorante; per lo più lo faceano passare attraverso lunghi tubi di rame collocati nella parte anteriore d'una galea, la cui estremità, figurando la bocca di qualche mostro selvaggio, parea che vomitasse torrenti di fuoco liquido. Quest'arte di gran momento era accuratamente custodita in Costantinopoli come il Palladio dello Stato. Quando l'imperatore prestava le galere e l'artiglieria ai suoi alleati di Roma, non si pensava certamente a svelare ad essi il segreto del fuoco greco, e l'ignoranza e lo stupore aumentavano e trattenevano il terror dei nemici. Uno degli imperatori[457], nel suo Trattato sulla amministrazion dell'impero, accenna le risposte e le scuse colle quali si può eludere l'imprudente curiosità, e le importune istanze dei Barbari. Raccomanda che si dica che un angelo rivelò il mistero del fuoco greco al primo e al massimo dei Costantini, ordinandogli espressamente di non mai comunicare alle nazioni estere questo dono del cielo, e questa grazia speciale conceduta ai Romani; che sono obbligati del pari il principe e i sudditi a serbare in proposito un religioso silenzio, mancando al quale sarebbero esposti alle pene temporali e spirituali destinate al tradimento e al sacrilegio; che così fatta empietà tirerebbe subito addosso al reo la prodigiosa vendetta del Dio de' cristiani. Queste precauzioni fecero sì che i Romani dell'oriente fossero padroni del lor secreto per quattro secoli, e alla fine dell'undecimo i Pisani, avvezzi a tutti i mari e pratici di tutte le arti, si videro fulminati dal fuoco greco senza poterne indovinare la composizione. Finalmente fu scoperta o indovinata dai Musulmani, i quali poi, nelle guerre della Sorìa e dell'Egitto, rivolsero contro i cristiani quel flagello che contro di loro avean quelli inventato. Un cavaliere, che non curava le spade nè le lancie de' Saracini, racconta candidamente lo spavento ch'egli ebbe, del pari che i suoi compagni, alla vista e allo strepito della funesta macchina che vomitava torrenti di fuoco greco, così tuttavia nominato dagli scrittori francesi. Giugneva esso fendendo l'aria, dice Joinville[458], sotto la forma d'un drago alato con lunga coda, e grosso quanto una botte; faceva il rimbombo del fulmine, era celere come il lampo, e colla sua orribile luce dissipava le tenebre della notte. L'uso del fuoco greco, o come potrebbe oggi appellarsi del fuoco saracino, continuò sin verso la metà del secolo quattordicesimo[459], sin a quel tempo che il nitro, il zolfo ed il carbone, combinati per l'effetto di scienza o del caso, hanno colla scoperta della polvere da schioppo portato un gran cangiamento nell'arte della guerra e negli annali del Mondo[460]. [A. D. 721 ec.] Costantinopoli e il fuoco greco impedirono agli Arabi il passaggio in Europa dalla parte dell'oriente; ma all'occidente e del lato de' Pirenei venivano i vincitori della Spagna minacciando un'invasione alle province della Gallia[461]. Vedendo il digradamento della monarchia francese si sentivano allettati colà questi fanatici, sempre insaziabili di conquiste; nè i discendenti di Clodoveo ereditato aveano da lui il coraggio e l'indole indomita. Fosse disgrazia o debolezza di carattere, i nomi degli ultimi re della razza merovingia non andavan disgiunti dal titolo di neghittosi[462]. Regnavano essi senza autorità, e morivano senza gloria. Un castello nelle vicinanze di Compiègne[463] era la residenza loro, o per meglio dir la prigione; ma tutti gli anni, nei mesi di marzo e di maggio, un carro tirato da sei buoi li conduceva all'assemblea dei Franchi, ove davano udienza agli ambasciatori stranieri e ratificavano gli atti dei Prefetti del Palazzo. Era questo ufficial domestico il ministro della nazione, e il padrone del principe a un tempo: così la carica pubblica era divenuta il patrimonio di una sola famiglia. Il primo Pipino avea lasciato alla sua vedova e al figlio che n'ebbe la tutela d'un re già venuto all'età matura, e questa debole reggenza era stata rovesciata dai più ambiziosi fra i bastardi di Pipino. Era quasi disciolto un governo mezzo selvaggio e mezzo depravato: i duchi tributari, i conti governatori delle province, e i signori dei feudi ad esempio dei Prefetti del Palazzo s'adoperavano a farsi grandi sopra la debolezza d'un monarca spregiato. Fra i Capi independenti un de' più arditi e de' più fortunati fu Eude, duca d'Aquitania, il quale nelle province meridionali della Gallia usurpò l'autorità, e ben anche il titolo di re. I Goti, i Guasconi, e i Franchi si raccolsero sotto lo stendardo di questo eroe cristiano, il quale respinse la prima invasion de' Saracini, e Zama Luogo-tenente del Califfo perdè sotto le mura di Tolosa l'esercito e insieme la vita: alla ambizione de' suoi successori s'aggiunse lo sprone della vendetta: valicarono nuovamente i Pirenei ed entrarono nella Gallia con forze poderose, e con la risoluzione di conquistare il paese. Per la seconda volta prescelsero il sito vantaggioso di Narbona[464], ove i Romani aveano formata la prima loro colonia; domandarono la provincia di Settimania, o di Linguadoca, come parte dependente dalla monarchia di Spagna. I vigneti della Guascogna e dei contorni di Bordeau divennero possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i costumi e la religione dell'Arabia. [A. D. 731] Ma questi angusti confini non bastavano al coraggio di Abdalraham, o Abderamo, dal Califfo Hashem ridonato ai voti de' soldati e del popolo di Spagna. Quel vecchio ed intrepido generale destinava al giogo del Profeta il rimanente della Francia e dell'Europa, e tenendosi certo di superare quanti ostacoli potessero la natura o gli uomini opporgli, s'apparecchiò con un esercito formidabile a compiere il decreto da lui dato. Dovette da prima reprimere la ribellione di Manuza, capitano Moro, padrone dei passi più importanti dei Pirenei. Avea questi accettata l'alleanza del duca d'Aquitania; ed Eude, condotto da motivi d'interesse privato o da prospettive d'utilità pubblica, avea conceduta sua figlia, giovanetta di grande avvenenza, ad un Affricano infedele: ma Abderamo con armi più forti assediò le principali Fortezze della Cerdagna, e il ribelle fu preso ed ucciso nelle montagne, e mandata la sua vedova a Damasco per contentare le brame, o più probabilmente la vanità del Califfo. Varcati i Pirenei, Abderamo senza indugiare passò il Rodano e pose l'assedio ad Arles. Volle un esercito cristiano portar soccorso a questa città: nel tredicesimo secolo vedevansi ancora i sepolcri de' lor capitani, e le rapide onde del fiume trascinarono a migliaia nel Mediterraneo i loro cadaveri. Non ebbe minor fortuna Abderamo dalla parte dell'oceano. Attraversò senza ostacolo la Garonna e la Dordogna, che congiungono le loro acque nel golfo di Bordeaux; ma al di là di questi fiumi, trovò il campo dell'intrepido Eude che avea formato un secondo esercito, e che sofferse una seconda sconfitta, funesta tanto ai cristiani che, per lor confessione, Iddio solo poteva contare il numero dei morti. Dopo questa vittoria inondarono i Saracini le province dell'Aquitania, i nomi gallici delle quali sono piuttosto mascherati che cancellati dalle denominazioni attuali di Perigord, Saintonge e Poitou; Abderamo inalberò il suo stendardo sulle mura o almeno davanti alle porte di Tours, e di Sens, e corsero i suoi distaccamenti il regno di Borgogna sino alle tanto note città di Lione e Besanzone. La memoria di quelle devastazioni è stata lungamente conservata dalla tradizione, avvegnachè non la perdonava Abderamo nè a paese, nè ad abitanti; e la invasion della Francia, fatta dai Mori e dai Musulmani, ha dato origine a quelle favole, con cui ne' romanzi di cavalleria hanno guastato sì bizzarramente i fatti, e che dall'Ariosto furono ornate di tinte così brillanti e piacevoli. Nello stato di decadimento in cui giaceano la società e le arti, le città abbandonate dagli abitanti non offerivano ai Saracini che una preda miserabile: il più ricco bottino consistette negli spogli delle chiese e dei monasteri cui diedero al fuoco dopo averli saccheggiati. S. Ilario di Poitiers e San Martino di Tours[465], in queste occasioni, dimenticarono quel poter miracoloso che dovea difendere le loro tombe[466]. Avean corso trionfando i Saracini lo spazio di più di mille miglia dallo scoglio di Gibilterra sino alle rive della Loira; continuando così altrettanto, sarebbero giunti ai confini della Polonia ed ai monti della Scozia: il passaggio del Reno non è già più malagevole di quello del Nilo e dell'Eufrate, e da un'altra parte il navile arabo avrebbe potuto penetrar nel Tamigi senza dare una battaglia navale. Oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall'alto delle sue cattedre si dimostrerebbe[467] a un popolo circonciso la santità, e la verità della rivelazione di Maometto[468]. [A. D. 732] Ma il senno e la fortuna d'un sol uomo salvarono la cristianità. Carlo, figlio illegittimo di Pipino-il-Breve, si tenea contento al titolo di Prefetto o di duca dei Franchi: ma egli meritava di divenire il ceppo d'una stirpe di re. Governò per ventiquattro anni il regno, e colle sue vigilanti cure ristaurò e sostenne la maestà del trono: i ribelli della Germania e della Gallia furono successivamente schiacciati dalla attività d'un guerriero, che nella medesima campagna piantava le sue bandiere sull'Elba, sul Rodano e sulle coste dell'oceano. Nel punto del pericolo dalla voce pubblica fu chiamato in soccorso della patria; il suo rivale, il duca d'Aquitania, fu costretto a comparire tra la folla dei fuggiaschi, e dei supplicanti. «Oh Dio! esclamavano i Franchi, che disgrazia! che indegnità! già da gran tempo ci vien parlato del nome e delle conquiste degli Arabi; noi temevamo la loro invasione dalla parte d'oriente; essi han conquistata la Spagna, ed ecco che vengono dall'occidente ad occupare il nostro paese. Eppure per numero sono inferiori a noi, e le loro armi non vaglion le nostre, poichè non portano scudi. -- Se baderete al mio consiglio, rispose loro il bravo Prefetto del Palazzo, non penserete ad interrompere la corsa, e non precipiterete i vostri assalti: è quello un torrente che mal si tenterebbe di arrestare nel suo impeto; sete di ricchezze, e sentimento di gloria addoppiano in essi il valore, e il valore può più dell'armi e del numero. Aspettate sino a tanto che, carichi di bottino, siano inceppati nelle lor mosse. Questi tesori ne divideranno i pareri, e faran sicura la vostra vittoria». Forse questa sottil politica è un'invenzione degli scrittori Arabi, e forse la situazione di Carlo può attribuire ai suoi indugi un motivo men nobile e più personale, il segreto desiderio cioè, d'umiliare l'orgoglio, e di desolare le province del ribelle duca d'Aquitania. È più verosimile per altro che fossero forzati gli indugi di Carlo, ed alla sua brama contrarii. Ignoti erano alla prima e alla seconda razza, gli eserciti permanenti; dominavano allora i Saracini più che mezzo il reame; e, secondo la rispettiva lor condizione, tanto i Franchi della Neustria che quei dell'Austrasia troppo si dimostrarono sbigottiti, o poco attenti al pericolo che lor soprastava; ed i soccorsi, volontariamente forniti dai Gepidi e dai Germani, avean troppa via da correre per arrivare al campo de' cristiani. Come tosto ebbe Carlo Martello raunate le sue forze, andò in traccia del nemico, e trovollo nel cuor della Francia, fra Tours e Poitiers. Le sue mosse ben regolate erano state nascoste da una catena di colline, e per quanto pare fu sorpreso Abderamo dall'inaspettato suo arrivo. Con pari ardore marciavano le nazioni dell'Asia, dell'Affrica e dell'Europa ad una battaglia, che dovea cangiare la faccia del Mondo. Passarono i sei primi giorni in iscaramuccie, nelle quali ebbero buon successo i cavalieri e gli arcieri dell'oriente. Ma nella battaglia ordinata, che seguì nel giorno settimo, furono oppressi gli Orientali dalla forza e dalla statura dei Germani, i quali con indomito cuore, e con mani di -ferro-[469] assicurarono la libertà civile e religiosa della loro posterità. Il soprannome di Martello, che fu dato a Carlo, prova abbastanza il peso de' suoi colpi intollerabili. Il risentimento e l'emulazione avvivarono il valore di Eude, e, agli occhi dell'istoria, i lor compagni d'armi sono i veri Pari, i veri Paladini della cavalleria francese. Si combattè sino all'ultimo chiarore di giorno; cadde ucciso Abderamo, e i Saracini si ritrassero entro il lor campo. Nella confusione e nella disperazion della notte, le varie tribù dell'Yemen e di Damasco, dell'Affrica e della Spagna si lasciarono trasportare dalla rabbia sino a rivolger le armi le une contro l'altre; gli avanzi dell'esercito improvvisamente si dissiparono, ed ogni Emir, più non pensando che alla propria sicurezza, fece precipitosamente la sua particolare ritirata. Allo spuntar dell'alba, tanta quiete del campo Saracino fu da prima considerata dai cristiani vittoriosi per una insidia. Pure sulle notizie avute dalle spie, si avventurarono finalmente ad accostarsi per veder le ricchezze lasciate nelle tende già vuote; ma, eccetto qualche famosa reliquia, non tornò in mano ai legittimi proprietari che una piccola porzione di bottino. Ben presto si sparse la gran nuova nel Mondo cattolico, e i monaci d'Italia asserirono e credettero che il martello di Carlo aveva accoppato trecentocinquanta, o trecento settantacinquemila Musulmani[470], nel mentre che i cristiani non aveano perduto più di mille e cinquecento uomini nella giornata di Tours; ma queste novelle incredibili sono abbastanza smentite da quel che si sa della circospezione del general Francese, il quale temette i rischi dell'inseguire, e che rimandò alle lor foreste i suoi alleati della Germania. L'inazione d'un vincitore è una prova che egli ha perduto assai di forza, e veduto correre molto del suo sangue, e non è tanto il momento della battaglia, ma della fuga dei vinti quello che è segnato da strage maggiore. Nondimeno la vittoria dei Franchi fu intera e decisiva. Eude ricuperò l'Aquitania, e gli Arabi più non pensarono alla conquista delle Gallie, da cui Carlo Martello e i prodi suoi discendenti li respinsero ben presto al di là dei Pirenei[471]. Fa meraviglia che il Clero, debitore della sua esistenza a Carlo Martello, non abbia canonizzato o per lo meno lodato a cielo il salvatore del cristianesimo: ma nella pubblica angustia era stato astretto il Prefetto del Palazzo ad impiegare, in servigio dello Stato e per lo stipendio dei soldati, le ricchezze, o almeno le rendite dei vescovi e degli abati. Fu dimenticato il suo merito per sovvenirsi solamente del suo sacrilegio, e un Concilio di Francia osò dichiarare[472], in una lettera ad un principe Carlovingio, che il suo avo era dannato, che quando ne fu aperta la tomba furono spaventati gli spettatori da un odor di fuoco e dalla vista di un orrido drago, e che un Santo di quel tempo avea goduto lo spettacolo di vedere ardere l'anima ed il corpo di quel sacrilego negli abissi per tutta l'eternità[473]. Nella Corte di Damasco non fece tanta impressione la perdita d'un esercito e d'una provincia in occidente, quanto l'esaltazione e i progressi d'un rivale domestico. Eccettuati quei della Sorìa, giammai i Musulmani non aveano amato la Casa d'Ommiyah. Aveanla veduta sotto Maometto perseverare nell'idolatria, e nella ribellione; aveva essa a malgrado suo abbracciato l'Islamismo; era irregolare e fazioso il suo innalzamento, e bagnato il suo trono dal sangue più sacro ed illustre dell'Arabia. Il pio Omar, che pur era il migliore dei principi di questa razza, non avea riconosciuto bastante il suo titolo, e nelle lor virtù personali non aveano tutti il modo di giustificarsi d'aver violato l'ordine della successione, e gli occhi, non che il cuor dei fedeli, erano volti verso la linea di Hashem, ed i parenti dell'appostolo di Dio. Fra quei discendenti del Profeta, i Fatimiti erano spensierati o pusillanimi, ma gli Abbassidi con ardimento e prudenza covavano speranze di gran fortuna. Dal fondo della Sorìa, ove traevano una vita oscura, fecero partire segretamente agenti e missionari, che nelle province d'oriente andavano predicando il diritto ereditario ed irrevocabile che loro competeva; Mohammed, figlio d'Alì, figlio d'Abdallah, figlio d'Abbas, zio del Profeta, diede udienza ai deputati del Korasan, e ne accettò un regalo di quarantamila pezze d'oro. Morto Mohammed, le truppe numerose di fedeli, che non aspettavano altro che un Capo e un segnale di ribellione, prestarono giuramento al suo figlio Ibrahim; il governator del Korasan continuò a deplorare le inutilità de' suoi avvertimenti, e il funesto sonno dei Califfi di Damasco, sino al giorno in cui con tutti i suoi aderenti fu cacciato dalla città e dal palazzo di Meru da Abu-Moslem generale dei ribelli[474]. Questo creatore di re che chiamò, come è fama, gli Abbassidi a regnare, fu alla perfine pagato come s'usa nelle Corti per l'ardire avuto di farsi utile. Una nascita ignobile, forse in paese estero, non avea potuto frenare l'ambiziosa energia di Abu-Moslem. Geloso egli delle sue mogli, prodigo delle sue ricchezze e del sangue proprio, non che dell'altrui, si dava vanto con gran compiacenza, e forse per la verità, d'aver data la morte a seicentomila nemici; e tanta era la gravità del suo naturale e della sua fisonomia, che fuor d'un giorno di battaglia non fu mai veduto sorridere. Tra i colori scelti dalle diverse fazioni, il -verde- era quello dei Fatimiti; gli Ommiadi avevano preso il color -bianco-, e, come il più contrario a questo, il -nero- era stato preso dagli Abbassidi. I turbanti e gli abiti di questi erano offuscati da quel tetro colore: due stendardi neri elevati su picche, alte nove cubiti, precedan la vanguardia di Abu-Moslem, e si chiamavano la -notte- e l'-ombra-, volendosi con tai nomi allegorici oscuramente indicare un'unione indissolubile, e la succession perpetua della linea di Hashem. Dall'Indo all'Eufrate, fu sconvolto l'oriente dalle contese della fazion dei Bianchi, e dall'altra dei Neri: eran vincitori gli Abbassidi il più delle volte: ma lo splendore di queste vittorie fu scemato per le disgrazie personali del Capo. Scossasi infine da un lungo letargo, deliberò la Corte di Damasco di impedire il pellegrinaggio della Mecca intrapreso da Ibrahim, con luminoso seguito, per raccomandarsi al favor del Profeta e del popolo a un tempo. Da un distaccamento di cavalleria furono precise le sue mosse: egli fu arrestato, e spirò l'infelice in una prigione di Harran, senza avere assaporato i piaceri del regno che gli era stato tanto promesso. Saffah ed Almansor, suoi fratelli cadetti, scamparono dalle mani del tiranno, tenendosi celati a Cufa sino a quel giorno che dallo zelo del popolo, e dall'arrivo dei lor partigiani dell'oriente, furono rincorati a mostrarsi al pubblico ansioso di vederli. Saffah, ornato dei fregi di Califfo e dei colori della sua Setta, seguitato da un corteggio religioso e militare, andò alla moschea, salì in pulpito, fece orazione, indi un discorso come successor legittimo di Maometto. Partito che fu, i suoi alleati ricevettero da un popolo affezionato il giuramento di fedeltà: ma non nella moschea di Cufa, ma sulle rive del Zab dovea terminarsi la gran contesa. Parea che la fazione dei Bianchi avesse tutti i vantaggi, l'autorità d'un governo ben assodato, un esercito di cento ventimila soldati contro un numero sei volte minore di nemici, la presenza e il merito del Califfo Merwan, quattordicesimo ed ultimo della casa d'Ommiyah. Prima di salire sul trono s'era acquistato, per le sue campagne in Georgia, l'onorevole soprannome di -asino- della Mesopotamia[475], e si avrebbe potuto annoverarlo tra i più gran principi, se i decreti eterni, dice Abulfeda, non avessero stabilita quell'epoca per la rovina della sua famiglia: decreto, soggiunge egli, contro il quale indarno lotterebbero tutta la forza e la sapienza degli uomini. Si compresero male, o si violarono gli ordini di Merwan; vedendosi tornare il suo cavallo, che egli avea per una necessità corporale abbandonato un istante, fu creduto morto, e Abdallah, zio del suo competitore, seppe bravamente dirigere l'entusiasmo degli squadroni neri. Dopo una sconfitta irreparabile fuggì il Califfo alla volta di Mosul: ma di già sventolava sulle mura la bandiera degli Abbassidi, e allora ripassò il Tigri, gettò un'occhiata di dolore sul suo palagio di Harran, varcò l'Eufrate, abbandonò le fortificazioni di Damasco, e, senza soffermarsi nella Palestina, pose il suo ultimo campo a Busir sulle sponde del Nilo[476]. Era incalzato nella fuga dall'istancabile Abdallah, il quale inseguendolo cresceva ogni dì più in forza e riputazione. Le reliquie della fazion dei Bianchi furono totalmente disfatte in Egitto, e il colpo di lancia, che troncò la vita e le inquietudini di Merwan, gli parve forse tanto utile quanto lo era pel suo vincitore. L'inesorabile vigilanza del principe trionfante estirpò i rami più remoti della famiglia rivale; ne furono disperse le ossa, caricata d'imprecazioni la memoria, e vendicato ampiamente il martirio di Hosein sulla posterità dei suoi tiranni. Ottanta Ommiadi, che s'erano arresi sulla parola de' lor nemici, o fidavansi alla lor clemenza, furono convitati ad un banchetto in Damasco, e colà furono indistintamente trucidati ad onta delle leggi della ospitalità; fu imbandita una tavola sui loro corpi, e dai gemiti della loro agonia si pascea la giovialità dei commensali. L'esito della guerra civile fermò saldamente la dinastia degli Abbassidi; ma furono soli i cristiani che dovessero trionfare delle conseguenze degli odi, e delle perdite che aveano sofferto i discepoli di Maometto[477]. [A. D. 755] Se per altro le conseguenze di tale sconvolgimento politico non avessero portato danno alla forza e all'unità dell'impero de' Saracini, avrebbe bastato una generazione a riempiere il voto dei Musulmani mietuti dalla guerra civile. Nella proscrizione degli Ommiadi, Abdalrahman, giovanetto arabo della stirpe reale, era il solo che si fosse salvato dal furor dei nemici, e fu inseguito dalle rive dell'Eufrate sino alle valli del monte Atlante. La sua giunta nelle vicinanze della Spagna rianimò lo zelo della fazione dei Bianchi. Sino a quel punto erano stati soli i Persiani ad immischiarsi nella causa degli Abbassidi; l'occidente non avea partecipato poco nè punto alla guerra civile, e i servi della famiglia cacciata dal trono vi possedeano tuttavia, ma precariamente, le proprie terre, e gli impieghi del governo. Fortemente riscaldati dalla gratitudine, dallo sdegno e dal timore indussero il nipote del Califfo Hashem ad occupare il soglio de' suoi antenati. Nella disperata condizione in cui era, non potea ricevere altro consiglio da un'estrema temerità, nè da un'estrema prudenza. Dalle acclamazioni del popolo fu salutato il suo arrivo sulla costa d'Andalusia, e dopo più tentativi, coronati dal buon esito, fondò Abdalrahman il trono di Cordova, e fu il ceppo degli Ommiadi di Spagna, che per più di due secoli e mezzo regnarono dalle rive dell'Atlantico sino alle montagne de' Pirenei[478]. Uccise egli in un combattimento un Luogo-tenente degli Abbassidi, venuto con una squadra ed un esercito ad assalire i suoi dominii. Un ardito emissario andò a sospendere davanti al palagio della Mecca la testa di Ala, conservata nel sale e nella canfora; ed il Califfo Almansor fu ben lieto, per la propria sicurezza, d'essere pei mari e per una vasta ampiezza di paese diviso da un sì terribile avversario. Non ebbero alcun effetto i loro nuovi divisamenti, e le dichiarazioni di guerra; la Spagna, invece d'aprir una porta al conquisto dell'Europa, fu staccata dal tronco della monarchia, e, impelagata in guerre continue coll'oriente, parve propensa a mantener la pace e i vincoli d'amicizia coi principi cristiani di Costantinopoli e di Francia. All'esempio degli Ommiadi si conformarono i discendenti veri o supposti di Alì, cioè gli Edrissiti di Mauritania, e i Fatimiti dell'Egitto e dell'Affrica, i più potenti di tutti. Nel decimo secolo tre Califfi, o comandanti de' fedeli che regnavano in Bagdad, in Cairoan ed in Cordova si contendeano il trono di Maometto, si scomunicavano a vicenda, e non erano d'accordo che su questa massima di discordia, che un Settario è più odioso e più colpevole di un infedele[479]. Era la Mecca il patrimonio della linea di Hashem, ma non si avvisarono mai gli Abbassidi di soggiornare nella città del Profeta. Presero avversione per Damasco, che già era stata la residenza degli Ommiadi bagnata del lor sangue, ed Almansor, fratello e successore di Saffah, gettò le fondamenta di Bagdad[480], ove risiedettero per cinquecento anni i Califfi suoi successori[481]. Fu collocata la nuova capitale sulla riva orientale del Tigri circa quindici miglia al di sopra delle rovine di Modain; fu cinta d'un doppio muro di forma circolare, e sì rapido fu l'aumento di questa città, oggi ridotta a città di provincia, che ottocentomila uomini e sessantamila donne di Bagdad e dei villaggi vicini assistettero ai funerali d'un Santo, amato dal popolo. In questa -città di pace-[482], in mezzo alle dovizie dell'oriente, assai presto gli Abbassidi posero in non cale la moderazione e la semplicità dei primi Califfi, e vollero emulare la magnificenza dei re Persiani. Almansor, dopo aver fatte tante guerre ed innalzato sì gran numero di edificii, lasciò quasi trenta milioni di lire sterline in oro e in argento[483], e i suoi figli, sia pei vizi o per le virtù, dissiparono in pochi anni questi tesori. Mahadi, un di loro, spese sei milioni di danari d'oro in un solo pellegrinaggio alla Mecca. Forse per motivi di carità e di divozione fondò cisterne e caravanserai (ospizii) sopra una strada di settecento miglia; ma quella truppa di cammelli carichi di neve che lo seguivano, non potea servir ad altro che a dar maraviglia agli Arabi, e a rinfrescare i liquori e le frutta per la tavola del principe[484]. Non mancarono i cortigiani senz'altro di colmar di elogi la liberalità d'Almamon suo nipote, che, prima di smontar da cavallo, distribuì i quattro quinti della rendita d'una provincia, vale a dire due milioni e quattrocentomila danari d'oro. Alle nozze dello stesso principe, sulla testa della sposa si seminarono mille perle di primaria grossezza[485], ed un lotto di terre e di case dispensò ai cortigiani i capricciosi favori della fortuna. Nel declinar dell'impero, lo splendor della Corte invece di scemare si accrebbe, e un ambasciator Greco ebbe occasione d'ammirare o di guardar con compassione la magnificenza del debole Moctader. Tutto l'esercito del Califfo, tanto cavalleria che fanteria, era sotto l'armi, dice lo storico d'Abulfeda, e formava un corpo di cento sessantamila uomini: i grandi ufficiali, i suoi schiavi favoriti gli stavano a fianco, vestiti nel modo più luminoso con cinture brillanti di gemme e d'oro. Poi si vedeano settemila eunuchi, quattromila dei quali erano bianchi; vi erano settecento portieri o guardie d'appartamenti. Vogavano sul Tigri scialuppe e gondole riccamente decorate. Non era minore la sontuosità nell'interno del palazzo ornato di trent'ottomila tappezzerie, tra le quali dodicimila e cinquecento eran di seta ricamate in oro: inoltre ventiduemila tappeti da terra. Manteneva il Califfo cento leoni ognuno de' quali avea un custode[486]. Fra gli altri raffinamenti d'un lusso mirabile non conviene dimenticare un albero d'oro e d'argento che spandea diciotto grossi rami, sui quali, non meno che sui più piccoli, si scorgevano uccelli d'ogni spezie fatti, del pari che le foglie dell'albero, dei medesimi metalli preziosi. Questo albero dondolava come gli alberi de' nostri boschi, e allora si udiva il canto di vari uccelli. In mezzo a tutto questo apparato fu condotto l'ambasciator Greco dal visir a piedi del trono del Califfo[487]». In occidente, gli Ommiadi di Spagna sosteneano con pari pompa il titolo di comandante dei fedeli. Il terzo e il più grande degli Abdalrahman eresse a tre miglia di distanza da Cordova la città, il palazzo e i giardini di Zebra in onore della sua sultana favorita. Vi spese venticinque anni di lavoro, e più di nove milioni sterlini; chiamò da Costantinopoli i più bravi scultori ed architetti del suo secolo; mille dugento colonne di marmo di Spagna e d'Affrica, di Grecia o d'Italia sorreggevano o abbellivano questi edificii. La sala d'udienza era incrostata d'oro e di perle, e figure d'uccelli e di quadrupedi d'infinito lavoro contornavano una gran vasca posta nel centro. In un alto padiglione, collocato in mezzo ai giardini, si vedeva uno di quei bacini o fontane che nei climi caldi sono sì deliziose, ma che invece d'acqua era pieno di argento vivo purissimo. Il serraglio di Abdalrahman, computandovi le mogli, le concubine e gli eunuchi neri, era composto di seimila e trecento persone, e quando andava al campo era seguìto da dodicimila guardie a cavallo che aveano cinture e scimitarre guarnite d'oro[488]. Nella condizione privata avviene che le nostre voglie sono represse dalla povertà a dalla subordinazione: ma un despota, alle cui brame tutti servono ciecamente, dispone della vita e del braccio di milioni d'uomini presti sempre a soddisfare senza indugio ogni suo capriccio. Noi siamo abbacinati da una condizione sì luminosa, e, ad onta dei consigli della fredda ragione, pochi sono fra noi che ostinatamente ricusassero di provare i piaceri e le cure del regno. Può dunque riescire a qualche utilità l'indicare in proposito l'opinione di quel medesimo Abdalrahman, la magnificenza del quale ci ha mossi forse ad ammirazione e ad invidia, e il riportare uno scritto di sua mano trovato dopo la sua morte nel gabinetto di lui. «Presentemente io conto cinquant'anni di regno, sempre vittorioso o in pace, amato dai sudditi, temuto dai nemici, rispettato dagli alleati: ho avuto a seconda de' miei desiderii ricchezza, onori, potenza e piaceri, e pare che nulla dovesse mancare sulla terra alla mia felicità. In questo stato ho voluto attentamente tener conto di tutti i giorni in cui ho provato una felicità vera; essi non furono che -quattordici-.... oh! uomo, non porre mai la tua fiducia nelle cose di questo Mondo[489].» Il lusso dei Califfi, tanto inutile alla privata lor contentezza, indebolì la forza e limitò l'ingrandimento dell'impero degli Arabi. Non aveano i primi Califfi pensato che a conquiste temporali e spirituali, e dopo aver provveduto al personal loro mantenimento, che alle necessità della vita si restringeva, impiegavano scrupolosamente in que' religiosi disegni tutta l'entrata. La moltitudine de' bisogni, e il difetto d'economia impoverirono gli Abbassidi, i quali, invece di darsi tutti a' grandi pensieri dell'ambizione, consacravano alle ricerche della pompa e dei piaceri le ore, i sentimenti e le forze del loro ingegno. Donne, ed eunuchi usurpavansi le ricompense dovute al valore, e il campo reale era ingombro del lusso della Corte. Uguali costumanze si seguirono dai sudditi del Califfo. Col tempo e nella prosperità s'era calmato il severo loro entusiasmo: cercavan fortuna nei lavori d'industria, gloria nella coltura delle lettere, felicità nella quiete della vita domestica. Non era più la guerra la passion dei Saracini, nè più bastavano lo stipendio accresciuto, le liberalità sovente rinnovate a sedurre i discendenti di quei prodi, che allettati dalla speranza del bottino o del paradiso giungevano in folla sotto lo stendardo d'Abubeker e di Omar. [A. D. 754-813] Quando gli Ommiadi regnavano, erano ristretti gli studii dei Musulmani ad interpretare il Corano, e a coltivar l'eloquenza e la poesia nella propria lingua. Un popolo esposto sempre ai rischi della guerra, debbe apprezzare l'arte della medicina o piuttosto della chirurgia; ma i medici Arabi si dolean sotto voce che l'esercizio e la temperanza riducessero a poco il numero dei malati[490]. I sudditi degli Abbassidi, dopo le guerre civili e le domestiche, esciano del letargo in cui s'erano assopiti gli ingegni. Impiegarono l'ozio, che aveano acquistato, a soddisfar la curiosità che lo studio delle scienze profane veniva ispirando negli animi loro. Questo studio da prima venne favorito dal Califfo Almansor, il quale, oltre il ben conoscere la legge musulmana, aveva imparato l'astronomia. Ma quando salì al trono Almamon, settimo degli Abbassidi, compiendo i disegni del suo avo invitò da ogni parte le Muse alla sua Corte. Dai suoi ambasciatori a Costantinopoli, dai suoi agenti nell'Armenia, nella Sorìa, nell'Egitto furono raunati gli scritti della Grecia, ed egli li fece tradurre in arabo da valenti interpreti, esortò i sudditi a leggerli assiduamente, e il successor di Maometto assistè con piacere, e insiem con modestia, alle assemblee ed alle dispute degli eruditi. «Non ignorava, dice Abulfaragio, che coloro che consacran la vita a perfezionare l'intelletto, sono gli eletti di Dio, i suoi migliori e più utili servi. L'ignobile ambizion dei Cinesi e dei Turchi può ben insuperbirsi dell'industria delle lor mani e dei lor godimenti sensuali: ma quegli abili operai non devono considerare se non se con disperata invidia gli esagoni, e le piramidi delle celle d'un alveare[491]. La ferocia de' leoni e delle tigri debbe atterrire quegli uomini valorosi, e nei piaceri dell'amore la forza loro è bene inferiore a quella dei più vili quadrupedi. I maestri della sapienza sono i veri luminari e i legislatori del Mondo, il quale senza di loro ricadrebbe nell'ignoranza e nella barbarie.[492]». Nei principi della Casa d'Abbas, che succedettero ad Almamone, pari fu la curiosità e lo zelo d'apprendere: i lor rivali, i Fatimiti d'Affrica, e gli Ommiadi di Spagna, comandanti anch'essi dei fedeli, furon pure i protettori delle scienze. Nelle province solevano gli Emiri indipendenti concedere al sapere quella protezione che da loro si considerava come uno dei doveri di chi regna, e la loro emulazione diffuse, da Samarcanda e da Boccara sino a Fez e a Cordova, il gusto delle scienze, e i guiderdoni da quelle meritati. Il visir d'uno di que' Soldani donò dugentomila pezze d'oro per erigere a Bagdad un collegio, e lo dotò d'una rendita di quindicimila danari. Ne uscirono per avventura in vari tempi seimila scolari di tutte le classi, cominciando dal figlio del nobile sino a quello dell'artigiano. Gli alunni poveri ricevano una somma sufficiente ai lor bisogni, e i professori aveano stipendi proporzionati al merito od al talento loro. In tutte le città, il genio curioso dei dilettanti, e la vanità dei ricchi venivano moltiplicando gli esemplari delle opere della letteratura araba. Un semplice dottore rifiutò gli inviti del soldano di Boccara, perchè a trasportare i suoi libri sarebbe stato uopo di quattrocento cammelli. La biblioteca dei Fatimiti conteneva centomila manoscritti, vergati in bellissimo carattere e legati magnificamente, i quali senza timore e senza difficoltà erano prestati agli studenti del Cairo. Nondimeno questo numero sembrerà ancora assai moderato, se si voglia credere che gli Ommiadi di Spagna aveano formata una biblioteca di seicentomila volumi, fra i quali se ne contavano quarantaquattro pel solo catalogo. Cordova lor capitale, e le città di Malaga, d'Almeria e di Murcia diedero il giorno a più di trecento autori; e per lo meno settanta erano le biblioteche pubbliche nelle città solamente del regno d'Andalusia. Il dominio delle lettere arabe si è prolungato per lo spazio di circa cinque secoli, sino alla grande irruzione dei Mongou, e fu contemporaneo al periodo più oscuro e più ozioso degli annali Europei; ma pare che la letteratura orientale abbia declinato dopo che le scienze comparvero nell'Occidente[493]. Nelle biblioteche degli Arabi, come in quelle dell'Europa, la maggior parte di questo enorme ammasso di volumi non aveva che un valor locale ed un pregio immaginario[494]. Vi stavano in mucchio una farragine d'oratori e di poeti, lo stile dei quali era conforme al gusto e ai costumi del paese; d'istorie generali e particolari, a cui ogni nuova generazione recava il suo tributo d'eroi e di fatti; di raccolte e di commentari sulla giurisprudenza, che pigliavano la loro autorità dalla legge del Profeta; di interpreti del Corano, e di tradizioni ortodosse; finalmente tutto lo stuolo dei teologi polemici, mistici, scolastici e moralisti, considerati come i primarii o gli ultimi degli scrittori, secondo che sono guardati dall'occhio dello scetticismo, o da quel della fede. I libri di scienza o di speculazione poteano dividersi in quattro classi, filosofia, matematica, astronomia e medicina. Furono tradotti e spiegati in lingua araba gli scritti dei Saggi della Grecia, e si è ritrovato in queste versioni qualche Trattato di cui oggi è perduto l'originale[495]: tradussero gli orientali e studiarono, fra gli altri, gli scritti d'Aristotile e di Platone, d'Euclide e d'Apollonio, di Tolomeo, d'Ippocrate e di Galeno[496]. Fra i sistemi di idee che hanno variato col gusto d'ogni secolo, abbracciarono gli Arabi la filosofia d'Aristotile, del pari intelligibile ed oscura del pari pei lettori di tutti i tempi. Platone avea scritto per gli Ateniesi, e lo spirito delle sue allegorie è troppo intimamente connesso colla lingua e colla religion della Grecia. Caduta che fu questa religione, uscendo i Peripatetici della loro oscurità trionfarono nelle controversie delle Sette orientali, e lungo tempo dopo fu dai Musulmani di Spagna renduto alle scuole latine il loro fondatore[497]. In fisica, i progressi delle vere cognizioni erano stati inceppati dagli insegnamenti dell'accademia e del liceo, che invece dell'osservazione avean messo in questa scienza il raziocinio. La superstizione ha fatto troppo uso della metafisica dello spirito infinito, e dello spirito finito: ma dalla teorica e dalla pratica della dialettica sono fortificate le nostre facoltà intellettuali; le dieci categorie di Aristotile generalizzano e mettono in ordine le nostre idee[498], e il suo sillogismo è l'arma più tagliente della disputa. Era questa abilmente impiegata nelle scuole dei Saraceni; ma siccome giova più per discoprire l'errore che la verità, non è maraviglia se si veggono nella succession dei tempi girare continuamente e maestri e discepoli nello stesso circolo d'argomenti. Le matematiche hanno un vantaggio particolare, quello cioè, di poter sempre, nel corso dei secoli, progredire più innanzi senza retrogradare giammai; ma gli Italiani, se mal non m'appongo, nel decimoquinto secolo presero la geometria quale si trovava presso gli antichi; e qualunque siasi l'etimologia della parola Algebra, gli stessi Arabi attribuiscono modestamente quella scienza a Diofanto un de' Geometri della Grecia[499]. Con più gloria coltivarono l'astronomia che sublima lo spirito umano, insegnandogli a non curare il piccolo pianeta in cui abita nella propria passaggera esistenza. Il Califfo Almamon somministrò i dispendiosi stromenti necessari agli osservatori: per altro il paese de' Caldei aveva un terreno egualmente piano, e uno stesso Orizzonte sempre sgombro di nubi: nelle pianure di Sennaar, e la seconda volta in quelle di Cufa misurarono i matematici esattamente un grado del gran circolo della terra, e trovarono essere l'intera circonferenza del globo ventiquattromila miglia[500]. Dal regno degli Abbassidi sino a quello dei nipoti di Tamerlano, si osservarono le stelle con attenzione, ma senza l'aiuto dei cannocchiali; e le Tavole astronomiche di Bagdad, di Spagna e di Samarcanda[501] correggono alcuni errori secondari, senza avere il coraggio di rinunciare all'ipotesi di Tolomeo, e senza avanzare un passo verso la scoperta del sistema solare. Non poteano esser ben accolte le verità scientifiche nelle Corti d'oriente se non se mercè della ignoranza e della sciocchezza; e si sarebbe ributtato l'astronomo, se non avesse avvilito il suo sapere e l'onestà sua colle vane predizioni dell'astrologia[502]. Ma nella scienza della medicina hanno gli Arabi ottenuto giustissimi elogi. Mesua e Geber, Razis ed Avicenna si sono innalzati alla sublimità dei Greci; e nella città di Bagdad si contavano ottocento sessanta medici approvati, ricchi per la pratica di loro professione[503]. In Ispagna si affidava la vita dei principi cattolici al sapere dei Saracini[504], e la scuola di Salerno, nata dalle dottrine che avean essi portate, richiamò in Italia e nel resto dell'Europa i precetti dell'arte salutare[505]. Dovettero i buoni successi di ciascun di que' medici essere frutto della forza propizia di molte cagioni personali ed accidentali; ma si può formare un concetto più positivo di quanto sapevano in generale su l'anatomia[506] la botanica[507] e la chimica[508], che sono le tre basi della lor teorica e della loro pratica. Per un rispetto superstizioso dei morti, non si permetteva ai Greci e agli Arabi che la sezione delle scimie e d'altri quadrupedi. Le parti più solide e più visibili del corpo umano erano note ai tempi di Galeno; ma al microscopio ed alle iniezioni dei moderni era serbato il conoscerne meglio la costruzione. La botanica esige indagini faticose, e poterono le scoperte della Zona torrida arricchire di duemila piante l'erbario di Dioscoride. Quanto alla chimica, forse i templi e i monasteri dell'Egitto conservavano per tradizione qualche dottrina di essa, e col praticare le arti e le manifatture s'erano imparati molti utili segreti; ma la scienza è debitrice della sua origine e del suo incremento alla fatica dei Saracini. I quali furono i primi ad usure il lambicco per distillare, e a noi ne tramandarono il nome; analizzarono le sostanze dei tre regni; osservarono le differenze e le affinità degli alcali e degli acidi, e dai minerali più pericolosi seppero ricavare medicamenti dolci e salubri. Ma la trasmutazione dei metalli e l'elixir d'immortalità furono le principali occupazioni della chimica araba. Migliaia di dotti videro sparire la lor fortuna, e la ragione e il senno nei crogiuoli dell'alchimia; si congiunsero insieme il mistero, la favola e la superstizione, degni socii per lavorare alla grand'opra della pietra filosofale. Intanto i Musulmani aveano trascurato i maggiori beneficii che fornisce la lettura degli autori della Grecia e di Roma: cioè la cognizion dell'antichità, del buon gusto e della libertà di pensare. Alteri, baldanzosi delle ricchezze della propria lingua, sdegnavano gli Arabi lo studio d'un idioma straniero. Fra i cristiani dei loro dominii sceglievano gl'interpreti greci, e questi faceano le traduzioni talora sul testo originale, e forse più sovente sopra una versione siriaca; e pare che i Saracini, dopo aver pubblicato nella propria lingua tante Opere d'astronomia, di fisica e di medicina, non abbiano tradotto un poeta, un oratore, e nemmeno uno storico[509]. La mitologia d'Omero avrebbe ributtata la severità del lor fanatismo; governavano essi in una neghittosa ignoranza le colonie dei Macedoni, e le province cartaginesi e romane; non v'era più memoria degli eroi di Plutarco e di T. Livio, e l'istoria del Mondo, prima di Maometto, era ristretta ad una breve leggenda sui patriarchi e profeti, e i re della Persia. Forse gli autori greci e latini, in cui è occupata la nostra educazione, ci hanno per avventura inspirato un gusto troppo esclusivo, nè io son sollecito a condannare la letteratura e il giudizio delle nazioni di cui non m'è nota la lingua. So per altro che possono gli autori classici insegnare assai cose, e credo che molto hanno da imparare gli orientali da quelli; mancano specialmente d'una certa dignità temperata nello stile, delle nostre belle proporzioni dell'arte, delle forme del bello visibile ed intellettuale, dell'abilità di delineare esattamente i caratteri e le passioni, d'abbellire un racconto o un argomento, e di comporre regolarmente l'edificio dell'epopea e del dramma[510]. L'impero della verità e della ragione è sempre presso a poco lo stesso. I filosofi d'Atene e di Roma godevano la libertà civile e religiosa, e ne sosteneano coraggiosamente i diritti. Colle loro scritture di morale e di politica avrebbero a poco a poco rallentati i ferri del dispotismo orientale, e sparso uno spirito generale di discussione e di tolleranza: nel leggerli, avrebbero i saggi Arabi pensato che il Califfo poteva essere un tiranno, e il loro Profeta un impostore[511]. All'istinto della superstizione fecero anche timore le scienze astratte, e i più austeri dottori della legge dannarono l'imprudente e perniciosa curiosità di Almamon[512]. Deesi attribuire alla sete del martirio, alle visioni sul paradiso e al domma delle predestinazioni l'indomabile entusiasmo del principe e del popolo. La spada dei Saracini cessò d'essere tanto formidabile quando la gioventù passò dai campi ai collegi, quando gli eserciti de' fedeli osarono leggere e riflettere. Pure la puerile vanità dei Greci s'inalberò al vedere quegli studii, e solo con gran ripugnanza s'indussero a comunicare il santo fuoco ai Barbari dell'oriente[513]. [A. D. 781-805] Nel tempo della sanguinosa lotta fra gli Ommiadi e gli Abbassidi, aveano i Greci colto il destro di vendicarsi dei torti ricevuti ed allargare i confini. Ma pagarono caro questo piacere sotto Mohadi, terzo Califfo della dinastia, il quale fece esso pure suo pro dei vantaggi che gli presentava la debolezza della Corte bizantina, governata da una donna e da un fanciullo, Irene e Costantino. Dalle rive del Tigri giunse al Bosforo di Tracia un esercito di novantacinquemila Persiani ed Arabi, condotti da Haroun[514] o Aronne, secondo figlio del Califfo, e l'imperadrice, che presto lo vide accampato in faccia al suo palazzo sulle alture di Crisopoli o Scutari, comprese allora d'aver perduta gran parte delle sue soldatesche e delle province. Colla sua approvazione, i ministri segnarono una pace ignominiosa, e i donativi scambievoli delle due Corti non poterono mascherare la vergogna d'un annuo tributo di settantamila danari d'oro a cui dovette obbligarsi l'impero Romano. I Saracini non aveano avuta bastante precauzione innoltrandosi in una terra nemica e lontana dal loro impero; per indurli a ritirarsi, furono promesse guide sicure e viveri in abbondanza, nè vi fu un solo Greco da tanto che insinuasse, potersi circondare e distruggere le loro milizie affaticate nel punto che passassero fra una montagna di malagevole accesso e la riviera di Sangario. Cinque anni dopo questa impresa, salì Haroun sul trono paterno; e di tutti i monarchi della sua famiglia fu quegli che mostrò più potenza ed energia. La sua alleanza con Carlo Magno gli ha data celebrità in occidente, e noi lo conosciamo sin dalla nostra infanzia per la figura che fa continuamente nelle Novelle Arabe. Egli denigrò il suo soprannome di Rashid (il Giusto), con la morte de' generali Barmecidi, forse innocenti, il che, per altro, non impediva che potesse far giustizia a una povera vedova, la quale, saccheggiata da' soldati, osò citare al despota negligente un passo del Corano, che lo minacciava del giudizio di Dio e della posterità. Si abbellì la sua Corte della pompa del lusso e delle scienze; nei ventitre anni del suo regno corse più volte le province del suo impero dal Korasan sino all'Egitto. Fece cinque pellegrinaggi alla Mecca; invase in otto epoche diverse il territorio dei Romani, ed ogni volta che questi ricusarono di pagare il tributo, impararono che un mese di devastazioni era più funesto che un anno di sommessione. Dopo la deposizione e l'esiglio della snaturata madre di Costantino, risolvette il suo successore Niceforo d'abolire questa marca di servitù e di disonore. La sua lettera al Califfo alludeva al giuoco degli Scacchi, che s'era di già diffuso dalla Persia nella Grecia: «La regina (diceva egli parlando d'Irene) vi considerava come una torre, e si credeva una pedina. Questa donna pusillanime aveva acconsentito a pagarvi un tributo, il doppio di quello che avrebbe dovuto esigere da un popolo barbaro. Restituite dunque i frutti della vostra ingiustizia, o preparatevi a decidere questa lite coll'armi». Nel pronunciar queste parole gli ambasciatori gettarono a piè del trono un fascio di spade. Sorrise a quella minaccia il Califfo, e cavando la sua tremenda -sansamah-, quella scimitarra sì famosa negli annali della storia e della favola, troncò le deboli armi dei Greci senza smuzzare il taglio della sua. Dettò poscia questa lettera terribilmente laconica: «In nome del Dio misericordioso, Haroun-al-Rashid comandante dei fedeli, a Niceforo, cane Romano. Figlio d'una madre infedele, ho letto la tua lettera. Tu non avrai la mia risposta, ma la vedrai». La Scrisse in caratteri di sangue e di fuoco nelle pianure della Frigia; e per arrestare la celerità guerriera degli Arabi, dovettero i Greci ricorrere alla dissimulazione e all'apparenza di pentimento. Dopo le fatiche della campagna si ritrasse il Califfo vittorioso a Racca sull'Eufrate[515], che era il palagio da lui prediletto. Ma i suoi nemici, vedendolo lontano cinquecento miglia, rincorati inoltre dal rigor della stagione, si avventurarono a violare la pace. Ebbero però a rimanere storditi dell'ardimento e dalla rapidità del Califfo, che nel cuor del verno ripassò le nevi del monte Tauro; avea già Niceforo esausti tutti gli stratagemmi di negoziazione e di guerra, e questo perfido Greco non uscì che con tre ferite da una battaglia che costò la vita a quarantamila sudditi. Sdegnò per altro anche una volta la sommessione, e il Califfo si mostrò parimenti preparato alla vittoria. Aveva Haroun cento trentacinquemila soldati di milizia regolare e più di trecentomila uomini d'ogni genere entrarono in campagna sotto il vessillo nero degli Abbassidi. Questo esercito sgombrò l'Asia Minore sino al di là di Tiane ed Ancyra, ed investì Eraclea del Ponto[516], già capitale d'un paese florido, ed oggi miserabile borgo, il quale, al tempo di cui parliamo, sostenne colle sue vecchie mura l'assedio di un mese contra tutte le forze dell'oriente. Haroun la rovinò da cima a fondo, e i suoi guerrieri vi trovarono grandi ricchezze; ma se avesse conosciuta la storia della Grecia, avrebbe deplorata la perdita di una statua d'Ercole, che avea tutti gli attributi del Semidio, cioè la clava, l'arco, il turcasso, e la pelle di lione in oro massiccio. Per li progressi dei guasti in mare e in terra, dall'Eusino all'isola di Cipro, fu determinato Niceforo a ritrattare la sua superba disfida. Consentì Haroun alla pace: ma volle che rimanessero le rovine d'Eraclea per una lezione ai Greci, e per un trofeo alla sua gloria, e che la moneta del tributo portasse l'effigie e il nome di Haroun e de' suoi tre figli. Ma questa pluralità di sovrani fu quella che diede ai Romani agio per sottrarsi al proprio disonore[517]. Dopo la morte del padre, i figli del Califfo si contesero l'eredità, e quegli che vinse la prova, il nobile Almamone, ebbe troppo che fare a ristabilire la pace domestica e la coltura delle scienze. [A. D. 823] Mentre Almamone regnava in Bagdad, e Michele-il-Balbo in Costantinopoli, gli Arabi soggiogarono le isole di Creta[518] e di Sicilia. I loro scrittori, che ignoravano la fama di Giove e di Minosse, non curarono la prima di quelle conquiste: ma non fu trascurata dagli storici Bizantini, che qui cominciano a spargere un po' più di luce sulle cose del lor tempo[519]. Una turba di volontari della Andalusia, malcontenti del clima e del governo di Spagna, se ne andarono per mare in cerca d'avventure, e poichè non aveano che dieci o venti galere furono chiamati corsari. Come sudditi e difensori della parte dei Bianchi, credevano aver dritto d'invadere i domimi dei Califfi Neri. Da una fazione ribelle furono introdotti in Alessandria[520]; tagliarono a pezzi amici e nemici, posero a sacco le chiese e le moschee, vendettero più di seimila cristiani, e si tennero forti nella capitale dell'Egitto sino al tempo che Almamon piombò su loro col suo esercito. Dalla foce del Nilo sino all'Ellesponto, le isole e le coste, che appartenevano o ai Greci o ai Musulmani, furono esposte alle loro devastazioni. Allettati dalla fertilità della Grecia, e ardenti di voglia di insignorirsene, presto vi ritornarono con quaranta galere. Corsero gli Andalusii quell'isola senza tema e senza ostacolo; ma quando giunsero alla riva per imbarcarvi la preda, videro i lor navili in mezzo alle fiamme, e confessò Abu Caab, loro Capo, sè essere l'autore dell'incendio. Accusato dalle loro grida come stravagante o perfido, «di che vi lagnate? rispose l'accorto Emir. Io vi ho condotto in una terra, ove scorre il latte e il mele. Qui sta la vostra patria. Riposate dalle fatiche, e ponete in dimenticanza i deserti nativi. -- E le nostre donne e i nostri figli? esclamarono i pirati. -- Le vostre belle prigioniere faran le veci delle vostre mogli, soggiunse Abu Caab, e in braccio a loro diverrete ben presto padri d'una nuova famiglia». Non ebbero da prima per abitazione che il loro campo sulla baja di Suda, cinto da una fossa e da un muro; ma da un monaco apostata, fu loro indicato nella parte orientale un sito più opportuno, e il nome di -Candace-, che diedero alla lor Fortezza e alla colonia loro, e divenuto quello dell'intera isola chiamata poi corrottamente Candia. Delle cento città sussistenti ai tempi di Minosse, non ne rimanean più che trenta, e una sola, per quanto si crede, Cydonia, ebbe coraggio di mantenersi in libertà e di non abbiurare il cristianesimo. I Saracini di Creta non tardarono a rifare vascelli; e i boschi del monte Ida solcarono ben presto i mari. Nei cento trentott'anni di una guerra continua contro quegli arditi corsari, non cessarono i principi di Costantinopoli di attaccarli e inseguirli senza frutto. [A. D. 727-878] Un atto di severità superstiziosa fece perdere la Sicilia[521]. Un giovane, che avea rapita una religiosa, fu condannato dall'imperatore a perdere la lingua. Eufemio, tale era il nome del giovanetto, ebbe ricorso alla ragione e alla politica dei Saracini d'Affrica, e fece ritorno ben presto nel suo paese, vestito della porpora imperiale, seguìto da cento navi, da settecento cavalieri, e da diecimila fanti. Questi guerrieri sbarcarono a Mazara, presso le rovine dell'antica Selinunte; ma dopo alcune piccole vittorie, i Greci liberarono Siracusa[522]; rimase ucciso l'apostata nell'assedio, e gli Arabi furono ridotti a mangiar i cavalli. Vennero anch'essi soccorsi da un potente sforzo dei Musulmani della Andalusia; la parte occidentale, che era la più considerevole dell'isola, fu a poco a poco sottomessa, e i Saracini elessero il comodo porto di Palermo per sede della lor potenza navale e militare. Serbò Siracusa per cinquant'anni la fede giurata a Gesù Cristo e all'imperatore. Quando fu assediata l'ultima volta, mostrarono i suoi cittadini un avanzo di quel coraggio, che avea resistito altre volte alle armi d'Atene e di Cartagine. Più di venti giorni stettero fermi contro gli arieti e le catapulte, le mine e le testudini degli assedianti; e avrebbe potuto essere soccorsa la Piazza, se non fossero stati impiegati in Costantinopoli i marinai dell'armata imperiale a fabbricare una chiesa in onore della Vergine Maria. Il diacono Teodosio, non che il vescovo e tutto il clero furono strappati dagli altari, caricati di catene, condotti a Palermo, gettati in una prigione e continuamente esposti al rischio di scegliere o la morte o l'apostasia. Teodosio ha scritto, sopra la sua situazione, un discorso patetico che non è privo d'eleganza, e che può considerarsi come l'epitaffio del suo paese[523] Dal tempo che fu soggiogata la Sicilia dai Romani, sino a quello in cui fu conquistata dai Saracini, Siracusa, ora ristretta all'isola d'Ortigia che formò il suo primo recinto, avea a poco a poco perduto l'antico splendore. Nondimeno conteneva ancora grandi ricchezze; i vasi d'argento trovati nella cattedrale pesavano cinquemila libbre; il bottino fu valutato un milione di pezze d'oro, vale a dire circa quattrocentomila lire sterline, e il numero de' prigionieri dovette essere più considerevole che in Tauromenio, d'onde furono trasportati diciassettemila cristiani in Affrica per vivere colà nella schiavitù. Dai vincitori fu annichilita in Sicilia la religione e la lingua dei Greci, e tanta fu la docilità della nuova generazione, che furono circoncisi quindicimila giovanetti in un sol giorno col figlio del Califfo Fatimita. Salparono dai porti di Palermo, di Biserta e di Tunisi le forze marittime degli Arabi, e assalirono e posero a ruba centocinquanta città della Calabria e della Campania, nè il nome dei Cesari o degli appostoli valse a difendere i sobborghi di Roma. Se fossero stati concordi i Musulmani, avrebbero di leggieri avuta la gloria di sottomettere l'Italia all'impero del Profeta; ma i Califfi di Bagdad aveano perduta in occidente l'autorità, gli Aglabiti e i Fatimiti usurpato le province dell'Affrica, mentre in Sicilia i loro Emiri anelavano alla independenza e i lor disegni di conquista e di ingrandimento si ristrinsero ad alcune scorribande di corsari[524]. [A. D. 846] Fra le umiliazioni e i patimenti che desolavano allora l'Italia, il nome di Roma risveglia negli animi un'augusta e insiem dolorosa memoria. Parecchi navili Saracini della costa d'Affrica ebbero il coraggio di salire il Tevere ed accostarsi ad una città, che, sebben digradata, era ancora riverita come metropoli del Mondo cristiano. Un popolo tremante ne custodiva le porte e le mura; ma le tombe e le chiese di S. Pietro e Paolo, situate nei sobborghi del Vaticano e sulla strada d'Ostia, rimanevano abbandonate al furor de' Musulmani. La santità di questi luoghi aveali protetti contro l'ingordigia dei Goti, dei Vandali, dei Barbari e dei Lombardi; ma gli Arabi aveano a sdegno l'Evangelo e la Leggenda, e dai precetti del Corano era approvata ed anzi stimolata la loro rapacità. Tolsero alle statue del cristianesimo le offerte onde erano arricchite; levarono dalla chiesa di S. Pietro un altar d'argento, e se lasciarono interi gli edificii ed i corpi dei Santi quivi sepolti, deesi attribuire questo riguardo alla fretta piuttosto che ai loro scrupoli. Nelle scorrerie che fecero sulla via Appia, saccheggiarono Fondi, e assediarono Gaeta, ma si allontanarono dalle mura di Roma, e la discordia loro salvò il Campidoglio dal giogo del Profeta della Mecca. Ma eran sempre minacciati i Romani dallo stesso pericolo, e mal poteano le lor forze difenderli da un Emir dell'Affrica. Invocarono essi la protezione del Re di Francia che allora dava legge ai medesimi: un distaccamento dei Barbari battè un esercito francese, e Roma ridotta allo stremo, pensava a tornare sotto l'impero del principe che regnava in Bisanzio; ma poteva questo divisamento aver sembianza di ribellione, e troppo lontani e precari erano i soccorsi che ne poteano sperare[525]. Parve che la morte del Papa, Capo spirituale e temporale della città, fosse un aumento a tanti mali; ma nell'urgenza delle circostanze si abbandonarono le forme e i maneggi ordinari d'una elezione, e la concorrenza dei suffragi a favor di Leone IV[526] fu la salvezza del cristianesimo e di Roma. Questo Pontefice era nato Romano. Ardeva ancora nel suo petto il coraggio delle prime età della repubblica, e in mezzo alle rovine della patria teneasi ritto in piedi come una di quelle maestose e ferme colonne, che si vedono sollevare il capo sopra gli , 1 ' ' . 2 , , , 3 , 4 ; 5 , , , , 6 , . 7 ' ' 8 ' . , 9 , 10 : ; 11 ' , , , 12 ' , 13 . 14 15 ' ' ' 16 : , 17 ' ' 18 . 19 , , 20 , 21 . 22 23 , , , , 24 . 25 ' 26 . , 27 ' ' 28 ; 29 ' , , 30 . 31 ; , , 32 , 33 , ' . 34 , 35 ' . 36 : ' [ ] 37 , , 38 ' . 39 , 40 ' ' ' 41 . 42 , , 43 , ' 44 ' [ ] . : ' 45 , 46 ' ' , 47 . 48 , ' 49 ; , 50 ' ; 51 , 52 ' . 53 , 54 , 55 , , 56 ' ' . 57 , 58 . 59 , 60 61 . 62 ; , 63 , ' 64 ' . 65 : 66 , ' 67 ' . 68 , , 69 ' , , 70 . 71 ' [ ] , 72 . 73 ' ' , 74 . 75 , 76 ' , , 77 78 [ ] . 79 80 , 81 82 , 83 [ ] . , 84 , , 85 ' , 86 ' [ ] . ' ' 87 , 88 , ' , 89 90 , . 91 92 , 93 , , ' 94 . , 95 , 96 [ ] , , , 97 [ ] ' 98 ' , . 99 , , 100 [ ] . , 101 , ' , 102 , , 103 , 104 ' ' : ' , 105 ' , ' 106 , - - , 107 - - . , 108 , . ' 109 ' . 110 , 111 , ; 112 113 ; 114 ' , , 115 , 116 . ' 117 . 118 ' ' , 119 , 120 ' 121 . [ ] , 122 ' , 123 ' , . 124 125 , 126 , 127 ; 128 , 129 130 ; 131 ' . 132 ' 133 , ' , 134 , 135 . 136 , , 137 ' , 138 . , 139 ' , ' , 140 , 141 , 142 . ' , 143 [ ] , ' , 144 ; , 145 , . ' 146 , , 147 [ ] , 148 , , ' 149 , 150 ' 151 [ ] . 152 153 [ . . . ] 154 155 156 ' ; ' ' 157 ' 158 [ ] . 159 , 160 ; 161 ' . , 162 163 [ ] . , 164 . [ ] 165 , ; , 166 , 167 ' , 168 . 169 , 170 : 171 . 172 ' ' ' , 173 174 . 175 : , , 176 ' 177 ' . 178 ' ' , 179 ' , 180 ' , . , , 181 , 182 ' , - 183 ' : 184 ' ' : 185 186 , . 187 [ ] , 188 ; 189 , , 190 . 191 , , 192 , , 193 ' . 194 195 [ . . ] 196 197 , 198 , ' 199 . 200 ' , 201 , 202 ' 203 . , , 204 . 205 ' ' ; , ' 206 ' , , 207 , : 208 , 209 , 210 , 211 . , 212 ' . 213 : ' 214 , 215 . 216 ' . , 217 ; 218 , ' 219 , , 220 , , 221 . 222 ' , 223 , ; 224 225 , , 226 . 227 , 228 , ; 229 , , 230 , ' 231 , ' 232 . 233 , 234 : 235 236 . . [ ] , 237 , 238 [ ] . 239 240 ; , 241 : 242 ' , ' 243 244 . , 245 ' [ ] 246 , [ ] . 247 248 [ . . ] 249 250 ' . , 251 - - , 252 : 253 ' . , 254 : 255 256 ' , 257 ' , ' . 258 ; 259 , ' , 260 , . « ! , 261 ! ! 262 ; 263 ' ; , 264 ' . 265 , , 266 . - - , 267 , , 268 : 269 ; , 270 , ' 271 . , , 272 . , 273 » . 274 ' , 275 , 276 , ' ' , 277 ' . 278 , . 279 , ; 280 ; , 281 , ' 282 , 283 ; , 284 , ' 285 . , 286 , , 287 . 288 , ' 289 . ' , ' 290 ' , . 291 , 292 ' . 293 , , 294 , , 295 - - [ ] 296 . , , 297 ' . 298 ' , , ' , 299 ' , 300 . ' ; 301 , . 302 , ' 303 , ' 304 ' ; 305 ' , , 306 , 307 . ' , 308 309 . , 310 311 ; , , 312 . 313 , ' 314 , 315 [ ] , 316 317 ; 318 , 319 ' , 320 . ' ' 321 , , 322 , 323 . 324 . ' , 325 , 326 [ ] . 327 , , 328 329 : 330 , 331 , , . 332 , 333 [ ] , 334 , , 335 336 , 337 ' 338 ' [ ] . 339 340 ' 341 ' , ' 342 ' . , 343 ' . 344 ' , ; 345 ' ; 346 , 347 ' . , 348 , , 349 ' 350 ' , , , 351 , ' 352 . , 353 , 354 . , , 355 , 356 ' 357 ; , ' , ' , 358 ' , , , 359 ' . , 360 , 361 , ; 362 ' 363 , , 364 365 - [ ] . 366 , , , 367 ' ' . 368 , , ' 369 - . , 370 , ' , 371 , , ' 372 ; 373 , ' 374 . , - - 375 ; - - , , 376 , - - 377 . 378 : , , 379 - , - - 380 ' - - , 381 ' , . 382 ' ' , ' 383 , ' : 384 : 385 . , 386 387 , , 388 . 389 : , ' 390 , 391 . , , 392 , 393 , ' 394 ' , 395 . , 396 , , 397 , , , 398 . , 399 : 400 , . 401 , ' ' 402 , 403 , , 404 ' . 405 ' , , ' 406 - - [ ] , 407 , , , 408 ' : 409 , , 410 . , 411 ; , 412 , , 413 , , 414 ' . 415 : 416 , , ' 417 , ' , 418 , , , 419 [ ] . 420 ' , 421 . 422 , , 423 , 424 . ' 425 ; 426 , ' , 427 . , 428 ' ' , 429 , , 430 ; 431 , 432 . ' 433 ; 434 , 435 [ ] . 436 437 [ . . ] 438 439 440 ' ' ' , 441 442 . , , 443 , 444 , ' 445 . 446 . 447 ; ' 448 , 449 , , 450 , . 451 , 452 ' . 453 , ' 454 , ' . 455 ' , , 456 , , 457 , 458 ' ' [ ] . 459 - , 460 . 461 462 , ; 463 , , ' 464 . 465 , ; 466 , ' ' , 467 , , 468 ' , ' 469 . ' 470 , 471 , ' ' , 472 . , ' 473 , 474 , , ' 475 , 476 [ ] . 477 478 , 479 . 480 , 481 , , , 482 [ ] , 483 [ ] . 484 485 ; ' , 486 ' , , 487 488 ' , . 489 - - [ ] , ' , 490 491 , . 492 , 493 , 494 [ ] , , , 495 . , , 496 ' . 497 ( ) 498 ; 499 , 500 , 501 [ ] . ' 502 ' , , , 503 ' , 504 ' . 505 , 506 [ ] , 507 . ' , 508 , 509 ' 510 . ' , 511 , ' , ' , 512 : , 513 , 514 ' . , 515 ; 516 ' . 517 . ' 518 ' , 519 : 520 . ' 521 [ ] . ' 522 ' ' 523 , , , 524 ' , ' , 525 . ' 526 , . 527 ' 528 [ ] » . , 529 . 530 531 , 532 . , 533 ; 534 ; 535 ' , ' 536 . ' ' , 537 ' ' 538 . , , 539 540 , ' . 541 , , 542 , , 543 544 ' [ ] . 545 546 547 : , 548 , 549 ' . 550 , , 551 , 552 . 553 ' ' 554 , 555 , 556 . « 557 ' , , , 558 , : ' 559 , , , 560 . 561 562 ; - - . . . . ! , 563 [ ] . » 564 , , 565 ' ' . 566 , 567 , 568 , ' 569 ' . ' , ' 570 , , ' 571 ' , 572 , . , 573 , 574 . 575 . ' 576 : ' , 577 , . 578 , 579 , 580 , 581 ' 582 . 583 584 [ . . - ] 585 586 , 587 , ' 588 . , 589 ' ; 590 ' 591 [ ] . , 592 , 593 ' . ' , , 594 595 . 596 , , , 597 ' . , 598 , 599 . , 600 ' , , ' 601 , , 602 , 603 , , 604 . « , , 605 ' , , 606 . ' 607 ' 608 : 609 , ' 610 [ ] . ' 611 , ' 612 . 613 , 614 ' . [ ] » . ' , 615 , 616 ' : , ' , 617 , ' , 618 . 619 620 , , 621 , , 622 . ' ' ' 623 , ' 624 . 625 , 626 ' . 627 , 628 . , , 629 630 . 631 , 632 . 633 , , 634 635 . , 636 637 , 638 . , , ' 639 ; 640 641 ' . 642 , , 643 644 ; 645 ' [ ] . 646 647 , ' , 648 649 [ ] . 650 ' , 651 ; ' , 652 ' ; 653 , 654 ; , ; 655 , , 656 , , 657 ' , 658 . 659 , , , . 660 , 661 662 ' [ ] : , , 663 ' , ' ' , 664 , ' [ ] . 665 ' , 666 ' , 667 . , 668 669 . , 670 671 , 672 [ ] . , 673 ' 674 , ' 675 . 676 , : 677 678 ; 679 [ ] , ' 680 . 681 ; ' , 682 683 ' . 684 , , 685 , , 686 ; , ' , 687 ; 688 ' , 689 ' 690 [ ] . ' 691 , 692 . 693 : 694 ' , 695 : , 696 697 , ' 698 [ ] . 699 , , 700 ' ; , 701 [ ] , 702 ' , 703 . 704 ' 705 ; ' , 706 ' 707 ' [ ] . 708 . , 709 ; 710 , 711 [ ] . 712 [ ] , , 713 , 714 ' ' [ ] . 715 ' 716 ; 717 ' [ ] 718 [ ] [ ] , 719 . , 720 ' 721 . 722 ; 723 . 724 , 725 ' . , 726 ' 727 , ' 728 ; 729 . 730 , 731 ; ; 732 , 733 . 734 ' ' 735 . , 736 ' ; 737 , , 738 ' . 739 740 741 : 742 ' , . , 743 , 744 ' . 745 ' , 746 , ; 747 , 748 ' , , 749 , , [ ] . ' 750 ; 751 , 752 ; ' . , 753 ' , , 754 , . 755 , , 756 , 757 ' 758 . 759 , ; 760 ' , 761 ' , 762 , ' 763 , ' , 764 ' ' [ ] . ' 765 . 766 ' , 767 . 768 769 , : 770 , 771 , [ ] . ' 772 , 773 ' 774 [ ] . , 775 ' 776 . 777 ' 778 , ' . 779 ' , 780 ' 781 ' [ ] . 782 783 [ . . - ] 784 785 , 786 787 . , 788 , 789 , 790 , . 791 , 792 [ ] , , 793 ' , 794 , ' 795 . , 796 , 797 ' 798 ' ' . 799 800 ; , 801 , 802 , 803 804 . , 805 ; 806 . 807 , 808 . 809 ( ) , ' 810 , , , , 811 , , ' 812 , , 813 . 814 ; 815 816 ' . ; 817 , 818 , 819 . ' 820 , 821 ' . 822 , ' 823 : « ( ' ) 824 , . 825 , 826 . 827 , 828 ' » . 829 . , 830 - - , 831 , 832 . 833 : « , 834 - - , , . 835 ' , . 836 , » . 837 ; 838 , ' 839 . 840 ' [ ] , 841 . , , 842 , 843 . ' 844 , ; 845 846 , 847 . 848 , 849 . 850 ' 851 . 852 ' , 853 [ ] , ' , , 854 , , 855 ' ' . 856 , 857 ; , 858 ' , 859 , , ' , , 860 . , 861 ' ' , 862 . : 863 ' , 864 , ' 865 ' . 866 [ ] . 867 , ' , 868 , , 869 . 870 871 [ . . ] 872 873 , - - , 874 [ ] . 875 , , 876 : , 877 ' 878 [ ] . , 879 , 880 ' , 881 . , 882 ' . 883 [ ] ; 884 , , 885 , ' 886 . 887 ' , , 888 , . 889 , 890 , . 891 ' ; 892 , 893 , , , ' 894 ' . , « 895 ? ' . , 896 . . 897 , . - - 898 ? . - - 899 , , 900 ' » . 901 , 902 ; , 903 , - - , 904 , 905 ' . 906 , , 907 , , , 908 . 909 ; 910 . ' 911 , 912 . 913 914 [ . . - ] 915 916 [ ] . 917 , , ' 918 . , , 919 ' , 920 , , 921 , , . 922 , ' 923 ; , 924 [ ] ; ' ' , 925 . ' 926 ; , 927 ' , , 928 929 . ' 930 ' . ' , 931 , 932 ' . 933 , 934 ; , 935 ' 936 . , 937 , 938 , , 939 ' . 940 , , 941 ' , ' 942 [ ] , 943 , , 944 ' ' , 945 ' . ; 946 ' ; 947 ' , 948 , ' 949 , ' 950 . 951 952 , , 953 954 . , 955 , 956 , 957 . 958 , 959 ' ' ; 960 ' , 961 ' , 962 963 [ ] . 964 965 [ . . ] 966 967 ' , 968 ' . 969 ' 970 , , , 971 . 972 ; . 973 , ' , 974 ' . 975 ' , , 976 ; ' 977 , 978 . 979 ; . ' , 980 , 981 982 . , 983 , , , 984 . 985 , 986 ' . 987 : 988 , 989 , ' 990 ; , 991 [ ] . 992 , , 993 ; ' 994 ' , 995 [ ] 996 . . 997 , 998 999 , 1000